Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile
LE PERSONE IN CERCA DI LAVORO SONO 3,3 MILIONI
Falsa partenza per il Jobs Act.
Il contratto a tutele crescenti che di fatto ha cancellato le tutele previste dall’articolo 18 è entrato in vigore lo scorso 7 marzo, ma non è servito a spingere la discesa del tasso di disoccupazione.
Anzi, proprio a marzo i senza lavoro sono tornati a crescere di 0,2 punti percentuali (da febbraio) al 13%.
Lo comunica l’Istat nei dati provvisori, precisando che la risalita arriva dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio.
Si tratta del livello più alto dal novembre scorso (13,2%).
A preoccupare è soprattutto il calo degli occupati: dopo la diminuzione di febbraio, il mese scorso i lavoratori sono diminuiti dello 0,3%, con 59 mila unità in meno rispetto a febbraio, tornando sul livello dello scorso aprile.
Lo comunica l’Istat. Rispetto a marzo 2014, l’occupazione è in calo dello 0,3% con 70 mila unità in meno.
Il tasso di occupazione scende al 55,5%.
E questo nonostante il ministero del Lavoro abbia annunciato che a marzo sono stati registrati 92mila nuovi contratti.
La disoccupazione giovanile a marzo risale oltre il 43%: il tasso segna un aumento di 0,3 punti percentuali a quota 43,1%, dal 42,8% di febbraio; si tratta del livello più alto da agosto scorso.
A marzo le persone in cerca di occupazione sono 3,302 milioni, in aumento dell’1,6% da febbraio.
Nello stesso mese gli occupati sono 22,195 milioni, in calo dello 0,3% su base mensile, stabile a 25,497 milioni la forza lavoro.
In particolare, analizzando la situazione per generi, a marzo il numero di occupati diminuisce rispetto a febbraio sia per la componente maschile (-0,4%) sia, in misura minore, per quella femminile (-0,1%).
Il tasso di occupazione maschile, pari al 64,5%, diminuisce di 0,2 punti percentuali, mentre quello femminile, pari al 46,7%, rimane invariato.
Si ferma il calo del tasso di disoccupazione nell’Eurozona.
Secondo Eurostat a marzo è dell’11,3%, lo stesso dato di febbraio, mentre un anno fa era all’11,7%.
Anche nella Ue a 28 resta al 9,8% (stessa percentuale di febbraio, era al 10,4% 12 mesi prima). Secondo la stima di Eurostat nella Ue-28 a marzo i disoccupati sono 23,748 milioni, di cui 18,105 milioni nella zona euro. Rispetto allo stesso mese del 2014 i senza lavoro sono diminuiti di 1,523 milioni nell’Ue-28 e di 679mila nell’Eurozona.
I tassi di disoccupazione più bassi sono quelli di Germania (4,7%), Gran Bretagna (5,5% a gennaio 2015) e Austria (5,6%).
(da “La Repubblica”)
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Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
UTILIZZATO UN CONTRATTO DI SERIE B CHE CORRISPONDE A UNA RETRIBUZIONE DI 800 EURO
Lo scorso luglio alla firma del protocollo c’erano tutti: il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, l’ad di Expo
Giuseppe Sala, il vicesindaco di Milano e il presidente della Regione, i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil e pure quello della grande agenzia interinale che aveva vinto l’appalto per le assunzioni di Expo, Manpower.
Il documento metteva a disposizione dei Paesi stranieri un contratto di lavoro standard per le future assunzioni: quello classico del commercio, per sua natura poco costoso e assai flessibile.
In più il sindacato prometteva di non fare cause durante la fiera e di prevenire le agitazioni.
“Dimostriamo che si può gestire un evento straordinario come Expo non facendone un porto franco dove la legge è sospesa per l’eccezionalità del momento”, si felicitò il ministro.
Bene: a dispetto degli annunci e delle dichiarazioni di principio, le agenzie interinali (Manpower in testa) stanno offrendo sì il contratto del terziario, ma quello di ‘serie B’, cioè non siglato dalle maggiori organizzazioni sindacali: il ‘Cnai’, che – ecco spiegato tutto – costa il 20-30 per cento in meno rispetto all’altro.
Per chi verrà assunto con il ‘Cnai’, si parla di retribuzioni medie di 1.100 euro lorde per un orario di lavoro classico (tra le 28 e le 36 ore settimanali): cioè qualcosa come 800-900 euro al mese. Una miseria.
LA POLEMICA SUL VOLONTARIATO
È anche per questo motivo che, su pressione dei sindacati, Expo ha convocato le agenzie interinali per un vertice che si terrà lunedì 27 aprile in via Rovello.
I diretti interessati per ora fanno spallucce: “Manpower, come più volte detto, avvia i lavoratori in somministrazione utilizzando il contratto indicato dall’azienda utilizzatrice “, dice la società di reclutamento.
Insomma, non è colpa nostra, sono gli altri che ci chiedono di farli spendere meno, cioè pagando meno i dipendenti presi in prestito dalle agenzie interinali.
È anche vero che il protocollo lasciava ampi margini di ambiguità , e infatti quell’accordo presentato in pompa magna si sta dimostrando poco più che carta straccia.
“Potevano dirlo davanti al ministro, che poi alla fine avrebbero somministrato un contratto capestro come quello del ‘Cnai’. Formalmente obblighi non ce n’erano e non ce ne sono, è vero, ma eticamente è un comportamento inqualificabile”, dice Antonio Lareno della Cgil.
Non a caso sempre la Cgil in questi giorni sta lanciando una campagna di informazione e sensibilizzazione, 100mila cartelline con il numero di telefono del sindacato per segnalare gli abusi: “Siamo preoccupati per la correttezza e legalità dei rapporti di lavoro all’interno del sito espositivo e nei luoghi interessati dalle iniziative Expo in città “.
Questo perchè “a una settimana dall’apertura di Expo, i rapporti di lavoro nei padiglioni e negli stand dei Paesi sono un buco nero”, si spiega da corso di Porta Vittoria.
E ormai per metterci una pezza con nuovi accordi è decisamente troppo tardi.
Dalla Uil c’è Stefano Franzoni che si inalbera: “Sempre la solita storia, quando bisogna applicare gli accordi spariscono tutti. Se però a questo punto il 2 maggio ci incavoleremo non ci vengano a dire che siamo i soliti guastafeste”.
Nel frattempo le selezioni per venire assunti stanno comunque continuando; si cercano soprattutto hostess e ‘operatori dell’accoglienza’, operatori della ristorazione e autisti. Ancora 800 profili ricercati.
Mentre gli assunti ad oggi nei padiglioni sono oltre 3mila.
Ma per capire la differenza di trattamento economico che ci sarà tra i vari lavoratori (quelli con il contratto del commercio ‘vero’ e quelli col contratto ‘basic’), basta andarsi a vedere come sono andate le cose per gli assunti direttamente in Expo Spa, questione anch’essa regolata da un accordo sindacale, ma che in quel caso fu assai più stringente.
Ai 406 apprendisti, con un’età media di 26 anni, andrà una retribuzione netta mensile di circa 1.300 euro; per 247 team leader, con un’età media di 36 anni, lo stipendio è di 1.700 euro.
Rispetto agli altri, dovranno considerarsi fortunati.
Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)
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Aprile 23rd, 2015 Riccardo Fucile
DIETRO L’AUMENTO DEI CONTRATTI CI SONO SOLO GLI SGRAVI FISCALI, NON C’ENTRA NULLA IL JOBS ACT
La decontribuzione per i nuovi assunti funziona, il Jobs Act ancora no.
È questo il primo dato che si può ricavare dai primi numeri diffusi oggi dal ministero del Lavoro relativi alle comunicazioni obbligatorie fornite dalle aziende a marzo, il primo mese in cui le nuove norme sui licenziamenti sono in vigore.
Parola d’ordine, prudenza.
Inverosimile immaginare che da un mese all’altro potesse partire una vera e propria corsa alle assunzioni grazie alla riforma del mercato del lavoro approvato dal governo.
Per il momento, quel che i numeri dicono è che la corsa alle assunzioni c’è stata, ma da gennaio, per utilizzare i sostanziosi sconti triennali sui contributi garantiti dalla Legge di stabilità .
Un po’ di numeri: a gennaio 2014 il saldo dei contratti a tempo indeterminato, cioè la differenza tra contratti attivati e cessati, era di 5033 unità , un anno più tardi 27.119.
Differenza ancora più marcata a febbraio, con un saldo addirittura negativo di -23mila contratti nel 2014 e di +18584 l’anno successivo.
Stesso trend a marzo (-31.192 nel 2014, + 31mila nel 2015).
Il confronto anno su anno, insomma, ci dice che le imprese hanno decisamente virato verso l’utilizzo di contratti a tempo indeterminato a scapito delle altre forme più precarie.
Lo stesso dato si ricava più semplicemente guardando al dato percentuale dei nuovi contratti attivati.
A marzo 2014 solo il 17,5% era a tempo indeterminato, circa uno su sei, un anno dopo il dato è cresciuto al 25,3%, uno su quattro.
Prima di poter sventolare i benefici del Jobs Act bisognerà , nel caso, aspettare un po’.
Se si confrontano gli stessi dati citati con quelli di febbraio, quando cioè la riforma del mercato del lavoro non era ancora in vigore, le percentuali sono quasi analoghe.
Il 24,8% dei nuovi contratti attivati era a tempo indeterminato, il 57% a tempo determinato contro il 59,4% nel primo mese dell’era Jobs Act.
E attorno all’ormai consueto “balletto” sui numeri si è scagliato il segretario della Cgil Susanna Camusso “Quali dati, quelli dell’ufficio stampa propaganda?”, ha risposto ironica Camusso a chi le chiedeva un commento sui numeri diffusi oggi. “È una modalità un po’ antica di dare i dati. Io ero piccola quando hanno abolito gli uffici stampa propaganda”.
Per la Camusso “il dato di marzo non è diverso da quello del mese scorso con una grande decontribuzione utilizzata”.
In pratica se, assumendo a tempo indeterminato, non paghi per tre anni i contributi e puoi licenziare il dipendente in ogni momento, è ovvio che il datore di lavoro sceglie questa forma di contratto.
Ma non ci guadagna certo il lavoratore, per capirci.
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
OTTO SU DIECI GIOVANI UNDER 29, DOPO AVER ACCETTATO, SI SONO TIRATI INDIETRO: IL CONTRATTO ERA REGOLARE PER SEI MESI, MA PREVEDEVA POSSIBILITA’ DI LAVORARE ANCHE SABATO E DOMENICA
Ci hanno ripensato: 645 degli under 29 a cui era stato offerto un contratto d’apprendistato per
lavorare a Expo 2015 allo stipendio di oltre 1300 euro netti al mese hanno deciso di non accettare.
Come riporta il Corriere della Sera, la società Manpower incaricata della selezione ha dovuto fare ricorso al secondo e al terzo gruppo selezionato (in totale 27mila le domande arrivate).
A influenzare la decisione di fare un passo indietro all’ultimo minuto potrebbero essere stati vari fattori, tra cui la precarietà del contratto legato solo alla durata della manifestazione (6 mesi) e i turni che prevedono anche i sabati e le domeniche di lavoro.
In pratica l’80 per cento di chi aveva accettato il lavoro in un primo momento, ha deciso di abbandonarlo e si è tirato indietro.
Difficile quindi trovare giovani disposti a far parte del gruppo che si occuperà delle 84 aree in cui è stata divisa l’area dell’esposizione.
Ma non solo.
Come segnalato già negli scorsi mesi dall’agenzia interinale E-Work che ha avuto grosse difficoltà ad assumere facchini, cuochi e camerieri e che, come scrive il Corriere, per 2500 contratti ne hanno dovuti valutare centinaia di più.
Intanto il commissario Giuseppe Sala ha detto che a poco meno 10 giorni dall’inaugurazione sono stati finiti 30 padiglioni su 54: “Il padiglione Italia”, ha detto al GR3 di Radio Rai, “non solo non è finito, ma anzi, è tra quelli più indietro: finora sono stati finiti 30 padiglioni su 54. Ma alla fine sono convinto che sarà tutto pronto. Ci confrontiamo con una difficoltà nel gestire i lavori pubblici in Italia che deriva veramente da un eccesso di regole di burocrazia. Non è che l’eccesso di regole poi vieta che succedano fatti illeciti. Per cui io penso che vada molto ripensato il sistema con cui si gestiscono i lavori pubblici in Italia”.
Sala ha anche precisato che prima della apertura sarà raggiunta la quota di 10 milioni di biglietti venduti. “Puntiamo a venderne 24 milioni, cioè 20 milioni di visitatori e 24 milioni di biglietti perchè ci saranno visite ripetute. Conto di annunciare di averne venduti 10 milioni prima dell’apertura. Stiamo preparando un Expo sicuro e che sia veramente a misura di famiglia”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 21st, 2015 Riccardo Fucile
IL CALL CENTER DI CINISELLO BALSAMO LAVORA PER TRE IMPORTANTI SOCIETA’ FINANZIARIE E BANCARIE
Chiudere lo stabilimento alle porte di Milano, mandare a casa 186 persone e nel frattempo assumerne
altre fra Roma e la Calabria approfittando delle agevolazioni previste dalle nuove norme inserite nel Jobs act.
Ottenendo così un doppio risultato: prendere giovani con contratti meno costosi e più flessibili e ottenere gli sgravi fiscali del governo.
La storia arriva da Cinisello Balsamo e l’azienda è la Call&Call Milano srl, un call center che si occupa dei servizi di customer care per tre importanti società finanziarie e bancarie italiane: Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia.
Il gruppo Call&Call nasce nel 2002 proprio a Cinisello (dove tuttora risiede la holding): da qui la società si espande su tutto il territorio nazionale e oggi ha in tutto 2.500 dipendenti e fattura 57 milioni all’anno, come si legge sul sito della stessa società .
Solo che il 10 aprile scorso il consiglio di amministrazione dell’azienda ha aperto la procedura di licenziamento collettivo per la chiusura del sito.
Già da luglio il personale di Cinisello era in contratto di solidarietà di tipo difensivo, riuscendo così a evitare il licenziamento di 41 persone.
«Ma con una mossa spregiudicata – dice Sara Rubino (Slc Cgil) – la proprietà , senza aver mai comunicato le difficoltà legate alla gestione del contratto di solidarietà , ha dirottato parte del flusso di lavoro su altre sedi del gruppo, anche assumendo nuovo personale con il contratto a tutele crescenti e senza averci dato risposte rispetto a ciò che già vedevamo e di cui chiedevamo informazioni».
Ma come fa un’impresa che attiva la legge 223, cioè la procedura per i licenziamenti collettivi, ad assumere contemporaneamente nuovi lavoratori in altre zone d’Italia?
«Il sistema sta in piedi perchè Call&Call ha costituito più società , come in un gioco di scatole cinesi: c’è Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Lokroi srl», spiega Adriano Gnani (Uilcom Uil). Quindi quella milanese può risultare effettivamente in crisi, a differenza di quella di Roma, o di Locri, o della Spezia. La perdita annuale su Cinisello sarebbe di 500mila euro: «Colpa dei costi eccessivi del lavoro, secondo l’azienda. Questo nonostante lo stipendio medio degli operatori sia sui 1.200 euro mensili, che però con i nuovi assunti possono scendere a 1.000».La versione della holding è che «negli ultimi anni ci sono state perdite di esercizio significative non più sostenibili a seguito di un calo delle commesse e in presenza di costi generali incompatibili con il nuovo contesto di mercato, soprattutto per una fra le pochissime imprese del settore che ha scelto di non spostare lavoro italiano in offshoring e, dunque, non ha potuto mediare l’incidenza del costo del lavoro ricorrendo alla delocalizzazione. Da qui la necessità non più rinviabile di attivare la procedura di mobilità , trattandosi di una situazione strutturale e non congiunturale». Già lo scorso 10 aprile i lavoratori avevano reagito alla comunicazione con uno sciopero: adesso l’intenzione è trasformare una vertenza locale in una questione che riguardi nel complesso la società .
Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)
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Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
DATI EUROSTAT: BATTIAMO TUTTI PER NUMERO DI GIOVANI DISOCCUPATI CHE NON VANNO A SCUOLA NE’ IMPARANO UN MESTIERE… DAL 2008 SONO AUMENTATI DI SETTE PUNTI PERCENTUALI
Finalmente c’è una classifica in cui l’Italia batte tutti, nell’Unione europea. Purtroppo, però, è una di quelle gare in cui vince il peggiore.
Ieri il nostro Paese si è visto infatti aggiudicare da Eurostat il primo posto dell’Unione Europea per giovani Neets, acronimo che sta per “Neither in employment nor in education or training”: persone che non lavorano, non studiano e non imparano alcun lavoro, neppure in modo informale.
La percentuale di Neets italiani tra i 15 e i 24 anni supera infatti il 22 per cento: oltre un ragazzo su 5 si trova in questa condizione.
Battiamo, in questa classifica, perfino la Bulgaria, la Grecia e Cipro; ultimi arrivati — cioè quelli che stanno meglio — Germania, Danimarca, Olanda e Lussemburgo.
La media europea è del 13.
La Repubblica federale tedesca e il Granducato sono anche gli unici due paesi in cui dal 2008 al 2013 il numero di Neets under 25 è in discesa; spaventoso invece l’aumento che si è verificato nello stesso periodo in Italia (più sette punti).
Non meglio vanno le cose nella fascia di età successiva, quella tra i 25 e i 29 anni: qui il Paese maglia nera è la Grecia, ma noi veniamo subito dopo con una percentuale di Neets pari al 33 per cento: un terzo esatto.
Un quadro in cui a pagare di più sono le donne, che in questa classifica raggiungono addirittura il 39 per cento (i maschi invece sono al 28).
Secondo Eurostat, la percentuale di Neets «rappresenta un indice dello scollegamento tra le persone e il mondo del lavoro» ed è «strettamente collegata con il rischio di esclusione sociale».
Il fenomeno dei Neets infatti, spiega la letteratura sociologica che negli ultimi anni si è sviluppata sul tema, non indica soltanto un problema di disoccupazione e di abbandono scolastico, ma anche una condizione psicologica di “distacco sfiduciato”: il Neet, non formandosi in vista di alcun lavoro, ha rinunciato di fatto anche alla speranza di un inserimento sociale.
In termini assoluti, questa condizione riguarda in Italia oltre due milioni di persone. Ciò nonostante la questione non è al centro del dibattito politico, mentre in altri Paesi europei che pure soffrono di meno il fenomeno, il confronto pubblico in merito è ampio: in Gran Bretagna, ad esempio, è uno dei temi su cui si confrontano il leader dell’opposizione laburista Ed Milliband e il primo ministro uscente conservatore David Cameron, che ha appena lanciato un progetto per affrontare la questione.
A livello Ue, la Commissione ha dato il via da tempo a diversi programmi per coinvolgere aziende, scuole e parti sociali per favorire il ritorno dei Neet a scuola e creare contatti con il mercato del lavoro: finora con scarsi risultati, peraltro, visto che i Neets sono in aumento in quasi tutta l’Unione.
Alessandro Gilioli
(da “L’Espresso“)
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Aprile 18th, 2015 Riccardo Fucile
A DESTRA POTREBBE SEMBRARE UNA VITTORIA DI TESI ANTICHE, MA NON E’ COSI’: MANCA, COME IN GERMANIA, LA PRESENZA GESTIONALE DEI LAVORATORI NEI CDA E LA DIVISIONE DI UNA QUOTA ACCERTATA DEGLI UTILI TRA I DIPENDENTI… QUESTA E’ UNA ELEMOSINA PER AUMENTARE I PROFITTI AZIENDALI CON UNA MAGGIORE PRODUTTIVITA’
L’annuncio a senso unico di Marchionne, fatto veicolare sui media come esempio di “partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda”, rappresenta una mera finzione e rivela tre componenti della rappresentazione: un’azienda che decide unilateralmente, alcuni sindacati compiacenti che prendono atto della elargizione per poter dimostrare ai propri iscritti che contano ancora qualcosa e un altro sindacato conflittuale che viene emarginato dalla “informativa”.
Poichè a destra qualcuno sarà andato in sollucchero ricordando le battaglie teoriche della destra missina sulla partecipazione agli utili e sulla cogestione, sarà opportuno meglio precisare i termini della questione prima di ritrovarci pure Marchionne come padre della patria dopo tante altre patacche.
Primo elemento: la partecipazione reale dei lavoratori alla gestione dell’azienda o quanto meno il loro coinvolgimento nella stessa, necessita della loro effettiva presenza negli organismi direzionali, vedi Germania, dove vi sono rappresentanti sindacali nei Consigli di Amministrazione aziendali.
In questo caso Marchionne, di sua iniziativa, ha solo informato della necessità della Fiat di incrementare la produzione e ha fissato un semplice premio di produzione agganciadolo a un traguardo peraltro indefinito.
Non c’è stato alcun coinvolgimento dei sindacati, solo una presa d’atto di decisione aziendale.
Secondo elemento: per chi non lo sapesse, i lavoratori Fca e Cnh hanno una paga base inferiore ai lavoratori cui si applica il contratto Federmeccanica.
Un operaio di terzo livello Fca-Cnh guadagna mediamente 750 euro lordi annui di meno di un suo pari livello di un’altra fabbrica metalmeccanica.
Lo stipendio base fermo dal 2011 del contratto specifico Fiat ha determinato una perdita salariale già realizzata di 90 euro mensili rispetto al contratto Federmeccanica, quindi l’eventuale bonus non farebbe altro che compensare quanto è stato sottratto a questa categoria di lavoratori del settore auto.
Terzo elemento: secondo quanto annunciato, sono previsti due addizionali al salario base, un bonus annuale e un elemento variabile in caso di performance aziendali .
Si parla di un premio del 5% di aumento rispetto alla paga base, in caso di aumento della produttività e degli utili, ma con un piccolo dettaglio.
Il bonus ai lavoratori non viene calcolato in una percentuale definita sui maggiori utili (e poi ripartita tra i dipendenti), ma con una percentuale del 5% sul salario, quindi diventa una quota fissa e un mero premio di produzione, non una partecipazione agli utili.
E chi decide se gli affari vanno bene? L’azienda ovvio, a sua descrizione.
E chi conosce quanto “utile aggiuntivo” può dare luogo alla elargizione ai lavoratori? Solo l’azienda ovvio, a sua valutazione.
Ecco perchè di tutto si può parlare salvo che di “svolta epocale”: l’unica svolta di questo genere sarebbe quella che Fiat, quando le cose non andassero bene, non socializzasse le perdite sui contribuenti italiani, come ha fatto per decenni.
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Aprile 14th, 2015 Riccardo Fucile
DURA POLEMICA DELLA CANTANTE CONTRO IL MINISTRO CHE VUOL FARE LAVORARE GRATIS GLI STUDENTI DURANTE L’ESTATE: “VOLETE RUBARE ANCHE L’ADOLESCENZA, ANDATE A LAVORARE VOI CHE DA UNA VITA VIVETE ALLE NOSTRE SPALLE”
“A fare volontariato vacci tu, il lavoro si paga”.
A Fiorella Mannoia proprio non piace l’idea lanciata dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti di far lavorare gli studenti durante le vacanze scolastiche.
“La gente lavora tutta la vita, se ha la fortuna di trovarne uno, va in pensione a 67 anni che sono parenti prossimi di 70 e se è fortunato avrà una pensione da fame dopo aver speso tutto il tempo di una vita a pagare mutui, rate, bollette, tasse”, scrive su Facebook la cantante riprendendo le dichiarazioni del ministro del Lavoro a SkyTg24
“Ora – continua Fiorella Mannoia – volete rubare anche il tempo dell’adolescenza. Ma andate a lavorare voi che da una vita vivete con lauti stipendi pagati da noi. Andateci voi a fare volontariato. Il lavoro si paga!”.
(da Huffingtonpost”)
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Aprile 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DI POLETTI SI RIFIUTA DI COMMENTARE I DATI: “CHIEDETE A LORO”
“Non diremo nulla”. Il giorno dopo i dati sul Lavoro diffusi dall’Inps, colpisce soprattutto il silenzio
del ministero guidato da Giuliano Poletti.
Per tutta la giornata dagli uffici di via Veneto traspare l’irritazione per l’ennesima smentita agli entusiasmi alimentati dal governo.
Diversamente da quanto accaduto a marzo — quando l’Istituto guidato da Tito Boeri aveva diffuso i dati sulle richieste di incentivi arrivate dalle imprese (76 mila, per 276 mila lavoratori), subito rilanciati con entusiasmo dal ministro —stavolta il silenzio è totale: “Sui dati Inps non diremo una parola, chiedete a loro”.
Eppure, i numeri comunicati venerdì dall’Istituto di previdenza raccontano di un mercato del lavoro fermo: nei primi due mesi dell’anno, rispetto a gennaio-febbraio 2014 ci sono solo 13 contratti in più.
Effetto dell’aumento di quelli stabili, e del crollo di quelli precari e di apprendistato.
In sintesi: la qualità dell’occupazione migliora, ma la quantità non cresce.
Una rivelazione che ha gelato la compagine di governo, e che ha rischiato di guastare l’effetto del “bonus Def”.
Solo poche settimane prima Poletti aveva parlato di 79 mila contratti stabili in più nel primo bimestre 2015, salvo poi ridimensionarlia 45 mila comunicando anche le cessazioni.
Venerdì l’Inps ha spento gli ultimi entusiasmi.
Stavolta la “trasparenza” voluta da Boeri ha provocato l’imbarazzo del ministero. Scene che non si vedevano dai tempi di Elsa Fornero, il ministro che accusò l’Istituto di previdenza di non fornire dati precisi sugli esodati.
“C’era un’opacità forte, la trasparenza crea attriti. Se avessi avuto Boeri sarebbe andata diversamente — spiega l’ex ministro Fornero — Poletti è un politico, e si muove come tale: la verità è che le numerose stabilizzazioni dimostrano chel’articolo 18 non c’entra nulla”. “C’è stata un’isteria collettiva sui numeri generata forse da un eccesso di entusiasmo —spiega Filippo Taddei, responsabile economico del Pd —. Nessun intento propagandistico, ma solo la fretta di arrivare a interpretazioni e conclusioni che non c’erano. Bisogna attendere almeno i dati dell’Istat del primo semestre: il contratto a tutele crescenti è partito il 7 marzo, e gli effetti si vedranno dopo, però i contratti stabili crescono: è un gran risultato”.
Secondo Cesare Damiano, deputato Pd, presidente della Commissione lavoro, “non si scopre ora che il governo comunica dati che gli fanno comodo. Gli incentivi stanno funzionando, ma vanno estesi oltre il 2015, altrimenti le imprese ne approfitteranno per accaparrarsi lo sgravio e poi licenziare”.
“Ministero e governo hanno male interpretato i dati — spiega l’economista Carlo Dell’Aringa —.Nel Def la disoccupazioneè prevista in calo di 80 mila unità . Non è molto: senza la crescita si può fare ben poco”.
Ieri mattina l’irritazione è arrivata alle stelle dopo che il Sole 24 Ore ha rivelato che nel decreto legislativo sul riordino dei contratti, la Ragioneria dello Stato ha ottenuto l’inserimento di una clausola di salvaguardia: se le risorse per le stabilizzazioni dei contratti di collaborazione non dovessero bastare, saliranno i contributi a carico di imprese e lavoratori autonomi.
Una misura comparsa solo quando il testo è arrivato nelle Commissioni Lavoro di Camera e Senato: “C’è un livello di decenza sotto il quale non si dovrebbe scendere”, si leggeva in prima pagina.
La clausola scatterebbe se la le stime dal governo (37.000 trasformazioni più altre 20.000 aggiuntive) dovessero essere superate dalle richieste: il bacino potenziale è formato da 370 mila collaboratori monocommittenti.
Il governo aveva destinato alle 20 mila conversioni aggiuntive 136 milioni di euro fino al 2018, prelevandoli dagli 1,9 miliardi stanziati per la decontribuzione (fino a 8.060 l’anno, per tre anni).
Se le stime dovessero essere superate, scatterebbe l’aggravio per autonomi e imprese, chiamate a pagare con un paradossale contributo per la decontribuzione.
“Bisognerebbe trovare il nome di cotanto genio, di sicuro Renzi interverrà ”, auspicava ieri il giornale di Confidustria.
Appena letto, da Palazzo Chigi sono partiti gli strali alla volta del ministro Poletti.
Non è la prima volta che il premier sconfessa il titolare del Lavoro, ma stavolta sono bastate poche ore.
E così poco dopo pranzo tocca a Poletti rassicurare: “Verrà superata”.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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