Dicembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
IN CINQUE ANNI SONO AUMENTATE DEL 146% LE PERSONE MATURE IN CERCA DI RICOLLOCAZIONE
“Quando hai passato i 50 e ti trovi senza lavoro la carriera non conta. Il problema è portare un pasto in tavola e non finire a fare il barbone”. Maurizio, classe ’57, è alla fine del terzo anno di mobilità e di porte in faccia ne ha ricevute molte.
Roberto, invece, di anni ne ha 62, un passato da dipendente (prima in banca poi presso una casa di moda) oggi ha trovato la forza di ricominciare dall’assistenza domiciliare agli anziani.
Claudio a 47 anni è passato dalla catena di montaggio alla vendita porta a porta.
Elena, 59 anni, nella vita ha fatto di tutto. Oggi si arrangia come può con lavori di piccola sartoria, ma non si è ancora data per vinta e continua a cercare un’occupazione stabile che la accompagni alla pensione.
Nella, 60 anni, si è sempre saputa arrangiare e da quando ha chiuso la partita iva lavora a chiamata.
L’elenco dei racconti di vita vissuta potrebbe continuare a lungo. Sono sempre di più, infatti, le persone in età matura che si trovano nella condizione di doversi ricollocare una volta persa l’occupazione.
E, quando il lavoro arriva, bisogna accontentarsi, lasciando da parte ambizioni e aspirazioni di carriera. E anche la speranza di un riconoscimento della propria esperienza professionale da parte del nuovo datore di lavoro.
“Oggi a 45 o 50 anni, dopo 15 o 20 anni di lavoro capita sempre più spesso di dover cambiare. Non esiste più il lavoro per la vita”.
Una situazione che è sotto gli occhi di tutti, suffragata da storie personali e dati statistici. Rosario Rasizza, ad di Openjobs-Metis spiega come in questi anni è cambiato il mondo del lavoro interinale: “Le agenzie per il lavoro una volta erano considerate una soluzione ‘da sfigati’ o al limite da studenti al primo impiego — spiega Rasizza -. Oggi non è più così, c’è una rete di 2500 sportelli sul territorio, altamente qualificati, preparati a far fronte alle nuove sfide”.
Le agenzie per il lavoro sono una delle possibilità per ricollocarsi, uno strumento per tutti: “Oggi bisogna sempre tenere alta l’attenzione — continua Rasizza -, perchè uno quando lavora tende a non pensare alla possibilità di dover cambiare posto. Psicologicamente non è facile. E’ un’età in cui molti hanno mutuo e famiglia”.
Questo è vero tanto per i profili più elevati, dirigenti e quadri, quanto per quelli meno qualificati. “Oggi occorre abituarsi al cambiamento, bisogna essere pronti anche a fare tre passi indietro per farne cinque avanti. Perdere il lavoro ormai è una questione frequente, che può capitare a tutti e non deve diventare motivo di vergogna”
Agenzie per il lavoro? “Una volta erano considerate ‘da sfigati’ o da studenti al primo impiego. Oggi non è più così”
La seconda vita di Claudio e Roberto
Ed è proprio questo uno dei principali nodi da affrontare. Quello della vergogna. Con il bagaglio di sconforto e negatività da cui si viene travolti.
Claudio ha 47 anni, due figli di 14 e 17 e un matrimonio sfumato alle spalle. “Non posso dire che la vita mi abbia sorriso, ho passato momenti veramente difficili, in cui tutto mi stava crollando addosso. Nel giro di due anni ho perso prima il lavoro poi la famiglia”. Calabrese di nascita, Claudio ha sempre lavorato a Milano.
Una vita in azienda, da operaio a capo reparto, un lavoro solido e una certezza: lo stipendio a fine mese. Poi arriva la crisi e con la crisi la cassa integrazione, fino alla perdita del posto.
“Siamo stati tra i primi ad andare a gambe all’aria, lavoravo in una piccola azienda metalmeccanica, quando nel 2009 abbiamo chiuso eravamo rimasti una trentina, i più spendibili avevano già trovato un’alternativa. Io a 42 anni non sono stato capace, forse perchè non ci ho creduto, perchè ho sperato fino all’ultimo che la situazione si raddrizzasse”. Ma, al contrario, è peggiorata. E per Claudio è stato l’inizio di un periodo nero.
“L’ho vissuta come un insuccesso personale — racconta — per un anno non ho lavorato nemmeno un giorno. Mi sono svegliato quando la mia ex moglie mi ha lasciato”.
Oggi Claudio fa il venditore porta a porta e guadagna a provvigione. “Ho iniziato a vendere contratti per l’energia elettrica, poi sono passato agli apparecchi per la depurazione dell’acqua. Mi hanno fatto fare dei corsi e poi mi sono buttato nella mischia. I miei colleghi sono quasi tutti ragazzi giovani che hanno 25-30 anni e, anche se adesso ogni tanto arriva qualcuno più in là con gli anni, rimango uno dei più anziani. Non posso dire di essere realizzato, perchè non era questo che immaginavo per la mia vita, ma sono contento di avere un lavoro e di poter guardare in faccia i miei figli senza vergognarmi”.
Roberto ha lavorato per vent’anni come commerciante, aveva un negozio di scarpe, con due dipendenti.
Poi ha lavorato in banca e infine da uno stilista. “Nel maggio 2013 ho perso il lavoro e mi sono trovato in seria difficoltà ”.
Così a 62 anni ha dovuto rimboccarsi le maniche e ricominciare: “Quando il problema è il sostentamento le energie si trovano. Mi sono arrangiato e ho trovato qualcosa nel settore dell’assistenza agli anziani parzialmente autosufficienti. La crescita professionale alla mia età non è prioritaria, mi serviva qualcosa per vivere fino alla pensione, un lavoro per i prossimi 4 o 5 anni”.
Over 50 senza lavoro
L’ultimo rapporto del Censis ha rilevato come nel quinquennio 2008-2013 i disoccupati over cinquanta siano aumentati del 146,1%, con una netta prevalenza di uomini (+160,2%) rispetto alle donne (+111,1%).
Tra gli italiani ultracinquantenni che restano senza lavoro (460mila nel 2013), il 61,4% non trova una nuova occupazione entro l’anno, solo per il 38,6% la disoccupazione dura meno di 12 mesi.
La condizione di Claudio e Roberto sembra quanto mai diffusa.
“Il rischio di una progressiva precarizzazione di una parte delle classi più anziane, ma ancora in età lavorativa — si legge nel quarantottesimo rapporto del Censis -, sembra altrettanto verosimile di quello che ha già assunto caratteri strutturali per le classi più giovani, con tutte le conseguenze che questo potrà comportare”.
Nella, Roberta ed Elena: cosa significa “ricominciare”
Le statistiche dicono che il fenomeno è prettamente maschile, ma anche l’altra metà del cielo soffre di questo momento buio e tante donne si trovano nella condizione di dover ricominciare.
Perchè rimaste senza sostegno, perchè il marito ha fatto le valigie o, semplicemente perchè uno stipendio solo non basta più.
Nella ha 60 anni ed è disoccupata da due. “Ho lavorato a chiamata. Alla mia età è difficile adattarsi a fare altro, ma ci si prova. Sono lavori di uno o due giorni, se non di qualche ora. Mi arrangio a fare la cameriera, le pulizie, le promozioni nei supermercati. Speravo in questo periodo natalizio, l’anno scorso ho lavorato una ventina di giorni nel periodo festivo, ma quest’anno non ho avuto nessuna proposta. Spero che cambi presto qualcosa”.
Anche le donne, come gli uomini, perdono il posto di lavoro in età avanzata. E si trovano nella condizione di dovere ricominciare.
Roberta, 58 anni si è da poco separata: “Trovarsi single alla mia età non è facile. I miei figli sono grandi e sono lontani, così non ho nessuno che mi possa aiutare. Sono sempre stata a mio agio con i bambini, così mi sono messa a fare la babysitter a chiamata. Ho iniziato con il nipotino di una mia amica e da lì ho affisso qualche annuncio vicino agli asili, un po’ come fanno gli studenti che offrono ripetizioni. Al momento guadagno a malapena quel che serve per comprare il pane e pagare le bollette, ma almeno non sono per strada”.
Elena ha 59 anni, ha lavorato in azienda per cinque anni e poi si è messa in proprio, fino al 2011, quando ha dovuto chiudere.
Ha lavorato poi come venditrice porta a porta (sempre a partita iva) finchè l’attività è diventata antieconomica per le troppe tasse.
Da allora è ufficialmente una disoccupata ed è entrata nel circuito del sommerso, si arrangia a fare la sarta, piccoli lavori che le rendono il necessario per mettere insieme il pranzo con la cena: “Ho capito che dovevo arrangiarmi da sola. Come imprenditrice non sono stata aiutata, come lavoratrice nemmeno, come disoccupata non ne parliamo. Si sentono solo grandi parole, ma nessuno ha veramente voglia di risolvere la situazione”.
Ma tra gli over 50 sale anche il tasso di occupazione
Se il dato sulla disoccupazione tra gli over 50 è spaventosamente in crescita, va sottolineato come aumenti anche il tasso di occupazione, in controtendenza con quanto accade per le fasce più giovani.
Gli occupati tra gli ultracinquantenni raggiungono il milione di individui (segnando un +19,1% dal 2011 al 2013, con netta prevalenza di donne).
Questo in parte è dovuto anche all’aumento dei casi di ingresso tardivo nel mondo del lavoro.
Persone che non hanno mai avuto l’esigenza di trovare un impiego che si sono messe in cerca di occupazione magari per fare fronte a situazioni di difficoltà .
Quello dei lavoratori anziani è un mercato in profonda mutazione, estremamente dinamico, si viene licenziati di più e molto spesso bisogna rinunciare alle progressioni verticali a favore di spostamenti orizzontali o addirittura discendenti pur di mantenere il posto di lavoro, ma sembra che alcune occasioni di reinserimento ci siano, sebbene la concorrenza sia spietata.
L’aumento degli occupati “da un lato è un effetto diretto delle riforme previdenziali entrate a regime — si legge ancora nel rapporto del Censis — dall’altro contiene in se le disfunzioni di un mercato che serra le porte ai giovani e le spalanca ai più anziani”
Quello dei lavoratori anziani è un mercato in profonda mutazione, estremamente dinamico, si viene licenziati di più. Ma alcune occasioni di reinserimento ci sono
Una tendenza confermata anche dalle grandi aziende che in questo momento di crisi ancora stanno assumendo.
È il caso delle catene di fastfood come McDonald’s o dei grandi supermercati come Esselunga.
Due realtà , quelle citate, che continuano ad aprire punti vendita e assumono personale. Pur non fornendo dati dettagliati, Esselunga conferma per gli ultimi anni la tendenza all’aumento delle domande provenienti da lavoratori maturi.
McDonald’s, che in due anni ha ricevuto 66mila curriculum in concomitanza con una intensa campagna di reclutamento per l’apertura di nuovi ristoranti, ha spiegato come (a dispetto del target prettamente giovanile) il 9,6% delle candidature siano arrivate da over 40.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
IL PREMIER NON RIESCE A REGALARE LO JOBS ACT AD ALFANO E CONFINDUSTRIA… CONFRONTO DRAMMATICO IN CDM, POI IL VIA LIBERA AI DECRETI, STRALCIATO L’OPTING OUT
È al termine di un confronto a tratti drammatico che i decreti sul jobs act vengono riequilibrati con “la mano sinistra”.
Il nodo più importate, l’opting out – e cioè la possibilità per l’azienda di optare per l’indennizzo anche in caso di licenziamento illegittimo di natura disciplinare, con una quota di risarcimento che oscilla tra 30 e 36 mensilità – è di fatto stralciato: “Chiudiamo così — dice Renzi nel corso del cdm che ha dato il via libera anche al decreto sull’Ilva — ascoltiamo le commissioni e poi valutiamo”.
È il terreno della battaglia vera: la possibilità da parte dell’impresa si “superare il reintegro” nel posto del lavoro deciso dal magistrato pagando al dipendente un indennizzo più alto. Anche in caso di licenziamenti disciplinari.
Di fatto, l’abolizione totale dell’articolo 18.
Quando il premier lascia intendere, sin dal preconsiglio, che non ha alcuna intenzione di seguire la linea Sacconi facendo saltare il delicato equilibrio interno al Pd, i ministri di Ncd minacciano di non partecipare al consiglio dei ministri.
È per questo che slitta di un paio d’ore: dalle 10 alle 12,30.
La verità è anche Renzi, nelle ultime 24 ore, si trova di fronte a una scelta.
Perchè, con i partner di Ncd si era mostrato assai possibilista sull’opting out. Ed è stato solo dopo una lunga mediazione con pezzi importanti del suo partito che ha deciso di preservare l’unità del Pd, anche in vista della battaglia sul Quirinale.
Il capogruppo Roberto Speranza è rimasto fino all’ultimo a Roma.
È stato lui, insieme a Guglielmo Epifani, Cesare Damiano e il ministro Martina a far capire che far saltare il compromesso raggiunto all’ultima direzione del Pd sarebbe stato devastante.
Quello cioè in base al quale il reintegro scompare sui licenziamenti economici, c’è sempre in quelli discriminatori menrte per quel che riguarda i licenziamenti disciplinari vanno normate le fattispecie.
Ecco, attorno a quella mediazione si riconoscono oltre circa 120 parlamentari, il corpaccione del Pd non disposto a seguire la linea del no a tutto di Cuperlo e Fassina, ma neanche disposta a sposare la linea del renzismo oltransista.
C’è molta preoccupazione per il voto sul Quirinale nella scelta del premier di non far saltare l’equilibrio del Pd.
E chissà se è un caso che la mediazione arriva il giorno dopo che Renzi è salito al Colle da Napolitano.
Fonti del Quirinale raccontano che l’ultimo a salire per gli auguri e per un colloquio al Colle, nel tardo pomeriggio, è stato il capogruppo Roberto Speranza.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile
SPOT DI FINE ANNO: RENZI SPACCIA PER SUCCESSI SOLUZIONI-TAMPONE PAGATE CON SOLDI PUBBLICI… E RESTANO 150 VERTENZE APERTE
Matteo Renzi ne fa vanto e lo ha dimostrato ieri con l’ennesimo tweet:
“Dopo Terni, Piombino, Gela, Trieste, Reggio Calabria, Electrolux, Alitalia, oggi Termini Imerese. Domani Taranto. Anche questo è #jobsact” .
Gli fa eco il ministero dello Sviluppo Federica Guidi che assicura: “Quaranta crisi risolte in nove mesi”.
La tv del Pd, Youdem ci ha fatto uno spot con i nomi di tutte le aziende “salvate” (a questo elenco ci siamo attenuti per fare le verifiche che seguono).
Dire che non è vero rischia di fare torto ai lavoratori che si sono battuti per salvare il posto di lavoro. Ma, scorrendo i dati delle aziende interessate, le questioni irrisolte sono maggiori di quelle definite.
Lo Stato, tramite un ministero dello Sviluppo economico che sembra un Pronto soccorso, tampona, rinvia, mette cerotti.
Le imprese italiane preferiscono passare la mano, anche a multinazionali straniere (Cina, Algeria, Emirati Arabi, Belgio). E, sul totale dei tavoli di crisi aperti al ministero (153), le soluzioni sono una minoranza.
Tra le vertenze irrisolte ce ne sono alcune drammatiche come la Meridiana, con i suoi 1634 esuberi, la Trw di Livorno, 400 dipendenti, il settore dei call center con circa 5000 posti a rischio.
E se si guarda a quelle risolte i dubbi restano superiori alla media.
Termini Imerese. Insieme all’Ilva è l’ultima in ordine di tempo. Lavoratori dell’azienda salvi con passaggio alla Metec (in orbita Fiat) ma quelli dell’indotto per ora senza prospettive. Le prime vetture ibride solo nel 2018. Ieri l’ok dell’assemblea.
Electrolux. Qui si è fatto ricorso ai contratti di solidarietà così come modificati dalla legge che ha portato la copertura statale dal 60 al 70%. L’accordo prevede il dimezzamento delle pause, dei permessi sindacali, la riforma delle ferie, l’aumento dei ritmi di lavoro e ha un arco temporale di quattro anni. Con l’ultima legge di Stabilità , poi, il governo ha riportato la copertura per la solidarietà al 60%.
Ast Terni. Il piano ha previsto 290 esuberi anche se rubricati alla voce “esodi incentivati”. L’azienda ha garantito la ripartenza produttiva ma i problemi potrebbero riemergere.
Ideal Standard. L’azienda di Orcenico non trova l’accordo con la cooperativa che si candida a soppiantarla e a cui dovrebbe cedere i macchinari e lo stabilimento. Si confida in un accordo, ma non è ancora arrivato.
Marcegaglia. Grazie all’intervento di Otlec, il sito di Marcegaglia Buildtech di Taranto ha salvato gli 84 dipendenti. Non è andata così allo stabilimento in provincia di Lodi dove restano 29 licenziamenti.
Jabil. La multinazionale americana ha accolto la richiesta di sospendere la mobilità fino a successiva convocazione di cui ancora non si ha notizia. Interessati 300 lavoratori su 600.
Eni Marghera e Gela. Eni ha confermato che vuole realizzare investimenti per riconvertire Porto Marghera in una green refinery. I posti di lavoro tutelati nei due stabilimenti, però, saranno ripagati da “un nuovo protocollo di relazioni sindacali per la competitività ”.
Natuzzi. Dopo un anno dalla cassa integrazione per evitare 1.700 esuberi nessun accordo è stato finora raggiunto per la proroga degli ammortizzatori. Il governo propone la solidarietà ma al momento si limita a garantire una “cabina di regia”. Intanto sono già attive le produzioni in Romania ma anche l’attività della newco italiana che ha beneficiato di 100 milioni di aiuti pubblici.
Irisbus. Appartenente alla King Long Italia, società italiana del gruppo cinese in collaborazione con Finmeccanica che porta in dote la BredaMenarinibus, l’Industria italiana dell’autobus si impegna ad assumere i 298 dipendenti nel sito di Flumeri ma usufruendo per il 2015 e il 2016 della Cigs.
Bontempi. Difficile comprendere il termine “soluzione” per la Bontempi che ha messo in cassa integrazione straordinaria 60 dipendenti di Martinsicuro e 33 di Potenza Picena con apertura della procedura di mobilità per 50 dipendenti.
Micron. Crisi tamponata alla Micron di Agrate dove l’intesa evita 419 licenziamenti grazie a un anno di Cigs per 405 persone e 14 esodi volontari. I lavoratori in cassa andranno però spostati in base alle disponibilità tra StMicroelettronics mentre Micron offre 62 opportunità all’estero e 40 in altri siti italiani.
Vestas. La multinazionale danese produttrice di pale eoliche aveva deciso di chiudere lo stabilimento Nacelles di Taranto. Al posto della mobilità si è passati alla Cigs per 24 mesi.
Acc. A Mel e Pordenone è stato approvato l’accordo che prevede un taglio di 142 dipendenti (in Cigs) e la riduzione del 16% del costo del lavoro. In cambio, l’acquirente cinese si impegna a rilanciare lo stabilimento tecnologico
Officine ferroviarie veronesi. Le Ofv vengono annoverate tra le pratiche risolte perchè l’amministrazione straordinaria ha sostituito il fallimento decretato dal Tribunale. Per il momento i 204 posti di lavoro sono tutelati.
Ilva Patric. La struttura del frusinate è passata alla Bruni Service che intende garantire la ricollocazione della forza lavoro ma solo “al realizzarsi di condizioni determinabili dalle parti sociali e dai lavoratori oggi posti in mobilità ”.
Gruppo Novelli. L’azienda dell’agroalimentare umbro ha evitato il fallimento proponendo “un graduale riassorbimento” della forza lavoro occupata
Metalba. Intesa tramite procedura di affitto di ramo d’impresa che prevede il mantenimento dei 180 posti di lavoro e la cassa integrazione. Il riavvio delle attività sarà graduale
Alitalia. La vicenda simbolo del 2014 è stata risolta con 2.171 esuberi e la vendita a Etihad, sia pure azionista al 49% per aggirare i vincoli europei.
Rdb. Alla Rdb, rilevata con acquisizione di ramo d’azienda dal gruppo Geve, sono stati salvati 180 lavoratori ma si è fatto ricorso alla Cigs.
Snam Fondogas. La società ha potuto aggirare le proprie difficoltà con la pratica degli esuberi incentivati e il reinserimento di nuove 150 unità utilizzando i contratti di somministrazione e quelli a tempo indeterminato.
Lucchini. Qui ci ha pensato il magnate algerino Isaad Rebrab, a salvare il governo. Con un investimento dichiarato di 3 miliardi, di cui 400 milioni nel 2015, è stato garantito il ripristino dello stabilimento di Piombino per garantire una produzione di acciaio da 2 milioni di tonnellate l’anno. Si vedrà se agli impegni seguiranno i fatti. Ferretti. Il gruppo nautico aveva preannunciato la chiusura dello stabilimento di Forlì con 200 trasferimenti e 53 esuberi. Si chiude, invece, con la mobilità volontaria per 30 impiegati.
Sgl carbon. La società è stata acquisita dalla Morex che ha offerto 20 mila euro a coloro che hanno accettato di finire nelle liste di mobilità Pirelli Steelcord. Ceduta ai belgi della Bekaert prevede garanzie occupazionali fino al 2017. Sul dopo occorre ancora discutere con i sindacati.
Piaggio Aero. La storica azienda aeronautica è stata ceduta al fondo sovrano Mubadala Development Company, del governo di Abu Dhabi. Anche qui, cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione.
Migliore Gd. L’azienda di packaging bolognese si è salvata al prezzo di una intensificazione del lavoro: non più due turni per cinque giorni alla settimana con il sabato di straordinario concordato preventivamente, ma tre turni, compreso quello di notte, di sette ore ciascuno (pagate otto).
Ilva Genova. Cassa integrazione in deroga alternata alla straordinaria per 765 lavoratori con la possibilità di destinare, chi lo voglia, a lavori di pubblica utilità nel comune di Genova.
Eurallumina. Con la firma del Contratto di Programma, per una centrale termoelettrica e l’ambientalizzazione del sito, si è avuto accesso a un periodo di Cigs per dodici mesi.
Keller. Per quanto riguarda la società che occupa 285 lavoratori a Villacidro in Sardegna e 190 a Carini, in Sicilia, il Tribunale di Cagliari ha decretato il fallimento. Il governo ha deciso di intervenire.
Italtel. Proroga fino ad aprile prossimo della cassa integrazione straordinaria per 165 lavoratori ma l’azienda punta all’esodo incentivato di 300 persone ridottesi, forse, a 208.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile
FASSINA: “E’ UN DECRETO SCRITTO CON LA MANO DESTRA”
Sono ore concitate, queste dell’Antivigilia, tra palazzo Chigi e il ministero del Lavoro. Ore
dedicate a limare il decreto sul Jobs Act che vedrà la luce nel Consiglio dei ministri del 24 mattina, convocato alle 10.
Ore di trattativa, di scritture e riscritture, anche se a sera il profilo del decreto comincia a uscire dalle nebbie. E prende la forma di un decreto più vicino ai desiderata di Angelino Alfano, che lo vuole scritto con la “mano destra”, rispetto a quelli della minoranza Pd.
Cesare Damiano, dal suo ufficio in commissione Lavoro alla Camera, parla di una “battaglia furibonda”.
“Domani d-day della politica italiana. O via l’articolo 18 o via il governo per crollo credibilità ” twitta dall’altro fronte il capogruppo di Ndc in Senato Maurizio Sacconi.
Il dossier è fisicamente nelle mani di palazzo Chigi, dove lavorano i consulenti economici del premier Tommaso Nannicini e Filippo Taddei.
Al ministero del Lavoro invece nel pomeriggio si è tenuto una mega vertice sulla vertenza Meridiana, con il sottosegretario Teresa Bellanova.
Stando alle indiscrezioni, il decreto sembra andare nella direzione più hard, quella che prevede in sostanza una cancellazione di quel poco che restava dell’articolo 18 dopo la mediazione dentro il Pd: sembra confermata l’ipotesi dell’opting out, e cioè la possibilità per l’azienda di optare per l’indennizzo anche in caso di licenziamento illegittimo di natura disciplinare, con una quota di risarcimento che oscilla tra 30 e 36 mensilità .
Così come pare assai probabile l’inserimento nel decreto dello “scarso rendimento” come fattispecie per il licenziamento di tipo economico, che dunque non contempla il reintegro, ma solo un indennizzo economico.
In una delle bozze di palazzo Chigi è contenuta anche l’ipotesi di estendere le nuove norme ai dipendenti già assunti nelle imprese con meno di 15 dipendenti che dovessero superare questa quota dopo l’entrata in vigore del decreto.
Ma in circolazione non c’è solo la bozza “Chigi”: anche i tecnici di Poletti, che resta il ministro proponente, stanno lavorando a un loro testo più “di sinistra”, che non comtempla il diritto per l’azienda di monetizzare un licenziamento illegittimo di natura disciplinare.
Alla fine, forse nella notte, toccherà a Renzi prendere la decisione definitiva. Del secondo decreto previsto, e voluto dal premier, quello sull’estensione dell’Aspi, invece ancora si sa poco.
E dal ministero ribadiscono che molto difficilmente potrà essere pronto per il Cdm della Vigilia.
Nel dettaglio, l’indennizzo per i licenziamenti economici oscillerà tra 3 e 26 mensilità , a seconda dell’anzianità di servizio, una quota che fa arrabbiare la minoranza dem: “Non mi pare che possa funzionare come deterrente”, spiega ad Huffpost Stefano Fassina, che parla di un decreto “scritto con la mano destra”.
“Non ho mai avuto dubbi che sarebbe finita così, non mi ero fatto illusioni. E’ evidente che se il decreto avrà queste caratteristiche avrà avuto ragione chi parlava di una regressione, e si aggraveranno le divisioni dentro il partito”.
Nei 30 giorni successivi al decreto, dunque entro fine gennaio, la Commissione Lavoro della Camera darà un parere consultivo e assolutamente non vincolante sul testo del governo. Ma a quel punto i giochi saranno fatti.
I sindacati, a partire da Cgil e Uil sono già sul piede di guerra.
“Bisogna evitare errori che rischiano di danneggiare milioni di lavoratori”, avverte il leader della Uil,Carmelo Barbagallo. “Con le nuove regole del Jobs act, più che un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti rischiamo di essere in presenza di un contratto a tempo determinato fortemente incentivato”, aggiunge ribadendo che “così come è strutturato al momento, si potrebbero generare condizioni paradossali favorevoli all’azienda che decidesse di lucrare sul licenziamento”.
Numeri alla mano, la Uil vede il rischio che, grazie agli sgravi fiscali per il nuovo contratto, un licenziamento illegittimo (per un dipendente con uno stipendio lordo di 22mila euro l’anno) possa fruttare 7200 euro all’azienda dopo un anno e 11600 dopo due tre anni di contratto.
Secondo Barbagallo, “va escluso ogni criterio che, di fronte ad un atto considerato immotivato e illegittimo, eluda il diritto del lavoratore di rivolgersi con serenità a un giudice terzo. Ecco perchè è impensabile la sola idea di attribuire all’impresa la decisione di qualificare lo ‘scarso rendimento’, tout court, come un licenziamento economico e, quindi, di prevedere, nel caso dell’illegittimità , sanzioni bassissime”.
“I decreti attuativi saranno ancora peggio della legge delega”, profetizza il responsabile Lavoro di Sel Giorgio Airaudo.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 21st, 2014 Riccardo Fucile
BOOM DEL PRECARIATO: “BUONI” DI 10 EURO LORDI PER I NUOVI MINI-IMPIEGHI
Archiviata la prospettiva di un posto fisso, per molti l’unica alternativa alla disoccupazione è
saltare da un impiego precario all’altro anche nella formula dei cosiddetti mini-jobs.
Si tratta del gradino più basso del precariato, sottopagato e ad elevata incertezza.
A guidare l’exploit i settori del commercio, della ristorazione, del turismo e dei servizi.
A tirare un bilancio è uno studio della Cgia di Mestre. Casalinghe, pensionati, badanti, studenti, disoccupati e «dopolavorisiti» sono le categorie che usufruiscono più di tali voucher, ovvero della possibilità di essere «assunti» per qualche ora da un committente venendo retribuiti attraverso l’utilizzo di un «buono- lavoro» di 10 euro lordi all’ora (pari a 7,5 euro netti).
I mini-jobs proliferano soprattutto nel Nordest: l’anno scorso sono stati venduti oltre il 40% del totale nazionale dei «buoni»: il 28,5% nel Nordovest, il 16,6% nel Centro e il 14,8% nel Sud e nelle Isole.
Dal 2012, dice ancora la Cgia, anno in cui questo strumento è stato esteso a tutti i settori economici, il ricorso è più che triplicato: da poco più di 23.800.000 ore utilizzate due anni fa si è passati a 71.600.000 ore previste per l’anno in corso.
Numeri triplicati anche se si analizza il trend dei lavoratori interessati: nel 2012 sono state coinvolte poco più di 366.000 persone, quest’anno, invece, ne sono previste più di un milione.
Ma questa forma di precariato ha comunque un risvolto positivo.
Il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, spiega che «proprio in virtù di questo strumento è stato possibile far emergere una quota di sommerso che altrimenti sarebbe stata difficile da contrastare.
Ora, anche i lavoretti saltuari sono tutelati. In più, chi viene assunto per poche ore con questi buoni può menzionare nel suo curriculum questa esperienza.
Inoltre, per limitare l’utilizzo improprio di questi buoni, il legislatore ha stabilito che ognuno di questi deve essere orario, datato e numerato progressivamente».
Tuttavia, la possibilità di aggirare la norma non manca: purtroppo, questa possibilità è presente in qualsiasi caso, figuriamoci quando si tratta di un accordo che, come in questi casi, è di natura verbale.
I voucher rappresentano un sistema di pagamento che i datori di lavoro possono utilizzare per remunerare quelle prestazioni svolte al di fuori di un normale contratto di lavoro, garantendo al prestatore d’opera la copertura previdenziale presso l’Inps e quella assicurativa presso l’Inail. Sia per l’imprenditore sia per il lavoratore la legge stabilisce degli importi annui limite oltre ai quali l’utilizzo dei voucher non è più consentito.
Lo scarto tra il numero dei voucher utilizzati e quelli venduti si sta assottigliando sempre di più: se nel 2013 l’incidenza dei primi sui secondi era dell’88,5, per l’anno in corso ale al 93,8%.
Nel 2013, ultimo anno in cui sono disponibili i dati ufficiali, i settori maggiormente interessati dall’utilizzo di questi «buoni-lavoro» sono stati il commercio (25,2% del totale dei lavoratori coinvolti), il turismo-ristorazione (17,6%), e i servizi (13,6).
Resta comunque molto elevato l’uso dei voucher anche nel settore manifatturiero (19,5%).
Laura Della Pasqua
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Dicembre 20th, 2014 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL GIUSLAVORISTA DELL’ARINGA: “COSI’ C’E’ IL RISCHIO CHE L’AZIENDA FACCIA SCELTE DISCREZIONALI”
«Sì, ho letto. Il governo vuole escludere il reintegro per i licenziamenti legati allo scarso rendimento del lavoratore. Mi permetto di manifestare qualche dubbio».
Carlo Dell’Aringa non è solo un deputato del Pd.
Insegna Economia politica alla Cattolica di Milano, è stato tra gli estensori del «libro Bianco» che portò alla Legge Biagi, nel governo Letta ha fatto il sottosegretario al Lavoro, nel governo Monti era arrivato ad un passo dalla poltrona di ministro. Insomma, è uno dei nomi più illustri nel ristretto club dei giuslavoristi che in queste ore sezionano le notizie in arrivo dal fronte del Jobs act .
Quali sono i suoi dubbi professore?
«Tutto dipende da cosa si intende per scarso rendimento. Può essere oggettivo, cioè non dipendere dalla volontà del lavoratore ma dalle nuove mansioni che deve svolgere in caso di innovazioni organizzative o tecniche».
Facciamo un esempio?
«L’azienda compra un macchinario nuovo e naturalmente vuole che lo si faccia funzionare per bene. Ma il dipendente non ci riesce proprio, non basta nemmeno uno specifico corso di formazione. Se per scarso rendimento si intende questo già adesso la prassi e la giurisprudenza prevedono che possa dar luogo a un licenziamento di tipo economico. In sostanza non cambierebbe molto, si preciserebbe meglio una fattispecie già coltivata nella prassi».
Ma per scarso rendimento si può intendere anche il poco impegno del lavoratore.
«Ecco, il punto è questo. Se si fa riferimento allo scarso impegno ma anche alla cattiva volontà o alla negligenza del lavoratore, la modifica del governo diventa impropria. Qui il motivo non sarebbe più oggettivo ma soggettivo: insomma si rientra nel campo dei licenziamenti disciplinari che, anche con le nuove regole scritte dal governo Renzi, prevedono in alcuni casi il reintegro».
Par di capire che il governo voglia intendere lo scarso rendimento in senso oggettivo. Insomma, lo scarso impegno non c’entrerebbe.
«Me lo auguro, altrimenti si finirebbe per complicare le cose. Poi non ci si può lamentare se i giudici sbagliano».
Quasi tutti i sindacati hanno protestato dopo l’incontro a Palazzo Chigi: solo linee generali, nessun dettaglio, la sensazione che i giochi siano già fatti. Da ex uomo di governo, hanno ragione loro?
«Li capisco. Un atteggiamento del genere sarebbe giustificato solo se il governo non avesse le idee chiare su cosa fare. Ma non mi sembra questo il caso. La materia va discussa e affrontata davvero, altrimenti questi incontri rischiano di essere percepiti come una presa in giro».
Da esperto, le pare possibile che le nuove regole sui licenziamenti valgano solo per i nuovi assunti mentre per tutti gli altri no? Il problema dell’Italia non è anche la distinzione fra lavoratori giovani non garantiti e anziani più garantiti?
«Se il mondo del lavoro si abituerà a queste nuove norme sarà inevitabile estenderle a tutti nel giro di qualche anno. Il doppio regime può reggere nella fase transitoria ma non può durare 10 o 15 anni».
E secondo lei ci abitueremo a fare a meno dell’articolo 18?
«Ci siamo abituati alla scomparsa della scala mobile. Ci abitueremo anche a questo».
Entro il 2020, quindi, il Jobs Act sarà valido per tutti?
(Ride )«Questo lo dice lei, ma certo non dovremo aspettare il 2030».
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera”)
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Dicembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
TRA TALK E POLEMICHE TRASCURIAMO CHI SOFFRE PER LA CRISI
“Se diventerò governatore della Liguria proporrò un reddito minimo garantito”. La promessa di Sergio Cofferati, fatta durante uno dei tanti dibattiti per le primarie del Pd, è passata inosservata.
Ma le parole di Cofferati — che da anni, anche in Europa, propone il reddito minimo — potrebbero avere un grande peso politico.
Primo, aprono un fronte all’interno del Pd diviso tra le proprie radici di sinistra e il desiderio di mostrarsi “moderno” (qualunque sia il significato della parola).
Secondo, potrebbero rivelare il tentativo di una parte del centrosinistra di erodere consenso al M5S che aveva lanciato questa battaglia, ma adesso sembra più interessato a marcare la Lega (dimenticando che molti dei suoi elettori non sono di destra).
Ma lasciamo questi ragionamenti agli analisti politici.
Il punto è un altro: il reddito minimo, una somma garantita a chi non ha lavoro e a chi, soprattutto le donne, pur avendo un impiego non riesce a mettere insieme un salario decente
Lo ha scritto Salvatore Cannavò su queste pagine: Italia e la Grecia sono gli unici paesi europei a non prevederlo (in Parlamento giacciono tre proposte di legge e la Regione Friuli vorrebbe sperimentarlo nel 2015).
Perchè? Non è solo una questione di bilanci disastrati (costerebbe 15 miliardi in una versione minima).
È soprattutto un modo di vedere la nostra società . E quindi la vita.
Ormai non esiste un talk show degno di questo nome in cui non sia presente tra gli ospiti un imprenditore, quasi fosse il rappresentante dell’italiano tipo.
Niente contro gli imprenditori, per carità , sono una delle ancore di salvezza del nostro Paese. Rischiano del proprio e sono costretti a continui equilibrismi tra adempimenti assurdi e tasse che somigliano talvolta a capestri.
Ma nel frattempo sembriamo esserci dimenticati che esistono milioni di persone che stentano ad arrivare a fine mese. Sono anche loro italiani.
Di più: in preda a una sorta di marchionnismo imperante ci stiamo convincendo che dietro la difficoltà , la miseria ci sia una responsabilità , perfino una colpa.
Non è così, come non è vero che dietro le fortune economiche ci siano sempre meriti. Esiste un destino che non dipende da noi.
Il reddito minimo non è una tutela soltanto per chi lo riceve, ma per l’intera società .
Evita che migliaia di persone scivolino nell’emarginazione e richiedano così investimenti ben più consistenti per l’assistenza sociale.
Riduce perfino il rischio di delinquenza. Ma è anche un investimento nel futuro, perchè aiuta chi non ha mezzi a garantire occasioni ai propri figli che porteranno avanti il Paese di domani.
Soprattutto, ricorda ai cittadini che la società li sostiene.
Che, insomma, hanno un valore non solo quando producono. Ma in quanto persone. L’Europa (si va da 500 a 1.500 euro) sembra averlo capito.
L’Italia no. Perchè?
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
UN CONTRATTO DI APPRENDISTATO DA 22.000 EURO L’ANNO, AUTO, TELEFONO E ALTRI BENEFIT NON TROVA CANDIDATI… “NON C’E’ CORRISPONDENZA TRA DOMANDA E OFFERTA”
“Cercasi giovani neolaureati ad alto potenziale per ricoprire la posizione di sales account”, ma in
Liguria, Molise e Basilicata quasi nessuno si presenta. Succede anche questo nell’Italia della disoccupazione giovanile che sfiora il 43 per cento.
Quando Diego Malerba, capo della Execo, società che si occupa di selezione e formazione del personale, ha ricevuto il compito di trovare 4 apprendisti da inserire nella J Colors, società leader nel settore delle vernici, pensava sarebbe stato un lavoretto piuttosto semplice.
S’immaginava già alle prese con centinaia di curriculum, essendo in palio un posto di lavoro con contratto di apprendistato (finalizzato all’assunzione) da 22 mila euro lordi l’anno, auto, telefono aziendale e altri benefit.
I requisiti richiesti erano la laurea, età sotto i 30 anni e la residenza nel territorio. Malerba e il suo team si sono messi al lavoro, pubblicando l’annuncio sui siti più importanti, utilizzando i social network e i canali tradizionali.
In Basilicata hanno risposto in 6, ma tutti, dopo essere stati contattati telefonicamente, hanno rifiutato l’offerta. In Liguria hanno risposto in 8, ma solo un paio si sono presentati al colloquio.
In Molise solo un giovane ha risposto all’annuncio, ma ha dato forfait al primo appuntamento.
“In Liguria e in Molise più di un giovane da noi contattato ci ha risposto di no, perchè preferisce aspettare il prossimo bando pubblico per accedere a un posto statale”, racconta Malerba, piuttosto sorpreso dalla situazione.
Il manager ha raccontato questa storia sul blog aziendale e moltissimi hanno risposto, aprendo un dibattito sull’assurdità del contratto di apprendistato, che limita l’offerta di lavoro agli under 30, mentre ci sarebbero tante persone qualificate, fra i 30 e i 40, rimaste senza lavoro e che sarebbero ben liete di accettare quell’offerta.
Mentre nessun giovane neolaureato ha commentato.
Un caso isolato? Forse no.
Anche Giorgio Veronelli, partner della Gch Consulting, società torinese che si occupa di selezione del personale, racconta un’esperienza analoga: “Faccio questo lavoro da 17 anni e mai come in questo periodo fatico a trovare giovani disposti ad accettare soluzioni interessanti. Ad esempio, una rinomata azienda veneta, operante nel settore della moda, stava cercando giovani laureati. Molti ragazzi ci hanno contattato, qualcuno per curiosità ha fatto un colloquio, ma nessuno ha accettato il posto”.
Un caso analogo è avvenuto in H3G che, nei mesi scorsi, ha aperto le selezioni per mille giovani da inserire per lo più nel settore commerciale.
In questo caso il contratto prevede una percentuale di retribuzione fissa e un’altra a provvigione, in base alla capacità di strappare contratti alle aziende, più svariati benefit aziendali.
Un lavoro non banale, che consiste nel battere a tappeto le piccole e medie aziende del territorio per offrire contratti telefonici. Anche qui l’azienda, che si aspettava la fila di giovani interessati all’offerta, sta faticando a trovare neolaureati.
Adecco cerca di dare qualche spiegazione al fenomeno.
Secondo l’agenzia siamo di fronte a casi di mismatching, problema ancora sottovalutato in Italia, dove non c’è corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro.
In pratica, nonostante i numeri allarmanti sulla disoccupazione crescente, specialmente tra i giovani, si verifica il paradosso per cui migliaia di posti di lavoro rimangono vuoti.
Gli annunci non trovano risposta e le aziende rinunciano a cercare.
“I giovani sono flessibili, ma è sempre più frequente il caso di mismatching, dove le competenze di chi cerca lavoro non corrispondono a quelle ricercate dalle aziende”, conferma Federico Vione, amministratore delegato di Adecco.
Secondo lui la causa prima è di tipo quantitativo: “Ci si laurea e ci si diploma in discipline non idonee alla richiesta da parte del mondo del lavoro. Ad esempio, ci sono troppi giovani che scelgono carriere umanistiche, mentre sono pochi quelli che intraprendono un percorso tecnico, che al contrario viene richiesto dalle aziende”, racconta il manager.
Il secondo problema è di tipo qualitativo, perchè, come racconta Vione, anche chi intraprende un percorso di studi scientifico e ad alto contenuto tecnico non possiede le competenze pratiche per entrare nel mondo del lavoro.
Il terzo problema è la scarsa intermediazione fra chi cerca lavoro e chi lo offre: “Le parti continuano a non incontrarsi. Se vogliamo risolvere questo problema è necessario comprendere le necessità future delle aziende — non attraverso indagini statistiche, ma ascoltando le esigenze delle aziende, i loro piani di sviluppo e le loro ambizioni — ed entrare nelle scuole e nelle università per raccontare ai ragazzi cosa cerca il mercato del lavoro. Così i giovani sapranno già quello che li attende una volta terminato il percorso di studi”, conclude Vione.
Gloria Riva
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 13th, 2014 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI FEDERCONSUMATORI: POTREBBE SLITTARE ALLA PRIMAVERA
“Gran parte delle tredicesime verrà consumata per pagare le tasse, ma la cosa più preoccupante è che in molte piccole e medie aziende la famosa mensilità natalizia potrebbe addirittura slittare a gennaio o a marzo”.
Rosario Trefiletti, numero uno della Federconsumatori, dati alla mano, lancia in quest’intervista all’Agi un allarme sulle tredicesime.
Secondo Trefiletti, il quadro economico del paese continua lentamente ma in maniera progressiva, a peggiorare e ne risentirà anche l’andamento dei consumi in vista del Natale.
Secondo una ricerca dell’Adnkronos, infatti, almeno una impresa su quattro troverà grossi problemi nel reperimento dei fondi per le tredicesime.
“Ci arrivano segnali in questa direzione”, fa sapere Elio Lannutti, presidente di Adusbef, “piccole e medie aziende con le casse vuote di cash potrebbero decidere di far slittare di 2 o 3 mesi le tredicesime”.
“La disoccupazione è intorno al 13,2 per cento e quella giovanile oltre il 44 cioè una cifra record”, argomenta Trefiletti, “logico dunque che ci sia una drastica contrazione della spesa che sarà per certi versi, sorprendente”.
La sorpresa, secondo il leader di Federconsumatori, starà nel fatto che, mentre a Natale 2013, almeno un settore (quello dei libri, dischi e audiovisivi) era in attivo, quest’anno non si salverà alcun comparto.
“Fino al Natale scorso resisteva il classico libro o disco sotto l’albero, oggi, a quanto ci anticipano le nostre rilevazioni, non ci sarà più neanche quello.
Si spenderà , poco, solo in giocattoli e beni alimentari, ma i tre quarti della tredicesima degli italiani sono stati già destinati al pagamento delle tasse”, commenta ancora Trefiletti.
Che ammette di essere seriamente preoccupato anche per il settore tecnologico.
“Forse spenderemo ancora in telefonini”, dice, ” ma le stime ci dicono che i personal computer, ad esempio, non è detto che abbiamo ampio mercato”
“Sarà un Natale molto freddo, ma non ci sorprende affatto perchè noi avevamo già stimato una contrazione del 6,2 per cento nella spesa per i regali sotto l’albero. Resteranno in cifra assoluta poco più di 3 miliardi di euro destinati perlopiù all’acquisto di giocattoli per bambini e generi alimentari” prosegue Trefiletti.
Ma la Federconsumatori e Adusbef hanno una ricetta per far ripartire l’economia.
Di che si tratta? “C’è un punto su cui noi insistiamo molto che è questo”, risponde Trefiletti, “gli ingredienti sono semplici: ok alla spending review, al recupero di risorse attraverso la lotta all’evasione fiscale a cui va aggiunto un 10/15 per cento dell’ammontare complessivo delle nostre riserve auree pari a 100 miliardi in cifra assoluta
Alla somma di queste due cose bisogna ancora aggiungere un piano straordinario per il lavoro che sblocchi i grandi investimenti pubblici e privati, mettendo in sicurezza le scuole, investendo in ricerca, nelle infrastrutture, nel turismo o nella banda larga”.
“Sono sicuro che questo sarebbe il mix giusto per far ripartire l’economia”, prosegue Trefiletti, “basta, invece, alla riduzione dell’Irap, cioè delle tasse sulle imprese o agli 80 euro. Attenzione, si tratta di manovre che ho apprezzato, ma adesso non sono più sufficienti. Sarebbero ‘manovrine’ che riuscirebbero a smuovere molto poco nel processo di riduzione della disoccupazione soprattutto quella giovanile e meridionale”.
Al governo Renzi, Federconsumatori manda un segnale preciso. Non si può più attendere, avverte Trefiletti, perchè il paese è a rischio e gli italiani hanno ormai le tasche vuote.
“Tasche svuotate dalle tasse” conclude “e, per qualcuno, forse anche senza la fatidica tredicesima mensilità “.
(da “Hugffngtonpost”)
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