Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL CENTRO PER L’IMPIEGO DI CHIETI OFFRE POSTI INADEGUATI: UN ESCAMOTAGE PER AGGIRARE LA LEGGE 68/99 SULLE QUOTE RISERVATE… L’ITALIA, GIA’ SANZIONATA DALLA UE, RISCHIA UNA SECONDA CONDANNA
Il centro per l’impiego di Chieti cerca gruisti, carrozzieri, saldatori, verniciatori, sarti tagliatori,
manutentori meccanici.
Queste le offerte di lavoro riservate a luglio ai diversamente abili, in base alle legge 68/99.
Molto difficile, però, immaginare un disabile nei panni del gruista o del saldatore.
Di certo non potrebbe salire su una gru Lorenzo Torto, un ragazzo di 26 anni di Chieti affetto da tetraparesi spastica e costretto su una sedia a rotelle.
E’ stato lui a scoprire il fatto e a presentare un esposto alla Procura, corredato dalla sentenza della Corte di giustizia europea che l’anno scorso ha sanzionato l’Italia per non aver recepito la direttiva 2000/78, che combatte le discriminazioni in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.
“Mi auguro che il magistrato si pronunci al più presto, stabilendo se queste mansioni decisamente fisiche siano compatibili con la condizione di diversamente abile”.
Torto è oggi tra i più attivi paladini nella battaglia per i diritti dei disabili italiani nel mercato del lavoro.
Proprio una sua petizione fu alla base della condanna del nostro Paese — dove l’84% dei portatori di handicap in età lavorativa non ha un impiego – da parte dell’Europa. L’anno scorso è stato anche convocato dal Parlamento europeo per presentare le sue richieste.
”Purtroppo l’Italia non ha ancora recepito pienamente questa direttiva comunitaria, nonostante il pronunciamento europeo. È trascorso oltre un anno e nulla di concreto si è mosso. Se proseguiamo su questo binario riceveremo presto una seconda condanna. E intanto assistiamo a questi schiaffi alla dignità umana”.
Ma come è potuto succedere che alcune imprese, con il viatico di un Centro per l’impiego, abbiano messo nero su bianco offerte del genere?
“La direttiva europea”, spiega Torto, “parla chiaro. Impone al datore di lavoro di assumere lavoratori diversamente abili ma al tempo stesse chiede di trovare soluzioni ragionevoli. E quindi afferma, al di là del buon senso, che mai un disabile potrebbe andare a fare il gruista o l’elettricista o altre mansioni impossibili“.
Di conseguenza, secondo Torto, “la ricerca del Centro per l’impiego di Chieti è un falso in atto pubblico. La colpa è sia delle aziende, sia, ovviamente, del centro per l’impiego stesso: possibile che i suoi funzionari leggano quel genere di mansioni e non ne colgano al volo l’assurdità prima di firmare? Non si rendono conto della sofferenza che arrecano a persone già costrette a vivere su una sedia a rotelle?”.
A chi finiranno, dunque, questi posti di lavoro sulla carta riservati agli invalidi?
“È il classico metodo. A un certo punto diranno: “Io ho cercato dei disabili, come ci impone la legge, ma non li ho trovati””, sostiene Torto.
“Quindi, trascorso un determinato lasso di tempo, assumeranno persone perfettamente sane in quota legge 68/99. È un meccanismo perverso”.
La legge 68/99 (“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”) ha come finalità “la promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato”.
I datori di lavoro sono obbligati a assumere un lavoratore disabile se l’azienda occupa dai 15 ai 35 dipendenti, due dai 36 ai 50 dipendenti e il 7 per cento di tutti gli occupati se l’impresa conta più di cinquanta addetti.
“La 68/99 non vale nulla, perchè in realtà non obbliga il datore di lavoro ad assumere un diversamente abile, non avendo in sè sistemi sanzionatori tali da punire il datore di lavoro disonesto”, è la conclusione di Torto.
“O meglio, una sanzione esiste: due o tre euro per ogni giorno “fuorilegge”. Una miseria. All’imprenditore conviene pagare la penale”.
Maurizio Di Fazio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 22nd, 2014 Riccardo Fucile
LO SFRUTTAMENTO NEI CAMPI: ORA CI SONO ANCHE RAGIONIERI, GEOMETRI E MURATORI ITALIANI CHE NON TROVANO LAVORO… LE LORO STORIE
Dall’Alfa Romeo a bracciante della terra. 
In appena ventiquattro mesi il ragionier Vincenzo Micucci, 57 anni, ha ripercorso un secolo di storia che, attraverso due guerre mondiali, una dittatura e decenni di democrazia aveva portato l’Italia tra le prime potenze industriali al mondo. Un percorso al contrario, però: da responsabile contabilità di una delle concessionarie d’auto più grosse della Puglia a operaio agricolo a giornata.
Un giorno qualunque dopo sei mesi da disoccupato, passando sotto un antico ulivo in provincia di Bari, aveva deciso di appendere la corda e impiccarsi.
L’hanno salvato un amico, la moglie, l’amore dei due figli.
Il ragionier Micucci si è così risvegliato in un mondo diverso in cui nascere cittadino dell’Unione europea non affranca più dal rischio di finire al piano più basso del grattacielo della vita.
Quello scantinato già affollato di africani, arabi, bulgari, polacchi, immigrati a migliaia nell’ultimo decennio per fare nelle campagne, come si diceva una volta, i lavori che gli italiani non fanno più. Ma che adesso la crisi costringe ad accettare.
Così si lavora nei campi
DA GEOMETRA A BRACCIANTE
A fine estate le statistiche diranno quanti sono i nuovi stagionali. Tra loro c’è anche Angelo Rasola, 45 anni, di Cerignola, provincia di Foggia, che finora ha trovato soltanto ingaggi da schiavitù.
Tre figli di 16, 13 e 4 anni, diploma di geometra, un lungo passato di notti a sfornare pane. Nel giro di qualche anno gli hanno ridotto lo stipendio.
Dai mille euro ancora regolari del 2008 ai 650 in nero del 2014. Da far bastare per la famiglia, le spese per i libri di scuola, il desiderio di una vita dignitosa.
Così ha lasciato il forno, per mettersi a cercare uno stipendio sufficiente.
Finora ha trovato un agricoltore italiano che l’ha rimbalzato al caporale romeno: il caporale gli ha offerto 20 euro a giornata, in nero ovviamente, dodici ore al giorno dall’alba al tramonto a raccogliere pesche, un euro e sessanta l’ora, un quinto del minimo sindacale.
Il geometra Rasola ha allora provato a chiedere a un’azienda dove cercavano operai per tagliare i pomodori da essiccare. Ma pure lì la paga era al di sotto del minimo di sussistenza per una famiglia qualunque: 1,90 euro l’ora, tutte le notti dalle cinque di sera alle cinque del mattino.
Laura Prospero, 27 anni, laurea in neuropsicologia e tante porte chiuse, ha invece ottenuto un contratto regolare da stagionale: 35 euro al giorno a raccogliere ciliegie con braccianti marocchini, polacchi, albanesi. Ma la stagione delle ciliegie è finita e Laura ora è a casa in attesa che cominci la raccolta delle olive.
Tra gli italiani che la crisi ha rispedito alla terra c’è anche Antonio Castellana, muratore lasciato senza stipendio dal crollo dell’edilizia. Ha 63 anni, tre figli.
Troppo vecchio per emigrare all’estero, troppo giovane per la pensione. Però si considera fortunato. L’ha salvato il fatto che da ragazzo aveva imparato a guidare il trattore: per questo, adesso, continuano a chiamarlo.
Nell’agosto 2006, in questi stessi giorni, “l’Espresso” aveva indagato sul sistema di sfruttamento nascosto sotto la nostra catena alimentare.
Una clamorosa inchiesta da infiltrato tra i braccianti sottoposti a condizioni di schiavitù. Avevamo scelto la provincia di Foggia perchè era stagione di raccolta dei pomodori.
ULTIMA RISORSA
Durante quell’estate, grazie alla complice assenza di controlli, centinaia di lavoratori stranieri erano stati sequestrati dai caporali, chi protestava veniva massacrato di botte e alcuni operai erano stati addirittura uccisi.
Da allora molto è cambiato, nelle leggi e nel numero di ispezioni nei campi. Ciò che non era immaginabile allora, però, è la rapidità con cui l’economia si sarebbe rovesciata. Tanto da spingere i disoccupati italiani di nuovo a piegarsi sulla terra.
Succede dal Friuli alla Sicilia. Con gli imprevisti e le difficoltà dell’agricoltura stagionale: le paghe minime, la precarietà , il maltempo, la fatica, l’impossibilità comunque di mantenere una famiglia.
E in alcune regioni, l’aggravante del caporalato.
Così accade nelle campagne di Cerignola dove i disoccupati del posto devono fari i conti con i caporali stranieri. Per anni a molte imprese ha fatto comodo controllare gli immigrati attraverso i gangster della manodopera, spesso loro connazionali. Adesso sono gli italiani a doversi confrontare.
Più che una clessidra che gira nel tempo, è la lama di un coltello che cambia verso.
Il caporalato funziona da polizia privata, abbassa il costo del lavoro, mantiene l’ordine.
Come un secolo fa quando, proprio da Cerignola, Giuseppe Di Vittorio prendeva coscienza delle prime lotte sindacali. Anche per questo siamo tornati qui.
LA LEGGE DEI CAPORALI
«Ero andato a chiedere a un coltivatore di frutta. C’erano le pesche da raccogliere», racconta Angelo Rasola, l’ex fornaio: «Il titolare dell’azienda mi indica il suo caposquadra, il caporale romeno. Lui mi dice subito: se vuoi, vieni, sono 20 euro al giorno, si comincia all’alba per dodici ore. Venti euro in nero, sono seicento al mese. Senza contare i giorni di pioggia che non vengono pagati. E quest’anno non ha smesso di piovere. Forse in Romania con 20 euro al giorno si vive. Vengono qui d’estate, vivono ammassati in vecchie case e d’inverno tornano in patria. Ma in Italia con 20 euro al giorno, come fai a mandare avanti la famiglia? Le bollette, le spese per la scuola, 300 euro soltanto di libri. Non posso rassegnarmi alla schiavitù. Per questo non ho accettato. È meglio continuare a cercare. Ho mandato il curriculum ovunque, a un salsificio, perfino all’Alenia. L’edilizia è ferma e non posso nemmeno sfruttare il mio diploma di geometra. L’ultimo pane l’ho sfornato il 19 aprile, il sabato di Pasqua. Il proprietario ha deciso di vendere pane industriale. Costa meno. E non posso dargli torto. Troppe spese, troppe tasse. E non è che prima fossimo ricchi. Le paghe qui sono basse da sempre. Le due commesse in negozio prendevano 80 euro a settimana. Ma noi siamo in cinque e i mille euro di stipendio se ne andavano in gas, luce, mangiare, ringraziando il Signore che il mutuo l’ho finito di pagare lo scorso anno. Dal 19 aprile ho fatto anche il badante, in sostituzione per qualche giorno. Ho chiesto a bar, ristoranti. A parte i caporali e le loro condizioni, è tutto fermo».
E come vivete, se da aprile non avete entrate?
Il ragionier Rasola sorride timido: «Mio padre faceva l’impiegato all’acquedotto, ha una pensione di 900 euro. Mio suocero faceva l’ambulante, gli danno 498 euro al mese. Meno male che ci sono loro che ci pagano la spesa per mettere a tavola il primo o il secondo. Le bollette le pago, ma quando posso. Che devo fare?».
MURATORI ADDIO
C’è un’intera comunità di muratori a Cerignola che lavorava nei cantieri di tutta Italia. Si ritrovano al tramonto, nella calura di piazza Matteotti, ora in cui i caporali italiani pagano la giornata e ingaggiano i braccianti per l’indomani. Saverio, 60 anni, sta parlando con un uomo sulla cinquantina, un caporale del posto.
Li riconosci dalle unghie delle mani pulite, il borsello a tracolla dove tengono il telefonino con i contatti e il taccuino con i nomi dei braccianti ingaggiati, i pantaloni a pinocchietto, i polpacci scoperti, i calzini bianchi corti dentro le scarpe da ginnastica. L’uniforme estiva tipica in Puglia nella gerarchia del lavoro.
Quanto pagate a giornata? «Gli italiani 40-45 euro», risponde il caporale.
A contratto? «Macchè a contratto, qua si fa tutto in nero», si lamenta Saverio e il caporale se ne va.
Saverio ha una figlia adolescente ancora in casa, cinque nipotini dai due figli sposati e da tempo disoccupati. Spiega che dal 1970 al 2012 ha lavorato come carpentiere nei cantieri di tutta Italia, fino a Milano e Bolzano. Anche suo padre faceva il carpentiere. «Ma ora non si costruisce più. E come si fa? Non vendono più neanche una casa. Speriamo nella vendemmia. Stanno preparando le squadre di raccoglitori, ma anche oggi sono venuto qui per sentirmi dire che non c’è posto», ammette lui.
Prima della vendemmia c’è la raccolta dei pomodori… «No, quelli li fanno gli stranieri. Gli stranieri hanno rovinato la piazza. O forse sono stati i padroni che li pagano 25 euro a giornata. Bah, comunque trovi stranieri anche nella vendemmia».
SENZA PAGA
Quando ha preso l’ultima paga? «Autunno 2013, un mese e mezzo di vendemmia e raccolta delle olive».
Come fa a mantenere la famiglia, i suoi figli disoccupati, i nipotini? «Grazie ai genitori». Cioè grazie a lei e a sua moglie? «Non io, i miei genitori e i suoceri. Sono ancora vivi, prendono la pensione, ci aiutano con la spesa. Ormai non vale la pena nemmeno andare a rubare. Ti fai arrestare per 50 euro? Nei negozi non stanno meglio di noi, non girano più soldi».
Ha mai rubato? Saverio ti fissa sorpreso dalla domanda, capelli ricci, occhi blu profondi, guance scavate. «No, dicevo per dire». Perchè non vuole che scriva il suo vero nome? Forse è ancora utile far sapere cosa sta accadendo. «E tu lo credi ancora?», domanda l’ex carpentiere: «Guarda, a me non frega niente di te. Agli italiani non frega niente di me. C’è gente che addirittura si è sparata, gente che si è impiccata e non è cambiato niente. Anzi è peggiorato. Vuoi che interessi che io a 60 anni vivo grazie all’aiuto dei miei genitori ottantenni? Senza lavoro sono io e io da solo. Ognuno di noi è solo. La politica se ne è fregata, attenta ai suoi privilegi. Vengono qui in campagna elettorale a chiedere voti, a destra e a sinistra. Ma loro cosa ci hanno dato in cambio?».
Ha gli occhi lucidi. Si allontana verso il Duomo.
IL RAGIONIERE
Vincenzo Micucci, l’ex ragioniere della concessionaria Alfa Romeo che abita a Conversano in provincia di Bari, il suicidio l’ha visto da vicino: «Sì, avevo preparato un po’ di corde per l’impiccagione. Non poter dare una vita degna alla mia famiglia, ai miei figli, mi ha convinto a farla finita. Nella mia totale solitudine, ero certo che con la mia morte li avrei salvati, perchè loro avrebbero ricevuto la pensione. Perso il lavoro, ho perso l’identità , trattavo male mia moglie, i ragazzi. Sono riusciti a fermarmi che ero già sotto la pianta con le corde. Mi hanno spiegato dopo che al massimo avrebbero preso soltanto 400 euro al mese. Stavo facendo una pazzia che non sarebbe servita a nulla. Il consiglio agli altri è di affrontare la situazione a muso duro, di parlarne senza vergogna, senza isolarsi e sperare sempre in un futuro migliore».
Quanti anni ha lavorato nella concessionaria Alfa Romeo?
«Dal 1983 al 2011. Abbiamo chiuso per la mancanza di modelli di auto vincenti e per gli studi di settore: crollate le vendite, lo Stato pretendeva di incassare le stesse tasse». Dopo 28 anni da ragioniere, come è cambiata la sua vita?
«Come bracciante a giornata, il contratto è di 35, 38 euro al giorno. In passato ho accettato anche il nero pur di sopravvivere. Come fanno tutti. Io do ragione agli agricoltori, che hanno avuto anni difficili con cattive stagioni come quest’anno. Eravamo 14 dipendenti alla concessionaria, sette fanno ora i braccianti stagionali. I miei compagni di lavoro nei campi sono tutti italiani. Non ci sono stranieri».
E con 38 euro al giorno si vive in quattro? «Se non piove, arrivi a 900 euro al mese. Da noi è un’azienda a posto, non c’è il caporale che si tiene parte dei soldi. Ma quest’anno molte giornate sono saltate per il brutto tempo. Se va male, non superi i 400 euro. Mia figlia ha 23 anni, studia lingue all’università . Mio figlio, 30 anni, ha un contratto part-time come pizzaiolo e dà lo stipendio in casa. Altrimenti non vivremmo».
Il suo primo giorno da bracciante ha provato vergogna?
«No, ho pensato che mi stavo salvando dalla fame. Non ho provato nessuna vergogna perchè per me lavorare è fonte di salvezza», sorride il ragionier Micucci, raccontando poi che l’ultima vacanza con la famiglia l’ha fatta dieci anni fa.
E che lui a 19 anni si era già sposato, quando sua moglie di anni ne aveva 17 e l’Alfa Romeo era ancora un simbolo di successo dell’Italia industriale.
COME UN CONTE DECADUTO
Chi prova vergogna quando all’alba si alza per andare nei campi è invece Antonio V., 58 anni.
Faceva l’imprenditore vicino a Bari, come suo padre. Vendita all’ingrosso di articoli per la casa.
«Fatturato sceso a centomila euro, ventimila di guadagno. Ma gli studi di settore dicevano dovevo guadagnare il 45 per cento sul fatturato. Ho usato tutto il mio reddito di un anno per sanare il contenzioso con l’Agenzia delle entrate e ho chiuso. Basta. Adesso non trovo più nulla. Così anch’io sono finito a lavorare in campagna per 40 euro al giorno. Ho quattro figli, due studiano ancora. È dura».
Lavorare la terra non è un’attività di cui vergognarsi. «Non è bello per me, mi fa star male. Mi vergogno, non perchè la terra non sia nobile ma perchè mi sento come un conte decaduto. Lavorare in campagna dopo aver fatto l’imprenditore è deprimente. Ho avuto problemi psicologici. Studiare tanti anni e avere questa gratificazione dal lavoro porta alla depressione. E alla rabbia. Perchè si poteva intervenire prima. Ma i nostri politici non si sono tolti un euro, mentre a noi hanno tolto la dignità . Grillo dice cose giuste, solo che le grida. Se fosse più moderato, sfonderebbe. Io però la supplico: faccia in modo che la mia testimonianza non sia riconoscibile».
LA SPERANZA DELLA PSICOLOGA
Soltanto Laura Prospero, la giovane psicologa di Castellana Grotte, genitori in pensione e un fratello nell’Esercito, riesce a guardare il futuro con fiducia.
Sta finendo la scuola di specializzazione in psicoterapia a Lecce e il lavoro con albanesi, polacchi e marocchini è solo una tappa per aiutare la famiglia: «C’erano molti altri italiani con noi», conferma la dottoressa Prospero: «Una signora originaria di Avellino raccoglieva ciliegie perchè il marito, muratore, aveva perso il lavoro. Hanno anche un figlio. Lei aveva finito di lavorare a ottobre con le olive e ripreso a maggio.
Raccontava che per tutto l’inverno, senza stipendio, hanno mangiato soltanto pasta. L’unica variante a Natale e Capodanno. Hanno mangiato pasta e lenticchie».
Fabrizio Gatti
(da “L’Espresso”)
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Agosto 21st, 2014 Riccardo Fucile
I SINDACATI: “RENZI SIA CHIARO SULLA MANOVRA O SARA’ UN AUTUNNO INCANDESCENTE”
I sindacati del pubblico impiego sono pronti a dissotterrare l’ascia di guerra contro il governo Renzi. 
Le ipotesi di un intervento sulle pensioni, in particolare su quelle maturate con il sistema contributivo che sarebbero ricalcolate con il meno generoso criterio contributivo, insieme a ulteriore proroga del blocco degli stipendi dei lavoratori statali, scatenano la reazione netta delle organizzazioni sindacali che hanno già annunciato la mobilitazione.
Il rischio è che alla fine della pausa estiva inizi un autunno incandescente.
Per questo le sigle sindacali maggiori hanno chiesto al governo di smentire le voci che circolano da giorni. «Lasciate in pace i pensionati, la pazienza è finita. Ci mobiliteremo» ha scritto su Twitter la segretaria generale di Spi Cgil, Carla Cantone, dopo che già la Cgil nazionale aveva chiarito senza mezzi termini il suo punto di vista: «Un intervento sull pensioni retributive è inaccettabile».
Netto il «no» dei sindacati anche alla ipotesi di congelare le buste paga dei lavoratori del settore pubblico: «C’è da augurarsi che sia una bubbola agostana. Un nuovo blocco biennale dei salari nella P.A. Sarebbe inaccettabile», ha tuonato la Cgil.
«Attendiamo una smentita da parte del presidente Renzi e della ministra Madia», hanno aggiunto i segretari generali della Funzione pubblica di Cgil, Cisl e Uil.
Il governo ha in parte accolto l’invito con il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando, che ha sottolineato che quella previdenziale è «l’unica riforma che è già stata fatta».
«Dobbiamo fare le riforme strutturali che non abbiamo fatto — ha aggiunto — la mia opinione è che introdurre in questo ambito la discussione sulle pensioni sia estremamente negativo perchè la riforma della previdenza pubblica è stata già realizzata, non c’è bisogno di farne un’altra».
A parlare di ipotesi «premature» è stato anche Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia che però non ha chiuso la porta all’intervento prospettato qualche giorno fa dal ministro del Lavoro Poletti che aveva avanzato l’ipotesi di un nuovo prelievo a carico degli assegni previdenziali più alti.
«Non è la stessa cosa parlare di un intervento spot o di uno inserito nel più globale contesto della riforma del lavoro» ha detto Baretta. «Ciò premesso, se a certe pensioni chiederemo poi un contributo quando non riusciremo a trovare i fondi per garantire gli 80 euro ai pensionati da mille euro mensili, non mi pare uno scandalo. Diamoci un equilibrio: vogliamo le riforme, ma non vogliamo che nessuno paghi il conto?».
Sul fronte politico l’ipotesi vede la netta contrarietà di Forza Italia, con Renato Brunetta: «È una follia solo a parlarne anche perchè provoca incertezza e apprensione. Non è possibile attaccare i pensionati, che non si possono difendere, in questa maniera. Giù le mani dalle pensioni, noi lo abbiamo detto in tutti i modi».
Anche Cesare Damiano del Pd sostiene che un nuovo intervento sulle pensioni è «difficile».
«Mi rendo conto — ha aggiunto — che il ministro Poletti, avendo annunciato una iniziativa strutturale nella Legge di Stabilità a proposito di pensioni, ha bisogno di risorse e quindi questo potrebbe preludere a un intervento. Però…».
Filippo Caleri
(da “il Tempo”)
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
RICERCA CNA: RADDOPPIATI GLI OVER 40 CHE LASCIANO L’ITALIA
Sette anni in Italia dopo tredici trascorsi in Germania, e ora Silvia Amelia e famiglia hanno di nuovo le
valigie pronte, destinazione Svizzera.
Antonio, imprenditore laureato in ingegneria elettronica, trent’anni da manager, è volato in Brasile: «Gestisco investimenti immobiliari e finanziari», racconta.
Due volti tra i 620mila che, tra il 2007 e il 2013, hanno lasciato l’Italia per ricominciare. All’estero.
Sono i numeri di un esodo quelli snocciolati dalla ricerca del Centro Studi Cna dedicato alle «Nuove emigrazioni», che fotografano il fenomeno degli emigranti coi capelli grigi: negli anni della grande crisi sono praticamente raddoppiati.
Solo nel 2013 hanno lasciato il Paese oltre 125mila adulti, più o meno gli abitanti della Val d’Aosta o della città di Pescara.
Nella stragrande maggioranza, oltre 80mila, si è trattato di italiani, per il resto di immigrati che hanno abbandonato il nostro Paese in preda alla crisi.
Nel periodo 2007-13 l’incremento degli espatriati italiani con un’età tra i 40 e i 49 anni è stato pari al 79,2%.
Nella fascia tra i 50 e i 64 anni la crescita ha toccato il 51,2%.
I giovani che hanno deciso di emigrare, in percentuale, sono aumentati di meno: +44,4% quanti avevano tra i 15 e i 29 anni, +43% la fascia 30-39 anni.
In termini assoluti, continuano a essere i giovani ovviamente, a emigrare in maniera più massiccia: nel 2013 il 36,3% del totale aveva tra i 30 e i 39 anni, il 27,8% tra i 15 e i 29 anni.
Nel frattempo però è salita al 21,9% la fascia 40-49 anni e al 14% quella tra i 50-64 anni.
Il Centro studi Cna ha tracciato il profilo del migrante over 40: pur in assenza di dati statistici, si tratta soprattutto di individui appartenenti alla fasce sociali più colpite dalla crisi, ma anche imprenditori che puntano a «vendere» la propria esperienza all’estero, in mercati emergenti e non in contrazione come quello italiano
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Agosto 18th, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO STUDIA UN PROVVEDIMENTO CHE REPERIRA’ LE RISORSE PER EVITARE GLI ESODATI
La riforma del lavoro potrebbe prevedere un contributo di solidarietà sulle “pensioni d’oro”, a sostegno
dei lavoratori esodati.
L’ipotesi è allo studio, conferma il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba: «Dovremo fare un intervento legittimo (in modo che non venga bocciato dalla Consulta), ed equo: ovvero chi ha redditi da pensione particolarmente alti attraverso un contributo sostiene gli interventi a favore di coloro che non hanno nè salario nè pensione».
Non è ancora stabilito a partire da quale cifra scatterà il contributo: da ambienti vicini al ministero si apprende che «chi ha una pensione modesta, fino a 1500, 2000 euro al mese, certo non potrà essere chiamato a versare questo contributo»
«Le pensioni d’oro sono poche, la maggior parte dei pensionati prende un assegno da 800 euro bloccato da 16 anni e non ha neanche avuto il contributo di 80 euro», obietta Annamaria Furlan, segretario generale aggiunto Cisl.
E a proposito dell’articolo 18, osserva che «tutto questo discutere da parte della politica è assurdo, e con tre milioni di disoccupati e il 50% dei giovani senza lavoro è anche stucchevole. I veri problemi sono la mancanza e la precarizzazione del lavoro». «La questione non è quello di diminuire, ma semmai di estendere a tutti i lavoratori le tutele dell’articolo 18 – dice Serena Sorrentino, segretario confederale Cgil – Noi siamo favorevoli alla sperimentazione del contratto a tutele crescenti, ma sarà una vera innovazione solo se il governo lo introdurrà sostituendolo alle oltre 40 forme contrattuali esistenti».
Anche il segretario confederale della Uil Guglielmo Loy guarda con favore alla riforma: «Senza l’economia che tira ogni discussione rischia di essere velleitaria. Detto questo, noi siamo per la semplificazione, seguita però da scelte chiare: bisogna evitare l’eccesso di flessibilità . Oggi per le imprese il contratto a termine è troppo facile, troppo conveniente».
Un’osservazione condivisa da Cesare Damiano (Pd), presidente della commissione Lavoro della Camera: «Dobbiamo far sì che il contratto a tutele crescenti sia più conveniente di quello a termine, se non vogliamo che anzichè i contratti a progetto e le partite Iva fasulle divori il contratto a tempo indeterminato.Come? Rendendo strutturale una diminuzione consistente dell’Irap a favore di chi trasforma i contratti a termine in tempi indeterminati. Lo sconto ci sarà anche per il periodo di prova, ma scatterà solamente con la stabilizzazione. E dopo, stesse tutele per tutti».
Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)
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Agosto 17th, 2014 Riccardo Fucile
“FAVOREVOLE A UN INTERVENTO SULLE PENSIONI ALTE A SOSTEGNO DI CHI RISCHIA DI DIVENTARE ESODATO”
Ministro, il Nuovo centrodestra vuole togliere l’articolo 18 ai nuovi assunti. Lei che dice?
«Che se ci infiliamo nel solito braccio di ferro sull’articolo 18 non portiamo a casa nulla. E che invece c’è bisogno di un cambiamento di passo culturale che recuperi il valore positivo dell’impresa, come infrastruttura sociale indispensabile per la crescita e la creazione di lavoro. Quindi più che partire dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, cioè dai licenziamenti, sarei per partire dall’articolo 41 della Costituzione che tutela l’impresa e le sue finalità sociali e dall’articolo 46 che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione dell’azienda. Dobbiamo cioè uscire dal vecchio conflitto impresa-lavoro e ragionare su partecipazione responsabile, condivisione, cooperazione».
Quindi non può essere l’abolizione dell’articolo 18 il «segnale forte» chiesto dal presidente della Bce, Mario Draghi, al presidente del Consiglio, Matteo Renzi?
«No. Oltretutto sarebbe in contraddizione con la linea decisa dal governo. Se avessimo voluto togliere l’articolo 18 lo avremmo fatto con il decreto col quale siamo intervenuti su contratti a termine e apprendistato. Invece noi abbiamo scelto una strategia in due tappe: il decreto appunto e il disegno di legge delega nel quale affronteremo tutti gli aspetti del mercato del lavoro, riscrivendo lo statuto, come ha detto Renzi, dagli ammortizzatori alla revisione dei contratti, compresa l’introduzione del contratto di inserimento a tutele crescenti».
Quello che dovrebbe consentire il licenziamento nei primi tre anni. Ma perchè le imprese dovrebbero ricorrervi, se possono già utilizzare il «suo» contratto a termine senza causale, sempre per la durata di tre anni?
«Infatti, questo è un tema importante. Non basta introdurre il contratto a tutele crescenti, se non si rende il contratto a tempo indeterminato, e il contratto a tutele crescenti lo è, un contratto meno oneroso per l’impresa, alleggerendo il carico fiscale e contributivo».
In ogni caso si va verso un approfondimento del solco tra nuovi assunti e chi invece lavora con la garanzia dell’articolo 18.
«Sì, c’è un problema su questo versante e andrà approfondito. Favorire la convenienza dei contratti a tempo indeterminato sarebbe già una prima risposta. Credo che lavoreremo su questo».
E togliere del tutto l’articolo 18?
«Non lo chiede nessuno nella maggioranza».
Sempre Ncd chiede un emendamento alla legge delega per strutturare da subito questo nuovo contratto.
«Nel disegno di legge delega il contratto di inserimento è previsto in forma sperimentale. Credo che sia sufficiente. E anche i tempi previsti sono rapidi. I decreti di attuazione della delega arriveranno al massimo entro sei mesi».
Restiamo ai giovani. Che risultati si attende dal programma europeo Youth Guarantee?
«Siamo partiti a maggio. In quattro mesi si sono iscritti già 160 mila giovani ai quali daremo una risposta in termini di formazione, tirocinio, stage o opportunità di lavoro».
Non crede siano pochi, considerando 2 milioni di giovani che non lavorano e non studiano?
«No. Tenga conto che è la prima volta che si fa una cosa così in Italia. Piuttosto sono preoccupato perchè ancora una volta sta emergendo la difficoltà del Sud di mettere in campo iniziative adeguate alle molte iscrizioni di giovani al programma».
Ministro, la disoccupazione, non solo giovanile, è molto alta. E ci sono centinaia di migliaia di lavoratori in cassa integrazione. Se ci sarà la ripresa, una parte di questi rientrerà al lavoro, una parte sarà nel frattempo andata in pensione, un’altra parte rischia di finire esodata, senza lavoro nè pensione. Lei ha promesso un «ponte» per costoro verso la pensione. Di che si tratta?
«Questo è il tema che abbiamo in lavorazione, ma è strettamente legato alle risorse che avremo a disposizione. Stiamo elaborando opzioni diverse in vista della legge di Stabilità . Dovremo vedere in che misura distribuire il costo di questo piccolo ponte o scivolo che dir si voglia tra lavoratori, imprese e fiscalità generale».
Tra le ipotesi allo studio c’è anche il «prestito pensionistico»: il lavoratore cui manchino 2-3 anni alla pensione prende un anticipo di 6-700 euro che poi restituirà in piccole rate al raggiungimento dell’età pensionabile?
«Si tratta di un’ipotesi che aveva formulato il mio predecessore, Enrico Giovannini, e che stiamo valutando insieme ad altre».
Queste ipotesi riguardano solo i lavoratori delle aziende in crisi o potrebbero esserci interventi più generali per reintrodurre elementi di flessibilità nell’età pensionabile?
«Naturalmente partiamo dalle situazioni di emergenza e quindi dai lavoratori delle aziende in crisi. Ma stiamo valutando anche misure di flessibilizzazione, che però non mettano in discussione le attuali età di pensionamento, nel senso che chi volesse uscire uno o due anni prima verrebbe penalizzato. Anche qui bisognerà vedere che risorse avremo a disposizione».
Per intervenire a favore di chi resta senza lavoro e pensione si potrebbe creare anche a un ammortizzatore sociale universale? L’Aspi ancora non lo è, lascia fuori i lavoratori precari.
«Nella delega stiamo lavorando su un ammortizzatore universale. Ma va risolto il problema di chi lo paga. Dovrebbero farlo le imprese, anche quelle che finora non lo hanno fatto, ma poi ci vorrebbe un intervento a carico della fiscalità generale. E qui torniamo al problema delle risorse».
Ministro, lei è favorevole o contrario a un contributo di solidarietà sulle pensioni alte o al ricalcolo delle pensioni col metodo contributivo per intervenire su quelle che sono esageratamente alte rispetto ai contributi versati? Ci sono ipotesi allo studio su questo?
«Sono favorevole a interventi di questo tipo a patto che siano collegati agli interventi di cui ho parlato prima a sostegno dei lavoratori che altrimenti rischierebbero di finire esodati. Credo cioè che le risorse eventualmente recuperate con un contributo di solidarietà o con il ricalcolo contributivo dovrebbero restare nel sistema previdenziale in una logica di solidarietà per chi soffre di più. Ipotesi se ne sono fatte tante in passato. Adesso bisognerà fare delle scelte».
Ma le pensioni alte sono così poche che si raccoglierebbero briciole.
«Dipende da dove si fissa l’asticella».
Un’ultima domanda sulla prossima legge di Stabilità . Dopo il bonus a favore dei lavoratori, le imprese reclamano un taglio consistente dell’Irap. Ci sarà ?
«L’Irap va ridotta perchè oltretutto ha l’insana caratteristica di colpire le imprese a più alta intensità di lavoro. Ma anche qui non si scappa: dovremo fare i conti con le risorse disponibili».
Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 17th, 2014 Riccardo Fucile
IN ARRIVO UN CODICE CHE SOSTITUIRA’ LO STATUTO DEI LAVORATORI
A gennaio il piano Poletti per il lavoro diventerà operativo.
I tempi parlamentari dicono che la riforma del sistema dei contratti potrà andare in porto entro fine anno e, contemporaneamente, potranno essere pronti i decreti legislativi che applicano concretamente il nuovo sistema.
«Poi — rivela il sottosegretario Luigi Bobba — partirà quell’opera di riforma e semplificazione delle leggi sul lavoro, compreso lo Statuto dei lavoratori, alla quale ha recentemente accennato lo stesso Presidente del Consiglio».
Una riscrittura che in molti casi potrà ricalcare la proposta di Scelta civica (primo firmatario Pietro Ichino) presentata con due distinti disegni di legge a luglio e agosto 2013 e che va sotto il nome di Codice del lavoro.
La prima parte del piano Poletti è stata anticipata a maggio con la riforma dei contratti a tempo determinato.
L’obiettivo del governo era quello di ridurre il ricorso ai Co.co.pro. e alle false partite Iva che nascondono spesso rapporti di lavoro subordinato.
I tre anni di contratto a tempo determinato con cinque proroghe massime sembrano aver creato qualche effetto significativo a soli tre mesi dal varo: «Ci risulta — dice Bobba — che in questi novanta giorni i contratti a tempo determinato siano aumentati del 7,6 per cento mentre quelli di apprendistato si siano incrementati del 3,4». Contemporaneamente si sono registrate lievi flessioni per partite Iva e Co.co.pro
Perchè iniziare la riforma con i contratti precari? Perchè rappresentano da soli il 68 per cento dei nuovi rapporti di lavoro.
Ora però la Commissione Senato dovrà approvare la seconda gamba della riforma, quella che riguarda i contratti a tempo indeterminato e gli ammortizzatori sociali. Tutti gli articoli del disegno di legge sono già stati approvati tranne il quarto, quello che riguarda le tutele per gli assunti a tempo indeterminato.
Ma la linea del governo sembra tracciata: a dispetto degli ultimatum di Alfano, l’articolo 18, quello che tutela i dipendenti da licenziamenti arbitrari, verrà mantenuto anche se scatterà dopo tre anni dall’assunzione.
«Del resto — sottolinea Bobba — mi sembra questo il senso delle ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio: “cambiare le garanzie, non eliminarle”».
Già approvato in Commissione invece l’articolo 2, quello che istituisce un principio di tutela universale per tutti i lavoratori su malattia, pensione, disoccupazione.
Si tratta di rendere più efficace il principio dell’Aspi, il sistema di indennità per disoccupati introdotto all’ex ministro Fornero.
Una prima forma di tutela per i disoccupati ultracinquantenni è il cosiddetto «contratto di ricollocazione» proposto da Pietro Ichino , inserito nella legge di stabilità e ora in attesa del regolamento attuativo.
L’ultimo capitolo della riforma è la nascita dell’Agenzia nazionale per il lavoro che dovrebbe coordinare tutte le banche dati sugli occupati e sui pensionati, come avviene in Germania.
Un sistema che dovrebbe coordinare i servizi per il lavoro ora destinati a rinascere su base regionale dopo l’abolizione delle provincie.
Prima dell’approvazione, il piano Poletti avrà bisogno di qualche limatura.
Si tratta, ad esempio, di superare l’incongruenza del cumulo dei contratti: chi venisse assunto prima a tempo determinato (per un massimo di tre anni) e poi a tempo indeterminato (senza tutele complete per altri tre) rischierebbe di trovarsi in una situazione di relativa precarietà per sei anni.
Ma la soluzione non dovrebbe essere difficile da trovare.
«Tutto il piano potrà diventare operativo all’inizio del 2015», promette il sottosegretario Bobba.
Paolo Griseri
(da “La Repubblica”)
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Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI SI ACCODA AI PRECEDENTI, SOLO PROMESSE
Mentre riparte il carosello sull’articolo 18 la campana suona per il sempre evocato e poi dimenticato
popolo delle partite Iva.
L’ultimo rintocco è arrivato pochi giorni fa dal Mef: a giugno le nuove posizioni aperte sono state 38.111 e hanno segnato un — 3,8% rispetto allo stesso mese del 2013.
Il calo si accoda a un filotto di altri “meno”: -7% a maggio, -3 ad aprile fino al -9 di gennaio.
Il funerale è certificato dal numero di posizioni chiuse: dal 2008 a oggi si sono estinte 500mila imprese individuali, schiantate dalla crisi, costrette dalle tasse e dalla burocrazia a un lento e inesorabile suicidio sotto gli occhi di tutti.
Nel 1992 gli autonomi con partita Iva erano 7,5 milioni, oggi non arrivano a sei.
Un milione e mezzo di lavoratori allevati nel culto dell’autonomia, col refrain dell’essere imprenditori di se stessi sono finiti dunque a ingrossare i numeri della disoccupazione o alimentare le forme del lavoro parasubordinato e precario.
Molti gli appelli, della Cgia di Mestre, di Rete Imprese, Confartigianato e Confcommercio per quella che sembra la cronaca di una morte annunciata.
La categoria e le sue afflizioni, per un lungo ventennio, sono stati oggetto di alterne attenzioni della politica e del legislatore che hanno guardato al fenomeno in modo contraddittorio, indulgente a destra perchè comunque elettorato, punitivo a sinistra perchè associato all’evasione fiscale.
Uno strabismo che ha favorito la coazione a non occuparsene affatto, ad annunciare riforme e provvedimenti mai arrivati o misure inefficaci rimaste spesso sulla carta, a costellare di note il requiem delle partite Iva.
E’ appena successo, infondo, col decreto Irpef.
Matteo Renzi, incalzato a destra da Ncd e a sinistra da Sel, aveva fatto balenare la possibilità di estendere il bonus di 80 euro anche agli autonomi.
L’ipotesi è durata giusto qualche settimana, passando dal “non garantisco” a un più vago impegno a rimandare tutto al 2015, salvo coperture.
Ancora una volta una cocente delusione ben descritta dalle parole di Anna Soru, presidente dell’Acta (Associazione consulenti terziario avanzato), che rappresenta i lavoratori autonomi di seconda generazione, che non hanno un ordine professionale di riferimento, come traduttori, grafici, creativi, professionisti del web.
E di Paola Ricciardi, esponente di Iva sei partita, un’associazione di architetti e ingegneri nata nel 2011 per combattere il fenomeno delle finte partite Iva.
Anche il lessico che viene usato, talvolta, rivela dove si collochi il popolo dimenticato. A maggio si è registrata la prima fiammata di notizie sulla necessità di aggiustare i conti pubblici con una manovra correttiva. Renzi, risoluto, la nega e rilancia: “Governo esclude manovra, bonus a incapienti e partite Iva nel 2015” (Ansa, 14/05/2013).
Incapienti e Partite Iva, nella geografia politica, pari sono.
Come se i secondi non fossero categoria produttiva, e tra le più sfiduciate e mortificate nell’era infinita della crisi e della precarietà .
Sarà più clemente qualche settimana dopo, annunciando futuri sgravi fiscali “per incapienti, partite Iva e pensionati”.
LA LUNGA LISTA DI PROMESSE
Nella campagna elettorale del 2001 un energico Giulio Tremonti sosteneva di fronte agli imprenditori veneti che “Le partite Iva sono il nostro azionista di governo”, accreditano, niente meno, che il programma economico del centrodestra fosse “tarato sulla logica dei padroncini”.
E dunque alternativo alla sinistra, che coi sindacati difende solo l’occupazione nella grande impresa e i dipendenti pubblici.
Ma nel 2008, quando aveva l’occasione di dimostrarlo concretamente, anche lui ha mancato l’appuntamento.
Nelle prime bozze del suo “decreto anticrisi”, quello che prevedeva bonus una tantum per famiglie e anziani, una riga estendeva il beneficio al popolo degli ivati.
Nella versione definitiva quella riga sparì, lasciandolo ancora una volta orfano tra le priorità del governo Berlusconi.
In Sardegna la reazione fu furibonda, con gli agricoltori e gli artigiani che inscenarono un corteo con carro funebre, una bara portata a spalla da sei manifestanti con un annuncio tetro: “Per la scomparsa delle partite Iva a causa delle vessazioni dello Stato“.
Col governo dei tecnici si scoprì poi che il problema delle partite Iva non è tanto o solo l’eccesso di prelievo fiscale e di burocrazia e il difetto di diritti sociali e forme di integrazione al reddito, quanto il fenomeno delle “false partite Iva”, quelle che in realtà nascondo un rapporto di lavoro subordinato. Verissimo.
Ma l’antidoto della riforma Fornero si è rivelato tanto inefficace che ha finito, paradossalmente, per alimentare la disoccupazione.
Da una parte, e i giuslavoristi l’hanno segnalato per tempo, è mancato l’incentivo alle aziende per regolarizzare i collaboratori, dall’altra gli stessi requisiti per definire falsa una partita Iva erano troppo stringenti per rappresentare una vera minaccia per i datori: per fare causa bisognava dimostrare di lavorare per una stessa azienda da almeno otto mesi, di guadagnare meno di 18mila euro lordi (9-10mila euro netti o giù di lì) e di ricavare almeno l’80% del proprio reddito da quell’unico datore.
Per non dire dell’esclusione delle professioni soggette a ordine professionale che sono una fetta importante del popolo delle partite Iva.
I numeri certificano che la sperata “emersione” non si è verificata.
Del ricollocamento della partite Iva “per costrizione” sotto il giusto contratto non c’è traccia mentre non è ingeneroso collegare la crescita della disoccupazione, soprattutto tra i giovani, agli effetti della revisione dell’articolo 18 che la Fornero ha iniziato a smantellare, cancellando il reintegro automatico in caso di licenziamento illegittimo sostituito da un’indennità .
Esaurita la buonuscita, il lavoratore senza occupazione bussa alla stessa porta e accetta anche di fare fattura. L’ex datore si sfrega le mani e ringrazia.
TOCCA A POLETTI
I controlli svolti con pochi mezzi nel 2013 dagli Ispettorati del lavoro e dall’Inail hanno stanato 19mila contratti di collaborazione a progetto e partite Iva farlocchi.
Come svuotare il mare con un cucchiaio. Non è cambiato nulla.
L’impotenza ha indotto il popolo ivato a unirsi alla protesta nazionale che lo scorso febbraio ha avuto epicentro in Piazza del Popolo.
In testa al corteo di 30mila persone, catapultate a Roma con 400 pullman e 7mila posti in treno e 2mila in aereo, c’erano loro. Che possa ripetersi da un momento all’altro, con l’economia che affonda nella terza recessione nel giro di sei anni, lo sa anche l’attuale ministro del Lavoro.
Giuliano Poletti sta lavorando al secondo tassello del JobActs, la legge delega che inizierà la discussione il 2 settembre prossimo a Palazzo Madama per essere calendarizzata a gennaio.
E’ basata su cinque capitoli, tra cui spiccano la riforma degli ammortizzatori sociali, con una previsione di estensione dell’assegno di disoccupazione involontaria (Aspi), e la semplificazione delle procedure e degli adempimenti in materia di lavoro a carico di cittadini e imprese.
E i professionisti della fattura tornano a sperare, anche se il primo atto della riforma non ha dato loro grande prova di attenzione. Anzi, le partite Iva non c’erano proprio.
Poletti, nel frattempo, fa sapere che non si capacita proprio della persistenza dei datori nel ricorrere a rapporti di lavoro “utilizzati in modo improprio, strumentale, che mascherano in realtà rapporti di lavoro subordinato”. Una prassi “tanto più ingiustificata — dice — considerati i nuovi contratti a termine che mettono al riparo l’imprenditore dal rischio di contenziosi e garantiscono al lavoratore le stesse tutele del contratto a tempo indeterminato”.
Evidentemente neppure il primo JobsAct, che ha cancellato l’obbligo di specificare il motivo dei contratti di lavoro a termine e innalzato il loro numero a otto nell’arco di tre anni, ha sortito effetti.
Certo non sull’occupazione, meno che mai per il popolo di mezzo.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 15th, 2014 Riccardo Fucile
LO SCHEMA DEL GOVERNO E’ QUELLO DEI CONTRATTI A TUTELA CRESCENTE, MA BASTA PAGARE E SI PUO’ LICENZIARE ANCHE SENZA GIUSTA CAUSA
Il nodo da sciogliere è quello che i tecnici chiamano scalino.
Nel disegno di legge delega che il Parlamento dovrà approvare per rivedere il sistema di leggi sul lavoro, lo scalino arriva dopo tre anni dall’assunzione a tempo indeterminato di un lavoratore.
È allora e solo allora che scatta la tutela dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che vieta il licenziamento senza giusta causa.
Questo almeno nella proposta che porta il nome degli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi recepita nel disegno di legge delega presentato nel 2010 da Paolo Nerozzi, ex sindacalista della Cgil.
Quella proposta, accanto a quella presentata dal giuslavorista Pietro Icihino, è il cardine della discussione sulla revisione dello Statuto.
Un dibattito che va avanti da almeno cinque anni, contrariamente a quel che ha scritto ieri su Twitter Angelino Alfano: «Renzi è il primo leader della sinistra a dire che va riscritto l’intero Statuto dei lavoratori».
Poche ore dopo il premier lo ha corretto: «Le regole si riscrivono cambiando le garanzie, non eliminandole»
La posizione di Renzi è un indiretto riferimento alla questione dello scalino del ddl delega di Nerozzi.
Lo schema Boeri-Garibaldi è quello di un contratto di lavoro «a tutele crescenti»: più aumenta l’anzianità di servizio, più aumenta la cifra che il datore di lavoro deve pagare in caso di licenziamento senza giusta causa.
Ogni mese di lavoro il prezzo del licenziamento immotivato sale dell’equivalente della paga di cinque giorni.
Dopo tre anni, il riscatto per poter licenziare liberamente è di sei mensilità .
Che cosa accade dal quarto anno in poi? Secondo il ddl Nerozzi e secondo i due economisti che lo hanno ispirato, dal quarto anno il licenziamento senza giusta causa non è più monetizzabile, è semplicemente vietato perchè scatta la tutela dell’articolo 18.
«È singolare — dicono Boeri e Garibaldi — che dopo tre anni di lavoro, e quindi dopo aver avuto il tempo di conoscere e valutare il suo dipendente, il datore di lavoro possa licenziarlo senza giusta causa».
Secondo la proposta di Ichino invece l’articolo 18 non scatta più e l’unico deterrente all’ingiusto licenziamento è dato dal crescere della cifra che i datori di lavoro devono corrispondere ai dipendenti ingiustamente licenziati.
«Se si istituisce dopo tre anni la tutela dell’articolo 18 — dice Ichino, e la pensano così anche Ncd e Forza Italia — si crea uno scalino che la parte più debole della forza lavoro rischia di non superare».
In sostanza le aziende sarebbero tentate di licenziare i dipendenti alla fine del terzo anno per non correre il rischio di non poterli più licenziare dal quarto, quando arriva lo scalino, la tutela dell’articolo 18.
Ecco perchè, contrariamente a quel che dice Renzi, sarebbe preferibile, secondo Ichino, eliminare la tutela dell’articolo 18 invece di cambiarla.
La discussione potrebbe riprendere il 2 settembre alla Commissione Lavoro del Senato, presieduta da Maurizio Sacconi, vero ispiratore della campagna di Alfano.
Paolo Griseri
(da “La Repubblica“)
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