Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile
CALANO GLI IMMIGRATI, AUMENTANO LE PERSONE CHE EMIGRANO: METE PREFERITE GERMANIA E SVIZZERA
Sempre più italiani dicono addio al Belpaese, ormai tale solo di nome ma non di fatto: 68 mila gli espatriati nel 2012, oltre un terzo in più (il 35,8% per l’esattezza) rispetto al 2011 e comunque il numero più alto degli ultimi dieci anni.
Mentre calano i rientri dall’estero e scende pure il numero degli immigrati (-9,1%). Dunque, tra emigrazioni e contrazione degli ingressi (pari a 2 mila unità , 6,4% in meno del 2011) il saldo migratorio è negativo per gli italiani pari a 39 mila unità , più che raddoppiato se confrontato con quello del 2011, anno nel quale il saldo risultò pari a -19 mila.
Si tratta comunque del valore più basso dal 2007.
Questo racconta, impietoso e significativo, il report dell’Istat sulle «Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente» relativo al 2012. Che sia fuga dal precariato, da un contesto di crisi o da una burocrazia vissuta come opprimente, il dato di fatto è che le forze produttive si contraggono in modo sensibile. Forze spesso qualificate
Difficile infatti pensare a un paese che cresce, quando tra gli italiani con almeno 25 anni si registra la fuga all’estero di 32 mila residenti, di cui quasi un terzo ovvero 9 mila in possesso di laurea, mentre sono 12 mila i diplomati e 11 mila quelli con un titolo fino alla licenza media.
I laureati partono soprattutto alla volta dell’Europa (scelta da almeno 6.700 di loro), poi ci si sposta oltreoceano verso Stati Uniti (1.100 trasferimenti) o Brasile (700).
Restando nella Ue invece la maggiore capacità di attrazione si conferma quella della Germania locomotiva d’Europa, che richiama 1.900 laureati, seguono Gran Bretagna (1.800), Svizzera (1.700) e la pur vicina Francia, dove nel 2012 si sono trasferiti ‘solo’ in 1.300
In generale, per gli italiani i principali Paesi di destinazione sono appunto Germania (oltre 10 mila emigrati), Svizzera (8 mila), Regno Unito (7 mila) e Francia (7 mila) che dunque insieme accolgono quasi la metà degli espatriati.
I connazionali che decidono di tornare in Italia sono in numero molto inferiore a quello degli emigranti: nel 2012 i rientri sono 4 mila dalla Germania, 3 mila dalla Svizzera e circa 2 mila dal Regno Unito e dalla Francia.
MENO STRANIERI
Ma l’Italia non perde solo chi qui è nato.
Qualunque giudizio se ne voglia dare, colpiscono i 351 mila nuovi residenti immigrati, 35 mila in meno rispetto al 2011 con un calo del 9,1%. Un dato che porta al 7,4% la quota di stranieri sulla popolazione residente al 31 dicembre 2012.
Cambia anche la geografia delle comunità maggiormente presenti sul nostro territorio: l’Italia attrae ora molti meno flussi dall’Est Europa (in particolare moldavi, 41% di iscrizioni di residenza e ucraini, -36%) e dal Sud America (con un 35% e un 27% rispettivamente di peruviani ed ecuadoriani).
Al contrario crescono seppure di poco gli ingressi dall’Africa, + 1,2%, soprattutto da Nigeria Mali e Costa d’Avorio, flagellate da diversi conflitti che spingono sempre più alla fuga verso l’Europa.
La comunità più rappresentata nel 2012 è comunque quella rumena, con 82 mila ingressi, seguita dai 20 mila ingressi di cittadini cinesi e marocchini (sempre 20 mila), quindi dai 14 mila degli albanesi.
Ci sono poi gli stranieri che lasciano il Belpaese, e questi sono in crescita addirittura del 18%. Ma sono appunto le migrazioni degli italiani stessi a fare la differenza nella costruzione del saldo migratorio di 245 mila unità del 2012, inferiore a quello 2011 di quasi un quinto (19,4%).
I FLUSSI INTERNI
L’Istat analizza anche gli spostamenti interni dei confini nazionali, che interessano sia italiani sia stranieri anche se in proporzioni molto diverse.
I cambi di residenza tra un comune e l’altro coinvolgono infatti oltre un milione e mezzo di persone, in crescita del 15% sul 2011, con effetti piuttosto evidenti di ridistribuzione nei diversi territori.
Gli spostamenti di breve e medio raggio (intraprovinciali e intraregionali) rappresentano, come sempre, la tipologia di trasferimento principale (75,5% dei trasferimenti interni). Dai 18 ai 50 anni, nel pieno dell’età lavorativa, il flusso assoluto dei trasferimenti è intenso: sono 801 mila gli italiani che si spostano contro i 199 mila stranieri.
In termini percentuali, tuttavia, tali spostamenti risultano più frequenti per gli stranieri (71,3%) piuttosto che per gli italiani (62,8%).
A. Com.
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 24th, 2014 Riccardo Fucile
IL REPORT DELL’UNIONE EUROPEA
Il 12% degli occu pati non rie sce ad arri vare a fine mese in Ita lia.
Lo sostiene lo stu dio della com mis sione Ue sull’occupazione «Employ ment and Social Deve lo p ments in Europe Review» pre sen tato a Bru xel les.
Solo Roma nia e Gre cia fanno peg gio con oltre il 14%.
Que sto signi fica che sui 22 milioni e 292 mila occu pati regi strati dall’Istat a novem bre 2013, le per sone a cui non basta lo sti pen dio per vivere sono almeno 2 milioni e 640 mila.
Sono i cosid detti «lavo ra tori poveri» che cre scono insieme ai disoc cu pati, 3 milioni e 254 mila, in aumento dell’1,8% rispetto ad otto bre (+57 mila).
Il tasso di disoc cu pa zione gene rale a novem bre si è atte stato al 12,7%, con un aumento di 0,2 punti per cen tuali su otto bre e di 1,4 punti su anno.
Insieme alla disoc cu pa zione gio va nile, giunta al 41,7%, è un record dall’inizio delle serie sto ri che nel 1977.
Secondo l’Istat in sei anni, tra novem bre 2007 e novem bre 2013 in Ita lia gli occu pati sono dimi nuiti di 1,1 milioni di unità men tre i disoc cu pati sono più che rad dop piati pas sando da 1.529.000 a 3.254.000 (1,725 milioni in più).
A com ple tare il qua dro, lo stu dio Ue ha aggiunto un altro tas sello.
Per chi ha perso il lavoro in que sto primo ciclo quin quen nale della crisi, le pos si bi lità di tro varne un altro sono tra il 14% e il 15%, le più basse di tutti i 28 Stati membri.
«In Ita lia non cre sce solo la disoc cu pa zione ma anche la povertà » ha com men tato il com mis sa rio Ue al lavoro Lazlo Andor.
Sem pre secondo l’istituto nazio nale di sta ti stica, nel 2012 le per sone in povertà rela tiva erano il 15,8% della popo la zione (9 milioni 563 mila), quelle in povertà asso luta l’8% (4 milioni 814 mila).
Nel nostro paese la sof fe renza occu pa zio nale, la disoc cu pa zione e il feno meno della pau pe riz za zione riguar dano com ples si va mente più di 15 milioni di per sone.
Una cifra spa ven tosa che tut ta via cor ri sponde a quella euro pea sul rischio poverta. Secondo Bru xel les, infatti, le per sone a rischio poverta ed esclu sione sociale sono un quarto dei cit ta dini euro pei.
Una per cen tuale più alta della disoc cu pa zione per chè riguarda anche chi lavora e ha un red dito basso.
Que sti sono alcuni degli effetti della reces sione ini ziata nel 2008.
Lo stu dio della com mis sione li descrive come una «dou ble dip reces sion» o «reces sione a forma di W», una let tera che riprende gra fi ca mente l’andamento del pro dotto interno lordo e degli inve sti menti dal 2008 al 2013.
Que sta espres sione è stata ini zial mente usata per l’economia degli Stati Uniti e oggi viene adot tata anche per l’Unione Euro pea.
La com mis sione distin gue tre periodi nella reces sione: il primo «tuffo» («dip») cor ri sponde al bien nio 2008—2010 quando il numero dei disoc cu pati in Ita lia, Gre cia, Spa gna, Irlanda, Por to gallo (i «Piigs»), ma anche in Croa zia e a Cipro si è dete rio rata.
Tra il primo tri me stre del 2010 e la metà del 2011 il tasso di disoc cu pa zione è rima sto abba stanza sta bile, men tre è aumen tato l’indicatore della carenza di mano do pera, cioè la con di zione eco no mica nella quale i lavo ra tori qua li fi cati sono insuf fi cienti per rispon dere alla richie sta di occu pa zione ad ogni costo.
Il terzo periodo, che dura dalla metà del 2011, ha regi strato un aumento ver ti gi noso della disoc cu pa zione che ha rag giunto, nel set tem bre 2013, la quota di 19,4 milioni.
Anche dal punto di vista occu pa zio nale si con ferma dun que la netta sepa ra zione tra i paesi del Sud e quelli del Nord Europa.
Nel quin quen nio della reces sione, i posti di lavoro a tempo inde ter mi nato sono dimi nuiti per quat tro anni con se cu tivi: 8,3 milioni (-4,6%) dall’ultimo tri me stre del 2008. Nello stesso periodo è stata regi strata una forte cre scita dei part-time e dei lavori pre cari: 2,5 milioni in più dall’ultimo tri me stre del 2008 (+6,4%).
Il record è dete nuto dall’Olanda con il 49,2%, seguito dal Regno Unito, dalla Ger ma nia, dalla Sve zia e dall’Austria.
L’Italia regi stra un aumento di poco infe riore a 1,5 milioni di part-time.
In que sti casi la spe ranza di tro vare un lavoro fisso è crol lato tra il 2008 e il 2012 in 24 stati mem bri, men tre è cre sciuto in Lus sem burgo, Ger ma nia e in Olanda. Dani marca, Cipro e Slo ve nia.
In que ste con di zioni cre sce il tasso degli «sco rag giati», cioè di coloro che pur potendo lavo rare non cer cano un lavoro, e dei «Neet», in par ti co lare gio vani e donne: —3,7% della popo la zione euro pea.
Aumenta invece il tasso di atti vità tra i più anziani: +5 dal 2007 al 2012.
Roberto Ciccarelli
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 24th, 2014 Riccardo Fucile
NONOSTANTE LA CRISI IN GERMANIA I DISOCCUPATI SONO SCESI DA CINQUE MILIONI A MENO DI TRE
Nove tedeschi su dieci sono soddisfatti del lavoro che fanno.
Un dato incredibile, emerso da uno studio della fondazione Bertelsmann anticipato dal quotidiano Welt, che rivela anche molti dettagli interessanti sullo sviluppo del mercato del lavoro negli ultimi dieci anni, considerati un decennio di vero e proprio “miracolo” dell’occupazione in Germania.
Il boom che ha fatto precipitare, nonostante la crisi, i disoccupati da cinque milioni a meno di tre, è dovuto all’incremento esponenziale dei lavori flessibili. Facile, fare miracoli con i precari, si potrebbe obiettare. Ma dando uno sguardo più approfondito ai dati, si evince che il “modello Germania” regge.
Se è vero che nel 2003 i lavoratori flessibili rappresentavano un quinto della forza lavoro (19%), ora un lavoratore su quattro ha un impiego a tempo (24%).
Ma i “precari” non minacciano gli “stabili”, che sono addirittura aumentati dal 39 al 41 per cento. Il motivo è semplice: aumenta la richiesta di lavori specializzati, mentre il calo demografico sta frenando l’offerta. In altre parole, in settori come l’industria la sete di operai e lavoratori iperqualificati è grande e la tendenza a stabilizzarli, anche.
E la progressiva flessibilizzazione non scoraggia chi si affaccia al mondo del lavoro: sono calati anche gli inattivi, quelli che neanche cercano un’occupazione: dal 24% sono scesi al 19%.
Nè ha influito sul mood dei tedeschi, apparentemente felici della loro occupazione, nel 90 per cento dei casi.
Certo, nel terziario, rileva lo studio, stanno aumentando le pressioni perchè gli orari degli impiegati siano più flessibili, perchè si mostrino anche più spesso reperibili e si è registrata anche un’impennata di persone che devono lavorare anche nei weekend. Ma anche questo non sembra mettere i tedeschi particolarmente di malumore.
Tonia Mastrobuoni
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile
POLIZIOTTI IN PRIMA FILA: FORZIAMO IL BLOCCO DEI CONTRATTI
«Loro sì e noi no»: trovata una soluzione per uscire dal pasticcio sulla scuola, il governo Letta rischia di
dover fare i conti con lo scontento di tutto il settore pubblico, comparto sicurezza in primis.
La legge di Stabilità ha infatti esteso fino al 2014 il blocco dei contratti del pubblico impiego già in atto per il 2010-2012, prevedendo anche un taglio del 10 per cento sulla spesa degli straordinari.
Al blocco non è sfuggito il settore della scuola, molto sensibile alla questione «scatto» perchè — visto l’impossibilità per la gran parte degli insegnanti di ottenere progressioni in carriera — l’anzianità resta unica possibilità praticabile per ottenere un aumento dello stipendio.
E di fatto tale automatismo scomparso nel pubblico impiego fin dai tempi di Tremonti e Brunetta — è stato mantenuto in vita solo per la scuola e la sicurezza, comparto cui è riconosciuta una specificità per via degli impegni richiesti (polizia o corpo militare, per esempio, non possono interrompere il servizio di sicurezza per il blocco degli straordinari)
Nella scuola, per mantenere lo scatto, si era ricorso ad una copertura «pescando» il necessario dalle risorse recuperate dal contenimento degli organici integrate con fondi destinati agli istituti.
Strada messa in pericolo appunto da quel «pasticcio» che ora sembrerebbe scongiurato, ma la soluzione trovata lascia comunque l’amaro in bocca agli esclusi.
Ben attenti a non scatenare quella che per primi definiscono «una guerra fra poveri», i sindacati si limitano a condannare la legge di Stabilità — «Il blocco delle retribuzioni è insostenibile» denuncia Michele Gentile, responsabile della funzione pubblica per la Cgil — ma le sigle della sicurezza sono molto più polemiche.
«Sono contento per gli insegnati, ma sono arrabbiatissimo per noi e considero quello della scuola un risultato apripista» commenta Felice Romano, segretario generale del Siulp (sindacato unico di polizia).
«La funzione specifica che ci è stata riconosciuta è del tutto disattesa. Anche noi abbiamo subito il blocco degli scatti, nel biennio 2011- 2012 siamo riusciti a recuperarli in parte grazie ad uno stanziamento del governo e usando fondi destinati alla riforma delle carriere. Ora c’è l’impegno del ministro Alfano a liberare 100 milioni previsti nella legge di Stabilità e mi auguro che il governo mantenga le promesse, ma la realtà è che un agente che ottiene un avanzamento raddoppia le responsabilità , ma percepisce il vecchio stipendio. E’ scandaloso perchè le risorse ci sarebbero: basterebbe tagliare gli sprechi, a partire dalle auto blu ridotte nei fatti solo per la Presidenza del Consiglio».
Sulla stessa linea Daniele Tissone, segretario generale Silp-Cgil: «La vicenda scuola apre dei problemi per tutti i lavoratori della polizia e delle forze armate che hanno subito i blocchi introdotti dal governo Berlusconi. Ci aspettiamo delle risposte analoghe da parte del governo».
Rivendicazioni destinate a trovare sponda in Parlamento: «Se per pagare gli scatti agli insegnanti non si utilizzeranno risorse proprie del ministero dell’Istruzione si aprirà un caso di sperequazione — commenta il generale Domenico Rossi, ex presidente del Cocer, oggi deputato dei «gruppi per l’Italia » (scissi da Scelta Civica) — altrimenti si tratterà di autocompensazioni ».
Soldi che dovevano servire per riformare la scuola e la sicurezza utilizzati per la loro sopravvivenza.
Luisa Grion
(da “La Repubblica”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PROTESTA DEGLI OPERAI DISPERATI DOPO LE PRIME LETTERE DI LICENZIAMENTO PER L’INDOTTO: “ALTRO CHE CONQUISTA DEGLI USA, MARCHIONNE CI CACCIA A CALCI IN CULO”
Sono operai disperati, traditi e soli. 
Con loro davanti ai cancelli della fabbrica non c’è nessuno. Deputati regionali, senatori e parlamentari di Roma, quelli che a ogni elezione, puntualmente, bussano alle porte delle loro case per chiedere voti, quelli che nei salottini delle tv sicule, la bocca a culo di gallina e lo sguardo perso nel vuoto, discettano di Mediterraneo e sviluppo, non si vedono.
La Fiat chiude, arrivano le prime lettere di licenziamento, a Termini Imerese esplode la rabbia.
“Qui ci giochiamo tutto, migliaia di famiglie rischiano di perdere anche quei quattro soldi della cassa integrazione, la miseria bussa alle case della gente e non si vedono prospettive”.
Roberto Mastrosimone, operaio e segretario della Fiom ha convinto gli altri sindacati e i suoi compagni a fare un presidio davanti ai cancelli. La gente è stanca, sfiduciata, arrabbiata, impaurita.
“Dopo quattro anni di tavoli interministeriali non abbiamo un imprenditore che voglia investire a Termini, a giugno scade la cassa integrazione in deroga, ma se ad aprile non c’è una soluzione la Fiat può licenziarci tutti. E allora bisogna lottare, anche occupare la fabbrica se serve, e chi non ci sta non scassi la minchia e lo dica”, urla al microfono.
Una voce che si perde nel mare della crisi italiana
Nella testa degli operai, delle loro famiglie, di chi in Fiat era entrato da poco e oggi è giovane, e di quelli che sono invecchiati dentro la fabbrica, frullano gli interrogativi: quanto contiamo, chi è disposto a investire qui, in questo nucleo industriale in riva al mare?
Finora i quattro imprenditori proposti dalla short-list compilata da Invitalia, la società governativa per “attrarre investimenti”, si sono rivelati un’enorme bufala.
Due di loro sono finiti in manette, un terzo è fallito, Dr Motors di Massimo Di Risio, l’imprenditore molisano assemblatore di fuoristrada made in China, non si è più visto. L’unico dato certo sono le 170 lettere di licenziamento arrivate agli operai di due ditte dell’indotto, ma è solo il preludio di una tempesta che rischia di travolgere Termini e la Sicilia.
La chiusura della fabbrica si è già mangiata lo 0,46% del Pil siciliano, qualcosa come 825 milioni tra produzioni Fiat e indotto, con 3500 posti di lavoro a rischio.
Il resto dell’agglomerato industriale di Termini Imerese è un cimitero.
Ferma la produzione il capannone che trasformava agrumi (63 posti), il cantiere navale (18 licenziati, 98 in mobilità ), sbarrano la porta i supermercati (una ventina di lavoratori a casa), fallisce l’illusione della piccolo Hollywood della Trinacria, la fiction di Agrodolce, che aveva promesso miracoli e posti di lavoro è finita con 200 tecnici e 60 tra attori e comparse a spasso.
“Colpi durissimi per la città ”. Salvatore Burrafato, Totò, è il sindaco di Termini Imerese, è davanti alla fabbrica anche lui, unico politico lasciato solo di fronte alla disperazione.
Lo contestano. “È una diga che non riusciamo più a tenere — ci dice — non so più che risposte dare alla gente che viene da me per chiedere aiuto. Abbiamo tagliato tutto, le spese superflue del Comune (anche il suo stipendio, abbassato a 532 euro al mese, ¼ di quanto previsto dalla legge per una città di 27 mila abitanti, ndr), le consulenze, ma non basta, è poco. Quando centinaia di famiglie non avranno più alcun sostegno economico succederà di tutto”.
In città aumentano le sale scommesse, i “Compro oro” promettono buoni affari, i negozi chiudono.
È il Sud che esplode, “La Fiat ci ha traditi”, dice con amarezza il sindaco.
Ed è vero. Tutto qui per anni è stato organizzato in funzione della Grande Fabbrica, anche il destino delle generazioni future.
Questo hanno voluto le classi politiche degli anni Settanta e Ottanta del secolo passato, quelli che i posti di lavoro li vendevano in cambio di voti, con gli intellettuali, i mille paglietta da panchina, persi a discettare sulle grandezze di Imera e sulla malvagia Cartagine.
La realtà è l’operaio di 57 anni che ci parla con le lacrime agli occhi.
“Quando sono entrato qui avevo 23 anni, ho lavorato sempre in catena di montaggio, ho cresciuto i figli e ringrazio il signor Agnelli, ma oggi, dopo una vita, il signor Marchionne mi caccia a calci in culo. Sono troppo vecchio per lavorare e troppo giovane per una pensione di merda”.
“Io ne ho 40 di anni — ci racconta un altro — da dieci lavoro qui, voglio darmi da fare, volevo fare un corso specializzato per computer, ma devo andare a Trapani…”. Centinaia di chilometri per imparare un nuovo mestiere nella Regione dello scandalo della formazione professionale, dei corsi per barman ed estetista, delle mogli dei boss politici finite in manette perchè lucravano sui soldi pubblici.
Cinque ministri (Scajola, Berlusconi, Romani, Passera, Zanonato) hanno messo le mani sul cadavere della Fiat di Termini: soluzioni zero.
Ma la beffa più grande sono i finanziamenti. “Per far ripartire lo stabilimento — ci spiega Roberto Mastro-simone — sono pronti 450 milioni, 300 per l’accordo di programma per la reindustrializzazione, 150 per la riqualificazione infrastrutturale. Soldi che fanno gola, ma solo a gente che vuole speculare”.
Gli operai si sentono sconfitti. “Siamo soli, chi se ne fotte di quattro morti di fame come noi. Sono tutti ad applaudire Marchionne che conquista l’America. Eppure la vedi la fabbrica, è pulita, in ordine, spendono centinaia di migliaia di euro per la manutenzione degli impianti. Se domani ci fanno entrare al lavoro possiamo ricominciare”.
Enrico Fierro
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
RESTA IL NODO DELL’ART 18 E UN PERCORSO TUTTO DA COSTRUIRE
Più dettagliato e decisionista nella parte sulle semplificazioni burocratiche. 
Sommario sul capitolo dei piani di settore per creare occupazione.
Cauto sulle nuove regole del mercato del lavoro.
Le tre parti di quello che sarà il Jobs Act, il documento che la direzione del Pd approverà il 16 gennaio e che entro un mese diventerà un piano tecnico e successivamente un insieme di proposte di legge, sono per ora solo accennate.
Offerte alla discussione, comprese le «polemiche» e le «resistenze» che lo stesso segretario Matteo Renzi non si nasconde ci saranno
E questo nonostante la bozza diffusa ieri sera stia per esempio ben attenta a non citare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che regola i licenziamenti individuali.
La norma non viene tirata direttamente in ballo, ma si conferma che il Pd vuole attivare un «processo verso un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti».
Un percorso tutto da costruire, ma il cui approdo sarebbe un contratto che in una prima fase (da uno a tre anni, secondo alcune ipotesi) lascia alle aziende una libertà sostanziale di licenziamento, una sorta di periodo di prova allungato.
Il tutto bilanciato da uno sfoltimento della giungla contrattuale, limitando quindi le forme flessibili, e dalla previsione di un «assegno universale per chi perde il posto di lavoro» esteso anche a chi «oggi non ne avrebbe diritto», con l’obbligo però di seguire un corso di formazione professionale.
La prima idea, quella del contratto a tutele progressive potrebbe incontrare il favore delle imprese e anche del centrodestra quanto più la libertà di licenziamento fosse ampia, ma in questo caso si scontrerebbe con l’opposizione della Cgil e della sinistra dello stesso Pd.
Renzi dovrà quindi trovare un difficile equilibrio, se davvero vuole portare la proposta in Parlamento.
La seconda idea, quella della riduzione dei contratti flessibili e dell’istituzione di un sussidio universale di disoccupazione si scontra invece con due ostacoli: le imprese che non vogliono rinunciare alla flessibilità e le risorse finanziarie necessarie a coprire l’erogazione del sussidio (quanto durerebbe? chi lo pagherebbe, le piccole aziende o la fiscalità generale?).
Non piacerà alle imprese, e neppure a una parte del sindacato, la proposta di una legge sulla rappresentatività sindacale e sulla presenza di rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle grandi aziende
Proprio perchè «polemiche e resistenze» saranno forti, Renzi sa che il dibattito e le fasi successive vanno chiusi rapidamente.
E così indica l’obiettivo di un «codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti» in materia di lavoro da presentare «entro otto mesi».
Del resto, che sia urgente intervenire è confermato dai dati diffusi ieri dall’Istat, che segnalano il record della disoccupazione dal 1977, con 3 milioni e 254mila persone in cerca di lavoro.
La lunga crisi ha fatto perdere dal 2008 a oggi circa un milione e duecentomila occupati, facendo scendere ancora di più l’Italia nella classifica internazionale del tasso di occupazione. Nella fascia d’età fra i 20 e i 64 anni lavora meno del 60% della popolazione.
In Germania circa il 77%, la media europea è di quasi il 70%.
Ma Renzi, sa che «non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori». Chi governa, però, può creare le condizioni favorevoli. In questo senso il leader del Pd prospetta una «visione per i prossimi anni» e «piccoli interventi per i prossimi mesi».
La «visione» è tutta nel senso di cogliere le opportunità della globalizzazione valorizzando le potenzialità dell’Italia, grande economia di trasformazione e Paese che può essere molto attrattivo sia di investimenti che di turisti. Gli «interventi» sono tutti da verificare.
Quelli sulla burocrazia sono i più dettagliati e vi si riconosce il piglio decisionista del sindaco Renzi.
Per esempio, quando dice che le procedure in materia di spesa pubblica e beni demaniali vanno semplificate «sul modello che vale oggi per gli interventi militari», eliminando tra l’altro anche il potere dei Tar di sospendere gli atti. Resistenze arriveranno sicuramente sulle proposte di togliere l’obbligo per le imprese di iscriversi alle Camere di commercio e di cancellare i contratti a tempo indeterminato per i dirigenti pubblici.
Delicate le misure prospettate in campo fiscale, a partire dall’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie per coprire un taglio del 10% dell’Irap sulle aziende.
Scarse le informazioni sulle misure direttamente orientate alla creazione di posti di lavoro.
Per ora si indicano sette «piani industriali» in altrettanti settori dell’economia, dal made in Italy al Nuovo Welfare.
Un ritorno alla politica industriale o alla programmazione?
Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera“)
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
“UN PROBLEMA ANCHE DI COSTI, PREVEDE MOLTI INVESTIMENTI”
Il Jobs Act di Renzi, a poche ore dalla sua pubblicazione, incassa la diffidenza del governo Letta.
E’ il ministro del Lavoro Enrico Giovannini il primo dell’esecutivo a prendere posizione sul “nuovo codice del lavoro” proposto dal segretario Pd: “La proposta di Renzi sulla natura dei contratti e le tutele ad essi collegati non è nuova, ma va dettagliata meglio. E molte delle proposte presentate dal segretario Pd in questa lista prevedono investimenti consistenti” ha aggiunto Giovannini.
Che prosegue spiegando come “noi adesso abbiamo ogni trimestre circa 400 mila assunzioni a tempo indeterminato e circa 1 milione e 600mila a tempo determinato. Allora riuscire a trasformare contratti precari in contratti di più lunga durata è un obiettivo assolutamente condivisibile, che però in un momento di grande incertezza come questo molte imprese siano disponibili ad andare in questa direzione è un fatto fa verificare“.
“Nel passato — conclude il ministro in un intervento a Radio 1 — vi sono state due proposte contrapposte: una dei professori Boeri e Garibaldi nella quale l’azienda può più facilmente interrompere un rapporto di lavoro al’inizio attraverso un indennizzo monetario, per poi invece, con il passare degli anni lavorati, tornare per il lavoratore a una situazione standard, quella protetta dall’articolo 18; una proposta invece del professore Ichino in cui l’articolo 18 entra in campo solo dopo molti anni. Quindi bisogna capire di cosa si sta parlando“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 8th, 2014 Riccardo Fucile
CONTRATTO A TUTELA CRESCENTI E ASSEGNO UNIVERSALE PER CHI PERDE IL LAVORO… LAVORATORI NEL CDA DELLE AZIENDE: LA DESTRA SOCIALE LO DICE DA ANNI, SE N’E’ ACCORTO ANCHE LUI
Solo uno schema, per il momento. Una bozza che mette però nero su bianco per la prima volta quanto filtrato
in queste settimane.
Arrivano a tarda serata, attraverso la newsletter del sindaco di Firenze, i primi elementi del Jobs Act, il grande piano sul lavoro che ha in cantiere Matteo Renzi. All’interno c’è, soprattutto, l’impianto delle nuove regole che costituiranno lo scheletro dellla riforma, con “un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti” e un “Assegno universale per chi perde il posto di lavoro”.
L’obiettivo, spiega il segretario, è la “riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che hanno prodotto uno spezzatino insostenibile”.
Il tutto accompagnato da un nuovo codice del lavoro da presentare “entro otto mesi”.
C’è un po’ di tutto nei tre maxi capitoli individuati dal sindaco.
Nella Parte A (Sistema) si sollecita, tra le altre cose, una riduzione “del 10%” del costo dell’Energia per le aziende e uno spostamento della tassazione dal lavoro alle rendite. Il target, in questo senso, è una riduzione del 10%, dell’Irap: “Chi produce lavoro – spiega il sindaco – paga di meno, chi si muove in ambito finanziario paga di più, consentendo una riduzione del 10% dell’IRAP per le aziende”.
Altra novità anticipata dal sindaco, “l’eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico. Un dipendente pubblico è a tempo indeterminato se vince concorso. Un dirigente no. Stop allo strapotere delle burocrazie ministeriali”. Un attacco che arriva con un tempismo perfetto, nei giorni del pasticcio tra Miur e Mef sui 150 euro chiesti indietro agli insegnanti.
Ma è proprio l’ultimo capitolo, quello sulle regole, su cui sono puntati i fari aspettando il 16 gennaio, quando il testo definitivo sarà presentato in Direzione nazionale.
Si parte dalla semplificazione delle norme, con la “Presentazione entro otto mesi di un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero”e si passa alla riduzione delle forme contrattuali caratterizzata, ed è questo uno dei capitoli più attesi, dal nuovo contratto di inserimento a tutele crescenti.
La strada è quella già tracciata – a parole – della Flexsecurity scandinava, con l’introduzione di una nuova forma contrattuale più “snella” per i datori di lavoro destinata però a crescere – in termini di garanzie per i lavoratori – mano a mano che il rapporto di lavoro prosegue.
Altra novità , ampiamente anticipata e cavallo di battaglia del responsabile economico della segreteria Filippo Taddei, la creazione di un assegno universale di disoccupazione, esteso anche alla fetta di lavoratori – prevalentemente precari – che oggi ne sono esclusi. Indennità però vincolata, sulla sorta del modello nordico, all’ “obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro”.
Il sindaco rilancia quindi una legge sulla rappresentatività sindacale con la “presenza dei rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori nei CDA delle grandi aziende”. Uno scenario caro da sempre ai sindacati, in particolare alla Cgil, e che il mese scorso ha visto anche una prima apertura da parte del presidente del Consiglio Letta, che aveva auspicato questa strada per Poste Italiane.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: Lavoro, Renzi | Commenta »
Gennaio 5th, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO LA CGIA DI MESTRE AZIENDE SOGGETTE A TASSE TRA IL 53% E IL 63% CON UN AGGRAVIO TRA 270 E 1.000 EURO NEL 2013 PER IMPRESE SOTTO I DIECI ADDETTI
L’inasprimento del Fisco ha “colpito” il 95% delle aziende presenti in Italia, portando la pressione fiscale su queste imprese a oscillare tra il 53 e il 63%, a un livello mai raggiunto in passato.
Lo rileva la Cgia di Mestre, che tira la volata all’ennesimo grido d’allarme di Confindustria: “Le imprese italiane hanno il primato negativo del prelievo più alto del Fisco tra i Paesi avanzati”.
Per le microimprese, spiega l’Associazione veneta, si è appena concluso un anno caratterizzato dall’ennesimo aumento delle tasse.
Rispetto al 2012, le attività fino ai 10 addetti hanno subito un aggravio che va dai 270 ai 1.000 euro.
Importi non particolarmente pesanti, che tuttavia si sono aggiunti ad un carico fiscale complessivo che per le attività di questa dimensione si attesta, secondo gli Artigiani di Mestre, attorno a un dato medio che oscilla tra il 53 e il 63%.
A questo quadro fanno eco i dati di viale dell’Astronomia.
Secondo il Centro studi di Confindustria, nel 2012 il complesso delle imposte pagate dalle imprese italiane è il 16esimo più elevato al mondo, pari al 65,8% degli utili, e soprattutto è il più elevato tra i più importanti Paesi avanzati, seguito dalla Francia (64,7%) e dalla Spagna (58,6%) e a distanza dalla Germania (49,4%).
Si tratta del cosiddetto total tax rate quantificato dalla Banca mondiale, l’ammontare complessivo delle imposte pagate da imprese aventi caratteristiche standard.
Nel calcolo sono incluse le imposte, locali e statali, su profitti, immobili, autoveicoli e carburanti, tenendo conto di deduzioni e detrazioni e i diversi contributi sociali versati; mentre sono escluse le imposte sui consumi e quelle raccolte per conto delle autorità fiscali in qualità di sostituto d’imposta.
Ma gli industriali non puntano il dito solo contro la pressione fiscale.
A complicare la vita degli imprenditori c’è anche l’elevato numero dei pagamenti che un’impresa-tipo in Italia deve effettuare in un anno per assolvere agli obblighi fiscali e contributivi: 15, il più elevato tra i principali Paesi avanzati. “Per preparare i documenti necessari ed eseguire materialmente i pagamenti delle imposte sul reddito d’impresa, dei contributi sociali e dell’Iva”, spiegano dal Centro studi, “occorrono 269 ore l’anno”, più del doppio del tempo richiesto nel Regno Unito (110), in Francia (132) e inferiore solo a quello necessario in Giappone (330) e Portogallo (275).
“In Italia – aggiunge il Csc – non sono soltanto l’evasione e l’alta tassazione a frenare la competitività ” ma “queste si associano a un’accentuata incertezza normativa che rende difficile assolvere gli obblighi fiscali e contributivi”.
La complessità normativa – ricorda Confindustria – è riconducibile all’eccessivo numero di regole che spesso sono confuse e contraddittorie.
“Inoltre, le norme vengono cambiate frequentemente e spesso applicate retroattivamente” e ciò, evidenzia lo studio “rende particolarmente onerosi gli adempimenti. Perciò – è la conclusione del Centro Studi – “occorre intervenire urgentemente per semplificare la normativa e alleggerire il carico di adempimenti, che si aggiunge a quello della pressione fiscale nel penalizzare la competitività delle imprese che operano in Italia”.
Carlo Clericetti
argomento: Lavoro | Commenta »