Gennaio 4th, 2014 Riccardo Fucile
SU 30.700 DIPENDENTI, UN TERZO E’ IN CASSA INTEGRAZIONE
Passata l’euforia del primo momento per il successo di Marchionne, la vicenda Fiat-Chrysler lascia
spazio alla riflessione.
Sui principali giornali si leggono ancora cronache entusiastiche, ma i giudizi più interessanti provengono da ex manager Fiat come Paolo Fresco, intervistato da Repubblica e Cesare Romiti, sentito da Dagospia.
L’ex presidente della Fiat non lesina i complimenti a Sergio Marchionne. La sua intervista al quotidiano di Ezio Mauro, però, permette di ricordare un capitolo dell’avventura americana del Lingotto, quella dell’accordo con la General Motors. “Per la Fiat — ricorda Paolo Fresco — fu molto proficuo. Incassammo in tutto quasi 5 miliardi di dollari”.
Una parte, 2,4 miliardi, fu il prezzo pagato da General Motors per il 20% della Fiat ma in seguito, la Fiat utilizzò la clausola put per sciogliere l’intesa costringe GM a un accordo che costò a quest’ultima 2 miliardi.
Quell’accordo fu negoziato da Fresco ma concluso, nel 2004, da Marchionne. Con quei soldi si spiega il primo periodo della gestione del manager italo-canadese, generalmente molto apprezzata.
Di altro tenore le parole di Cesare Romiti, amministratore delegato nel 1980, l’uomo della “marcia dei 40 mila” e uno dei dirigenti di maggior esperienza in Fiat dopo l’era di Valletta. Anche Romiti fa i complimenti a Marchionne ma sembra più freddo. “Sarà meglio che presenti il piano industriale prima di aprile”, dice a Dagospia mostrando comprensione per “le preoccupazioni sugli stabilimenti in Italia”.
Una stoccata, poi, anche per Enrico Letta: “Quando noi trattammo con Lee Iacocca (il presidente Chrysler negli anni 90) fummo convocati dal governo”.
Ieri il titolo Fiat ha avuto una fase di assestamento lasciando circa il 2% in una borsa molto positiva. Ma per Agnelli e soci sono giunti i positivi dati delle vendite Chrysler negli Usa, aumentate in dicembre del 6% a 161 mila unità .
“Si tratta del miglior dicembre dal 2007” specifica l’azienda e “il quarantacinquesimo mese consecutivo di crescita”.
A spiccare, il nuovo Jeep Cherokee e il Ram pickup, eletto “Truck of the Year” dalla rivista Motor Trend. Positive anche le vendite del marchio Fiat che hanno registrato un incremento dell’1% rispetto a dicembre 2012.
Se negli Usa si ride, però, in Italia si piange ancora.
Sul fronte delle autovetture, infatti, la Fiat si è fermata sotto le 400 mila unità , arrivando a 600 mila solo grazie ai veicoli commerciali.
Il “piano quinquennale” 2014-2018 sarà presentato ad aprile e lì si capiranno le prossime scelte. Intanto, su un totale di 30.700 occupati in Fiat auto (compresi i 3000 dipendenti della Ferrari e i 700 della Maserati), circa un terzo, 11 mila, sono in cassa integrazione più o meno parziale.
Tra questi, anche i 1800 operai di Termini Imerese, lo stabilimento siciliano chiuso nel 2011 e sul quale non si sa nulla.
Le cose non vanno meglio per quanto riguarda gli investimenti.
Quando lanciò “Fabbrica Italia”, Marchionne promise 20 miliardi di nuovi investimenti. Ad oggi è ferma a 4,5 miliardi.
Entrando nel dettaglio, lo stabilimento di Mirafiori, esclusa la direzione e il reparto Motori, impiega 5.300 dipendenti per i quali l’azienda ha chiesto un altro anno di cassa integrazione.
Le linee sono in corso di ristrutturazione per permettere la produzione di nuovi modelli al momento sconosciuti per i quali è stato impegnato un miliardo.
Stessa cifra è stata messa a disposizione della della ex Bertone di Grugliasco, dove è iniziata la produzione di due modelli Maserati, la Quattroporte e la Ghibli e in cui lavorano a pieno regime circa 1200 i dipendenti.
Grugliasco e Mirafiori dovranno rappresentare l’emblema del “polo del lusso” che rappresenta la strategia per il futuro.
Lavorano a pieno ritmo anche i 6200 dipendenti dello stabilimento Sevel di Atessa dove, in joint-venture con Peugeot-Citroà«n, si fabbrica il Ducato, furgone di successo europeo e sul quale Marchionne ha puntato altri 700 milioni. I 3800 operai di Cassino, invece, sono in cassa integrazione per quindici giorni al mese e non sanno cosa li attenderà domani.
Dei 4800 operai di Pomigliano, stabilimento ristrutturato con 800 milioni di investimento, circa 1800-2000, secondo la Fiom, sono in cassa integrazione.
E a casa per il prossimo anno starà anche la metà dei 5500 operai di Melfi in attesa che le linee di montaggio vengano ristrutturate per produrre due nuovi Suv: uno Jeep e l’altro 500. Anche qui, investimento da un miliardo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
SU 130.000 STIMATI, ACCOLTE 80.000 DOMANDE… FINORA EROGATE 27.000 PENSIONI
Con il richiamo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che nel messaggio di fine anno ha voluto richiamare anche la loro condizione tra quelle di sofferenza sociale, gli «esodati» si affacciano da protagonisti anche sul 2014.
A rigore, si tratterebbe dei lavoratori che hanno perso il posto o si sono licenziati in vista della pensione che sarebbe scattata per loro nel 2012, ma si sono ritrovati improvvisamente con la riforma Fornero che ha cambiato le carte in tavola, in molti casi rinviando di parecchi anni l’appuntamento con l’assegno previdenziale.
Senza più lavoro e con la pensione diventata di colpo un miraggio, gli esodati hanno da allora riempito le cronache.
UN PASTICCIO INFINITO
Prima con l’esplosione di migliaia di storie drammatiche di persone senza più alcun reddito. Poi con le prime mosse del governo che cercò di capire quanti fossero gli esodati, ma senza arrivare a una parola chiara, con l’Inps che a un certo punto (giugno 2012) aveva stimato in 390 mila le persone a rischio, ma poi fu costretto dal governo a rimangiarsi l’allarme.
Infine con i primi provvedimenti legislativi per correre ai ripari. Sono 5 gli interventi di «salvaguardia» presi negli ultimi due anni, incluso quello contenuto nella legge di Stabilità approvata prima di Natale.
Consentono tutti di andare in pensione con le regole in vigore fino al 31 dicembre 2011, cioè prima della riforma Fornero, a chi ha determinati requisiti. Si è così costruito nel tempo un sistema complesso di regole a maglie sempre più larghe: dai lavoratori in mobilità a quelli che si erano licenziati, cioè dagli esodati in senso stretto a categorie assimilate, come i contributori volontari, persone che pur non lavorando più avevano scelto di proseguire la contribuzione all’Inps per andare in pensione, fino a comprendere, con l’ultima legge di Stabilità , anche i lavoratori che si sono licenziati prima del 2012 e poi hanno ripreso a lavorare (purchè non a tempo indeterminato) anche se dovessero guadagnare bene (finora per questi c’era un tetto di 7.500 euro l’anno).
Un sistema sempre più complicato, quindi, dove magari qualche poveraccio resta fuori da ogni tutela e altri sono fin troppo protetti. E come se non bastasse, l’attuazione di questi provvedimenti procede molto a rilento.
SOLO 27 MILA IN PENSIONE
L’iter è estremamente complesso: si parte con la legge, poi c’è il decreto ministeriale attuativo, quindi la circolare Inps. Nel frattempo passano parecchi mesi.
Quando finalmente tutto è pronto, la domanda va presentata alla direzione territoriale del ministero del Lavoro , che fa una prima verifica, e poi la passa all’Inps per tutta l’istruttoria del caso.
Finora solo la prima salvaguardia, decisa a metà del 2012, cioè un anno e mezzo fa, può ritenersi conclusa.
Per la seconda e la terza, anche se i termini di presentazione delle domande sono scaduti da tempo (21 maggio e 25 settembre 2013), l’esame delle pratiche è ancora in corso.
Secondo un monitoraggio dell’Inps aggiornato al 13 dicembre scorso, la situazione è la seguente. Le prime 3 salvaguardie erano state varate per mandare in pensione complessivamente 130 mila persone, le domande accolte finora perchè con i requisiti in ordine sono quasi 80 mila e le pensioni in pagamento meno di 27 mila.
Insomma, solo uno su tre col diritto certificato alla pensione sta incassando l’assegno. Come mai? E come mai ci sono 50 mila domande in meno del previsto?
Certamente sullo scarto tra platea stimata e domande accolte pesano le lungaggini procedurali e qualche calcolo sbagliato: per esempio, con la seconda salvaguardia si volevano tutelare 40 mila lavoratori in mobilità , ma le certificazioni finora inviate sono solo 5.432.
Probabile quindi che ci sia stata una sovrastima di questa categoria. Sulle poche pensioni liquidate, invece, ci sono anche altre spiegazioni.
Dice il direttore generale dell’Inps, Mauro Nori: «La differenza maggiore tra diritto certificato ed erogazione della pensione l’abbiamo sui lavoratori in mobilità . In molti casi queste persone resteranno ancora per anni con il sussidio previsto e la pensione scatterà solo dopo. Quindi anche se hanno il diritto certificato, l’assegno non poteva essere già messo in liquidazione». Gli esodati, dunque, ci accompagneranno ancora per molti anni.
UNA SPESA DI 11,5 MILIARDI
Del resto, ai 130 mila potenziali beneficiari delle prime tre salvaguardie ne vanno aggiunti 9 mila della quarta decisa lo scorso agosto, che potranno presentare domanda fino al 26 febbraio 2014, e altri 17 mila previsti dalla legge di Stabilità , per un totale che supera le 156 mila unità .
Con un costo davvero pesante: circa 11 miliardi e mezzo in nove anni, dal 2012 al 2020, che dovranno essere spesi per pagare pensioni che altrimenti (applicando i requisiti dalla riforma Fornero) non si sarebbero pagate.
E che la storia degli esodati si esaurisca con la quinta salvaguardia è davvero improbabile.
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
DAGLI ELETTRODOMESTICI ALL’ACCIAIO E AL COMPARTO ELETTRONICA, ECCO I CASI ANCORA DA RISOLVERE
Gli elettrodomestici e il loro indotto, la siderurgia, il manifatturiero, le Tlc, le aziende che fanno componenti per auto e moto e il farmaceutico.
C’è ogni genere di prodotto nel novero dei settori maggiormente interessati dai “tavoli” aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico e che riguardano imprese in crisi.
Il 2014 si apre infatti con 159 tavoli di confronto instaurati, ai quali nel corso dell’anno ormai passato si sono seduti per almeno due volte tutte le parti in causa: proprietà , lavoratori e istituzioni.
In totale il problema riguarda 120mila lavoratori, con un numero di esuberi che ammonta in media al 15% della forza lavoro delle singole imprese, diciotto delle quali (per 2.300 dipendenti) hanno dichiarato la cessazione di attività .
Nel 2013, ricorda il Ministero, sono stati sottoscritti 62 accordi che hanno consentito di evitare oltre 12mila riduzioni di organico.
I più conosciuti hanno riguardato: Natuzzi, Indesit, Bridgestone, Novelli, Richard Ginori, Micron (unità di Avezzano), Vestas, Alcoa, Sixty, Candy, Ies-mol (Raffineria di Mantova), A C C, Berco, Valtur, Marangoni, Simpe, Plasmon, Filanto, Wind, Meraklon, Eurallumina.
Tra gennaio e novembre sono state richieste 990 milioni di ore di cassa integrazione e l’industria è il ramo di attività che assorbe il maggior numero (a novembre su 110 milioni, 76 erano per l’industria).
Tra i tavoli di crisi che da gennaio vedranno impegnati ministero e sindacati vi sono aziende di grande rilievo e marchi storici per il Paese, in tutti i settori produttivi: dall’elettronica di Alcatel a Italtel, alle ceramiche di Ideal Standard; dal tessile di I Ti Erre alle energie rinnovabili di Marcegaglia (stabilimento di Taranto); dalla chimica di Akzo Nobel alla cantieristica di Fincantieri (stabilimenti di Palermo e Castellammare di Stabia).
Maggiormente interessati sono i settori nei quali hanno particolare incidenza sul costo totale di produzione, il costo del lavoro ed il costo per l’approvvigionamento di energia.
Ecco di seguito le principali vertenze in corso.
SIDERURGIA
Ilva. E’ in attesa dell’applicazione dell’Aia e del piano industriale; nel mentre, sono in contratto di solidarietà 1.700 lavoratori. “Quello che ci preoccupa è che lo stabilimento ha prodotto 2 milioni di tonnellate di acciaio in meno di quanto previsto dall’Aia – afferma il segretario generale Uilm Rocco Palombella – Inoltre, Comune e provincia non hanno autorizzato i lavori per i parchi minerari e non sappiamo quando inizieranno”. “L’azienda è chiamata a fare investimenti e le banche non sono in grado di fornire le risorse necessarie – sottolinea Rosario Rappa della Fiom – intanto il piano industriale è slittato da dicembre a febbraio-marzo”.
Alcoa. La società dell’alluminio è’ appesa alla verifica del piano industriale per la vendita a Klesh; il Mise ha fissato come data il 15 febbraio. L’attività produttiva è ferma da due anni circa e i 490 lavoratori sono in cassa integrazione dal 22 dicembre scorso e hanno ottenuto la proroga fino al 31 dicembre 2014. A fine gennaio è fissato un incontro con i sindacati al Mise.
Lucchini. Lo storico gruppo siderurgico, passato alla Severstal di Alexei Mordashov, ha 4.500 lavoratori in vari stabilimenti di cui il principale è a Piombino, dove i dipendenti hanno contratti di solidarietà fino a febbraio. A Trieste, dove è in corso una trattativa per l’affitto del ramo di attività , 485 persone rischiano la cassa integrazione da gennaio. Attesa per l’accordo di programma su Piombino e dell’apertura del bando di vendita. In ballo vi è l’ipotesi di costruire un cantiere di demolizioni (che potrebbe smaltire la Costa Concordia) ma i tempi sono stretti. A gennaio dovrebbe tenersi un incontro al Mise.
Ast di Terni. Ha 2.850 dipendenti che vanno in cassa integrazione a seconda dell’andamento del mercato. A gennaio dovrà tenersi un incontro azienda-sindacati per capire quale sarà il destino dello stabilimento, visto anche che deve ancora arrivare l’approvazione Ue al passaggio a Thyssenkrupp (che ha riacquistato da Outokumpu).
Pittini Trafilerie. Ha inviato 78 lettere di licenziamento alla vigilia di Natale ai dipendenti dello stabilimento di Celano.
ELETTRODOMESTICI
Electrolux. Ha deciso 500 esuberi che si aggiungono ai 1000 che derivano da precedenti accordi, affrontati con contratti di solidarietà . La società ha avviato “un’investigazione” su tutti gli stabilimenti italiani, dove lavorano circa 4.000 persone, per verificare la sostenibilità della produzione. Il governo ha convocato l’azienda e le regioni interessate per il 24 gennaio ma i sindacati chiedono un incontro prima di questa data.
Jp. Parte della ex Merloni, è bloccata in una complicata situazione giudiziaria: il Tribunale di Ancona ha annullato un ricorso presentato dalle banche sulla vendita ed essendoci un commissario straordinario la vicenda vede coinvolto il Mise.
Acc di Belluno. E’ in amministrazione controllata e rischiano il posto 600 persone, che in parte sono in cassa integrazione.
ELETTRONICA, TLC E INFORMATICA
Italtel. Ha 1.300 dipendenti circa in tutta Italia ma la maggioranza è nello stabilimento di Castelletto; 330 gli esuberi indicati dalla società , che vuole anche tagliare i costi del lavoro rivedendo il contratto aziendale. La azienda – riferiscono i sindacati – vuole arrivare ad un’intesa al Mise per uscite volontarie. L’8 gennaio è previsto un incontro presso l’Assolombarda.
Alcatel. Ha la cassa integrazione da tanti anni e il 17 gennaio è previsto un incontro al Mise; su circa 2.000 addetti sono stati dichiarati 585 esuberi. In ballo c’è il trasferimento negli Usa delle attività di ricerca e sviluppo svolte da 350 addetti a Vimercate.
Micron. Ha annunciato 2-300 esuberi su 700 lavoratori di Catania e Agrate; a gennaio è previsto un incontro.
LFoundry. Ha 1400 lavoratori ex Micron in contratti di solidarietà fino all’agosto 2014 ma secondo i sindacati non ha liquidità e rischia di non avere le risorse per anticipare le competenze
Ciet. E’ in amministrazione controllata e rischia il fallimento; i lavoratori a rischio sono più di 300.
Aziende Appalti Telefonici. La principale è Sirti, dove si è già chiusa la trattativa sugli esuberi con i contratti di solidarietà ma resta aperta la partita sui contratti aziendali. Ad Alpitel sono a rischio di licenziamento collettivo 110 lavoratori.
Stm. La società italo-francese, quotata in Borsa, vive una forte incertezza per l’ipotesi privatizzazione da parte del Tesoro dopo una serie di risultati economici negativi.
Jabil di Caserta. Ha intenzione di licenziare la metà dei lavoratori, cioè 350, che già sono in cassa integrazione; è stato aperto un tavolo al Mise ma ancora non si intravedono soluzioni.
Schneider di Rieti. E’ a rischio chiusura per la decisione della proprietà di spostare la produzione in Bulgaria; nei primi mesi dell’anno i dipendenti dovrebbero lavorare dai 2 ai 3 giorni al mese.
FERROVIE
Ansaldo Breda. Ha forti perdite di bilancio e a rischio sono oltre 2.000 addetti dei quattro stabilimenti di Pistoia, Pomigliano, Reggio Calabria e Palermo (questi ultimi in cassa integrazione). I sindacati – spiega Enrico Azzaro della Uilm – si oppongono alle ipotesi di smembramento e chiedono la costituzione di una joint venture con Sts per l’acquisizione delle commesse.
Officine Ferroviarie Veronesi. Hanno avviato la procedura di amministrazione straordinaria; un commissario deve mettere l’azienda sul mercato. Oltre duecento i lavoratori a rischio.
Ferrosud, Firema, Keller. Sono altre aziende del settore che utilizzano gli ammortizzatori sociali.
AUTOMOTIVE E MOTOCICLI
Irisbus. Ha chiuso l’attività nel 2011 e ha ottenuto una proroga fino al 30 giugno 2014 della cassa integrazione in deroga per 400 lavoratori; è in corso una trattativa al Mise con un operatore economico nazionale in collaborazione con un gruppo straniero. Previsto un incontro a gennaio.
Termini Imerese. Ha chiuso l’attività nel 2011 e fino al 30 giugno 2014 i circa mille lavoratori avranno la Cigs in deroga; i sindacati sono in attesa di un incontro al Mise a gennaio per definire l’interesse di alcune società per la reindustrializzazione del sito; dovranno essere definiti i piani industriali che dovrebbero coprire l’occupazione per circa 500 lavoratori.
De Tomaso. Ha sottoscritto l’accordo per quattro mesi di cassa integrazione straordinaria, in scadenza il 4 gennaio, per i circa mille dipendenti, fra i quali i 129 lavoratori ex Delphi di Livorno; l’obiettivo è traghettare l’azienda verso i potenziali acquirenti.
Non sono stati aperti tavoli al Mise, ma i sindacati sono preoccupati per la situazione dei lavoratori di Piaggio (che ha firmato alla vigilia di Natale l’accordo per 1.000 contratti di solidarietà ); di Aprilia (che ha avviato la discussione sul piano industriale alla luce della scadenza dei contratti di solidarietà negli stabilimenti di Scorzè (a febbraio) e Noale e di Fiat (che ha utilizzato la Cig in tutti gli stabilimenti ad eccezione di Maserati Modena; la Cig scade il 31 gennaio a Cassino, il 23 febbraio a Mirafiori presse e il 31 marzo a Pomigliano).
MECCANICA
Franco Tosi. Ha un commissario straordinario che sta cercando una società che prenda in affitto prima ed acquisti poi l’azienda; 250 dei 396 lavoratori della storica fabbrica di turbine legnanese sono in cassa integrazione.
Om Bari. E’ ferma da oltre due anni, con i lavoratori in cig; a metà gennaio si dovrebbe sapere se esiste un nuovo soggetto industriale interessato a rilevare lo stabilimento.
Miroglio di Ginosa. E’ alla ricerca di un nuovo proprietario e il ministero dovrebbe presto far sapere se le manifestazioni di interesse pervenute sono concrete.
Ritel di Rieti. E’ in attesa di conoscere le decisioni del gruppo Elco; dopo l’arrivo delle lettere di licenziamento e le mancate risposte sulla cassa integrazione gli ex dipendenti sperano che il ministero trovi una soluzione.
ENERGIE RINNOVABILI
Marcegaglia Buildtech di Taranto. Dal 2011 è impegnata nella costruzione di pannelli fotovoltaici, settore in profonda crisi e la proprietà ha annunciato la cessazione dell’attività ; la cassa integrazione, in essere da un anno, è stata prorogata per i 132 lavoratori.
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Dicembre 31st, 2013 Riccardo Fucile
FIAT HA TAGLIATO 15.000 DIPENDENTI IN ITALIA PER ASSUMERE NEGLI USA DOVE IL COSTO DEL LAVORO E’ PIU’ BASSO… I CALL CENTER DI TELECOM VERSO ORIENTE…E ANCHE LA BREMBO PUNTA SUI PAESI DELL’EST
Fiat ha tagliato oltre 15mila dipendenti in Italia per assumere negli Stati Uniti e in Paesi dove la
manodopera è più conveniente, mentre i call center di Telecom migrano verso la Romania.
E perfino un’azienda con risultati eccellenti come la Brembo ha puntato sull’Europa dell’Est per la produzione di componenti Porsche e Mercedes.
E’ la triste conferma che il vento della delocalizzazione soffia forte e sta cambiando la mappa dell’industria italiana, comprese le piccole aziende (vedi l’incredibile caso della Firem di Modena, i cui 40 dipendenti rientrati dalle vacanze estive hanno trovato gli impianti in via di smantellamento).
Uno studio della Cgia di Mestre l’anno scorso ha fornito dati significativi: le società che hanno spostato la produzione all’estero per risparmiare su stipendi e tasse lasciando a casa i lavoratori italiani sono aumentate dal 2000 al 2011 del 65%, arrivando a superare le 27mila unità .
I motivi, spiegava Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione degli artigiani mestrini, sono diversi: “Le imposte, la burocrazia, il costo del lavoro, il deficit logistico-infrastrutturale, l’inefficienza della pubblica amministrazione, la mancanza di credito e i costi dell’energia rappresentano ostacoli spesso insuperabili che hanno indotto molti imprenditori a trasferirsi in Paesi dove il clima sociale nei confronti dell’azienda è più favorevole”.
Fiat punta sugli Usa e sulla manodopera low cost in Serbia
Uno degli esempi più evidenti è la Fiat, che non perde occasione per minacciare di abbandonare l’Italia, e ha ridotto di 15.821 dipendenti la forza lavoro nel Paese dal 2007 al 2012 (il personale impiegato è passato da 77.679 a 61.858 unità ), mentre il numero di lavoratori negli Stati Uniti è lievitato da 11.364 a 73.713.
Stesso andamento per gli stabilimenti, passati da 56 a 44 in Italia e da 22 a 48 negli Stati Uniti, e per i centri ricerca e sviluppo. L’azienda torinese assume sempre di più anche in Sud America, mentre taglia in Europa.
Un discorso a parte, invece, riguarda la produzione di auto italiane in Serbia.
Fiat Serbia, come ha recentemente notato il ministero delle Finanze di Belgrado, è risultata di gran lunga al primo posto nella lista dei maggiori esportatori in Serbia nei primi otto mesi del 2012, con merci per un controvalore di 952,4 milioni di euro.
La conferma è arrivata dai dati sull’export serbo pubblicati lo scorso maggio, con il settore dell’auto trainato da Fiat che contribuisce al 20% delle esportazioni e ha ”quasi triplicato la produzione” nei primi tre mesi del 2013 rispetto allo stesso periodo del 2012.
Ad accendere i riflettori sugli impianti di Fiat in Serbia era stato stato anche il gesto disperato di un operaio dello stabilimento di Kragujevac, che lo scorso maggio ha danneggiato 31 vetture 500 L, provocando un danno da 50mila euro.
L’uomo ha graffiato le carrozzerie scrivendo “italiani andatevene” e “aumentate gli stipendi”. Un episodio che ha fatto scendere in campo i sindacati locali, che hanno colto l’occasione per lamentarsi della paga mensile, pari a circa 320 euro.
Brembo, utili volano ma aumenta la produzione in Est Europa
A puntare sull’Est Europa sono anche le aziende più solide. Brembo — che ha chiuso i primi nove mesi del 2013 con un utile di 63,4 milioni di euro, con un incremento del 29,4% rispetto al corrispondente periodo del 2012 — ha raggiunto alla fine di giugno un’intesa sindacale su 200 esuberi (47, non ancora intrapresi, riguardano dipendenti assunti a tempo indeterminato, mentre 153 riguardano contratti a tempo determinato scaduti).
Le uscite sono motivate dalla decisione dell’azienda di trasferire nell’Est Europa alcune linee di produzione e riguardano soprattutto Curno e, in parte minore, la divisione auto di Mapello.
“Stanno spostando all’estero la produzione di pinze per Porche e Mercedes”, spiega Eugenio Borella, segretario generale della Fiom-Cgil di Bergamo, sottolineando che “in Italia rimarrà pochissimo”.
D’altronde, ha aggiunto, “nell’Europa dell’Est un operaio guadagna un terzo rispetto all’Italia (14mila contro 40mila euro all’anno) e l’energia costa la metà ”.
L’azienda ci tiene tuttavia a precisare di avere aumentato la produzione nei Paesi dell’Est per questioni logistiche, in modo da essere più vicina alle case automobilistiche tedesche, che vanno sempre più a gonfie vele, mentre “nonostante tutti gli sforzi fatti le attività italiane sono in perdita”
I passi avanti del gruppo a Est, d’altronde, non sono una novità .
Analizzando i bilanci del 2007 e del 2012, in questi ultimi compare un nuovo impianto produttivo in Repubblica Slovacca con 98 dipendenti e uno in Repubblica Ceca, costituito nel 2009, che ora può contare su ben 421 lavoratori.
Aumenta negli ultimi cinque anni di 128 uomini la forza lavoro anche nello stabilimento di Dabrowa-Gòrnicza, in Polonia, mentre diminuisce leggermente nell’altro impianto produttivo del gruppo nello stesso Paese.
La migrazione dei call center verso Oriente, il caso Telecom
Un discorso a parte riguarda invece i call center, spostati sempre più all’estero, soprattutto in Europa dell’Est, per risparmiare sui costi. A partire da Telecom Italia.
I posti di lavoro emigrano a Oriente, mentre quanto resta in Italia viene ridimensionato. L’azienda precisa che la delocalizzazione dei call center è effettuata dalle società a cui affida il servizio e non riguarda l’assistenza clienti, ma quella commerciale.
Le difficoltà che devono affrontare i dipendenti italiani, però, sono sotto gli occhi di tutti.
Telecom ha siglato con i sindacati lo scorso marzo un accordo che prevede contratti di solidarietà per 32mila dipendenti e la collocazione in mobilità per altri 500.
“L’accordo è una cambiale in bianco per Telecom, che sarà libera di delocalizzare ulteriormente”, avverte Fulvio Macchi dello Snater (sezione delle telecomunicazioni del sindacato Usb), sottolineando che è solo una questione di tempo.
“Le sigle confederali hanno accettato tutta una serie di ricatti”, aggiunge, “dalla chiusura di alcune sedi agli spostamenti sul territorio dei lavoratori, passando per l’aumento dei carichi di lavoro e l’obbligo per chi lavora da casa di installare una webcam per essere controllato”.
Il rischio di nuove delocalizzazioni è in una frase all’interno dell’accordo.
“C’è scritto che Telecom rivaluterà la situazione tra due anni”, spiega Mattea Cambria della Cgil piacentina, prevedendo che “coglieranno sicuramente l’opportunità per spostare sempre di più l’attività in Romania e Albania, dove la paga oraria — secondo quanto scoperto da alcune dipendenti italiane — non supera i due euro l’ora”.
Lo spostamento del personale del gruppo all’estero, d’altronde, non è una novità . La percentuale di dipendenti impiegati in Italia è calata dal 2007 al 2012 di 15 punti, dall’80,5% al 65,4 per cento.
Mentre le assunzioni all’estero sono salite dal 76,7% all’88,95%, soprattutto grazie alla crescita in Sud America.
La scarpa che respira venduta in Italia ma prodotta all’estero
C’è poi chi il vizio della produzione low cost l’ha sempre avuto. E’ il caso di Geox, che già nel 2007 produceva ben poco in Italia: soltanto 898 dipendenti, contro 1.274 in Romania, 712 in Slovacchia e 659 in altri Paesi.
Il gruppo, che attualmente ha il 37% della forza lavoro in Italia, ha trovato l’estate scorsa un accordo con i sindacati per 71 esuberi. Pesa la flessione dei ricavi, scesi nei primi nove mesi dell’anno a 618,1 milioni dai 701,5 milioni registrati nello stesso periodo dell’anno scorso.
Il fatturato cala, ma l’Italia rimane il mercato principale, con una quota del 35% delle entrate del gruppo.
Segnale che la scarpa che respira viene prodotta all’estero a basso costo per poi essere rivenduta agli stessi italiani.
“La delocalizzazione è un male necessario imposto dal mercato”, ha dichiarato nel 2004 lo stesso Mario Moretti Polegato, presidente e fondatore del gruppo Geox, intervistato dal Corriere della Sera, sottolineando che “l’impresa del domani sarà quella intelligente: qui, in Italia, la creatività , l’organizzazione della produzione, il marketing; fuori, dove la manodopera costa meno, la produzione”.
Ma la sorpresa peggiore, parlando di delocalizzazione, riguarda i 40 dipendenti della Firem, storica fabbrica di resistenze elettriche di Formigine, in provincia di Modena.
In agosto, mentre i lavoratori erano in ferie, ignari di tutto, i proprietari della società hanno fatto sparire il 90% dei macchinari, trasferendo l’impresa quasi interamente in Polonia.
A fine agosto, grazie all’intervento delle istituzioni locali e dei sindacati, si era poi aperto uno spiraglio: il blocco della delocalizzazione, con il mantenimento di parte della produzione in Italia, e l’apertura di una nuova sede nell’Europa dell’Est.
Ma per i dipendenti non è ancora tempo di cantar vittoria. L’azienda è infatti tornata recentemente sotto i riflettori per non avere pagato gli stipendi arretrati.
Francesco Tamburini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIOVANE IMPRENDITORE, PRODUTTORE DELL’AMARO DEL CAPO: “IL LAVORO SI CREA ABBASSANDO L’IMPOSIZIONE FISCALE”
Oltre alla discussione sull’articolo 18, bisogna abbassare le tasse. In questo modo “non solo si
alleggerisce il peso per l’impresa, ma si creano anche possibili posti di lavoro perchè i costi minori faciliterebbero l’inserimento dei giovani”.
Parola di Sebastiano Caffo, imprenditore calabrese a capo della nota ditta Fratelli Caffo che produce il celebre Amaro del Capo.
“Renzi – spiega -propone delle modifiche all’art. 18 che prevede una maggiore facilità di licenziamento compensata da un sussidio di 2 anni per chi perde il posto…ma chi lo paga questo sussidio?”.
“La flessibilità non risolve tutti i problemi. Le faccio un esempio: se un’azienda va bene, non ha nessun interesse a licenziare i propri dipendenti, anche perchè le aziende sono fatte di persone e se l’impresa va bene vuol dire che in qualche modo anche le persone vanno bene. Andare a formare altro personale per fare lo stesso lavoro è solo un dispendio di tempo e soldi. Poi mi chiedo: perchè si parla sempre dei dipendenti privati e mai di quelli pubblici? E’ un discorso “intoccabile”. Bisognerebbe fare un po’ di conti allo Stato e vedere se tutti questi dipendenti producono per quanto costano, e mi riferisco soprattutto ai burocrati parassiti dell’amministrazione pubblica. Forse proprio nel pubblico servirebbero degli obiettivi per incentivare il lavoro e farlo funzionare bene, così a cascata tutto andrebbe meglio anche nel privato. Ovviamente non voglio fare di tutta l’erba un fascio perchè non tutti gli impiegati pubblici sono dei burocrati e non tutti gli imprenditori sono bravi datori di lavoro”.
Tramandata di generazione in generazione, la distilleria Caffo si è imposta sul mercato grazie ad un liquore che negli anni ha sbaragliato molta della concorrenza: il Vecchio Amaro del Capo.
La forza di questa impresa con base a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, è la volontà di perpetrare una gestione familiare e di non tradirne i valori, credendo fermamente che anche al Sud si possa fare impresa raggiungendo obiettivi un tempo impensabili.
Per dare un’idea, basti pensare che il giovane 38enne a capo di un’azienda con 30 lavoratori ha voluto la propria fidanzata come testimonial di una nota campagna pubblicitaria dal titolo “Ghiacciato ti conquista”…e ha fatto centro.
Qual è la parte buona di questo piano per il lavoro proposto da Renzi?
Che se un’azienda deve fallire perchè il lavoro di 30 persone lo fanno in 50, è giusto che ci sia la possibilità di ridurre il personale per mandare avanti la produzione. È meglio perdere tutti e 50 i posti di lavoro o perderne solo 20? In un momento come questo stringere determinati costi fissi è una necessità : se lasciamo fallire tutte le piccole aziende che sono l’ossatura del nostro Pil, facciamo un danno enorme al paese. E’ lo Stato che deve intervenire ad aiutare il lavoratore, non può gravare tutto sulle spalle dell’imprenditore.
Quindi più che a licenziare un’azienda sana vorrebbe incentivi ad assumere?
Consideri che a noi un dipendente costa il doppio di quello che a lui arriva in busta paga. Se si abbassano le tasse, non solo si alleggerisce il peso per l’impresa, ma si creano anche possibili posti di lavoro perchè i costi minori faciliterebbero l’inserimento dei giovani. Soprattutto nelle aziende cosiddette “vecchie” devi preparare il cambio generazionale e non lo puoi fare quando i lavoratori sono andati in pensione, altrimenti l’impresa si blocca, l’affiancamento con la forza lavoro giovane deve essere fatto prima. Io lo sto vedendo con l’acquisizione della Borsci che produceva il famoso Elisir San Marzano sin dal 1840: noi abbiamo riassunto il personale che c’era prima, ma hanno tutti più o meno 60 anni e quindi devo necessariamente pensare di assumere dei lavoratori giovani che imparino il mestiere da chi sta lì da 30 anni, se no tra 4 anni quando scattano le pensioni possiamo chiudere.
Un appello al Governo mentre si chiude un turbolento 2013: tre cose che nell’anno nuovo vanno fatte subito per aiutare le imprese al Sud…
Per prima cosa le semplificazioni dal punto di vista burocratico mettendo più automatismi e autocertificazioni possibili, dando meno potere agli uffici pubblici: se faccio una cosa contro legge mi punisci dopo, come succede in tanti altri stati europei…ma almeno mi dai la possibilità di iniziare a lavorare. Ho visto negli ultimi decreti che si sta andando in questa direzione e spero che si faccia sempre di più per snellire la macchina burocratica. La seconda cosa è togliere dalle mani dei politici, soprattutto a livello regionale, la possibilità di emanare i bandi con i fondi europei perchè alimentano il clientelismo e le graduatorie tante volte non vengono fatte in maniera oggettiva. Ci vorrebbe un sistema di incentivazione automatico che permetta ad un’azienda virtuosa che sta investendo di ricevere in automatico i finanziamenti. E poi i tempi sono infinitamente lunghi: se un giovane ha voglia di mettersi a lavorare e presenta un progetto per un bando, non può aspettare 2 o 3 anni per avere le graduatorie. Andando oltre, un problema enorme che abbiamo al Sud sono i trasporti che per come sono messi penalizzano le merci in entrata, ma soprattutto le merci in uscita. Il Sud al momento può produrre merci che abbiano un valore aggiunto tale da permettere di coprire questi costi esagerati. Basterebbe potenziare le strade del mare, visto che abbiamo i porti, e non basarsi quasi esclusivamente sui trasporti su gomma…che sono i più pericolosi, inquinanti e costosi. Io spero che le cambino, Letta dà l’idea di essere una persona seria, ma bisogna vedere attorno chi c’è: i vecchi della politica sono ancora tutti lì, solo che non vanno più in Tv. Non basta creare una bella confezione per migliorare un prodotto, bisogna vedere se quello che ci sta dentro è buono o è rimasto uguale a prima.
Un primo provvedimento che potrebbe dare una spinta positiva?
Ho avuto l’opportunità di fare il Presidente dei giovani imprenditori di Confindustria per il Sud Italia e i problemi sono tanti. Confrontandomi con altre realtà , ad esempio in Friuli, mi rendo conto che le cose funzionano in due modi differenti: se qui devi stare appresso alla burocrazia perdendo magari un anno o due per una singola cosa, lì i tempi si accorciano notevolmente…penso che i burocrati al Sud non abbiano molta voglia di lavorare, oppure vogliano far pesare il loro ruolo sulle aziende potendo metterle in difficoltà con ritardi e cavilli. Sembra di vivere in due paesi diversi. Qualche anno fa era nata l’idea di convogliare tutte le risorse destinate al Sud Italia per creare una grande no tax area, così da spingere le imprese che adesso vanno in Tunisia o in Romania ad investire nel meridione, ma non si è fatto nulla. Se siamo in tanti la catena dell’amministrazione pubblica farraginosa si può spezzare: per cambiare questo paese ci vogliono più imprenditori e meno burocrati.
Quanto incidono le mafie sul lavoro di un’impresa nel Sud Italia?
Sicuramente le cose cambiano da settore a settore: l’agroalimentare, ad esempio, si è sviluppato maggiormente perchè interessa meno la criminalità organizzata, mentre i settori degli appalti pubblici e delle costruzioni in generale sono presi di mira dalla criminalità perchè è facile fare tutto a nero. Le prefetture stanno facendo un lavoro capillare per rilevare le ingerenze della mafia sul settore edile…purtroppo ancora oggi, come dimostra la cronaca, dove c’è cemento è facile che ci sia criminalità organizzata. Ovviamente tutto questo blocca l’economia e riduce il lavoro e quel poco d’impresa che c’è muore. Per combattere le mafie bisogna partire dalla mentalità , e non pensare solo alle conseguenze estreme fatte di violenza e armi.
Barbara Tomasino
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
NEL 2012 SI SONO CANCELLATI DALL’ANAGRAFE IN 68.000, IN AUMENTO RISPETTO AI 50.000 DEL 2011… METE PREFERITE GERMANIA, SVIZZERA, GRAN BRETAGNA E FRANCIA… IN AUMENTO I PENSIONATI CHE SI TRASFERISCONO
Bel Paese arrivederci. O forse addio.
Per ora la decisione è una: partire per l’estero, poi si vedrà .
Lo hanno fatto nel 2012 ben 68mila italiani, 18mila in più dell’anno precedente. In gran parte giovani, hanno scelto soprattutto l’Europa.
Meta preferita la Germania, per un viaggio all’insegna di uno spread particolare, quello del tasso di disoccupazione, che da noi a ottobre è salito al 41,2% per gli under 25, assai peggio del 7,8% tedesco.
Come sessant’anni fa i nuovi emigranti partono alla ricerca di un’occupazione. Cervelli o braccia che siano, la fuga è da un Paese in crisi che non offre abbastanza posti.
E che anche quando li offre, fa venire voglia di scappare. Perchè fuori c’è più meritocrazia e una classe dirigente migliore. Via i giovani, dunque. Ma anche i pensionati: su una bella spiaggia esotica qualche sfizio te lo togli anche se l’assegno dell’Inps è quello minimo.
Italiani in fuga
Un popolo di emigranti lo siamo sempre stato. Ma negli ultimi anni di crisi i flussi in uscita sono tornati ad aumentare. Secondo l’Istat gli italiani che nel 2012 si sono cancellati dall’anagrafe per trasferirsi all’estero sono stati 68mila, in aumento rispetto ai 50mila del 2011 e ai 40mila del 2010.
Dati che danno l’idea di un fenomeno in crescita, ma sottostimano il numero dei nostri connazionali che sono effettivamente emigrati: chi se ne va non sempre cancella il proprio nome dai registri pubblici o magari lo fa dopo qualche anno, quando ormai è certo che indietro non torna più.
Le partenze recenti vanno ad arricchire le fila già numerose degli italiani oltreconfine: l’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, all’1 gennaio 2013 ne conta 4,3 milioni.
Dentro ci sono gli emigrati nuovi, quelli vecchi, i loro figli nati all’estero e chi ha acquisito negli anni passati la nostra cittadinanza. Al giorno d’oggi gran parte delle partenze per l’estero non sono più dal Meridione.
Dal Sud i flussi migratori sono diretti per lo più verso Roma e verso il Nord. Mentre è soprattutto chi già abita nelle regioni settentrionali a espatriare: nel 2012 da qui lo hanno fatto in 36mila (14mila dalla Lombardia, 7mila dal Veneto).
Dal Sud e dalle Isole sono partiti in 21mila, dal Centro in 11mila. I Paesi più gettonati l’anno scorso sono stati la Germania (vi si sono stabiliti più 7mila italiani), la Svizzera (oltre 6mila), il Regno Unito (più di 6mila), la Francia (più di 5mila).
Mete tradizionali per i nostri connazionali. Ma non mancano le novità : “Si stanno formando nuove rotte migratorie verso Oriente e il Brasile, che in vista dei Giochi Olimpici del 2016 ha aumentato le quote di immigrazione”, spiega Delfina Licata, curatrice del rapporto Italiani nel mondo 2013 della Fondazione Migrantes
Fuori i giovani talenti, qui il merito non conta
A partire sono soprattutto i giovani, nel pieno dell’età lavorativa. Età media 34 anni nell’identikit tracciato dalla Fondazione Migrantes sui dati Istat riferiti al 2011. Il 22% di chi è andato via due anni fa è laureato, mentre il 28,7% è diplomato.
Cervelli in fuga, li chiamano i media. E molti lo sono: un’indagine Istat ha rilevato che a inizio 2010 risiedeva all’estero il 6,4% di chi aveva conseguito un dottorato di ricerca nel 2004 e nel 2006.
Ma oltreconfine non si vanno a ricoprire solo posizioni che richiedono professionalità altamente qualificate. In patria si fatica a trovare un posto all’altezza della propria formazione e delle proprie ambizioni?
Piuttosto che accontentarsi di un lavoro considerato dequalificante qui da noi, meglio andare a sfornare pizze in un ristorante di Londra, a preparare mojito in un bar di Berlino o a fare il commesso in un negozio sugli Champs-à‰lysèes. Certo, il titolo di studio va chiuso in un cassetto. Ma l’esperienza all’estero e la pratica della lingua straniera aiutano a essere un po’ meno choosy, schizzinosi, per usare un termine caro all’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero.
Si parte dunque soprattutto per ragioni di lavoro: secondo un’indagine condotta dal Censis lo scorso ottobre, il 72% degli italiani all’estero ha un’occupazione, mentre il 20,4% è fuori per motivi di studio.
Si cercano chance di carriera e di crescita professionale. Ma non solo. In Italia, a dirla tutta, non si sta più bene: il 54,9% degli intervistati denuncia l’assenza di meritocrazia a tutti i livelli, il 44,1% non sopporta più il clientelismo e la bassa qualità delle classi dirigenti, mentre più di una persona su tre (il 34,2%) soffre l’imbarbarimento culturale della gente.
Valigia pronta e via, magari senza più fare ritorno: il 44,8% dei giovani emigrati — stima il Censis — vivono ormai stabilmente in un altro Paese.
Che fuori le cose possano andare bene lo dimostra anche un’indagine fatta nel 2012 da Almalaurea, secondo cui a cinque anni dalla laurea chi è andato all’estero guadagna in media 2.282 euro netti, un bel po’ in più dei 1.434 dei connazionali rimasti nel Nord Italia, dei 1.357 di chi lavora al Centro e i 1.222 di chi è impiegato al Sud.
Bel Paese sì, snobbato pure
Da un confronto tra i dati relativi al censimento del 2001 e quelli del censimento del 2011, Gian Carlo Blanciardo, docente di Demografia all’università Bicocca, ha calcolato che mancano all’appello circa 100mila persone che 12 anni fa erano nella fascia tra i 15 e i 29 anni. “Ad andarsene sono stati i giovani migliori — spiega — e la conseguenza è un impoverimento del Paese”. Se la perdita economica della fuga di capitale umano non è facile da stimare, a preoccupare è una certezza: “Questo fenomeno — continua Blangiardo — è la prova che l’Italia non è capace di conservare i talenti utili allo sviluppo e alla crescita. Sessant’anni fa si emigrava spinti dalla fame, oggi dall’assenza di gratificazione”.
Il Bel Paese, insomma, ha perso forza attrattiva. Per gli italiani che se ne vanno. Ma anche per gli stranieri: arrivano meno immigrati (nel 2012 sono stati rilasciati per motivi di lavoro 67mila nuovi permessi di soggiorno, quasi la metà del 2011) e molti lasciano l’Italia (l’anno scorso si sono cancellati dall’anagrafe in 38mila).
Che fanno poi i cervelli degli altri Paesi? A venire in Italia non ci pensano proprio. Lavoce.info ha riportato un esempio: dei 287 giovani ricercatori europei che nel 2013 hanno vinto gli starting grants, ovvero dei fondi assegnati dallo European research council, solo otto studiosi hanno scelto l’Italia come sede della propria ricerca.
Davvero pochi in confronto ai 60 diretti in Gran Bretagna e ai 46 che hanno scelto la Germania. E gli otto attirati dal nostro Paese? Beh, sette erano italiani. Uno solo straniero.
Paese di emigranti snobbato dai talenti stranieri. “L’Italia in questo è simile a Portogallo, Grecia e Polonia — spiega Michele Sanfilippo, docente di Storia moderna all’università della Tuscia di Viterbo -. In parte anche alla Spagna, che però attrae le popolazioni dell’America Latina”.
Via i cervelli, le braccia che fanno?
In Svizzera e in Germania ci si arriva anche con i pullman. Partono da Sicilia e Calabria, attraversano la Penisola e riportano al lavoro emigrati vecchi e nuovi, dopo una breve vacanza nei paesi di origine. Il viaggio dura più di un giorno, ma rispetto all’aereo il risparmio è assicurato. Viaggiano così le braccia in fuga?
Le statistiche, secondo il direttore generale del Censis Giuseppe Roma, non danno conto di un aumento dell’emigrazione di operai: “Gli italiani meno qualificati all’estero lavorano più spesso in ristoranti e bar che in fabbrica o in cantiere”.
Aggiunge una riflessione Delfina Licata: “Dal momento che in Italia è aumentata la percentuale di chi ha studiato, è possibile che contribuiscano a un’emigrazione di braccia gli stessi diplomati”. Ci sono poi tutti quegli emigrati che non vengono registrati dalle statistiche: “Non solo chi non si è iscritto all’Aire — spiega il professor Sanfilippo — ma anche gli italiani che vivono in Paesi extracomunitari da clandestini. Persone che sono partite con un visto temporaneo e non hanno fatto più ritorno. A loro toccano i lavori di più basso livello, da fare in nero”.
Vita da pensionato ai Tropici
Via i giovani. E via gli ultrasessantacinquenni. Ecco la novità nel panorama dell’emigrazione italiana: nel 2011 se ne sono andati via 3.219 over 65, il 37,3% in più dei 2.345 partiti nel 2010.
Nonni d’Italia spinti dalla crisi a passare gli ultimi anni di vita in Paesi come il Marocco, la Tunisia, la Thailandia, le Filippine.
O ai Caraibi, dove sotto il sole tropicale riempiono quelle che ormai vengono chiamate “spiagge Inps”. Lì riesce a vivere dignitosamente anche chi ha una pensione minima, che da noi non gli consentirebbe nemmeno di arrivare a fine mese. “Ma a emigrare — spiega Licata — sono anche ex dirigenti ed ex manager che hanno raggiunto pensioni d’oro”.
Attirati, in questo caso, dagli agi dei nababbi.
Luigi Franco
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
PAROLE D’ELOGIO DA SQUINZI, ROCCA E ROSSO
Sul Job act di Matteo Renzi – o meglio, sulle anticipazioni che escono sulla stampa – continuano a
piovere endorsment dal mondo delle imprese.
Qualche giorno fa era stato il leader di Confindustria, Giorgio Squinzi, a spendere parole di incoraggiamento per il lavoro della nuova segreteria: “Sicuramente è una proposta che va nella direzione giusta”.
Oggi è stato il turno di Gianfelice Rocca. Che non solo è presidente della Techint, uno dei gruppi produttori d’acciaio più importanti del mondo (quasi 60 mila dipendenti e un fatturato da 25 miliardi di dollari l’anno), ma guida anche Assolombarda, l’associazione industriale di Milano e provincia tra le più influenti in Italia.
“Il piano lavoro di Renzi è convincente – ha spiegato a Maria Latella, che lo intervistava a Skytg24 – Per le imprese la flessibilità è importante, e la flexsecurity da questo punto di vista va bene”.
Tanto Rocca spinge sull’acceleratore sul Job act di via del Nazareno, tanto critica le associazioni che tutelano i lavoratori: “Il sindacato in Italia ha ancora un’impostazione ideologica. Non come quello tedesco, che ha i piedi nel mondo”.
Al coro si è aggiunto anche Renzo Rosso, patron dell’impero Diesel, 7mila persone impiegate (età media 31 anni) e un fatturato di 1,5 miliardi di euro.
“La flexsecurity va nella giusta direzione – spiega a Repubblica – Il lavoro troppo protetto è controproducente. Servono ovvio anche adeguate protezioni sociali. E pure qui i primi passi di Renzi mi paiono interessanti. Sono d’accordo con un reddito di base e con l’accento sulla formazione permanente a 360 gradi. Poi bisogna agevolare l’uscita anticipata dal lavoro di chi è più il là con gli anni, magari impiegandolo in servizi socialmente utili con retribuzioni più moderate”.
Buoni segnali per il gruppo di lavoro che si sta occupando della proposta, che sarà avanzata a fine gennaio. Filippo Taddei, Davide Faraone e Marianna Madia (oltre a Yoram Gutgeld) hanno ieri incassato anche un (mezzo) via libera dall’ala dura del sindacato: “Si potrebbero sostituire i cococo, il lavoro interinale, le false partite Iva, con un unico contratto a tempo indeterminato per tutti, con un periodo di prova più lungo”, ha spiegato ieri il leader della Fiom, Maurizio Landini.
Una convergenza pre-natalizia tra imprenditori e operai di buon auspicio per il lavoro vacanziero che toccherà al sindaco di Firenze.
Anche Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha teso la mano a Renzi, con parole che sembrano un tentativo di mettere un cappello all’operazione: “Più lavoro per i giovani meno precarietà , più flessibilità , più mobilità , salari migliori, più contrattazione aziendale, ammortizzatori sociali universali ma responsabilizzanti, più trasparenza, meno sindacato conservatore, più partecipazione dei lavoratori ai profitti dell’impresa, meno tasse sul lavoro, meno tasse sulle imprese. Se le proposte di Renzi sono davvero queste, se veramente il neosegretario Pd vuole perseguire questi obiettivi allora diciamo: ‘Forza Renzi, Forza Italia’. Siamo pronti al dialogo più che mai costruttivo”.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
VIA I PRECARI, CONTRATTO UNICO E SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE
Un contratto di lavoro stabile a tempo indeterminato con tutele crescenti per tutti i nuovi
assunti.
È il perno del “Piano per il lavoro” che il segretario del Partito democratico Matteo Renzi punta a presentare entro la fine di gennaio.
Un Job Act pensato più per creare lavoro che per regolare il lavoro.
Per questo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, diventato comunque soft dopo le modifiche introdotte con la legge Fornero, ha un ruolo marginale nell’impostazione renziana.
L’obiettivo è ricomporre il lavoro frantumato negli ultimi decenni che ha prodotto il dualismo tra garantiti e non, tra lavoratori giovani e lavoratori maturi.
La strada non è però quella di bloccare la flessibilità , cancellando magari i contratti atipici o riducendone le tipologie, come era stato proposto nel passato dal Partito democratico in cui prevaleva l’ancoraggio alla cultura operaista, intorno alla quale era stato costruito a partire dagli anni Settanta tutto il sistema di protezioni sociali, dalle pensioni alla cassa integrazione.
Ora alla guida del Pd c’è una generazione di trentenni che è cresciuta nella flessibilità . Dunque non saranno loro a pensare di imbattersi in una battaglia contro la flessibilità . Sarebbe persa. Sarà invece una battaglia contro la precarietà che ha reso fragile proprio la loro generazione.
UN CONTRATTO STABILE
Il gruppo che ha in mano il dossier lavoro (ci sono la responsabile dell’area Marianna Madia, quello del Welfare Davide Faraone, Taddei ma anche l’economista-matematico Yoram Gutgeld alle cui tesi è molto sensibile Renzi) pensa che si debbano innanzitutto impedire gli abusi dei contratti flessibili.
Se un contratto è a tempo per esigenze produttive non può surrettiziamente trasformarsi in contratto a tempo indeterminato attraverso una serie di pause e rinnovi. Stesso ragionamento per i contratti interinali.
Da qui l’idea di un contratto unico, sulla scia delle proposte già avanzate da tempo dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi e dal giuslavorista Pietro Ichino.
Resta il nodo dell’articolo 18, che regola la tutela dei licenziamenti senza giusta causa, prevedendo il reintegro ormai solo nel caso della discriminazione.
La discussione è ancora aperta ma sembra prevalere l’impostazione (modello Boeri-Garibaldi) in base alla quale i neoassunti verrebbero esclusi dall’applicazione dell’articolo 18 per i primi tre anni, durante i quali, peraltro, l’imprenditore non pagherebbe i contributi che sarebbero a carico dello Stato.
Mentre per i lavoratori flessibili il progetto prevede l’estensione delle tutele: dalla maternità alla malattia.
Non c’è dubbio che, anche questa volta, l’applicazione o meno dell’articolo 18 sarà uno spartiacque. Ieri è arrivato il messaggio del segretario della Fiom, Maurizio Landini: «Se Renzi vuole fare una cosa intelligente, ripristini l’articolo 18 per impedire i licenziamenti ingiustificati. Ripristini un diritto di civiltà ».
SUSSIDIO E FORMAZIONE
Chi perderà il lavoro avrà diritto a un sussidio di disoccupazione universale al posto dell’attuale cassa integrazione.
Sarà uguale per tutti, senza distinzione in base alle dimensioni dell’azienda, all’area geografica, all’età anagrafica.
Nel ragionamento della squadra di Renzi sarà il «paracadute » per tutti, visto che attualmente solo un lavoratore su tre ha diritto alla cassa integrazione, e che compenserà la maggiore flessibilità in uscita.
Renzi punta a rafforzare lo schema già introdotto dalla Fornero con l’Aspi (l’assicurazione sociale per l’impiego).
E guarda al modello tedesco, a quel “pacchetto Hartz” che dal 2005 ha sostenuto la ripresa della Germania: sussidio di disoccupazione e obbligo di frequentare un percorso di formazione. «Riqualificazione e formazione devono essere gli obiettivi per far funzionare il mercato del lavoro», spiegano i renziani. In sostanza il sussidio diventerebbe il paracadute, la formazione la leva per rientrare nel mercato attivo del lavoro.
CENTRI PER L’IMPIEGO
Per fare questo sarà necessario intervenire sui centri per l’impiego che oggi intermediano meno del 5 per cento delle assunzioni contro, per esempio, un 20 per cento in Gran Bretagna. Il Pd sta ragionando sulla possibilità di integrare il servizio dei centri pubblici con quello delle agenzie private per il lavoro.
SINDACATI E PARTECIPAZIONE
Il singolare asse tra Renzi e Landini, comincia a dare i suoi frutti. Il segretario del Pd pensa che, tanto più in una fase di crisi della rappresentatività dei soggetti sociali, si debba misurare il peso di ciascun sindacato.
Serve dunque una legge sulla rappresentatività . Un cavallo di battaglia della Cgil e della Fiom che, anche a causa dell’assenza di un normativa di questo tipo, è stata esclusa dai tavoli negoziali con la Fiat di Sergio Marchionne.
Certo, Renzi su questo si imbatterà sulla contrarietà della Cisl di Raffaele Bonanni, che considera questa materia di competenza delle parti sociali. E Renzi rischia di trovare il muro della Confindustria per frenare l’altra proposta sui sindacati: quella di far entrare i rappresentanti dei lavoratori (anche qui il modello tedesco) nei consigli di amministrazione delle aziende.
Gli industriali si sono sempre opposti a questa eventualità .
Comunque il “Piano per il lavoro” sarà oggetto di confronto con tutte le parti sociali, con la maggioranza e con il governo.
DIFESA DEL LAVORO
Il punto centrale resta – come dicono nello staff renziano – la creazione del lavoro. Così una delle ipotesi su cui si sta ragionando è quella di fissare alcuni paletti per difendere il lavoro in Italia.
Esempio: ogni anno vengono stanziati più di 200 milioni a sostegno della produzione di film. Che poi vengono spesso girati in altri paesi, dal Marocco alla Romania, creando lì le occasioni di lavoro.
Bene, si potrebbe fissare una regola secondo la quale l’accesso ai fondi sia vincolato alla produzione almeno per il 50 per cento in Italia.
Roberto Mania
(da “la Repubblica“)
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Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
LE REGIONI NON HANNO PIU’ RISORSE PER L’INDENNITA’ IN DEROGA… OLTRE 350.000 LAVORATORI DI TROVARSI SENZA SALARIO E SENZA SUSSIDIO
Venerdì un gruppo di lavoratori in cassa integrazione si è presentato all’assessorato al Lavoro della
Calabria, a Catanzaro, e ha chiesto di vedere un documento: l’attestato che esistevano i fondi per pagare gli ammortizzatori sociali.
Quando i funzionari locali hanno preso tempo, i cassaintegrati sono scesi in strada, hanno spostato transenne e cassonetti e hanno bloccato un’arteria di traffico per otto ore.
Nel frattempo a Cosenza, altri cassaintegrati sono saliti sul tetto del palazzo dell’Inps e hanno minacciato di buttarsi se non fossero stati pagati.
Solo in Calabria, 20 mila lavoratori in cassa o mobilità hanno smesso da nove mesi di ricevere sussidi che in teoria sarebbero già stati autorizzati.
Ma quello di venerdì è solo un episodio, al Sud sempre più ricorrente, in un quadro più ampio: dal Mezzogiorno al Nord industriale, la cassa integrazione in deroga è al collasso. Centinaia di migliaia di famiglie sono rimaste senza redditi, benchè sia stato loro promesso che hanno legalmente titolo a questa forma “eccezionale” di sussidio
Dal distretto del tessile a Como, al commercio nel Lazio, fino all’edilizia in Campania o in Sicilia, sono probabilmente circa 350 mila i lavoratori che subiscono forti ritardi nel versamento degli ammortizzatori in deroga.
La stima è di Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil, ma il “probabilmente” su di essa è d’obbligo.
Il caos su autorizzazioni, versamenti e fabbisogno finanziario sulla Cig in deroga è tale che nè l’Inps (che paga) nè il ministero del Lavoro (che regola) hanno il quadro completo della situazione.
Non si sa quante persone messe fuori dalle imprese non percepiscono più anche solo i soldi per comprare gli alimenti di base.
La sola certezza è che centinaia di migliaia di lavoratori sono lasciati per mesi in un limbo, dopo che era stato garantito loro che potevano contare sugli ammortizzatori sociali
Solo in questi giorni, benchè se ne parli da giugno, il governo ha sbloccato 500 milioni per accelerare i pagamenti degli arretrati. Si aggiungono poi 287 milioni dirottati in extremis dai fondi europei per contribuire alla cassa in deroga in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia
Saranno usati nei prossimi giorni per saldare alcune delle mensilità arretrate. Ma secondo stime (informali) del ministero del Lavoro, solo sul 2013 resta comunque un buco di 330 milioni.
In questa fase il costo complessivo della Cig in deroga, secondo stime (ancora una volta, informali) del ministero del Lavoro, è di tre miliardi l’anno.
Non è poco, se si considera che viene finanziata dalla fiscalità generale e non dai versamenti delle imprese presso l’Inps.
Questo strumento di emergenza era nato con l’inizio della recessione per le esigenze di piccole aziende di ogni tipo: edilizia, artigiani, negozi, studi di notai o di avvocati. Imprese non hanno mai dovuto versare contributi all’Inps per la cassa integrazione.
A titolo di confronto, nel 2012 le medie e grandi imprese industriali hanno versato 3,6 miliardi per gli ammortizzatori e hanno usato Cig ordinaria e straordinaria per 5,2 miliardi.
Per loro il fabbisogno da coprire è dunque di circa la metà rispetto alle piccole imprese.
Ma non è solo la carenza di risorse a provocare quel dramma sociale silenzioso che è il collasso della Cig in deroga. Non era inevitabile che finisse così. A complicare tutto contribuiscono le scelte delle regioni, le incongruenze legali di questo strumento e l’insistenza dei sindacati a usarlo a dispetto delle disfunzioni che comporta.
In questi mesi sono circa 400 mila le persone in cassa in deroga.
Secondo Loy della Uil, le regioni dove i versamenti sono meno in ritardo restano Trentito Alto Adige e Friuli e viaggiano con due mesi di arretrati.
Del resto questo sistema di welfare non era stato disegnato per un’ondata di crisi aziendali come quella attuale.
Si prevedeva al massimo di far fronte a 100 mila cassaintegrati in deroga in ogni dato momento, non quattro volte di più. Poi però le scelte della politica e delle parti sociali hanno complicato tutto ancora di più.
Le regioni per esempio hanno potere di autorizzare il ricorso della Cig in deroga se su di esso c’è un accordo fra l’impresa in crisi e il sindacato. In passato le giunte erano anche tenute a finanziare almeno il 30% delle intese che autorizzavano, mentre il resto spettava al governo.
Da metà 2012 però i fondi delle regioni sono finiti e lo Stato centrale si è fatto carico della Cig in deroga per intero. Si è giunti dunque a un paradosso: un’amministrazione regionale autorizza una gran quantità di spesa pubblica alla quale deve far fronte un’altra amministrazione. Chi decide, sa che poi non dovrà pagare, magari alzando le imposte sui propri elettori.
Non è dunque un caso se questo meccanismo di deresponsabilizzazione ha fatto esplodere il ricorso alla Cig in deroga.
Hanno poi contribuito anche i sindacati, che su questo strumento hanno un potere vincolante: gli ammortizzatori non scattano se il sindacato non firma. Qua e là , di rado, ciò ha prodotto richieste di favori e tangenti per dare via libera alla cassa. Casi, sembrerebbe, sporadici. Ma anche agendo nelle regole, i sindacati tendono a prediligere questo strumento perchè conferisce loro un ruolo centrale.
Formalmente la cassa integrazione è un reddito transitorio in attesa che la crisi passi e il lavoratore rientri in azienda.
Nella pratica, con la Cig in deroga, diventa sempre meno così: il lavoratore non rientra quasi mai. Se i sindacati e le imprese accettassero la realtà del licenziamento, chi perde il posto avrebbe almeno diritto al sussidio di disoccupazione per 12 o 18 mesi: quello sarebbe sicuro e puntuale, perchè coperto da automatismi di legge. Invece si preferisce continuare a fingere che certi posti non siano persi per sempre, a costo di lasciare gli addetti senza ammortizzatori sociali per mesi.
Venerdì, verso le sei di sera, i dimostranti di Catanzaro hanno rimosso i cassonetti dalla strada e sono tornati a casa. La regione Calabria aveva garantito che avrebbe pagato tre dei nove mesi arretrati. A volte una promessa, di questi tempi, fa davvero miracoli.
Federico Fubini
(da “La Repubblica“)
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