Luglio 16th, 2013 Riccardo Fucile
CRESCITA RECORD PER IL SETTORE NO PROFIT
Cento in meno al giorno, dal 2001 al 2011. 
Una vera e propria emorragia di dipendenti pubblici quella evidenziata dall’Istat nel nono Censimento su Industria e servizi, Istituzioni pubbliche e No Profit.
In dieci anni gli addetti della Pa, se si escludono i militari e gli appartenenti alle forze dell’ordine, sono scesi dai 3 milioni e 209 mila unità del 2001 ai due milioni e 840mila calcolati nel 2011.
Il calo stimato è dunque pari a 368 mila persone, un taglio secco dell’11,5%.
Più di una persona su dieci, quindi, ha lasciato gli uffici della pubblica amministrazione nel corso di questi dieci anni.
La cura dimagrante ha alleggerito soprattutto il personale in servizio presso i Comuni, dove la discesa è stata del 10,6% contro un calo dell’8,6% delle Regioni
I tagli sono stati profondi anche in quelle che l’Istat definisce le Altre istituzioni pubbliche che includono Camere di commercio, ordini e collegi professionali, università ed enti di ricerca dove sono stati persi un quarto dei posti (-25%).
Significativa (meno 14%) anche la contrazione del numero di addetti negli Organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e nelle amministrazioni dello Stato come ministeri, agenzie dello Stato, presidenza del Consiglio.
Oltre al personale mostrano una riduzione importante pure le singole istituzioni che a fine 2011 erano 12.183, ovvero il 21,8% in meno rispetto alla rilevazione del 2001.
Questa contrazione è dovuta ad una serie di interventi normativi e di processi di razionalizzazione che hanno portato negli anni alla trasformazione di enti da diritto pubblico a diritto privato e all’accorpamento tra istituzioni diverse
Ma non tutti gli Enti locali hanno limato le spese per il personale: anzi, più che di dieta si deve parlare di bulimia visto che in alcuni casi i dipendenti sono aumentati in maniera esponenziale. Come nelle Province (passate da 102 a 109), dove va registrato un incremento dell’11,3% del personale, così come nelle Comunità montane e isolane e nelle Unioni di Comuni gli assunti, dove sono lievitati del 43%. Ci sono poi i casi della Valle D’Aosta, della icilia e della Provincia autonoma di Trento dove è cresciuto il numero degli addetti in rapporto alla popolazione.
C’è poi un mondo quello del no profit, che invece si espande e crea valore per il Paese.
E lo fa soprattutto al Nord e al Centro con picchi di presenza e di attività in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Lazio.
Un settore che può contare sul contributo lavorativo di quasi 5 milioni di volontari, sul lavoro quotidiano di 681mila dipendenti, di 270mila lavoratori esterni e di 5mila lavoratori temporanei.
Nel tessuto produttivo il no profit occupa ormai una posizione rilevante e pari al 6,4% di tutte le unità economiche attive sul territorio nazionale.
Il settore della cultura e dello sport assorbe da solo circa il 65% del totale delle istituzioni no profit, seguito dall’assistenza sociale con 25mila istituzioni, delle relazioni sindacali e di rappresentanza (16mila), dell’istruzione e ricerca (15mila).
Il peso della componente no profit nell’assistenza sociale è significativo anche in termini di occupazione.
Quasi la metà dei dipendenti impiegati in questo comparto è concentrata in Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna.
Lucio Cillis
(da “La Repubblica”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Luglio 8th, 2013 Riccardo Fucile
“LE RIFORME NON SI STANNO FACENDO ANCHE PER COLPA DEI CINQUESTELLE CHE RIFIUTANO TUTTO E TUTTI”
Il co-leader del Movimento Cinque Stelle Gianroberto Casaleggio torna in Veneto per incontrare gli imprenditori, così come fece insieme a Beppe Grillo durante la campagna elettorale.
Riuscendo a raccogliere numerosi consensi ed adesioni.
Oggi sarà a Castelbrando, a pochi chilometri da Treviso, ospite della Confapri, associazione di piccoli e medi imprenditori con la quale il legame è ormai solido.
Non sarà solo: con lui, tra gli altri, i sindaci Federico Pizzarotti, Flavio Tosi e Giovanni Manildo. Il tema, ovviamente, è l’economia: come farla ripartire?
Ma l’aria intorno al M5S, da queste parti, è un po’ cambiata.
Sensazione confermata dall’esito delle scorse amministrative: a Treviso, per dire, i Cinque Stelle sono passati dal 24 per cento di febbraio al 6,8 del giugno scorso.
Il vicentino Giuseppe Sbalchiero da due anni è a capo della Confartigianato Veneto, che conta 60mila associati.
Come molti dei suoi colleghi aveva votato il M5S alle politiche.
Oggi rifarebbe quella scelta?
«Innanzitutto bisogna dire perchè in tantissimi, tra i nostri associati e non, diedero il loro voto a Beppe Grillo. Cioè per dare un segnale forte a centrodestra e centrosinistra, per dirgli “guardate che la nostra pazienza sta finendo, datevi una mossa”. Dopo anni in cui il 70-80 per cento della nostra categoria aveva premiato Pdl e Lega».
Il risultato qual è stato?
«Che il M5S ha scelto la via del rifiutare tutto e tutti. Le riforme non si stanno facendo anche per colpa di questo atteggiamento. Il voto di protesta si è rivelato fine a se stesso, quindi inutile».
Quindi la fiducia in Grillo è già finita? Il vostro non era un voto di adesione ma solo un segnale?
«In alcuni casi c’è ancora chi crede in lui. Ma tutti i voti presi a febbraio oggi come oggi sono una chimera. Il fenomeno si è ridotto di molto. E sa chi se ne avvantaggerà ? L’astensionismo. La totale sfiducia ».
Padroncini e operai, nelle vostre fabbriche, si erano ritrovati a votare M5S. I lavoratori la pensano come voi su Grillo? Stessa delusione?
«A dire il vero erano anni che accadeva la stessa cosa, questa comunanza tra piccoli imprenditori e collaboratori, magari votando Lega. La quale doveva portare il federalismo, e invece niente. Ora è toccato a Grillo, e ancora niente. C’è una sensazione di rifiuto molto diffusa».
Domani (oggi, ndr) sarà all’incontro con Casaleggio?
«Ho altri impegni. La dialettica resta comunque utile, ci mancherebbe.Il fatto è che si parla troppo, magari».
E il governo di larghe intese come vi sembra?
«Stiamo ancora aspettando che cominci a governare. Che si tagli la spesa pubblica inutile e la burocrazia. E si dia il via alle riforme. Altrimenti succede che si tornerà a votare con questa stessa legge. Metà cittadini non ci andranno nemmeno. E l’altra metà decreterà ancora una volta il totale immobilismo».
Matteo Pucciarelli
argomento: economia, Grillo, Lavoro | Commenta »
Luglio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL RAGAZZO DI MEDA SI E’ UCCISO PER LA DISPERAZIONE DI NON RIUSCIRE A TROVARE UN LAVORO
Uccidersi per la disperazione di non trovare un lavoro, di non essere più indipendenti economicamente.
È sotto l’inquietante ombra della disperazione per la disoccupazione che stamani, in Brianza, si è tolto la vita un giovane di 26 anni.
Il giovane si è sparato in casa dei genitori, con cui viveva, a Meda (Monza e Brianza). Secondo quanto riferito da alcuni parenti (che al momento del suicidio non erano nell’appartamento) alla base del terribile gesto ci sarebbe, ancora una volta, la crisi economica e quella personale di un giovane che non sopportava più di sentirsi un fallito, di non riuscire a trovare un lavoro, di mantenersi.
Il particolare è emerso dai famigliari, che lo vedevano da tempo molto preoccupato e depresso, cioè da quando aveva smesso di lavorare come muratore senza più riuscire a trovare una nuova occupazione.
I carabinieri, giunti sul posto, in via Milano, avvisati dai genitori, intorno alle 12, stanno vagliando alcuni suoi scritti, in particolare due lettere.
Di certo, verso le 11, c’è che i genitori, rientrando a casa e non vedendolo alzato, hanno sfondato la porta della sua camera trovandolo privo di vita con una pistola a fianco.
Al momento non è chiaro come se la sia procurata, ma è probabile che pensasse al suicidio da qualche tempo.
Da molto infatti continuava a ripetere di “non riuscire a trovare niente” e di “non avere nemmeno i soldi per le sigarette”.
Il settore dell’edilizia è uno di quelli che sono stati più penalizzati dalla crisi a livello occupazionale, con moltissime aziende chiuse.
“È una vergogna, questo ragazzo aveva sempre lavorato, era abituato ad avere responsabilità e a mantenersi – dice con rabbia Giuseppe Neletti, lo zio, a sua volta imprenditore edile salito tempo fa agli onori delle cronache per aver malmenato due emissari di Equitalia nel Lodigiano – adesso si lamentava con la sorella che non aveva più nemmeno i soldi per comparsi le sigarette. Questo Stato è incapace”.
“Ma quale Expo – gli fa eco un altro parente – tanti milioni di euro spesi e qui non si lavora, le aziende che prendono i subappalti sono tutte dello stesso giro e gli operai vengono da fuori, pagati in nero. Quali controlli? E cosa deve fare un ragazzo che cerca un lavoro onesto?”.
argomento: Lavoro | Commenta »
Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
PERSO IL 15% DELLA BASE PRODUTTIVA: 55 MILA AZIENDE , 539 MILA POSTI, UN QUARTO DELLA PRODUZIONE. DAL 2008, PIL GIÙ DELL’8,6%
La ripresa. Oramai è un essere mitologico il cui avvistamento è predetto di sei mesi in sei mesi da governi e economisti. 
Basta poco ad eccitare gli animi: ora c’è una tenuta della produzione industriale a giugno (-0,1%) a far sperare gli ottimisti, che però dimenticano che quel dato è su base mensile, mentre rispetto a un anno fa il calo è del 2%.
“Non sappiamo se siamo alla fine della caduta o all’inizio di una ripresa”, diceva ieri Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma.
Che succede, però, mentre aspettiamo l’unicorno del rilancio?
Il nostro sistema manifatturiero — il secondo in Europa, il settimo nel mondo, con una quota di oltre il 3% sul commercio mondiale — chiude o perde pezzi o finisce in mani straniere (il che vuol dire che gli utili che produrrà emigreranno nel paese di residenza dei nuovi proprietari): quando e se la domanda ripartirà , in altre parole, non saremo in grado di cavalcarla.
La fotografia l’ha fatta qualche settimana fa il Centro studi di Confindustria e non è piacevole: tra il 2009 e il 2012 è andato distrutto oltre il 15% della base produttiva industriale; nello stesso lasso di tempo sono sparite 55mila aziende, una quarantina al giorno; tra il 2008 e il 2012 i posti di lavoro persi nel solo manifatturiero ammontano a 539mila “e si tratta di un bilancio provvisorio perchè questa crisi non è ancora finita”, dice il vicepresidente di Confindustria Fulvio Conti.
Anche perchè, la stretta del credito sta ormai uccidendo persino le aziende sane, quelle che anche ora farebbero utili.
In generale, sempre secondo le stime del Csc, la produzione industriale italiana nei primi tre mesi del 2013 risultava di quasi il 25% più bassa rispetto a quella del 2008 (prima dell’inizio della crisi), il Prodotto interno lordo era invece inferiore del-l’8,6% a paragone di quello di cinque anni fa, mentre la disoccupazione — come rivelato dall’Istat — ha raggiunto ormai il record da quando esistono le rivelazioni trimestrali (1977): tasso al 12,2%, oltre tre milioni di persone a spasso, il 38,5% nella fascia d’età 15-24.
Com’è chiaro tanto dai dati quanto dall’opinione degli interessati, questa è una crisi di domanda.
Nelle ultime interviste semestrali che la Bce ha fatto alle imprese, la principale preoccupazione degli operatori risulta essere la ricerca di clienti: non la burocrazia e nemmeno la detassazione delle assunzioni, ma trovare a chi vendere.
In Italia, per dire, nel 2012 i consumi finali delle famiglie sono calati del 4,3% (e soprattutto nell’acquisto di beni), gli investimenti fissi lordi sono scesi addirittura dell’8% penalizzando particolarmente mezzi di trasporto, macchinari, attrezzature e costruzioni , l’ossatura del nostro sistema produttivo.
Ovviamente questi numeri hanno effetti anche sulle finanze pubbliche.
Per due motivi: da un lato i numeri del bilancio — ad esempio deficit e debito — vengono misurati non tanto in sè, quanto proprio in rapporto al Pil, dall’altro meno ricchezza prodotta significa minori entrate per le casse dello Stato (“il gettito Iva ha avuto un calo indecoroso”, secondo la direttrice del Dipartimento delle Finanze del Tesoro).
E così i vari governi si trovano costretti ad ulteriori manovre correttive di tagli e/o tasse che hanno l’effetto di deprimere ulteriormente l’economia: è tanto vero che secondo il Fondo monetario internazionale il vero punto di equilibrio per il rapporto deficit/Pil italiano arriverà a metà del prossimo decennio.
I bilanci pubblici insomma — come ha spiegato ieri anche il sito del Sole 24 Ore con un articolo di Vito Lops — sono le vittime di una crisi che inizia nel settore privato con un’esplosione del debito estero nei paesi periferici, inondati nel decennio scorso dai capitali degli stati del nord (Germania in testa) liberati dal rischio di cambio dall’unione monetaria.
Quando la bomba esplode, viene richiesto l’immediato rientro di quei debiti ed è a questo punto che la faccenda si scarica — attraverso, ad esempio, salvataggi bancari, spesa sociale che sale e Pil che decresce — anche sulle finanze pubbliche.
A questo punto, in Europa, arrivano a finire il lavoro i rigidi vincoli di bilancio europei, sostanzialmente quelli imposti dai paesi creditori ai paesi debitori : pareggio di bilancio, rapida riduzione del debito pubblico.
Questo significa che l’unico soggetto in grado di rilanciare la domanda durante una recessione, lo Stato, non può farlo: prova ne sia che negli anni di crisi (2008-2012) la spesa pubblica per investimenti — quella che più incide su domanda e Pil — è calata addirittura del 35% divenendo in sostanza irrilevante.
Però, dice il ministro, tra qualche mese arriverà la ripresa.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia, Lavoro | Commenta »
Giugno 30th, 2013 Riccardo Fucile
COME FUNZIONEREBBE LA STAFFETTA: 1,5 MILIARDI PER 190.000 GIOVANI
Non più i figli che lavorano per pagare le pensioni ai padri. Ma i padri che si mettono in part-time per fare posto ai figli.
La staffetta generazionale in tempo di crisi torna in pista.
A rilanciarla, di nuovo, il ministro del lavoro Giovannini che conferma l’intenzione del governo di riprendere il dossier in autunno.
«È un intervento strutturale che ha dei costi però e non si può fare con i fondi europei», ha scandito il ministro.
Se ne riparlerà dunque in sede di legge di stabilità , la ex finanziaria.
Anche perchè secondo alcune simulazioni, l’ultima elaborata dagli economisti di lavoce.info, per creare 190 mila posti “giovani” serve almeno un miliardo e mezzo di euro, sufficiente a coprire il “delta contributivo” degli adulti che, a tre anni o meno dalla pensione, rinunciano a metà stipendio, ma non ai contributi previdenziali.
Pagati dallo Stato, dunque.
Il modello è quello francese, avviato in questi mesi da Hollande. Il contrat de gènèration punta a 500 mila under 26 assunti da qui a cinque anni, in aziende con meno di 300 dipendenti, assistite dall’aiuto fiscale pubblico: 4 mila euro all’anno, 12 mila nel triennio, per tenere nella struttura il senior (over 57) che farà da tutor a nuovi apprendisti.
Le aziende più grandi (sopra i 300 addetti), prive di bonus, saranno obbligate a negoziare l’integrazione dei giovani e il part-time degli adulti con le parti sociali, sotto minaccia di sanzione.
Funzionerebbe anche in Italia? Gli economisti sono scettici.
Intanto il modello italiano sarebbe diverso: nessun obbligo. Si incentiva il part-time di fine carriera per tutti quei lavoratori che sono a tre anni dalla pensione, circa 288 mila nel settore privato secondo i calcoli di lavoce.info.
Se tutti accettassero una busta paga dimezzata (cosa non scontata), in cambio del versamento dei soli contributi (1,5 miliardi il costo per lo Stato, 3,2 miliardi il risparmio per le aziende), 190 mila giovani sotto i 26 anni potrebbero entrare in azienda (con salario d’ingresso degli apprendisti, circa 17 mila euro lordi annui).
Quali le perplessità ? Non si crea lavoro aggiuntivo, la prima. Ma si redistribuiscono solo le ore lavorate.
È un processo volontario, la seconda. E il 71% delle aziende non si pone il problema generazionale (dati Manageritalia).
Le risorse pubbliche, ingenti, consumate senza creare un solo posto in più, la terza. Anzi usate per introdurre una forma surrettizia di pre-pensionamento a favore della grande impresa.
Senza pensare alle possibili degenerazioni nel sommerso del senior pagato a metà .
E alla inevitabile collisione con la riforma Fornero delle pensioni.
«Si era spiegato agli italiani che avrebbero dovuto lavorare più a lungo per mantenere in equilibrio i conti dell’Inps», sostiene il giuslavorista Michele Tiraboschi.
E poi però si spendono miliardi per coprire i contributi figurativi dei “padri” con la promessa di un posto per i “figli”.
Precario?
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
SEMPRE PIU’ ITALIANI TORNANO A CERCARE IMPIEGHI DA ANNI ESCLUSIVI DI LAVORATORI STRANIERI… PREVALE LA COMPETIZIONE SULLE BASSE QUALIFICHE: MINIERE, CAVE, IMPRESE DI PULIZIA
Gli italiani “rubano” il lavoro agli immigrati. Suona strano, ma c’è da crederci.
Sempre più nostri connazionali tornano a cercare impieghi, da anni esclusiva dei lavoratori stranieri: venditori ambulanti, vasai, pescatori, operai delle cave.
Lavori pesanti e a volte anche rischiosi.
Tutta colpa della crisi, che sta rimescolando le carte in tavola.
Così l’espressione “gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare” rischia di apparire sempre più una fotografia sfocata.
Dalla complementarietà alla competizione.
A tracciare un imprevisto quadro dell’occupazione straniera è uno studio della Fondazione Leone Moressa.
Cosa emerge? Innanzitutto, che la complementarietà sembra oggi lasciare il passo alla competizione: sulle basse qualifiche si combatterà infatti la sfida futura tra migranti e italiani.
“La crisi economica e occupazionale che ha interessato l’Italia, insieme ad altri Paesi europei – scrivono i ricercatori della Fondazione – ha portato una serie di cambiamenti sostanziali nel mercato del lavoro, tra cui uno slittamento della forza lavoro italiana verso alcune professioni tipicamente considerate appannaggio della popolazione straniera”.
Il pianeta immigrazione.
Gli occupati stranieri nel 2012 ammontano a circa 2 milioni e rappresentano il 10,1% degli occupati totali.
La nazionalità più rappresentata è la Romania con oltre mezzo milione di persone, un quarto di tutta la manodopera immigrata. Seguono albanesi (232mila), marocchini (147mila) e ucraini (132mila).
Nel 2012 i disoccupati stranieri sono stati circa 382mila (in aumento).
Tra le professioni maggiormente etnicizzate, vale a dire in cui l’incidenza degli stranieri sul totale dei lavoratori è particolarmente alta, troviamo gli impiegati non qualificati e qualificati nei servizi domestici e personali (70,9% per i primi e 57,9% per i secondi), gli operai specializzati nelle costruzioni (32,5%), il personale addetto alle pulizie (27%), il personale addetto alla consegna e allo spostamento delle merci (24,6%) e infine il personale non qualificato nell’agricoltura (23,1%).
La badante tricolore.
Si dice: “I migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”.
Ma da un paio d’anni siamo in controtendenza.
Secondo la Fillea-Cgil, nei corsi per muratori organizzati da privati e sindacati di settore, dopo tanti anni sono tornati a vedersi gli italiani.
Anche nel fortino del lavoro domestico, il monopolio delle lavoratrici immigrate è sotto assedio.
Dati Inps: dal 2008 a oggi le domestiche e le badanti di nazionalità italiana sono aumentate del 20%.
E ancora: stando alle Acli Colf, negli ultimi due anni tra le iscritte ai corsi di formazione le italiane sono più che raddoppiate.
Un esempio? Massimiliano, romano 45enne, si è reinventato e oggi è un badante italiano: “Ero già predisposto a lavorare con le persone in difficoltà , così ho deciso di farne una professione”. Massimiliano lavora per una cooperativa della capitale e assiste anziani e disabili: “È un lavoro tipico da immigrati, ma noi italiani siamo sempre di più”.
Il fortino del lavoro domestico.
Va però detto che la badante-tipo parla ancora straniero.
“Le professioni di assistenza e di cura domestica rimangono prevalentemente appannaggio della forza lavoro straniera, così come il settore delle costruzioni, dell’agricoltura e dei servizi di pulizia – affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa – in queste ultime professioni si registra tra il 2011 e il 2012 un lieve aumento della popolazione immigrata. Fondamentalmente invariato rimane, invece, il rapporto tra la popolazione italiana e quella straniera in mansioni che comprendono personale non qualificato per le costruzioni, la manifattura, la logistica e gli addetti alle attività di ristorazione”.
La carica degli italiani.
Un aumento degli italiani a fronte di un lieve calo degli stranieri si verifica tra i venditori ambulanti (+2,3% gli italiani nell’ultimo anno), il personale non qualificato addetto alla cura degli animali, vasai (+3% italiani), soffiatori, cacciatori e pescatori. Ma quali sono i settori i cui gli italiani “rubano” più lavoro agli immigrati?
“Le professioni maggiormente colpite da un ingresso di italiani a fronte di una consistente uscita di stranieri – sostengono dalla Fondazione – sono il personale non qualificato nelle miniere e nelle cave (qui gli italiani sono cresciuti nel 2012 dell’11,5%), i conduttori di impianti per la fabbricazione della carta, gli operai addetti alla pulizia degli edifici (italiani +9%) e gli addestratori”.
Il crollo delle roccaforti.
“In conclusione – per la Fondazione Moressa – vi sono sicuramente delle professioni che rimangono delle vere roccaforti del lavoro straniero, mentre in altri comparti si può registrare anche solo a distanza da un anno all’altro una tendenza al ritorno della popolazione italiana, a fronte o a causa di una fuoriuscita di lavoratori stranieri”. Insomma la crisi cambia il quadro.
Non è un caso se in un’indagine Istat del maggio scorso ammontano a 20 milioni e 800mila (51,4%) i cittadini italiani che si dichiarano d’accordo con l’affermazione secondo la quale “in condizione di scarsità di lavoro, i datori di lavoro dovrebbero dare la precedenza agli italiani rispetto agli immigrati”.
(da “La Repubblica“)
argomento: Lavoro | Commenta »
Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
L’ESPERIENZA PASSATA RIVELA L’INEFFICACIA DEGLI INCENTIVI TEMPORANEI ALLE ASSUNZIONI…UNICO ASPETTO POSITIVO LA RIMOZIONE DI ONERI BUROCRATICI
La buona notizia è che da ieri gli annunci di roboanti “piani del lavoro” prossimi venturi dovrebbero essere finiti.
I reiterati annunci di sgravi fiscali e contributivi sulle nuove assunzioni delle ultime settimane avevano spinto i datori di lavoro a rinviare le assunzioni in attesa di questi provvedimenti.
Così facendo hanno preparato il terreno per sprechi di denaro pubblico, dato che queste assunzioni premiate dalla nuova normativa ci sarebbero state comunque, anche senza gli incentivi dello Stato.
La cattiva notizia è che gli unici provvedimenti davvero efficaci che sono stati varati ieri sono quelli che rimuovono una serie di oneri burocratici introdotti, per scoraggiare l’abuso della “flessibilità cattiva”, dalla legge 92.
Quella che passerà ai posteri come la riforma Fornero del mercato del lavoro viene così modificata a meno di un anno dalla sua entrata in vigore.
In questa scelta, il governo si conferma in grado più di disfare che di fare. Sembra trovare consenso al suo interno soprattutto nel rimettere mano a misure varate da esecutivi precedenti, come nel caso delle norme sulla pignorabilità della prima casa o di quelle sulle funzioni di Equitalia.
Al di là del merito del disfare, non è certo tornando indietro che si danno quei segnali di svolta che gli investitori, i mercati e le famiglie si attendono oggi dalla politica economica in Italia.
Il piano per il lavoro ripristina sotto smentite spoglie la fiscalizzazione degli oneri sociali degli anni ’80 e ’90.
La riduzione del 33 per cento del costo del lavoro corrisponde infatti alla somma dei contributi versati da datori di lavoro e dipendenti alle casse dell’Inps.
Gli sgravi riguardano le sole assunzioni di persone con meno di 30 anni fino all’esaurimento delle risorse disponibili e possono avere una durata massima di 18 mesi.
L’esperienza passata è eloquente circa l’inefficacia di incentivi temporanei alle assunzioni.
Il bonus assunzioni del 2001, meno generoso di quello contemplato ieri dal governo, era costato molto più del previsto imponendo al governo di introdurre lotterie (i cosiddetti rubinetti) nella concessione del sussidio per evitare una voragine nei conti dello Stato.
E quando c’è incertezza circa chi potrà davvero beneficiare degli sgravi, finiscono per fruirne solo i datori di lavoro che avrebbero assunto comunque.
Difficile che un datore di lavoro decida di creare posti di lavoro a tempo indeterminato davvero aggiuntivi in virtù di un contributo pubblico che poi potrebbe non essere erogato.
I due miliardi spesi nel 2002 per i bonus assunzioni, alla prova dei fatti, non hanno creato posti di lavoro aggiuntivi, nonostante anche allora la legge mettesse una serie di paletti per evitare che i datori di lavoro utilizzassero i fondi per finanziare posti già creati.
Non dissimile l’esperienza degli incentivi fiscali alla trasformazione di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato (e alla stabilizzazione di contratti precari) introdotti pochi mesi fa, nell’ottobre 2012.
I fondi disponibili sono stati esauriti in meno di un mese e stime preliminari (si veda il contributo di Bruno Anastasia su lavoce.info) ci dicono che 2/3 degli incentivi sono andati a imprese che avrebbero comunque assunto quei lavoratori.
A Torino addirittura la totalità degli sgravi sarebbe andata a imprese che non hanno modificato le loro politiche del personale dopo il varo della legge.
Anche nel caso dei provvedimenti varati ieri, gli stanziamenti sono limitati.
Si parla di circa 150 milioni all’anno per i prossimi 4 anni.
Ai salari medi di giovani con meno di 30 anni, questo vuol dire circa 23.000 lavori che ogni anno fruiranno dell’incentivo.
Per dare un’idea della portata dell’intervento, bene ricordare che oggi in Italia tra disoccupati, lavoratori scoraggiati, cassintegrati a zero ore e sottoccupati, ci sono più di 7 milioni di persone in condizioni di disagio occupazionale.
Come si diceva prima, molto difficile che siano posti aggiuntivi. E i lavoratori assunti, soprattutto nelle piccole imprese, potrebbero venire licenziati non appena lo sgravio si interrompe, come evidenziato dall’esperienza della Spagna con provvedimenti di conversione di contractos temporales in contratti a tempo indeterminato.
Come spiegano documenti ufficiali di governo e parti sociali iberiche, queste misure creano dei veri e propri caroselli in cui le imprese assumono lavoratori fino a quando durano gli aiuti, per poi licenziarli subito dopo e magari assumere altri lavoratori per fruire nuovamente degli incentivi.
L’esaurimento dei fondi disponibili potrebbe intervenire molto presto.
Ogni mese in Italia ci sono circa 120.000 assunzioni di persone con meno di 30 anni.
Questo significa che, anche senza contare il probabile incremento delle assunzioni subito dopo l’entrata in vigore del provvedimento, i fondi potrebbero venire esauriti in meno di una settimana.
Forse per questo il governo ha pensato di introdurre requisiti aggiuntivi: i beneficiari devono essere disoccupati da almeno sei mesi oppure avere solo la licenza media oppure ancora devono venire da famiglie monoreddito.
Al di là della natura più o meno discutibile di alcune di queste restrizioni, ci vorranno controlli accurati (dunque burocrazia) per verificare il rispetto di questi requisiti.
Il governo poteva essere più coraggioso nel varare riforme a costo zero per le casse dello Stato, ad esempio introducendo quel canale di ingresso alternativo al precariato che la legge 92 non ha saputo definire.
Poteva anche stabilire per legge che i lavoratori esodati possono cominciare a ricevere almeno la pensione integrativa, una misura a costo zero per le casse dello Stato e importante per il futuro della previdenza complementare.
Si potevano anche definire delle priorità nella destinazione delle poche risorse disponibili e in quelle che, speriamo, arriveranno dalla spending review, se mai si inizierà a farla sul serio.
Ad esempio, era possibile cominciare a introdurre sgravi fiscali o sussidi condizionati all’impiego per i salari più bassi, destinando a questi interventi tutte le risorse disponibili invece di disperderle in tanti rivoli di importo limitato (il decreto varato ieri ha misure che valgono meno dello stipendio annuale di un singolo calciatore!).
Ma questo è un governo debole, che sin qui, oltre agli annunci, ha proceduto soprattutto di rinvio in rinvio — dall’Imu, alla Tobin tax, all’Iva, agli F35— in attesa di tempi migliori.
Non sappiamo giudicare se potranno, a bocce ferme, arrivare davvero tempi migliori negli equilibri politico- parlamentari.
Ma è certo che la nostra economia non andrà meglio se non si riprende il cammino delle riforme economiche e se non si dimostra nei fatti, oltre che nelle parole, di accordare priorità al lavoro.
Tito Boeri
(da “la Repubblica”)
argomento: governo, Lavoro | Commenta »
Giugno 26th, 2013 Riccardo Fucile
DAGLI SGRAVI PER LE ASSUNZIONI DEI GIOVANI AGLI INCENTIVI PER GLI OVER 50… TETTO DI 650 EURO PER LE ASSUNZIONI DI GIOVANI, RIDOTTO L’INTERVALLO TRA UN CONTRATTO A TERMINE E UN ALTRO
Sgravi sperimentali per gli under 29, incentivi per l’assunzione dei disabili e dei cassintegrati. Sono questi alcuni dei provvedimenti inclusi nel pacchetto lavoro approvato dal Consiglio dei ministri. Si tratta in totale di 1,5 miliardi, così come spiegato dal presidente del consiglio Enrico Letta.
GLI INCENTIVI
Previsti «in via sperimentale» incentivi all’assunzione stabile di giovani tra i 18 ed i 29 anni. Il governo ha messo sul piatto 1,5 miliardi di euro di cui 794 milioni per la stabilizzazione degli under 30.
Così come annunciato, le risorse andranno per lo più alle Regioni del Sud dove il problema della disoccupazione giovanile arriva a livelli drammatici.
Confermato il tetto di 650 euro al mese per lavoratore: gli sgravi saranno di 18 mesi per le nuove assunzioni e di 12 per chi trasforma i contratti a tempo indeterminato.
Per poterne usufruire i giovani devono rientrare in queste condizioni: essere privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi; essere privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, vivano soli con una o più persone a carico.
NON SOLO GIOVANI
Programmate anche agevolazioni per chi ha più di cinquant’anni di età e per i disoccupati da oltre dodici mesi.
Misure che guardano anche all’Expo 2015 «al fine di cogliere le opportunità di lavoro, su tutto il territorio nazionale, derivanti dall’iniziativa».
Inoltre, si legge nella bozza del provvedimento, in via sperimentale per gli anni 2013, 2014 e 2015 viene istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali un fondo di 2 milioni di euro annui per consentire alle amministrazioni dello Stato «di corrispondere le indennità per la partecipazione ai tirocini formativi».
Ad ogni studente universitario che abbia concluso gli esami, abbia una buona media e rientri sotto una soglia del redditometro, lo Stato potrebbe quindi riconoscere una specie di mini-assegno di 200 euro al mese qualora svolga un tirocinio della durata minima di 3 mesi con enti pubblici o privati.
CONTRATTI A TERMINE
Vantaggi fiscali per gli imprenditori che assumono a tempo indeterminato dipendenti che si trovano in regime di cassa integrazione.
Oltre a «ulteriori misure nei territori del Sud»: 80 milioni di rifinanziamento delle misure per l’autoimpiego e autoimprenditorialità , 80 milioni di rifinanziamento del Piano di Azione e Coesione, 168 milioni di finanziamento per borse di tirocinio formativo a favore di giovani che non lavorano, non studiano e non partecipano ad attività di formazione.
Si torna a pause meno lunghe tra un contratto a termine e l’altro: 10-20 giorni contro i 60-90 giorni introdotti dalla Riforma Fornero.
SOCIAL CARD
In arrivo, in via sperimentale, anche una carta per l’inclusione sociale che servirà a combattere la povertà estrema.
Riguarderà 170mila persone mentre sarà prorogata la vecchia social card per 425mila persone.
argomento: governo, Lavoro | Commenta »
Giugno 24th, 2013 Riccardo Fucile
VERTICE A PALAZZO CHIGI PER GESTIRE LE POCHE RISORSE DISPONIBILI… MERCOLEDI’ IL PROVVEDIMENTO AL CSM
Il primo ministro Enrico Letta ha fatto la spola ieri dagli studi Rai, dove è intervenuto alla trasmissione di Lucia Annunziata, a Palazzo Chigi, dove nel tardo pomeriggio si è a lungo intrattenuto con i ministri dell’Economia Saccomanni e del Lavoro Giovannini. Dall’intervista e dagli incontri è venuta la conferma del premier sul piano lavoro.
Per l’occupazione c’è, per il momento, solo un miliardo.
Servirà per l’assunzione di 70 mila under trenta.
Il piano arriverà mercoledì sul tavolo del Consiglio dei ministri. Il premier Letta ha inoltre detto che non accetta diktat sull’aumento dell’Iva.
Per ora solo un miliardo: a tanto ammonterà il piano nazionale per il lavoro, con i giovani come stella polare.
Obiettivo: l’assunzione di 70 mila under trenta.
Il piano arriverà mercoledì sul tavolo del consiglio dei ministri. A confermarlo è lo stesso presidente del consiglio, Enrico Letta, intervenuto ieri nella trasmissione di Lucia Annunziata.
I dettagli sono stati poi definiti in una riunione con il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni e con il collega del Lavoro, Enrico Giovannini.
Il piano sarà articolato in due tappe.
Il primo passaggio prevede una revisione delle regole di ingresso nel mercato del lavoro e punta a renderle più flessibili rispetto alla riforma Fornero.
A cominciare dai tempi di rinnovo e dalle causali.
Per proseguire con il rilancio dell’apprendistato.
Ma il piatto forte (anche se ancora molto limitato come risorse) arriverà con il dirottamento di un miliardo di fondi strutturali Ue al finanziamento di una serie di misure per l’occupazione giovanile.
Il governo cercherà comunque di aggiungere per quanto possibile altri fondi al di là di quelli europee.
Come? “Con risorse fresche ha detto ieri Letta — ottenute dal taglio di spese”.
Metà del miliardo dei fondi strutturali sarà destinato agli sgravi contributivi per chi assume giovani. I 500 milioni si sommeranno ai 242 milioni già stanziati dal precedente governo.
E serviranno ad assicurare una riduzione di contributi di 10 mila euro per ogni nuovo giovane occupato, da spalmare in 18 o 24 mesi.
Altri 100 milioni andranno a finanziare l’autoimprenditorialità giovanile con il coinvolgimento di Invitalia.
E ancora: 200 milioni sono destinati a stage e tirocini gestiti da “Italia Lavoro”, della durata di sei mesi, con una retribuzione di 500 euro al mese.
Venticinque milioni andranno invece ad incentivare nuove cooperative di under 30 nei settori dei beni culturali e dei servizi alla persona.
E’ al vaglio, infine, una misura che consente di stabilizzare gli assunti a tempo determinato.
L’ultima parte del pacchetto riguarderà invece la lotta alla povertà con l’estensione a tutte le città del Sud della social card, oggi limitata solo ai centri più grandi
Con queste misure l’Italia si presenta al Consiglio Ue di giovedì e venerdì, con l’obiettivo, come ha detto Letta ieri, di “usare queste risorse subito e non di spalmarle in molti anni”. In realtà , il piano europeo (Youth Guarantee Scheme), che utilizza i fondi strutturali, originariamente doveva essere spalmato fino al 2020.
Ma l’Italia, con altri partner europei ad eccezione della Germania, è decisa a concentrare le risorse solo nel 2014.
Il premier è poi tornato sull’Iva. «Sono fiducioso che si troverà una soluzione” e subito dopo ha lanciato un avvertimento al Pdl: “Andare avanti con i dicktat non serve”.
“Non è che io o il mio governo — ha spiegato — vogliamo aumentare l’Iva. L’aumento è figlio delle decisioni prese nella prima metà del 2011, quando c’è stato un momento di crisi profonda e il governo Berlusconi fece la scelta di eliminare gli assegni familiari e altro ancora. Successivamente il governo Monti, per evitare questa eliminazione, spostò l’aumento sull’Iva. Dunque l’aumento è già deciso, c’è. Noi dobbiamo trovare le risorse per spostarlo”.
Letta ha poi avvertito che «la tempesta finanziaria non è finita”.
“Non siamo mai usciti da una situazione di rischio”, ha detto Letta ma ha anche aggiunto, sollecitato sull’ipotetico default a fine anno ventilato da uno studio di Mediobanca securities, che “se non facciamo errori e con scelte azzeccate” possiamo evitare i pericoli. Il premier ha infine reso noto che al G8 della settimana scorsa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha sottolineato che “grazie all’intervento di Draghi e della Bce si è creata una condizione che ci consente di avere ottimismo”.
Rosaria Amato
(da “La Repubblica“)
argomento: Lavoro | Commenta »