Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
QUASI IL 20% DI PERSONE NON E’ IMPIEGATA, NON CERCA UN’ATTIVITA’, NON STUDIA… LA UE: “CON LA CRISI PERSI 10 ANNI”…L’OCSE: “IL VOSTRO PAESE SOFFRE DI DISOCCUPAZIONE DI LUNGA DURATA”
La crisi morde e crea disoccupazione.
Oltre le stime delle grandi agenzie internazionali e della Ue che stanno rivedendo gli scenari – che pure erano solo cautamente ottimisti – di una ripresa nel medio termine. La disoccupazione, soprattutto quella giovanile, è già una vera e propria emergenza in Grecia e Spagna.
Ma con fenomeni preoccupanti anche per l’Italia.
Nel nostro Paese è la cosiddetta disoccupazione di “lunga durata” che spiazza gli analisti: oltre il 50% di chi ha perso il lavoro oltre un anno fa non ne ha più trovato un altro nei dodici mesi successivi, quota che sale al 30% se si sposta l’asticella agli ultimi due anni.
È un dato in aumento che ci fa avvicinare pericolosamente alle dinamiche dei Paesi dell’Unione maggiormente colpiti dalla recessione.
E che aggiunge un mattone al muro di pessimismo che ormai ha infiltrato i palazzi del governo dell’Ue.
La Commissione ha già dovuto rinunciare all’obiettivo di un’occupazione al 75% entro il 2020, attualmente infatti la percentuale media nell’Ue è al 68% e anche l’obiettivo – già ridimensionato – del 72% sembra lontano.
Tanto che alla Commissione si parla apertamente di una “lost decade”: cioè dieci anni persi per il mercato del lavoro, a partire dall’inizio della crisi globale nel 2007.
Ci vorranno almeno altri cinque anni per farlo ripartire.
La disoccupazione ha scavato un solco tra ricchi e poveri.
Le statistiche Ue relative al 2011 passano dal 2,5% di senza lavoro del Tirolo al 30,4% dell’Andalucia.
Con dinamiche differenti da Paese a Paese.
Per l’Italia l’Ocse ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita, con la prospettiva di un’economia con il segno meno nel 2012 e nel 2013.
Il rischio di un impatto sul mondo del lavoro resta di conseguenza molto alto.
Ad aprile, secondo i calcoli Ocse, la disoccupazione era all’11,1% nell’Eurozona e al 10,2% in Italia (già oltre il picco 2009/2010).
La disoccupazione giovanile ha toccato in Italia il 36,2%, una quota alta, seppur lontana dal 50% di Spagna e Grecia.
Ma l’Italia registra anche un 19,8% di giovani (tra i 15 e i 24 anni) che non hanno un lavoro, non lo cercano e risultano fuori dal processo formativo. In questo la Spagna sta meglio di noi (18%).
Ma è la disoccupazione di lunga durata il tallone d’Achille italiano: è in aumento, era al 45% nel 2009, già sopra il 50% a fine 2011 (più di Spagna e Portogallo, quasi come la Grecia) e salirà ancora.
Secondo gli ultimi dati Ocse, che saranno presentati oggi a Parigi nel Rapporto sull’occupazione dell’organizzazione, è ben oltre il 51% a un livello lievemente inferiore al 51,9% già stimato dall’Ue.
La situazione porta a «previsioni molto deboli – spiega Stefano Scarpetta, vicedirettore Ocse – in un quadro di pessimismo persistente. La disoccupazione aumenta, non solo per i giovani, e riconvertirsi è sempre più difficile».
Francesco Mimmo
(da “la Repubblica“)
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Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE: I DATI SUI LAVORATORI ATIPICI CONFERMANO UN’ALTA CONCENTRAZIONE NEL PUBBLICO IMPIEGO E AL SUD E CANCELLANO UN LUOGO COMUNE: SOLO IL 15% SONO LAUREATI… IL RECORD IN CALABRIA E SARDEGNA
Sono oltre tre milioni e campano con poco più di 800 euro al mese. 
E’ l’esercito dei lavoratori precari d’Italia secondo un’analisi fatta dal centro studi della Cgia di Mestre.
La ricerca smentisce anche un luogo comune molto diffuso sul precariato e che “identifica il precario in un giovane con un elevato livello di studio”.
A impressionare, però, sono ancora una volta i numeri: i lavoratori con contratti a termine sono 3.315.580, guadagnano 836 euro netti al mese, che è la media tra i 927 euro dei maschi e i 759 euro per le donne.
Laureati e non.
Per quanto riguarda il titolo di studio, solo il 15% è laureato, quasi uno su due (per l’esattezza il 46% del totale) ha un diploma di scuola media superiore, mentre il restante 39% circa ha concluso il percorso scolastico con il conseguimento della licenza media.
Dove lavorano.
La più alta concentrazione di lavoratori precari italiani è nel pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299.
Se si contano anche i 119mila circa che sono occupati direttamente nella pubblica amministrazione (stato, regioni, enti locali, etc.), il 34% del totale dei precari italiani è alle dipendenze del pubblico (praticamente uno su tre).
Pianeta precarietà .
Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379).
Se si guarda alla distribuzione geografica, infine, è il sud l’area dove il ricorso al lavoratore precario è maggiore.
Oltre 1.108.000 lavorano nel Mezzogiorno (pari al 35,18% del totale), dove le realtà più coinvolte, prendendo come riferimento l’incidenza percentuale sul totale degli occupati a livello regionale, sono la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,4%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%).
Sono questi i problemi reali su cui la politica oggi dovrebbe interrogarsi, altro che riforme costituzionali.
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Luglio 4th, 2012 Riccardo Fucile
VIA IL MARCHIO, PREZZI BASSI: “COPIO I CINESI, NON DIVENTERO’ MAI UN FORNITORE IKEA PER NON FARMI SPREMERE”
La notizia, se vogliamo, è che un falegname può battere la globalizzazione.
E per reggere l’urto della crisi non deve diventare per forza un fornitore Ikea. Anzi.
Se il falegname ha le idee chiare non c’è ostacolo che possa impedirgli di costruire bei mobili, di venderli a un prezzo contenuto, di realizzare margini di profitto per mandare avanti un’azienda moderna/snella e dare così ogni mese lo stipendio a una trentina di dipendenti.
L’esempio vivente e vincente è Paolo Ponti, un (mite) mantovano nato nel 1971, nipote e figlio di falegnami, che ha studiato architettura a Firenze.
Suo bisnonno era un ortolano di San Giacomo Po mentre il primo lavoro di falegnameria di suo nonno Walter fu una capanna a due ruote necessaria perchè quando il fiume cresceva portava via tutto.
Pur avendo bazzicato nell’aziendina di famiglia da quando aveva i calzoni corti, Paolo dopo la laurea non era così convinto di rientrare a Mantova e darsi alla falegnameria. Pensava di mettere a frutto gli studi fiorentini, l’amore per Leon Battista Alberti e il Brunelleschi e costruire edifici, chissà dove e magari assieme alla compagna di corso Daniela che ha sposato un anno dopo la laurea.
A dargli la spinta decisiva per tornare a casa è stata quella che nei manuali di management chiamano responsabilità sociale ma spesso non sanno bene cosa sia, un senso di appartenenza profondo alla piccola comunità rappresentata dalla gente di San Giacomo e dai suoi dipendenti.
«Mi chiedevo: se io smetto che faranno quando mio padre lascerà il campo? Non sono certo rientrato a Mantova per diventar ricco. I soldi vanno fatti, ma il giusto. In fondo, mi sono detto, meglio il falegname che costruire villette rovinando le periferie e consumando territorio».
Nella storia delle aziende familiari si ricama sempre attorno alla staffetta tra il padre e il figlio, il piccolo gossip di paese in questi casi impazza.
Alla Ponti le cose sono andate pressappoco così: Paolo ha detto al padre Ermes che sarebbe rientrato a una condizione, «comando io».
Così è andata e oltre a cambiare timoniere l’azienda ha scelto quasi subito di applicare un altro gioco.
Di cambiare paradigma. «Non ci crederete ma ho copiato i cinesi. Ero da loro e li ho visti far mobili. Applicavano un’organizzazione semplice, zero gerarchie e zero burocrazia. E ho pensato che anche noi a Mantova dovevamo far così. Era inutile comprare software gestionale o altre diavolerie, dovevamo mettere in connessione la testa e le mani dei nostri dipendenti. E avremmo vinto».
Tradotto in slogan, dal vendere mobili come pure faceva con un certo successo papà Ermes bisognava passare a risolvere i problemi dei clienti ma con un’organizzazione aziendale piatta, il minimo possibile di strutture e il massimo possibile di fantasia.
Non c’è un mobile Ponti uguale all’altro.
E visto che notoriamente la fortuna aiuta gli audaci, l’avvento al timone di Paolo è coinciso con una commessa importante: la Corneliani, uno dei grandi dell’abbigliamento di qualità , aveva deciso di aprire uno showroom a Parigi e per progettarlo bussò a casa Ponti.
Paolo la sua prima libreria l’ha progettata ai tempi del liceo, la chiamarono Sintagma, era modulare e infinita (una Billy ante litteram?) e fu adottata dal Festivaletteratura di Mantova.
Il più giovane dei Ponti sostiene che per progettare mobili e interni le tecnologie Cad non servono o meglio non sono decisive.
Sono utili per fare verifiche ma guai a vederle come un oracolo.
Detto da un altro la demolizione del mito del Cad assomiglierebbe a una guasconata, ascoltata da lui convince l’interlocutore. «La nostra generazione ha iniziato l’università disegnando a mano con riga e squadra e ne è uscita usando Apple ma l’intelligenza del collegamento pensiero-mano è insuperabile».
Il falegname nel Ponti-pensiero è di conseguenza una figura leonardesca, sospesa tra antico e moderno, tra Rinascimento e globalizzazione. «I progettisti di interni non conoscono i materiali e c’è bisogno dunque che le persone lavorino assieme.
Prima da noi i falegnami avevano persino paura di entrare in ufficio, oggi si muovono a loro agio e non stanno ad aspettare che arrivi la scheda dal tecnico».
In azienda c’è solo una porta che divide lo studio dal laboratorio, è considerata la caratteristica che li rende diversi da tutti gli altri e quindi tutto resterà così anche in futuro.
A San Giacomo Po nasce dunque un esperimento che quasi crea una nuova figura professionale, il «falegname evoluto» come lo chiama Paolo, un esempio di quella ricomposizione tra lavoro manuale e intellettuale che i sindacalisti di ogni epoca hanno sempre sostenuto senza vederla mai realizzata.
Sul piano del business i Ponti puntano sulla specializzazione produttiva tipica dei distretti e della migliore tradizione del made in Italy ma la realizzano a modo loro: la ricerca della qualità non li autorizza ad alzare il prezzo più che si può, come fanno gli altri.
Il loro è un prodotto di tradizione artigianale e italiana veramente «democratico» e quella di San Giacomo Po alla fine è una boutique del mobile che si propone esplicitamente di fare prezzi concorrenziali con quelli dei cinesi.
Roba da non crederci. «Ma io non servo i super-ricchi, la mia clientela la pesco nella media borghesia».
Nel suo revisionismo dei canoni del business dell’arredamento di successo Paolo ha persino rinunciato al brand, una mossa che gli strateghi del marketing considereranno suicida ma lui ha deciso che investire sul marchio sarebbe costato troppo, l’avrebbe costretto a distrarre risorse e alla fine avrebbe fatto della piccola Ponti un’azienda «troppo commerciale».
Meglio investire sulla formazione e crearsi in casa i «falegnami evoluti» di domani.
Ci vogliono 5-6 anni perchè un giovane diventi veramente pratico del mestiere e aziendalmente profittevole ma Paolo non ha fretta, può aspettarne la maturazione.
«Un tempo – racconta – era facile reclutare operai. D’estate, finita la scuola, per tre mesi i ragazzi andavano a lavorare, poi c’era chi restava. Adesso dobbiamo cercarli sperando che abbiano voglia di imparare».
I Corneliani nella storia della nuova Ponti sono stati importantissimi.
Il primo cliente non si scorda mai. E tramite un loro agente Paolo ha potuto lavorare nientemeno che in Kazakistan realizzando negozi e grandi magazzini.
Poi è stata importante anche la nautica, Paolo e Daniela se ne sono innamorati e si sono fatti contaminare da quella cultura produttiva.
Realizzare mobili per yacht è una sfida professionale come poche, «le barche impongono limiti precisi e le misure sono particolari, gli arredi non possono essere realizzati in serie e sono differenti legni e finiture».
La Ponti del 2012 è una piccola azienda che cresce nonostante la crisi ma alla fin fine fattura 4 miliardi. Paolo pensa che sarebbe bene raddoppiare il giro d’affari ma se l’intervistatore gli chiede perchè non diventa un fornitore Ikea la risposta è secca.
«No, grazie. Gli svedesi usano le aziende italiane come limoni. Le spremono e poi le buttano».
Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
A VITERBO, NEL CORSO DELLA RASSEGNA “CAFFEINA CULTURA” DIBATTITO SU POLITICA SOCIALE E LIBERALE… FINI FAREBBE BENE A DISTRIBUIRE MENO CAFFEINA E PIU’ CAMOMILLE A CERTI SUOI DIRIGENTI CHE TIRANO LA COPERTA DA TUTTE LE PARTI E FINISCONO PER SCOPRIRE IL MATERASSO
Il lavoro, la Fiat di Marchionne e la Fiom di Maurizio Landini, la sentenza Pomigliano e il ricorso del Lingotto al centro del dibattito organizzato dal Fatto quotidiano a Viterbo nell’ambito della rassegna Caffeina Cultura.
Politica sociale versus politica liberale. Diritti versus libertà imprenditoriale.
Ospiti i giornalisti del Fatto Quotidiano Enrico Fierro, Stefano Feltri, quindi Piercamillo Falasca vicepresidente di Libertiamo.it, la fondazione legata a Futuro e libertà e Antonio Di Luca, operaio e sindacalista Fiom.
La sentenza su Pomigliano ha stabilito un’effettiva politica discriminatoria e anti-sindacale da parte dell’azienda di Marchionne che ha contestato duramente il verdetto dei giudici, liquidando il caso come “folklore locale”.
Il dibattito ha fotografato la conflittualità che l’argomento lavoro genera nel paese.
Non è mancato neppure lo scontro generazionale tra i lavoratori anziani del pubblico e i giovanissimi relatori sul palco.
Ad animare la piazza sono state sopratutto le affermazioni di Piercamillo Falasca, liberale puro e difensore del mercato concorrenziale.
Il suo intervento è stato accompagnato dal brusio della gente, dai fischi e dalle contestazioni.
“E’ nel libro paga di Marchionne” afferma una signora.
“Dobbiamo accettare un disarmo ideologico, la lotta tra Fiom e Fiat è negativa per il Paese” afferma Falasca sul palco.
“Ha ragione Marchionne a lasciare il paese? Con la burocrazia che ci ritroviamo, la pressione fiscale alta, una normativa intricata e una tale conflittualità tra imprenditori e sindacati nessuna azienda vorrebbe investire in Italia”
Diciamo che il numero degli imprenditori stranieri disposti ad investire in Italia è direttamente proporzionale a quello di elettori italiani disposti a votare Fli dopo aver ascoltato le tesi ultraliberiste di Farlasca.
Libero lui di esporre le sue tesi, ma Fli era nato su un altro progetto.
Forse Fini farebbe bene a distribuire meno caffeina e più camomille a certi esponenti di Fli che tirano la coperta da troppe parti con il risultato finale di scoprire i materassi.
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Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
IL TASSO GLOBALE SI ATTESTA AL 10,2%
Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale
di quelli occupati o in cerca, a maggio è al 36,2%.
Lo rileva l’Istat (dati provvisori). È il tasso più alto sia dall’inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004) che da quelle trimestrali (IV trimestre 1992).
Complessivamente, la disoccupazione è ancora ai massimi in Italia nel mese di maggio. Secondo la stima provvisoria dell’Istat, il tasso di disoccupazione si attesta, a maggio, al 10,1%, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile (era al 10,2%) e in aumento di 1,9 punti su base annua.
Il numero dei disoccupati, pari a 2.584mila, è diminuito dello 0,7% rispetto ad aprile (-18mila unità ). Tale diminuzione interessa sia gli uomini che le donne. Su base annua, invece, si registra una crescita del 26% pari a 534mila unità .
Il tasso di occupazione maschile, pari al 67,2%, aumenta di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e diminuisce di 0,3 punti su base annua.
Quello femminile, pari al 47,2%, aumenta di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,8 punti rispetto a dodici mesi prima.
La diminuzione congiunturale della disoccupazione interessa sia la componente maschile sia quella femminile; gli uomini disoccupati diminuiscono dello 0,8% rispetto al mese precedente, le donne dello 0,6%.
In termini tendenziali aumenta sia la disoccupazione maschile (28,2%) sia quella femminile (23,6%).
Il tasso di disoccupazione maschile diminuisce di 0,1 punti percentuali nell’ultimo mese portandosi al 9,3%; anche quello femminile segna una variazione negativa di 0,1 punti e si attesta all’11,2%.
Rispetto all’anno precedente il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,9 punti percentuali e quello femminile di 1,8 punti.
L’inattività diminuisce dello 0,2% in confronto al mese precedente coinvolgendo sia la componente maschile (-0,1%) sia quella femminile (-0,2%).
Rispetto a dodici mesi prima gli inattivi diminuiscono del 4,0%: in particolare la componente maschile si riduce del 4,4% e quella femminile del 3,8%.
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IN TRE ANNI SALTERANNO 100.000 DIPENDENTI, 10.000 ENTRO IL 2012… I PROVVEDIMENTI ALLO STUDIO PER IL PUBBLICO IMPIEGO
Saranno qualcosa meno di diecimila entro l’anno e 80-90 mila entro il 2014. 
In totale, nell’arco di tre anni, la cura dimagrante per il popolo del pubblico impiego (circa tre milioni e mezzo di lavoratori) sarà di 100 mila dipendenti.
In parte accompagnati verso la pensione con il ricorso alla mobilità o con una proroga della riforma Fornero (ancora da decidere) e la gran massa dovuta al riassetto organizzativo e al contestuale blocco del turn over.
Per i dirigenti di prima e seconda fascia il taglio sarà più forte, del 20%.
Nessuna abolizione anche parziale della tredicesima e per quanto riguarda i buoni pasto verranno tutti ricondotti alla cifra «storica» di 7 euro.
Questo è lo schema a cui fino a tarda sera di ieri, eccetto la pausa per la partita Italia-Spagna, stavano lavorando i tecnici di Palazzo Vidoni sede del ministero della Funzione Pubblica.
Oggi le varie soluzioni escogitate dagli uomini del ministro Filippo Patroni Griffi verranno analizzate dagli economisti del Tesoro e della Ragioneria generale dello Stato.
Poi domani l’incontro con i sindacati e nei giorni successivi la messa a punto del decreto sulla spending review che conterrà anche altre innovazioni.
Come la riduzione del 50% delle auto blu, il tetto di tre persone nei consigli di amministrazione nelle società controllate da Stato ed enti locali ma non quotate, l’obbligatorietà della fruizione delle ferie per i dipendenti pubblici (dirigenti compresi) senza la possibilità di compensi sostitutivi, la stretta sulle consulenze introducendo la proibizione di assegnazione di incarichi ad ex dipendenti.
La cifra magica è quella della riduzione del 10% per i dipendenti ministeriali (circa 180 mila) in virtù di quanto deliberato dal governo come esempio da seguire lo scorso 15 di giugno quando ha stabilito lo snellimento della pianta organica della presidenza del Consiglio e del ministero dell’Economia.
«Noi dobbiamo essere come la moglie di Cesare – ebbe a dire il viceministro del Tesoro Vittorio Grilli – al di sopra di ogni sospetto».
Insomma se vuoi che gli altri seguano, devi dare il buon esempio. Vedremo tra oggi e domani in che modo gli altri ministeri hanno seguito in base al loro impegno di presentare entro il mese un progetto di snellimento.
Lo schema di accompagnamento verso l’uscita per i dipendenti anziani dovrebbe essere il seguente: due anni di mobilità all’80% dello stipendio con alcune procedure che scattano qualora si verifichi la situazione da «esodato».
Per esempio, chi matura i requisiti entro il 2014 dovrebbe far valere le regole più favorevoli antecedenti la riforma Fornero.
Per lo Stato si tratterebbe di un anticipo di alcuni anni compensato però dal rinvio della liquidazione che verrebbe erogata solo al compimento dei 66 anni
Dopo la pubblicazione del rapporto Irpa (l’Istituto di ricerche sulla pubblica amministrazione fondato nel 2004 da Sabino Cassese) in cui venivano evidenziati tutti gli sprechi e gli extra costi derivanti dal cosiddetto «capitalismo municipale», cioè quelle migliaia di società controllate dagli enti locali e serbatoi di poltrone per politici trombati, anche l’Upi ha fatto la sua proposta. L’Unione delle province italiane (per altro in odore di tagli e forti accorpamenti) ha segnalato al governo una sorta di «autoriforma» che «garantirà allo Stato 5 miliardi di risparmi» derivanti dalla riduzione delle Province, l’istituzione delle città metropolitane e la riorganizzazione degli uffici territoriali dello Stato».
L’Upi ha calcolato che sono ben 3.127 le società , i consorzi ed enti vari – «buona parte delle quali create dal nulla solo per spartire poltrone e gestire potere» – che costano 7 miliardi di euro l’anno 2 dei quali per i consigli di amministrazione.
Roberto Bagnoli
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
PRONTA LA STANGATA SUGLI STATALI, MA E’ VIETATO TOCCARE I RICCHI ASSEGNI DELLA PREVIDENZA DEI SOLITI NOTI: MINISTRI, GENERALI E PAPAVERI DI STATO
Il governo, lo stesso che si appresta a sforbiciare la spesa pubblica con la
spending review e che ha varato la riforma della previdenza, ha detto no all’inserimento di un tetto alle pensioni d’oro.
Perchè? Di pensioni a 5 stelle tra i banchi dell’esecutivo ce ne sono diverse, basta leggere le indennità di diversi ministri e sottosegretari.
Un pacchetto di alti redditi che in parte aiutano a spiegare la reticenza con cui l’esecutivo ha affrontato finora il tema dei tetti agli assegni della previdenza pubblica.
La lista, del resto, chiama in causa addirittura il super-commissario ai risparmi, Enrico Bondi. Ma spicca anche un sottosegretario, Gianfranco Polillo, il sospettato numero uno del rinvio della norma.
Non è ancora chiaro, infatti, come sarà il provvedimento che il Consiglio dei ministri è chiamato a varare la spending review (10 miliardi di tagli quest’anno, il doppio nel 2013, per disinnescare la bomba dell’aumento dell’Iva previsto da Berlusconi).
E soprattutto non è chiaro se ci sarà o no un tetto massimo per le pensioni pagate dall’amministrazione pubblica che l’emendamento presentato dal deputato Pdl, Guido Crosetto, indicava in 6mila euro netti mensili.
Quell’emendamento è stato ritirato dopo le insistenti “pressioni” da parte del governo e degli stessi colleghi di Crosetto.
“Smuovi un campo troppo ampio” gli aveva detto in Commissione proprio Polillo.
Il sottosegretario sa bene di cosa parla perchè è titolare di una pensione di 9.541,13 euro netti al mese percepita dall’ottobre del 2006 dopo oltre 40 anni di servizio come funzionario della Camera.
A pensar male, ovviamente, si dovrebbe ritenere che è la propria pensione a indurre a smussare un provvedimento tutt’altro che simbolico (consentirebbe un risparmio di 2,3 miliardi solo per il pubblico, di 15 estendendolo anche al privato).
Ma questo presupporrebbe un’azione retroattiva del taglio che, a eccezione dei pensionati comuni (ai quali hanno bloccato l’adeguamento all’inflazione per gli assegni superiori ai 1.400 euro), come gli esodati, non si dà mai nella legislazione italiana.
Forse si tratta invece di una mera rappresentanza di un interesse “di casta”.
Se però si volesse capire chi potrebbe effettivamente essere beneficiato dal mancato tetto, ecco il nome di Elsa Fornero.
Il ministro del Lavoro che in pensione ancora non ci è andata ma che gode di una lunga carriera a cui aggiunge importanti consulenze e incarichi prestigiosi.
Nel 2010 ha dichiarato un reddito di 402mila euro lordi annui, per cui non è difficile prevedere per lei una pensione al limite della soglia-Crosetto.
Ma quanti altri “cloni” di queste figure potrebbero essere salvati?
Ancora altri esempi, magari proprio considerando l’estensione al privato: il ministro della Giustizia, Paola Severino, ha dichiarato nel 2011 oltre 7 milioni di euro.
Il suo collega allo Sviluppo Corrado Passera, oltre 3,5 milioni.
Per non parlare di Piero Gnudi, con una dichiarazione dei redditi da 1,7 milioni.
Legittimo attendersi che, quando andranno in pensione, saranno ben oltre il tetto.
Diamo ancora un’occhiata alle pensioni di chi è al governo.
Il ministro Anna Maria Cancellieri dal novembre 2009 è titolare di una pensione di 6.688,70 euro netti al mese.
È il frutto di una lunga carriera nell’amministrazione statale, con l’ingresso al ministero degli Interni nel 1972.
Il ministro della Difesa, Ammiraglio Giampaolo Di Paola, percepisce 314.522,64 euro di “pensione provvisoria”pari a circa 20mila euro mensili.
È pubblicata, inoltre, sul sito del governo quella del sottosegretario allo Sviluppo economico, Massimo Vari che percepisce 10.253,17 euro netti al mese, frutto di una lunga attività di magistrato fino a ricoprire la carica di vice-presidente emerito della Corte costituzionale.
Vari è in attesa di un’altra indennità per gli anni trascorsi alla Corte dei conti europea. C
osì come è pubblicata la pensione di Andrea Riccardi, 81.154 euro lordo annui (circa 4mila euro al mese) frutto del lavoro di docente universitario.
Impossibile da rintracciare nella dettagliatissima documentazione reddituale del presidente del Consiglio, invece, la pensione di cui è beneficiario dal novembre del 2003 pari a 3.330,11 euro netti mensili frutto dell’attività di docente universitario.
Poca cosa in confronto alle vere pensioni d’oro e poca cosa, soprattutto, rispetto al reddito superiore al milione di euro dichiarato da Mario Monti nel 2011.
Vale la pena di considerare, però, che quella pensione che è comunque tre volte una buona pensione di un lavoratore medio, è stata conseguita all’età di 60 anni, nonostante i tanti proclami sulla necessità di aumentare l’età pensionistica.
Ma il caso che forse è destinato a brillare di più è quello del responsabile massimo della spending review, Enrico Bondi.
Il “commissario tecnico”, il fustigatore degli sprechi gode di una pensione di 5.827,07 euro netti mensili.
Bondi ha lavorato molto, la pensione è certamente meritata ma anche lui ne gode dal 1993 e quindi all’età di 59 anni.
I casi citati rappresentano adeguatamente le categorie beneficiarie di “pensioni d’oro”: alti dirigenti pubblici (Polillo, Cancellieri), super-magistrati (Vari), alti ufficiali delle Forze armate (Di Paola), docenti universitari (Riccardi e Fornero).
Si tratta di una èlite del pubblico impiego riscontrabile anche dall’importo medio annuo delle pensioni Inpdap: si va dai 40 mila euro annui delle Forze Armate, ai 47 mila dei docenti universitari ai 64mila dei medici Asl, fino ai 134mila euro annui dei magistrati.
Nella fascia di pensioni superiori ai 4mila euro lordi mensili ci sono 104.793 persone che si riducono all’aumento del tetto individuato (non ci sono dati per fasce superiori ai 4mila euro).
I risparmi possono comunque essere molto alti.
Basti pensare che l’incidenza degli stipendi dei dirigenti pubblici arriva spesso al 20% dei costi sostenuti con punte del 40% nella Sanità (o, per fare un esempio più piccolo, all’interno della Presidenza del Consiglio).
Del resto, basta guardare la media degli stipendi dei dirigenti, 90.288 euro quelli di seconda fascia, 192mila euro quelli di prima fascia, per accorgersi che la loro incidenza è di almeno 5 volte lo stipendio medio dei dipendenti pubblici.
Acquistano così una certa concretezza le proiezioni dei Cobas dell’Inpdap che, sulla base della spesa pensionistica dell’Istituto, 60 miliardi nel 2011, stimano in almeno 2 miliardi e 300 milioni i risparmi annui ottenibili con un tetto pensionistico di 5mila euro al mese.
Risparmi che potrebbero arrivare a 15 miliardi nel settore privato.
A parziale conferma di quest’ultima stima basti prendere la pensione di uno dei più grandi dirigenti privati del settore bancario: Cesare Geronzi.
L’ex dominus della finanza italiana è titolare di tre pensioni: la prima, su base retribuitiva, è di 22.307 euro netti al mese (avete letto bene, ventiduemila euro al mese); la seconda, integrativa, è di 10.465 euro netti mensili.
Come se non bastasse ce n’è una terza, di “soli” 896,38 euro mensili frutto di una pensione “contributiva”.
Il totale è di 33.668 euro netti mensili.
Se fosse stabilito un tetto di 5 o 6mila euro, Geronzi dovrebbe rinunciare ad almeno 27mila euro.
Si pagherebbero almeno 30 esodati.
Un po’ meno se si ponesse a 10mila euro il tetto consentito per il cumulo degli assegni.
Ma comunque un bel risparmio.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA SPENDING REVIEW L’IPOTESI DI UN ABBASSAMENTO DEL VALORE DEI TICKET A 5,29 EURO PER I DIPENDENTI PUBBLICI… TUTTO PER UN RISPARMIO DI APPENA 10 MILIONI
L’ipotesi sarebbe contenuta nel pacchetto Spending Review su cui sta lavorando alacremente il super-commissario (ex liquidatore Parmalat) Enrico Bondi: ridurre a 5,29 euro l’importo dei buoni pasto per oltre 450 mila dipendenti pubblici di amministrazioni centrali e periferiche (gli statali).
L’asticella finora esentasse dei buoni pasto, quella fino alla quale l’importo è de-fiscalizzato per il lavoratore (per cui non viene denunciato ai fini Irpef) e de-contribuito per il datore lavoro (ai fini previdenziali).
L’ASTICELLA
Imporre a tutti questa cifra-tagliola significa risparmiare circa 10 milioni di euro in termini di spesa pubblica e si sa – in tempi di vacche magre – trovare nuove fonti di risparmio per scongiurare l’aumento dell’Iva di due punti percentuali (dal 21 al 23%) è la missione esistenziale del dream ticket Giarda (il ministro che per primo ha tentato di elaborare una fotografia puntuale della spesa delle amministrazioni pubbliche) e appunto Bondi, chiamato a trovare quei 4,2 miliardi di euro entro la fine dell’anno (al netto degli effetti nefasti post-terremoto in Emilia) per rispettare la road map imposta da Bruxelles in modo da raggiungere il pareggio di bilancio tra tre anni.
Eppure incidere sui centri di spesa (ammesso che la voce buoni-pasto rappresenti il simbolo dello sperpero pubblico) sta provocando una vera e propria levata di scudi di Anseb, l’associazione di società emittitrici di buoni pasto, e di Fipe (la Federazione Italiana Pubblici Esercizi), che rappresenta gli interessi di chi è a valle della filiera, appunto gli esercenti che ottengono il buono pasto come carta-moneta e corrispondono in cambio almeno un pasto per il dipendente che ne fa uso.
LA RIDUZIONE
Questa presunta riduzione di almeno due euro (una parte dei dipendenti pubblici è in possesso di un ticket con valore facciale compreso tra i 7 e gli 8 euro) «significa tornare al valore di acquisto di 15 anni fa e quindi togliere fisicamente il pane dalla bocca a tanti lavoratori senza far risparmiare in maniera significativa lo Stato», dice il presidente dell’Anseb, Franco Tumino.
Di più: sarebbe un’ulteriore misura deprimente per i consumi, dato il suo effettivo sostegno alle famiglie (una sorta di benefit dal forte contenuto sociale, tanto da poter spesso essere utilizzato come moneta corrente in supermercati e centri commerciali), un simbolo di welfare aziendale, soprattutto capace di generare un indotto da circa 3,4 miliardi di euro all’anno «perfettamente tracciato, con indubbi benefici anche per l’erario», rincara Tumino.
Tanto che il buono pasto obbliga ad una fatturazione finale per ottenere il pagamento del suo valore dalla società emittitrice, che permette di garantire 306 milioni di euro di Pil e 438 milioni di euro di risorse fiscali per l’erario ogni anno (stima sul 2013).
LO STUDIO
E colpisce il perfetto timing, con il quale un recente studio dell’università Bocconi ha denunciato il cortocircuito di cui soffre da 15 anni il settore dei buoni pasto, l’unico escluso dal naturale meccanismo di adeguamento all’inflazione (tipico, per esempio, dei contratti di lavoro collettivi e di quelli di locazione).
Secondo questa analisi un eventuale aumento dell’esenzione a 8 euro (cifra che compenserebbe il rincaro dei prezzi degli alimenti di questi ultimi 15 anni cresciuti di circa il 50%) genererebbe un innalzamento del 3,24% del potere d’acquisto per oltre 2,3 milioni di lavoratori.
Ora il governo – sull’altare del risparmio e della razionalizzazione della spesa – fa dietrofront e sacrifica ulteriormente questo benefit per i dipendenti pubblici, già colpiti dal mancato adeguamento all’inflazione dei contratti collettivi, sancito dalle ultime manovre finanziarie.
«Riducendo i volumi di questo mercato e penalizzando tutto l’indotto», segnala Tumino.
Tutto per dieci milioni di euro.
Quasi la retribuzione di un grand commis di Stato, che magari ha accumulato diversi incarichi e percepisce svariati emolumenti.
Fabio Savelli
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
IL 20% PROPONE INCENTIVI CHE NE AGEVOLINO IL RITORNO AL LAVORO
Negli ultimi giorni, in contemporanea con il procedere della faticosa approvazione del
provvedimento sul lavoro redatto da Elsa Fornero (che continua a provocare polemiche e proteste su più fronti, ma per il quale tutti concordano in una necessità di approvazione entro fine mese), sono entrate nel dibattito politico due questioni, sempre relative alla tematica del lavoro, che hanno suscitato dibattiti piuttosto accesi. 1) Il problema degli esodati.
Come si sa, si tratta di chi, avendo sottoscritto degli accordi di uscita anticipata dal lavoro in vista della prossima pensione, ha visto l’avvio di quest’ultima improvvisamente spostato in avanti per effetto del provvedimento Fornero. Trovandosi quindi, per un periodo più o meno lungo, senza lavoro e senza pensione. La polemica è subito divampata, sia sulla stima del numero dei soggetti interessati (per la quale la discussione è ancora in corso) sia, specialmente, sulla natura (e sull’opportunità ) dei provvedimenti da prendere in favore di questa categoria.
Secondo alcuni, va comunque garantito agli esodati il diritto alla pensione nei tempi previsti prima del provvedimento Fornero, poichè è in vista di quella scadenza che essi avevano in buona fede sottoscritto i loro accordi.
Altri sono di parere diverso, ricordando specialmente che molte altre persone, specie i più giovani, sono state comunque danneggiate dalle nuove norme e suggerendo quindi al massimo un aiuto al reinserimento lavorativo degli esodati, senza garantire loro condizioni privilegiate di pensionamento secondo le nuove norme.
La maggioranza assoluta della popolazione (72%) condivide la prima posizione, che sollecita la necessità che lo Stato aiuti sostanzialmente gli esodati, garantendo loro il diritto alla pensione.
Si tratta, secondo alcuni commentatori, della riproposizione di una visione assistenziale dello Stato ormai incompatibile con l’attuale momento di crisi: ma essa è condivisa dalla gran parte dell’elettorato di tutti i partiti politici. In misura solo di poco più accentuata dai votanti per le forze del centrosinistra (ove il favore alla concessione della pensione raggiunge il 75%) e quasi altrettanto elevata tra gli elettori del centrodestra (favorevoli al 70%).
Una quota minoritaria, ma abbastanza consistente (poco più di un italiano su cinque) ritiene invece auspicabile che gli esodati vengano aiutati favorendo un loro nuovo inserimento nel mercato del lavoro: lo pensano in particolare le persone di età più elevata. Infine, solo una esigua minoranza propone di abbandonare gli esodati al loro destino
2) La proposta, avanzata dal sottosegretario Polillo, di rinunciare a una settimana di ferie in modo da provocare, a suo avviso, un incremento del Pil attorno all’1%.
Ancora una volta, una parte minoritaria, ma consistente, di italiani (poco più di uno su cinque) si dichiara senz’altro favorevole.
Questo atteggiamento è relativamente più diffuso tra i meno giovani, tra i laureati e tra gli elettori delle forze di centrodestra.
A questo gruppo vanno forse affiancati quanti (la maggioranza relativa, il 36% della popolazione) offrono comunque, in questo momento di crisi, la loro apertura, ma solo a patto che si tratti di un provvedimento temporaneo.
È questa l’ipotesi più considerata dai votanti per il centrosinistra.
C’è anche chi (13%) accetterebbe una riduzione delle ferie solo di fronte alla prospettiva del licenziamento.
E chi (27%) in ogni caso rifiuta l’idea di vedersi diminuire i giorni di ferie. Quest’ultima posizione è più diffusa tra le persone di età compresa tra i 30 e i 50 anni, i residenti nei grandi comuni e i votanti per Sinistra ecologia e libertà (ma, in una certa misura, anche tra quelli della Lega).
Nell’insieme, dunque, le risposte degli italiani suggeriscono l’esistenza, per una parte rilevante della popolazione, di una certa disponibilità a fare sacrifici per aiutare il Paese a uscire dalla crisi. Anche se, secondo la gran parte dei commentatori, l’eventuale riduzione delle ferie non è il provvedimento più opportuno ed efficace in questo momento.
(da “Il Corriere della Sera“)
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