Maggio 18th, 2012 Riccardo Fucile
NELLE SCUOLE L’ETA’ PIU’ ELEVATA…L’ALLARME DI COLDIRETTI: ANDRANNO IN PENSIONE PRIMA DI SCONFIGGERE LA CRISI
La classe dirigente italiana impegnata nelle politica, nell’economia e nella pubblica amministrazione ha una età media di 59 anni, la più alta tra tutti i Paesi Europei (guarda).
È quanto emerge dal primo report sull’età media della classe dirigente italiana nel tempo della crisi, presentato nel corso dell’Assemblea dei giovani della Coldiretti e realizzato in collaborazione con l’Università della Calabria.
«La maggioranza della classe dirigente attuale andrà probabilmente in pensione prima che la crisi sia superata, anche se si tiene conto della riforma del Ministro del Lavoro Elsa Fornero», ha ironizzato il delegato nazionale dei giovani della Coldiretti Vittorio Sangiorgio nel sottolineare che «la disoccupazione giovanile record non è solo un problema familiare e sociale, ma provoca anche un invecchiamento della classe dirigente italiana che deve affrontare la crisi con il Paese che sta rinunciando a energie e risorse fondamentali per la crescita».
A conquistare il triste primato dell’anzianità nel momento economicamente più difficile per l’Italia dal dopoguerra sono – sottolinea la Coldiretti – le banche che hanno una età media degli amministratori delegati e dei presidenti di circa 67 anni, pari addirittura a quella dei Vescovi italiani in carica.
Nelle istituzioni, tra i parlamentari l’età media dei senatori è di 57 anni e quella dei deputati 54. Ancora più alta è l’età media dei ministri del Governo guidato da Mario Monti: 64 anni.
Nelle ultime 3 legislature sono stati eletti soltanto 2 under 30 su circa 2500 deputati, anche se il peso dei 25-29enni è pari a circa il 28 per cento della popolazione eleggibile (con più di 25 anni).
Attualmente – precisa la Coldiretti – solo un deputato su 630 ha meno di 30 anni e appena 47 sono quelli under 40 mentre quelli over 60 anni sono 157.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha 69 anni e i ministri più giovani, Renato Balduzzi e Filippo Patroni Griffi, hanno 57 anni. In Gran Bretagna David Cameron è diventato primo ministro a 43 anni, Tony Blair a 44, John Major a 47 e Gordon Brown a solo poco più di 50.
Il problema della burocrazia è forse quello che più colpisce cittadini e imprese che lamentano spesso la disattenzione nei confronti delle nuove tecnologie che potrebbero portare più efficienza o snellimento delle procedure.
Forse non è un caso che – sostiene la Coldiretti – l’età media dei direttori generali della pubblica amministrazione è di 57 anni mentre, se si guarda alle aziende partecipate statali, l’età media – precisa la Coldiretti – sale a ben 61 anni.
La situazione migliora nelle imprese private, anche se rimane drammatico il confronto con l’estero: l’età media degli amministratori delegati delle aziende quotate in Borsa a Milano è di 53 anni.
A preoccupare particolarmente – continua la Coldiretti – è il mondo della formazione con i professori universitari italiani che hanno una media di 63 anni, i più anziani del mondo industrializzato.
Un quarto dei professori che ha più di 60 anni contro poco più del 10 per cento in Francia e Spagna e l’8 per cento in Gran Bretagna.
Sono solo 3 su 16 mila circa i professori ordinari con meno di 35 anni e appena 78 quelli under 40, pari ad un peso dello 0,5 per cento.
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Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
PER AVER OTTENUTO UNA PENSIONE INPS CON DOCUMENTAZIONI NON VERE FERNATE ALTRE 56 PERSONE…CUSTODIA CAUTELARE PER LA MOLGIE E LA SORELLA DEL BOSS DELLA CAMORRA DI FORCELLA…IN MANETTE 287 PERSONE…NEL CENTRO STORICO I PROCACCIAOTRI DI HANDICAPPATI IN PIENA SALUTE
Ancora arresti a Napoli nell’ambito di una indagine iniziata nel 2009 dai carabinieri sulle pensioni di invalidità con accompagnamento
erogate dall’Inps e indebitamente ottenute mediante falsa documentazione.
Con l’accusa di truffa aggravata, contraffazione di sigilli, falso ideologico e materiale, distruzione di atti, sono finite in carcere 4 persone, mentre per 52 il gip del tribunale partenopeo ha concesso il beneficio dei domiciliari.
Sequestrati anche beni per 2 milioni.
In manette sono finite anche due donne “eccellenti”, la moglie e la sorella del boss della camorra di Forcella, Raffaele Stolder.
Dalle indagini, coordinate dal pm Giancarlo Novelli, è emerso che entrambe, da diversi anni, percepivano pensione di invalidità ed indennità di accompagnamento, perchè “affette da gravi disturbi psichici”.
A Patrizia Ferriero, moglie di Stolder, arrestata nei giorni scorsi per associazione camorristica, la misura cautelare è stata notificata in carcere.
La cognata Assunta, invece, ha avuto il beneficio degli arresti domiciliari.
Ferriero è la madre di Nunzia Stolder, eletta negli anni scorsi nelle liste del Pdl nel consiglio circoscrizionale del quartiere San Lorenzo Vicaria.
Le indagini che hanno portato all’operazione sono cominciate nel 2009, affidate alla Sezione reati contro la Pubblica Amministrazione della procura della Repubblica di Napoli con un apposito pool costituito da tre magistrati. Fino hanno consentito l’arresto di 287 persone ed il sequestro di beni mobili ed immobili per un valore complessivo di oltre 10 milioni.
Le indagini che hanno portato agli arresti di oggi hanno permesso di verificare il coinvolgimento anche di persone collegate alla criminalità organizzata nella truffa ai danni dell’ Inps, facendo emergere l’ipotesi che i proventi delle false pensioni di invalidità possano costituire un ulteriore canale di approvvigionamento economico a favore di persone direttamente o indirettamente collegate a gruppi camorristici.
Tale dato è stato confermato anche da una recente sentenza di condanna del Tribunale di Napoli a otto anni di reclusione di alcune persone – organiche ad un clan camorristico radicato nel centro storico di Napoli – arrestate nel febbraio 2011, che agivano quali procacciatori di falsi invalidi
I destinatari della misura cautelare emesse dal gip sono persone che, mediante falsa documentazione, hanno indebitamente ottenuto pensioni di invalidità , comprensive di indennità di accompagnamento, causando all’Inps un danno di oltre 2 milioni di euro.
Nel corso delle indagini si è verificato anche un tentativo di ostacolare l’attività degli inquirenti, realizzato mediante la distruzione di documentazione medica e amministrativa contraffatta.
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
ORA NON RESTA CHE SPERARE NELLA GIUSTIZIA ORDINARIA CHE LI PROCESSERA’ PER TRUFFA
Lui, dipendente pubblico, denuncia i fannulloni del suo ufficio alla magistratura e riceve provvedimenti disciplinari. 
Gli altri, i presunti responsabili della truffa, nonostante i video della Guardia di finanza provino che andassero persino in palestra durante l’ora di lavoro, vengono promossi.
Siamo a Bologna, all’ufficio territoriale del Ministero per lo sviluppo economico. Tutto inizia nell’aprile di tre anni fa, quando Ciro Rinaldi, dopo aver segnalato inutilmente ai suoi superiori molti casi di assenteismo, decide di rivolgersi alla magistratura.
Il dovere glielo impone, anche perchè lui è un sindacalista e diversi colleghi hanno fatto notare che sono costretti a lavorare il doppio a causa delle “scappatine” di altri. Partono le indagini dirette dal sostituto procuratore Antonella Scandellari.
La Guardia di finanza piazza delle telecamere negli uffici della centralissima via Nazario Sauro e scopre che in realtà si trova di fronte a un vero e proprio sistema, che neppure Rinaldi aveva probabilmente percepito.
Dei circa 50 dipendenti totali, infatti, ben 29 andranno tra dieci giorni davanti al giudice per le udienze preliminari, Pasquale Gianniti, che deciderà se mandarli a processo come richiesto dalla Procura, per truffa aggravata ai danni dello Stato.
A loro carico ci sono le riprese filmate dalle fiamme gialle mentre uscivano dall’ufficio in orari da lavoro.
Ad alcuni sono contestati ritardi di venti minuti e assenze ‘clandestine’ di tre quarti d’ora, mentre altri uscivano sistematicamente (c’è una dipendente che andava abitualmente in palestra). E c’è anche chi era solito sparire per quattro o cinque ore.
Tra gli imputati, nonostante l’evidenza delle immagini registrate dagli inquirenti, nessuno avrebbe subito alcun provvedimento disciplinare.
“Mentre due capi-settore implicati nell’inchiesta sono andati in pensione — racconta Rinaldi — altri due imputati sono stati promossi proprio al loro posto”.
Per Mario Marcuz, l’avvocato del lavoratore, con le leggi Brunetta il ministero poteva addirittura sospendere cautelativamente queste persone in attesa del giudizio.
Cosa che non è avvenuta.
I guai per Ciro Rinaldi, funzionario dell’ufficio ispettivo, cominciano quando le sette persone (solo dopo le persone implicate diventeranno 29) da lui inizialmente denunciate ricevono gli avvisi di garanzia.
Lettere di disprezzo e volantini minacciosi appesi in bacheca: “Credi che sia possibile lavorare ancora qui? Credi che le persone ti possano perdonare? Ti sei rovinato con le tue mani. Non era più bello vivere in pace”.
E non solo.
Recentemente subisce anche un provvedimento disciplinare. “Uno di questi capi settore finiti nell’inchiesta, ha mandato un’informativa al dirigente su una mia presunta irregolarità nell’uso dell’auto aziendale e mi sono beccato un giorno di sospensione. Naturalmente farò ricorso al giudice del lavoro, ma questo è il clima”, spiega Rinaldi. Ai nuovi assunti è stato detto di non darmi troppa confidenza”.
Una collega che lavorava insieme a Rinaldi nel settore postale del dipartimento bolognese, dopo avere testimoniato contro i colleghi fannulloni ha dovuto chiedere più volte di essere trasferita prima di essere mandata finalmente in un altro ufficio. Dopo avere parlato con gli inquirenti le era stata data una mansione più bassa ed era sempre a contatto con le persone contro cui aveva testimoniato.
“Succedeva che squillasse il telefono cordless — racconta Rinaldi — e che i suoi superiori glielo buttassero sulla scrivania dicendole: Io sto uscendo, rispondi al mio posto”.
Ora per Rinaldi lavorare sarebbe diventato più complicato.
Dopo il trasferimento della sua collega che ha collaborato, l’incarico ispettivo per tutta l’Emilia se lo deve fare da solo, mentre in Romagna, tanto per dare un’idea, la stessa mansione è portata avanti da tre persone.
Una situazione di persecuzione per la quale potrebbe esserci scattare un’ulteriore azione legale da parte di Rinaldi.
L’avvocato non esclude neppure un’azione per mobbing.
Tuttavia la cosa più grave, spiega l’avvocato del lavoratore è che il ministero stesso potrebbe non costituirsi parte civile al processo, nonostante la presunta truffa sarebbe stata commessa proprio ai danni dello Stato: “C’è tempo solo fino all’udienza preliminare”.
E se quel passo non arrivasse, potrebbe essere un segnale poco incoraggiante sia per Rinaldi, sia per la pubblica amministrazione.
Intanto, in risposta, nel pomeriggio dall’ufficio di Bologna del ministero fanno sapere che i procedimenti disciplinari sono stati aperti dalla sede centrale di Roma, ma poi, “come prevede la legge, sono stati subito sospesi in attesa della sentenza“.
David Marceddu
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’ANCE: “NON VOGLIAMO PAGAMENTI CON BARATTI, BOT, CCT”….TANTE IMPRESE SONO SULL’ORLO DEL FALLIMENTO
L’immediato pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione o il via ai decreti ingiuntivi. E’ quanto ha annunciato il presidente dell’Associazione costruttori edili, Paolo Buzzetti in occasione del D-Day dell’edilizia.
Una mossa estrema per recuperare i crediti verso la Pa che si accompagna alla bocciatura delle proposte attualmente in discussione per sanare il problema.
Ovvero: “Non ci vanno bene pagamenti che avvengano con baratti, Bot, Cct o garanzie varie: se li tenessero. I contratti parlano di contante e vogliamo contante. Abbiamo deciso di passare alle vie di fatto, stabilire i mancati pagamenti dovuti dallo stato e poi procedere legalmente con i decreti ingiuntivi”.
Le cifre? Per l’edilizia, “parliamo di 19 miliardi se si considera tutta la filiera delle costruzioni (9 miliardi per le solo imprese delle costruzioni, ndr).
Poi, dopo lo studio che ha già raccolto crediti per circa un miliardo di euro, proseguiremo con le azioni legali, con i decreti ingiuntivi”.
Ed ancora: le imprese di costruzioni aspettano in media 8 mesi per ricevere i rimborsi, con punte di oltre due anni.
“Lo Stato che non paga è uno dei motivi fondamentali dei fallimenti e delle perdite di posti di lavoro nel settore” attacca Buzzetti.
E che la situazione sia grave lo si capisce anche da altre cifre. In tre anni, continua l’Ance, i fallimenti nel settore delle costruzioni sono stati 7.552 su un totale di circa 33.000 in tutti i settori economici, spiegano dall’associazione. Ovvero: quasi un fallimento su quattro in Italia riguarda imprese di costruzioni.
La tendenza si conferma anche nel primo trimestre del 2012 con un ulteriore aumento delle procedure fallimentari nel settore.
Sono aumentate, infatti, dell’8,4% rispetto al primo trimestre del 2011.
Per l’Ance, il patto di stabilità è la principale causa dei ritardi.
Agli enti locali è vietato spendere le risorse che hanno in casso e nel triennio 2012-2014 questo meccanismo provocherà un blocco di investimenti pari a 32 miliardi di euro.
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO LA CORTE DEI CONTI E’ LA PRODUTTIVITA’ IN CALO E CRITICA L’INTESA SUGLI STATALI…IL VERO PROBLEMA E’ L’EFFICIENZA E LA MANCANZA DI MERITOCRAZIA
Se si misura il costo degli stipendi pubblici in rapporto ai cittadini, noi italiani spendiamo decisamente più dei tedeschi: 2.849 euro
ciascuno, contro 2.830 euro in Germania. Ovvio.
Meno ovvio, forse, che la nostra spesa procapite sia superiore anche a quella di Grecia (2.436) e Spagna (2.708).
Va detto che ci sono Paesi anche più generosi dell’Italia. Per esempio il Regno Unito (3.118) e l’Olanda (3.557).
Per non parlare della Francia (4.001), dove peraltro dovrebbe salire quest’anno ancora di 4 miliardi.
Il vero problema non è però il livello della spesa, peraltro perfettamente allineato alla media europea dell’11,1% del Prodotto interno lordo (anche se di ben 3,2 punti superiore alla Germania dove in dieci anni è calato dello 0,3% mentre da noi è salito dello 0,6%).
Piuttosto, la sua efficienza, e qui sta il vero problema della pubblica amministrazione made in Italy.
Lo dice senza mezzi termini un rapporto della Corte dei conti: «In un contesto caratterizzato dalla perdita di competitività del sistema Italia preoccupanti segnali riguardano la produttività del settore pubblico».
In quella relazione appena sfornata dalla magistratura presieduta da Luigi Giampaolino c’è un grafico che mostra come proprio la produttività , cresciuta nel 2010 di oltre il 2%, sia tornata lo scorso anno a zero, ricominciando nel 2012 perfino a scendere «in linea con le stime dell’andamento del Pil».
Dunque, il costo del lavoro per unità di prodotto riprende a salire.
Di chi la colpa? L’assenza della meritocrazia.
La relazione spiega che il blocco della contrattazione deciso nel 2010 per tamponare le spese ha «comportato il rinvio delle norme più significative in materia di valutazione del merito individuale e dell’impegno dei dipendenti contenute nel decreto legislativo n. 150 del 2009».
Ma ha pure «impedito l’avvio del nuovo modello di relazioni sindacali delineato nell’intesa del 30 aprile 2009 maggiormente orientato a una effettiva correlazione tra l’erogazione di trattamenti accessori e il recupero di efficienza delle amministrazioni».
Musica per le orecchie dell’ex ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, artefice di quella operazione.
Mentre il successore Filippo Patroni Griffi, che era stato anche capo di gabinetto dello stesso Brunetta, non ha resistito: «Premiare i migliori e aumentare la produttività sono le nostre priorità . Bisogna metterle in pratica».
Anche se i magistrati non ne sembrano proprio convinti, a giudicare dalle «perplessità » sul «contenuto della recente intesa fra Governo, Regioni, Province, Comuni e sindacati» manifestate nel rapporto.
La Corte dei conti dice che quell’accordo, «azzerando il percorso» della riforma Brunetta, rischia di lasciare tutto com’è: consentendo cioè che nel pubblico impiego si privilegi la «distribuzione indifferenziata dei trattamenti accessori al di fuori di criteri realmente selettivi e premiali».
Intanto però gli effetti del giro di vite deciso un paio d’anni fa si sono fatti sentire, eccome.
Basta dire che per la prima volta, da quando è stata introdotta una specie di «privatizzazione» del rapporto di lavoro, il costo del personale pubblico nel 2010 è diminuito.
Esattamente dell’1,5%, per un esborso complessivo di 152,2 miliardi.
Niente di eclatante, ma per un Paese come l’Italia è un fatto storico.
I dipendenti pubblici a fine 2010 erano 3 milioni 458.857. Ovvero, 67.174 in meno rispetto a un anno prima.
Si è sforbiciato dappertutto, con un paio di eccezioni. Come le solite Regioni e Province a statuto speciale, che neppure nel 2010 hanno voluto rinunciare ad accrescere gli organici: anche in un comparto come la scuola.
Mentre nel resto d’Italia il personale scolastico diminuiva di circa 32 mila dipendenti, negli istituti di Trento e Bolzano si gonfiava di 441 unità .
E poi c’è Palazzo Chigi.
Nell’ annus horribilis del pubblico impiego, mentre scattava quel giro di vite senza precedenti, era l’unico posto dove paghe e dipendenti continuavano ad aumentare a ritmi forsennati.
Alla presidenza del Consiglio dei ministri, nel 2010, si spendevano per gli stipendi al personale 198 milioni e 700 mila euro: l’11,2% in più in un solo anno.
Depurando la cifra degli arretrati, si arriva addirittura al 15,5%.
Semplicemente pazzesco l’aumento dell’esborso per le retribuzioni dirigenziali, cresciuto del 20%. Con punte astronomiche del 35,5% e del 57% rispettivamente per i dirigenti di prima e seconda fascia a tempo determinato.
Il tutto mentre anche il numero dei cedolini saliva senza sosta.
Alla fine dell’anno raggiungeva le 2.543 unità con un aumento del 7%, che toccava l’8,9% considerando il solo personale non dirigente.
Motivo, la stabilizzazione di ben 142 precari.
Com’è possibile che questo sia accaduto nonostante il blocco delle buste paga di tutti i dipendenti pubblici?
Elementare: «Incrementando gli addetti della Protezione civile ed estendendo l’applicazione dei contratti collettivi del comparto al personale trasferito alla presidenza del Consiglio», fra cui «gli addetti alla segreteria tecnica del Cipe» e quelli «in servizio presso il dipartimento del Turismo e dello sport», spiega la relazione della Corte dei conti.
Nella quale si sottolinea come nel 2010 siano state finalmente considerate in quella voce di spesa anche le retribuzioni dei collaboratori dei politici, estranei alla pubblica amministrazione.
Il dato di quanti fossero nel penultimo anno del governo di Silvio Berlusconi non è conosciuto: nè il rapporto rivela il numero dei dipendenti presi «in prestito» da altri uffici pubblici.
Specificando però che questi, “pur in flessione», continuano «a rappresentare oltre il 40% del personale in servizio».
Se questo è vero, nella miriade di uffici della presidenza del Consiglio disseminati per Roma lavorano non meno di 4.500 persone.
Più o meno quante ne mancano nella pubblica amministrazione a causa dei permessi e dei distacchi sindacali.
Rielaborando i dati della Funzione pubblica, la Corte dei conti giunge a questa conclusione: «la fruizione di aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili e distacchi relativamente al 2010 può essere stimata come l’equivalente all’assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità , pari a un dipendente ogni 550 in servizio».
Con un costo «a carico dell’erario» pari a 151 milioni.
E «al netto degli oneri riflessi».
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
STRADE PIENE DI BUCHE, SISTEMATE E DI NUOVO SMANTELLATE, PALAZZI INGABBIATI E NUOVI TRATTI AUTOSTRADALI REALIZZATI E MAI APERTI AL PUBBLICO
Lavori di ristrutturazione iniziati e mai conclusi, opere pubbliche da centinaia di migliaia di euro completate e lasciate in abbandono e strade che, periodicamente asfaltate, vengono riaperte a breve distanza di tempo per sistemare tubature e fogne.
L’Italia descritta dai lettori è una sorta di ‘fabbrica di San Pietro’, un infinito cantiere mangiasoldi in cui spesso ponteggi e gru vengono montati e lasciati arrugginire per anni.
Le opere pubbliche fantasma.
Ci sono lavori avviati da decenni e mai terminati, tratti autostradali progettati e che, probabilmente, non vedranno mai la luce, palazzi ristrutturati mai più utilizzati.
È un lungo elenco quello che viene fuori dalle segnalazioni dei lettori, esasperati dall’enorme spreco di denaro pubblico.
Ha aspettato più di trent’anni, ma ancora non vede la parola ‘fine’ scritta sul cantiere della diga nella zona di Valfabrica loc Val di Chiascio, vicino a Perugia.
“Circa 35/40 anni fa (allora ero un ragazzo ) – scrive Osvaldo – hanno iniziato a costruire una diga nella zona di Valfabrica. Dopo tutto questo tempo e continui fiumi di soldi pubblici ancora è tutto in alto mare, nel senso che dopo 40 anni non sono riusciti a completare nulla, mentre in Cina la diga delle Tre gole è stata fatta in dieci anni e sicuramente è enormemente più grande di questa ancora in costruzione”.
Fabio Pizzuto, invece, punta l’attenzione su opere mai neanche avviate: “Molise: autostrada fantasma Termoli-San Vittore.
Mai iniziata e progettata da qualche decennio – scrive – C’è una commissione che percepisce stipendio senza fare nulla stile ponte dello stretto di Messina”.
Sono, invece, perfettamente funzionanti due edifici a cui fa riferimento Erminio Pellegrini: “Comune di Casteggio (PV). Hanno costruito, da circa due anni, due strutture complete di tutto (anche pannelli solari ) – racconta – Sono lì vuote e abbandonate…”.
Strade come una groviera.
Come la tela di Penelope, non arrivano mai ad essere finite. Tantissime vie cittadine, piene di buche e con l’asfalto dissestato, vengono periodicamente sistemate. Ma spesso la necessità di ulteriori lavori richiede la riapertura dei cantieri.
Risultato: tante spese e il manto stradale ridotto peggio di prima.
Una prassi che, sostiene Antonio Ricci, si può constatare spesso a San Giorgio Ionico (Taranto): “Nel mio Comune, ogni volta che si rifanno i manti stradali, e io so quanto costano, inevitabilmente a distanza di pochi giorni o qualche settimana, il lavoro fatto viene smantellato per opere di fognatura, allacciamenti di gas metano, allacciamenti di acqua e quant’altro – racconta – Le aperture fatte vengono poi rappezzate alla meglio e le strade appaiono come prima del rifacimento del manto stradale e cioè in pessimo stato. Non vi dico poi cosa accade per gli impianti del fotovoltaico dove chilometri di strade vengono lasciate in completo dissesto. Mi chiedo cosa fanno gli uffici tecnici dei Comuni. Non c’è un minimo di programmazione”.
Al Nord come al Sud.
Mirella Mussini racconta: “Abito nel quartiere di Quezzi Alta di Genova e vorrei far notare lo spreco che fa il Comune per l’asfaltatura delle strade certamente non solo nel mio quartiere, ma ovunque. In sette mesi hanno asfaltato un pezzo di strada per ben due volte e per altrettante volte appena finita l’hanno bucata di nuovo”.
Gru e ponteggi.
Progetti presentati e approvati, impalcature montate e cantieri aperti. Poi, per anni, tutto fermo. Ma i soldi per l’affitto dei ponteggi e per i macchinari continuano ad essere pagati.
È questo quello che accade a Roma, stando alla segnalazione di Mario Meta: “Palazzo degli Esami in via Induno – scrive – è stato protetto da una recinzione di sicurezza in legno, a garanzia per il pubblico di passaggio. All’interno della recinzione il palazzo è stato tutto munito di ponteggi tubolari in acciaio, probabilmente per procedere alla ristrutturazione dell’edificio. Durante circa cinque anni è stata presente, montata in loco, anche un’enorme gru. Appare evidente che, nonostante i lavori non siano stati mai eseguiti, la gru è stata ‘a disposizione’, ma inutilizzata per cinque anni circa e il sistema di ponteggio è tuttora montato. Di certo il materiale di recinzione, la gru, ed infine il ponteggio, non sono di proprietà dello Stato, ma sono stati presi in affitto”.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 13th, 2012 Riccardo Fucile
“IN ITALIA LE GRANDI OPERE VANNO AI SOLITI”…A PECHINO RICCARDO MINERVINI HA APERTO UNO STUDIO CHE CONTA GIA’ 16 PERSONE E COLLABORA CON UN LEADER DEL SETTORE
“Abbiamo da poco vinto un concorso per la pianificazione della zona di espansione di Dalian”. Una città a est di Pechino, su una lingua di terra che si allunga nel Mar Giallo.
Qui sorgeranno due chilometri quadrati di nuove costruzioni: l’aeroporto, la parte residenziale, gli edifici pubblici, gli uffici, il treno sopraelevato.
Progetti su larga scala che Riccardo Minervini, architetto di 37 anni, realizza in Cina con il suo studio RM, fondato in partnership con uno studio più grande, lo Jao Design International. “Prima lavoravo a Roma — racconta —, ma in Italia i grandi progetti finiscono sempre alle solite persone, magari con agganci politici”.
Così nel 2007 la decisione di partire per un Paese in forte espansione.
Una scelta fatta ancor prima che da noi si iniziasse a parlare di crisi.
“Ho contattato uno studio di Milano che aveva una struttura in Cina — ricorda -. Mi hanno richiamato e in 15 giorni ho chiuso casa. Sono partito senza conoscere una parola di cinese”. Destinazione Tianjin, 150 chilometri a sud di Pechino. Subito le prime difficoltà : “Soprattutto la lingua. A Tianjin il 95% delle persone non parla inglese. Bisogna avere spirito combattivo, poi le cose si risolvono”.
Essenziale imparare a cavarsela per strada, magari grazie ai foglietti scritti da un collega del posto, l’indirizzo di casa sempre in tasca.
Poi qualche parola. “Ora riesco a sopravvivere anche in cinese. Due volte alla settimana viene in ufficio una professoressa per un’ora. E nel week end cerco di studiare un po’”.
Dopo due anni a Tianjin, Riccardo si trasferisce a Pechino, dove un anno fa apre lo studio RM.
“Stiamo crescendo e ora vogliamo sviluppare il business anche fuori dalla Cina — spiega -. Ad esempio a Singapore, che è l’ombelico dell’Asia del Sud”. Nello studio lavorano già 16 persone: nove giovani architetti sono arrivati dall’Italia.
“Ho stretto un accordo con la facoltà di Valle Giulia di Roma per far fare il praticantato all’estero, qui da noi”.
Altri ragazzi arriveranno nei prossimi mesi non solo dall’Italia, ma anche dal resto d’Europa. “Chi ha studiato in Occidente — continua — è in grado di dare un prodotto diverso da quello cinese, con una qualità maggiore e più attenzione al design, che è ancora il punto forte dell’Italia”.
E magari può contribuire alla diffusione di quell’attenzione per l’ambiente che in Cina finora non c’è stata. “Pian piano si stanno iniziando ad adottare anche qui criteri di sostenibilità e sistemi occidentali nella pianificazione delle città . Ma per diversi anni la qualità dei progetti non è stata eccelsa”.
Problemi in questo senso ce ne sono ancora, dovuti a una crescita velocissima: “Il boom economico è stato simile a quello del nostro dopoguerra. Ora città come Pechino e Shangai si sono un po’ fermate, ma nelle città secondarie si costruisce molto: centri commerciali, uffici, musei”.
Da una pianificazione urbanistica come quella di Dalian, in cui si pensa alla città nel suo complesso, possono scaturire progettazioni in scala più piccola: il disegno di un singolo edificio, l’interior design di un hotel da 40mila metri quadri.
Un architetto ha così la possibilità di fare in poco tempo la stessa esperienza che in Italia richiederebbe diversi anni.
A rimanere, però, non è solo la crescita professionale.
“Per realizzare i progetti ho girato la Cina in lungo e in largo — racconta Riccardo -. Sono stato nella Mongolia Interna, nello Sinkiang, in Tibet, zone occupate dallo Stato cinese dove trovi culture completamente diverse da quella di Pechino”.
La curiosità per quello che non conosci è un forte stimolo. Eppure non tutti si adattano: è capitato che qualche ragazzo dello studio sia fuggito dopo pochi mesi.
“Magari perchè a Pechino non riusciva ad andare a correre al parco per l’inquinamento. Oppure perchè non gli piaceva il cibo”.
Riccardo, invece, lo trova fantastico: “Certo, ci sono delle cose che non mangio, come i cavallucci marini in brodo, i calabroni fritti, le tartarughe. Qui c’è un detto: i cinesi mangiano tutto quello che ha quattro gambe, tranne i tavoli”.
In Italia ormai passa solo due settimane a Natale e due in estate: “Quando vengo — ammette — mi sento a disagio, perchè trovo persone sempre più avvilite. Ho amici che a 37 anni hanno un lavoro ancora precario, qualcuno è tornato addirittura a vivere con i genitori”.
A dire il vero, però, qualcosa che manca c’è: “Pechino non è come Roma, dove in pochissimo tempo passi dalla collina al mare. Spostarsi è più difficile, ti devi organizzare in modo diverso. Insomma, niente più giretto in moto a Fregene”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IL TASSO GENERALE E’ AL 9,8% IN RIALZO DI 1,7 PUNTI SU BASE ANNUA…SI TRATTA DI 476.000 PERSONE SENZA LAVORO
Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a marzo è salito al 35,9%, in aumento di due punti percentuali su febbraio.
E’ il tasso più alto dal gennaio 2004 (inizio delle serie storiche mensili).
Lo rileva l’Istat (dati destagionalizzati e provvisori).
Guardando le serie trimestrali è il più alto dal quarto trimestre 1992.
Non va meglio in termini generali: il tasso di disoccupazione a marzo è al 9,8%, in rialzo di 0,2 punti percentuali su febbraio e di 1,7 punti su base annua.
Anche in questo caso si tratta del tasso più alto da gennaio 2004 (inizio serie storiche mensili).
Guardando le serie trimestrali è il più alto dal terzo trimestre 2000.
La crescita della disoccupazione — rileva l’istituto di statistica — interessa sia gli uomini che le donne.
La disoccupazione maschile cresce a marzo del 3,9% rispetto al mese precedente e del 23,4% su base annua.
Contemporaneamente il numero di donne disoccupate aumenta dell’1,3% rispetto a febbraio e del 23,4% in termini tendenziali.
Il tasso di disoccupazione maschile cresce di 0,3 punti percentuali nell’ultimo mese, portandosi al 9,0%; quello femminile segna una variazione positiva di 0,1 punti e si attesta all’11,0%.
Rispetto all’anno precedente il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,6 punti percentuali e quello femminile di 1,9 punti.
L’inattività diminuisce dello 0,3% in confronto al mese precedente, coinvolgendo sia la componente maschile (-0,4%) sia quella femminile (-0,2%).
Rispetto a dodici mesi prima gli inattivi diminuiscono del 2,9%: in particolare, la componente maschile si riduce del 3,2% e quella femminile del 2,6%.
In termini assoluti il numero dei disoccupati a marzo è aumentato su base annua di 476mila unità (+23,4%) e su base mensile di 66mila.
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Aprile 23rd, 2012 Riccardo Fucile
L’UE NON PUO’ IMPORRE LA SUA LINEA AI PAESI MEMBRI… SE IN FRANCIA HOLLANDE PROPONE DI ALZARLO A 1700 EURO, IN ITALIA NON ESISTE UNA SOGLIA MINIMA DI REDDITO
“I salari minimi svolgono un ruolo importante nella lotta alla povertà e alle ineguaglianze”. A dirlo è
la portavoce del Commissario Ue all’Occupazione Lazslo Andor.
Parole piene di speranza dette in un momento non causale: alla vigilia della presentazione della strategia Ue “Verso un crescita ricca di lavoro” di fronte a tutto il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo.
“Questa non è solo una questione che riguarda l’economia, ma anche la giustizia sociale”, ha aggiunto la portavoce.
Peccato che per passare dalle parole ai fatti serve l’intervento delle cancellerie dei paesi membri.
“La Commissione può solo sottolineare l’importanza del ruolo che il salario minimo può svolgere”, ha proseguito la portavoce, commentando che ”spetta ai governi nazionali decidere un salario minimo adeguato alle proprie economie”.
Il che, in tempo di crisi, tagli e misure di austerity varie, si traduce in un bel “aspetta e spera”.
“Noi ci rendiamo conto che tra i vari Paesi ci sono differenze ed è per questo che non cercheremo di imporre nessun modello unico”.
Tant’è che ognuno a casa propria continua a fare come può, o meglio come vuole. E in Italia questo vuol dire niente reddito minimo.
Contrariamente alla stragrande maggioranza dei Paesi Ue che prevedono una soglia minima di retribuzione (spesso anche sopra ai 1000 euro, come in Belgio e Francia), in Italia il tutto è affidato ai singoli settori produttivi, ma di vincolante non c’è niente. Lo sa bene il network di San Precario, che a inizio marzo ha scritto direttamente al premier Monti per avanzare tre rivendicazioni nel contesto della riforma del lavoro targata Elsa Fornero: reddito di base incondizionato, riduzione delle tipologie contrattuali, e, appunto, salario minimo, un’utopia per i tanti italiani che portano a casa meno dei fatidici 1000 euro.
Certo che se l’impulso venisse da Bruxelles sarebbe un altro paio di maniche. A dire il vero la grande occasione c’è stata nell’ottobre 2010, quando all’Europarlamento si votò la richiesta di una Direttiva comunitaria sui redditi minimi in tutti i 27 Paesi Ue.
La proposta non passò a causa del voto contrario dei Popolari (gruppo di centro destra) che si opposero con fermezza all’iniziativa di socialisti, verdi e sinistre. Un grosso piacere a tutti quei datori di lavoro che un minimo ai propri dipendenti non lo volevano proprio assicurare.
Oggi la questione torna sui banchi di Strasburgo per iniziativa della Commissione stessa, che non a caso inserisce il reddito minimo all’interno delle misure “consigliate” della nuova strategia di rilancio dell’economia europea.
L’obiettivo è ambizioso: creare 20 milioni di posti di lavoro in Europa da qui al 2020. Con questa comunicazione, la Commissione chiede agli Stati membri di fare la propria parte fissando o potenziando anche alcune reti di protezione tra cui proprio il salario minimo.
E poi ancora, per completezza, proteggere il dialogo sociale e i sussidi per facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro alle fasce più deboli, giovani, donne e disoccupati di lungo corso.
La parola ora passa ai governi nazionali.
In Francia il candidato della sinistra Jean-Luc Mèlenchon ha promesso, se eletto, di portare il già cospicuo salario minimo francese a 1700 euro.
Alessio Pisanò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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