Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
A PARITA’ DI ETA’ E DI MANSIONI, UN OPERAIO TEDESCO GUADAGNA POCO MENO DEL DOPPIO DI UNO ITALIANO….MARCHIONNE CHIEDE SACRIFICI E LA CHIUSURA DI STABILIMENTI, WOLFBURG REPLICA: A NOI BASTA VENDERE
Marta Cevasco e Jurgen Schmitt, sono due operai metalmeccanici. 
Hanno quasi la stessa età : 52 anni la signora italiana e 50 il suo collega tedesco, un’anzianità di servizio simile, entrambi tengono famiglia (coniuge e un figlio) e fanno più o meno lo stesso lavoro non specializzato.
Qual è la differenza tra i due colleghi?
Semplice: lo stipendio. Jurgen guadagna molto di più.
A fine mese l’operaia italiana arriva a 1.436 euro, quasi la metà rispetto al metalmeccanico tedesco, che porta a casa una retribuzione 2.685 euro.
A conti fatti, Marta e Jurgen sono divisi da 1.250 euro.
Chiamatelo, se volete, lo spread del lavoro.
E anche qui, come succede per la finanza pubblica, vince la Germania.
O meglio vince Volkswagen e perde Fiat, perchè i due operai che abbiamo scelto per questo confronto sono dipendenti delle due più importanti aziende automobilistiche dei rispettivi Paesi.
Jurgen passa le sue giornate alla catena di montaggio dello stabilimento di Wolfsburg.
Marta invece lavora in una fabbrica del gruppo del Lingotto.
I nomi sono di fantasia, ma le buste paga sono reali.
E i numeri suonano come la conferma della superiorità del modello tedesco. Un sistema che garantisce retribuzioni più elevate. Ma non solo.
Anche in Germania, ancora più che in Italia, lo stipendio è falcidiato da pesanti prelievi sotto forma di tasse, e, soprattutto, contributi previdenziali e assicurativi.
In cambio, però, questa montagna di soldi contribuisce a finanziare un welfare che nonostante i tagli degli anni scorsi (a cominciare dalle riforme varate tra il 1998 e il 2004 dal cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder) rimane ancora uno dei più efficienti d’Europa.
Dalle nostre parti, invece, i contributi restano alti, ma il welfare si sta squagliando.
Vediamo un po’ più nel dettaglio il caso tedesco.
Jurgen parte da una paga base di poco superiore a 3 mila euro e con alcune ore di straordinario notturno arriva a superare un compenso mensile lordo di 3.700 euro.
Le trattenute previdenziali e assicurative sfiorano i 700 euro, di cui 336 per la pensione e 267 euro di casa malattia.
Se si considera che l’imponibile ammonta a 3.380 euro circa, i contributi pesano per il 20 per cento circa.
Marta invece paga circa 170 euro per la pensione. Poi però ci sono circa 18 euro per il fondo previdenziale integrativo e altri 16 euro sono destinati all’assicurazione sanitaria supplementare.
Alla fine questi contributi assorbono l’11 per cento di un imponibile pari a circa 1.800 euro, contro il 20 per cento di Jurgen.
Poi ci sono le tasse, che pesano sullo stipendio per meno del 10 per cento (9,89 per cento) nel caso dell’operaio Vw.
Le ritenute fiscali della dipendente Fiat, al netto delle detrazioni, valgono invece il 13 per cento circa dell’imponibile.
Morale: per Marta meno stipendio e più tasse.
Peggio ancora: anche se le imposte sono maggiori, l’operaia italiana riceve servizi meno efficienti rispetto al collega di Wolfsburg.
Va detto che anche in Germania la situazione può cambiare, anche di molto, da un’azienda a un’altra.
E spesso anche tra i reparti della medesima fabbrica.
Alla Volkswagen di Wolfsburg abbondano, anche se restano comunque in netta minoranza, i lavoratori part time e a tempo determinato, con retribuzioni anche del 20-30 per cento inferiori a quella dei loro colleghi.
Jurgen e Marta però fanno parte entrambi della stessa categoria di, per così dire, privilegiati: gli assunti a tempo indeterminato.
Resta il fatto che nel regno di Sergio Marchionne l’operaio se la passa molto peggio rispetto al collega delle fabbriche tedesche della Volkswagen.
Il capo del Lingotto però chiede ancora di più.
Chiede nuovi sacrifici e maggiore flessibilità . Solo così Fiat tornerà grande, dice.
Il gruppo di Wolfsburg si muove diversamente.
Negli ultimi anni ha spostato una parte importante della produzione in aree del mondo a basso costo del lavoro (Cina, Slovacchia, Messico), ma quasi la metà dei suoi 500 mila dipendenti vivono comunque in Germania e di questi la gran parte percepisce stipendi ben più elevati rispetto a quelli della Fiat.
Eppure Volkswagen, anche al netto delle partite straordinarie, vanta profitti ben più elevati del concorrente italiano.
Non sarà che l’arma vincente dei tedeschi sono i prodotti, pensati e realizzati grazie a imponenti investimenti in ricerca e sviluppo?
Marchionne su questo punto resta un po’ vago.
In compenso, da buon liberista all’italiana, continua a chiedere all’Europa interventi straordinari, con soldi pubblici, per ridurre la sovracapacità produttiva in Europa.
Da Wolfsburg rispondono: noi non ne abbiamo bisogno.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia, Lavoro | Commenta »
Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
LA RIFORMA DEL LAVORO BOCCIATA DA DUE ITALIANI SU TRE
Il progetto di riforma del mercato del lavoro varato dal governo potrebbe, nelle prossime settimane, causare significative fratture nel quadro politico.
Infatti, il provvedimento ha già provocato un calo sensibile nel tasso di approvazione espresso dai cittadini nei confronti dell’azione dell’esecutivo. Dal 50-60% di consenso rilevato sino agli inizi di marzo, la percentuale di giudizi positivi verso il governo è bruscamente scesa al 44%.
Ciò significa che, in questo momento, la maggioranza, seppur lieve (54%), della popolazione esprime una insoddisfazione verso l’operato dell’esecutivo.
Potrebbe trattarsi di una reazione d’impulso – forse momentanea e destinata a rientrare – agli ultimi provvedimenti (che, come vedremo tra breve, non incontrano l’approvazione della popolazione), ma potrebbe rappresentare anche il segnale d’inizio di un trend negativo nel consenso per il governo.
Il calo di fiducia ha riguardato prevalentemente gli operai e i lavoratori dipendenti di livello medio-basso, ma anche studenti, pensionati e casalinghe.
Viceversa imprenditori, liberi professionisti, ma anche impiegati e quadri, specie se possessori di un titolo di studio elevato, hanno mantenuto immutata la loro fiducia per il governo.
Dal punto di vista dell’orientamento politico, si è verificato un vero e proprio crollo di consensi (-32%) nell’elettorato della Lega Nord che, fino a ieri, esprimeva, malgrado tutto, nella sua maggioranza, una tiepida approvazione verso l’azione dell’esecutivo.
Ancora, come era forse prevedibile, un notevole decremento di approvazione (-17%) si manifesta tra i votanti per il Pd (la cui maggioranza continua però a sostenere il governo) e, seppure in misura minore (-10%), tra quelli del Pdl (ove la gran parte oggi è ostile all’esecutivo).
Persino tra l’elettorato dell’Udc – che, tradizionalmente, ha sin qui appoggiato più decisamente il governo – si registra una diminuzione di fiducia (-9%).
Come si è detto, questo trend è legato alla insoddisfazione della maggioranza degli italiani verso le decisioni assunte riguardo al mercato del lavoro e, in particolare, riguardo alla riforma dell’articolo 18.
Più del 40% della popolazione dichiara di avere seguito bene la vicenda, mentre un altro 46% l’ha seguita con attenzione minore.
Solo il 14% si dichiara all’oscuro della questione.
A fronte di questo diffuso interesse, il giudizio sulle decisioni dell’esecutivo è negativo per più di due italiani su tre (67%).
Le criticità maggiori si rilevano al Sud e tra gli operai, mentre tra imprenditori e liberi professionisti prevale l’accordo sul progetto di riforma.
La valutazione negativa risulta maggioritaria nell’elettorato di tutte le forze politiche con una ovvia accentuazione nei partiti di opposizione: ma essa si riscontra anche tra i votanti per il Pdl (58% di insoddisfatti) e il Pd (67% di giudizi negativi).
Naturalmente, i motivi di dissenso sono diversi, talvolta opposti.
Gran parte dei votanti per il Pdl rimproverano al governo una insufficiente tenacia, mentre l’elettorato del Pd conferma la già nota ostilità alla revisione dell’articolo 18.
Oltre al contenuto, viene comunque criticato anche il metodo seguito dal governo, ritenuto, ancora una volta da quasi due italiani su tre (63%) «troppo decisionista».
Questa situazione comporta problemi rilevanti per entrambi i partiti maggiori, che debbono necessariamente risolvere la contraddizione tra la necessità di proseguire con l’appoggio all’esecutivo e la prevalenza, nel proprio elettorato, di un orientamento contrario alle ultime decisioni di Monti.
I dilemmi probabilmente maggiori si manifestano nel Pd, ove il segretario Bersani vede da un verso accolte dall’esecutivo molte proposte di merito avanzate in passato dallo stesso Pd e dall’altro non può non tener conto di una base per più di due terzi ostile al provvedimento sul mercato del lavoro.
È probabilmente anche questo stato di cose ad avere suggerito al segretario del Pd la recente accentuazione delle posizioni critiche, espresse ad esempio nell’ultima sua partecipazione a Porta a Porta , verso le decisioni del governo.
Ma, soprattutto, tutto ciò indebolisce l’immagine dell’esecutivo nell’opinione pubblica che, di colpo, si trasforma da positiva in negativa.
È vero che la compagine guidata da Monti, per sua natura, prescinde dall’appoggio della maggioranza della popolazione, ma è vero anche che quest’ultimo rappresenta in ogni caso un elemento di stabilità di grande rilievo.
La cui assenza può avere conseguenze oggi imprevedibili. Ma, naturalmente, è possibile che, acquietatasi, anche grazie ai tempi della discussione parlamentare, la polemica sull’articolo 18, il governo riprenda il consenso oggi attenuato.
Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: elezioni, emergenza, governo, Lavoro, Monti | Commenta »
Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
L’UNICO SINDACALISTA METALMECCANICO DIVENUTO SEGRETARIO NAZIONALE DELLA “DESTRORSA” UGL SI SCHIERA A FIANCO DELLA CAMUSSO
E ad un tratto Giovanni Centrella mi tende la mano: “Di che colore le sembra?”. 
La guardo e gli rispondo: “Bianca”.
Sorride, e dice, con il suo sonoro accento irpino: “Ecco, c’è voluto un anno e mezzo da segretario dell’Ugl perchè tornasse così. Nella fabbrica Fiat in cui ho lavorato per quasi tutta la vita, da operaio, la pasta abrasiva non ce la passano. Te le lavavi, te le lavavi, niente: sempre nere di grasso”.
L’Ugl, il sindacato che è erede della ipermissina Cisnal sta di casa in via Margutta, a Roma, in una lussuosa palazzina, in mezzo a gallerie d’arte e antiquari.
In questi uffici, dopo il ciclone Renata Polverini (e anche per sua volontà ) è arrivato il primo segretario metalmeccanico del sindacalismo italiano. Giovanni Centrella, viene dalla provincia d’Avellino, ha una storia operaia, di nero — una volta lavato il grasso — ha poco o nulla. Quando ti parla dice quasi con orgoglio: “Ho una storia tutta democristiana, ma irregolare: mi considero un estremista di centro”.
Dietro la scrivania non ha la foto di Giorgio Almirante, ma quella di se stesso, con Giorgio Napolitano.
Poi Pinocchio, una scacchiera, diversi ninnoli.
Anche lui è stato travolto dal ciclone dell’articolo 18.
Prima (come racconta, a denti stretti) ha detto sì.
Poi, investito da una valanga di messaggi della sua base, ha dato il contrordine: “O c’è la norma sul reintegro, oppure la firma nostra non ci sarà ”.
Centrella, ha cambiato linea dalla sera alla mattina?
Sì, lo ammetto. Prima sì, ora no. E mi cospargo anche il capo di cenere per aver detto sì. Cosa le ha fatto cambiare idea?
I nostri. Prima ho riunito gli organismi dirigenti, e c’era un coro di perplessità .
Poi?
Ho il telefono sempre acceso. Ho ricevuto messaggi, telefonate, tantissimi sms. Ad esempio questo di Giuliano Fassati, un amico operaio di Melfi: “Giovanni, non tradirci!. O questo di Dario Canali, il nostro delegato della Tecnocip: “Cosa avete fatto? La base è preoccupata”. I più incazzati non glieli leggo
Ma scusi, non lo aveva previsto, anche prima?
All’inizio eravamo per il il no, con la Camusso. Siamo partiti da una prima proposta del governo che era terribile. Avevamo ottenuto delle modifiche, avevo espresso un giudizio sofferto e articolato. Non nego che le pressioni abbiano pesato.
Pressioni del Pdl o della Confindustria?
Macchè! Mi riferisco al messaggio di Napolitano, il giorno in cui abbiamo sottoscritto l’intesa.
Un ex comunista influenza l’Ugl?
Nei nostri confronti è sempre stato corretto e leale, un amico. Lei lo sa che un iscritto su quattro, tra i nostri, vota centrosinistra?
Centrella, lei vuole stupire o prende in giro?
Lo dicono i dati. Tra i metalmeccanici abbiamo un delegato di Mirafiori che è di Rifondazione… Io stesso ho votato partiti diversi: una volta Rifondazione, una volta la Fiamma tricolore…
E con la Fornero come si trova?
Mi vuole far litigare? No, le voglio far raccontare… (Sorride)
È, come dire? Preparata. Molto professoressa, però.
Mi faccia un esempio.
Lei ci ripete: “Voi dovete far capire ai lavoratori che la mobilità è opportunità : se perdi un posto di lavoro ne trovi un altro”. E lei cosa le risponde? Che in molte parti del Sud se lo perdi non lo ritrovi. In altrettante che, se lo ritrovi, vuol dire che sei finito in mano alla Camorra.
La Fornero ha capito?
Non ha ancora imparato che fare il ministro è un mestiere diverso da scrivere un saggio: molte teorie calate dall’alto nella realtà non hanno gli effetti desiderati.
Dietro di lei c’è un cappello accademico e uno da poliziotto.
Il primo me lo hanno regalato i nostri. Il secondo me lo sono conquistato con lo studio, in questi ultimi anni.
Era fuori corso sfigato, come dice Martone?
No. Dopo il diploma in ragioneria non mi ero iscritto. Mio padre, con due figli disse: solo uno posso farlo studiare, e io lo pregai di scegliere mia sorella.
E adesso, invece? Laurea in Giurisprudenza, consulente di impresa.
Ma quanti iscritti ha davvero l’Ugl?
Due milioni, veri. Adesso voglio far certificare dall’Inps l’elenco.
Chi lo aveva taroccato?
Quelli che mi ha consegnato la Polverini sono risultati veri.
Se qualcuno prima ha gonfiato, non lo so. Adesso abbiamo 200 mila metalmeccanici, e da una settimana abbiamo superato la soglia del 5 % tra i pubblici.
È vero che lei è diventato delegato lottando per affermare i diritti degli operai irpini contro lo strapotere dei napoletani?
(Ride) È vero che i napoletani usano il loro essere genialmente furbi per arrivare dove vogliono. Nella nostra fabbrica il 90 % dei promossi erano napoletani.
Però se le chiedo di Marchionne, scommetto che non mi risponde come un rifondarolo. Guardi, è una controparte. Ma con noi ha tenuto fede a tutti gli impegni che ha preso.
E allora dove sono i 20 miliardi di Fabbrica Italia?
Arriveranno, spero. Però le posso dire che sbaglia a tenere fuori dagli stabilimenti la Fiom, e questo è un errore grave. A Pomigliano non ne hanno riassunto nemmeno uno, della Cgil. Dei nostri 300 solo 80 hanno ripreso la tessera Ugl. Lo stesso per Cisl e Uil. Gli operai sono molto spaventati.
È diventato segretario ammazzando qualcuno?
(Ride). No, Solo perchè la Polverini ha teorizzato che il sindacato dovesse tornare alla sue radici, e non ha scelto nessuno della segreteria.
C’erano almeno sei dirigenti più bravi di me.
Lo dice con elegante ipocrisia?
No, lo dico perchè mi piace essere sincero.
Luca Telese blog
argomento: Costume, denuncia, economia, Lavoro | Commenta »
Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
L’ASPI SOSTITUIRA’ L’ATTUALE INDENNITA’ DI MOBILITA’…IL PRINCIPIO ISPIRATORE DELLA RIFORMA SARA’ LA PROTEZIONE DEL MERCATO, NON IL POSTO DI LAVORO
Protezione sul mercato invece di protezione sul posto di lavoro ed estensione a tutti i lavoratori, anche quelli con meno esperienza.
E’ questo il salto culturale della riforma degli ammortizzatori sociali, che entreranno in vigore, a regime, nel 2017, con una «dote» di circa 1,7 miliardi.
Alla base del nuovo sistema di sostegno al reddito c’è l’assicurazione sociale per l’impiego (Aspi), che sostituirà l’attuale indennità di mobilità .
«L’Aspi riguarda tutti. Si passa da qualcosa di limitato a qualcosa di universale. E partirà il prossimo anno», ha spiegato il ministro del Welfare Elsa Fornero, annunciando anche «una mini Aspi per i lavoratori più giovani».
L’Aspi si applicherà a tutti i lavoratori con un contratto a tempo determinato del settore privato e pubblico, e sarà estesa agli apprendisti e agli artisti, finora esclusi da ogni strumento di sostegno al reddito.
Per poter accedere all’Assicurazione si devono avere gli stessi requisiti dell’indennità di mobilità : due anni di anzianità e almeno 52 settimane nell’ultimo biennio. L’assegno dovrebbe essere pari al 70% della retribuzione fino a 1.250 euro e il 30% per la quota superiore a questa cifra, ma c’è anche un’ipotesi al 75% del salario fino a 1.150 euro e il 25% per la quota superiore a questa cifra.
In ogni caso è fissato un tetto massimo di 1.119 euro.
Tutti i lavoratori dovranno contribuire all’Aspi, con modalità diverse a seconda della forma contrattuale: l’aliquota sarà dell’1,3% per chi è assunto a tempo indeterminato, incrementata da un’addizionale dell’1,4%, dalla quale saranno esclusi i contratti a termine stagionali e i contratti per sostituzione.
Per questi l’azienda dovrà versare solo l’1,3%, che scende ancora per le piccolissime aziende.
La durata dell’Aspi dipenderà dall’età .
Lo spartiacque sono i 55 anni. L’assegno dell’assicurazione durerà 12 mesi per chi un’età fino a 54 anni e fino a 18 mesi dai 55 anni in su.
Il problema è che la scomparsa della mobilità rischia di penalizzare soprattutto i lavoratori over 50, cioè proprio chi ha più difficoltà a trovare un nuovo posto di lavoro.
Oggi, in caso di licenziamenti collettivi, la mobilità dura 36 mesi, che si allungano fino a 48 mesi per gli ultracinquantenni al Sud.
Perciò si sta studiando un meccanismo affinchè dal 2017, quando entrerà a regime l’Aspi, la dotazione del fondo di mobilità (circa 700 milioni) sia usata per sostenere il reddito dei lavoratori con oltre 58/60 anni o per integrare l’Aspi oltre i 18 mesi previsti.
Tra le novità per «far cambiare la mentalità » e conciliare i tempi del lavoro con quelli della famiglia, la riforma introduce una sperimentazione della paternità obbligatoria. Per ora si sa che la sperimentazione durerà tre anni e sarà finanziata dal ministero del Lavoro.
L’Europa chiede almeno due settimane di congedo obbligatorio per i neopadri, nel Parlamento italiano c’è una proposta bipartisan che parla di 3 giorni.
La riforma degli ammortizzatori sociali cancella la Cassa integrazione in deroga, introdotta dall’ex ministro Maurizio Sacconi nel 2009 per estendere i sussidio alle piccole imprese e ai settori finora esclusi dalla Cig, ma ne userà i fondi, rendendoli strutturali, per finanziare l’Aspi.
«Ci dicono che abbiamo tenuto la Cassa integrazione in deroga ma non è vero. Abbiamo tenuto i fondi. Abbiamo chiesto che questi fondi, che venivano trovati ogni anno là dove il bilancio consentiva qualche elasticità , fossero resi strutturali e utilizzati per l’Aspi», ha precisato il ministro.
La cassa integrazione ordinaria per l’industria non viene abolita, ma per i settori oggi esclusi sarà istituito un fondo di solidarietà .
Servirà però un’iniziativa dei contratti collettivi nazionali o un intervento legislativo. Resta pure al Cig straordinaria, con alcune novità : non sarà più concessa per cessazione di attività e mobilità .
Giuliana Ferraino
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
LA RIFORMA NON SOLO CONTEMPLA GLI ABUSI, MA RIDUCE LA PUNIZIONE RISPETTO A PRIMA
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha detto giovedì scorso che nella riforma
sul lavoro ci sarà una apposita norma per evitare che vengano commessi abusi nei licenziamenti individuali motivati da ragioni economiche.
Ma che cosa prevede la riforma per questo tipo di licenziamenti?
Prevede che se il giudice dimostra che non esiste un giustificato motivo economico per espellere uno o più lavoratori, scatta l’indennizzo al posto del reintegro.
Ma se si scopre che il datore di lavoro ha licenziato senza giustificato motivo, allora significa che ha commesso un abuso, perchè evidentemente lo scopo del licenziamento era un altro.
E rispetto a quell’abuso, il governo che fa?
Riduce la punizione per il datore di lavoro abusante, cioè gli consente comunque di espellere il lavoratore previo pagamento di un indennizzo.
Dunque, in conclusione, la riforma non solo contempla gli abusi ma ne riduce la punizione rispetto a prima.
E allora che senso ha dire che verranno introdotte norme per evitare gli abusi?
Il paradosso ( o se vogliamo la beffa) nasce dal fatto che, diversamente da quel che può sembrare, la riforma non stabilisce cosa deve succedere se un licenziamento è giustificato in un certo modo (ad esempio per motivi economici o disciplinari), ma stabilisce che cosa deve succedere esattamente nel caso opposto, cioè se un licenziamento non è giustificato per quegli stessi motivi.
In altre parole non regola il “giusto” licenziamento ma regola (favorendolo) proprio il suo abuso.
Marco Ruffolo
(da “la Repubblica”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL LICENZIAMENTO PER MOTIVI ECONOMICI E’ LEGATO “ALL’ATTIVITA’ PRODUTTIVA, ALL’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO”
Articolo 18, si cambia. 
Il governo Monti conferma di voler innovare anche intervenendo sulla norma-totem per i sindacati, salvo modifiche del Parlamento.
Le norme si applicheranno a tutti, vecchi e nuovi assunti, tranne che al pubblico impiego, per ora.
I discriminator
Resta intatta la norma che li considera nulli, dunque come mai avvenuti, e continua a valere anche per le aziende sotto i 15 dipendenti.
Il licenziamento viene considerato discriminatorio se è determinato da ragioni di credo politico o fede religiosa, dall’appartenenza a un sindacato e dalla partecipazione a attività sindacali.
Oppure nella formulazione più recente, in caso di «discriminazione sindacale, politica, religiosa, razziale, di lingua o di sesso, di handicap, di età o basata sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni personali».
E ancora, quando è intimato in concomitanza col matrimonio oppure dall’inizio della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino o dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per malattia del bambino.
Infine se è determinato da un motivo illecito.
In tutti questi casi il giudice ordina la reintegrazione del lavoratore, anche dirigente, nel posto di lavoro indipendentemente dalla motivazione adottata e quale che sia il numero dei dipendenti occupati.
È previsto anche il risarcimento del danno attraverso un’indennità commisurata all’ultima retribuzione globale dal giorno del licenziamento al reintegro, e il pagamento dei contributi.
Non cambiano nemmeno le norme che consentono al lavoratore di rinunciare al reintegro in cambio di un’indennità .
I disciplinari
Sono tali i licenziamenti intimati per giusta causa (comportamento grave che non consente la prosecuzione del rapporto, come ad esempio i furti o le risse) o per giustificato motivo soggettivo (notevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore, insomma i «fannulloni»).
In questo caso il governo innova nel senso che tali licenziamenti, qualora il giudice accerti l’insussistenza delle motivazioni del datore di lavoro (l’onere della prova sta al lavoratore), comportano la risoluzione del rapporto di lavoro dalla data del licenziamento e la condanna del datore di lavoro (per le aziende sopra i 15 dipendenti) a un’indennizzo tra le 15 e le 27 mensilità .
Il reintegro del lavoratore, così come previsto dall’attuale articolo 18, resta solo per alcuni casi.
Si avrà diritto al reintegro, secondo la nuova normativa, qualora il fatto contestato al lavoratore non sia stato commesso o se rientra tra le ipotesi previste dal contratto collettivo.
In questi casi sarà corrisposta anche un’indennità risarcitoria e verranno versati i contributi. Il lavoratore potrà chiedere al posto del reintegro l’indennizzo.
Gli economici.
Sono quelli più controversi.
Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, altrimenti detto per motivi economici, è sostenuto da ragioni che attengono «all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa».
Cioè dalla crisi dell’impresa (sempre sopra i 15 dipendenti), dalla cessazione dell’attività e, anche solo, dal venir meno delle mansioni cui era in precedenza assegnato il lavoratore, se non è possibile il suo «ripescaggio», ovvero la ricollocazione del medesimo in altre mansioni esistenti in azienda e compatibili con l’inquadramento.
Finora la normativa prevedeva che tale lavoratore potesse andare dal giudice, se riteneva insussistenti i motivi del licenziamento.
Al giudice era preclusa la valutazione sui criteri di gestione dell’impresa, in quanto considerati espressione della libertà di iniziativa economica.
Al giudice, insomma, spettava soltanto il controllo circa l’effettiva sussistenza del motivo del datore, sul quale gravava l’onere di provare l’inutilità della singola posizione e l’impossibilità di adibire il lavoratore ad altra collocazione.
Fatto sta che se i motivi economici non c’erano, l’attuale normativa prevedeva il reintegro del lavoratore, il risarcimento del danno e la corresponsione dei contributi.
La novità del nuovo testo è che l’inesistenza del giustificato motivo oggettivo, accertata dal giudice, determina solo il pagamento di un’indennità tra le 15 e le 27 mensilità e non più il reintegro.
Prima del licenziamento è prevista una procedura di conciliazione in cui il lavoratore è assistito dai sindacati.
Se la conciliazione produce la risoluzione consensuale del rapporto, il lavoratore sarà aiutato nel ricollocamento. In caso contrario si andrà dal giudice con le conseguenze già dette.
La Cisl e la Uil hanno chiesto che nel testo venga specificato che se nel processo emergono motivi diversi da quello economico, cioè «discriminazioni, abusi, irregolarità nelle procedure o motivi disciplinari», il giudice annulli il licenziamento. Il governo sembra orientato a accettare la formulazione che, qualora il licenziamento rientri sotto la fattispecie disciplinare o discriminatoria, se ne applichi la relativa discliplina.
Antonella Baccaro
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile
I RISULTATI NEL 2011 DELLE INDAGINI DEGLI ISPETTORATI DEL LAVORO: INDIVIDUATI 278.268 LAVORATORI IRREGOLARI DI CUI IL 38% IN NERO
Sono 244.170 le aziende ispezionate nel 2011 dagli ispettori del ministero del Lavoro, dell’Inps,
dall’Inail e dall’Enpals: il 61% è risultato irregolare (149.708).
Sono i dati che emergono dal Rapporto annuale sull’attività di vigilanza in materia di lavoro e previdenziale per il 2011.
Sono stati individuati 278.268 lavoratori irregolari di cui il 38% in nero (105.279 unità cui vanno aggiunti circa 13.000 lavoratori individuati dalla Guardia di Finanza, per un totale di 117.955).
Il numero dei lavoratori in nero è diminuito rispetto ai 151.000 lavoratori dello scorso anno e tale fenomeno, spiega il rapporto, è fondamentalmente riconducibile, da un lato, alla restrizione del campo di applicazione della normativa sanzionatoria (al solo lavoro subordinato) e dall’altro alla contrazione occupazionale che inevitabilmente incide anche sul sommerso e anche, al notevolissimo incremento che hanno avuto le forme contrattuali di lavoro flessibile, con particolare riferimento ad alcune Regioni del Nord.
Sono state irrogate 52.426 maxisanzioni per l’impiego di lavoratori in nero, con una flessione dell’8% rispetto al 2010. In particolare, in Campania sono stati trovati 7.223 lavoratori in nero, in Emilia Romagna 5.847 e in Lombardia 5.448.
Nel corso delle verifiche condotte sulle aziende sono stati adottati 8.564 provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale, la quasi totalità legata al riscontro di manodopera sommersa in misura superiore al 20% di quella presente sul luogo di lavoro e con solo 36 casi di sospensione per gravi e reiterate violazioni in materia di tutela della salute e sicurezza.
Di questi 3.094 sono i provvedimenti adottati nel settore dei pubblici esercizi, 2.396 nell’edilizia e 1.196 nel commercio.
argomento: Costume, denuncia, Lavoro | Commenta »
Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DALL’APPRENDISTATO AL DIVIETO DI STAGE POST LAUREA, CHE COSA SUCCEDE DAVVERO CON LA RIFORMA
L’obiettivo della riforma, enunciato dal governo, è chiaro: rendere più dinamico il mercato del
lavoro per favorire chi parte sfavorito, soprattutto i giovani prime vittime della crisi, e per eliminare via via il precariato.
Meno chiaro – perlomeno fino a quando sarà messo nero su bianco il testo definitivo del provvedimento – è se gli strumenti individuati saranno in grado di raggiungerlo.
In sostanza il governo propone di superare la precarietà con una diversa articolazione dei contratti di accesso al lavoro che in un primo tempo accentua la flessibilità dell’occupazione e poi la stabilizza.
Il tutto accompagnato da un riordino delle varie tipologie contrattuali, indirizzato ad evitarne l’abuso e l’uso distorto.
E da una sorta di preambolo: l’eliminazione degli stage o dei tirocini impropri, svolti quando la formazione, compresi master o dottorati, è terminata.
Perchè come dice il ministro del Lavoro Elsa Fornero «il lavoro deve essere pagato».
Uno.
L’apprendistato, innanzitutto, diventa il canale privilegiato di avviamento al lavoro dei più giovani con la conferma dell’impianto della legge del settembre 2011 a cui vengono apportate alcune correzioni.
Il contratto di apprendista può essere offerto, sulla base di tre tipologie, a chi ha tra 15 e 25 (per la qualifica e il diploma professionale) e tra 18 e 29 anni per l’avvio al lavoro vero e proprio e può durare anche 3-5 anni, cioè al massimo fino ai 34 anni.
La legge che lascia alla contrattazione collettiva la disciplina nel dettaglio dell’apprendistato non prevede la durata minima che invece la riforma Fornero vuole introdurre, così come richiede una percentuale di stabilizzazione per mantenere la possibilità di continuare ad assumere in apprendistato.
E’ previsto poi l’obbligo del tutor per l’apprendista e la possibilità per il datore di lavoro di certificare la formazione.
Stesse regole per i contratti di inserimento, estendibili a chi ha superato i 29 anni e che viene da un lungo periodo di disoccupazione.
Due.
Le maggiori novità riguardano però i contratti a tempo determinato che vengono in qualche modo scoraggiati attraverso l’aumento, pari all’1,4%, dei contributi che andrà a finanziare la nuova assicurazione sociale per l’impiego (Aspi).
Fatta eccezione per i contratti di sostituzione.
Ma c’è di più: tale maggiorazione potrà essere recuperata in caso di assunzione a tempo indeterminato (premio di stabilizzazione).
Se invece il datore di lavoro vuole insistere sull’occupazione a scadenza, avrà più difficoltà a fare i rinnovi, perchè dovrà far passare più tempo da un accordo ad un altro, senza contare che saranno anche allungati i tempi per l’impugnazione stragiudiziale del contratto.
Resta l’obbligo a non superare i 36 mesi, tre anni di lavoro a termine, se non si vuole far scattare automaticamente il tempo indeterminato.
Tre.
Anche per i contratti a progetto, o i vecchi co.co.co., ci saranno più paletti di prima. Innanzitutto il «progetto» dovrà avere una definizione più stringente e dettagliata e non potrà limitarsi a riproporre, come spesso avviene, l’oggetto sociale dell’azienda.
E poi se l’attività del lavoratore a progetto finisce per essere sostanzialmente simile, per orario o per compiti svolti, a quella del dipendente allora scatta la presunzione del carattere subordinato della prestazione.
Viene poi eliminata la facoltà di introdurre clausole individuali che consentano il recesso del datore di lavoro prima della scadenza del termine o comunque del completamento del progetto, anche in mancanza di una giusta causa, fermo l’obbligo di dare comunque il preavviso al collaboratore.
Infine viene introdotto un incremento dell’aliquota contributiva prevista a favore della gestione separata dell’Inps, così da proseguire il percorso di avvicinamento alle aliquote previste per il lavoro dipendente.
Quattro.
Giro di vite anche alle collaborazioni o consulenze con partita Iva (solo nel 2011 ne sono state aperte ben 535 mila di cui quasi la metà da parte di giovani) che spesso nascondono veri e propri abusi.
Con l’esclusione dei professionisti iscritti ad albi, viene riconosciuto il carattere continuativo e di natura subordinata, non autonoma od occasionale, della collaborazione se si prolunga complessivamente per più di sei mesi nell’arco di un anno, se il collaboratore ricava da essa più del 75% dei suoi compensi (anche se fatturati a più soggetti riconducibili alla medesima attività imprenditoriale) e se l’attività è svolta presso l’azienda committente.
Cinque.
Per il lavoro intermittente o a chiamata, che negli ultimi tempi ha fatto registrare una forte crescita, ma anche molti abusi, viene previsto l’obbligo di effettuare una comunicazione amministrativa molto snella – basterebbe una telefonata – in occasione di ogni chiamata del lavoro.
Stesso obbligo, che secondo i sindacati non è sufficiente a contrastare le distorsioni, per il contratto di lavoro a tempo parziale.
La comunicazione in questo caso deve essere contestuale al preavviso da dare al lavoratore di ogni variazione di orario attuata in applicazione di clausole elastiche o flessibili nell’ambito del part-time verticale o misto.
Quanto poi all’associazione in partecipazione, il governo punta di fatto a cancellarla. Propone infatti di limitare a 5 il numero massimo degli associati di lavoro (con capitale o lavoro) così da lasciare operante l’istituto soltanto nelle piccole attività , oppure solo nell’ambito familiare.
Ma anche in questo caso l’associazione dovrà essere ristretta ai legami di primo grado, cioè a genitori e figli.
Stefania Tamburello
argomento: emergenza, Lavoro | Commenta »
Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile
I CASI RADDOPPIANO CON LE VERTENZE MENO NOTE… GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI CHIAMATI A FRONTEGGIARE 300 CRISI AZIENDALI
Ci sono le grandi crisi aziendali, quelle che emergono per il numero di persone coinvolte, per le
proteste che fanno notizia, per le vertenze già approdate – in cerca di mediazione – al ministero dello Sviluppo economico.
E poi c’è la miriade di piccole imprese che muore giorno per giorno, che licenzia un operaio alla volta e di cui nessuno parla.
La mappa dell’economia malata è vasta, varia e sempre più affollata.
Le crisi aziendali per le quali – visto l’impatto sulla produzione e sull’occupazione – è già stato chiesto l’intervento del governo sono 300 e riguardano 300 mila lavoratori a rischio. Le più gravi, quelle che mettono in discussione la tenuta del territorio e per le quali si può parlare di rischio «sociale» sono 109 e riguardano oltre 135 mila dipendenti.
E’ questo il quadro con il quale faranno i conti i nuovi ammortizzatori sociali della riforma Fornero.
Molto dipenderà dalla definizione della fase transitoria che porterà a regime le nuove norme nel 2017, ma le dimensioni del fenomeno restano.
La crisi si può leggere per settori (dalla chimica, al siderurgico, al tessile), o per territori. Guardando ai marchi noti (dal turismo Valtur alla moda Belstaff) o seguendo sti
argomento: Lavoro | Commenta »