Destra di Popolo.net

IL CORAGGIOSO “SEDICENTE” FASCISTA DI BATTISTA PADRE CANCELLA IL POST SU MATTARELLA E LA BASTIGLIA

Maggio 23rd, 2018 Riccardo Fucile

SOTTOLINEO “SEDICENTE”: I “FASCISTI” NON MANDANO MESSAGGI MAFIOSI, LA MAFIA LA COMBATTONO COME BORSELLINO… CONTRO GLI INFAMI DI QUALSIASI COLORE, ANCHE QUELLI CHE A OSTIA CERCAVANO I VOTI DEI CLAN

La pastiglia deve avere fatto effetto.
Il prode Vittorio Di Battista, qualche ora fa aveva scritto un post su Facebook nel quale minacciava il presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non meglio precisate prese della Bastiglia all’indirizzo del Quirinale da parte del “popolo incazzato”: “Ecco, il Quirinale è più di una Bastiglia, ha quadri, arazzi, tappeti e statue. Se il popolo incazzato dovesse assaltarlo, altro che mattoni. Arricchirebbe di democrazia questo povero paese e ridarebbe fiato alle finanze stremate”, scriveva, chiudendo poi così: “Forza, mister Allegria (Mattarella, ndr), fai il tuo dovere e non avrai seccature”.
Una volta letto ad alcuni è venuto in mente che forse più di presa della Bastiglia ci si dovesse preoccupare della necessaria presa di una pastiglia.
Ma siccome un poeta molto apprezzato dalla destra diceva che “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui”, Vittorio Di Battista ha cancellato il post.

(da “NextQuotidiano”)

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VERGOGNA DI STATO: NELLE VILLE CONFISCATE AI CASAMONICA ABITANO ANCORA LORO

Maggio 16th, 2018 Riccardo Fucile

NESSUNO HA LE PALLE PER SGOMBERARE GLI ABUSIVI: “CI SI RITROVA 300 PERSONE CHE LO IMPEDISCONO”

Alla Romanina, quartiere nella periferia est della Capitale, sono diverse le ville sequestrate o confiscate dallo Stato ai Casamonica.
Ma al loro interno risiedono ancora alcuni esponenti della famiglia accusata dai magistrati di essere al centro di numerose attività  criminali.
“Qui gli sgomberi sono una faccenda molto complicata, in pochi minuti le forze dell’ordine si ritrovano davanti 200 o 300 persone e si arriva allo scontro – racconta una fonte anonima -. Lasciarli nelle ville è lo sbaglio più grande, dà  il senso dell’inadeguatezza dello Stato ed è un segnale di debolezza di cui loro sono ben consapevoli”.
E così, come se niente fosse, i Casamonica continuano ad occupare le residenze ormai proprietà  allo Stato.
E talvolta al danno si aggiunge la beffa, come in quei casi dove le spese di utenze e manutenzione vengono addirittura fatte gravare sui conti pubblici.

(da “La Repubblica”)

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TROUPE DI NEMO AGGREDITA DAI CASAMONICA DURANTE GLI ARRESTI PER IL PESTAGGIO DELLA DISABILE

Maggio 8th, 2018 Riccardo Fucile

PUO’ SUCCEDERE SOLO IN ITALIA CHE SI PERMETTA AI PARENTI DI UN CLAN DI MALMENARE I GIORNALISTI … A QUANDO IL PRESIDIO DEI SOVRANISTI A DIFESA DELLA SICUREZZA E DELLA LEGALITA’? … CHE ASPETTANO SALVINI E LA MELONI   A FARE UN COMIZIO SOTTO L’ABITAZIONE DEI CASAMONICA?

Stavano documentando gli arresti di Antonio Casamonica e di Alfredo Di Silvio, ritenuti responsabili del pestaggio del 1 aprile ai danni di una donna disabile e del titolare del Roxy Bar alla Romanina.
Ma la loro presenza non era gradita ai parenti dei due uomini: prima le minacce, poi la violenza.
È successo all’alba di oggi a Roma, dove l’inviato di Nemo, Nello Trocchia e il filmaker Giacomo del Buono sono stati aggrediti dalle famiglie dei due arrestati. Durante il blitz delle forze dell’ordine, i Casamonica hanno inveito e insultato poliziotti e giornalisti, con una familiare che ha colpito la telecamera di Del Buono con uno schiaffo spaccando il led.
L’accaduto è documentato da un video diffuso dalla Rai.
Oltre agli insulti — ha reso noto Viale Mazzini — i familiari hanno lanciato anche oggetti proibendo alla telecamera di avvicinarsi alla casa di Antonio Casamonica.
Il servizio integrale andrà  in onda nella puntata di Nemo di venerdì 11 maggio alle 21.20 su Rai2. Lo scorso 7 novembre il giornalista di Nemo Daniele Piervincenzi e il filmaker Edoardo Anselmi erano stati aggrediti a Ostia da Roberto Spada e Ruben Alvez Del Puerto. Il processo è in corso.
Immediata la solidarietà  alla troupe del programma da parte dei vertici della tv pubblica. In una nota congiunta, la presidente Monica Maggioni e il direttore generale Mario Orfeo hanno commentato i fatti: “Ancora un’aggressione nei confronti di una trasmissione Rai impegnata a raccontare gli sviluppi giudiziari di un grave fatto di cronaca consumato a Roma — hanno fatto sapere — L’azienda esprime la piena solidarietà  ai colleghi aggrediti questa mattina davanti alla casa di un esponente della famiglia Casamonica e conferma il suo totale impegno a tutela di tutti coloro che lavorano per garantire al Servizio Pubblico la possibilità  di essere nei luoghi dove avvengono i fatti. Nessuna intimidazione — hanno concluso — potrà  mai fermare il racconto della realtà  che la Rai quotidianamente offre agli italiani“.

(da agenzie)

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PEPPINO IMPASTATO, 40 ANNI FA LA MORTE DEL MILITANTE CHE PRENDEVA IN GIRO IL POTERE DEI BOSS

Maggio 8th, 2018 Riccardo Fucile

LE LOTTE IN DIFESA DELLA SUA TERRA, LA SFIDA ALLA MAFIA NEL PAESE DEI “CENTO PASSI”… E QUELLA NOTTE DEL DELITTO IMPERFETTO SUI BINARI

Irridente, geniale ed entusiasta.
Un trascinatore nella sua Cinisi muta, cieca e sorda.
Militante rigoroso, quanto irrequieto, fermo nel proposito di denuncia, ma convinto che l’arma dell’ironia, dell’irriverenza, dello sberleffo fosse molto più efficace di estenuanti dibattiti e di pagine su pagine di documenti.
Peppino Impastato studiava anche quelli con il piglio da giornalista, riconoscimento postumo nella sua esistenza.
Come l’elezione a consigliere comunale di Democrazia proletaria, successo dopo cocenti amarezze, arrivata dopo il funerale.
E allora eccolo nella memoria dei compagni di un tempo, i dibattiti, certo, i comizi ma anche il cineforum, il circolo di Musica e Cultura, i concerti, l’emancipazione femminile, le feste, le scorribande con i compagni, le serate di chiacchiere e le divergenze fino alle incazzature su fumo, nudisti e amore libero. Le rotture con chi voleva dare a quelle esperienze un’impronta hippy.
Ma anche il carnevale, quel suo travestimento da clown che sorprese e spiazzò tutti quando si presentò irriconoscibile con i bambini che gli facevano corona.
O quella sua idea che se il Comune opponeva l’occupazione di suolo pubblico per impedire una imbarazzante mostra sulle malefatte di Tano Badalamenti e dei suoi complici in municipio, era allora la mostra stessa a doversi mettere in movimento, a camminare sulle gambe di chi ci credeva, su e giù per il corso, così che potessero vederla tutti.
Erano le lotte per immagini e slogan secchi: quella sulla costruzione dell’Az10 il primo dei complessi turistici che avrebbero contribuito a privatizzare e a sfregiare la costa, gli espropri di campi e pascoli e lo sfascio sociale creato dalla realizzazione della terza pista dell’aeroporto.
Lo scalo stesso e il suo essere snodo per il traffico internazionale dell’eroina, raffinata tra mare e montagna nel grande golfo di Castellammare.
Il dito puntato su Pino Lipari, un geometra dell’Anas, che molti e molti anni dopo avrebbe portato dritto alla rete di protezione di Bernardo Provenzano.
E poi c’era Onda Pazza, l’appuntamento quotidiano di Radio Aut, quel picchiare duro su Tano Seduto e la sua Mafiopoli.
La voce che usciva da quel microfono l’ascoltavano tutti: gli amici e i detrattori. Se la ricordano quelli che a Cinisi lo hanno amato e quelli che ancora trovano sempre una ragione per scrollare le spalle.
Eppure quel grappolo di case che partono dal Municipio e corrono fin quasi alla costa, con le sue strade squadrate, le campagne avare e le mucche dei “vaccari” un tempo molto più generose di latte e carne, con le seconde case dei palermitani corsi a ritagliarsi uno rettangolo vista mare, oggi nel mondo è il paese di Peppino e non più quello di don Tano, come qui ancora qualcuno chiama il boss morto in carcere negli Usa, prima che la condanna per l’assassinio di Impastato diventasse definitiva.
È il paese dei Cento Passi, l’invenzione del film che ha fatto di Peppino un’icona ma è anche il paese di Casa Memoria.
Lì dove si custodisce il senso di una vita nota a morte avvenuta, grazie all’impegno di chi gli è sopravvissuto in un ponte ideale con Palermo, dove opera il centro di documentazione alla memoria di Peppino, animato da Umberto Santino che ha dedicato la propria esistenza a battersi per la verità , pur non avendolo mai conosciuto.
Ma Cinisi è anche il paese di Felicia, la madre di Peppino, la donna esile e minuta, dalla tempra fortissima che riuscì a chiudere gli occhi solo quando un pezzo della giustizia pretesa arrivò, 23 anni dopo l’omicidio
Incrociando in tribunale Vito Palazzolo, il braccio destro di don Tano, trascinato a rispondere di quel corpo dilaniato sui binari della ferrovia che si voleva far passare per suicida gli sibilò in faccia: “Vergogna”. Costringendolo ad abbassare lo sguardo. Quando le dissero delle condanne prima di Palazzolo e poi di Badalamenti, rispose solo: “Ora posso morire”.
Alla nipote fino a pochi giorni prima di andarsene chiedeva di metterle ancora una volta “u cinema di Peppino”, il film che di quel figlio ridotto “a un sacchetto di resti” gli aveva restituito l’onore della verità .
Per notti e notti, prima di allora, sola in casa, se ne stava a contemplare la foto del figlio, percuotendosi le tempie.
Se ne accorsero quando la ricoverarono trovando ai raggi X i segni di quei colpi. Lo aveva accudito e coccolato quel figlio, difeso anche contro il marito Luigi, mafioso, che lo aveva ripudiato.
Perchè Peppino le prime lotte le aveva fatte nel perimetro della sua famiglia, prendendo le distanze dal padre e dal mondo degli amici degli amici.
Una rottura insanabile, un disonore, per uno che alle scampagnate con la famiglia si trovava con Luciano Liggio, che aveva visto il corpo dilaniato dello zio capomafia Cesare Manzella, che avrebbe rifiutato le farisaiche condoglianze dei boss al funerale del padre.
Fedele alla linea dettata da Felicia che al marito aveva proibito di portargli in casa i suoi amici.
Era anche questo Peppino, intransigente, segnato da un’esperienza sentimentale che lo aveva amareggiato, deluso dalla piega che le convenienze e i minuetti della politica, anche a sinistra, anche a Cinisi, i compagni cooptati nel sistema avevano preso. Ne aveva scritto in una lettera.
I carabinieri del futuro generale Antonio Subranni, corsi il 9 maggio di 40 anni fa a chiudere sbrigativamente l’indagine su quel che doveva essere un bombarolo morto in servizio durante la preparazione di un ordigno, usarono anche quella per farlo passare per suicida.
Un kamikaze, contro l’evidenza della pietra sporca di sangue con la quale lo avevano stordito, delle sue mani integre, risparmiate da una bomba che si voleva esplosa mentre la maneggiava, dei testimoni mai cercati, delle chiavi di Radio Aut inspiegabilmente lucide, provvidenzialmente trovate tra gli sterpi da un carabiniere. Prima di interrogarsi su cosa fosse accaduto, gli investigatori avevano fretta di stabilire come uscirne.
“Era tutto apparecchiato”, rivelò un investigatore della polizia, arrivato sul luogo del delitto quando già  i militari avevano sentenziato le loro certezze. Le perquisizioni? A casa degli amici e della vittima. Ad afferrare carte per costruire l’inganno. Funzionale all’impunità  di un boss forse già  allora confidente che doveva essere risparmiato dal suo stesso crimine.
A dispetto delle tante, troppe tracce, di un delitto assai imperfetto.

(da “La Repubblica”)

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RECORD DI COMUNI SCIOLTI PER MAFIA: SONO GIA’ 12 DA INIZIO ANNO

Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile

SARA’ L’ANNO PEGGIORE DA QUANDO ESISTE LA LEGGE… NOVE SU DIECI SONO IN CAMPANIA, CALABRIA E SICILIA

La mafia uccide solo d’estate ma si infiltra nei piccoli Comuni italiani tutto l’anno. L’allarme l’ha lanciato Avviso pubblico, associazione di enti locali per la formazione civile contro le mafie.
Solo nei primi quattro mesi del 2018 il Consiglio dei ministri ne ha già  sciolti dodici. Gli ultimi cinque, il 26 aprile, tutti nel Sud Italia.
Tra questi ci sono anche Platì, in provincia di Reggio Calabria, già  sciolto quattro volte per infiltrazione mafiosa e Limbadi, nel vibonese, dove lo scorso 9 aprile un’autobomba piazzata su una Ford Fiesta uccise Matteo Vinci che aveva denunciato la sorella di un boss dopo una lite per questioni di vicinato.
Dal 1991 a oggi sono stati 308 gli enti locali commissariati per infiltrazioni mafiose. Più di un terzo negli ultimi sei anni (101).
Solo l’anno scorso sono stati 21, ovvero una media di due scioglimenti al mese. E se il buongiorno si vede dal mattino, a questo ritmo il 2018 rischia di superare il record storico di Comuni sciolti: 34 nel 1993. In quell’anno ci furono sette attentati mafiosi, tra cui uno agli Uffizi di Firenze che provocò cinque morti.
Oggi la situazione è diversa ma rimane l’emergenza. E la legge, nata in un momento storico particolare, rischia di non essere più efficace così com’è.
Il governo Andreotti VII la approvò nel maggio del ’91 per sciogliere il Comune di Taurianova (Rc) dove era in corso una faida tra bande mafiose che aveva portato alla morte del salumiere Giuseppe Grimaldi, la cui testa era stata lanciata più volte dai suoi killer nella piazza del paese. Una scena che aveva fatto rabbrividire l’opinione pubblica italiana.   La procedura di scioglimento è stata una misura adatta per l’emergenza delle bombe di Cosa Nostra tra il ’92 o ’93, ma oggi rischia di essere troppo drastica per affrontare un problema diventato costante.
«Servono altre misure intermedie e graduali per reintrodurre il Comune sciolto alla democrazia. Lo scioglimento deve essere solo un atto estremo per risolvere una situazione irrimediabile perchè crea sempre un trauma finanziario e operativo per l’ente che lo subisce.
Il rischio è che poi il Comune ci ricaschi, come è successo a Platì», dice Roberto Montà , sindaco di Grugliasco (To) e presidente di Avviso Pubblico. «A volte è meglio usare un cartellino giallo invece di uno rosso per cambiare un comportamento. Il prossimo governo dovrebbe riformare quella legge approvata in pochi giorni perchè scioglie il consiglio comunale ma rimane intatta la struttura amministrativa. La vera gestione degli appalti e dei bandi non le fanno i politici, ma i dirigenti amministrativi».
Il 92% degli scioglimenti di questi 27 anni è avvenuto in Campania, Calabria e Sicilia, ovvero le tre regioni delle principali organizzazioni criminali operanti in Italia.
Ma dal 2011 sono stati commissariati anche otto enti locali nel centro e nord Italia tra Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna e Lazio.
Da decenni ormai la mafia è un fenomeno nazionale, ma nell’immaginario comune pensiamo che le cosche agiscano solo nelle grandi città . Le serie tv ci fanno vedere le bande mafiose mentre si contendono le periferie di Napoli e Roma o si uccidono a colpi di mitra nel centro di Palermo.
«Ma ormai le organizzazioni criminali scelgono sempre più i comuni medio piccoli per i loro affari. Perchè queste amministrazioni gestiscono allo stesso modo delle grandi città  gli appalti, i bandi e i finanziamenti ma hanno strutture più fragili perchè hanno bacini elettorali minori e più influenzabili» conclude Montà .

(da “La Stampa”)

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INTERVISTA A FIAMMETTA BORSELLINO: “SOGGETTI DELLO STATO HANNO ESPOSTO MIO PADRE ALLA MAFIA COME SOGGETTO DA ELIMINARE”

Aprile 24th, 2018 Riccardo Fucile

LA FIGLIA DI PAOLO: “LE ISTITUZIONI COINVOLTE AL MASSIMO LIVELLO”

Il primo pensiero di Fiammetta Borsellino, dopo aver saputo delle condanne per il generale Antonio Subranni e per gli altri, è stato per la madre Agnese Piraino, scomparsa nel 2013 dopo una lunga malattia.
Sua madre riferì ai pm quel che suo padre le aveva detto poco prima di morire sul comandante del Ros Angelo Subranni: che era punciuto, cioè in qualche modo legato alla mafia.
Allora fu attaccata duramente e poi Subranni fu prosciolto a Caltanissetta per concorso esterno in associazione mafiosa. Ora è stato condannato per la Trattativa a 12 anni.
Mia madre raccontò ai magistrati solo quello che mio padre le aveva detto. Fece il suo dovere ma fu attaccata duramente. Mi fa fatica anche ricordare.
Il generale Subranni, 80 anni, nel 1992 era il capo del Ros. Venerdì scorso è stato considerato colpevole di avere veicolato con il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, la minaccia della mafia allo Stato. Sua madre potrebbe essere stata ritenuta attendibile?
Bisogna aspettare le motivazioni però ricordo le parole di Subranni. Disse che mia madre era malata di alzheimer e non era vero. Nè lui nè gli avvocati nè alcuni commentatori ebbero la minima forma di rispetto verso di lei.
Questa sentenza è importante?
Certo che è importante. Attesta il coinvolgimento a un altissimo livello di soggetti dello Stato con comportamenti che hanno esposto mio padre davanti alla mafia quale bersaglio da eliminare.
Pensa che ci possa essere stata una relazione tra la trattativa avviata dal Ros dei carabinieri dopo la strage di Capaci e la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992?
C’è un intero capitolo del processo Borsellino quater dedicato alla Trattativa come possibile movente dell’accelerazione dell’uccisione di papà . Non sono solo io a pensarlo.
Pensa che suo padre sia stato eliminato perchè era un ostacolo per il dialogo tra pezzi dello Stato e la mafia?
Certamente Totò Riina era determinato a uccidere mio padre, ma penso che l’accelerazione sia stata utile anche per altri apparati non appartenenti a Cosa Nostra che avevano interesse a eliminarlo. Il depistaggio, che è ormai acclarato, delle indagini sulla strage di via D’Amelio, potrebbe essere letto come la continuazione di un modo di operare che si intravede già  nella Trattativa. E poi rimane il grande dubbio sulla sparizione dell’agenda rossa. Non dimentichiamo che a prendere la borsa di mio padre, il 19 luglio in via D’Amelio, sono state sempre persone appartenenti ai carabinieri.
La Procura di Caltanissetta sta valutando se sia il caso di riaprire le indagini sulle stragi del 1992 e sui “mandanti esterni” alla mafia. Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi sono già  indagati a Firenze per le intercettazioni in carcere del boss Graviano. Secondo i pm e la Dia di Palermo, Graviano in carcere parlerebbe di qualcuno che gli ha chiesto una “cortesia” e in quel contesto nominerebbe Berlusconi. La condanna di Dell’Utri potrebbe spingere a riaprire l’inchiesta anche a Caltanissetta?
La sentenza sulla Trattativa condanna Dell’Utri perchè avrebbe avuto un ruolo nei riguardi del governo Berlusconi nel 1994 e anche io ho letto le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano che sembra fare riferimenti a Dell’Utri e Berlusconi. Anche su questo punto penso che debbano essere fatte tutte le verifiche del caso. Penso che dopo tanto tempo è stato sistemato solo un primo tassello. È importante ma deve essere letto insieme agli altri per comprendere il quadro complessivo. Certo una cosa è sicura: lo Stato esce a pezzi da questa sentenza.
La sentenza fotografa uno Stato che ha trattato con la mafia, però a fare la foto oggi c’è uno Stato che ha avuto il coraggio di fare un processo difficile…
C’è uno Stato che ha fatto il proprio dovere. Questo processo non è una cosa strana. In uno Stato normale, fondato sul principio di legalità , questa sentenza dovrebbe essere considerata normale.
Un grande esperto di diritto penale come il professor Fiandaca ha sostenuto che i carabinieri del Ros, anche se avessero cercato il contatto con la mafia per far cessare le stragi, potrebbero avere agito nell’ambito del lecito se non addirittura del “doveroso”. Lei che ne pensa?
Non credo affatto che questo modo di porsi rispetto alla mafia sia lecito. Uomini come mio padre ritenevano di doversi opporre alla mafia fermamente. Non avrebbe mai accettato una cosa simile.
Dopo la lettura del verdetto, il procuratore Vittorio Teresi ha dedicato questa sentenza a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone.
Sono morti per il loro alto senso di fedeltà  allo Stato, si meritavano questo e altro. Però questa sentenza è un punto di partenza, non di arrivo. Mi auguro che i magistrati continuino a lavorare per giungere a una verità  non solo storica ma anche giudiziaria. Non ci voleva una sentenza per capire che questi comportamenti erano riprovevoli moralmente. Questa sentenza è il primo passo per stabilire che sono anche reati gravi.

(da agenzie)

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IL PM DI MATTEO: “CI VORREBBE UN PENTITO DI STATO, I CARABINIERI NON HANNO CERTO AGITO DA SOLI”

Aprile 22nd, 2018 Riccardo Fucile

DOPO LA SENTENZA SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA: “MI HA FATTO MALE IL SILENZIO DI ANM E CSM”

“I carabinieri non hanno agito da soli. Non abbiamo avuto prove concrete per agire nei confronti dei livelli più alti. Noi riteniamo che i carabinieri siano stati incoraggiati a fare una trattativa. Ho sempre sperato che quei carabinieri avrebbero dato un contributo ulteriore di conoscenza. Il fatto che siano stati condannati solo i carabinieri non significa che il livello politica non fosse a conoscenza o fosse il mandante. Ci vorrebbe un pentito di Stato, qualcuno che appartiene alle istituzioni che faccia chiarezza”.
Lo dice Nino Di Matteo, pm della direzione nazionale antimafia, intervistato a ‘1/2h in più’ su Rai3 sulla trattativa Stato-mafia.
“Ho sempre creduto nella fondatezza della nostra tesi accusatoria. Avevamo la consapevolezza di aver fatto il nostro dovere e di aver fatto emergere fatti mai emersi. La sentenza non ci coglie di sorpresa. È stata emessa da una corte particolarmente qualificata, attendiamo le motivazioni, ma un punto fermo è importante: nel momento in cui la mafia faceva 7 stragi e ne falliva altre, c’era qualcuno nelle istituzioni che trattava con i vetrici e trasmetteva le richieste per far cessare la strategia stragista”, continua Di Matteo. “E’ un punto importante – ha spiegato – che può costituire un input per la riapertura anche delle indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di ‘Cosa nostra’”.
“La sentenza è precisa e ritiene che Dell’Utri abbia fatto da cinghia di trasmissione nella minaccia mafiosa al governo anche nel periodo successivo all’avvento alla Presidenza del Consiglio di Berlusconi. In questo c’è un elemento di novità . C’era una sentenza definitiva che condannava Dell’Utri per il suo ruolo di tramite tra la mafia e Berlusconi fino al ’92. Ora questo verdetto sposta in avanti il ruolo di tramite esercitato da Dell’Utri tra ‘Cosa nostra’ e Berlusconi”, ha detto Di Matteo.
“Dal processo viene fuori un quadro, c’era una parte dello Stato che ha preferito trattare con la mafia. Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra politica e mafia. Dovrebbe essere spunto di riflessione per ulteriori approfondimenti perchè dopo il fallimento dell’attentato allo stadio Olimpico la mafia si fermò con le stragi, adottando una strategia di sommersione”, ha aggiunto Di Matteo.
“Quello che mi ha fatto più male è che rispetto alle accuse di usare strumentalmente il lavoro abbiamo avvertito un silenzio assordante e chi speravamo ci dovesse difendere è stato zitto. A partire dall’Anm e il Csm”, ha detto il pm della Dna intervenendo alla trasmissione “1/2 ora in più”.
“Il reato contestato è minaccia a corpo politico dello Stato, i mafioso hanno minacciato a suon di bombe e richieste. Uomini delle istituzione hanno concorso nel reato dei mafiosi facendo da tramite tra mafiosi e Governo. Ogni volta che è stato cercato il dialogo con la mafia si è rafforzato il prestigio di Cosa Nostra. Trattare con la mafia non è neutro ma rafforza la mafia”.
Quanto ai suoi rapporti con M5S, “non mi devo difendere da niente. A Ivrea ho partecipato a un dibattito a organizzato da un’associazione legata ai 5 stelle, sarei andato ad altri dibattiti organizzati da altri partiti. Mio ingresso in politica? “Ho sempre detto che non vedo nulla di scandaloso se un magistrato con determinati paletti possa dismettere la toga e dare un suo contributo al Paese soprattutto nei settori che conosce sotto un’altra veste, partecipando alla vita politica e accettando incarichi di governo. Credo, però, debba essere regolata meglio la possibilità  di tornare in magistratura”.
Il magistrato ha ribadito di non aver avuto alcuna richiesta da nessuna forza politica. “Se qualche forza politica manifesta stima per me non posso impedirlo, nè me ne vergogno”, ha detto a proposito degli apprezzamenti espressi nei suoi confronti dai 5 Stelle.

(da “Huffingtonpost”)

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“HO DENUNCIATO I MAFIOSI E LI HO FATTI CONDANNARE, MA ORA NON HO PIU’ NULLA E LO STATO MI HA ABBANDONATO”

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

DA QUANDO IL GIOVANE HA DENUNCIATO I MAFIOSI DEL PIZZO I CLIENTI NON FREQUENTANO PIU’ IL SUO BAR A PALERMO ED E’ COSTRETTO A CHIUDERE… SIA LE ISTITUZIONI CHE GLI ITALIANI COLLUSI E VIGLIACCHI NON LO AIUTANO

Apre un bar al Borgo vecchio di Palermo senza chiedere protezione alla mafia ed entra nel mirino di Cosa nostra, che lo intimidisce per imporgli il pizzo.
Lui però non ha di che pagare, si ribella: denuncia gli estorsori, conferma le accuse davanti ai giudici e li fa condannare.
Sembrerebbe la conclusione e invece è solo l’inizio di una storia allucinante.
Ne è protagonista suo malgrado un piccolo imprenditore siciliano, Daniele Ventura, che ha inviato a Business Insider Italia una lettera accorata.
All’epoca dei fatti Daniele ha appena ventisette anni, è poco più che un ragazzo. Oggi è prossimo ai trentaquattro. E di questa storia sconvolgente e purtroppo non nuova per Palermo porta dentro di sè segni indelebili.
Al Borgo vecchio, alle spalle del teatro Politeama, Daniele Ventura apre nel 2011 un locale dal nome esotico: New paradise, uno di quei locali dove i palermitani si accalcano all’ora del pranzo, che fa contemporaneamente da bar, tavola calda e ristorante.
Gli affari partono in quarta, il bar è frequentato, la clientela aumenta, le cose non potrebbero andare meglio, finchè non si scopre che il giovane imprenditore è andato a denunciare i mafiosi all’autorità  giudiziaria.
Da quel momento Daniele diventa una specie di appestato. Tutto ad un tratto i clienti lo abbandonano, gli abitanti e i commercianti del Borgo lo emarginano come se le regole mafiose dell’omertà , del rispetto e della sottomissione abbiano, nel tessuto sociale della città , un radicamento più profondo e più forte degli stessi mafiosi.
Questa storia Daniele ora la racconta in un libro, un volumetto appena uscito, semplice, di qualche decina di pagine, senza pretese letterarie nè saggistiche, che ha il valore di una testimonianza civile.
Scrive: “Era il 2010 e io, ragazzo disoccupato, diplomato in ragioneria, dopo aver svolto diversi lavoretti e provato invano di entrare all’università  … come molti giovani della mia età  mi ritrovavo alla ricerca di un lavoro, ma la disoccupazione mi spinse verso il mio grande sogno: diventare imprenditore nella mia Palermo”.
Daniele cresce con il padre e la madre a Brancaccio, dove nel 1993 i fratelli Graviano ordinano l’omicidio di don Pino Puglisi, il parroco che si batte per sottrarre i bambini e i ragazzi del quartiere alla manovalanza mafiosa.
“Da piccolo non potevo scendere giù in strada a giocare con gli altri bambini, perchè mentre noi, famiglia semplice, cattolica, vivevamo nella legalità , i nostri vicini avevamo uno o più parenti in galera o agli arresti domiciliari, e la situazione nei dintorni del palazzo dove abitavamo non era affatto tranquilla”.
Dopo il liceo non riesce ad iscriversi all’università .
Matura così l’idea di una piccola intrapresa. Ottiene da Invitalia (braccio del ministero dell’Economia per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa) un finanziamento europeo di 98mila euro, parte a credito e parte a fondo perduto; altri 58mila euro li raccoglie in famiglia e dalla fidanzata.
E nel 2011 apre questo locale su due livelli con quaranta posti a sedere e due begli affacci all’angolo tra via Principe di Scordia e via ammiraglio Gravina.
Tutto fila liscio fino al giorno in cui alcuni loschi figuri che risulteranno legati all’organizzazione criminale non gli piombano nel bar: “Purtroppo Cosa nostra stava bussando alla mia porta… Mi affidai alla giustizia e cominciai a raccontare ai Carabinieri ciò che mi era accaduto … Riconobbi i due che mi avevano minacciato e quello a cui avevo pagato il pizzo … mi dissero che le mie denunce erano fondamentali per fare pulizia ed estinguere il mandamento mafioso di Porta nuova”.
La paura, il terrore che la sua famiglia possa subire ritorsioni, lo gettano nello sconforto più cupo. Ma gli inquirenti lo tranquillizzano: gli assicurano “che da lì a poco avrebbero fatto una retata arrestando i responsabili” e che il suo nome “non sarebbe stato fatto circolare … Pochi giorni dopo arrivai al locale di prima mattina e i commercianti della zona mi dissero che avevano saputo delle mie denunce dagli organi di stampa, … che avevo fatto male a denunciare”.
La notizia dell’operazione Hybris (39 arresti tra mandanti ed esecutori), coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia, era divenuta di pubblico dominio.
E negli articoli dei giornali e nei servizi televisivi, anche se il nome di Daniele non compariva, compariva quello del locale. Piuttosto che la solidarietà , il ragazzo sperimenta e subisce l’ostracismo del quartiere.
Nonostante tutto Daniele non ritratta, porta avanti le accuse fino al processo sottoponendosi al faccia a faccia con gli estorsori.
Nel frattempo “i clienti che mi ero fatto preferivano frequentare altri locali e camminavano sul marciapiede di fronte, non volevano neanche passare dallo stesso lato del bar”. Non c’è più denaro per l’affitto, per l’elettricità , per l’acqua.
Dopo essere riuscito a scampare al taglieggiamento mafioso, Daniele è di fatto strangolato da un contesto sociale e economico connivente: “All’improvviso mi trovai costretto a fare un secondo lavoro per poter pagare i dipendenti, i sabato sera iniziarono a essere deserti, i catering svanirono e le feste di compleanno scemarono … La banca mi chiuse il conto e mi ritirò il libretto degli assegni: ormai ero assediato … Tenni duro, ma un giorno trovai i lucchetti di entrambe le saracinesche del locale danneggiati ed era impossibile aprirli: un chiaro segnale che io lì non ci dovevo più stare … Dissi basta e il 30 giugno 2012 chiusi l’attività , cercando di fare il possibile per risanare i debiti … Cominciai a fare qualsiasi lavoretto in nero”.
Ad assisterlo durante il processo sono gli avvocati di Addiopizzo.
I legali del movimento per la lotta contro il racket azionano attraverso la Consap (la Spa concessionaria dei servizi assicurativi pubblici) il fondo di solidarietà  per le vittime dei reati di mafia, che gli eroga 30mila euro.
Non riescono invece a fargli avere i 20mila euro di risarcimento del danno che il giudice gli ha riconosciuto (in via provvisionale) con la sentenza di primo grado e che dovrebbe versargli la stessa Consap.
Sarà  un servizio di denuncia di Stefania Petyx per “Striscia la notizia” a sbloccare l’intoppo burocratico
Daniele utilizza questi soldi per alleggerire i debiti, ma il problema grave, adesso che ha moglie e un figlio di tre anni a carico, è la perdita del lavoro come conseguenza sociale della collaborazione con i magistrati.
“La gente da uno che denuncia non ci va — scrive nella lettera a Business Insider Italia — ed è dalla metà  del 2013 che non so come andare avanti. Sono disperato, mi sento abbandonato. Denunciare la mafia non mi è convenuto, mi è stata tolta la dignità  e la speranza”.
Questa è la parte più triste e penosa del racconto.
Per ritrovare il lavoro perduto Daniele crede di poter contare sui rappresentanti delle istituzioni e sulle alte cariche dello Stato, ma il risultato è sconfortante.
Come ci racconta nel corso di una lunga telefonata, la presidenza della Regione siciliana dell’era Crocetta lo rinvia al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che si limita a riceverlo; con l’attuale governatore, Nello Musumeci, ex presidente della Commissione regionale antimafia, dopo un contatto via Messenger e varie mail e raccomandate non riesce nemmeno a parlare; la presidenza della Repubblica lo rimanda alla Procura di Palermo; la presidente della Camera Laura Boldrini lo cerca per un generico messaggio di solidarietà  dopo la messa in onda del servizio di Stefania Petyx; e la presidenza del Consiglio (Matteo Renzi capo del governo) lo indirizza ad Addiopizzo come se un’associazione antimafia fosse un’agenzia di collocamento.
Le conclusioni sono disperate, di un pessimismo apparentemente senza scampo
“Non mi posso fidare di questo Stato, oggi mi vergogno di essere italiano e siciliano, mi vergogno di dover vivere con le mie paure e di essere inseguito da debiti maturati non per colpa mia, mi vergogno di essere disoccupato nonostante un lavoro me lo sia creato, un lavoro che prima delle mie denunce stavo riuscendo a far decollare. Mi vergogno di dover fare qualsiasi lavoro in nero mi capiti … Oggi mi chiedo solamente da che parte stia lo Stato, se dalla parte di chi denuncia la mafia oppure dalla parte dei mafiosi … Voglio continuare a lottare perchè sarebbe troppo facile e da codardi dire ‘basta’, e darei solamente una soddisfazione in più a uno Stato assente e complice”.

(da “Business Insider”)

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TRATTATIVA STATO-MAFIA C’E’ STATA: CONDANNATI MORI (12 ANNI), DE DONNO (8ANNI), DELL’UTRI (12 ANNI) E BAGARELLA (28 ANNI). ASSOLTO MANCINO

Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile

DOPO 5 ANNI LA SENTENZA DELLA CORTE D’ASSISE DI PALERMO … LA FRASE DI PAOLO BORSELLINO: “UN AMICO MI HA TRADITO”

Condannati gli uomini delle istituzioni e i mafiosi per la trattativa Stato-mafia.
Dodici anni per gli ex generali Mario Mori e Antonio Subranni, dodici anni per l’ex senatore Marcello Dell’Utri, 8 anni per per l’ex colonnello Giuseppe De Donno. Ventotto anni per il boss Leoluca Bagarella.
Assolto l’ex ministro Nicola Mancino.
Massimo Ciancimino, il supertestimone del processo, condannato a 8 anni per calunnia, assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. E’ scattata la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca.
Dopo 5 anni e 6 mesi di processo, 5 giorni di camera di consiglio, ecco il verdetto della Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto (giudice a latere Stefania Brambille) nel processo chiamato a indagare sulla terribile stagione del 1992-1993, insanguinata dalle stragi Falcone e Borsellino e poi dagli attentati di Roma, Milano e Firenze.
All’ex ministro Mancino era stata contestata la falsa testimonianza; agli altri uomini delle istituzioni, il reato di concorso in minaccia a un corpo politico dello Stato, minaccia lanciata dai mafiosi con le bombe.
Secondo i pubblici ministeri Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi, in quei mesi uomini dello Stato avrebbero trattato con i vertici di Cosa nostra: la finalità  dichiarata era quella di bloccare il ricatto delle bombe, ma per l’accusa gli ufficiali dei carabinieri avrebbero finito per veicolare il ricatto lanciato dai mafiosi, trasformandosi in ambasciatori dei boss.
Era questo il cuore dell’atto d’accusa dei magistrati, che nella requisitoria avevano chiesto pesanti condanne. Le motivazioni della sentenza arriveranno fra novanta giorni.
LA PRIMA TRATTATIVA
Secondo l’accusa, nel 1992, “i carabinieri del Ros avevano avviato una prima trattativa con l’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, che avrebbe consegnato un ‘papello’ con le richieste di Totò Riina per fermare le stragi”.
Circostanza negata dai carabinieri imputati. Mori ha negato anche di avere incontrato l’ex sindaco mafioso prima della strage Borsellino, i primi contatti sarebbero stati tenuti da De Donno. La procura riteneva diversamente. E la corte ha accolto la ricostruzione della procura.
Durante l’inchiesta “Trattativa” è emerso che un mese dopo la morte di Falcone, l’allora capitano De Donno chiese una “copertura politica” per l’operazione Ciancimino (il dialogo segreto con l’ex sindaco) al direttore degli Affari penali del ministro della Giustizia Liliana Ferraro, che però rimandò l’ufficiale ai magistrati di Palermo.
Il 28 giugno, la Ferraro parlò del Ros e di Ciancimino a Borsellino, che le disse: “Ci penso io”. E da quel momento, il mistero è fitto. Cosa sapeva per davvero Borsellino? A due colleghi disse in lacrime (un’altra circostanza emersa nell’inchiesta di Palermo): “Un amico mi ha tradito”. Chi è “l’amico” che tradì? Resta il giallo.
L’ACCUSA A MANCIN
Sono state le parole dell’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli ad aver messo nei guai l’ex ministro dell’Interno Mancino. “Mi lamentai con lui del comportamento del Ros”, ha messo a verbale l’ex ministro della Giustizia davanti ai giudici di Palermo. “Mi sembrava singolare che i carabinieri volessero fare affidamento su Vito Ciancimino”.
Martelli ha affermato senza mezzi termini di aver chiesto conto e ragione a Mancino dei colloqui riservati fra gli ufficiali del Ros e l’ex sindaco mafioso di Palermo. Mancino ha sempre negato: ha detto di non avere mai parlato del Ros e di Ciancimino con Claudio Martelli. Lo ha ribadito poco prima che i giudici entrassero in camera di consiglio. E la Corte ha creduto alla sua versione.
LA SECONDA TRATTATIVA
Secondo l’accusa, dopo l’arresto di Riina, avvenuto il 15 gennaio 1993, i boss avrebbero avviato una seconda Trattativa, con altri referenti, Bernardo Provenzano e Marcello Dell’Utri. Mentre le bombe mafiose esplodevano fra Roma, Milano e Firenze, un altro ricatto di Cosa nostra per provare a ottenere benefici.
“Dell’Utri ha fatto da motore, da cinghia di trasmissione del messaggio mafioso”, hanno accusato i pubblici ministeri. “Il messaggio intimidatorio fu trasmesso da Dell’Utri e recapitato a Berlusconi”. E ancora: “Nel 1994, Dell’Utri riuscì poi a convincere Berlusconi ad assumere iniziative legislative che se approvate avrebbero potuto favorire l’organizzazione”.
All’esito di questa seconda trattativa, sosteneva l’accusa, sarebbe stato attenuato il regime del carcere duro.

(da agenzie)

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