Novembre 18th, 2014 Riccardo Fucile
LA FIGLIA DEL GIUDICE UCCISO: “LO STATO C’E’, COME NELLA NUOVA MAGISTRATURA DI CALTANISSETTA CHE HA RIAPERTO LE INDAGINI SULLA STRAGE”
“Per me mafioso è chiunque si renda corresponsabile, sia esso un componente dello Stato o meno. Anche
solo con il silenzio. Questo è intollerabile, lo dico da figlia e da cittadina. Provo indignazione per quello che sta accadendo, e per questo ho scelto di sposare l’iniziativa di Rosalba e Dina. Ritengo sia una delle poche se non addirittura la prima voce su un argomento su cui ancora si continua a tacere irresponsabilmente”.
La voce di Lucia Borsellino è pacata, le parole quasi sussurrate.
È minuta come un uccellino, con due grandi occhi nocciola che riempiono il viso, eppure quelle parole echeggiano forti come bombe.
Più forti di quella che il 19 luglio 1992, in via d’Amelio nella sua Palermo, le ha portato via il papà : il giudice Paolo Borsellino.
“Il mio lo definisco un ergastolo del dolore. Purtroppo è una condizione mentale che non si riesce a tirare fuori, per quanto poi si cerchi di dare ogni giorno una ragione al proprio impegno e una propria voglia di cambiare le cose. Mentre prima ero particolarmente ottimista, perchè mio padre lo è stato, oggi sono più con i piedi per terra alla luce di quanto è accaduto. Sono più disillusa. Questo mi aiuta anche ad apprezzare quel piccolo passo avanti, che poi si fa perchè si vuole fare”.
Il piccolo (grande) passo avanti lo sta facendo la Magistratura di Caltanissetta, riaprendo il caso con il Borsellino quater, grazie alle dichiarazioni del nuovo pentito Gaspare Spatuzza. Argomento di cui si è parlato a Mozzecane (piccolo, ma molto attivo Comune in provincia di Verona), nella manifestazione “Verità e memoria” all’ottava edizione.
Ma non è sola, Lucia: c’è anche Tina Montinaro con lei, vedova del caposcorta di Falcone, e l’avvocato Rosalba Di Gregorio, che ha scritto con la giornalista Dina Lauricella il libro “Dalla parte sbagliata”, che mette nero su bianco ciò che Rosalba, inutilmente, ha gridato al vento per anni.
A cominciare da complotti istituzionali e depistaggi palesi.
Una strana coppia, Lucia e Rosalba: lei è l’avvocato dei setti imputati condannati all’ergastolo per la strage di via d’Amelio, ora in sospensione della pena grazie alle rivelazioni di Spatuzza. “Non che ci si aspetti qualcosa — mette le mani avanti l’avvocato Di Gregorio, donna che le cose le affronta tutte di petto-. O meglio, dal quater emerge, finalmente, un pezzo di giustizia in più, fatta su prove e non su preconcetti, preconfezionamenti, teoremi forzati. Un pezzetto di verità ”.
Queste forti donne del Sud, ormai, a Mozzecane sono di casa.
“L’incontro con i ragazzi all’Università , la visita alla macchina distrutta, reperto della strage di Capaci: a Palermo non importa a nessuno — taglia corto l’avvocato Di Gregorio -. Con gli studenti di Giurisprudenza a Verona si è approfondito l’argomento, cosa che a Palermo mai è successa”.
Ma le Istituzioni, le manifestazioni nella ricorrenza delle stragi allora?
“Stai per caso parlando delle manifestazioni farsa, quelle in cui i Ponzio Pilato si battono il petto e si trascinano lì a mostrare che siamo tutti compenetrati e abbiamo bisogno di ricordarlo con una manifestazione costosa?”, sferra Di Gregorio.
“L’antimafia è diventata quasi una categoria sociale — aggiunge Lucia Borsellino -, quando invece dovrebbe essere la normalità delle cose, una condizione esistenziale”.
Parole durissime, le sue. “Un reperto come quello che ho visto a Mozzecane, la macchina della scorta di Falcone, da noi è invece un elemento di vergogna e di disonore. Invece dovremo avere la responsabilità di tenere sempre a mente quanto è accaduto per combatterlo fino all’ultimo respiro. Da noi ci sono ancora forti resistenze culturali che vanno abbattute, ma nello stesso tempo ci sono anche anticorpi fortissimi che si dovrebbero proliferare. Mi accorgo come tante cose siano ancora restie a cambiare, soprattutto nella mia terra. Ma lo Stato c’è, ed è in queste manifestazioni, come nella nuova magistratura di Caltanissetta”.
Anna Martellato
(da “La Stampa“)
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Novembre 15th, 2014 Riccardo Fucile
LA RIVELAZIONE DEL BOSS PENTITO
Fino a qualche giorno fa, era uno degli irriducibili di Cosa nostra al carcere duro. Oggi, è un uomo che dice di
avere paura per quello che potrebbe accadere a Nino Di Matteo, il pubblico ministero del processo “trattativa”.
Vito Galatolo, 40 anni, rampollo di una delle famiglie mafiose più blasonate, ha deciso di collaborare con la giustizia: «Perchè sono assalito da un turbamento interiore», ha detto.
E mentre svelava il progetto di attentato nei confronti del pm Di Matteo ha avvertito: «All’eliminazione del magistrato sono interessate anche entità esterne a Cosa nostra».
Vito Galatolo ha spiegato di essere stato incaricato di coordinare i preparativi dell’attentato nel dicembre 2012.
Preparativi che sarebbero andati avanti in questi mesi.
Poi, nel giugno scorso Galatolo è stato arrestato dal nucleo di polizia valutaria della Finanza. Ed è finito presto al carcere duro.
La settimana scorsa, ha chiesto di parlare con Di Matteo, e gli ha rivelato il progetto di morte.
Ieri, Galatolo ha iniziato ufficialmente la sua collaborazione con la giustizia: ad interrogarlo, in una località segreta, sono stati il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi e il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari.
Intanto, gli investigatori della Dia correvano a Mestre, per trasferire la moglie e i figli del capomafia in un posto sicuro.
Al Palazzo di giustizia di Palermo, invece, torna l’incubo dei mandanti esterni.
Perchè in quel dicembre 2012 Cosa nostra iniziò a progettare un attentato contro Nino Di Matteo, l’animatore del pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia?
È un mistero. Galatolo sostiene di essersi occupato solo della fase esecutiva del progetto di attentato.
Al momento, restano solo le coincidenze, inquietanti: nel dicembre di due anni fa, i pm di Palermo avviavano l’indagine sui servizi deviati e su vecchi rapporti fra 007 ed esponenti della destra eversiva.
È l’inchiesta bis sulla trattativa: in questi mesi è stata scandita da un’escalation di lettere anonime, che hanno fatto salire la tensione alle stelle attorno al pool di Palermo.
Tensione che resta altissima, mentre un gruppo di esperti inviati dal Viminale continua a verificare il sistema di sicurezza attorno a Di Matteo.
C’è grande attesa per quello che potrebbe svelare Vito Galatolo, perchè da sempre la famiglia dell’Acquasanta è sospettata di avere rapporti con esponenti deviati dei servizi di sicurezza.
Nel 1989, i Galatolo organizzarono l’attentato a Giovanni Falcone sul litorale dell’Addaura, attentato che poi fallì.
E qualche giorno dopo, il giudice pronunciò la frase diventata il simbolo dei misteri siciliani: «Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime».
Il segreto è nel quartier generale dei Galatolo, vicolo Pipitone, a due passi dal bellissimo porticciolo dell’Acquasanta.
Lì, negli anni Ottanta, si riunivano i sicari di Riina prima di eseguire gli omicidi eccellenti.
Oggi, in vicolo Pipitone c’è un silenzio pesante, rotto solo dalle urla di un uomo, che intima al cronista di Repubblica: «Vai via subito».
Vito Galatolo potrebbe provocare presto uno squarcio nei segreti di Cosa nostra. Anche sua sorella collabora con la giustizia, da un anno.
Il vecchio Vincenzo Galatolo, l’ombra di Totò Riina, resta in silenzio nella sua cella al 41 bis.
Salvo Palazzolo
(da il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 13th, 2014 Riccardo Fucile
SILENZI E TITOLI INFAMI: L’ISOLAMENTO DEI GIUDICI ANTIMAFIA, LO STESSO COPIONE DI FALCONE E BORSELLINO
Matteo di qua, Matteo di là , anche perchè i Matteo sono due: Renzi e Salvini.
Parlano dappertutto e ne parlano tutti.
Poi c’è Di Matteo, nel senso di Nino, il pm di Palermo condannato a morte da Totò Riina, il quale — intercettato nell’ora d’aria con il boss pugliese Alberto Lorusso — non s’è limitato a “minacciarlo”, come scrive la stampa corazziera, ma ha ordinato una strage come a Capaci e in via D’Amelio: “Questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo, un’esecuzione come a quel tempo a Palermo. Organizziamola questa cosa, facciamola grossa e non parliamone più”.
Era il 16 novembre 2013.
In 12 mesi il capo dello Stato, pur così ciarliero fra esternazioni e moniti, non ha trovato due parole di solidarietà per questo servitore dello Stato.
Nemmeno quando se l’è ritrovato davanti per testimoniare sulla trattativa Stato-mafia, e ha ricordato quando Cosa Nostra voleva far la pelle a lui e a Spadolini.
Nemmeno ieri, quando Repubblica ha rivelato che una fonte “molto attendibile” ha raccontato (con le stesse parole di un’altra fonte che nel giugno ’92 preannunciò la strage di via D’Amelio) che “a Palermo è già arrivato il tritolo per Di Matteo”.
Due mesi fa anche il Pg Roberto Scarpinato, che sostiene l’accusa nel processo d’appello al gen. Mori per la mancata cattura di Provenzano, ha subìto minacce gravissime: uomini del cosiddetto “Stato” si sono introdotti nel suo ufficio e nel corridoio antistante per lasciare una lettera di avvertimenti sulla sua scrivania e la scritta “Accura” (attento) sulla porta di fronte alla sua stanza, nella certezza di non essere ripresi dalle telecamere di sorveglianza.
Diversamente dai due marò, questi magistrati non hanno diritto alla solidarietà del capo dello Stato, forse perchè non sono accusati di duplice omicidio.
Le tv perlopiù ignorano queste notizie e i giornali, quando ne parlano, le trattano come normale routine.
Anzi, su Libero si leggono articoli infami che irridono a quei magistrati in pericolo come se le minacce e le condanne a morte se le inventassero loro.
E sul Foglio, già noto per aver beatificato gli Squillante e i Carnevale, è partita un’ignobile campagna perchè a Palermo arrivi un nuovo procuratore che assicuri l’isolamento dei pm della Trattativa più ancora di quanto già non facciano molti loro colleghi.
A luglio il vecchio Csm si accingeva a nominare l’attuale procuratore di Messina Guido Lo Forte, già braccio destro di Caselli ai tempi d’oro degli arresti di centinaia di boss e dei processi Andreotti, Dell’Utri, Contrada, che in commissione si era imposto con tre voti su Sergio Lari, procuratore di Caltanissetta, e Franco Lo Voi, ex rappresentante italiano a Eurojust, che avevano raccolto un solo voto a testa perchè meno titolati (soprattutto Lo Voi, che ha 9 anni meno degli altri due e non ha mai diretto un ufficio giudiziario).
Ma intervenne a gamba tesa il Quirinale con un’incredibile lettera del segretario Donato Marra, che bloccò la nomina imponendo — fatto mai accaduto — di dare la precedenza ad altre 25 sedi giudiziarie vacanti: cioè di seguire un inedito “ordine cronologico”, partendo dal fondamentale Tribunale dei minori di Caltanissetta.
Ora il Foglio — non smentito da nessuno — rivela che il vicepresidente del nuovo Csm, l’ex sottosegretario di Renzi Giovanni Legnini, “deve interpretare un indirizzo che arriva da Palazzo Chigi” e dal Colle: “imporre discontinuità con l’attuale gestione di matrice ingroiana” con “l’affermazione di uno degli ultimi due candidati (Lari, grande critico dell’impostazione data alla trattativa Stato-mafia, è favorito ma la partita è aperta)”.
Lo chiedono “i figli del Nazareno”.
Quindi: il governo vuole scegliersi il procuratore di Palermo in barba alla Costituzione e alla divisione dei poteri; pretende che sia il più lontano possibile dai pm che rischiano la pelle col processo sulla Trattativa; e il Csm, che dovrebbe tutelarli, deve isolarli vieppiù.
Come accadde a Falcone prima dell’Addaura e di Capaci e a Borsellino prima di via D’Amelio.
La trattativa è viva e lotta insieme a loro.
Se il Csm non avrà uno scatto d’orgoglio per respingere queste ributtanti pressioni, ci sarà solo da vomitare.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 13th, 2014 Riccardo Fucile
LE RIVELAZIONI DEL BOSS: “TRITOLO A PALERMO O BAZOOKA A ROMA”… TENSIONE IN PROCURA SUL RISCHIO ATTENTATO
Un mafioso di rango, da qualche mese detenuto, ha svelato il progetto di attentato nei confronti del sostituto
procuratore Nino Di Matteo.
È lui il confidente d’eccezione che nei giorni scorsi ha fatto scattare l’ultima allerta nell’antimafia, rivelata ieri da Repubblica.
Ha spiegato di volersi togliere un peso dalla coscienza. Perchè anche lui è stato parte di quel progetto, così dice. E parla di un summit fra i boss più in vista di Cosa nostra, in cui si sarebbe discusso delle modalità operative dell’attentato.
Secondo la fonte, i mafiosi avrebbero preso in considerazione due opzioni per colpire Di Matteo: esplosivo a Palermo o bazooka e kalashnikov a Roma.
Adesso, i magistrati hanno chiesto agli investigatori della Dia di approfondire tutti gli spunti offerti dalle nuove inaspettate dichiarazioni.
Non è facile, soprattutto perchè il boss continua a rifiutare qualsiasi prospettiva di collaborazione ufficiale con la giustizia. E, dunque, non vuole svelare i nomi dei suoi complici. Qualche indicazione arriva però dall’ultimo pentito di mafia, Antonino Zarcone: ha spiegato che «già nel 2008 era arrivato un ordine di morte dal carcere per Di Matteo, ma il capomafia di Bagheria Pino Scaduto si rifiutò di eseguire l’attentato nel suo territorio, dove il pm trascorreva le vacanze»
Non usa mezzi termini il procuratore aggiunto Vittorio Teresi: «Abbiamo paura, sì. Lo ammetto. E siamo preoccupati. Si dice che il tritolo sia pronto, mettetevi nei nostri panni. Queste notizie creano tensione e ansia anche nei nostri familiari. Ma raccogliamo la sfida a continuare ».
Il coordinatore del pool trattativa si dice «soddisfatto» per l’attenzione manifestata dal Viminale nei confronti dell’ultima allerta sicurezza: a Palermo, sono arrivati gli esperti delle teste di cuoio di polizia e carabinieri.
Teresi parla però di «isolamento » dei pm del pool trattativa, e chiama in causa «saggi e commentatori ». Dice: «Veniamo dipinti come dei pazzi visionari. Le dichiarazioni di taluni opinion makers ci isolano. Io accetto tutte le critiche, ma devono essere in buona fede e informate».
E se la prende con l’ex componente del pool antimafia, Giuseppe Di Lello, anche lui poco tenero con il processo di Palermo: «Forse, non legge il codice da tanto tempo», dice Teresi.
Ma le critiche al pool arrivano anche da altri pm di Palermo.
«Pure questo clima interno mi preoccupa», aggiunge Teresi, che auspica al più presto la nomina del procuratore capo e invita il Csm a scegliere un candidato che condivida fini e strumenti del processo trattativa.
Intanto, in procura, continua ad esserci tensione attorno ai pm del caso Stato-mafia.
Ogni questione che li riguarda diventa terreno di divisioni piccole e grandi. L’ultima polemica è proprio sul rischio attentato per Di Matteo. Il procuratore reggente Leonardo Agueci prima lo smentisce, poi qualche ora dopo corregge: «Rischio attuale e intenso, lo seguiamo con grande apprensione e determinazione».
A Di Matteo è arrivata la solidarietà del presidente della commissione antimafia Bindi e del Csm.
Da New York, il ministro della Giustizia Orlando ha telefonato al procuratore Scarpinato per verificare lo stato delle misure di sicurezza attorno ai magistrati di Palermo.
Salvo Palazzolo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
LA SOFFIATA DI UNA FONTE: L’ESPLOSIVO NASCOSTO IN PIU’ LUOGHI
L’allerta è tornata altissima attorno al pubblico ministero Nino Di Matteo, il magistrato del pool “trattativa”
che il capo di Cosa nostra Totò Riina vuole morto. Una fonte ritenuta dagli inquirenti «molto attendibile» ha svelato che da mesi le famiglie mafiose palermitane stanno raccogliendo esplosivo per un attentato a Di Matteo.
La fonte ha spiegato pure che un carico di tritolo sarebbe già nascosto in diversi punti di Palermo.
Di più non si sa, la fonte è protetta da un rigido segreto investigativo. Però, proprio in questi giorni, anche l’ultimo pentito di mafia, Antonino Zarcone, ha parlato di un progetto di attentato nei confronti di Nino Di Matteo: «Era coinvolta pure la mia cosca, quella di Bagheria», ha spiegato.
La nuova emergenza sicurezza è stata subito comunicata dal procuratore reggente di Palermo, Leonardo Agueci, al Viminale.
E ieri mattina, nella stanza del procuratore generale Roberto Scarpinato sono arrivati da Roma gli “specialisti” delle teste di cuoio, i Gis dei carabinieri e i Nocs della polizia, per partecipare a un vertice con i magistrati e con i responsabili delle forze dell’ordine.
Oggetto dell’incontro, il potenziamento del piano di sicurezza attorno al pubblico ministero che Riina citava durante le sue passeggiate all’ora d’aria, non immaginando di essere intercettato. «E allora organizziamola questa cosa… Facciamola grossa e non ne parliamo più».
Questo diceva il padrino di Corleone al boss pugliese Alberto Lorusso: una telecamera della Dia ha ripreso Riina mentre esce la mano sinistra dal cappotto e mima il gesto di fare in fretta. «Perchè questo Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile ucciderlo, un’esecuzione come a quel tempo a Palermo».
Al palazzo di giustizia nessuno vuole commentare l’ultima allerta.
Il clima è teso. I controlli sono stati rafforzati anche attorno agli altri magistrati del processo per la trattativa “Statomafia”, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia.
Controlli intensificati pure attorno al palazzo di giustizia: resta un mistero l’incursione nella stanza di Scarpinato, a fine agosto, qualcuno ha lasciato una lettera di minacce sulla scrivania del procuratore generale
Adesso, le attenzioni investigative sono tutte concentrate sulle parole della fonte.
E sulle rivelazioni del pentito Zarcone, che da venti giorni parla con i pm di Palermo degli ultimi segreti di Cosa nostra. Zarcone era uno dei capi della famiglia di Bagheria, due anni fa era spesso a tavola con i padrini più in vista di Palermo.
Alcuni filmati dei carabinieri del Reparto Operativo ritraggono i boss mentre escono da “Ma che bontà ”, uno dei locali in della città . Nessuno ha mai saputo di cosa si discuteva a tavola.
Salvo Palazzolo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
INFILTRAZIONI IN EXPO’, 13 ARRESTI, IN CARCERE ANCHE UN EX CONSIGLIERE COMUNALE DI RHO, COIVOLTI ALTRI POLITICI
Un politico e due facce. Quella pubblica e quella della “malavita sbirraglia”. Un politico del Partito
democratico.
Ancora. Un affare: terreni industriali da comprare e riconvertire in residenziali. Paga la ‘ndrangheta, garantisce il consigliere comunale Calogero Addisi. Garantisce per sè e per i parenti che stanno in Calabria.
Incassa voti nel comune di Rho e si fa comandare dal boss Pantaleone Mancuso che lo riceve (è il 2012) nella sua villa in contrada agro di Limbadi.
Perchè come spiega il collaboratore di giustizia Antonino Belnome “un locale è forte quando ha le sue radici in Calabria, il nord non conta niente senza la Calabria”.
Insomma, tradizione e affari.
Da Vibo Valentia all’hinterland milanese. Spartito semplice: Addisi fiuta l’affare, media con la cosca e passa la palla all’imprenditore. Sul tavolo lui mette la promessa: “In Comune ci penso io”. Ma niente telefono perchè “così mi arrestano”.
Addisi conosce i rischi, eppure ci mette parola e contatti. Quelli di Antonio Galati, emissario lombardo dei Mancuso, “mafioso” dicono le intercettazioni, ricco anche, capace di buttare sul tavolo 300mila euro per il business.
Il filo della storia è questo. C’è il politico a catena (della mafia): “Ma se gli ho detto, non ci sono problemi a Rho … ve li risolvo io”. Che disegna speculazioni edilizie.
E c’è il politico (sempre lo stesso) che parla in pubblico davanti al consiglio comunale. E dice: “Con questo P.G.T. abbiamo cercato di ridisegnare la cittaÌ€, preservandola dalle brutture, dagli scempi maligni e dal consumo dissennato del territorio. Un risultato storico. Una medaglia per tutta l’amministrazione. Una nuova rivoluzione culturale insomma”.
E poi c’è il giudice per le indagini preliminari che per Addisi dispone l’arresto. Sul punto scrive: “Addisi mente in quanto eÌ€ ben consapevole non solo di avere interesse nel Pgt, ma anche del fatto che un’area, interessata dal Pgt, eÌ€ stata acquistata con il denaro della ‘ndrangheta”.
Benvenuti in Lombardia. Benvenuti nell’ultima storia di mafia, armi e politica.
Perchè questo racconta l’ordinanza di 800 pagine firmata dal giudice Alfonsa Maria Ferraro e che poche ore fa ha portato in carcere 13 persone accusate, a vario titolo, di associazione ‘ndranghetista, riciclaggio e abuso d’ufficio aggravato dal metodo mafioso.
Accusa, l’ultima, che tocca all’ex consigliere comunale Calogero Addisi, parente dei Mancuso e già citato (ma non indagato) nell’indagine che nel 2012 ha portato in carcere l’allora assessore regionale alla Casa Mimmo Zambetti.
L’operazione “Quadrifoglio” coordinata dal pm Paolo Storari e dal Ros di Milano, comandato dal colonnello Giovanni Sozzo, fotografa il presente criminale nella regione più ricca d’Italia.
Fotografa l’affare sul terreno di Lucernate di Rho. In sintesi: Galati, la ‘ndrangheta, secondo l’accusa, ci mette il denaro, ottenendo come contropartita il cambio di destinazione per rivalutare il terreno. Non solo.
Accatastando intercettazioni e filmati, l’inchiesta mostra il controllo del territorio dei clan lombardi, la loro violenza palesa, la capacità , infine, di mettersi in tasca politici, funzionari pubblici, uomini d’affari, guardie penitenziarie, commercialisti. Professionisti, insomma. Tutti a disposizione.
E’ il capitale sociale della ‘ndrangheta. Che ha permesso ai boss d’infiltrarsi nei subappalti di Expo 2015, attraverso una società riconducibile al fratello carcerato di Antonio Galati. Borghesia mafiosa mixata all’ala militare. Quella, ragionano magistrati e investigatori, che fa capo ad Antonio Galati.
Questa è la ‘ndrangheta che nella Lombardia dell’Expo si spartisce il territorio con regole e leggi proprie. Antistato che si fa Stato.
Della partita è anche Salvatore Muscatello, boss ultraottantenne, eminenza grigia della ‘ndrangheta lombarda, protagonista dei maxi blitz degli anni Novanta (La Notte dei fiori di San Vito).
Poi capo della locale di Mariano Comense nell’operazione Infinito del 2010, arrestato, condannato, messo ai domiciliari. E ora, tra il 2012 a questa mattina, capo dello stato mafioso lombardo, riverito e pagato.
Nel suo bunker andavano tutti. Il nipote di Giuseppe Morabito, alias u tiradrittu, la moglie del boss di Vigevano, Fortunato Valle (“Quello — dice Muscatello- mi lavava i piedi”). Ci va Emilio Pizzinga, politico locale a caccia di voti, e padre di Francesco, finito in galera nel 2006 perchè trafficava droga con la ‘ndrangheta di Africo. Pizzinga incontra Muscatello nel gennaio 2014.
Il comune di Mariano Comense è appena stato commissariato dopo che 11 consiglieri hanno tolto la fiducia. A maggio ci saranno le elezioni. Pizzinga cerca voti e sa dove andare.
Dice al boss: “Vedete se mi trovate preferenza! Se no, non si fa piuÌ€ niente dopo!”. E ancora: “A me hanno dato in mano il partito”. Il boss chiede: “Quale partito?”. Pizzinga risponde: “Forza Italia!”.
Par condicio rispettata, dunque. Pd e Pdl. La ‘ndrangheta non fa differenza.
E se Pizzinga chiede voti, Addisi garantisce. Ma quando le cose vanno per le lunghe e la delibera non conferma la speculazione, il boss (Antonio Galati) rivuole i soldi e minaccia: “Ancora ci sono 300.000 euro in ballo, ora piano piano li prendo (…). Io ad Addisi glielo ho detto: stai attento a quello che facciamo qua, che io ti lego per il collo, ti metto alla macchina e ti porto in giro!”. Perchè il legame (mafioso) non si scioglie e col tempo (breve) il cappio si stringe. Addisi lo capisce: “Tu e l’altro mi avete rovinato la vita (…), ho subito umiliazioni da tutte le parti, ero un grande uomo e mi avete rovinato la vita, e non sto parlando dei soldi miei, devo fare da garante dei soldi degli altri (…) io non so fino a quando riesco a tenere la cosa (…) perchè so che succederà qualcosa di grave, lo sento, succederà qualcosa, mi ho rovinato la mia vita per non avere commesso mai un cazzo … “.
I timori di Addisi, che, secondo l’accusa, bene conosce le dinamiche mafiose, non spaventano Franco Monzini, imprenditore lombardo coinvolto nell’affare.
Monzini conosce Galati grazie ad Addisi. Ben presto capisce chi è Galati: “Un mafioso”. Da ammirare addirittura. Intercettato Monzin confida: “La mafia se vede che una cosa funziona i soldi ce li mette, non diciamo cazzate, magari fa altre cose, per carità ! Che conosco anche! Però se una cosa è una cosa seria la vede il mafioso come la vedo io, uguale, uguale anzi magari lui ha più mezzi e non deve andare in banca a piangere perchè ci mette i suoi … “. Vero. Ma solo a metà . Spiega Addisi: “Conoscete una faccia di Antonio che non è quella vera (…) ti incapretta! tu credimi, ti incapretta e prima di farti fuori si diverte un po’, ma molto!”.
La violenza garantisce politica e affari. E’ così, scrive il giudice, che “si costituisce il collante del sodalizio atteso che la sua forza intimidatrice si è potuta estrinsecare anche in virtù di detti rapporti i quali hanno certamente cementificato i rapporti tra i sodali”.
La storia cambia la maschera. Adesso è pura violenza mafiosa.
Racconta Galati: “Lo sgabello era di ferro! Tutte le costole (…) gli ha spaccato tutto il naso, quel sangue ha sporcato pure noi, io avevo le scarpe piene di sangue (…) schizzava a tre punte, poi eÌ€ caduto per terra (…) gli abbiamo rotto le bottiglie, sgabelli nei fianchi (…) io le scarpe le ho sporcate perchè l’abbiamo picchiato in testa”.
E ancora: “Mannaggia l’ostia quante palate a quello! Picchiavamo tutti e tre liÌ€ terra (…) Gliele abbiamo rotte, braccia (…) la prima botta che mi ricordo, che gli ho dato, alzoÌ€ la mano per pararsi cosiÌ€ (…) aveva un orologio al braccio di 30.000 euro e gli voloÌ€ per aria”.
Succede in Lombardia. A Giussano, ad esempio, quando Fortunato Galati, sorvegliato speciale, non si ferma a un posto di blocco della polizia Municipale.
Succede, come è normale, che il vigile Luigi Galanti segnali la cosa, che il fatto finisca sul tavolo del tribunale di Sorveglianza di Milano e che Galati, per questo, torni in carcere.
Ma succede anche che ignoti diano fuoco all’auto del vigile con una molotov. Le intercettazioni chiudano il cerchio. Galati in carcere a colloquio con un amico. Dice il secondo: “L’altro giorno l’ha incontrato nel parcheggio. Dice che lo guardava al vigile e faceva finta di mettere la mano qua dentro”. Annotano i carabinieri: “Contestualmente con la mano destra mima di prendere qualcosa dall’interno della giacca all’altezza del petto, lato sinistro”.
E che succede se Fortunato Galati, chiede e non ottiene il trasferimento dal carcere di Monza a un altro Calabria? Il pizzino al colloquio dice tutto. “Pitaniello Maria Casa Circondariale Monza”.
E’ la direttrice del carcere. Per lei la ‘ndrangheta lombarda riserva una busta con tre proiettili 9X21.
Benvenuti in Lombardia: 14 arresti.
Oggi vince lo Stato. Perde la ‘ndrangheta.
A. Bartolini e D. Milosa
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
MENTRE FALCONE E BORSELLINO MORIVANO PER LE ISTITUZIONI, ALTRI FACEVANO FAVORI A COSA NOSTRA
Per la prima volta vengono rivelati i contenuti dei verbali dei Comitati nazionali per l’ordine e la sicurezza, il massimo organismo deputato alla protezione della Repubblica e dei suoi cittadini che nel biennio 1992-1993, quando infuriavano le stragi mafiose e venivano uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, si riuniva per decidere come fronteggiare la sfida della mafia.
Ebbene, secondo quanto riporta Salvo Palazzolo del quotidiano La Repubblica, durante quelle riunioni avvennero scontri durissimi in quanto lo Stato decise di revocare il 41 bis ai boss mafiosi.
Nel 1993 un pezzo dello Stato decise all’improvviso di revocare il carcere duro al gotha di Cosa nostra.
Senza un’apparente ragione, mentre le bombe continuavano ad esplodere in giro per il paese. E qualcuno protestò con forza.
Anche questo scontro ai vertici delle istituzioni raccontano i verbali. Uno scontro che fino ad oggi non era mai emerso.
Anzi, l’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso ha sempre ripetuto che la decisione di non prorogare 300 decreti di 41 bis fu una sua “scelta personalissima “.
“Chiede di parlare il vice direttore del Dap, il magistrato Francesco Di Maggio, che non usa mezzi termini. “L’articolo 41 bis crea molte preoccupazioni – dice – perchè su 1232 provvedimenti ben 567 sono per delega del ministro della Giustizia e di questi soltanto 8 sopravvivono, mentre gli altri vengono revocati. I rimanenti 66 provvedimenti, invece, che non sono provvedimenti delegati, sopravvivono in numero maggiore: soltanto 26 vengono revocati dal magistrato”.
Come dire, il vero problema non sono i giudici, ma il ministero della Giustizia.
Nel comitato del 10 agosto, Di Maggio era andato oltre, chiamando in causa il governo. Le sue parole sono a pagina 357 dei file del Viminale: “È opportuno che il governo mantenga ferma la sua posizione sull’articolo 41 bis”.
L’anonimo verbalizzatore sottolinea la parola “governo”.
E il ministro Mancino che dice? Cambia argomento.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
OPERAZIONE IN CORSO: “CONTATTI CON POLITICI MILANESI E IMPRESE”
I Carabinieri stanno eseguendo in Lombardia e Calabria 13 arresti, su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Milano, nei confronti di altrettanti indagati per associazione di tipo mafioso.
L’indagine è diretta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Milano, Como, Monza-Brianza, Vibo Valentia e Reggio Calabria.
I 13 indagati sono accusati di associazione di tipo mafioso, detenzione e porto abusivo di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro di provenienza illecita, abuso d’ufficio, favoreggiamento, minacce e danneggiamento mediante incendio.
Al centro delle indagini del Ros dei Carabinieri due gruppi della ‘ndrangheta radicati nel Comasco, con infiltrazioni nel tessuto economico lombardo.
Accertati, secondo le indagini, gli interessi delle cosche in speculazioni immobiliari e in subappalti di grandi opere connesse ad Expo 2015.
Gli arrestati avevano con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e bancario da cui ottenevano vantaggi, notizie riservate e finanziamenti.
In particolare avevano rapporti con un agente di polizia penitenziaria, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, un imprenditore immobiliare, attivo anche nel mondo bancario e con dei consiglieri comunali di comuni nel Milanese.
I particolari dell’operazione saranno resi noti in una conferenza stampa alle 11 negli uffici della Procura.
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Ottobre 15th, 2014 Riccardo Fucile
PER LA DDA DI REGGIO CALABRIA IL VICESINDACO DI SAN FERDINANDO E IL CONSIGLIERE PANTANO SONO I RAPPRESENTANTI DEI CLAN
Formalmente sedevano agli estremi opposti del consiglio comunale di San Ferdinando, opposte erano le
pubbliche idee di gestione della comunità che portavano avanti, opposto l’elettorato di riferimento.
Ma in realtà il vicesindaco Santo Cieli e il consigliere comunale d’opposizione Giovanni Pantano, qualcosa in comune l’avevano anche prima che la contestuale contestazione del reato di associazione mafiosa spedisse entrambi dietro le sbarre.
Per i magistrati della Dda di Reggio Calabria che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto, tutti e due sono infatti i rappresentanti istituzionali degli ingombranti clan che soffocano San Ferdinando.
Se il vicesindaco Celi è l’uomo del clan Bellocco- Pantano, satellite sanferdinandese della storica cosca di Rosarno, è a Pantano che è toccato rappresentare gli interessi della costola dei Pesce.
Speculari nel rappresentare e tutelare interessi e affari dei clan costretti alla coabitazione nel minuto comune della Piana, speculari nell’appartenenza politica, su mandato delle ndrine Celi e Pantano sapevano all’occorrenza sperimentare un nuovo tipo di larghe intese, quelle criminali.
Quelle che — in barba a elezioni, preferenze, orientamenti — sempre e comunque vanno a discapito della comunità .
L’ASPIRANTE GRILLINO, GARANTE DEI CLAN
Per sconfessarlo si è scomodato addirittura Beppe Grillo, seguito a ruota dai parlamentari pentastellati calabresi e dagli attivisti di diversi meet up che hanno scritto, detto, urlato che mai è stato autorizzato a parlare a nome dei Cinque stelle, ma del Movimento a San Ferdinando, Pantano era considerato uno più autorevoli rappresentanti.
Agitatore di popolo, la sua notorietà era cresciuta quando — sull’onda della protesta per il trasbordo delle armi chimiche siriane nel porto di Gioia Tauro — aveva presentato le proprie dimissioni dal consiglio comunale, ma in quel civico consesso Pantano aveva curato interessi ben diversi da quelli dei cittadini.
Cognato di Antonio Pesce, “U Pecora”, personaggio di spicco dell’omonimo clana San Ferdinando, per gli inquirenti il consigliere comunale è l’uomo scelto dai clan come longa manus nell’amministrazione, quando il nuovo regime di concordia raggiuto fra le ‘ndrine impone un cambio nella ditta che gestisce la raccolta dei rifiuti urbani.
La Evergreen — sentenziano i clan — deve andare via per lasciar posto a qualcuno gradito ad entrambe le consorterie, in seguito individuato nella Radi di Palmi.
“In sostanza — afferma il pm Giulia Pantano che insieme al procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza ha coordinato le indagini – Pantano Giovanni operava al posto dell’intera locale di San Ferdinando, che aveva voluto la sostituzione dell’azienda Evergreen in quell’appalto con altra azienda “mafiosa” e voleva “comprare” il silenzio degli operai attraverso una nuova assunzione alle dipendenze della ditta prescelta nella nuova aggiudicazione dell’appalto”.
Circostanze confermate dalle intercettazioni fra il sindaco Domenico Madafferi, finito ai domiciliari, e il suo vice Celi, cui il primo cittadino riferisce pedissequamente le manovre dettate da Pantano.
Una precauzione — dicono gli inquirenti — per assicurarsi di non inquietare la cosca avversaria di cui Celi è espressione, ma che non fa che confermare la nuova stagione di pace stabilita fra le due consorterie, dei cui interessi il consigliere comunale d’opposizione è latore.
Non a caso sarà lo stesso Celi, quando Madafferi gli riferisce del politicamente ingiustificabile protagonismo di Pantano nella gestione della vicenda delle municipalizzate, a rassicurarlo
“Meglio!.. Meglio Micuccio per tanti aspetti!… Questo è buono, è buono questo fatto”. Certo qualche preoccupazione per la maldestra manovra di sostituzione della Evergreen, il vicesindaco l’aveva se è vero che con il figlio si farà sfuggire “sai di cosa mi spavento? Che devo pagare io per gli altri”.
Ma così avevano disposto le ‘ndrine, disposte a convincere — con le buone o con le cattive — anche i tre operai che avevano assistito al danneggiamento a recedere da qualsiasi proposito di collaborazione con le autorità .
Il loro silenzio verrà comprato con l’assunzione presso la nuova ditta aggiudicataria dell’appalto per la discarica – curata da Pantano e seguita da vicino dal sindaco Madafferi — tuttavia quando verranno convocati dai carabinieri per riferire sull’incendio dell’autocompattatore, le loro contraddittorie dichiarazioni non faranno che confermare i sospetti degli investigatori.
“In realtà — sottolineano gli investigatori – Pantano Giovanni, Madafferi Domenico e Celi Santo accontentarono i due operai, per “chiudere loro la bocca”, in considerazione del fatto che gli atti intimidatori non avevano dato agli ndranghetisti la sicurezza di ottenere il silenzio sulla questione del riconoscimento degli autori del danneggiamento”.
ESTORSIONE STRADALE
Ma è probabilmente un altro episodio a restituire con precisione la caratura criminale del consigliere comunale Pantano.
È l’inverno del 2013, Pantano, alla guida della sua automobile su cui viaggiava anche il figlio, striscia la vettura di uno dei medici del paese, Pasquale Corigliano, in quel momento parcheggiata lungo la via.
Per il dottore sarà l’inizio di un incubo costellato di richieste estorsive da parte del consigliere di opposizione e del figlio, che nonostante avessero provocato l’incidente, “imbevuti di cultura mafiosa, sfruttano ogni circostanza per racimolare denaro con violenza e minaccia”.
Sarà lo stesso Corigliano, dopo averlo confidato al fratello Gregorio, a raccontarlo terrorizzato ai carabinieri cui confida “Mi disse che la mia autovettura era vecchia e la sua nuova e per questo motivo voleva avere ragione. Anzi posso dir che è stato molto insistente nel pretendere la ragione in merito al sinistro; voleva a tutti i costi dei soldi: infatti a causa di quelle insistenze del giovane nonostante io sentissi di avere piena ragione in merito ai fatti accaduti, sfinito da quell’insistente richiesta e a seguito dell’intervento successivo del padre di quel giovan, disi loro di recarsi da mio cugino che fa il carrozziere in località Spartimento e si chiama Gerace Domenico”.
Un atteggiamento che aveva terrorizzato Corigliano, cui Pantano si sarebbe spinto a chiedere un assegno in bianco al dottore che lui avrebbe provveduto a riempire con la cifra ritenuta più opportuna. Una richiesta che se possibile ha terrorizzato ancor di più il medico, corso a confidarsi con il fratello. Sarà proprio quest’ultimo — nonostante lo abbia spudoratamente negato di fronte agli investigatori- a contattare il sindaco Madafferi per una “mediazione”.
Per i pm, Gregorio Corigliano “conoscendo la caratura criminale dei Pantano e conscio dei rapporti del consigliere Giovanni Pantano con Madafferi Domenico, si rivolse a quet’ultimo per intercedere ed evitare o quanto meno contenere le pretese estorsive ai danni del fratello Pasquale”. Intervento andato a buon fine, ma che non fa che confermare l’inquietante quadro a carico degli amministratori di San Ferdinando, cui non sfugge il vicesindaco Santo Celi.
IL VICESINDACO CON LA PISTOLA
Al riguardo, emblematica risulta l’intercettazione fortuitamente captata dai carabinieri, quando il primo cittadino Madafferi porta la sua auto in officina.
È lì che le cimici dei Ros registrano due uomini affermare senza mezzi termini che Celi è un uomo sostenuto dai clan e che a loro deve la sua elezione.
“Ma tu oggi come oggi, che arriva uno che ha preso duecento voti, duecentocinquanta voti, come a Santino Celi che ha preso cinquecento voti, quell’altro ne ha presi centoquaranta, centocinquanta al Battaglini, ma quando cazzo mai ha avuto centoquaranta voti il Battaglini, o trecento voti Santino ma stiamo coglionando, avete gli occhi chiusi? Allora questi voti da dove ti sono arrivati eh? Che cazzo gli devi dare a “quelli” per prendere trecento voti”.
Parole pesanti, la cui rilevanza penale è stata ancorata da inquirenti e investigatori ad altri riscontri, ma che non fanno che dimostrare che per tutti la caratura criminale di Celi era cosa nota.
Del resto, si legge nel fermo è “Difficile persino la distinzione dagli altri affiliati, anche sotto il profilo comportamentale, nonostante l’importante carica pubblica rivestita. Perchè Celi non si premura solo di portare avanti interessi economici mafiosi, ma parla da ‘ndranghetista e si comporta da ‘ndranghetista”.
Non a caso — sveleranno le intercettazioni — è al vicesindaco che Raffaele Pugliese si rivolge quando cerca una pistola “riconoscendogli — affermano i pm – evidentemente la capacità di reperire delle armi e certificando una storia personale, ancora prima che politica, che è quella di un mafioso”.
Con Pugliese, non solo si rende disponibile a fare da intermediario per la compravendita, ma ammette candidamente di avere anche diverse pistole illegali nascoste in casa perchè “se hai coglioni gonfi e uno litiga per la macchina in qualche posto….con quella dichiarata ti scoprono subito”.
Ha dimestichezza con le armi il vicesindaco, ne conosce le caratteristiche, la disponibilità e la quotazione sul mercato clandestino, tanto da poter fare anche da “consigliere” a Pugliese, cui raccomanda ”prendi almeno una 7,65”.
Un acquisto che Celi cercherà di mediare attraverso il figlio Bruno, che — intercettato dalle cimici – assicura “pagando tutte cose si possono avere”. I due stanno discutendo di una cosa che al figlio del vicesindaco sembra stare parecchio a cuore: recuperare la caparra versata per un ricevimento di nozze presso il Resort Capo Sperone, in seguito saltato. Scartata l’ipotesi di rivolgersi al clan Gallico, suggerita dal vicesindaco, è Celi a bocciare la proposta del figlio di mandare “un’imbasciata” al ristoratore tramite il reggente dei Bellocco in paese, Ferdinando Cimato, per poi chiudere la discussione con un emblematico “parliamo noi”.
“Diretto discepolo del padre, Celi Bruno affermava — sintetizzano gli investigatori – “o in un’altra maniera, tutte le maniere tento papà , o con la buona o con la mala!”.
GALEOTTO FU IL CHIOSCO
E se per il rampollo, Celi non esita a promettere “interventi” sul ristoratore, ancor più facilmente forse è in grado di assicurargli facilitazioni burocratiche per quel chiosco che Bruno ha segretamente aperto in società con uno degli uomini di punta dei Bellocco a San Ferdinando, Gregorio Malvaso, pur intestandolo formalmente a Georgieva Viktoriya Trigonova.
Ma l’apertura di quell’attività non era stata gradita per nulla dai titolari del ristorante “L’ancora”, situato in prossimità del chiosco, che avevano denunciato alle competenti Autorità Comunali e a quella Portuale la disparità di trattamento effettuata dal Comune di San Ferdinando. Anche loro, ben dieci anni prima, avevano inoltrato richiesta per la concessione definitiva di occupazione del suolo demaniale ai fini commerciali, sempre rimasta inevasa da parte dell’Ente,che aveva invece con celerità rilasciato le necessarie autorizzazioni per l’edificazione del chiosco.
Una protesta che aveva suscitato l’attenzione della della Capitaneria di Porto che, riscontrando l’irregolarità nell’occupazione di suolo pubblico da parte dei gestori del chiosco, aveva intimato ai concessionari l’immediato ripristino dello stato dei luoghi. Guai che Malvaso e Celi hanno attribuito alla pervicacia dei coniugi De Masi, titolari dell’Ancora, “rei” di aver denunciato le irregolarità , dunque “puniti” su mandato dei due con sette colpi di arma da fuoco sparati contro la vettura di proprietà .
Un attentato di cui i due non hanno dubbio alcuno a riconoscere “la firma”, ma che per paura finiranno per non denunciare.
Saranno tuttavia le intercettazioni a confermare che i coniugi sapessero a chi attribuire quel messaggio di morte.
“Avete avuto qualche discussione con qualcuno? Dice no!…Invece l’avevamo avuta con Celi — dice la donna, commentando con il marito l’interrogatorio appena sostenuto di fronte ai Carabinieri – noi…davanti alla porta…eh…però non è che gliel’ho detto io… No, noi abbiamo discusso solo con lui, abbiamo avuto da dire e basta…eh…non è che abbiamo parlato con qualcuno noi, abbiamo parlato con lui e basta, non è che gli altri sono venuti e abbiamo parlato…non abbiamo parlato con nessuno…solo con lui abbiamo parlato e ha detto questa parola: <<se no facimu cu bonu, u facimu cu malu allora>>…se non lo facciamo con le buone lo facciamo con le cattive e basta”. Minacce pesanti, confermate poco dopo dal danneggiamento subito, che hanno spinto i titolari dell’Ancora al silenzio.
CELI, “ESPRESSIONE DELLA MAFIOSITA’ NELLE ISTITUZIONI
Ma questa non è che alcuni delle innumerevoli conversazioni da cui emerga il peso criminale del vicesindaco, che insieme ai riscontri collezionati dagli investigatori, non possono che indurre i pm a un giudizio durissimo su Santo Celi , definito “un appartenente alla cosca Bellocco-Cimato di San Ferdinando; è il referente del clan, la longa manus nell’attività politica”.
Per gli inquirenti, Celi “incarna solo il volto pubblico della ‘ndrangheta, e rappresenta l’espressione massima della mafiosità nelle Istituzioni”, ma soprattutto “è l’emblema della ‘ndrangheta nella gestione del Comune di San Ferdinando; cura dall’interno gli interessi illeciti mafiosi della cosca cui appartiene, nonostante, pubblicamente faccia in modo che non traspaiano i legami sottostanti”.
Eppure, si legge nel fermo, non solo è legato “indissolubilmente a personaggi quali Bellocco Giulio, capo cosca di San Ferdinando, ai di lui figli Domenico e Berto, ai fratelli Cimato e a Malvaso Gregorio”, ma in realtà “frequenta davvero tutti gli ‘ndranghetisti di San Ferdinando, fa affari con loro, finanche gestisce in società delle attività ; la sua stessa presenza in Comune si giustifica con la necessità del controllo dell’azione amministrativa da parte del locale potere mafioso e dell’aggiudicazione degli appalti a ditte riconducibile alla cosca”. In sintesi, è lui che “segna e rappresenta l’impossessamento del Comune di San Ferdinando da parte della cosca Bellocco-Cimato”.
Alessia Candito
(da “Il Corriere della Calabria“)
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