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QUEL BIGLIETTO IN TASCA AL BOSS CHE ACCUSA IL MINISTRO ROMANO

Settembre 25th, 2011 Riccardo Fucile

I PM ACCUSANO: PER QUATTRO ANNI CONTIGUO ALLE COSCHE… PROVENZANO AVEVA ANNOTATO IL SUO RECAPITO DIETRO AL CARTONCINO DI “PRONTO PIZZA”…TROVATA UNA INTERCETTAZIONE: FU ROMANO A CERCARE IL BOSS GUTTADAURO… IL COLLABORATORE CAMPANELLA: “AVEVA INTENZIONE DI CANDIDARSI COME REFERENTE DI COSA NOSTRA”

Il boss agrigentino Alberto Provenzano aveva annotato due numeri di telefono di Saverio Romano dietro un biglietto di “Pronto pizza   –   servizio a domicilio”: il giorno che l’arrestarono, durante un summit fra i capi delle famiglie della provincia, quel biglietto gli fu trovato nel portafoglio.
Era il 2 agosto 2002.
L’avvocato Saverio Romano era alla Camera dei deputati ormai da un anno. Ai magistrati che lo convocarono disse che Provenzano l’aveva conosciuto all’università , nel 1984, quando entrambi studiavano Giurisprudenza: “Poi, non l’ho più visto”, precisò.
Ma allora perchè un capomafia (fino al 2002 un perfetto insospettabile) teneva nel portafoglio i numeri di cellulare e di studio di un avvocato-deputato?
Con questa domanda inizia l’atto d’accusa del gip di Palermo Giuliano Castiglia, che nel luglio scorso ha riaperto il caso Romano e ha ordinato alla Procura l’imputazione coatta, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
In 107 pagine, il gip di Palermo sottolinea altri sei “elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio” per il neo ministro dell’Agricoltura.
Si fondano innanzitutto sulle dichiarazioni di quattro pentiti. Nino Giuffrè, vicinissimo a Bernardo Provenzano, ha sostenuto che di Romano “si sentiva parlare” quando era presidente dell’Ircac, l’istituto regionale per il credito alla cooperazione.
Angelo Siino, l’ex ministro dei Lavori pubblici di Totò Riina, ha spiegato invece che nel 1991 Romano gli portò a casa Totò Cuffaro, candidato all’assemblea regionale.
Salvatore Lanzalaco, anche lui come Siino ras degli appalti mafiosi, ha aggiunto che Romano e Cuffaro “procuravano a vari imprenditori, dietro il pagamento di tangenti, finanziamenti per lavori di vario genere”.
Il quarto accusatore dell’attuale ministro dell’Agricoltura è Francesco Campanella: il responsabile nazionale dei giovani Udeur che finì per proteggere la latitanza di Provenzano è stato il più dettagliato.
Ha parlato di un pranzo a Campo dei fiori, nella Capitale, in cui Romano avrebbe detto: “Francesco mi voterà , siamo della stessa famiglia”.
La famiglia di Villabate, guidata da Nino Mandalà .
“Fu proprio Mandalà    –   ha aggiunto Campanella   –   a volere la candidatura di Giuseppe Acanto alle regionali del 2001, nella lista del Biancofiore. Romano lo sapeva e accettò”.
Il pubblico ministero Nino Di Matteo li ha chiamati: “Elementi denotanti la contiguità  di Romano al sistema mafioso”.
Accuse gravi, che però, secondo la Procura, non avrebbero potuto portare a un processo.
Ecco perchè nei mesi scorsi era partita una richiesta di archiviazione, la seconda dal 2003 (la prima era stata accolta nel 2005).
A marzo, quel documento del pm aveva interessato anche il Quirinale: erano i giorni in cui Romano stava per essere nominato ministro dell’Agricoltura.
Qualche tempo dopo, il gip Castiglia ha comunicato che era necessario andare avanti: si è fatto mandare dalla Procura tutti gli atti dell’inchiesta Cuffaro e ha riletto migliaia di ore di intercettazioni, quelle fatte dal Ros nel salotto del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro.
“Fu Romano, tramite un soggetto che non risulta individuato, a far sapere a Guttadauro che lo voleva incontrare”: è il colpo di scena dell’atto d’accusa del gip Castiglia.
Perchè fino a qualche tempo fa, inchieste e processi davano per scontato che fosse stato un altro dei delfini di Cuffaro, Mimmo Miceli, a proporre di sua iniziativa al boss Guttadauro un incontro con Romano.
Ma il gip ha trovato un’intercettazione che era sfuggita a tutti.
E adesso, nel capo d’imputazione di Romano, la Procura ha scritto: “Ha messo a disposizione di Cosa nostra il proprio ruolo, così contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell’organizzazione”.
Sono 35 i faldoni che il 25 ottobre prossimo un giudice dovrà  esaminare, per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio del ministro.
Nei giorni scorsi, il pm Di Matteo ha depositato a sorpresa anche altre accuse, sono quelle dell’ultimo pentito di Cosa nostra, Stefano Lo Verso, che fra il 2003 e il 2004 fu autista del latitante Bernardo Provenzano. “Nicola Mandalà  mi disse: abbiamo nelle mani il paesano di mio parrino Ciccio Pastoia, Saverio Romano. Mio parrino è a conoscenza e consenziente”. Anche il parrino Ciccio Pastoia, da Belmonte Mezzagno (il paese di Romano), era uno dei fedelissimi di Provenzano.
A sorpresa, la Procura ha depositato nei giorni scorsi anche un altro verbale di Campanella.
Il pentito sostiene di essersi ricordato di una convocazione di Romano, a casa sua: “Nel 2001, mi disse che aveva intenzione di candidarsi anche come punto di riferimento delle famiglie di Villabate e Belmonte. E mi rappresentò che sapeva della mia vicinanza alla famiglia di Villabate”.
Campanella ha consegnato ai magistrati anche una fotografia del suo album di nozze: si vede Romano dietro gli sposi all’altare.
A quel matrimonio c’erano pure Cuffaro e Clemente Mastella.
E così, quella foto è finita fra i 35 faldoni dell’accusa.
Ma anche il ministro Romano ha voluto fare il suo colpo a sorpresa, e nei giorni scorsi ha annunciato l’uscita del suo libro autodifesa, che si intitola “La mafia addosso”. “Ovvero, tutte le stravaganze di questa inchiesta   –   come le chiama lui   –   otto anni di indagini, e io sentito una sola volta, nel 2003”.
In realtà , nel 2009, Romano era stato convocato una seconda volta dai pm, ma per l’inchiesta che lo vede indagato per corruzione, assieme al prestanome della famiglia Ciancimino, Gianni Lapis.
Quella volta, però, si avvalse della facoltà  di non rispondere. “Troppo generiche le accuse”, disse ai giornalisti.
Il prossimo 3 ottobre, un altro gip dovrà  decidere sulla richiesta della Procura di utilizzare le intercettazioni fra Romano e Lapis.
L’ultima parola dovrà  dirla, ancora una volta, la Camera dei deputati.

Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”)

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LA LEGA SALVERA’ ANCHE ROMANO, BOSSI HA LA SOLUZIONE: “BASTA TURARSI IL NASO”

Settembre 25th, 2011 Riccardo Fucile

SUL MINISTERO SUPER SICILIANO PESANO QUOTE LATTE E NOMINE SUDISTE…LA BASE LEGHISTA PARLA DI TRADIMENTO, ROMANO PIAZZA I SUOI UOMINI E RICATTA IL GOVERNO: “SE CADO IO, CADONO TUTTI”

Un attimo prima di entrare in Aula per votare sull’arresto di Marco Milanese, giovedì, la Lega ha mandato il suo avvertimento al ministro Saverio Romano.
In commissione, la nomina di Domenico Sudano a presidente del Consiglio per la ricerca in agricoltura è passata per un voto soltanto.
“Numeri alla mano, non c’è dubbio — dice il Pd Nicodemo Oliverio — Due dei 4 leghisti hanno votato con noi”. Non esattamente un bel segnale per il ministro che mercoledì potrebbe essere sfiduciato dal Parlamento.
Lui ostenta sicurezza: incassata la “stima” del premier, ieri, ha festeggiato i suoi primi sei mesi da ministro.
E dai colleghi che la settimana prossima (il giorno dopo il voto di sfiducia) lo aspettano per un’audizione in commissione si è congedato così: “Ci vediamo giovedì”.
“Ci è venuto un po’ da ridire — racconta il Pd Marco Carra — Almeno abbia il pudore di non prendere appuntamenti!”.
Romano è tranquillo per un motivo molto semplice: “Tiene i cordoni della borsa dei Disponibili”, come li chiama Carra.
Durante la discussione su Milanese, il ministro si è intrattenuto a lungo tra i banchi dei deputati di Popolo e Territorio, come si chiamano ufficialmente.
Voci che si sovrappongono, teste che spuntano per ascoltare.
Poi, quando chiedi a uno degli astanti, Michele Pisacane, di che parlavano ti spiazza: “Del pane!”. Del pane? “Si, uno diceva si fa così, l’altro cosò, poi Romano ha detto: oh, mio padre faceva il panettiere, lo so io come si fa”.
Ma, dice un detto, non si vive di solo pane: così all’Agricoltura il ministro ha fatto un’infornata di dirigenti. Sudano è solo una delle ultime nomine e decisamente quella più discussa visto che, secondo i sindacati dei ricercatori, l’unica voce del curriculum che spiega la sua ascesa al Cra è quella di essere segretario del Pid a Catania.
Prima di lui, tra gli altri, nelle società  legate al ministero sono arrivati Massimo Dell’Utri in Ageacontrol, Alberto Stagno d’Alcontres a Buonitalia, nonchè un “consigliere giuridico del Ministro, già  magistrato amministrativo” che ora, denuncia un’interpellanza Pd, presiede un organismo indipendente di valutazione.
Ma tolto l’avvertimento dell’altro ieri, finora, la Lega ha digerito anche l’indigeribile: quella di un ministero dove ormai si parla solo siciliano.
Un motivo c’è e si chiama quote latte.
Tra le scelte di Romano nei primi sei mesi al ministero c’è il commissariamento di Agea, fino a giugno amministrata da Dario Fruscio.
Con lui si era inaugurata una stagione assai sgradita a Umberto Bossi: quella in cui gli “splafonatori” — un paio di centinaia di agricoltori che hanno prodotto latte in eccesso — pagavano le multe.
A giugno Bossi tuona dal palco di Pontida contro le “ganasce”, una settimana dopo Fruscio viene cacciato e a luglio Romano delibera: del piano di riscossione di Agea non si occuperà  più Equitalia.
Bossi è contento e si guarda bene dall’alzare la voce quando il governo, a fine luglio, concede un contributo straordinario di 45 milioni di euro per l’emergenza rifiuti a Palermo.
La puzza di monnezza è passata eppure ieri il Senatur, riferisce l’Ansa, ha detto che sulla sfiducia a Romano “ci tureremo il naso e voteremo no”.
Non si placano, però, le voci sul pressing per le dimissioni che la maggioranza starebbe facendo su Romano.
Nota ancora il Pd Oliverio: “Mi sorprende la fretta con un ministro che ha davanti due anni si sia messo a commissariare, nominare, assumere”.
Il punto è che oltre alla sfiducia, per Romano a metà  ottobre potrebbe arrivare il rinvio a giudizio per concorso in associazione mafiosa.
A quel punto, il presidente Napolitano potrebbe tornare sulle “riserve” che aveva già  espresso al momento del suo giuramento.
Il premier è di nuovo in mezzo alla tenaglia.
Ieri l’ha stretta il siciliano Calogero Mannino, vicinissimo a Romano. “Se Berlusconi non ha la forza e la capacità  di presentare proposte concrete deve prendere atto che non v’è più una ragione politica per la sopravvivenza del Governo”.

Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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UN NUOVO PENTITO ACCUSA IL MINISTRO SAVERIO ROMANO: “SI E’ ATTIVATO PER LA COSCA DI VILLABATE PER LA QUESTIONE DELL’IPERMERCATO”

Settembre 21st, 2011 Riccardo Fucile

PARLA STEFANO LO VERSO, IMPRENDITORE ED ULTIMO VIVANDIERE DI PROVENZANO…. PAROLE CHE PESERANNO SULLA MOZIONE DI SFIDUCIA PRESENTATA NEI CONFRONTI DEL MINISTRO

Dal gennaio 2003 all’ottobre 2004 ha accudito il capo dei capi, Bernardo Provenzano rivelandone nascondigli, spostamenti e persino abitudini, ha fatto scoprire un cimitero di mafia, ha svelato due progetti di attentato al pm Di Matteo e all’on. Lumia, ha raccontato delitti, affari e rapporti di Cosa Nostra con la politica, ai massimi livelli: nel mirino delle accuse di Stefano Lo Verso, imprenditore pentito di Ficarazzi, e ultimo vivandiere del boss corleonese, è finito oggi il ministro delle Politiche Agricole Saverio Romano, già  indagato per mafia, per il quale la procura ha già  chiesto il rinvio a giudizio dopo l’imputazione coatta imposta dal gip.
Sono accuse de relato, ma destinate probabilmente a “pesare ” nel voto sulla mozione di sfiducia nei confronti di Romano, primo ministro della Repubblica imputato di mafia, presentata dal Pd e che dovrebbe andare in votazione alla fine di settembre. Specie se l’ala dura della Lega dovesse premere sull’acceleratore, ipotesi forse paventata dallo stesso Romano, che qualche giorno fa, chiudendo a Summonte (Avellino), la festa del Pid, partito del quale è segretario nazionale, ha detto: “Non mi fa piacere la golden share della Lega su questo governo. Dopo la manovra, si cambia registro”.
Si fa dunque più pesante la posizione del leader dei Responsabili chiamato in causa dal neo-pentito che in tre verbali depositati dai pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene a sostegno dell’appello contro l’assoluzione di Totò Cuffaro per concorso in associazione mafiosa, decisa dal gip che ha applicato il principio del ne bis in idem, lo indica come uno degli uomini politici (l’altro è Cuffaro, del quale il neo pentito Lo Verso svela l’esistenza di un accordo con Provenzano) in rapporti con la cosca di Villabate guidata da Nicola Mandalà , il killer che si occupò del viaggio sanitario francese del latitante corleonese.
Lo Verso racconta di avere appreso la circostanza “in via confidenziale” dallo stesso Mandalà , così come da un altro detenuto, Vincenzo Paparopoli, dice di avere appreso che le circostanze narrate da un altro pentito, Francesco Campanella, nei confronti del ministro Romano sarebbero vere.
E cioè i rapporti e l’interessamento per le vicende politico amministrative del Comune di Villabate, sciolto due volte per mafia, e retto di fatto dalla famiglia Mandalà  che Romano avrebbe avuto nel corso della sua attività  politica, a cominciare dall’approvazione del piano commerciale, finalizzato alla realizzazione di un grande ipermercato, iniziativa finita al centro di uno scontro tra due cosche mafiose, quella di Brancaccio, retta da Guttadauro, e quella di Villabate.
Durante l’iter di approvazione in Comune, i consiglieri del Cud, partito di Romano, uscirono dall’aula, per ostacolare l’approvazione: una mossa tattica, secondo Campanella, nell’attesa della definizione di un accordo: “Durante questa sospensione in cui noi cerchiamo Mandalà  per capire che cosa stava succedendo e perchè il Cdu era uscito — racconta Campanella in un verbale del 21 settembre del 2005 ai pm Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e Antonino Di Matteo — il Mandalà  si mostrò assolutamente meravigliato perchè avendo parlato con Notaro che gli aveva assicurato questa cosa. Alla fine poi abbiamo appreso che l’on.le Saverio Romano aveva chiamato Cottone Vincenzo e dato disposizione di uscire dall’aula per non approvare il piano commerciale.
A questo punto per capirne di più il Mandalà  Antonino, tramite Nicola Notaro si reca dall’avv. Cordaro, perchè l’avv. Cordaro era il collegamento con Saverio Romano e Mandalà  aveva rapporti con l’avv. Cordaro e quando c’era da parlare con l’on.le Romano o comunque con l’Udc o Cdu in genere, l’avv. Mandalà  si riferiva, andava direttamente dall’avv. Cordaro.
E ritornò da questo incontro con l’avv. Cordaro dicendo che aveva risolto il problema. Io adesso non so che cosa si sono detti perchè non mi mise a parte nè a conoscenza di quello che si sono detti. Mi disse che aveva risolto il problema e che Saverio Romano non avrebbe rotto più le scatole”.
Ma non solo. Sempre sui rapporti tra Mandalà  e Saverio Romano Campanella (oggi confermato da Lo Verso, sia pure de relato) ai pm ha raccontato anche dell’inserimento nella lista del Biancofiore, nel 2001, d’accordo con l’ex governatore siciliano Totò Cuffaro, di Giuseppe Acanto, assecondando le richieste del capomafia Nino Mandalà  “nella consapevolezza — scrivono i pm nella richiesta di rinvio a giudizio — di esaudire desideri di Mandalà  e, più in generale, della famiglia mafiosa di Villabate”.
Le parole di Lo Verso, infine, forniscono un assist ai pm che fino ad ora, avevano considerato le accuse di Campanella, da sole, non sufficientemente riscontrate, al punto di sostenere un dibattimento.

Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA RUSSA E L’IMPRENDITORE VICINO AL CLAN

Settembre 19th, 2011 Riccardo Fucile

DALLE CARTE DELL’INCHIESTA “METALLICA” EMERGONO I RAPPORTI SOCIETARI DI IGNAZIO LA RUSSA CON SERGIO CONTI, CONDANNATO PER USURA CON L’AGGRAVANTE DEL METODO MAFIOSO… LA NOTIZIA E’ CONTENUTA NEL LIBRO “LE MANI SULLA CITTA'” CHE PARLA DELLE INFILTRAZIONI DELLA ‘NDRANGHETA IN LOMBARDIA

Qui di seguito un estratto del libro “Le mani sulla città ” edizione Chiarelletere
Una brutta storia di usura ed estorsioni che ha per protagonista Pepè Onorato, boss della ‘ndrangheta con un lungo curriculum criminale, e che sfiora Ignazio La Russa, allora deputato di Alleanza nazionale, e un suo fedelissimo, Massimo Corsaro, assessore alla Regione Lombardia e poi deputato Pdl.
La Russa e Corsaro sono soci, almeno fino al 2010, di un imprenditore imputato per estorsione e condannato in primo grado: insieme dividono le quote delle società  che controllano due locali di Milano, il Gibson Bar e l’Enoteca Gibson, che si affacciano ai due angoli di via Ristori con via Castel Morrone.
L’imprenditore è Sergio Conti, ex titolare di garage, che nel 2010 è stato condannato in primo grado nel processo «Metallica» a 6 anni di carcere per estorsione, aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso.
Questa storia inizia nei primi anni 2000, quando «il Gibson Bar − come dice in aula il pm Celestina Gravina − diventa il bar di elezione dell’avvocato, ma già  onorevole, Ignazio La Russa, che lo frequentava con il suo entourage».
Il Gibson «diventa un po’ il luogo di ritrovo di An e quindi ci sono feste e bella gente».
Il titolare del Gibson, Daniele Salton, è pieno di debiti ed è in mano agli usurai.
Dopo qualche tentativo di tornare ad avere il controllo della situazione, è costretto ad abbandonare.
Gli subentrano nuovi soci, tra cui Sergio Conti, che entra in confidenza con gli uomini di An che frequentano il locale, tra cui Massimo Corsaro.
Conti chiede a Corsaro di entrare addirittura in società . L’assessore ci sta e coinvolge nell’affare anche l’amico Ignazio La Russa.
Conti vanta un credito di circa 300.000 euro nei confronti del precedente proprietario e dei suoi due soci, Luigi Ciriello e Claudio Motterlini.
Tenta in tutti i modi di recuperare i soldi, ma non ci riesce.
Salton, Ciriello e Motterlini non pagano: sono «i tre che hanno truffato un bar», come li definisce il collaboratore di giustizia che racconta questa brutta storia, Luigi Cicalese.
Allora Conti si rivolge agli specialisti: il boss Pepè Onorato e i suoi uomini.
Per il recupero crediti entra in azione Emilio Capone, un salernitano che tiene molto all’eleganza, insieme ai luogotenenti di Onorato, Antonio Ausilio e Vincenzo Pangallo detto Jimmy.
L’accordo è che la cifra recuperata, come si fa in questi casi, venga divisa a metà : 50 per cento al creditore, Conti, 50 al gruppo di Onorato.
Daniele Salton, terrorizzato, si nasconde e spedisce la famiglia in una località  segreta. Luigi Ciriello, avvicinato dalla banda di Pepè, decide che è meglio pagare e comincia a versare agli «esattori» di Onorato la sua quota (un terzo del debito totale): a rate, il 10 di ogni mese.
In verità , in questa storia, estorti ed estorsori fanno a gara a chi è più «zanza»: Ciriello infila in una rata anche una banconota da 500 euro falsa.
Ma non gli va dritta: gli uomini di Pepè se ne accorgono e lo obbligano a cambiarla con una vera.
Il terzo debitore, Claudio Motterlini, se la cava facendo un bel patto con gli «esattori»: si vende Salton, rivelando dov’è nascosto, in cambio dell’azzeramento della sua parte di debito.
Così, grazie alla spiata di Motterlini, nel 2008 Salton viene scovato.
Dopo qualche trattativa, Conti gli chiede un incontro, che avviene in piazza Napoli, a Milano, davanti al cinema Ducale.
Non proprio un appuntamento tra galantuomini: entrambi arrivano spalleggiati da «amici», Conti si presenta accompagnato dagli uomini dell’Ebony, il quartier generale di Pepè Onorato, che lo rendono molto più convincente.
La storia s’interrompe poco dopo, l’8 luglio 2008, quando gli uomini della Direzione investigativa antimafia guidati dal maggiore Armando Tadini arrestano Pepè Onorato e tutta la sua banda.
Segue il processo «Metallica», in cui anche Conti viene condannato.
La Russa e Corsaro però non si scompongono: restano in società  con Conti, nella Gibson Vini e nella Gibson Immobiliare.

Gianni Barbacetto e Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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APPELLO A FINI DA PARTE DEGLI “INDIGNADOS” GENOVESI IN OCCASIONE DELLA FESTA DI MIRABELLO

Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

IL TESTO DEL DOCUMENTO DI EX DIRIGENTI E ISCRITTI COSTRETTI A LASCIARE FLI GENOVA PER RAGIONE ETICHE… DA DUE MESI IL VERTICE NAZIONALE DI FLI, DI FRONTE A GRAVI FATTI E COMPORTAMENTI DEL COORDINATORE REGIONALE,   INCONCILIABILI CON IL MANIFESTO DEL PARTITO, CONTINUA A FAR FINTA DI NULLA, MENTRE FLI A GENOVA E’ ORMAI INESISTENTE

GIANFRANCO, RESTITUISCI FUTURO E LIBERTA’ AI MILITANTI GENOVESI

NON VOGLIAMO SEDI IN REGALO, VISITE DI PLURI-INDAGATI E CIRCOLI SOSPETTI.
VOGLIAMO UN PARTITO TRASPARENTE.
VOGLIAMO UN’ITALIA PULITA NELLA LEGALITA’ E NELLA GIUSTIZIA SOCIALE.


RICORDIAMO LE PAROLE DI FINI:

“NOI VOGLIAMO UN’ITALIA INTRANSIGENTE CONTRO LA CORRUZIONE E CONTRO TUTTE LE MAFIE, CHE PROMUOVA LA LEGALITA’, L’ETICA PUBBLICA E IL SENSO CIVICO”
(Punto 4 del Manifesto per l’Italia di FLI)

“I PARTITI SONO TENUTI A SVOLGERE UN’OPERA DI PULIZIA AL LORO INTERNO, EVITANDO DI CANDIDARE PERSONE SOSPETTE DI VICINANZA ALLA MAFIA E A MAGGIOR RAGIONE NON ELEVANDOLI A POSTI DI RESPONSABILITA’.
NON E’ NECESSARIO ASPETTARE SENTENZE DEFINITIVE PER PRENDERE LE OPPORTUNE DECISIONI: OCCORRE ELIMINARE OGNI AMBIGUA ZONA DI CONTIGUITA’ CONTRO LA CRIMINALITA’ E IL MALAFFARE E APPLICARE PRINCIPI DI RESPONSABILITA’ POLITICA E DI ETICA PUBBLICA”

(Palermo, 19.7.2011)

E QUELLE DI PAOLO BORSELLINO


C’E’ IL FORTE SOSPETTO CHE DOVREBBE INDURRE I PARTITI A FARE PULIZIA DI TUTTI COLORO CHE SONO RAGGIUNTI DA FATTI INQUIETANTI. I PARTITI DEVONO TRARRE LE DOVUTE CONSEGUENZE DA QUESTA VICINANZA TRA POLITICI E MAFIOSI CHE, ANCHE QUANDO NON COSTITUISCONO REATO, RENDONO COMUNQUE IL POLITICO INAFFIDABILE NELLA GESTIONE DELLA COSA PUBBLICA”

(Paolo Borsellino 26-01-1989)

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 A MIRABELLO SII COERENTE, SCEGLI LA LEGALITA’: SCIOGLI E RIFONDA FLI LIGURIA

“INDIGNADOS FUTURISTI” di   Genova

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ZERU TITULI: ECCO IL RISULTATO DI AVER CONSEGNATO FLI GENOVA A CHI RICEVE ATTENZIONATI DALLA DIA NELLA SEDE DI PARTITO, CONCESSA PURE GRATIS DA UN PLURI INDAGATO

Settembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

“LA FARSA SU ROMA”: SULLA GRAVE VICENDA DI GENOVA I VERTICI NAZIONALI DI FUTURO E LIBERTA’ TACCIONO DA DUE MESI, MENTRE FLI E’ INATTIVA… CHIESTO IL COMMISSARIAMENTO DELLA LIGURIA, MA QUALCUNO LAGGIU’ PREFERISCE UN PARTITO ALLO SBANDO… O FORSE NON PUO’ PERMETTERSI DI ALLONTANARE MISTER “ZERU TITULI”?

Decine di lettori ci chiedono ogni settimana quali provvedimenti abbia preso la pregiata ditta “Bocchino e soci” sul caso Genova, diventato da due mesi, all’interno di Futuro e Libertà , un caso nazionale.
In effetti, per un partito che fa della legalità  e della lotta alla mafia, della meritocrazia e della trasparenza un fiore all’occhiello della propria stessa nascita ed esistenza come organizzazione politica, è quanto meno singolare avallare una segreteria regionale che, al di là  della assoluta incapacità  dimostrata sul campo in quasi un anno di inattività    (ma questo è un giudizio perlomeno politico), si è distinta soprattutto   per aver ricevuto attenzionati dalla Dia (e sottoposti a tre processi)   presso la sede di partito, per aver avuto   la stessa sede in comodato gratuito da un altro pluri-inquisito con fallimenti in corso e per aver consentito l’apertura di un circolo presieduto da un personaggio contiguo ai fratelli Mamone.
Non solo: per aver mentito a dirigenti e iscritti, sostenendo di pagare 3.000 euro di affitto della sede di tasca sua (salvo poi ammettere il contrario alla stampa, una volta emersa la verità ).
Non solo: per aver mentito sostenendo che l’indagato Nucera ( il benefattore della sede gratuita) era solo un suo cliente, mentre poi sono emerse (per ora) altre due società  in cui il segretario regionale di Fli Liguria è stato socio di Nucera fino a poco tempo fa.
Vicende che hanno portato il coordinamento provinciale di Fli   e il 70% degli iscritti a dimettersi dal partito e alcuni deputati di Futuro e Libertà  a chiedere il commissariamento del partito in Liguria.
Vicende trattate con ampio risalto anche   dal maggiore quotidiano regionale, con relativa “bella immagine” del partito in tutta la Liguria.
I “protettori romani” preferiscono forse chi ha sputtanato il partito a chi ha denunciato da tempo i fatti agli organismi interni ?
O forse non possono permettersi di sostituirlo per ragioni su cui (per ora) preferiamo non soffermarci?
Mentre qualcuno si è distinto per aver raccolto “ben” 25 amici in tutta Italia sulla pagina personale di Facebook e per aver chiuso di fatto, eliminando gli amministratori, due pagine di Fb dedicate a Futuro e Libertà  di Genova, i “dissidenti” hanno raccolto su Facebook in due settimane di agosto oltre 1.100 adesioni al gruppo “Futuro e Libertà  contro la mafia” che ogni giorno vede partecipare decine di amici che discutono su temi di attualità .
Altro che diffide a usare il simbolo di Fli (di cui peraltro la pagina ha autorizzazione e titolo), ringraziate che vi siano ancora persone che stanno onorando il partito in Liguria da non iscritti.
Essi rappresentano quella base militante che avete allontanato coi vostri giochetti mal riusciti di potere, sono quei giovani verso i quali state dimostrando cosa significa essere “cattivi maestri”.
Noi stiamo con loro, con lo spirito futurista che dovrebbe animare Fli, con la legalità  e la giustizia, con i militanti veri.
Senza se e senza ma.
Roma decida entro 15 giorni da che parte stare e se la legalità  è usata da Fli solo come uno slogan o è un impegno concreto.
Comincia il conto alla rovescia.

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IL CANDIDATO GIRA CON I BOSS, MA IL PD PUNISCE CHI LO DICE

Agosto 31st, 2011 Riccardo Fucile

“VIETATO   CRITICARE IL CANDIDATO”: E’ QUESTA L’ULTIMA SENTENZA DEI PROBIVIRI DEL PD…. CHISSA’ COME MAI TUTTO IL MONDO E’ PAESE

La Commissione di garanzia che giudicherà  Filippo Penati si è riunita l’ultima volta nell’aprile del 2010.
Giuseppe Lumia e altri tre parlamentari avevano criticato il collega Vladimiro Crisafulli, coinvolto in inchieste di mafia. Risultato, una censura per essere “venuti meno alla lealtà  di partito
Il prossimo 5 settembre la Commissione di garanzia del Partito Democratico presieduta da Luigi Berlinguer si riunirà  per valutare il da farsi sul caso che coinvolge l’ex capo della segreteria politica di Bersani, Filippo Penati, ed il suo vice Giordano Vimercati, indagati nell’inchiesta della Procura di Monza su un giro di tangenti per la riqualificazione dell’area ex Falck di Sesto San Giovanni.
La commissione era stata interpellata l’ultima volta ad aprile dell’anno scorso, come ricorda Maria Teresa Meli sulle pagine del Corriere della Sera, a proposito di quattro parlamentari del Pd: i senatori Roberto Della Seta, Francesco Ferrante e Giuseppe Lumia, e il deputato Ermete Realacci.
L’accusa? Aver firmato una lettera indirizzata a Pier Luigi Bersani in cui criticavano la scelta del partito di candidare a sindaco del comune di Enna il senatore democratico Vladimiro Crisafulli, visto e filmato mentre parlava di appalti con un boss del posto già  condannato per mafia.
Crisafulli alla fine non si candidò, ma gridò al complotto contro di lui da parte dei suoi stessi colleghi di partito, parlando ai microfoni di Radio Radicale di “aggressione mediatica e strumentale” e accusandoli anche di “non conoscere nulla della vita della città ”.
Nella stessa intervista il senatore Pd precisò anche di essere già  stato indagato per quei fatti nel 2003, con un’inchiesta “aperta e chiusa nel giro di sei mesi”.
Mentre Crisafulli imputava la guerra di Lumia e compagni nei suoi confronti a una mera lotta tra “fronde interne”, i suoi quattro accusatori furono convocati dal collegio presieduto da Berlinguer e ammoniti perchè “erano venuti meno alla lealtà  del partito”.
La Commissione aggiunse anche che se avessero continuato a sollevare problemi di quel tipo sarebbero stati espulsi.
Dopo di che, come racconta ancora il Corriere, “non ci furono più insulti, nè allusioni, nè parole: silenzio, onde evitare l’espulsione dal partito”.
E questa volta, con Bersani, Violante e altri grossi nomi che invocano trasparenza e difesa del “buon nome”, come andrà  a finire?
Un atteggiamento che ci ricorda certe prese di posizione di Fli nazionale sul caso ligure: chi denuncia cattive frequentazioni di dirigenti viene costretto ad andarsene, chi le ha rimane al suo posto.

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LIBERO GRASSI, L’UOMO CHE NON SI PIEGO’ AL PIZZO

Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile

VENTI ANNI FA A PALERMO L’ASSASSINIO DELL’IMPRENDITORE…UN LIBRO RACCOGLIE LE MEMORIE DELLA MOGLIE CON FOTO, POESIE E LETTERE PRIVATE…IL RITRATTO DI UN “CITTADINO ONESTO”

L’uomo che aveva insegnato il coraggio ai siciliani fu ammazzato una mattina di vent’anni fa.
Davanti al portone di casa, a Palermo, alle 7.45 del 29 agosto 1991, cinque pallottole mafiose uccidevano Libero Grassi, l’imprenditore che non s’era piegato al racket e aveva rivendicato la sua scelta – solitaria e inedita – in tv, sui giornali, nei convegni: dovunque quel suo messaggio di libertà  potesse irradiare l’isola.
Era stato un pioniere, Libero Grassi, nel pozzo cupo di quegli anni in cui un giudice, Luigi Russo di Catania, stabiliva in una sentenza che non era reato acquistare la “protezione” dei boss, e il presidente degli industriali di Palermo, Salvatore Cozzo, urlava alla radio, proprio in risposta a Grassi, che “i panni sporchi si lavano in famiglia”.
Vent’anni dopo quell’omicidio – e la lettera aperta al Caro estortore (“Volevo avvertire che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della Polizia…”) – qualcosa in Sicilia è cambiato.
Oggi, i magistrati indagano gli imprenditori che non denunciano i propri aguzzini, e qualche associazione produttiva ha iniziato a espellere gli iscritti accusati di connivenza.
Ma è soprattutto nella società  civile che il messaggio di Grassi ha piantato radici robuste.
Racconta Pina Maisano, vedova dell’imprenditore: “Nel 2004, tredici anni dopo la morte di Libero, vedo sulle strade di Palermo degli adesivi con su scritto ‘Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità ‘.
Scritta nera su fondo bianco, nessuna firma, nessun logo.
Mi chiama una giornalista e mi chiede cosa pensassi di quella frase, e ovviamente se ne conoscessi gli autori.
Rispondo che non li conosco, ma che, se fossero stati dei giovani, li avrei adottati come nipoti miei e di Libero.
Il giorno dopo citofonano al mio studio dei ragazzi e si presentano come miei nipoti”. Con quell'”adozione” particolare nasceva Addiopizzo, l’associazione che raccoglieva il testimone di Grassi e di lì a breve avrebbe lanciato l’iniziativa del consumo critico antimafioso: un bollino per ogni negozio antiracket “certificato”.
E’ a uno dei suoi “nipoti” acquisiti che Pina Maisano ha aperto il cassetto dei ricordi più intimi e l’album di famiglia per il ventennale dell’omicidio del marito.
Libero, l’imprenditore che non si piegò al pizzo, in uscita oggi per Castelvecchi (pp. 126, euro 10), con una prefazione di Marco Travaglio, è il libro-testimonianza, ricco di foto, poesie e lettere private, scritto con Chiara Caprì e che svela il ritratto non di un eroe, come Grassi non volle mai essere considerato, ma di un “cittadino onesto”, le cui battaglie di legalità  erano iniziate molto prima del ’91
Il titolare dell’azienda tessile Sigma, la terza italiana del settore, con un fatturato di sette miliardi di lire, era lo stesso che negli anni Sessanta s’era battuto perchè il sacco di Palermo del sindaco Salvo Lima e del suo assessore ai Lavori pubblici Vito Ciancimino non inghiottisse il villino liberty del circolo Roggero di Lauria, a Mondello, e il litorale palermitano.
Un decennio dopo, come consigliere d’amministrazione dell’azienda locale per l’energia, Grassi si era speso affinchè la città  fosse dotata di una rete di distribuzione del gas, mettendosi contro centinaia di “bombolari”.
La sua lungimiranza lo aveva portato a costituire una società , la Solange impiantistica, che avrebbe dovuto fare da battistrada in Italia per l’uso dell’energia solare.
E poi c’era il Grassi impegnato in politica.
Quello che un giorno, in viaggio a Parigi con la moglie, trova sul parabrezza dell’auto il messaggio di un tale Marco, un italiano che si diceva in difficoltà  economiche e chiedeva aiuto.
“Era Marco Pannella – ricorda Pina Maisano – tra lui e Libero si creò subito una certa intesa. Discutevano spesso su un punto: i politici, per poter davvero fare politica, non possono partecipare a più di due legislature, perchè sennò perdono il contatto con la realtà  di tutti i giorni”.
In breve, Grassi si iscrive al Partito radicale (aveva militato anche con i repubblicani di Ugo La Malfa) col quale dà  vita, insieme a pezzi di Democrazia proletaria e al Comitato Impastato, al Comitato opposizione Palermo, dichiaratamente votato all’antimafia, per denunciare “il sistema di potere Dc” come “espressione della ‘borghesia mafiosa’”.
Di quel sistema di potere, tredici anni più tardi, Pina Maisano, eletta senatrice per i Radicali, chiederà  conto al suo massimo esponente, Giulio Andreotti.
“Era il giorno in cui la Giunta per le autorizzazioni a procedere doveva esprimersi sull’azione penale contro di lui. Il primo documento a disposizione, 250 pagine, era la relazione dei pentiti: Buscetta, Calderone, Mutolo, Mannoja… Si parlava dei Salvo, di Ciancimino, del maxi processo… Per gli altri senatori, si trattava di fatti lontani. Per me, palermitana, erano ferite aperte sul mio corpo. E allora non potei fare a meno di chiedere ad Andreotti: Onorevole, mi scusi: ma lei, nella sua posizione, non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Cincimino, quale fosse la situazione a Palermo. Non è così?”.
Andreotti promise che avrebbe risposto a processo chiuso.
Nel 2003, dopo la sentenza di appello che dichiarava prescritti i reati di mafia del senatore a vita fino al 1980, Pina Maisano scrive all’ex presdiente del Consiglio ricordandogli quel vecchio impegno.
E lui risponde a suo modo, mandando in prescrizione la memoria: “Grazie, cara collega, della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante. Sinceri auguri e saluti”.
Paolo Casicci
(da “La Repubblica”)

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DONNE ANTIMAFIA, TRE VITTIME DA NON DIMENTICARE

Agosto 24th, 2011 Riccardo Fucile

LEA GAROFALO, TITA BUCCAFUSCA, MARIA CONCETTA CACCIOLA: IL CORAGGIO DI TRE GIOVANI MADRI, TESTIMONI DI GIUSTIZIA, SCOMODE ALL’INTERNO DELLE RISPETTIVE FAMIGLIE I CUI UOMINI SONO AFFILIATI ALLA ‘NDRANGHETA

Lea Garofalo, Tita Buccafusca, Maria Concetta Cacciola, tre giovani donne e madri calabresi, testimoni di giustizia, chiamate ad un triste destino, sicuramente perchè scomode all’interno delle rispettive famiglie i cui uomini appartengono alla ‘ndrangheta.
Tre storie sicuramente diverse che non possono cadere nel silenzio e che lasciano intravedere come sia diventato preoccupante il ruolo della donna che intende reagire al potere criminale e come contemporaneamente tale ruolo non venga adeguatamente tutelato dallo Stato.
Lea Garofalo, di 35 anni, uccisa in un capannone della periferia milanese e poi sciolta nell’acido in un terreno vicino Monza dal suo ex compagno Carlo Cosco, boss della ‘ndrangheta crotonese.
Tita Buccafusca, di 38 anni, moglie di Pantaleone Mancuso, noto boss incontrastato della omonima cosca della ‘ndrangheta vibonese, da qualche mese in libertà  vigilata. La donna si è suicidata il 16 aprile scorso ingerendo acido solforico e la sua morte è passata sotto silenzio.
Maria Concetta Cacciola, di 31 anni, moglie di Salvatore Figliuzzi, detenuto e condannato per associazione mafiosa, ma anche parente della nota famiglia Bellocco della ‘ndrangheta rosarnese.
La donna si è suicidata sabato sera ingerendo acido muriatico.
Le tre donne avevano deciso di collaborare con la giustizia per tentare di reagire alla vita infernale delle loro famiglie e per cercare di aiutare i propri figli a crescere secondo i canoni del vivere civile.
Le loro morti sono avvenute perchè non adeguatamente protette dalla Stato, anche se le stesse avevano disatteso i canoni di protezione.
Lo Stato sa bene, però, che i boss della ‘ndrangheta calabrese non si sottomettono sicuramente alle loro donne e che non accettano le ribellioni delle stesse e sono quindi capaci di istigare al suicidio.
Tre donne delle cosche Garofalo, Mancuso e Bellocco, province calabresi diverse, che sono state costrette a portare con se grandi segreti della ‘ndrangheta calabrese, ma che non sono state adeguatamente supportate nella loro voglia di ribellione e libertà  e che, pertanto, lasciano in noi profonda amarezza, ma anche preoccupazione al pensiero di ciò che sta accadendo alle donne delle famiglie mafiose

On. Angela Napoli

Componente Commissione Parlamentare Antimafia

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