Marzo 27th, 2011 Riccardo Fucile
AL CHIACCHIERATO NUOVO MINISTRO DELL’AGRICOLTURA FONDI EUROPEI E POSTI CHE FANNO GOLA….C’E’ DA NOMINARE IL NUOVO CAPO DELLA FORESTALE, UN CORPO DI 40.000 UOMINI…GLI ACCORDI SOTTOBANCO DI ROMANO CON LA LEGA PER AVERE IL VIA LIBERA DA BOSSI
Come da tradizione, l’allievo ha superato il maestro. 
Perchè anche Calogero Mannino, storico leader della Dc siciliana, fu nominato ministro dell’Agricoltura nel bel mezzo di un processo per concorso esterno in associazione mafiosa: condanna in secondo grado a 8 anni, annullata in Cassazione, e poi assoluzione finale nel 2008.
Ma Saverio Romano, suo giovane discepolo nel travagliato percorso Dc-Udc-Pid, è riuscito a occupare la prestigiosa poltrona nonostante due procedimenti giudiziari dagli esiti ancora aperti. Anzi: apertissimi.
Perchè i pm di Palermo intendono chiedere alla Camera l’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni tra l’onorevole Romano e Gianni Lapis, il tributarista di Vito Ciancimino già condannato per riciclaggio, per sostenere l’accusa di “corruzione aggravata dall’aver favorito l’associazione mafiosa”.
Resta viva anche l’ipotesi di concorso in associazione mafiosa: chiesta l’archiviazione, si deciderà il prossimo primo aprile, sempre a Palermo.
Dunque un vasto ventaglio di variabili giudiziarie, alcune delle quali farebbero traballare la nomina “con riserva” del neoministro.
Ma Romano sembra sicuro del fatto suo.
Nel primo giorno di lavoro ha deciso una nomina ad effetto: il nuovo capo di gabinetto è Antonello Colosimo, già vicepresidente vicario del disciolto Alto commissariato per la lotta alla contraffazione, consigliere della Corte dei conti, nonchè funzionario alla Presidenza del Consiglio e al ministero dei Lavori pubblici.
Il problema è che il nome di Colosimo spunta nelle indagini sulla Protezione civile sul terremoto. “Tu non hai capito niente! Tu devi far fare sempre a me” dice Colosimo a Francesco Piscicelli, l’imprenditore che rideva nella notte dell’Aquila.
E per il quale si muove chiedendo una mano direttamente a Corrado Passera essendo il Piscicelli a corto di denaro.
L’amministratore delegato di Intesa non è disponibile, e Colosimo si agita: “Vediamo come dobbiamo venirne fuori perchè questa non è una situazione nella quale possiamo rimanere, lo capisci — dice ancora a Piscicelli —. Bisogna venirne fuori ma rapidamente se no veramente… qua sì… passiamo tutti un brutto momento”.
Invece il momento è propizio ora che al ministero ci sono un sacco di cose da fare. Innanzitutto l’annosa riforma della Pac, la politica comunitaria che consegna ogni anno all’Italia 8 miliardi di euro.
Fondi su cui l’Europa tiene gli occhi aperti, ma che possono essere orientati dal governo.
In quale direzione?
Tutti guardano a sud, ed è certo che le regioni meridionali avranno grande attenzione.
Anche perchè negli ultimi tempi la terra è tornata un ottimo investimento per i miliardi di euro rientrati con lo scudo, mentre i vasti capitali sottratti alle mafie hanno ulteriormente arricchito un piatto ormai decisamente goloso sia per la produzione agricola che per l’ampio sistema della trasformazione alimentare.
Ma al nord potranno stare sereni: l’assoluto silenzio della Lega sulla nomina di Romano è indice di un accordo già chiaro.
Ognuno padrone a casa sua, salvo invasioni più o meno barbariche in un settore ampiamente spolpato dalle compagnie estere: vedi caso Parmalat, su cui il ministro ha promesso di dire la sua, o l’assalto al nostro olio, con la Spagna che controlla il 60 per cento dei marchi – cosiddetti – made in Italy.
Insomma l’Italia dovrebbe finalmente cominciare a difendere il proprio brand agroalimentare organizzando una solida politica di ottimizzazione e rilancio delle attività agricole, ma tra gli addetti ai lavori non circola grande entusiasmo.
Ci è andato giù pesante Francesco Pionati, portavoce dei Responsabili: “Noi abbiamo l’immagine di persone perbene — ha detto in un fuorionda catturato da Exit —. I siciliani so’ siciliani. Se vado a nord con Romano sul palco non faccio altro che raccogliere ortaggi, è una situazione pericolosa”.
“La nomina di Saverio Romano è uno dei punti più bassi della storia della Repubblica” ha invece detto ieri Pier Luigi Bersani. Aggiungendo: “Inutile che Berlusconi continui a impastare, il governo non è più stabile”.
Ma al ministero girano altra farina. In ballo diverse cariche interne e soprattutto il boccone pregiato di Capo della Forestale.
Il candidato ufficiale di Galan era Giuseppe Ambrosio, storico dirigente finito recentemente sotto accusa per la rapida carriera fatta al ministero da moglie e segretaria grazie a esotici diplomi di laurea made in Malta.
Silurato al volo da capo gabinetto, Ambrosio difficilmente potrà ottenere l’ambita promozione forestale.
Un ruolo di grande prestigio, al vertice di un corpo militare che conta 40mila uomini e una poltrona nel Consiglio della presidenza della Repubblica.
Chissà se Romano vorrà sfidare la sensibilità di Giorgio Napolitano anche in quella sede.
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 25th, 2011 Riccardo Fucile
SOTTO LA LENTE DEI PM I CONTATTI CON UN PRESTANOME DELLA FAMIGLIA DELL’EX SINDACO DC… ROMANO INDAGATO PER “CONCORSO IN CORRUZIONE, AGGRAVATA DALL’AVER FAVORITO L’ASSOCIAZIONE MAFIOSA”….NEI PROSSIMI GIORNI VERRA’ CHIESTA ALLA CAMERA L’AUTORIZZAZIONE A UTILIZZARE LE INTERCETTAZIONI
È a un bivio la seconda inchiesta che vede indagato il neo ministro Saverio Romano, per “concorso in corruzione aggravata dall’aver favorito l’associazione mafiosa”.
L’atto d’accusa della Direzione distrettuale antimafia di Palermo si fonda su alcune intercettazioni, che nel 2004 captarono quasi per caso la voce dell’allora deputato dell’Udc Romano, mentre parlava al telefono e fissava appuntamenti (fra Palermo e Roma) con il principale prestanome della famiglia Ciancimino, l’avvocato tributarista Gianni Lapis.
Adesso che è Romano ad essere indagato, i pm dovranno ottenere l’autorizzazione della Camera dei deputati per utilizzare quelle intercettazioni.
La richiesta partirà nei prossimi giorni e sarà inviata al giudice delle indagini preliminari, che dopo averla vagliata la inoltrerà a Roma.
Se la Camera non dovesse dare il via libera, l’inchiesta potrebbe essere a rischio.
Ma c’è anche dell’altro nell’atto d’accusa del procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dei sostituti Nino Di Matteo, Paolo Guido e Sergio Demontis.
Romano lo sa, perchè il 17 giugno 2009 venne convocato come indagato per un interrogatorio e gli fu spiegato che contro di lui c’erano alcune “intercettazioni di conversazioni fra soggetti diversi”, ma anche le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e di Gianni Lapis.
All’epoca, Romano si avvalse della facoltà di non rispondere e giustificò il suo silenzio con un mezzo rimprovero ai pm: “Non mi viene contestata in forma chiara e precisa alcuna condotta di reato”.
Questo era stato letto a Saverio Romano dai magistrati: ha ricevuto “in più soluzioni, ingenti quantitativi di denaro da Lapis Gianni, che li aveva prelevati, per il tramite di Ciancimino Massimo, dal conto bancario estero denominato “Mignon”, come corrispettivo per favorire le società del “Gruppo Gas” riconducibili a Lapis e Ciancimino, nonchè in precedenza riconducibili, anche nell’interesse dell’associazione mafiosa, a Ciancimino Vito”.
È in queste poche righe la seconda inchiesta che ancora pende sul neo ministro dell’Agricoltura.
Mentre si attende l’udienza del 6 aprile, in cui un gip dovrà valutare la richiesta di archiviazione della Procura per l’altra indagine su Romano, quella riguardante il concorso esterno in associazione mafiosa.
Massimo Ciancimino ha spiegato ai pm di Palermo che dopo la vendita del gioiello di famiglia agli spagnoli della Gas natural, nel 2004, c’erano degli “obblighi” che dovevano essere onorati con alcuni politici.
Oltre a Romano, il senatore Pdl Carlo Vizzini e l’ex governatore Totò Cuffaro, pure loro oggi indagati per corruzione: sul ruolo che avrebbero svolto non si sa ancora molto, anche perchè il verbale di Ciancimino e le intercettazioni fra Romano e Lapis restano secretate.
Top secret pure le parziali ammissioni dell’avvocato Lapis, che al processo per il tesoro di Ciancimino è stato condannato in appello a 5 anni, per intestazione fittizia di beni.
Sarebbe stato lui a gestire in prima persona le mazzette ai capi-partito e ai capi-corrente, probabilmente per agevolare l’aggiudicazione di alcuni lavori di metanizzazione in lungo e in largo per la Sicilia.
Oppure, per ringraziare di appalti già assegnati.
Nei dialoghi intercettati con Romano, l’avvocato parlerebbe anche di un “emendamento” da presentare alla Camera.
Di certo, un milione e mezzo di euro furono prelevati dal conto “Mignon” di Ciancimino, presso il Credit Lyonnais di Ginevra.
E ufficialmente, non si sa che fine abbiano fatto.
A chiamare in causa Romano ci sarebbero anche altre parole di Ciancimino e Lapis, pure queste intercettate nel 2004.
Da una microspia emergerebbero soprattutto le considerazioni del figlio dell’ex sindaco, che dopo aver esaminato un foglio con nomi e cifre sbotta: “Ma 300 mila euro per Romano non sono troppi?”.
Lapis risponde: “No, una parte sono per il presidente”.
Il presidente Cuffaro.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)
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Marzo 25th, 2011 Riccardo Fucile
A PALAZZO CHIGI ORA IL MINISTRO SI TROVERA’ IN UNA SITUAZIONE INCREDIBILE: DOVRA’ VOTARE SUL COMUNE INFILTRATO DALLA MAFIA GUIDATO DA SUO ZIO….ROMANO E’ ANCHE ACCUSATO DI CONTIGUITA’ ALLA MAFIA E DI AVER INTASCATO UNA MAZZETTA DI 80.000 EURO
La richiesta di archiviazione della Procura per Saverio Romano ruota
attorno a una parola: «Contiguità », così ha scritto il pm Nino Di Matteo.
Contiguità di un politico con ambienti mafiosi, che non basta certo per chiedere un processo, ma è sufficiente per alimentare più di un dubbio.
Lo stesso dubbio che ha espresso il Quirinale.
Anche perchè, secondo la Procura, quella «contiguità » sarebbe provata dalle dichiarazioni di un pentito «attendibile» e «riscontrato»: è Francesco Campanella, l’insospettabile ex presidente del consiglio comunale di Villabate. Ma non è solo una richiesta di archiviazione a pendere su Romano.
La Procura lo tiene ancora sotto inchiesta per corruzione aggravata, dopo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino: il supertestimone dei pm ha raccontato che nel 2004 avrebbe recapitato a Romano una mazzetta da 80 mila euro, tramite un intermediario, per un’attività di lobbying attorno ai finanziamenti della metanizzazione.
È quella parola, «contiguità », a unire storie di frequentazioni equivoche e di incontri al confine fra il penalmente irrilevante e il moralmente discutibile.
Storie che stanno tutte dentro la sentenza della corte d’appello di Palermo che ha aperto le porte del carcere all’ex governatore Totò Cuffaro, il più vicino compagno di viaggio di Romano.
È proprio quella sentenza a ricordare che vent’anni fa dubbi e perplessità furono recapitati ai due giovani virgulti della Dc dall’allora ministro Mannino, il loro maestro.
Con tanto di sonoro rimprovero per un’iniziativa azzardata.
Romano e Cuffaro erano andati nel salotto dell’imprenditore Angelo Siino, un incensurato che era il ministro dei Lavori pubblici di Riina.
Era la vigilia delle regionali, che vedevano Cuffaro in corsa: «A Siino fu chiesto sostegno elettorale», dice la sentenza.
Siino ha raccontato che era stato l’allora ventisettenne consigliere provinciale Romano a organizzare l’incontro.
In quel 1991 la carriera del giovane avvocato di Belmonte Mezzagno era ancora agli inizi: alle spalle la scuola politica di Mannino e l’attività da segretario regionale dei giovani Dc, fra i quali militava anche il Guardasigilli Alfano.
La corsa di Romano sarebbe scattata dieci anni dopo, nel 2001 che passerà alla storia per il 61 a 0 del Polo in Sicilia.
L’avvocato diventa deputato, proprio quando Cuffaro viene eletto governatore. Di lì un cammino a braccetto, nell’Udc dai numeri bulgari di cui Romano sarà il segretario regionale.
Il 2001 segna anche l’inizio di un altro capitolo della sentenza Cuffaro.
È ancora Campanella, l’uomo che fornì la carta d’identità al boss Provenzano, a narrarlo.
Scrivono i giudici: «Campanella incontrò Romano per chiedergli l’inserimento di Giuseppe Acanto nella lista Biancofiore e ciò riferendogli espressamente che si trattava di un candidato sostenuto dal gruppo di Villabate e da Antonino Mandalà ».
Ovvero dall’insospettabile avvocato che era il mafioso più influente al soldo di Provenzano (è stato condannato a 8 anni).
Concludono i giudici: «Romano assicurò l’inserimento del candidato (…) mandando i saluti per Mandalà ».
Ecco i sospetti che hanno accompagnato l’ultimo tratto del viaggio di Romano: sempre indagato, mai imputato, negli anni dell’ascesa e della caduta del gemello Totò.
Fino al bivio: Cuffaro in carcere, Romano ministro.
E una delle questioni più imbarazzanti che potrebbe presto affrontare a Palazzo Chigi riguarda il suo paese, Belmonte, amministrato dallo zio Saverio Barrale.
Il Viminale ha inviato tre ispettori per verificare eventuali infiltrazioni mafiose nel Comune.
Come si comporterà Romano se Maroni ne dovesse proporre lo scioglimento?
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Marzo 24th, 2011 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO SULLA PRESCRIZIONE BREVE E’ UNO SCHIAFFO ALLO STATO DI DIRITTO…BERLUSCONI PAGA A CARO PREZZO LA CAMPAGNA ACQUISTI CHE GLI HA CONSENTITO DI EVITARE IL TRACOLLO: ORA I TRADITORI GLI HANNO PRESENTATO IL CONTO
Un presidente del Consiglio sotto ricatto. 
Un governo a responsabilità e a sovranità limitata.
Da qualunque parte la si osservi, l’Italia offre di sè un’immagine da fine Impero.
Sul palcoscenico vediamo la tragedia della guerra e i grandi orrori della dittatura gheddafiana.
Nel retropalco, al riparo dagli sguardi di un’opinione pubblica confusa e disinformata, vediamo la commedia della destra e i piccoli orrori della “democratura” berlusconiana.
La “promozione” di Saverio Romano a ministro è l’ultimo insulto al buon senso politico e alla dignità istituzionale.
L’emendamento sulla prescrizione breve per gli incensurati è l’ennesimo schiaffo allo Stato di diritto.
Ciò che è accaduto ieri al Quirinale è la prova, insieme, della debolezza e della sfrontatezza del presidente del Consiglio.
Berlusconi paga a caro prezzo la vergognosa “campagna acquisti” che in questi mesi gli ha consentito prima di evitare il tracollo al voto di sfiducia del 14 dicembre, poi di puntellare la maggioranza dopo la fuoriuscita dei futuristi di Gianfranco Fini.
La sparuta pattuglia dei cosiddetti “responsabili”, assoldati tra le anime perse dei “disponibili” di Transatlantico, gli ha presentato il conto: i nostri voti alla Camera, in cambio di poltrone di governo e di sottogoverno.
Esposto a questo ricatto pubblico subito in Parlamento (che si somma ai ricatti privati patiti sul Rubygate) il premier non si è potuto tirare indietro.
A costo di imbarcare, al dicastero dell’Agricoltura, un deputato chiacchierato sul quale pende un’inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa.
Non è la prima volta che Berlusconi mette in squadra ministri discutibili, sul piano politico e giudiziario.
Volendo, si potrebbe partire da lui stesso.
Se si allarga lo sguardo, tornano in mente il plurindagato Cesare Previti ministro della Giustizia, sul quale pose il veto Scalfaro nel maggio 1994, e poi il plurinquisito Aldo Brancher ministro per l’attuazione del federalismo, sul cui pretestuoso “legittimo impedimento” pose il veto Napolitano nel giugno 2010. Ma stavolta c’è di più e di peggio.
Da un lato, appunto, c’è la sottomissione a un truce ricatto, che la dice lunga sulla condizione di “minorità ” di questa maggioranza: si è dotata di un fragile argine numerico, ma non dispone più di un solido margine politico.
Dall’altro lato, c’è la sfida alle istituzioni.
La scorsa settimana, nel primo incontro al Quirinale sul rimpasto, il presidente della Repubblica aveva già segnalato al Cavaliere che l’eventuale proposta di Romano ministro sarebbe stato un problema serio, viste le pesantissime ipotesi di reato che tuttora pendono sul personaggio in questione, per il quale esiste una richiesta di archiviazione ma sul quale il gip non si è ancora pronunciato.
Ancora l’altro ieri sera, Napolitano aveva ripetuto a Gianni Letta che se il premier non avesse desistito dal suo intendimento, il Capo dello Stato avrebbe accettato la sua proposta perchè non esistono “impedimenti giuridico-formali” tali da giustificare un diniego, ma non avrebbe rinunciato a rendere pubbliche le sue “perplessità politico-istituzionali” sulla nomina.
Nonostante questi avvertimenti, il presidente del Consiglio è andato fino in fondo.
E ha costretto il Colle a un atto clamoroso e irrituale: un comunicato ufficiale in cui si auspica un rapido chiarimento sulla posizione processuale del neo-ministro, in relazione alle “gravi imputazioni” che lo riguardano.
Un episodio che non ha precedenti.
La presunzione di innocenza è una garanzia costitutiva di ogni Stato liberale. Ma che credibilità può avere un governo in cui, dal presidente del Consiglio in giù, è un contino viavai di indagati, inquisiti, processati?
E fino a che punto può spingersi il cinismo politico di un premier, che pur di galleggiare fino alla fine della legislatura, è pronto a sottoscrivere qualunque “patto”, anche il più scellerato, solo per salvare se stesso e il suo governo?
In questa logica, perversa e irresponsabile, rientra anche la questione della giustizia.
Quanto è accaduto tre giorni fa in commissione, alla Camera, è l’ennesimo scandalo della democrazia.
L’emendamento al disegno di legge sul processo breve, presentato dal carneade pidiellino Maurizio Paniz (il patetico Cirami di questa sedicesima legislatura) abbatte i tempi della prescrizione per gli incensurati.
Più ancora di quelle che l’hanno preceduta, è una norma tagliata a misura per i bisogni processuali del Cavaliere.
Grazie a questo trucco legislativo, il processo Mills decadrà prima dell’estate, e il premier sfuggirà ad una probabile condanna.
La vergogna non è tanto la “cosa in sè”: di misure ad personam il Cavaliere se n’è fatte approvare ben 38, in diciassette anni di avventura politica.
Il vero scandalo è nella menzogna eletta a metodo di governo.
Solo tre settimane fa, nel quadro della controffensiva politico-mediatica orchestrata da Berlusconi e dalla Struttura Delta, il governo aveva spacciato al Paese la sua “storica riforma della giustizia”.
Vendendola agli italiani, al capo dello Stato e all’opposizione come una “svolta di sistema”, che per la prima volta non avrebbe contenuto norme atte ad incidere “sui processi in corso”.
Quindi mai più giustizia ad uso personale, mai più leggi ad personam.
Un mossa astuta, propagandata e camuffata con tutti i mezzi del network informativo e televisivo di cui il premier può disporre.
Una mossa che aveva accecato i soliti “addetti al dialogo” del Pd.
Avevamo scritto che quella non era affatto una “riforma storica”, ma una “controriforma incostituzionale”.
Avevamo scritto che prima di andare a vedere cosa c’era nella mano visibile del Cavaliere, bisognava capire cosa c’era in quella nascosta dietro alla sua schiena. Ora lo sappiamo.
È l’ultima conferma che in Italia, finchè c’è Berlusconi, la legge non sarà mai uguale per tutti. Noi l’abbiamo capito da un pezzo.
Ora speriamo che l’abbiano capito anche le anime belle del centrosinistra.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Marzo 23rd, 2011 Riccardo Fucile
VIA LIBERA ALLA NOMINA DELL’ESPONENTE DEI RESPONSABILI, CON PASSAGGIO DI GALAN AI BENI CULTURALI…SENZA LA GARANZIA DI UN MINISTERO, NON AVREBBERO VOTATO A FAVORE DELLE LEGGI AD PERSONAM…”CHIARIRE PRESTO LE PESANTI IMPUTAZIONI”: ROMANO E’ SOTTO INCHIESTA PER MAFIA E CORRUZIONE… BOCCHINO: “UN PREMIER SOTTO RICATTO”
Va in porto il rimpasto di governo a lungo inseguito da Silvio Berlusconi, ma non senza intoppi.
Saverio Romano ha giurato oggi al Quirinale in veste di nuovo ministro dell’Agricoltura, ma il presidente della Repubblica non ha mancato di fare pesare le sue perplessità per le pesanti ombre giudiziarie che gravano sull’esponente dei Reponsabili.
“Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – si legge in una nota del Colle – dal momento in cui gli è stata prospettata la nomina dell’onorevole Romano a ministro dell’Agricoltura, ha ritenuto necessario assumere informazioni sullo stato del procedimento a suo carico per gravi imputazioni”.
“A seguito della odierna formalizzazione della proposta da parte del presidente del consiglio, il presidente della Repubblica ha proceduto alla nomina non ravvisando impedimenti giuridico-formali che ne giustificassero un diniego – prosegue il comunicato – Egli ha in pari tempo auspicato che gli sviluppi del procedimento chiariscano al più presto l’effettiva posizione del ministro”.
Romano prende il posto di Galan, spostato ai Beni culturali, poltrona lasciata vuota dall’ufficializzazione delle annunciate dimissioni di Sandro Bondi.
Proprio ieri il Giornale di Sicilia aveva rivelato l’intenzione del gip palermitano Giuliano Castiglia di non voler archiviare l’inchiesta che vede il neoministro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Contro Romano resta in piedi inoltre anche un procedimento per corruzione aggravata dal fatto che sarebbe stata finalizzata a favorire Cosa Nostra nato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino.
“La posizione di Napolitano dimostra in maniera incontrovertibile che Silvio Berlusconi non è più in grado di agire liberamente nella sua attività di governo. Ha, infatti, dovuto sottostare al diktat dei Responsabili e nominare ministro Saverio Romano nonostante le note e annunciate perplessità del Quirinale – afferma il capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino – E’ ormai evidente che siamo in una situazione senza precedenti che mette a repentaglio la libertà di azione del presidente del Consiglio”.
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Marzo 16th, 2011 Riccardo Fucile
I GIOCATORI SONO ESTRANEI ALL’INCHIESTA: NEI TRAFFICI DEI CLAN CI SONO PERO’ I TEMPLI DELLA NOTTE MILANESE, COME I NOTI HOLLYWOOD E IL LOOLAPALOSA
Nel libro mastro della ‘ndrangheta padana che commissaria la politica e assedia le
imprese, c’è una piccola grande vicenda a base di cocaina, locali notturni e soprattutto calciatori famosi, in passato soci d’affari con uomini vicini alle cosche.
Nomi mondiali come quello di Paolo Maldini, storica bandiera nel Milan berlusconiano o gregari come Massimo Oddo, anche lui terzino, anche lui nella squadra rossonera che proprio domenica ha festeggiato 25 anni sotto la presidenza del Cavaliere.
I due, naturalmente, risultano totalmente estranei all’inchiesta che lunedì ha sollevato il velo sugli affari milanesi delle cosche.
I rapporti societari così emergono tra le pieghe dell’indagine Caposaldo.
Di chi si tratta?
“Dell’amico del Loolapalosa”, al secolo Domenico Testino, 50 anni, barese di Corato, titolare di night e sovrintendente allo spaccio di corso Como per conto della cosca Flachi.
Oggi Mimmo Testino è latitante in Costa Rica.
Dal 1999 al 2008, però, ha gestito la discoteca Loolapalosa di corso Como 15. Il locale è tra i più noti della movida ed è amministrato dalla Black Submariner Ladunia.
Una srl tra i cui soci ancora oggi compare lo stesso Maldini.
Il suo investimento risale al 1995.
All’epoca il calciatore commentò così la notizia: “Ho partecipato per l’amicizia che mi lega ai proprietari della discoteca Hollywood”.
E infatti del Loolapalosa è socio Alberto Baldaccini, titolare della Vimar srl alla quale fa riferimento l’Hollywood, per anni covo prediletto da Lele Mora.
Visura dopo visura spunta il nome di Vito Cardinale, altra storica anima dell’Hollywood, ma anche socio di Testino e Maldini nel Loolapalosa.
Quindi un particolare: Vito Cardinale viene intercettato al telefono con il superboss della ‘ndrangheta Paolo Martino.
I due chiacchierano di affari.
Testino invece, il cellulare lo utilizza soprattutto per inviare sms e ordinare la cocaina. Il suo referente è un certo Cesare Colombo che per la cosca Flachi gestisce l’acquisto e la vendita della droga.
Il rapporto tra i due viene inquadrato dal gip: “Colombo, dopo aver ricevuto l’ordine da Testino, si recava in Corso Como dove consegnava lo stupefacente nelle sue mani”.
Per definire le quantità bastavano semplici frasi: “Stasera poca gente. Tavoli liberi in prive”.
Tradotto: serve poca cocaina.
I rapporti tra i due sono frequenti, tanto che tra la fine di maggio e l’inizio di luglio del 2008 gli investigatori contano ben 12 contatti e altrettante cessioni di droga da parte dell’ex socio di Maldini.
Dopodichè parte della cocaina veniva venduta anche all’interno della discoteca.
Particolare che è valso a Testino l’accusa “di aver consentito che il locale fosse adibito a luogo di convegno di persone che ivi si davano all’uso di sostanze stupefacenti”.
Gli interessi di Mimmo, però, sono variegati.
Oltre ai locali notturni, infatti, il neo latitante ha quote in società che si occupano della gestione di stabilimenti balneari come la Sunrise.
Ed è ancora Milan. Il campione di turno, infatti, non è più Maldini, bensì Massimo Oddo che della srl mantiene il 10% delle quote.
Campioni e compari, insomma.
Anche questo sta scritto nel grande romanzo dei boss alla milanese.
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 15th, 2011 Riccardo Fucile
LE TELEFONATE TRA LELE MORA E I BOSS…IL CONTROLLO DEI LOCALI NOTTURNI E DELLA DISTRIBUZIONE DELLA TNT… GLI APPOGGI ELETTORALI A CERTI CANDIDATI, UN BOSS SOCIO DEL TESORIERE LOMBARDO DEL PDL, AVVOCATO DI MORA E RUBY
Campagne elettorali organizzate e seguite dai boss. 
Il controllo dei locali notturni, della distribuzione della Tnt (ex Traco) e soprattutto continue telefonate tra Paolo Martino, il capobastone inviato dalle ‘ndrine in Lombardia per gestire i business più importanti, e Lele Mora (non indagato), il manager accusato di sfruttamento della prostituzione per aver portato decine di ragazze ad Arcore.
Sono alcuni degli aspetti evidenziati dalla nuova inchiesta su mafia politica e affari al nord che questa mattina mattina ha fatto scattare le manette ai polsi di 35 persone.
Tutti uomini che avevano avevano come punti di riferimento i tre boss Pepè Flachi, Paolo Martino e Giuseppe Romeo.
L’operazione è stata condotta dal nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano, dei Carabinieri del Ros, in collaborazione con la Polizia locale. E sono stati sequestrati anche beni per due milioni di euro.
Le ordinanze di custodia cautelare sono state disposte dal gip Giuseppe Gennari su richiesta della dda milanese.
Gli arrestati sono indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, minacce, smaltimento illecito di rifiuti e spaccio di sostanze stupefacenti.
L’operazione è coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini, insieme ai pm Alessandra Dolci, Paolo Storari e Galileo Proietto.
E spiega bene anche perchè proprio Ilda Boccassini si sia occupata del caso Ruby, la minorenne marocchina che, secondo l’accusa, si è prostituita con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Il boss Martino, secondo gli investigatori, era di fatto socio di Luca Giuliante (non indagato), tesoriere del Pdl lombardo, avvocato di Mora, del presidente della regione, Roberto Formigoni e anche di Karima El Mahroug, meglio conosciuta come Ruby Rubacuori.
Agli atti ci sono telefonate in cui Giuliante si occupa di una gara d’appalto a cui era interessata la famiglia di costruttori calabresi Mucciola.
Dalle carte emerge una spaventosa capacità dell’organizzazione criminale d’infiltrarsi nelle realtà economiche e politiche milanesi.
Secondo gli investigatori la famiglia del celebre boss Pepè Flachi avrebbe seguito l’ultima campagna elettorale del consigliere regionale Pdl Antonella Majolo, sorella delle più celebre Tiziana, già assessore comunale a Milano.
Giuliante racconta al cronista de Il Giornale la sua versione sui contenuti delle sue telefonate con Paolo Martino: ”E’ un episodio, se ben ricordo, che risale a due anni fa. Questo Martino mi venne presentato da Lele Mora, che era in contatto con lui per l’organizzazione di alcune serate in Calabria. All’epoca facevo parte della commissione aggiudicatrice di un appalto per l’allargamento del Pio Albergo Trivulzio. Martino mi venne a trovare chiedendomi se potevo fare qualcosa per agevolare una azienda a lui vicina. Io lo ricevetti e con estrema cortesia gli spiegai che non potevo fare assolutamente nulla, anche perchè la gara d’appalto era già stata chiusa”.
La ‘Ndrangheta gestiva anche i servizi di distribuzione per la Lombardia della Tnt (ex Traco), società che si occupa anche della consegna di pacchi e posta. Secondo il provvedimento del giudice, la Tnt aveva dato in subappalto a consorzi e cooperative di trasporto (con proprietà dei camion) i servizi di recapito di plichi. Ed è proprio di questi servizi che la ‘Ndrangheta avrebbe assunto il controllo, secondo l’inchiesta della dda, da almeno due anni; anche se da alcune intercettazioni tra Pepe Flachi con il figlio emerge che la criminalità organizzata ha infiltrazioni da almeno un ventennio nella società di spedizione e consegne pacchi in Lombardia.
Le riunioni tra Martino e la famiglia Flachi avvenivano in un ufficio dell’istituto ortopedico Galeazzi, dove due capisala calabresi si preoccupavano che i vertici di mafia avvenissero lontano da occhi indiscreti.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 14th, 2011 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE REPLICA ALLA NIPOTE DEL FILOSOFO PRODUCENDO I DOCUMENTI CHE CONFERMANO LE SUE PAROLE… “NON ENTRO IN POLITICA, FACCIO IL MIO MESTIERE, MA NON STRISCIO CONTRO I MURI”
«Nel monologo sul terremoto dell’Aquila non ho mai usato la parola mazzetta. E su
Benedetto Croce non ho inventato nulla».
Roberto Saviano, dopo gli attacchi dei giornali del centrodestra, e un servizio del Tg1, spiega a Enrico Mentana al Tg de La7 la sua versione dei fatti.
E ribadisce per l’ennesima volta: «Sono uno scrittore. Temo che purtroppo quando arrivi a tante persone comunque il tuo plusvalore inquieti. Continuerò a fare lo scrittore indipendentemente da chi è infastidito dal mio mestiere».
La polemiche nascono dal monologo che lo scrittore ha dedicato al terremoto dell’Aquila e al crollo della Casa dello Studente durante il programma “Vieni via con me”.
In quell’occasione Saviano citò Benedetto Croce che nel 1883 perse tutta la famiglia nel terremoto di Casamicciola.
E il filosofo, ricordò Saviano, narrò del padre che sotto le macerie gli disse: «Offri 100 mila lire a chi ti salva».
Mentana lo invita a replicare al «putiferio, alla polemica fortissima» che si è scatenata.
Gli ricorda che «molti ci hanno intinto la penna, e visto che siamo nell’era catodica, qualcuno ci ha intinto il microfono. Ultimo il Tg1».
Il tg diretto da Augusto Minzolini, in effetti, ha mandato in onda un servizio con un’intervista a Marta Herling, nipote del filosofo napoletano.
Nel colloquio la Herling accusa Saviano di avere inventato la storia «perchè è funzionale al suo discorso, al suo messaggio ideologico. Tutto il seguito della trasmissione dedicata al terremoto dell’Aquila è sulle mance, sulle mazzette, sulla corruzione che accade intorno al terremoto».
E il giornalista Gennaro Sangiuliano dice che nel monologo «Saviano immette un fantomatico dialogo fra Croce e il padre sotto le macerie».
«Molto dispiaciuto di questa polemica falsa. Dispiaciuto che Marta Herling abbia totalmente frainteso. Non ho mai pronunciato la parola mazzetta», replica Saviano.
Lo scrittore svela poi le sue fonti.
Mostra un articolo di Oggi del 13 aprile 1950, scritto da Ugo Pirro.
Il giornalista, spiega Saviano, riprende un altro articolo, scritto all’epoca del terremoto, in cui un cronista riporta il dialogo padre-figlio.
Raccontato da un giovane che si chiamava Benedetto Croce.
Mentana incalza Saviano sul suo futuro e sul perchè di questo attacco.
«Io so di stare sulle scatole a molti. Soprattutto in questo momento. Pensano che io possa diventare candidato politico. E questo forse impensierisce moltissime persone. Io ho ribadito che faccio il mio mestiere: raccontare, scrivere, parlare. Io cerco di non espormi ma non intendo neanche strisciare lungo i muri».
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Marzo 13th, 2011 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE NELLE 1.110 PAGINE DI DATI NELLA RELAZIONE ANNUALE DELLA DIA…LE REGIONE HA IL MASSIMO INDICE DI PENETRAZIONE NEL SISTEMA ECONOMICO LEGALE: TRAPIANTATI RITI E TRADIZIONI
La Lombardia si conferma la regione del nord Italia che registra «il maggiore indice di
penetrazione nel sistema economico legale dei sodalizi criminali della ‘ndrangheta, secondo il modello della “colonizzazione”».
È l’allarme lanciato dalla Relazione annuale della Direzione nazionale Antimafia, 1.110 pagine di dati e analisi sulla criminalità organizzata made in Italy. «In Lombardia», chiariscono gli analisti, «la ‘ndrangheta si è diffusa non attraverso un modello di imitazione, ma attraverso un vero e proprio fenomeno di “colonizzazione”, cioè di espansione su di un nuovo territorio, organizzandone il controllo e gestendone i traffici illeciti, conducendo alla formazione di uno stabile insediamento mafioso.
La ‘ndrangheta ha «messo radici», divenendo col tempo un’associazione dotata di un certo grado di indipendenza dalla «casa madre», «con la quale però comunque continua ad intrattenere rapporti molto stretti e dalla quale dipende per le più rilevanti scelte strategiche».
In altri termini, in Lombardia «si è riprodotta una struttura criminale che non consiste in una serie di soggetti che hanno semplicemente iniziato a commettere reati in territorio lombardo»; al contrario, gli indagati «operano secondo tradizioni di ‘ndrangheta: linguaggi, riti, doti, tipologia di reati sono tipici della criminalità della terra d’origine e sono stati trapiantati in Lombardia dove la ‘ndrangheta si è trasferita con il proprio bagaglio di violenza».
La ‘ndrangheta è presente anche in Piemonte, Liguria, Toscana, Lazio ed in particolare Roma, Abruzzo, ove sono emersi inquietanti interessi negli appalti per la ricostruzione dopo il sisma del 2009, Umbria ed Emilia Romagna.
Per quanto attiene ai rapporti sul territorio, insomma, la ‘ndrangheta «è oggi l’assoluta dominatrice della scena criminale, tanto da rendere sostanzialmente irrilevante, e comunque, in posizione subordinata, ogni altra presenza mafiosa di origine straniera».
Non solo: la ‘ndrangheta si è da tempo proiettata anche verso l’Europa, il Nord America, il Canada, l’Australia.
C’è inoltre l’allarme per le infiltrazioni nella pubblica amministrazione: «Emerge in modo costante e preoccupante, soprattutto nel Centro-Nord del Paese, la presenza sempre più gravemente pervasiva di soggetti collegati alle organizzazioni criminali, soprattutto di matrice ‘ndranghetistica».
Una situazione che viene definita«particolarmente temibile».
Infatti, spiega la Dna, «c’è il rischio che si crei una schiera di “invisibili” che, germinata dalle cellule silenti delle mafie al Centro-Nord, penetri in modo silente ma insidioso il tessuto politico, istituzionale ed economico delle regioni oggetto dell’espansione mafiosa».
E non si ritiene sia una caso se, come si ricorda, «l’Unione Europea e la comunità internazionale convergono verso l’attribuzione di un medesimo coefficiente d’allarme per i delitti di corruzione e quelli di criminalità organizzata, a riprova di un coacervo illecito che andrebbe congiuntamente esplorato, con i medesimi mezzi probatori e le stesse tecniche investigative». come «le intercettazioni telefoniche e ambientali».
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