Maggio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
“TRASFORMIAMO LA BRUTALITA’ IN SENSO CIVICO”: NEL POMERIGGIO TUTTI A RIPARARE I DANNI, MA IL CENTRODESTRA PREFERISCE LA FIACCOLATA ALL’OLIO DI GOMITO…E SALVINI RIESCE A EVITARE DI LAVORARE PER UN SOLO GIORNO IN VITA SUA
Lo choc è svanito in fretta. 
Prima ancora che l’odore chimico dei lacrimogeni abbandonasse l’aria e gli scheletri delle auto venissero rimossi dalle strade.
Il giorno dopo il corteo anti Expo, Milano si ribella alle violenze e si mette a lavoro per spazzare via le tracce lasciate dalle devastazioni del blocco nero: un’ora di caos e danni ancora da quantificare.
“C’è bisogno di trasformare la brutalità in senso civico”, dice a ilfattoquotidiano.it l’assessore ai lavori pubblici Carmela Rozza che domani, 3 maggio, parteciperà insieme a tutti i membri dell’amministrazione all’iniziativa organizzata dal Comune “Nessuno tocchi Milano”.
L’appuntamento è alle 16 di fronte alla stazione della metro di piazzale Cadorna. “Tutti i cittadini sono invitati a scendere in strada per ripulire la città dai vandalismi compiuti da alcuni manifestanti. Domani ci concentreremo su quattro punti: l’istituto delle Orsoline e il Museo Archeologico in via De Amicis. Mentre in piazzale Cadorna e in piazza XXIV Maggio sarà presente anche l’Associazione antigraffiti. Ai volontari verranno forniti pennelli e guanti”.
L’appello di Palazzo Marino nasce dopo che già ieri, nel giorno delle devastazioni, molti commercianti e residenti delle zone più colpite dagli incidenti (via De Amicis, via Carducci, via Buonarroti, via Pagano) hanno ripulito i marciapiedi raccogliendo i vetri dei negozi sfasciati e l’immondizia.
“Ho apprezzato molto questi gesti volontari e voglio ringraziare tutti i milanesi — dice Rozza — ma bisogna che il volontariato abbia un minimo di organizzazione. Quello di domani non sarà l’unico appuntamento in programma, gli interventi di pulizia verranno compiuti anche lunedì prossimo e sabato”.
Ma oltre agli interventi di pulizia, il Comune ha deciso di dare un contributo ai cittadini che hanno subito danneggiamenti.
Mentre tra ieri e oggi un centinaio di uomini tra i tecnici dei Lavori Pubblici, operatori del Nucleo di intervento rapido, dell’Amsa, del Nucleo Intervento Rapido e i vigili del fuoco hanno avviato la messa in sicurezza dei negozi e degli edifici che hanno subito i danni maggiori e sostituito i cartelli stradali divelti.
“La nostra — prosegue Rozza — è una chiamata all’impegno civico da parte dei milanesi che dopo i fatti del primo maggio sono molto arrabbiati e allo stesso tempo determinati a dare una risposta civile alle devastazioni compiute da dei delinquenti”. Perchè “insieme — aggiunge il sindaco Giuliano Pisapia — possiamo dare un forte segnale di civiltà e dimostrare il vero volto della nostra città che non si lascia intimorire”.
E lancia un appello bipartisan anche al segretario della Lega Nord Matteo Salvini: “Dia un segnale forte — dice il sindaco al Tgr Lombardia — e venga anche lui ad aiutare la nostra comunità a ripulire quel pezzo della nostra città che è stato sporcato”. Ma il centrodestra milanese ha invece deciso di disertare l’iniziativa e ha organizzato un presidio e una fiaccolata lungo le vie della città lunedì prossimo.
Peccato, sarebbe stata un’occasione per Salvini di lavorare almeno un giorno in vita sua.
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Maggio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
NEL PADIGLIONE TURCO CEDE UN PERNO DALL’ALTEZZA DI SEI METRI… IERI SI ERA BLOCCATO L’ASCENSORE CON IL VICEMINISTRO OLIVERO CHIUSO DENTRO
Una placca di ferro di circa 10 centimetri quadrati della struttura esterna del padiglione della Turchia a Expo 2015 ha ceduto ed è caduta colpendo una visitatrice di 24 anni che si trovava lì sotto.
La donna è stata subito portata in infermeria per i primi soccorsi.
Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco presenti sul sito espositivo che hanno messo in sicurezza l’area.
Le agenzie riferiscono che si è trattato di una placca ma dal sito dell’Expo altre fonti parlano di una grossa vite e riferiscono che gli operai sono subito arrivati per verificare la tenuta di tutti i perni.
Il padiglione della Turchia rimane aperto al pubblico, chiusa solo una parte dell’area esterna.
La giovane si trova ora all’ospedale San Carlo.
La Turchia è stato uno degli ultimi Paesi ad aderire ad Expo e il suo padiglione è stato costruito a tempo di record da una ditta italiana.
Proprio in questo padiglione si recherà il Papa dopo le polemiche per le parole del Pontefice durante le celebrazioni dei cento anni del genocidio armeno.
E’ in realtà il secondo incidente dall’inaugurazione dell’Esposizione, il secondo in due giorni.
Il primo maggio si erano verificati momenti di tensione quando l’ascensore che trasportava il viceministro delle Politiche Agricole Andrea Olivero e il presidente dell’Ente Nazionale del Turismo Cristiano Radaelli, si è bloccato.
Ad attenderli al piano terra all’ingresso dell’Open Air Theatre i senatori Albertini e Marino, che hanno subito allertato i soccorsi.
I vigili del fuoco sono intervenuti dopo circa un quarto d’ora e hanno forzato l’apertura delle porte.
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Maggio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
IL PRIMO PIANO E’ INACCESSIBILE
L’entusiasmo ha contagiato anche Roberto Maroni, governatore della Lombardia, che tra una foto
e una stretta di mano, ha salutato il via dell’esposizione universale con parole entusiaste.
Forse un po’ troppo: “Il padiglione della Lombardia è praticamente pronto — ha detto — ed è visitabile, ci sono anche gli ologrammi a dare il benvenuto“.
Gli ologrammi effettivamente ci sono, anche se a dirla tutta li hanno spenti appena lui ha concluso la visita.
Per il resto, la realtà del padiglione lombardo è tutta virtuale.
Una sola sala accessibile, dove è possibile fare il tour (per l’appunto virtuale) dei siti Unesco della Regione. L’esperienza merita, ma per ora finisce qui. Lo dice anche la scritta “work in progress” su una colonna.
Ancora peggio il piano di sopra: non accessibile al pubblico, ma se ci si riesce a infilare si scopre che i lavori sono tutti da completare.
Scale in mezzo alla stanza ed espositori vuoti, se non fosse per una bottiglia d’acqua abbandonata.
Nemmeno l’ascensore è stato ancora attivato.
Lui, Maroni, sciorina la parabola del buon lombardo, tutto lavoro ed efficienza, ma quando gli mostriamo le foto del padiglione scattate proprio nel giorno dell’inaugurazione di Expo abbozza una scusa: “Queste non le avete fatte oggi”.
Messo alle strette, un po’ in difficoltà , continua: “La nostra parte l’abbiamo fatta, la realizzazione delle strutture non è di competenza di Regione Lombardia”. L’inaugurazione del padiglione è prevista per domenica 3 maggio, ufficialmente per non sovrapporsi con le decine di eventi programmati per il primo maggio, ma a ben vedere due giorni in più possono fare la differenza tra un padiglione pronto e una figura barbina: “Oh la Madonna — scherza il presidente leghista -. Siete sempre pronti a gioire delle mancanze degli altri, sorridete un po’ anche voi”.
Luigi Franco e Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PRIMO VIAGGIO NEL GRANDE ATLANTE DEL CIBO: PALAZZO ITALIA E’ ANCORA DA COMPLETARE, QUELLO DELLA REGIONE LOMBARDIA HA UN PIANO CHIUSO, QUELLO DELLA UE APRIRA’ TRA UNA SETTIMANA
Fuori dal padiglione del Giappone c’è la fila per entrare alla mostra.
E anche al piano di sopra la gente è in coda per prendersi un piatto di soba.
All’Expo di gente ne è arrivata, 200mila persone dicono gli organizzatori. Molti sono invitati, membri delle delegazioni, giornalisti, li riconosci tutti dal pass appeso al collo.
Ma ci sono anche i visitatori a fare avanti e indietro per il decumano, l’asse principale del sito.
Poco più in là del padiglione del Giappone c’è quello del Marocco. Qui di gente in attesa non ce n’è, ma la ragazza all’ingresso con il conta persone in mano dice che ne sono già entrate 1.500. E sono solo le 14.
Fuori la struttura ricorda una di quelle case tipiche che vicino al deserto tirano su con fango e paglia.
Dentro, la prima sala è dedicata alla zona mediterranea del paese, con installazioni video e l’esposizione dei suoi prodotti tipici, arance e mandorle.
Poi si va più a sud, ecco la catena dell’Atlante e ancora più giù il Sahara, che non può regalare altro che datteri.
Dalla mostra si passa in un negozio: sembra il book shop di un museo, ma qui si vendono profumi, il tipico olio di argan e le tajine di terracotta per cucinare carne e cous cous.
Più in là il ristorante: con il menù con tajine van via dai 14 ai 17 euro, con un meno tradizionale club sandwich ce la si cava a meno.
Nel primo pomeriggio il decumano e l’altra via principale, il cardo, si riempiono.
La gente vien via dal Lake Arena, dove il premier Matteo Renzi e le altre autorità hanno dato il via all’Esposizione con la cerimonia ufficiale.
All’altro capo del cardo c’è l’Albero della Vita. Inizia a illuminarsi, sembra che i lavori siano finiti.
Solo poche ore prima, appena aperti i cancelli dopo le 9, gli operai erano ancora trapano in mano attorno a quello che hanno definito il simbolo dell’Expo.
Ed erano al lavoro anche dentro Palazzo Italia, blindatissimo per tutta la mattina, con gli uomini della security davanti a ogni ingresso.
Intorno i mezzi dell’Amsa ancora a ultimare le pulizie.
Ordinati il cardo e il decumano. Ma una cinquantina di metri più in là , a lato dei padiglioni, mucchi di spazzatura ancora da buttare via.
Ma più la gente aumenta, più il flusso di persone nasconde chi è ancora all’opera. Eppure i lavori non sono finiti.
Palazzo Italia viene aperto poco dopo le 15, quando il pranzo di Renzi e di altre autorità si è concluso. I visitatori si accalcano sulle scale verso l’ingresso della mostra. A parte qualche monitor ancora da impostare, le installazioni video e le immagini 3D sui prodotti e la cultura culinaria nostrana funzionano.
Sembra una mostra un po’ povera, facile che l’installazione sia incompleta.
Uscire dal percorso consentito è davvero facile, nessuno controlla.
Così ci si infila in bagni dove gli specchi non montati lasciano spazio ai muri allo stato grezzo, e in qualche corridoio i cavi penzolano ancora dal soffitto.
“Locale tecnico in tensione. Pericolo”, da questa porta non bisogna passare, ma ad avvisare c’è solo un foglio di carta attaccato con lo scotch.
I lavori incompleti, in ogni caso, a Palazzo Italia sono stati nascosti quasi del tutto a chi visita la mostra.
Non così al padiglione della Lombardia.
Se chiedi al governatore Roberto Maroni, dice che è tutto ok e che in esposizione “ci sono pure ologrammi bellissimi”. Ma se entri nel padiglione, gli ologrammi li hanno spenti appena lui se n’è andato: della mostra al piano terra c’è solo un’immagine gigante della piazza di Vigevano sul muro.
A intrufolarsi al piano di sopra si scopre invece che qui non è finito nulla: scale in mezzo alla stanza ed espositori vuoti, se non fosse per una bottiglia d’acqua abbandonata.
Nemmeno l’ascensore è stato ancora attivato.
“Inauguriamo il 3 maggio”, ammettono i ragazzi che dovrebbero accogliere i visitatori che a dire il vero mancano. Che il padiglione della Lombardia fosse indietro si sapeva.
Come lo si sapeva di quello dell’Unione europea, dove è andata ancora peggio: tutto chiuso, di qui non si entra.
“Non abbiamo aperto per evitare di aprire solo una piccola parte, come invece ha fatto qualcun altro — spiegano sulla soglia -. Noi apriamo l’8 maggio”.
Una settimana di ritardo, insomma. Ma dei ritardi la maggior parte della gente quasi non si accorge, come non fa caso agli operai in caschetto e pettorina che ancora sono in giro. Che cosa piace di più? “Le culture diverse e il cibo”, risponde una ragazza inglese, mentre mostra il gelato confezionato che ha quasi finito.
Qualche pecca? “La pioggia arrivata nel pomeriggio”. Non ci voleva.
Come non ci volevano gli scontri in centro: “Sono indignato”, dice chi ha già avuto notizia delle auto incendiate.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LE MISE ELEGANTI DELLA CERIMONIA, I CAPPUCCI E LE MASCHERE ANTIGAS DELLE TUTE NERE, LE SCOPE DEI MILANESI FERITI
Unico trait d’union, uguale per tutti: il cielo compatto e grigio. 
Per il resto, Milano in questo primo maggio 2015 le ha viste davvero tutte o comunque troppe per un solo giorno.
C’è il potere dell’Expo, i suoi padiglioni coloratissimi come quelli di un luna park, un set montato per durare sei mesi e poi via, chissà dove, a parte il padiglione Italia che resta.
Le autorità politiche e istituzionali, dal premier Matteo Renzi ai leader africani e arabi, il potere di chi lo esercita o ci vive dentro, tutti all’Open Air Theatre dell’Expo per l’inaugurazione.
E poi chi tutto questo potere lo contesta: i casseur entrati in azione alla manifestazione ‘MayDay’, corteo del lavoro precario che da anni sfila a Milano il primo maggio, è il corteo che anni fa si è inventato anche i santini di ‘San precario’, mai aveva conosciuto devastazioni e tafferugli.
E poi c’è la normalità dei milanesi: alcuni di loro scendono in piazza a pulire dopo l’inferno che per qualche ora scatena in centro, tra Corso Magenta e via Francesco Monti e poi giù verso piazza Mario Pagano, punto di conclusione del corteo.
Dai tacchi dell’Expo agli anfibi dei No Expo. Dalle mise eleganti della cerimonia ai cappucci neri e le maschere antigas che a fine corteo formano un tappeto in via D’Arezzo, poco prima di piazza Pagano: è lì che i black si svestono per evitare l’identificazione.
E’ lì che alcuni milanesi scendono in strada a pulire. Ed è lì che alcuni manifestanti invece rovistano tra la roba lasciata a terra. Ci sono scarpe e pantaloni, giubbotti e maglioni. Una ragazza prende una felpa nera con la stella rossa: “Bella, me la prendo!”.
Anche qui si può raccattare qualcosa, mica solo allo shopping di cibo dell’Expo. E c’è da dire che è la prima volta che in Italia i black bloc si disfano dei loro indumenti per tornare ad abiti normali, indossati sotto le tute nere. E’ una tecnica da casseur europei, è arrivata anche in Italia.
Expo e No Expo, due facce di una medaglia sociale che si sapeva sarebbe venuta allo scontro oggi, data la composizione molto radical della manifestazione pomeridiana. Expo è il trionfo del cibo, anche se c’è da dire che nel giorno dell’inaugurazione è difficile mangiare se non nei padiglioni di Eataly e gli altri italiani.
Vietnam e Corea non sono ancora pronti con la cucina e il giapponese non ha il sushi: “Arriverà solo ad agosto”, ci dice la cameriera, gentilissima.
Ma come? Il No Expo contesta, non crede alle buone intenzioni suggerite dall’intervento di Papa Francesco e professate dai politici sulla fame nel mondo, urla che il lavoro è precario all’Expo e fuori, dice che “nutrire le multinazionali”, come McDonald e Coca Cola che hanno stand all’Expo, “è nocivo per il pianeta”, conclude con uno striscione emblematico: “Ai ricchi il biologico, ai poveri il cancerogeno”.
Il cittadino milanese, che si affaccia al corteo e che magari ha in mente di fare un salto a Expo prima o poi, scuote la testa di fronte alle macchine incendiate e alle vetrine infrante di Largo D’Ancona, Cariparma è a pezzi e così anche il Banco Desio, di là c’è il ‘cadavere’ di un motorino, di qua il palazzo dell’Enel sul quale i casseur si sono particolarmente accaniti.
“Una cosa così a Milano non me la ricordavo dagli anni ’70”, ci dice. E non capisce. E poi ci sono le forze dell’ordine: gestione soft in piazza, contenimento, idranti e lacrimogeni, nessuna carica aggressiva.
Sarà l’effetto della recente sentenza della corte europea di Strasburgo sulle torture alla Diaz?
Su Milano piove una pioggia fine e pesante che sembra Dublino.
I vip si preparano per la serata di gala alla Scala, la Turandot di Puccini che conclude la loro giornata di festa per il primo giorno di Expo.
I black bloc non sono più black e si rintanano nei loro rifugi (a parte una ventina di fermati), lasciando una scia di allerta intorno alla sfilata delle autorità alla Scala: del resto, succede ad ogni prima di stagione, ogni anno, dagli anni ’70 in poi.
Il milanese medio resta a casa con questa pioggia: non è aria, sarà primo maggio un’altra volta.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
IL CORO DEI BAMBINI: DA “SIAMO PRONTI ALLA MORTE” A “SIAM PRONTI ALLA VITA”
Il direttore del coro dei bambini che ha cambiato l’Inno: «L’idea è di mia moglie e Renzi sapeva». «I
bambini? Erano felici».
Spazza via così le polemiche Stefano Barzan, musicista e direttore del coro dei Piccoli Cantori di Milano.
«Siam pronti alla morte» diventa «Siam pronti alla vita» e subito partono le obiezioni. L’Inno cantato con questa piccola ma notevole modifica al testo ha scandalizzato molti.
E’ stato proprio lui, Barzan, milanese di origine veneta, 51 anni, a sentire disagio in quel passaggio tra le parole scritte dall’allora ventenne studente e patriota Goffredo Mameli nell’autunno del 1847.
«Basta polemiche, era solo un arrangiamento diverso»
«Ma come han modificato l’Inno? Non si può e non si deve», commentava qualcuno alla cerimonia di inaugurazione di Expo Milano 2015.
Su tutti ha prevalso la reazione di Agnese Landini, la moglie del premier, che inquadrata dalle telecamere, è stata colta in un momento di commozione.
«Abbiamo provato per dieci giorni», spiega Stefano Barzan.
«In quel passaggio, quelle parole “Siam pronti alla morte” stonavano in bocca a dei bambini. Così ne ho parlato a mia moglie e lei mi ha proposto la modifica: “Vita!” al posto di “Morte”.
Subito l’ho proposto al regista e al responsabile delle musiche. Loro erano entusiasti. Le istituzioni sono state avvertite. E dopo pochi giorni è arrivato l’ok».
Quindi Renzi è stato informato. E Barzan ha potuto procedere.
«In ogni caso a chi vuol fare polemiche rispondo che l’Inno di Mameli non è stato cambiato. Semplicemente, finito l’Inno è iniziata una seconda parte con un arrangiamento diverso. Questa volta liberamente ispirato all’Inno dal titolo Inno alla vita! Tutto qua».
E Renzi lo ha interpretato come un altro momento di «svolta».
Anzi il presidente del Consiglio, che ha preso la parola immediatamente al termine dell’esecuzione dell’inno, lo ha proprio citato, anzi scandito: «Sì, siamo pronti alla vita e siamo pronti a dire benvenuti».
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
COMINCIA L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE: DALLA VITTORIA CONTRO SMIRNE AGLI ARRESTI E AI RITARDI… OPINIONI A FAVORE E CONTRO
È il giorno della verità . Dopo tanta attesa, tante speranze, tante polemiche, oggi i cancelli di Expo si aprono e ciascuno potrà vedere con i suoi occhi la realtà dell’Esposizione universale, Palazzo Italia, i padiglioni dei Paesi di tutto il mondo, i cluster, le vie d’acqua, i ristoranti di Oscar Farinetti, il supermercato del futuro della Coop, gli stand degli sponsor, il “camouflage”, ciò che è pronto e ciò che non lo è.
Da oggi le danze sono aperte e si potrà constatare la qualità delle proposte, ma anche tentare di discernere la realtà dalla retorica.
“Io facevo parte del gruppo ‘forza Smirne’”, dice ironica Lella Costa, attrice e personaggio di riferimento per la cultura a Milano, “ma quando la mia città ha vinto, e poi quando è nata Women for Expo, ho pensato che è meglio stare dentro questa cosa, provare a farla per un pezzettino meglio, piuttosto che peggio. Chi è contro Expo ha molte ragioni, ma anche molto snobismo. Io penso che sia meglio stare dentro ‘l’inferno dei viventi’, provare, come scriveva Italo Calvino al termine di Le città invisibili, a ‘riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio’”.
Più critico Domenico De Masi, sociologo, che è a Belo Horizonte, in Brasile, per una serie di conferenze sulle prospettive economiche del più grande Paese latinoamericano: “L’Expo è un’occasione per l’Italia, ma è una di quelle di cui si poteva anche fare a meno. Un evento che ha come tema l’alimentazione andrebbe fatto nel Sahel o in qualunque altro Paese dove la fame è davvero un problema. A Milano il problema è semmai l’obesità . È un evento organizzato da ricchi per i ricchi e non farà altro che aumentare il divario tra loro e i poveri. I ricchi, quando si riuniscono, non risolvono mai i problemi dei poveri. Può darsi che l’Expo dia uno stimolo all’economia, ma l’economia avrebbe più bisogno di stimoli di altro tipo: l’Italia è già l’ottava potenza economica mondiale, gli stimoli migliori sono quelli che vengono dai cervelli, non dai soldi”.
Un milanese doc come Giovanni Soldini, navigatore, è a San Francisco, dove aspetta le condizioni meteo adatte pertentare il record della traversata San Francisco-Shanghai: “Era da tempo che Milano non ospitava un evento internazionale di questa portata. Penso che Expo sia una grande occasione. Va detto che alla fine, malgrado tutto, sono stati bravi. Per ora sono all’estero, ma appena ne avrò l’occasione andrò a visitarlo”.
Positivo anche Stefano Mauri , editore: “Andrò sicuramente all’Expo. Quando nella mia città c’è un evento così importante, certo che ci vado. Sono convinto che l’Expo sarà un successo. Quando ho a che fare con persone di altre parti del mondo, riscontro spesso grandi apprezzamenti per Milano: è una città media, vivibile, gli stranieri la considerano ordinata e piacevole. Di solito la trovano più bella di come se l’aspettassero. Quindi credo che con l’Expo, al di là dei problemi che ci sono stati, faremo una bella figura. L’arrivo di tante persone dal mondo farà bene alla città ”. Certo, nel cantiere c’è stata una corsa contro il tempo, ci sono stati ritardi e inefficienze. “Diciamo”, conclude Mauri, “che siamo pessimi nel pianificare e ottimi nel risolvere” .
Più distaccato Mauro Pagani, musicista e compositore: “Da cittadino che ama Milano, diciamo che l’Expo lo temo. Vivo sui Navigli, che è già una zona incasinata, temo l’ulteriore bailamme generato dall’evento”.
Però alcuni segnali positivi li vede: “Sì, Milano ha già colto alcune occasioni, per esempio dopo 25 anni ho visto rimettere a posto l’argine dei Navigli e la Darsena. Questo è un bene per la città , anche se la riqualificazione tutta cemento e marmo e niente piante non va molto nella direzione della sostenibilità . Comunque, nonostante il malaffare e alcune incredibili leggerezze, qualcosa di buono Expo la farà , non è che siamo una nazione rincoglionita del tutto”.
Andrà all’Expo? “Per ora non mi attira, ma penso che alla fine cederò alla curiosità ”. Claudio Artusi è parte in causa, perchè è il coordinatore di “Expo in città ”, 22 mila appuntamenti che si terranno a Milano nei sei mesi dell’esposizione, 120 al giorno. “La città è una piattaforma in cui, in occasione di Expo, tutto il mondo s’incontra. Questo evento dunque valorizza Milano, non soltanto in termini di ricadute economiche, ma anche e soprattutto di incremento della reputazione e della visibilità internazionale. La vera partita, comunque, non è quella che si comincia a giocare ora, nel 2015, ma riguarda quello che resterà dopo, nel 2016, nel 2017, nel 2018… Se Expo rappresenterà una svolta nel posizionamento di Milano fra le grandi metropoli del mondo, allora la partita l’avremo vinta”.
Ieri un anticipo di Expo è stato realizzato da Giorgio Armani, che in occasione dei suoi 40 anni d’attività ha regalato a Milano un museo, il “Silos Armani”.
“Mi volevano sul palco di Expo all’inaugurazione”, ha detto lo stilista, “ma io faccio vestiti, non sono un’autorità ”.
È invece tornata sulla scena colei che per prima ha lanciato l’idea dell’Expo a Milano, Letizia Moratti, che era sindaco quando nel 2008 la città vinse la candidatura contro Smirne: “Milano è sempre all’altezza, bisogna essere ottimisti”, ha detto ieri, arrivando al concerto inaugurale di Andrea Bocelli in piazza Duomo.
Ora la lunga attesa è terminata.
Nel 2006 è partita la rincorsa per la candidatura, lanciata a Shanghai da Letizia Moratti e dall’allora presidente del Consiglio Romano Prodi.
Nel 2008 Milano ha vinto, raccogliendo i voti di 86 Paesi contro i 65 di Smirne. Poi si sono scatenate le lotte per il controllo dell’evento, si sono succeduti tre amministratori alla guida di Expo spa, prima Paolo Glisenti, poi Lucio Stanca, infine Giuseppe Sala. Risolto non senza polemiche il rebus dei terreni, nel 2011 sono finalmente partite le gare d’appalto.
Si succedono gli scandali, le indagini giudiziarie, gli arresti (18), i tentativi d’infiltrazione mafiosa.
Arriva, a vegliare sulle gare, il nuovo presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone.
Viene raggiunto il record di Paesi partecipanti (145). Parte la corsa contro il tempo per arrivare all’inaugurazione di oggi.
Ora il sipario si alza, il palcoscenico s’illumina, il gran ballo prende avvio.
Abbiamo sei mesi per osservare e partecipare, riflettere e discutere, per gli applausi e per i fischi.
Gianni Barbacetto e Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 1st, 2015 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA SILENZIOSA LO AVREBBE VOLUTO DIVERSO
C’è una minoranza di italiani che detesta l’Expo per partito preso o furore anticapitalista. E ce n’è
un’altra, altrettanto risicata, che lo ama alla follia e comprende chi intorno all’Expo ha fatto affari o spera di farne.
In mezzo rema la maggioranza silenziosa e dubbiosa, che lo avrebbe voluto diverso.
Con meno sprechi di tempo e di denaro, e più aderenza al progetto originario: le vie d’acqua e gli orti scomparsi, i progetti artistici rinviati o rinnegati dagli stessi che li avevano partoriti.
Eppure, arrivati a questo punto, la maggioranza mugugnante non se la sente di tifare contro, di augurarsi il disastro.
Sarà la speranza irrazionale che il grande evento trascini l’Italia fuori dalla crisi.
O il semplice, umanissimo desiderio di fare bella figura davanti al mondo, nonostante tutto.
Per restare al tema dell’Expo, il cibo, ci si sente come uno che ha organizzato il cenone di Capodanno, invitando amici e conoscenti, e alle sette di sera si accorge che il pane nel forno è bruciato, il droghiere ha imbrogliato sulla pasta all’uovo e la nuova serie di piatti comprata per l’occasione e pagata il doppio del suo valore si è rotta durante il trasporto. Gli verrebbe voglia di piangere e annullare la festa, ma i primi invitati sono già per strada e allora non gli resta che farsi la doccia, dare una rassettata alla sala da pranzo, apparecchiare la tavola con i piatti di carta più belli che trova e allargare la faccia in un sorriso: speriamo almeno di divertirci e che vada tutto bene.
Ecco, speriamo.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Aprile 30th, 2015 Riccardo Fucile
ORE DI ORDINARIA FOLLIA
Lasciate ogni speranza, voi che proverete a ritirare gli accrediti per ‪#‎Expo2015‬. Procedure così erano difficili persino da concepire.
Nella ridente Pero, in una minuscola reception degli uffici Expo, si accalcano giornalisti in attesa del bramato pass.
I preziosi badge sono custoditi nelle segrete dei palazzi. Li recuperano volonterosi addetti stampa che sbucano ogni 10 minuti da una porta antincendio non oliata che emette un sibilo continuo e insopportabile.
Per averli bisogna dire il proprio nome e quello del giornale per cui si lavora a una receptionist (molto gentile, questo va precisato), che a sua volta li scrive a penna su un foglio bianco (sì, proprio così).
Per me, con nome e cognome storpiato dal primo giorno di vita, si aggiunge anche l’aggravante di quello della testata.
Praticamente un giro della morte. Dopo una divertente spelling “con la k? Con la h?. per favore mi scriva tutto lei perchè non capisco. Mi dica quando devo staccare la penna dal foglio. Per essere americana parla bene italiano… ” ne veniamo a capo.
Finalmente posso accalcarmi anche io ai tornelli degli uffici dell’Esposizione Universale in attesa dei miei accrediti.
Ci sono colleghi di grandi agenzie che devono ritirare 50 pass a testa.
Sono lì dall’alba e ancora non hanno concluso. La macchina sembra esserci inceppata. Tutti iniziano a gridare il nome delle loro testate.
Sembra Piazza Affari negli anni ’80, solo che al posto dei titoli ci sono i giornali. All’improvviso sbuca una delle responsabili e dice: “ma no, non avete capito, li cerchiamo per nome , mica per testata. Adesso vi do un foglio a testa e mi scrivete i singoli nominativi che dovete ritirare”.
Ci guardiamo tutti complici, vorremmo scatenare l’inferno, ma l’obiettivo finale non lo permette.
Bisogni andare dritti alla meta. Scriviamo tutti i nomi nostri e dei colleghi per cui abbiamo la delega “mi raccomando in stampatello sennò non capiamo”, c’è persino chi per la tensione dimentica il nome di battesimo di qualche collega e implora “provi con il cognome”.
La situazione migliora e i pass, pian piano, arrivano. Dopo quasi un’ora ho tra le mani il mio prezioso bottino. Forse sono pronta a unirmi alla protesta dei no expo.
(da “Huffingtonpost”)
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