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IL GRANDE FLOP: AL PALASHARP DI MILANO BERLUSCONI ATTACCA I PM, LA GENTE SE NE VA ANNOIATA

Maggio 8th, 2011 Riccardo Fucile

GLI ORGANIZZATORI SI ASPETTAVANO 10.000 PERSONE, NE SONO ARRIVATE SOLO 4.000… DOPO MENO DI UN’ORA SE NE VANNO A CENTINAIA, STANCHI DI ASCOLTARE LA SOLITA LITANIA DA MAGLIARO DELLA POLITICA… BERLUSCONI ORA TEME CHE IL BALLOTTAGGIO POSSA ESSERE L’ANTICAMERA DELLA SCONFITTA

La grande paura, il timore di non farcela a Milano al primo turno come chiesto a gran voce dal presidente del Consiglio, si materializza tra le file dei maggiorenti del Pdl lombardo, quando gli orologi segnano un quarto alle 18. Silvio Berlusconi sul palco del Palasharp, spostato in avanti di almeno un trentina di metri per far apparire il palazzetto più affollato, si è fatto serio. Dopo il consueto one man show dell’inizio, condotto a colpi di battute (poche) e di domande retoriche (molte), il premier per mezz’ora ha ritirato fuori tutti i vecchi cavalli di battaglia: i comunisti, i giudici, tasse, Gianfranco Fini.
E, rispetto al solito, ha alzato di poco l’asticella arrivando a definire tutti “i pm di Milano un cancro da estirpare”, per poi prendersela con il presidente della Camera.
È in quel momento che tra il pubblico si registrano le prime defezioni.
Sarà  stato per il fatto che Berlusconi stava parlando ormai da 45 minuti, o sarà  stato perchè un contestatore lo ha interrotto ed è stato portato via dalla security, ma all’improvviso il popolo azzurro si distrae. Annoiato.
E così dagli spalti la gente comincia a sfollare.
Escono subito in trecento, poi a poco a poco in tanti.
Tra i sedili restano bandiere e foulard azzurri abbandonati alla rinfusa.
Un brutto segnale.
Se davvero si dovesse giudicare da qui la campagna del Pdl a Milano, ci sarebbe da scommettere che il ballottaggio tra il sindaco uscente Letizia Moratti e il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia, è sicuro.
Del resto anche riempire (a metà ) la tensostruttura di Lampugnano (un quartiere della periferia) era stata una faticaccia. Il 21 aprile, con una dichiarazione al Corriere, il coordinatore del Pdl lombardo, Mario Matovani, aveva annunciato l’arrivo di “diecimila persone sotto il tendone del Palasharp, lo stesso di Eco, Saviano e del Popolo Viola”.
Insomma aveva lanciato un guanto di sfida a quelli di Libertà  e Giustizia che il 5 febbraio da lì avevano gridato: “Berlusconi dimettiti”.
Risultato: la sfida è stata persa per 10 mila a 4 mila .
E adesso anche la battaglia elettorale si fa davvero dura.
Il leader del Pdl pure ieri ha caricato di valore politico le amministrative. “Dobbiamo convincere gli indecisi”, ha detto, “è importante spiegare come il voto di Milano sia fondamentale per dare sostegno e forza al governo del paese. Milano con Letizia Moratti farà  da spinta alla nostra maggioranza per poter governare ancora due anni. Non possiamo nemmeno immaginare che Milano cada nelle mani delle opposizioni”.
Ma all’ombra della Madonnina c’è chi ormai lo immagina.
Sulla base dei numeri.
Nel 2006 Letizia Moratti ha vinto al primo turno con il 51,9 per cento dei voti contro il 47 per cento dell’anonimo sfidante, l’ex prefetto Bruno Ferrante.
Tra i due c’erano 34 mila voti di differenza.
Solo che oggi, anche a non voler considerare lo scarso appeal della Moratti nei confronti dei suoi concittadini e le tante inimicizie che si è fatta nel partito, il centrodestra corre senza l’appoggio dell’Udc e di un pezzo di An, quella che se ne è andata con Fini.
Così Berlusconi ha un bel dire di voler superare la quota di 53 mila preferenze personali toccata cinque anni fa.
L’impresa è difficile dicono i sondaggi.
Forse ancor più che la vittoria della Moratti al primo turno.
Per farcela, il premier ha rinforzato la scorsa settimana lo staff del suo quartier generale in viale Monza.
Ha aperto i cordoni delle borsa aggiungendo 3 milioni di euro del partito ai circa 9 stanziati dal sindaco (Giuliano Pisapia complessivamente spende un milione e mezzo).
Ha appositamente reclutato i portavoce dei suoi ministri lombardi e, all’ultimo momento, ha deciso di tentare di oscurare con un open bar non stop, il comizio di Pisapia — e relativo concerto di Roberto Vecchioni — previsto per venerdì in piazza del Duomo.
“Quel giorno”, ha detto Ignazio La Russa, “occuperemo via Dante con tanti aperitivi e musica dal vivo dalle 18 alle 23”.
Insomma, più alcol per tutti.
Nella speranza che gli avventori si spostino con il bicchiere in mano nella vicinissima piazza Castello dove, alle 18:30 , la Moratti parteciperà  a un comizio di Umberto Bossi.
Per il Pdl, del resto, una delle incognite vere è la Lega.
Alle comunali del 2006 ha preso pochissimo (poco più del 3 per cento), ma alle provinciali di tre anni dopo è quadruplicata.
Il suo uomo di punta, Matteo Salvini, attacca ogni giorno i cugini azzurri. “Escludo che i milanesi possano votare una persona del genere”, ha addirittura detto venerdì riferendosi a Marco Clemente, un candidato Pdl che, parlando con un presunto boss della ‘ndrangheta, augurava a un imprenditore vittima di estorsione “di morire come un cane”.
E, sempre guardando alle ultime provinciali, l’altro timore degli azzurri è il risultato del centro-sinistra che nel 2009, con Filippo Penati riuscì a spuntarla di un soffio a Milano città .
Certo oggi c’è una differenza.
In molti scommettono che il Movimento 5 Stelle, con il giovanissimo aspirante sindaco Matteo Calise, farà  il pieno di voti.
Beppe Grillo mercoledì ha riempito piazza Duomo.
Ma se Pisapia deve fare i conti con Calise, la Moratti teme Manfredi Palmeri, l’uomo del Terzo polo.
In caso di ballottaggio è possibile che parte dei voti di entrambe i candidati (i due elettorati sono fortemente anti-berlusconiani) finiscano a Pisapia.
E se i 5 Stelle rifiutano gli apparentamenti, con Palmeri il dialogo è già  ampiamente avviato.
Per questo Berlusconi “deve” vincere al primo turno.
L’ordine di scuderia è convincere gli indecisi.
E l’attacco forsennato alla magistratura serve anche a questo.
Per non parlare delle questioni locali, o degli incerti risultati di governo, e per riporre invece le elezioni come un referendum personale: o io, o loro, le toghe rosse.
In viale Monza sostengono che il caso di Roberto Lassini (l’aspirante consigliere comunale sotto inchiesta per i manifesti in cui la magistratura era paragonata alle Brigate Rosse) abbia permesso di guadagnare 5 punti.
Tanto che ieri Lassini (non presente al Palasharp) è stato lasciato libero di distribuire per la città  i propri santini elettorali.
Berlusconi punta insomma a ricompattare lo zoccolo duro dei suoi sostenitori. Solo che ieri, dopo 45 minuti discorso, identico agli interventi del passato, molti di loro hanno cominciato a dare evidenti segni stanchezza.
E a poco, a poco, hanno lasciato il Palasharp.

Peter Gomez e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BOSS, APPALTI E FAVORI ALL’OMBRA DELLA MADUNINA: UN CANDIDATO DELLA MORATTI AL TELEFONO CON I CLAN

Maggio 6th, 2011 Riccardo Fucile

DIETRO A CHI ASPIRA A DIVENTARE SINDACO SI MUOVE UNA PICCOLA SCHIERA DI CANDIDATI IMPRESENTABILI, IN RELAZIONE CON I BOSS… SONO NUMEROSI I CANDIDATI DALLE CATTIVE FREQUENTAZIONI: ECCONE ALCUNI

Il capolista del Pdl a Milano è Silvio Berlusconi, che ha deciso di sovrapporre la sua faccia a quella di Letizia Moratti, per cercare di scongiurare una sconfitta del centrodestra che sarebbe disastrosa.
Sono note la sua storia giudiziaria, le prescrizioni, le indagini e i processi.
Meno note le storie degli altri candidati.
Giulio Gallera è capogruppo del Pdl al comune e terzo nella lista del partito. Durissimo oppositore in Consiglio della commissione comunale antimafia, fatta naufragare nel 2009 dalla maggioranza, è citato nell’ordinanza antimafia “Parco sud”, firmata dal gip Giuseppe Gennari, che porta in carcere tra il 2009 e il 2010 due personaggi con cui Gallera è in contatto: Michele Iannuzzi, consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio, e Alfredo Iorio, uomo d’affari e presidente della società  Kreiamo, con sede in via Montenapoleone.
La Kreiamo è considerata il braccio finanziario del clan Papalia-Barbaro, originario di Platì, in Calabria, ma operativo a Buccinasco.
L’uomo che dice “Speriamo che muoia come un cane” è Marco Clemente, candidato nella lista Pdl, molto vicino a Ignazio La Russa.
È un nuovo acquisto della politica: finora ha fatto l’imprenditore, è socio di maggioranza della discoteca milanese Lime light.
Ha contatti ravvicinati con gli uomini della ‘ndrangheta: il 17 febbraio 2008 viene intercettato all’interno della discoteca Babylon, mentre parla con Giuseppe Amato, in seguito arrestato per associazione mafiosa con l’accusa di essere il luogotenente del boss Pepè Flachi per la riscossione del pizzo nei locali notturni. Amato era il terrore degli “after hour”: taglieggiava sistematicamente gli organizzatori, minacciando chi si rifiutava di pagare.
“Due settimane e non fanno più after, la prossima volta che si permettono, che fanno, gli spacco tutto”, dice a Clemente, che poi, riferendosi a Bartolo Quattrocchi della discoteca Pulp, pesantemente minacciato dal clan, sbotta: “Speriamo che muoia come un cane”.
Due informative di polizia del 2008 aggiungono che Clemente avrebbe attivato contatti con il giovane boss di Buccinasco Salvatore Barbaro.
“Il deputato Ignazio La Russa”, si legge nella prima informativa, “attraverso un suo diretto familiare e tale Clemente, socio di una nota discoteca, avrebbe fatto contattare Salvatore Barbaro al quale i due avrebbero chiesto un intervento della sua famiglia su tutta la comunità  calabrese presente in provincia di Milano, al fine di far votare alle prossime consultazioni elettorali la lista del Pdl (…). Salvatore Barbaro si sarebbe impegnato attivamente (…) garantendo che i voti sarebbero andati sicuramente alla lista”.
Dopo le elezioni dell’aprile 2008, vinte dal Pdl, i boss si presentano a riscuotere il compenso per il loro sostegno.
Lo afferma la seconda informativa, che racconta un incontro in un ristorante milanese tra Marco Clemente e Salvatore Barbaro, il quale si presenta in compagnia di Domenico Papalia (figlio del superboss all’ergastolo Antonio Papalia), considerato il nuovo referente della ‘Ndrangheta in Lombardia.
I due giovani delfini delle cosche chiedono a Marco Clemente “informazioni sugli appalti promessi prima delle elezioni in cambio di un sostegno elettorale”.
Il nome di Clemente è presente anche nelle carte dell’inchiesta “Infinito” che nel luglio 2010 ha portato in carcere 169 presunti mafiosi impiantati in Lombardia.
I carabinieri di Monza intercettano il padrone del Lime light mentre parla al telefono con Loris Grancini, capo ultrà  dei Viking della Juventus e campione di poker, considerato vicino a Cosa Nostra.
Grancini nel novembre 2008 era all’opera “per tentare di far ottenere dei benefici carcerari a Giovanni Lamarmore”, il padre del capo della “locale” di ‘ndrangheta di Limbiate.
Nelle telefonate, annotano gli investigatori, i due dicono che “sfruttando conoscenze di personaggi politici che gravitano nell’area di An hanno fatto recapitare una lettera al direttore del carcere di San Gimignano… Lamarmore è rimasto contento per questo intervento e vuole sdebitarsi scrivendo una lettera a Clemente”.
In coppia con Clemente si muove Marco Osnato, candidato Pdl.
È il “famigliare di La Russa” citato nell’informativa del 2008: ha infatti sposato la figlia di Romano La Russa, fratello di Ignazio.
Osnato avrebbe avuto, con Clemente, contatti con Salvatore Barbaro, a cui avrebbe chiesto i voti della comunità  calabrese.
“In cambio”, si legge nell’informativa, “il familiare di La Russa avrebbe garantito a Barbaro che dal 2009 in poi ci saranno numerosi appalti da assegnare e se le elezioni dovessero essere vinte dal Pdl i lavori più consistenti li commissionerebbero a una società  pulita e di copertura che a sua volta li subappalterebbe a lui e ad altri calabresi”.
Osnato è ben conosciuto anche da Iannuzzi e Iorio, i due della Kreiamo poi finiti in galera.
In un’intercettazione dopo le elezioni del 2008, il primo dice al secondo, riferendosi proprio a Osnato: “Quando lo vado a trovare, prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. E poi andiamo da lui con la lista della spesa”.
Osnato è anche consigliere dell’Aler, l’ente che gestisce le case popolari di Milano.
In questa veste è indagato per turbativa d’asta e corruzione. In un’intercettazione, Iannuzzi dice a Iorio, sempre riferendosi a Osnato: “Mi ha chiamato ieri Marco e mi ha detto: Michele, guardi che l’hanno chiamata dei miei collaboratori perchè ci sono dei lavori all’Aler”.
Un vecchio lupo della politica è Armando Vagliati, consigliere comunale di Forza Italia dal 1997, membro della segreteria cittadina del partito e ora di nuovo in corsa con il Pdl.
Vagliati ha un rapporto stretto con i fratelli Lampada, imprenditori calabresi considerati il braccio finanziario a Milano della cosca Condello.
Francesco Lampada finisce in cella il 1 luglio 2010, coinvolto nel blitz che porta in carcere l’intero clan Valle. Giulio Lampada, il fratello delegato a tenere i rapporti con la politica, è un grande amico di Vagliati.
I due vanno spesso a cena con le rispettive mogli e più volte Lampada cita “l’Armando” nelle sue telefonate (intercettate). “Eravamo alla festa insieme ad Armando! Tutti i consiglieri comunali, provinciali, regionali. C’era pure il presidente del Parlamento europeo Mario Mauro. Eravamo nel tavolo io, lui”.
E ancora: “Siamo accreditati, c’è la fiducia, capisci cosa voglio dire. Perchè lui sa che sputazza non ne ho fatto mai e si butta a capofitto. Dice: vuoi questo, facciamo quello che cazzo ti interessa”.
“Lui” è Vagliati. “L’attività  investigativa”, si legge nei rapporti dei carabinieri, “permetteva di accertare che Armando Vagliati costituiva l’elemento di riferimento dei Lampada con il comune, per la risoluzione delle diverse problematiche di ordine amministrativo”.
Dal canto suo Vagliati, secondo i carabinieri, “era a conoscenza della loro appartenenza al gruppo criminale”.
“L’Armando” nel febbraio 2010 firma un emendamento al nuovo Pgt, il Piano di governo del territorio, che propone di rendere edificabile un’area industriale in zona Ripamonti.
Una nota della polizia giudiziaria segnala poi che Giulio Lampada “starebbe acquistando in zona Ripamonti un terreno agricolo che dovrebbe ottenere il cambio di destinazione d’uso grazie all’intervento del consigliere comunale Armando Vagliati”.
L’assessore uscente Giovanni Terzi, della lista “Milano al centro” (pro-Moratti), partecipa al bar Magenta a un aperitivo con Francesco Piccolo, il luogotenente del boss della ‘ndrangheta Pepè Flachi.
Spiega Piccolo: “Deve parlare per le votazioni… Sta aiutando a tutti, poi ti spiego… È utile anche per noi!”.
Roberto Lassini è sotto inchiesta per i manifesti “Via le Br dalle Procure”.
Passi indietro, nessuno: “Se sarò eletto, resterò al mio posto”.
Poi ha confermato che l’ispirazione gli è arrivata dalle parole di Berlusconi.
Meno noto Rosario Scuteri, detto Saro, candidato in Comune nella lista “Io amo Milano” di Magdi Cristiano Allam.
Il nome di Scuteri, imparentato con la famiglia mafiosa dei Mammoliti di Oppido Mamertina, compare più volte nell’inchiesta “Parco sud”.
Compra un terreno da Iorio (quello della Kreiamo), ma si mette di mezzo la cosca dei Muià  di Baggio.
A comporre i conflitti interviene allora Andrea Madaffari (vicepresidente della Kreiamo).
A questo punto, “il ringraziamento di Scuteri a Madaffari”, scrive il gip Gennari, “non è un grazie qualsiasi, ma il riconoscimento di una gratitudine che andrà  sdebitata”. Da consigliere comunale?

Gianni Barbacetto e Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ELEZIONI A MILANO, LA SCOMMESSA DI FINI: DETERMINANTI AL BALLOTTAGGIO

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LA PARTITA E’ TUTTA TRA MORATTI E PISAPIA, MA IL CANDIDATO DI FLI E UDC, MANFREDO PALMERI, POTREBBE DECIDERE IL BALLOTTAGGIO…E IL TERZO POLO RISULTEREBBE INDISPENSABILE ANCHE A ROMA

Manfredo Palmeri, chi era costui?
Meglio imparare a conoscerlo questo ragazzo con famiglia numerosa, due figli suoi e tre della sua convivente nati da un precedente matrimonio, che si definisce nè falco nè colomba ma gabbiano, un Ogm della politica, un prodotto da laboratorio.
Perchè se le cose andranno male il suo nome potrà  essere rapidamente dimenticato, il 16 maggio, quando si conteranno i voti per le amministrative di Milano.
Ma in caso di ballottaggio combattuto toccherà  a lui, il candidato misterioso, 37 anni, palermitano di padre e ambrosiano di madre, armato di coccarda tricolore, poco pratico di sport, interista, capello lungo e pizzetto nero, fare da ago della bilancia tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia.
E’ lui il Signor Nessuno che può terremotare gli equilibri sotto il Duomo e dunque nel resto d’Italia, fino al governo nazionale.
Dove l’asse del Nord, il patto Berlusconi-Bossi, è più che mai in crisi, a due settimane dal voto, tra nuove diffidenze e accuse di prese in giro.
I sondaggi, per ora, danno basso il terzo incomodo: l’ultimo (Swg per “Il Sole 24 Ore” del 23 aprile) lo quota al 6 per cento, un ben più lusinghiero Ipsos di fine marzo lo piazzava tra il 6,5 e il 9.
Alessandra Ghisleri, la sondaggista più ascoltata dal Cavaliere, lo colloca ai blocchi di partenza tra il 4 e il 5, dopo aver ponderato le serie storiche dei partiti che lo appoggiano, l’Udc che a Milano non ha mai superato il 3 per cento, Fli che non si è mai misurato: “Ma resta un’incognita. La lista che lo sostiene, Nuovo polo, che raggruppa i finiani e i rutelliani, è un marchio sconosciuto agli elettori, può disorientare o attirare qualche deluso, presto per dirlo”.
Il candidato è un puledro della politica milanese, “la mia candidatura è nata tutta qui, mai stato a una riunione a Roma”, assicura, ma il progetto è ambizioso e viene da lontano: un polo da far nascere sulle macerie di Pdl e Pd.
Il Terzo polo nasce ufficialmente in un albergo romano il 15 dicembre, all’indomani del fallimentare voto di sfiducia alla Camera con la sconfitta di Gianfranco Fini contro Berlusconi.
Era già  evidente in quel momento che il capoluogo lombardo sarebbe stato decisivo, con tre condizioni favorevoli difficilmente replicabili altrove.
A destra, la candidatura del sindaco uscente Letizia Moratti, al punto più basso della popolarità .
A sinistra, le primarie che avevano consegnato il titolo di sfidante all’avvocato Giuliano Pisapia, stranoto e stimato in città  ma con il peccato originale della sua appartenenza ieri comunista e oggi vendoliana.
Infine, il Terzo polo poteva contare sul dialogo tra Massimo Cacciari e l’ex sindaco Gabriele Albertini, a lungo tentato di scendere in campo oltre gli attuali schieramenti.
Albertini si ritira, dopo la sconfitta di Fini a Montecitorio.
Resta alla finestra, fa il battitore libero, atteggiamento condiviso da una buona parte dell’elettorato moderato che non apprezza i manifesti del candidato Pdl Roberto Lassini, quello che parifica i giudici alle Br, nè i comizi del premier sulle scale del Tribunale e che è in cerca di una nuova rappresentanza.
“Vedo crescere un’area di astensione, di indecisione.C’è una parte della borghesia di questa città  che si è riconosciuta in Berlusconi e nella Moratti e che ora si ritrova con l’Expo mai avviato, con le aree ancora da assegnare, e con le tifoserie mobilitate”, prova a decifrare l’aria Bruno Tabacci.
Proprio lui, storica figura della sinistra Dc lombarda, ben inserito nei salotti buoni economico-finanziari, infaticabile spina nel fianco del governo Berlusconi, stando ai sondaggi tra i partiti del Terzo polo, sarebbe stato il nome più forte per sfidare la Moratti e Pisapia.
Con un handicap invalicabile, però: lo scarso entusiasmo sul suo nome del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini.
Si arriva così sul candidato Palmeri tra veti incrociati e l’incertezza sulla partita da giocare, per ripiego: “In Publitalia ne selezionavano a decine come lui”, spiega Luigi Crespi, il regista della campagna elettorale berlusconiana del 2001, quella del contratto con gli italiani nello studio di Vespa: “Carini, pettinati, inutili”.
In consiglio comunale confermano: “Piaceva alla Moratti perchè non si è mai presentato senza cravatta”.
Uno stakanovista, il culo di pietra di palazzo Marino.
Mai una seduta consiliare mancata in cinque anni, 437 su 437, roba da Guinness, presiedendo oltre 3.400 votazioni.
Una costanza da fachiro, anche nell’ardua fase di discussione del Pgt, il Piano di governo del territorio, dov’era la maggioranza di centrodestra a latitare.
Tra una seduta e l’altra, anni prima, ha conosciuto la compagna, consigliera comunale del Pdl come lui, la barese Maddalena Di Mauro: non si ricandida, questa volta, e il suo voto è top secret, anche in famiglia.
Poca sostanza, malignano gli avversari e gli ex amici del suo partito, Forza Italia prima e Pdl poi.
Che ricordano un paio di mosse furbette: gli studi alla Bocconi, per esempio, sempre vantati ma con l’omissione della laurea mai raggiunta.
Più utile, ai fini della carriera politica, la frequentazione del cenacolo di via Marina, dove si riuniscono i Circoli di Marcello Dell’Utri.
Un rapporto durato fino a un anno fa, quando il palermitano-milanese Palmeri prova a fare senza successo il gran salto verso il Pirellone, il consiglio regionale.
La svolta arriva in autunno, con la fondazione di Fli.
Palmeri è tra i primi ad aderire, in mezzo a una gran confusione, un parto complicato, arrivi e partenze.
“Raccolgono tutti quelli che in An erano contro Ignazio La Russa. Tanti, ma non abbastanza per vincere le elezioni”, raccontano nel Pdl.
Ma ora che il voto è vicino il Nuovo Polo guidato dal gabbiano Manfredi, che nel frattempo si è trasformato in un leone anti-Moratti, è costretto a combattere.
E provare a costruire a Milano, dove il premier gioca in casa, quella coalizione moderata e post-berlusconiana che Casini e Fini vorrebbero lanciare nel resto d’Italia.
Per il presidente della Camera il 15 maggio è un banco di prova, per vedere se la destra “senza la bava alla bocca”, alternativa all’estremismo del Cavaliere, esiste davvero o è un miraggio.
Per il leader dell’Udc un successo centrista confermerebbe che senza di lui nessuno può vincere, ottima notizia in vista delle prossime elezioni politiche. Per entrambi essere determinanti sotto il Duomo significa dare un colpo mortale alla coppia Berlusconi-Bossi che ha dominato la politica italiana per 15 anni.
Il Polo milanese come anticipo del Polo nazionale che verrà .
Un mosaico difficile da mettere insieme.
Ci sono i pezzi del Pdl che non hanno accettato la progressiva trasformazione del partito nella corte di Arcore: nelle liste di Manfredi ci sono le due pasionarie, la ex An finiana Barbara Ciabò e la ex forzista Sara Giudice, l’unica collega di partito ad essersi esposta promuovendo una raccolta di firme contro la candidatura in consiglio regionale di Nicole Minetti.
Lui guarda agli under 50, ai liberali, ai moderati, “ai delusi della Moratti e agli illusi da Pisapia”, parole sue, e anche a quei leghisti stufi di donna Letizia. Con lui c’è Lucio Nisi, il proprietario del Plastic, un tempio della notte.
Ha appoggi tra i costruttori della media impresa, Assimpredil e Ance (mentre Moratti è più gradita ai big players come Ligresti, Cabassi, Hines Italia, Impregilo, Torno, impegnati in grandi appalti infrastrutturali), nel mondo universitario della Bocconi e dello Iulm, nella comunità  ebraica di Roberto Jarach e Daniele Nahum; in lista c’è Iardina Laras, figlia dell’ex rabbino capo di Milano.
Una certa attenzione arriva dal “Corriere della Sera” e dal “Sole 24 Ore”, col neo direttore Roberto Napoletano vicino a Casini.
Palmeri piace anche al banchiere Fabrizio Palenzona.
E un po’ più a sinistra? Entra in lista con Manfredi il consigliere ex Pd Carlo Montalbetti, c’è la simpatia di Sergio Scalpelli, dell’ex prefetto Bruno Ferrante, di una vecchia conoscenza migliorista del presidente della Repubblica, Luigi Corbani, direttore generale dell’Orchestra Verdi.
Nel mondo cattolico c’è la divisione tra il mondo ciellino, schierato con la Moratti, e l’ala del cattolicesimo sociale in sintonia con il cardinale Dionigi Tettamanzi che può contare sulla direttrice della fondazione Casa della Carità  Maria Grazia Guida, con Stefano Boeri in testa di lista per il Pd.
Ma pezzi di antico mondo democristiano sono in movimento, se è vero che una figura storica come Piero Bassetti, il primo presidente della Regione Lombardia nel 1970, ha dichiarato il suo appoggio per Pisapia e fondato il comitato Cinquantuno per cento, con intellettuali e professionisti, dall’ex commissario della Consob Salvatore Bragantini al vicepresidente della Banca Popolare di Milano Mario Artali.
Un altro influente economista, Marco Vitale, parteciperà  al Teatro Parenti a un’iniziativa elettorale pro Palmeri, accanto a Cacciari e al banchiere ex dc Roberto Mazzotta.
A due settimane dal voto Palmeri, tenacia a parte e a prescindere dalle sue qualità , resta in corsa.
A testimoniarlo, più che l’appoggio dei suoi sostenitori, c’è lo sforzo messo in campo da Berlusconi, candidato in prima persona per il consiglio comunale, ora a rischio sorpasso dell’ultrà  Lassini nella gara per le preferenze.
Effetto Berlusconi, difficile da calcolare: la Moratti è oggi sotto quota 50 per cento e sotto la somma dei partiti della sua coalizione.
“Berlusconi ha sempre fatto i miracoli, ma se è arrivato il momento di cambiare il suo appoggio può trasformarsi in un boomerang”, si fa coraggio Tabacci.
Per il Cavaliere un tracollo a Milano sarebbe ben più che una sconfitta elettorale: la fine di un’epoca laddove è cominciata.
Per questo il premier gioca la carta che gli è sempre riuscita meglio: trasformare il voto in un referendum sulla sua persona, la scelta di campo. Questa volta, però, il suo campo è diviso.
La Lega è sempre più insofferente.
I moderati si sono messi in proprio.
Ed è curioso che uno scontro di questa portata sia in mano allo sconosciuto Palmeri: ma nella politica, come nel cinema, capita spesso che all’ultima scena arrivi la comparsa sottovalutata da tutti.
E scriva la parola fine.

Enrico Arosio e Marco Damilano
(da “L’Espresso“)

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LA SAGA DELL’ASSESSORE REGIONALE LEGHISTA MONICA RIZZI MAI LAUREATA CONTINUA: DALLA MAGA AL DOSSIER

Maggio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LA LEGHISTA DELLA VALCAMONICA CHE HA SVEZZATO RENZO BOSSI PER POI DIVENTARE ASSESSORE LOMBARDO ALLO SPORT, OLTRE ALLA MAGA DI FIDUCIA ORA E’ CHIACCHIERATA PER AVER ORDINATO DOSSIER AI DANNI DI AVVERSARI INTERNI DEL SUO STESSO PARTITO

Protagonista, un sottufficiale della Guardia di finanza in forza al Comando provinciale di Brescia, il maresciallo Francesco Cerniglia, in contatto con l’assessora e la sua maga.
Avrebbe creato dossier illegali su esponenti del Carroccio considerati “traditori” della Lega o comunque concorrenti o avversari personali di Monica Rizzi.
Tra le vittime del dossieraggio ci sarebbero l’ex consigliere regionale Ennio Moretti, il vicesindaco di Salò, un dirigente dalla Asl di Mantova e due giornalisti, Marco Marsili, ex addetto stampa di Monica Rizzi, e Leonardo Piccini, collaboratore del “Fatto Quotidiano”.
Sono gli ultimi due a sostenere che il maresciallo avrebbe redatto dossier illegali, anche attingendo informazioni da banche dati delle forze di polizia.
Accuse gravi.
Sarà  ora la Procura di Brescia, a cui i due giornalisti si sono rivolti, a verificare se le loro denunce sono fondate.
Una prima conferma la dà  Giulio Arrighini, ex parlamentare del Carroccio poi uscito dal partito e oggi segretario nazionale della Lega Padana.
Racconta di aver ricevuto la visita di un misterioso personaggio che non si è presentato, ma gli ha fatto vedere un faldone pieno di cartelline con notizie sulla vita privata di esponenti della Lega.
Arrighini ha annusato odor di vendette interne al partito e ha detto di non essere interessato alla merce.
Non ha alcuna certezza, naturalmente, che si trattasse di Cerniglia o di materiale riconducibile a lui.
Secondo i due giornalisti che hanno presentato la denuncia, però, il maresciallo collabora, nel tempo libero, con la Cagliostro Investigazioni, un’agenzia privata di Brescia che fa capo proprio ad Adriana Sossi, la maga di Monica Rizzi nonchè autrice dell’imperdibile libro “La mia vita con gli spiriti”: Adriana è in contatto, beata lei, con “un extraterrestre della galassia di Oron”, ma è anche beneficiaria di una collaborazione remunerata (4 mila euro) con la Regione di Roberto Formigoni.
Ottenuta naturalmente grazie a Monica Rizzi, che già  da mesi deve affrontare cattiva stampa a causa di alcune sue mosse false.
La prima è l’esibizione di un titolo di “psicologa e psicoterapeuta infantile”, specializzata nel “recupero dei minori abusati”, senza ahimè essere iscritta all’Albo degli psicologi, nè avere uno straccio di laurea.
La seconda è una letteraccia, rivelata dal “Fatto Quotidiano” il 10 marzo, inviata all’assessore al lavoro della Provincia di Brescia per protestare contro una funzionaria dell’ispettorato provinciale del lavoro colpevole di aver fatto i controlli di legge in aziende in cui è coinvolto il suo fidanzato, l’imprenditore Alessandro Uggeri.
Ora arriva la storia dei dossieraggi.
Chissà  se la sua maga di fiducia l’aveva previsto.

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GOVERNO DEI MATTI, BOSSI CHIEDE CON UNA MOZIONE DI FISSARE UNA DATA IN CUI TERMININO LE OSTILITA’ IN LIBIA: VADA A TRIPOLI A FARLO FIRMARE DAL SUO COMPAGNO DI MERENDE ASSASSINO

Aprile 30th, 2011 Riccardo Fucile

DAL MANICOMIO ITALIA BERLUSCONI ASSICURA: “CON LA LEGA NESSUN PROBLEMA” , LA BRAMBILLA ANNUNCIA CHE LAMPEDUSA E’ RESTITUITA AL TURISMO PROPRIO MENTRE SBARCANO ALTRI 800 PROFUGHI E MARONI DELIRA: “I NUOVI SBARCHI CONSEGUENZE DELLE NOSTRE   DUE BOMBE”

Il Senatùr è intervenuto ieri sera alla festa leghista nel capoluogo lombardo. Con lui il sindaco Letizia Moratti.
Su Parmalat ha detto: “Non so se riusciranno a portarla via” (forse non gli hanno ancora notificato che ormai i francesi se la sono di fatto presa)
Umberto Bossi ha parlato a Milano durante la festa dei giovani padani organizzata al castello Sforzesco.
Le prime parole del Senatùr sono per la crisi libica e il contrasto con il premier.
”Oggi — ha annunciato — abbiamo presentato una mozione, la potete leggere domattina sulla Padania, in cui tra le altre cose si chiede di stabilire la data in cui si terminano le ostilità ”.
Certo, sono con le mozioni nel Parlamento italiano che si convince Gheddafi a terminare di massacrare il suo popolo.
Ma perchè il Senatur non va a farla firmare a Tripoli al suo compagno di merende, nonchè criminale di guerra e assassino di bambini, Gheddafi?
O pensa che i contendenti firmino un cessate il fuoco dopo la sua mozione patacca?
Poi Bossi ha attaccato l’opposizione: “Alla sinistra non gliene frega niente della guerra, gli interessa solo fare cadere il governo, noi siamo contrari alla guerra per un altro discorso”.
Certo, per continuare a far affogare i profughi da Gheddafi contro pagamento di 20 miliardi di euro.
Ma, chissà  come mai, sulla crisi di governo il leader leghista non vuole strappi.
E così a un militante che dalla platea gli ha urlato “bisogna mandare a casa Berlusconi”, Bossi ha risposto: “Va pian”.
Parole di cautela che pochi minuti dopo sono state seguite da quelle di Berlusconi, intervenuto telefonicamente a un convegno Pdl a Gubbio. ”La nostra coalizione non corre rischi”, ha detto il premier che ha poi spiegato: “La Lega sta preparando una mozione per quanto riguarda il nostro doloroso impegno in Libia. E’ un problema questo che ha creato qualche scombussolamento e qualche fibrillazione, ma che stiamo assolutamente superando. Già  ci sono le loro dichiarazioni che non hanno mai pensato di creare problemi alla nostra maggioranza”.
Intanto, velate minacce al Pdl arrivano anche dal ministro Maroni intervenuto in serata a Desio che la spara più grossa del solito: “I nuovi sbarchi sono conseguenza delle bombe”.
Peccato che i nuovi arrivati siano in gran parte partiti dalla Tunisia e pure prima che sganciassimo due-bombe-due: che c’entrano con i bombardamenti italiani lo sa solo lui.
Da Milano, poi, Bossi, archiviato l’argomento Libia, ha confermato il sostegno alla Moratti, ma con un avvertimento: “Questa volta ti controlliamo”.
Prima si vede che i leghisti hanno dormito per 5 anni.
Ridicoli.
E poi: “Penso che il sindaco di Milano che sarà  eletto avrà  un vantaggio rispetto a quelli precedenti: avrà  un sacco di soldi in più grazie al federalismo fiscale”.
Ma certo: con le nuove tasse che applicherà  ai cittadini grazie al federalismo, avrà  più soldi da sputtanare, concordiamo.
Il manicomio Italia continua.
Tranquilli: quelli dalle poltrone non si smuovono neanche se Gheddafi li bombardasse con gli ordigni a grappolo.

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CASE POPOLARI A MILANO, TANGENTI SUGLI APPALTI: INDAGATO UN CANDIDATO DEL PDL, GENERO DI ROMANO LA RUSSA

Aprile 29th, 2011 Riccardo Fucile

NELL’INCHIESTA ALER FINISCE ANCHE MARCO OSNATO, CONSIGLIERE COMUNALE USCENTE E IN LISTA CON LA MORATTI ALLE PROSSIME ELEZIONI…ACCUSATO DI CORRUZIONE E TURBATIVA D’ASTA

Turbativa d’asta e corruzione. Tra gli almeno sei indagati dalla procura di Milano sugli appalti per i lavori di pulizie e gestione del verde del patrimonio immobiliare Aler, figurano il direttore generale Aler, Domenico Ippolito, e il direttore dell’area gestionale dell’Aler, Marco Osnato, genero di Romano La Russa, consigliere comunale uscente e candidato alle prossime amministrative nella lista di Letizia Moratti sindaco e coordinatore vicario del Pdl milanese.
A riportare la notizia è il Corriere della Sera in un articolo di Luigi Ferrarella nelle pagine della cronaca cittadina.
Nell’inchiesta anche l’avvocato che guida l’ufficio legale e appalti dell’ente, Irene Comizzoli; la responsabile dell’ufficio di segreteria del presidente Loris Zaffra nonchè componente del gruppo tutela patrimonio dell’ente in chiave anti-abusivismo, Anna Bubbico; e due amministrato di centinaia di alloggi Aler, Antonio De Luca (marito della Bubbico) e Luca Bellisomo.
Secondo quanto riporta il quotidiano di via Solferino, “alcuni di questi nomi erano già  stati evocati nell’esposto che il 19 marzo dell’anno scorso l’associazione Sos Racket e usura di Frediano Manzi aveva presentato in Procura, allegando anche la registrazione di una conversazione con ‘un ingegnere che ha lavorato per anni partecipando a bandi e gare d’appalto per l’Aler’ e che accreditava l’esistenza di una prassi tangentizia in seno all’ente”.
I pm Antonio Sangermano e Maurizio Romanelli, stanno valutando, scrive Ferrarella, la delibera dell’Aler con la quale si sperimentava nella provincia milanese una sorta di autogestione degli amministratori di condominio, affiancati da alcuni individuati funzionari Aler, nella scelta dei modi e delle aziende con i quali assicurare i servizi di pulizie e di gestione del verde.
Ma il dubbio degli inquirenti “pare essere che dietro questo meccanismo vi sia stata la volontà  di evitare gare d’appalto attraverso il frazionamento dei lavori in piccoli lotti, in modo da consentire a taluni amministratori degli stabili, ritenuti politicamente più ‘vicini’ ad alcuni dirigenti Aler, di poterli assegnare a trattativa privata ad aziende di fiducia, con qualche genere di ‘ritorno’ economico che traspare dalla contestazione di corruzione”, scrive ancora il Corriere.
Così, dopo l’inchiesta sulle firme false del listino di Roberto Formigoni e il caso dei manifesti “Via le Br dalle Procure” di Roberto Lassini candidato nella lista Moratti alle comunali, arriva la terza inchiesta che coinvolge esponenti del Pdl.

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LA MORATTI REGALA UNA SCUOLA DI 1.000 METRI QUADRI ALLA LEGA: COSA NON SI FA PER ESSERE ELETTI

Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile

UNA EX SCUOLA ELEMENTARE DI QUARTO OGGIARO ASSEGNATA ALLA SEDICENTE GUARDIA NAZIONALE PADANA….INSORGONO LE ASSOCIAZIONI DI QUARTIERI: “NON NE SAPEVAMO NULLA, CI HANNO TENUTO ALL’OSCURO DELLA GARA”…UN BANDO DI CUI NESSUNO HA SAPUTO NULLA PER FAVORIRE UNA ASSOCIAZIONE DI PADAGNI CHE SOFFRONO DI INSONNIA

Una scarna nota dell’ufficio stampa del Comune di Milano comunica che l’edificio di via Lessona 65, nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro, è stato assegnato alla Guardia Nazionale Padana.
È una ex scuola elementare, da anni inutilizzata.
Chi scrive — passatemi per una volta un riferimento personale — nelle sue aule ha frequentato la quinta.
“Il bando di gara per l’assegnazione dell’immobile si è tenuto lo scorso novembre”, ci informa la nota.
“La destinazione si inserisce nell’ambito delle funzioni di protezione civile assegnate al Comune di Milano. L’Amministrazione ha sviluppato nel corso di questi ultimi anni numerose forme di collaborazione con soggetti pubblici e privati in grado di supportare le strutture comunali ed in particolare proprio la Protezione Civile. Lo stabile di via Amoretti, che si estende su circa 1000 metri quadrati, pur trovandosi in discrete condizioni necessita di una seria opera di manutenzione, si trova in una zona a rischio vandalismi e occupazioni abusive. Si è ritenuto che l’utilizzo dell’immobile da parte di un’associazione onlus quale la Guardia Nazionale Padana possa essere funzionale alle strategie di sviluppo sociale perseguite dall’amministrazione”.
Proviamo a interpretare il burocratese.
Il Comune, dopo aver lasciato nell’abbandono l’edificio per anni, ora non ha i soldi per ristrutturarlo.
Dunque lo affida a qualcuno che provvederà  a sue spese, par di capire, salvando la ex scuola da vandalismi e possibili occupazioni abusive.
Chi provvederà  è la Guardia Nazionale Padana, accostata, non si capisce bene come, a non meglio precisate “funzioni di protezione civile”.
Dovrà  ristrutturare l’edificio, chissà  con quali finanziamenti.
La onlus del Carroccio, dice il comunicato, ha vinto una gara che si è “tenuta lo scorso novembre”.
E qui le associazioni del quartiere insorgono: nessuno a Quarto Oggiaro sapeva della gara.
Non il Circolo Perini presieduto da Antonio Iosa, che da decenni sviluppa attività  culturale nella zona.
Non Quarto Oggiaro Vivibile e i tanti altri gruppi attivi in questa porzione di Milano agli estremi confini nord della città .
Come è stata pubblicizzata, a novembre, questa gara?
Chi vi ha partecipato?
Chi ha giudicato le eventuali candidature proposte?
In base a quali criteri ha vinto la Guardia Nazionale Padana?
Che cosa ci farà  in quell’edificio, come lo utilizzerà ?
La verità  è che Letizia Moratti, non molto amata dalla Lega, si deve guadagnare il sostegno del Carroccio nella difficile campagna elettorale in corso.
Anche a costo di regalare una sede alla Guardia Nazionale Padana.
A farne le spese, questa volta, un quartiere da cui è passato un pezzo della storia di Milano.
Quarto Oggiaro nasce negli anni Sessanta come “quartiere dormitorio”, sorge per ospitare l’immigrazione dal Sud Italia (di quei “terroni” che sono stati i primi nemici della Lega, poi sostituiti dagli extracomunitari).
È un “quartiere operaio” all’inizio senza servizi (viene chiamato “Corea”, o “Barbon City”), ma è anche un esempio di quel riformismo ambrosiano ormai irrimediabilmente perduto che comunque riusciva in pochi anni a creare migliaia di nuovi alloggi e ad accogliere migliaia di “nuovi milanesi”.
Poi il quartiere vede il crescere delle lotte sociali, dei movimenti popolari e, insieme, di una piccola frangia di terroristi.
Infine, l’aumento del disagio sociale, il dilagare della droga, la silenziosa occupazione delle famiglie legate alla ‘ndrangheta.
Negli ultimi anni Quarto Oggiaro, anche per merito delle sue associazioni e dei suoi preti, ha intrapreso un orgoglioso cammino, rivendicando una sua buona “normalità ”, pur fra tanti problemi.
Ha bisogno di presenza dello Stato, di cultura e di luoghi d’aggregazione. Invece Letizia Moratti gli manda le Guardie Padane.

Gianni Barbacetto
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ORA LA MORATTI TEME L’EFFETTO-SILVIO: IL CROLLO DI POPOLARITA’ DEL PREMIER RISCHIA DI TRAVOLGERLA

Aprile 25th, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI VUOLE ESSERE TROPPO PRESENTE A MILANO, MENTRE LA MORATTI PREFERIREBBE SI DEFILASSE PER NON FAR PERDERE ALTRI VOTI AL CENTRODESTRA… IL CASO LASSINI SEGNA LA CAMPAGNA ELETTORALE

All’inizio, era una questione di principio.
Quasi un dovere per un prototipo della buona (e moderata) borghesia milanese come Letizia Moratti: dissociarsi da quello slogan delirante e oltraggioso.
Il costo politico sembrava, tutto sommato, basso.
Già  la sera precedente, il ministro della Giustizia Alfano   –   non esattamente una colomba   –   aveva preso le distanze dal contenuto dei manifesti dell’Associazione per la difesa della democrazia.
Poi, con il passare dei giorni, via via che il balletto delle dimissioni e delle retromarce, delle dichiarazioni di sdegno e delle manifestazioni di sostegno si è fatto più vorticoso, è diventata una colossale manfrina da campagna elettorale.
E Letizia Moratti, consigliata dai suoi spin doctor, ha deciso di cavalcarla nel modo più spregiudicato, quasi spudorato.
Fino a negare l’evidenza: “Per me il caso è chiuso”, ripete il sindaco, da tre giorni, come un 45 giri inceppato.
Sa benissimo che il caso chiuso non è, e provvedono quotidianamente a sottolinearlo il Giornale della famiglia Berlusconi e l’ala dura degli Stracquadanio, delle Santanchè, Tiziana Maiolo e compagnia assortita.
Che Roberto Lassini con ogni probabilità  sarà  eletto consigliere comunale ormai lo hanno capito tutti, dentro e fuori il Pdl.
Che ben difficilmente, all’indomani dell’elezione, rinuncerà  al suo strapuntino è convinzione ugualmente diffusa.
Perchè allora la Moratti continua a ripetere ossessivamente la   sua incompatibilità  con Lassini, anche ora che i dirigenti del suo partito   –   dopo la prima ondata di dichiarazioni sdegnate   –   l’hanno praticamente lasciata sola?
“Ci sono sondaggi che stimano al minimo storico la popolarità  di Silvio Berlusconi perfino nella sua città    –   spiega un dirigente milanese del Pdl   –   e nello staff dei consiglieri del sindaco qualcuno comincia a temere che la politicizzazione della campagna elettorale milanese e l’entrata in campo diretta di Berlusconi non solo non aggiungano consensi ma rischino di sottrarne”.
Ecco perchè la Moratti, che nell’ultimo scorcio del suo mandato si era completamente appiattita su Berlusconi e sul governo, perfino quando le decisioni dell’esecutivo hanno pesantemente penalizzato Milano, oggi, nel vivo della campagna per la riconferma, ha deciso di distinguere la sua posizione da quella dei falchi del suo partito, con ciò guadagnandosi la disapprovazione del presidente del Consiglio: “Berlusconi vuole che le polemiche finiscano il prima possibile e che tutto il partito si impegni per vincere a Milano   –   spiegava ieri all’Ansa un alto dirigente del Pdl   –   Certo, al presidente farebbe piacere che Lassini ottenesse tanti voti, sarebbe uno schiaffo degli elettori alla procura milanese”.
Oltre al tornaconto personale, c’è un’altra ragione che ha spinto Berlusconi a imprimere un’accelerazione violenta alla campagna milanese, che culminerà  nella settimana dopo Pasqua con una lettera firmata di suo pugno ad ogni famiglia milanese e con uno tsunami di manifesti e volantini che   –   nelle intenzioni del premier   –   dovranno solleticare le reazioni “di pancia” dei milanesi sui temi consueti della contrapposizione tra destra e sinistra.
I sondaggi più attendibili danno la Moratti in lieve vantaggio (un punto, massimo due) al primo turno su Pisapia   –   grazie anche a un modesto recupero prodotto dalla sua campagna milionaria   –   ma comunque lontana dal 50%.
Al ballottaggio, partita apertissima.
Berlusconi sa che la Moratti, da sola, rischia di perdere e di trascinare il centrodestra tutto in un vortice di cui è difficile vedere il fondo.
“È vero che il caso Lassini accentua la percezione di un Pdl in preda al caos   –   continua l’assessore morattiano   –   ma in fondo tutto questo movimento fa gioco a tutti. A Berlusconi, e anche alla Moratti, che capitalizzerà  personalmente i voti dei moderati e usufruirà  di quelli conquistati dal premier e anche da Lassini”.
Il balletto del Lassini fuori-Lassini dentro, dunque, rischia di diventare un tormentone da qui al 16 maggio.
La Moratti, assicurano i suoi, “è pronta a tener botta fino in fondo”.
Se sarà  rieletta, non sarà  un problema ingoiare il rospo Lassini per rimettersi al più presto al timone dell’Expo e dei grandi affari milanesi.
Capitasse il guaio della sconfitta, avrà  già  pronto sul tavolo un buon argomento per addebitarla ad altri.
A quei manifesti sciagurati, e a chi non se n’è dissociato per tempo.

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SARA GIUDICE: “QUELLI DEL PDL HANNO CERCATO DI COMPRARMI”: OFFERTO UN POSTO SICURO ALLA MONDADORI SE RIENTRAVA NEI RANGHI

Aprile 23rd, 2011 Riccardo Fucile

L’INTERVENTO DELLA GELMINI, LA PROPOSTA DI UNA FOTO PER SANCIRE LA RIAPPACIFICAZIONE CON LA MINETTI…”NEL PDL SONO IN MOLTI A SPERARE CHE BERLUSCONI SI LEVI PRESTO DALLE PALLE, STANNO ZITTI MA NON NE POSSONO PIU”… “LE PERSONE PER BENE NON RIESCONO A COMPRARLE”

“Mi hanno offerto un posto in Mondadori per rientrare nei ranghi”.
Se proprio in quel momento non fosse arrivata in studio la notizia della solidarietà  espressa da Berlusconi a Roberto Lassini, (l’uomo dei manifesti “Fuori le Br dalle procure”), forse Sara Giudice, la giovane ex pidiellina che ha raccolto 12 mila firme per chiedere le dimissioni di Nicole Minetti dal Consiglio regionale della Lombardia, lo avrebbe detto in diretta ad Annozero.
Invece ha avuto solo il tempo di raccontare che qualcuno aveva cercato di “comprarla”.
Ecco la storia completa.
Sara, chi ha cercato di comprarla?
Poco più di un mese fa ho ricevuto una telefonata di Maria Stella Gelmini. Ero appena stata da Gad Lerner, la famosa puntata della chiamata di Berlusconi in cui parlava di “cosiddette signore” e stavo per essere ospitata ad Annozero. La Gelmini mi chiese di non partecipare alla trasmissione di Santoro, perchè la mia presenza, in un momento di estrema difficoltà  per il presidente del Consiglio, non era opportuna.
A che titolo le ha telefonato?
La Gelmini è stata coordinatore regionale del Pdl e abbiamo lavorato insieme.
E lei cosa ha risposto?
Ho rivendicato il diritto di discutere nel merito la questione che ponevo, cioè il metodo di selezione della classe dirigente all’interno del Popolo della Libertà , cosa che ho tentato, invano, di fare anche con Berlusconi.
E il ministro come ha reagito al suo rifiuto?
Ne ha preso atto. Il giorno dopo ha rilasciato un’intervista a Repubblica accusandomi di aver raccolto le firme perchè, a differenza della Minetti, ero stata esclusa dal listino bloccato. Una questione personale insomma.
E poi cos’è successo?
Qualche giorno dopo sono stata avvicinata da alcuni dirigenti del Pdl, che so per certo essere persone di fiducia di Maria Stella Gelmini. Mi hanno proposto un caffè con Nicole Minetti in favore di telecamera, una specie di “carrambata” per chiudere l’incidente. E per essere convincenti , conoscendo la mia condizione di lavoratrice precaria, mi hanno fatto capire che se avessi accettato ci sarebbe stato un posto sicuro in Mondadori per me.
E lei?
Ovviamente ho rifiutato. à‰ stato in quel momento che ho capito che non c’era più niente da fare e ho lasciato il Pdl per Fli.
Come l’hanno presa i suoi ex compagni di partito?
Dipende. Molti hanno fatto a gara per screditarmi, ma purtroppo per loro non ho nulla da nascondere. Mi hanno accusato di essere la responsabile delle dimissioni del coordinatore regionale del Pdl Guido Podestà  e la prima cosa che ha detto il suo successore Mantovani è stata “Sara Giudice non ha mai fatto parte del Pdl”, cosa semplicemente ridicola dal momento che ero perfino consigliere di zona 6 a Milano. Poi ci sono quelli – e sono tanti – che mi stringono la mano e confessano di non poterne più, che non vedono l’ora che Berlusconi si levi dalle palle. Ma poi si turano il naso e votano. E lo stesso faranno alle amministrative con la Moratti, anche se è un sindaco che non piace, troppo legata a interessi forti per governare una città  come Milano.
Tutta questo subbuglio per una ragazza di 25 anni. Non le sembra eccessivo?
Non saprei. Mi viene in mente quello che disse Veronica Lario, il drago sarà  sconfitto dalla bambina. Ecco, non penso certo di avere nè questa capacità  nè questa forza, però è evidente che le loro debolezze stanno qui, con le persone per bene che non riescono a neutralizzare o a comprare. à‰ il loro punto debole.
Lei ha partecipato alla fondazione del Pdl, quindi ha deciso di impegnarsi in politica perchè credeva in Berlusconi…
Certo, ma penso che esista un Berlusconi uno e un Berlusconi due. Non che il primo fosse privo di difetti, ma non era certo così delirante.

Stefano Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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