Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
LA RIFORMA DEL LAVORO BOCCIATA DA DUE ITALIANI SU TRE
Il progetto di riforma del mercato del lavoro varato dal governo potrebbe, nelle prossime settimane, causare significative fratture nel quadro politico.
Infatti, il provvedimento ha già provocato un calo sensibile nel tasso di approvazione espresso dai cittadini nei confronti dell’azione dell’esecutivo. Dal 50-60% di consenso rilevato sino agli inizi di marzo, la percentuale di giudizi positivi verso il governo è bruscamente scesa al 44%.
Ciò significa che, in questo momento, la maggioranza, seppur lieve (54%), della popolazione esprime una insoddisfazione verso l’operato dell’esecutivo.
Potrebbe trattarsi di una reazione d’impulso – forse momentanea e destinata a rientrare – agli ultimi provvedimenti (che, come vedremo tra breve, non incontrano l’approvazione della popolazione), ma potrebbe rappresentare anche il segnale d’inizio di un trend negativo nel consenso per il governo.
Il calo di fiducia ha riguardato prevalentemente gli operai e i lavoratori dipendenti di livello medio-basso, ma anche studenti, pensionati e casalinghe.
Viceversa imprenditori, liberi professionisti, ma anche impiegati e quadri, specie se possessori di un titolo di studio elevato, hanno mantenuto immutata la loro fiducia per il governo.
Dal punto di vista dell’orientamento politico, si è verificato un vero e proprio crollo di consensi (-32%) nell’elettorato della Lega Nord che, fino a ieri, esprimeva, malgrado tutto, nella sua maggioranza, una tiepida approvazione verso l’azione dell’esecutivo.
Ancora, come era forse prevedibile, un notevole decremento di approvazione (-17%) si manifesta tra i votanti per il Pd (la cui maggioranza continua però a sostenere il governo) e, seppure in misura minore (-10%), tra quelli del Pdl (ove la gran parte oggi è ostile all’esecutivo).
Persino tra l’elettorato dell’Udc – che, tradizionalmente, ha sin qui appoggiato più decisamente il governo – si registra una diminuzione di fiducia (-9%).
Come si è detto, questo trend è legato alla insoddisfazione della maggioranza degli italiani verso le decisioni assunte riguardo al mercato del lavoro e, in particolare, riguardo alla riforma dell’articolo 18.
Più del 40% della popolazione dichiara di avere seguito bene la vicenda, mentre un altro 46% l’ha seguita con attenzione minore.
Solo il 14% si dichiara all’oscuro della questione.
A fronte di questo diffuso interesse, il giudizio sulle decisioni dell’esecutivo è negativo per più di due italiani su tre (67%).
Le criticità maggiori si rilevano al Sud e tra gli operai, mentre tra imprenditori e liberi professionisti prevale l’accordo sul progetto di riforma.
La valutazione negativa risulta maggioritaria nell’elettorato di tutte le forze politiche con una ovvia accentuazione nei partiti di opposizione: ma essa si riscontra anche tra i votanti per il Pdl (58% di insoddisfatti) e il Pd (67% di giudizi negativi).
Naturalmente, i motivi di dissenso sono diversi, talvolta opposti.
Gran parte dei votanti per il Pdl rimproverano al governo una insufficiente tenacia, mentre l’elettorato del Pd conferma la già nota ostilità alla revisione dell’articolo 18.
Oltre al contenuto, viene comunque criticato anche il metodo seguito dal governo, ritenuto, ancora una volta da quasi due italiani su tre (63%) «troppo decisionista».
Questa situazione comporta problemi rilevanti per entrambi i partiti maggiori, che debbono necessariamente risolvere la contraddizione tra la necessità di proseguire con l’appoggio all’esecutivo e la prevalenza, nel proprio elettorato, di un orientamento contrario alle ultime decisioni di Monti.
I dilemmi probabilmente maggiori si manifestano nel Pd, ove il segretario Bersani vede da un verso accolte dall’esecutivo molte proposte di merito avanzate in passato dallo stesso Pd e dall’altro non può non tener conto di una base per più di due terzi ostile al provvedimento sul mercato del lavoro.
È probabilmente anche questo stato di cose ad avere suggerito al segretario del Pd la recente accentuazione delle posizioni critiche, espresse ad esempio nell’ultima sua partecipazione a Porta a Porta , verso le decisioni del governo.
Ma, soprattutto, tutto ciò indebolisce l’immagine dell’esecutivo nell’opinione pubblica che, di colpo, si trasforma da positiva in negativa.
È vero che la compagine guidata da Monti, per sua natura, prescinde dall’appoggio della maggioranza della popolazione, ma è vero anche che quest’ultimo rappresenta in ogni caso un elemento di stabilità di grande rilievo.
La cui assenza può avere conseguenze oggi imprevedibili. Ma, naturalmente, è possibile che, acquietatasi, anche grazie ai tempi della discussione parlamentare, la polemica sull’articolo 18, il governo riprenda il consenso oggi attenuato.
Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 23rd, 2012 Riccardo Fucile
MONTI: “POSSIBILI MODIFICHE ALLA CAMERA”…SCELTO LO STRUMENTO DELLA LEGGE DELEGA… TELEFONATA DI MONTI A BERSANI: “SAPETE CHE ABBIAMO SEMPRE RISPETTATO GLI IMPEGNI”
“Il testo può essere migliorato in Parlamento”. Dopo una lunga giornata di incontri e colloqui
Mario Monti lancia il segnale che il Pd attendeva.
La riforma del lavoro non può essere considerata blindata.
Le Camere potranno intervenire senza però snaturarla. Una linea che in serata il premier comunica direttamente a Pierluigi Bersani in una lunga telefonata.
Un chiarimento che si basa però su un presupposto che il premier considera preliminare: gli impegni sono sempre stati rispettati, mai è stata violata la parola data. Una risposta alle dichiarazioni fatte mercoledì sera proprio dal leader Pd durante la trasmissione “Porta a Porta”.
Non ci saranno quindi pacchetti preconfezionati. Di certo nessun decreto.
Lo strumento prescelto è quello della legge delega. E dopo la schiarita intervenuta nelle ultime ore, il Consiglio dei ministri di stamattina proverà ad approvare il disegno di legge con la formula “salve intese”.
Un modo per rassicurare i democratici, prendere ancora una settimana per limare il testo e nello stesso tempo permettere al presidente del Consiglio di partire per il suo viaggio in Cina con la riforma già approvata.
Una soluzione che il Professore ha condiviso con il Presidente della Repubblica. Napolitano ha ricevuto al Quirinale la delegazione di governo formata dal premier, dal ministro del Lavoro e da Federico Toniato.
Dopo le tensioni con il Partito democratico e la spaccatura della Cgil, i riflettori del Colle si sono concentrati proprio sulle conseguenze politiche potenzialmente provocate dalla riforma Fornero.
Sui rischi determinati da quelle che Napolitano ha definito in passato le “opposte simbologie”.
Lo scontro, cioè, tra chi ha trasformato la difesa e la modifica dell’articolo 18 in una sorta di totem.
Preoccupazioni già espresse dal Capo dello Stato nei giorni scorsi con un richiamo alla necessità di intesa rivolto a tutti gli interlocutori e non solo alle organizzazioni sindacali.
Non è stato un caso allora che da ieri la “moral suasion” del Capo dello Stato si sia fatta sentire con Palazzo Chigi e con le forze politiche.
Contatti che hanno permesso a Napolitano di chiudere la giornata con un senso di maggiore serenità e con la certezza che il provvedimento conterrà anche alcune delle chiarificazioni richieste.
Il Capo dello Stato ha visto Monti e ha sentito Bersani, ha parlato con Casini e ha trasmesso i suoi messaggi ai vertici del Pdl.
L’idea del decreto non gli è stata prospettata da Monti ma sul ricorso eccessivo alla decretazione di urgenza ha sempre espresso i suoi dubbi in tutti i suoi anni di mandato: lo ha fatto con Prodi e con Berlusconi.
La sua posizione non è cambiata con Monti.
Anche perchè i decreti spesso a suo giudizio provocano ingorghi, fatica e sofferenza. Ma questa volta con il premier non c’è stato nemmeno bisogno di spiegare la sua eventuale opposizione.
Del resto il Presidente della Repubblica è convinto che la soluzione progettata da Palazzo Chigi possa essere quella giusta.
A condizione che non si porti in Parlamento un pacchetto preconfezionato e si consenta un esame da parte delle Camere approfondito seppure in tempi ragionevolmente rapidi.
Lo strappo della Cgil, infatti, impone ancor di più di calibrare i passi. Il Professore e gli uomini del Quirinale hanno in questi giorni più volte evidenziato che l’adesione della Camusso al modello tedesco non era mai stato esplicitato.
Tutto si è sempre limitato alla definizione vaga di “manutenzione” dell’articolo 18.
Eppure, nello stesso tempo, dal Colle è stata sottolineata la bocciatura da parte della stessa confederazione dell’ipotesi di tornare alla difesa sic et sempliciter della norma sui licenziamenti.
Una proposta avanzata ai vertici Cgil dal capo della Fiom Landini.
Il voto contrario è stato giudicato il segno che anche a Corso d’Italia è ormai maturata la consapevolezza che non tutto può più rimanere come prima.
Il sistema tedesco, poi, non è comunque facilmente applicabile in Italia. Napolitano si è fatto mandare tutto il materiale disponibile per capire i meccanismi di quel modello: capendo quanto sia complicato quel sistema e soprattutto verificando che i reintegri in Germania sono rari.
E che quasi tutti i casi più spinosi vengono risolti dai consigli di fabbrica.
La vera questione, sottolineata di recente dal Quirinale, riguarda l’enfatizzazione eccessiva data proprio dalla Cgil al tema dei licenziamenti.
Una linea che ha offerto la possibilità agli avversari di trasformare quel nodo in un banco di prova. Napolitano in questi giorni ha ricordato le battaglie storiche del sindacato, ma non ha nemmeno dimenticato le sconfitte come quella sulla scala mobile.
Nell’incontro ristretto che si è svolto ieri al Quirinale, si è poi fatto notare che per il governo la riforma del lavoro è la logica conseguenza degli interventi fatti negli ultimi mesi su pensioni e liberalizzazioni.
Anche per questo il Colle non condivide chi contesta la rigidità manifestata in alcune occasioni da parte del Professore.
La questione sociale è un valore da difendere – lo ha ripetuto in questi giorni il Presidente della Repubblica – ma non a costo dell’immobilismo.
Nello stesso tempo al Quirinale nessuno nasconde i pericoli di una tensione sociale crescente. Timori manifestati anche con il presidente del Consiglio.
Tensioni che Palazzo Chigi non vuole avallare e proprio per questo ha apprezzato la presa di distanza della Cgil dall’episodio che ha coinvolto l’altro ieri il segretario del Pdci Diliberto con una militante che indossava una maglietta inneggiante alla morte del ministro Fornero.
Anche per questo da ieri Monti ha fatto di tutto per tendere la mano verso il Pd. “Voglio unire e non dividere”, spiega in queste ore.
Sa che il malessere dei democratici non può essere sottovalutato. È addolorato per il no della Camusso ma non intende nemmeno fare dietrofront sull’intera riforma.
A Bersani – ma anche a Fini e a Schifani – ha spiegato che proprio in Parlamento possono intervenire delle modifiche in grado di evitare spaccature “nella maggioranza e dentro i partiti della coalizione che sostiene il governo”.
Soprattutto il premier vuole impedire che il Pdl possa mettere in atto una strategia capace di allontanare il Pd dal governo.
Sospetti questi che anche il segretario democratico ha iniziato a coltivare. Non solo. Bersani ha voluto ieri in primo luogo far notare a Monti che le conseguenze di una riforma non condivisa “non possono essere sottovalutate”.
E i primi segni di queste conseguenze sono già emersi con le dichiarazioni pubbliche della Cei e della Cisl che ha corretto in corsa la sua impostazione.
Un primo chiarimento, quindi, tra Palazzo Chigi e il Pd è intervenuto.
Non solo con Bersani. Monti ieri alla Camera ha voluto parlare anche con due esponenti di due correnti diverse all’interno dei democratici: con D’Alema e con Fioroni.
E sul banco della trattativa da ieri il Professore ha messo anche un altro intervento: una nuova iniziativa in materia sociale. Un’ultima offerta per persuadere definitivamente il Pd.
Claudio Tito
(da “La Repubblica“)
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Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile
A PALAZZO CHIGI IL SUMMIT TRA MONTI, BERSANI, ALFANO E CASINI… SOLUZIONE EQUILIBRATA SU RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI E INTERCETTAZIONI…AVANTI COL DDL SULLA CORRUZIONE
Un’intesa di massima sulla giustizia, in particolare sulla corruzione, e un accordo per
riformare le norme sul lavoro, in particolare l’articolo 18 che dovrebbe uniformarsi al cosiddetto «modello tedesco».
Sono queste le prime indiscrezioni sull’esito del vertice (ancora in corso alle ore 23,50 e il cui inizio è stato annunciato su Twitter con una foto di gruppo) tra il presidente del Consiglio Mario Monti e i leader dei tre principali partiti che sostengono il governo, Angelino Alfano (Pdl), Pierluigi bersani (Pd) e Pierferdinando Casini (Udc, che è stato anche il fotografo).
Secondo quanto riferito dall’agenzia Ansa (che cita fonti governative), il governo (rappresentato da Mario Monti e dal ministro della Giustizia, Paola Severino) e i partiti hanno trovato un’intesa: il governo presenterà un emendamento al disegno di legge Alfano-Brunetta, attualmente in discussione in commissione giustizia della Camera, in modo da recepire alcune modifiche.
L’intervento riguarderà le norme relative alla corruzione fra privati, al traffico delle influenze e alla revisione della pena sulla corruzione.
Si sta inoltre valutando di rivedere il reato di concussione, come chiesto dall’Ocse.
Passi avanti dal vertice (ancora in corso) si registrano anche sul tema della responsabilità civile dei magistrati: si è convenuto di trovare una «soluzione equilibrata» con un emendamento che sarà presentato al Senato.
Durante il vertice si è discusso anche di intercettazioni.
Sembra probabile, riferiscono fonti di governo, che sarà ripreso il tema o attraverso una revisione del vecchio disegno di legge presentato in Parlamento o, più probabilmente, con un nuovo provvedimento dell’Esecutivo.
Infine, per quanto concerne il mercato del lavoro e le norme relative all’articolo 18 che regolano le cause di licenziamento, si è deciso di provvedere con modifiche che «accelerino» i processi.
A riunione appena iniziata, il leader dell’Udc ha postato su Twitter una foto dei quattro protagonisti (scattata non si sa da chi con un cellulare).
«Siamo tutti qui, nessuna defezione!» ha scritto Casini.
Il riferimento è alla clamorosa defezione dall’incontro programmato del segretario del Pdl Angelino Alfano la scorsa settimana.
Nella foto Pierluigi Bersani sorride divertito, ride lo stesso Casini.
Composti il premier e Alfano.
Su Twitter ha spopolato nel frattempo l’hashtag #siamotuttiqui (che agli over 40 evocherà anche il jingle del popolare cartone seriale Braccobaldo Show…)
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Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile
LE OPINIONI DI MENTANA, VIROLI E ANNUNZIATA SULLA SITUAZIONE POLITICA CHE SEMBRA RITORNATA CONFLITTUALE
Enrico Mentana
Bersani sa benissimo che l’articolo 18 sarà toccato.
Alfano sa altrettanto bene che la legge anti-corruzione si farà .
Al leader del Pd fa un gran piacere che non si riformi la Rai, così potrà continuare additarla ad esempio del perdurante conflitto di interessi dell’ormai ex premier.
E al segretario del Pdl non importa nulla del matrimonio gay, che non è certo all’ordine del giorno.
Perchè allora si agitano così? Perchè litigano e lanciano veti e proclami?
Entrambi fanno i bulli prima delle riunioni con Monti nel disperato tentativo di modificare l’immagine che fin qui hanno dato: i due partiti boa del centro-destra e del centro-sinistra allineati e coperti a sostegno dello stesso governo, appiattiti dietro a un gruppo di professori chiamati per paradosso a fare i supplenti. Alfano e Bersani, ma anche Casini e Fini, si sono accorti che a due mesi scarsi dal test delle elezioni amministrative, i loro partiti rischiavano di diventare invisibili, magari a vantaggio di chi, specularmente, sta cavalcando ogni battaglia anti-governativa anche per mettersi in mostra.
Ma almeno Di Pietro e Vendola questo lavoro l’hanno sempre fatto, e per la Lega è un ritorno alle origini…
Lucia Annunziata
Il bivio del Prof: finire o governare
I partiti giocano alla campagna elettorale a spese del governo Monti.
Al riparo del fatto che tanto il Governo non può cadere, si fa un po’ di battaglia politica per rimobilitare un elettorato disilluso. Ponendo condizioni all’esecutivo, ma senza metterne in discussione l’impianto.
Un po’ come quando al sicuro sotto l’ “ombrello Nato” (fantastica definizione fatta propria anche da Enrico Berlinguer) nel dopoguerra in Europa molti giocarono a fare gli antiamericani.
Ma nelle agitazioni attuali della politica c’e’ anche un pezzo di realta’ solida e potenzialmente devastante per il governo dei tecnici.
Assetto televisivo (Rai) e giustizia, i nodi in cui siamo arenati dal 1994, non sono evidentemente aggirabili.
Così come non lo è la richiesta da parte del paese di avere un riconoscimento, una relazione con l’attuale esecutivo.
I tecnici sono così arrivati, forse persino prima di quanto ci si aspettasse, a un bivio: decidere se rimanere solo una esperienza “ombrello” (e lentamente estinguersi) o se pienamente (e politicamente) governare.
Maurizio Viroli
La tregua sta per scadere
Della tregua che fino ad oggi ha retto fra i partiti politici e il governo Monti, si potrebbe dire, con le celebri parole di Ernesto Calindri, “non dura, dura minga, non può durare”.
I segni di tensione e conflitto che emergono da varie parti paiono confermare la diagnosi.
Le ragioni che inducono a pensare che il sostegno dei partiti al Governo Monti non possa protrarsi ancora a lungo sono principalmente due.
La prima, è che la tregua è nata dalla paura degli uni (Berlusconi e i suoi) di andare incontro ad una sconfitta disastrosa; e dalla paura degli altri (Pd) di non vincere le elezioni. Appena gli uni o gli altri valuteranno di poter vincere, addio governo Monti.
La seconda, è che la ragion d’essere di ogni partito è governare, e non è pensabile che un partito lasci per lungo tempo ad altri l’onere e l’onore del potere esecutivo.
Se lo facesse, dovrebbe inevitabilmente fronteggiare serie defezioni e conflitti interni. In presenza dell’opposizione aperta di uno dei due partiti maggiori, Monti, se incoraggiato dal Quirinale, potrebbe decidere di rassegnare le dimissioni e di presentarsi alle elezioni.
Se fosse disposto a compiere un tale passo, probabilmente vincerebbe, tanto è profondo e diffuso, nell’opinione pubblica, il disprezzo per i partiti politici.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 9th, 2012 Riccardo Fucile
L’IRA DI MONTI E NAPOLITANO, LONDRA AVREBBE AVVERTITO A RAID AVVENUTO… DOPO IL CASO INDIA, ALTRA BRUTTA FIGURA DEL GOVERNO ITALIANO
Monti al telefono avrebbe chiesto chiarimenti al premier inglese: “Perchè non ci avete avvertito prima? Dovevamo avere il tempo di dire la nostra, di fare delle valutazioni insieme”.
Ma fonti dell’Independent smentiscono: “L’Italia era stata allertata e aveva convenuto che vi sarebbe potuta essere la necessità di un intervento con brevissimo preavviso”
Il via libera al blitz condotto dalle teste di cuoio inglesi in Nigeria che ha causato la morte degli ostaggi Franco Lamolinara e Chris McManus, è stato dato autonomamente dal primo ministro inglese David Cameron, senza consultare il governo italiano.
Dura la reazione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Il comportamento del governo inglese è inspiegabile per non aver consultato e informato l’Italia”.
Secondo il Capo dello Stato “è necessario un chiarimento sul piano politico e diplomatico” della vicenda, della quale Napolitano era stato informato ieri direttamente dal premier Mario Monti.
Le dichiarazioni del presidente della Repubblica confermano la prima ricostruzione di quello che sarebbe accaduto.
“Perchè non ci avete avvertito prima? — avrebbe detto, ieri sera, al telefono dall’aereo di Stato in partenza da Belgrado, il presidente del Consiglio Mario Monti al primo ministro inglese Cameron secondo indiscrezioni di Repubblica — dovevamo avere il tempo di dire la nostra, di fare delle valutazioni insieme”.
”Avevamo solo questa finestra, non c’era più tempo da perdere — avrebbe risposto il premier inglese — i terroristi si sentivano braccati. Hanno sparato prima loro”.
Ma a questo punto Monti avrebbe rincarato: “Vogliamo approfondire, chiediamo dei chiarimenti, un supplemento di informazioni”.
Ma sul caso si aprono ulteririori dubbi.
Fonti diplomatiche britanniche, citate dall’Independent, hanno smentito la versione fin qui fornita. Gli “italiani erano stati allertati e avevano convenuto che vi sarebbe potuta essere la necessità di un intervento con brevissimo preavviso. Le proteste del governo italiano sarebbero, quindi, in malafede” ha scritto il quotidiano inglese.
Nuove informazioni sul blitz intanto arrivano da fonti dell’intelligence e del governo di Londra. Sul Daily Telegraph rivelazioni sulla dinamica del fallito tentativo di liberazione dei due ostaggi. Un commando delle Sbs britanniche, riferisce il quotidiano inglese, che ha partecipato al blitz in cui sono morti Chris McManus e Franco Lamolinara si trovava in Nigeria da due settimane. L’operazione sarebbe stata ordinata dal primo ministro David Cameron dopo essere era stato informato che i due ostaggi rischiavano di essere spostati e uccisi dai rapitori.
Intercettazioni di cellulari avevano suggerito che una mossa dei sequestratori era imminente e la squadra delle Sbs sarebbe stata costretta a lanciare l’attacco in pieno giorno.
“Le loro richieste cambiavano continuamente”, hanno detto fonti di intelligence: “Volevano il rilascio di prigionieri da parte del governo nigeriano ma non riuscivano a decidere quali prigionieri fossero. Abbiamo intercettato telefonate che suggerivano che gli ostaggi stavano per essere spostati e uccisi”.
In seguito a queste informazioni s Londra si è riunito il Cobra, il comitato per le emergenze presieduto dal primo ministro.
Il direttore delle Forze Speciali era in costante contatto con il comando delle Sbs e altre agenzie di intelligence incluso l’MI6. Il centro di ascolto del governo a Cheltenham ha passato la localizzazione degli ostaggi alle forze in Nigeria.
L’attacco, appoggiato da forze nigeriane, è scattato alle 10 ora di Londra.
Pur avendo ucciso due terroristi le Sbs non sono riuscite a impedire che McManus e Lamolinara fossero uccisi dai rapitori. Cameron, sempre secondo il Telegraph, avrebbe appreso a fine mattinata del fallimento del raid e avrebbe informato la famiglia di McManus.
Il primo ministro ha poi informato il presidente del Consiglio Mario Monti.
Non si placano intanto le polemiche sul blitz britannico: «Quello che è avvenuto in Nigeria è di una gravità straordinaria perchè solitamente vengono informati i governi che hanno dei connazionali in ostaggio: vengono avvertiti e consultati».
Lo dichiara in una nota il presidente dei deputati del Pdl, Fabrizio Cicchitto.
«Lo spread sotto i 300 punti va benissimo ma sulla politica estera il governo deve riscattarsi». Lo afferma il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, in un’intervista al Messaggero nella quale rileva una «lacuna evidente» del governo Monti sulla gestione della vicenda dei marò italiani detenuti in India e sulla liberazione finita con la morte degli ostaggi in Nigeria, l’italiano Franco Lamolinara e l’inglese Chris McManus.
«Il noviziato è un prezzo che tutti devono pagare – sottolinea -. E poi la politica è più sgamata dei tecnici».
Bocchino precisa che nel caso dei marò se fossi Monti farei tre telefonate: a Obama, al segretario generale dell’Onu e a quello della Nato, per dire che «se la comunità internazionale non spiega all’India che ci devono restituire immediatamente, senza alcuna condizione, i due marò, non si capisce per quale ragione l’Italia deve tenere migliaia e migliaia di soldati in giro per il mondo a garantire la sicurezza ad altri».
Quanto al blitz del commando inglese in Nigeria, Bocchino commenta «chapeau» a Cameron per essersi assunto la responsabilità di un intervento ma doveva telefonare prima dell’intervento e non dopo a Monti, visto che c’era di mezzo un italiano e poi una critica: «mi chiedo: ma dove stanno i nostri servizi? Sono cinquemila uomini, cosa fanno?».
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Marzo 7th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI AVEVA CONVOCATO IL SEGRETARIO PDL, INSIEME A BERSANI E CASINI, PER RAGGIUNGERE UN’INTESA SUL RILANCIO DELLA RAI… MA CONFALONIERI DETTA LA LINEA: OPPORSI A UNA RAI PIU’ FORTE E COMPETITIVA, MEDIASET E’ GIA’ IN CRISI
Ci sono i guai di Mediaset dietro la decisione del segretario del Pdl Angelino Alfano di disertare
il vertice “di maggioranza” previsto in serata con il premier Mario Monti e i leader di Pd e Udc, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, durante il quale si sarebbe affrontato anche il tema delicatissimo della riforma della governance Rai, il cui consiglio d’amministrazione scade il 28 marzo.
La disdetta a sorpresa di Alfano arriva al termine di un incontro, iniziato stamattina intorno alle 11 a Palazzo Chigi, fra Monti e Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset.
Incontro durante il quale, secondo le indiscrezioni trapelate, i due avrebbero cercato di trovare un “accordo” sulla riforma della Rai. Senza riuscirci.
Confalonieri avrebbe descritto a Monti la difficile situazione in cui versa oggi Mediaset, che si riflette anche sul cattivo andamento dei titoli in Borsa.
Una situazione che potrebbe solo peggiorare se passasse il disegno di Monti, appoggiato da Pd e Udc, di una rapida riforma della governance della Rai, per renderla più snella ed efficiente sul mercato.
Proprio questo era uno dei temi in agenda nel vertice di stasera — ora annullato — tra Monti, Bersani, Casini e, appunto, Alfano.
Quest’ultimo, dato l’esito negativo dell’incontro tra il premier e il numero uno di Mediaset, avrebbe fatto saltare il tavolo.
“Non ci andrò da Monti, perchè mi pare di capire che lì si voglia parlare di Rai e di giustizia e forse ci eravamo sbagliati nel credere che i problemi degli italiani fossero la crescita, lo sviluppo economico e l’economia”.
Considerazioni generiche dietro le quali le indiscrezioni di palazzo rivelano invece un nuovo, clamoroso caso di conflitto d’interessi intorno a Silvio Berlusconi.
L’incontro tra Monti e Confalonieri è durato circa un’ora.
Palazzo Chigi non ha fornito alcuna notizia sul contenuto del colloquio.
Certo risultano poco convincenti gli interventi di diversi esponenti del Pdl, a partire da Ignazio La Russa, che giustificano la retromarcia di Alfano con la volontà del Pdl di opporsi alla “bramosia di poltrone Rai”.
Senti chi parla…
Non a caso, il segretario del Pd Bersani esterna tutta la sua sorpresa: ”E’ un atteggiamento incredibile”.
Mentre per l’Udc, Lorenzo Cesa parla di “colpo di sole”.
Bersani e e Alfano si sono anche affrontati ironicamente su twitter: il primo ha offerto al rivale la sua sedia a Porta a porta (Berlusconi ha rinunciato ad andarci stasera per non offuscare Alfano), il secondo ha ricambiato con il suggerimento di sostituire il comico Maurizio Crozza a Ballarò.
Dopo l’incontro con Monti, Confalonieri è stato ascoltato dalla Commissione bilancio della Camera, di fronte alla quale ha confermati scenari allarmanti per Mediaset: “Se non ci sono prospettive di ripresa tagliare il nostro miliardo di investimenti, ridurre i nostri due miliardi di costi diventa indispensabile. Intendiamoci: questo non è quello che vogliamo e non è quello che faremo, ma abbiamo bisogno che il sistema paese si renda conto di questo e ognuno faccia la propria parte”.
Il presidente di Mediaset ha anche chiarito che per il momento l’azienda “ha deciso di non intaccare i propri livelli occupazionali, ma è evidente che se non si pongono le basi per una ripresa dell’economia e del mercato pubblicitario sarà inevitabile farlo. E come Mediaset, molte altre aziende italiane”.
Oltre alla riforma della Rai, all’ordine del giorno del vertice di “maggioranza” saltato c’erano altri temi delicati e a rischio conflitto d’interessi per Silvio Berlusconi. In particolare la riforma della giustizia e la nuova legge anticorruzione, impantanata in Parlamento da due anni, con il Pdl che si oppone strenuamente a un inasprimento delle pene per i tangentisti.
Che in più comporterebbero un allungamento dei tempi di prescrizione, altro tabù dei berlusconiani.
Se non bastasse, nel vertice di stasera si sarebbe parlato anche dell’asta sulle frequenze residue del digitale terrestre, dopo l’annullamento del Beauty contest gratuito deciso mesi fa dal ministro dello Sviluppo Corrado Passera.
Altro tema piuttosto sensibile per Mediaset.
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Marzo 2nd, 2012 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI BERLUSCONI DI “METTERE IL CAPPELLO” SU MONTI: “STA PROSEGUENDO LA VIA DA NOI INTRAPRESA”… MA BERLUSCONI NON AVEVA MAI OPERATO LA RIFORMA DELLE PENSIONI, LE LIBERALIZZAZIONI, STANATO GLI EVASORI O FATTO PAGARE L’ICI ALLA CHIESA
È partita l’Opa su Monti. Ed è più ostile di quanto non sembri. 
Dopo Casini, anche il Cavaliere lancia dunque la sua offerta pubblica d’acquisto sul Professore. Silvio Berlusconi ha avvelenato i pozzi per un quasi ventennio, costruendo un “bipolarismo di guerra” fondato sull’aggressione e la delegittimazione dell’avversario.
E adesso, come per miracolo, si concede una folgorazione tardiva: la Grosse Koalition all’italiana, o all’amatriciana. Pdl, Pd e Terzo Polo, secondo l’ex premier, dovrebbero accordarsi per candidare Mario Monti a Palazzo Chigi anche per la prossima legislatura.
Sulla carta, una proposta tutt’altro che peregrina.
L’ipotesi di un “Monti bis” riflette un sentimento diffuso. Prima di tutto nella testa vuota di una politica che non ha più molto da offrire agli elettori, e che per questo si affida al governo tecnico come ad uno scudo dietro al quale ripararsi, in attesa di ricostruire una piattaforma programmatica accettabile e autosufficiente.
E poi soprattutto nella pancia disillusa di un Paese che invece ha molto da chiedere, e che per questo guarda al governo tecnico come a un punto di non ritorno, una riserva imperdibile di competenza e di credibilità alla quale attingere finchè si può.
Letta in questa chiave, la mossa di Berlusconi è allo stesso tempo astuta e disperata.
L’astuzia consiste nell’ennesima operazione di mimesi politica e di trasformismo mediatico.
Il Cavaliere vuol far credere agli italiani che il governo montiano è la prosecuzione naturale, sia pure con altri mezzi, del governo berlusconiano.
“Lo sosteniamo, perchè sta portando avanti il nostro programma”. Questo ripete l’uomo di Arcore, per spiegare il suo endorsement nei confronti del Professore.
Per questo può restare a Palazzo Chigi altri cinque anni.
“È uno di noi”: questo è il messaggio implicito che la propaganda berlusconiana tenta di trasmettere all’opinione pubblica
Ma a dispetto della banale vulgata arcoriana, a muovere il Cavaliere non è un improbabile “spirito costituente”.
È invece la solita intenzione di confondere le acque e nascondere i problemi. Lo dicono i fatti.
In questi lunghi anni di avventura cesarista e populista, Berlusconi non ha mai neanche provato a fare una seria riforma delle pensioni (che la Lega gli ha sempre bloccato) nè un pacchetto serio di liberalizzazioni (che la ex An gli ha sempre avversato).
Non ha mai neanche provato a far pagare le tasse agli evasori, nè a far pagare l’Ici alla Chiesa. Dunque, non si vede proprio in cosa consista la presunta “continuità ” di azione e di ideazione tra il governo forzaleghista di ieri e quello “di impegno nazionale” di oggi.
Il “decisionismo” moderato di Monti non è in alcun modo assimilabile al radicalismo inconcludente di Berlusconi.
Ma al Cavaliere, oggi, conviene azzardare l’Opa sul Professore per due ragioni.
La prima ragione riguarda il centrodestra.
Tutti i sondaggi lo dimostrano: senza la Persona che l’ha inventato e costruito a sua immagine e somiglianza, il partito personale si dissolve nel Paese, scivolando verso un drammatico 20% di consensi.
Se le condizioni non mutano, il Pdl è condannato a una sconfitta sicura, sia alle amministrative di primavera sia alle politiche dell’anno prossimo.
Non solo: senza il collante del leader onnipotente e carismatico, il partito si disgrega al suo interno, confermando il fallimento della Rivoluzione del Predellino e la natura “mercenaria” di una destra tenuta assieme non dagli ideali, ma solo dagli interessi.
Con l’annessione unilaterale di Monti, il Cavaliere da un lato annega l’inevitabile disfatta elettorale dentro uno schema di Grande Coalizione dove non vince e non perde nessuno, e dall’altro lato rappattuma i cocci di un partito altrimenti destinato a una serie di scissioni a catena.
La seconda ragione riguarda il centrosinistra.
Con questo “audace colpo”, Berlusconi cerca di rimandare la palla avvelenata nel campo di un Pd già diviso, costretto a dire no, per il 2013, ad un patto per un “governo di salute pubblica” di cui è oggi il principale contraente e garante.
Qui, dunque, sta la disperazione della “svolta” berlusconiana. Una scelta imposta dall’istinto di sopravvivenza, e non certo dal “senso di responsabilità “. Fa bene Bersani a sottrarsi immediatamente all'”alleanza innaturale”. Farebbe bene Monti a sottrarsi gradualmente all'”abbraccio mortale”.
Il Professore deciderà tra un anno se e come “capitalizzare” la sua esperienza politico-istituzionale.
Ma una cosa è certa: il “montismo”, per come lo stiamo imparando a conoscere, non è e non sarà mai riducibile a una “variante mite” del berlusconismo.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
CALO DEL GOVERNO NEL SUO COMPLESSO, MA LA FIDUCIA AL PREMIER PASSA DAL 57% AL 59%…. TRA I MINISTRI SPICCANO CANCELLIERI, RICCARDI E PASSERA
Il passaggio prima del decreto fiscale e poi delle liberalizzazioni, quindi la strada in salita, ancora da
percorrere fino in fondo, della traduzione in leggi della manovra hanno fatto oscillare ma non indebolito il governo agli occhi degli italiani.
Anzi, in particolare per la figura del premier la fiducia è persino aumentata alla fine di questo mese di febbraio.
E’ calata quella nella compagine governativa ma rimanendo comunque a livelli altissimi.
Sono questi i segnali più evidenti che giungono dalla rilevazione mensile di Ipr Marketing. Rispetto al monitoraggio di febbraio 2012, infatti, la rilevazione evidenzia che la fiducia in Monti è in aumento di ben due punti.
Arriva così al 59%, tornando a sfiorare la invidiabile “quota sessanta” che il premier raggiunse e superò tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio nel momento più alto della sua popolarità . Seguì il primo impatto con la manovra e la conseguente, netta discesa di consensi durante il mese di dicembre, fino al 52% – alto, ma di dieci punti in meno del precedente – dell’inizio del mese scorso.
Poi, però, passato l’impatto immediato dell’annuncio della manovra, la fiducia è tornata a salire di ben 5 punti (al 57% di fine gennaio).
Specularmente era calata al 34% la percentuale dei poco convinti delle mosse del premier, e continua a calare – in questo rilevamento di febbraio – fino al 33%.
Critiche e dubbi, dunque, sembrano concentrarsi più sulla compagine dei ministri che sulla figura del premier. la fiducia complessiva nel governo scende di due punti fino al 53%.
Un livello – fanno notare i ricercatori – decisamente molto alto, ma va pur sempre notato che il governo non ha invece beneficiato del “ritorno di fiducia” a manovra conclusa.
Infine i singoli ministri.
La percezione dei ricercatori è che per la maggior parte di loro si continuino a registrare livelli di conoscenza da parte dei cittadini molto bassi.
Tra loro la vera eccezione sembra essere il ministro della Cooperazione internazionale Andrea Riccardi che mantiene il secondo posto (crescendo nei consensi) anche a fronte di una visibilità mediatica decisamente ridotta rispetto a molti suoi colleghi.
In cima alla classifica di febbraio c’è il Ministro dell’Interno Cancellieri, la cui popolarità sembra essere stata addirittura rafforzata dai dati sui suoi redditi, ma anche sul livello di tasse pagate.
Al terzo posto Passera che precede Severino e Giarda.
I dati, però, sono chiari.
Dal giorno dell’affidamento dell’incarico (era il 16/11/ 2011) a oggi la fiducia in Monti è salita di 2 punti percentuali.
In calo, certo, rispetto a quell’inizio di dicembre scorso in cui fece segnare un 62% restato picco mai più raggiunto.
Ma era prima della manovra e questo può bastare a spiegare il calo, di 10 punti, registrato il 7 gennaio di quest’anno.
Altro aspetto significativo sono le ricadute sui partiti che sostengono il governo.
Tenuto in piedi da una maggioranza “anomala”, Terzo Polo, Pdl e Pd, l’ex commissario della commissione europea, non si nasconde le difficoltà legate alla tenuta delle formazioni politiche schierate al suo fianco.
Se si esclude il Terzo polo, imbarazzi e tensioni sono visibili in parte nel Pd ma soprattutto nel Pdl.
E proprio dal partito del Cavaliere si sono levate voci che chiedono di staccare la spina all’esecutivo e andare al voto.
Non a caso, scorrendo la tabella, solo il 30% degli elettori del Pdl dicono di avere fiducia in Monti. Una percentuale di poco superiore al 28% del carroccio.
Con una differenza significativa: la lega è all’opposizione, il Pdl sostiene il governo.
Ben più convinto il sostegno di Terzo Polo e Pd.
L’85% degli elettori dei centristi dichiara di avere fiducia nel premier, così come il 78% dei sostenitori democratici.
L’Idv, invece, resta nel guado. Nonostante Di Pietro abbia negato il sostegno al governo, il 60% degli elettori dell’Idv dichiarano di avere fiducia in questo esecutivo.
E anche tra chi si dice indeciso nella preferenza elettorale, la percentuale di chi dice di appreazzare la compagine governativa è alta: ben il 53%.
Angelo Melone
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 25th, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER LO CANCELLA IN EXTREMIS PER IL TIMORE DI CREARE TROPPE ASPETTATIVE E DI FAR NASCERE MOTIVI DI SCONTRO TRA I PARTITI… A SORPRESA INSERISCE INVECE L’IMU ALLA CHIESA
Dopo ore di discussione, con il Consiglio dei ministri che si protrae fino alle dieci di sera, è Monti a tagliare la testa al toro.
Via quell’articolo dal decreto legge: il fondo per la riduzione delle tasse, da alimentare con i proventi della lotta all’evasione, si farà (forse) ma non ora. Non tutti i ministri erano d’accordo, tuttavia per il premier il rischio dell’operazione stava diventando troppo alto: “Ho paura – ha spiegato infatti il capo del governo durante il consiglio dei ministri – che se creiamo la mistica del “tesoretto” alla fine si alimentano aspettative e appetiti che non possono essere soddisfatti”.
Appetiti dei ministri, certamente. Ma quelli Monti è in grado di gestirli senza ansie.
È soprattutto ai partiti che pensava il capo del governo quando ha deciso di cancellare la norma.
Nell’esecutivo, del resto, molti osservano che le elezioni amministrative sono alle porte e tra un anno ci sarà la campagna per le politiche.
Appuntamenti in vista dei quali i partiti sono pronti a scatenarsi.
Anche perchè le stime parlavano di un gruzzolo da diversi miliardi di euro. Mai calcolato con precisione, ma negli anni 2006-2010 la cifra che i governi hanno pensato di ottenere dalla lotta all’evasione è stata pari a 63 miliardi di euro.
Oltre 12 miliardi all’anno, una cifra enorme. Il Professore teme quindi che con il Fondo tutti possano pensare che le risorse si moltiplichino all’infinito.
Il “tesoretto” dunque avrebbe destabilizzato la maggioranza, scatenando liti a non finire tra i partiti e, forse, anche all’interno del governo.
E tuttavia per Monti il problema più serio sarebbe stato fuori dai confini.
“Ci muoviamo su un sentiero ancora troppo stretto – fa notare un ministro – e il rischio di non centrare la meta purtroppo ancora esiste. Come dice Monti: è vero che ci siamo allontanati dal ciglio, ma il baratro è ancora davanti a noi”. Insomma, ha prevalso l’imperativo del risanamento.
Ogni euro in più, per ora, dovrà essere messo a bilancio per raggiungere il pareggio. In Europa, ma soprattutto sui mercati, se Roma iniziasse di nuovo a fare la cicala sarebbe annullato d’un colpo quel “tesoretto” di credibilità accumulato a caro prezzo da Monti in questi primi 100 giorni.
“Non ce lo possiamo permettere”.
A costo di scontentare i leader della maggioranza, che nell’ultimo vertice gli avevano chiesto in maniera corale di “dare un segnale” sulla riduzione delle tasse.
Per Monti, quindi, l’obiettivo rimane, ma ancora è troppo presto: se ne riparlerà quando effettivamente l’esecutivo sarà in grado di sapere gli incassi dall’evasione.
Senza contare che il premier ci tiene a seguire un percorso di “serietà ” con atti “concreti” e non per “apparire”.
E tuttavia il problema del fondo “abbassa-tasse” non è l’unico che ha impegnato ieri il premier.
È un momento difficile per il governo – con il decreto sulle liberalizzazioni bersagliato dalle lobby al Senato e la riforma del lavoro frenata dall’ostilità dei sindacati – e Monti ha cercato di nuovo la sponda del Colle.
Le due ore passate ieri dal premier al Quirinale sono servite non solo a illustrare il decreto sulle semplificazioni fiscali ma, soprattutto, a spiegare la ragione di quell’emendamento sull’Imu alla Chiesa presentato in Senato.
Una mossa che sembrava contraddire la lettera spedita proprio il giorno prima da Napolitano alle Camere e al governo per evitare di ingolfare i decreti con emendamenti fuori contesto.
Niente affatto, ha detto Monti al capo dello Stato, la questione dell’Imu rientra perfettamente nella materia del decreto sulle liberalizzazioni.
Non a caso, nel comunicato di palazzo Chigi, si rivendica la “stretta attinenza” della norma “ai temi della concorrenza, della competitività e della conformità al diritto comunitario, che sono alla base del decreto”.
Napolitano si è trovato d’accordo. E ne ha discusso anche con i presidenti delle Camere. Un triangolazione istituzionale che viene confermata anche dall’entourage di Schifani.
“L’ammissibilità della proposta emendativa – dicono da palazzo Madama – non contrasta affatto con i criteri richiamati dal presidente della Repubblica”. Quanto al decreto, per Monti è stata una mossa obbligata: la condanna di Almunia sarebbe arrivata a maggio, con il rischio di dover chiedere al Vaticano gli arretrati Ici degli ultimi 5 anni.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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