Destra di Popolo.net

CONTANTE, SOGLIA A 500 EURO E IVA PIU’ CARA PER DETASSARE LAVORATORI E IMPRESE

Dicembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile

ARRIVA LA SUPER-ICI CON UNA FORTE RIVALUTAZIONE DELLE RENDITE CATASTALI PARI AL 15-20%

Super Ici, soglia del contante a 500 euro e aumento dell’ Iva per finanziare la detassazione di lavoratori e imprese.
Ma c’è anche l’idea, per ora anticipata a titolo personale dal ministro del Welfare, Elsa Fornero, di introdurre in futuro il reddito minimo garantito, come strumento contro la povertà : «è una direzione verso cui l’esecutivo lavorerà ».
Dopo il «no» secco dei sindacati sulle pensioni il governo riapre la partita della manovra a tempo di record: tra sabato e domenica Mario Monti vedrà  parti sociali.
A giocare all’attacco ieri è stato il ministro per lo Sviluppo economico Corrado Passera: «Stiamo rischiando sicuramente di rientrare in recessione», ha detto parlando alla Confcommercio ed ha assicurato che saranno varati provvedimenti in grado di «suddividere sacrifici e benefici».
Ed è proprio il tema del rilancio dell’economia e del potere d’acquisto che ieri ha preso corpo.
L’aumento dell’Iva, probabilmente di 2 punti, dal 21 al 23% potrebbe essere utilizzato per un taglio delle tasse ai lavoratori dipendenti: un aumento delle detrazioni Irpef per i redditi più bassi o un bonus sulle tredicesime; parte delle risorse andrebbe anche alla diminuzione del cuneo fiscale a favore delle aziende con tagli alla parte dell’imponibile Irap costituita dal costo del lavoro.
Mentre si studia questa ipotesi si definisce anche l’intervento sulla casa. Probabilmente si rinuncerà  ad una vera e propria patrimoniale, ma si sceglierà  la strada di una SuperIci o SuperImu: si tornerà  a pagare la tassa sulla prima abitazione, si aumenteranno le rendite catastali del 15-20%.
Tutto il meccanismo sarà  tuttavia modulato in base ai redditi, al numero delle case o alle situazioni familiari in modo da tutelare le fasce più basse.
L’altro ambito di azione è quello della lotta all’evasione.
Uno degli strumenti che il governo metterà  in campo è quello dell’abbassamento della soglia al di sotto della quale sarà  consentito pagare in contanti: si parla di 500 euro, ma si studiano anche misure più radicali (100 o 200).
La manovra, tesa a raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, continua ad aggirarsi intorno ai 20-25 miliardi (ieri i dati del fabbisogno fino a novembre hanno fatto registrare un miglioramento di 8,6 miliardi), sarà  varata lunedì con tutta probabilità  con un disegno di legge.
L’obiettivo è di farla approvare dl Parlamento in tempi record: il provvedimento dovrebbe arrivare il giorno stesso in Commissione Bilancio della Camera per essere approvato dall’aula tra il 12 e il 15 dicembre.
Prende corpo anche il pacchetto liberalizzazioni che investirà  più settori: dal commercio, alle professioni, alle farmacie.
Resta in piedi naturalmente l’intero apparato dei tagli e della spending review cui stanno lavorando al Tesoro: colpi di forbice si prevedono anche per Forze armate per le quali il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha annunciato una cura dimagrante rispetto ai 190 mila effettivi e una vendita di immobili e caserme.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)

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PENSIONI: CHI VINCE E CHI PERDE IN UN SISTEMA CHE NON REGGE PIU’

Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

LA STRETTA SULLE PENSIONI E LE SPREQUAZIONI TRA PERIODO PRECEDENTE ALLA RIFORMA DINI E QUELLO SUCCESSIVO

I sindacati che parlano spesso di «equità » e ora anche di «numeri magici» difficilmente vi farebbero un calcolo così.
Un lavoratore autonomo che va in pensione oggi prende oltre tre volte e mezzo quello che ha versato durante la vita lavorativa, in termini di contributi.
Per l’esattezza, fatto 100 il «montante contributivo», il commerciante o artigiano o contadino prende 346 se uomo, 368 se è donna.
Il calcolo, fatto da Michele Belloni e Flavia Coda Moscarola sul sito Lavoce.Info , si applica anche a dipendenti pubblici, dove il rapporto è di due volte e mezzo (268 per gli uomini e 249 per le donne), e i privati dove è quasi due volte (162 per gli uomini e 188 per le donne).
Il fatto è che questo «regalo del retributivo» come lo chiamano i due economisti, non vale per tutti.
Vale, appunto, per chi gode del regime previdenziale molto generoso che era in vigore prima della riforma Dini.
Per chi ha cominciato a lavorare dopo l’anno della riforma, dal 1996, il «regalo» sparisce: quando andrà  in pensione prenderà  esattamente quello che avrà  dato: fatto 100 prenderà  100.
Equo? Non proprio. Comprensibile, allora, che tra le prime riforme in cantiere dell’«agenda Fornero» ci sia l’estensione del considdetto metodo contributivo a tutti, anche ai privilegiati dell’««età  dell’oro» pre-Dini.
Inoltre non c’è solo sproprozione tra quello che hanno versato e che incassano le generazioni pre-Dini.
C’è anche una differenza notevole tra quello che c’è scritto sui loro assegni.
Con il metodo retributivo pre-Dini le pensioni si calcolavano su una media degli ultimi stipendi, quelli da fine carriera, i più alti probabilmente dell’intera vita lavorativa.
Il contributivo, invece, fa una media.
Seguendo il ragionamento di una simulazione fatta dai due economisti Tito Boeri e Agar Brugiavini, mettendo a confronto due persone dal profilo lavorativo identico – stessi anni di lavoro e stessa busta paga – chi ha cominciato a lavorare a 23 anni nel 1974 può andare in pensione a 62 e prende il 76% dell’ultimo stipendio, esempio circa 1.340 euro.
Chi aveva 23 anni nel 1996 andrà  in pensione minimo a 64 anni e prenderà  il 71 per cento dell’ultimo stipendio, circa 900 euro.
Equo? Di nuovo, c’è da dubitarne.
Se questo sistema, oltretutto, fosse sostenibile, si potrebbe deprecarne l’evidente ingiustizia nei confronti delle coorti di lavoratori post 1995 ma fare finta di nulla finchè il sistema retributivo andrà  a regime, più o meno nel 2030.
La verità  è che la sproporzione tra contributi versati e pensioni erogate scava anche voragini nei conti delle casse previdenziali.
Solo l’80,1 per cento della spesa pensionistica è coperta dai contributi versati.
Il resto, quasi 50 miliardi di euro, li mette lo Stato.
E la differenza tra Nord e Sud è notevole.
In Lombardia e in Trentino il saldo è positivo (rispettivamente con il 105,7 e il 103,5 per cento) mentre fanno venire la pelle d’oca alcune regioni del Sud come la Puglia (58,9) e Calabria (54,1).
Un trend messo in evidenza anche dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda: «L’andamento della spesa per pensioni incarna tutte le negatività  del policy making italiano, soprattutto con riferimento alla questione delle pensioni di anzianità ».
In un saggio scritto per la rivista Industria , osserva che «in termini reali negli ultimi trent’anni la spesa per pensioni è cresciuta mediamente del 3 per cento all’anno, contro una crescita del Pil dell’1,7 per cento».
E i l numero delle pensioni in essere è cresciuto mediamente dell’1,17 per cento mentre la popolazione residente è cresciuta dello 0,21 per cento all’anno».
Numeri che giustificano interventi rapidi del governo che riescano finalmente a distribuire l’onere dei sacrifici del risanamento un po’ più equamente tra generazioni.

Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa”)

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MONTI ASSICURA: GOVERNO TRASPARENTE MA SCOPPIA IL CAOS ALL’AGRICOLTURA

Dicembre 1st, 2011 Riccardo Fucile

NOMINA SOTTOSEGRETARIO BRAGA: MA QUALE DEI DUE?

“Di sicuro io sono il Francesco Braga di cui ha parlato il ministro esprimendo profonda stima per le mie capacità  professionali, almeno come riportato dalle interviste sui media. Penso però che un mio collega omonimo (Ing. Franco Braga della Sapienza) sia la persona che vi interessa”.
La lettera arriva dall’America al Fatto Quotidiano, dopo le perplessità  sulla nomina del sottosegretario alle Politiche agricole.
A Palazzo Chigi Braga non si è visto.
Era uno dei quattro assenti al giuramento.
Ma non sembra che a fermarlo sia stato un impegno improvviso. È che nessuno ha capito quale Braga sia stato nominato.
Il ministro Mario Catania, parlando con i giornalisti, ha espresso la sua soddisfazione per l’incarico a un professore che “conosco di fama per la competenza scientifica di alto livello e l’attività  nel Nordamerica”.
Il curriculum citato corrisponde a quello dell’economista agro-alimentare Braga, proveniente dalla Cattolica di Milano e docente negli Stati Uniti.
Ma il nominato, come confermano da Palazzo Chigi, è un altro, il Braga ingegnere civile esperto di costruzioni antisismiche.
Che, con le Politiche agricole, però, ha poco a che fare.
Vista la situazione, ha fatto bene ieri mattina Saverio Ruperto a reagire così dopo la nomina a sottosegretario all’Interno: ha stretto la mano a Monti, ha rivolto uno sguardo al cielo e si è fatto il segno della croce.
Che Dio la mandi buona a questi nuovi 28 membri del governo.
Il loro premier li ha difesi dai (rarissimi) attacchi della stampa: “Attenti a parlare di conflitto di interessi, saremo di un’assoluta trasparenza”.
Ma nel caso Braga più che di trasparenza bisognerebbe parlare di nebbia fitta.
Quando ieri mattina in commissione Agricoltura a Montecitorio non hanno visto arrivare nessuno, e hanno scoperto che il loro referente nel governo non aveva neanche giurato, si sono chiesti perchè.
Forse doveva tornare dall’America? Ma no, non è quel Francesco Braga.
È il Franco Braga romano, detto Francesco, quello nominato.
Sicuri? Le riviste di settore dicono il contrario. E per la gioia degli agricoltori, il dubbio non sono riusciti a risolverlo. “Non hanno notizie neanche i miei colleghi più esperti — dice sconsolato il deputato Pd Marco Carra — abbiamo cercato su Google, ci pare sia l’ingegnere, non ci sarebbe nulla di male, però non abbiamo conferma che sia lui”.
Al telefono del suo ufficio il professor Braga (l’ingegnere) non risponde.
Un ragazzo al centralino spiega di non sapere della nomina: “Me la state dando voi questa notizia”.
Alla Sapienza accolgono la domanda con stupore, sia al Rettorato che in Facoltà .
Non sono a conoscenza dell’incarico a un professore dell’ateneo, e ritengono ancor più incredibile che “un ingegnere strutturale di stretta osservanza” possa diventare sottosegretario al ministero di via XX Settembre.
Lì dentro, giurano che qualcuno la risposta ce l’ha.
Ma non all’ufficio stampa: “Siamo in attesa di una comunicazione degli uffici competenti” .
L’attesa dura fino alle 9 di sera: niente da fare, del curriculum del “vero” sottosegretario non c’è traccia. E a Montecitorio le voci si rincorrono: “Il Braga ingegnere non è interessato a quel posto, semmai alle Infrastrutture. Vedrete che rinuncerà  all’incarico”.
Ma ormai la frittata è fatta. D’altronde il caso Braga non è l’unico ad aver provocato versioni discordanti.
Anche sul ministro Filippo Patroni Griffi non tutti la pensano allo stesso modo.
Per l’ex ministro Brunetta, “è il più bravo che c’è”.
Pietro Ichino, senatore Pd, invece non commenta. Dice solo: “Andatevi a vedere quello che c’è pubblicato sul mio sito”. Giura che adesso “ha perdonato”. Ma gli archivi non perdonano.
La notizia campeggia nel blog del senatore e porta la data del febbraio scorso. Racconta che per Patroni Griffi, l’ex ministro Brunetta si inventò il “comma 12-decies”: i dipendenti pubblici (come il neo ministro, magistrato al Consiglio di Stato) che sono anche membri del Civit — la Commissione per la Valutazione, l’Integrità  e la Trasparenza istituita dalla legge Brunetta — non sono più obbligati a lasciare il loro incarico nella pubblica amministrazione.
Lasciano la poltrona solo se ne hanno voglia.
Spulciando il sito del senatore Pd, però, il neo ministro non è l’unico a spuntare dagli archivi.
C’è anche Michel Martone, altro fresco ingresso al governo.
Qui la notizia è del novembre 2010: Ichino il giorno 26 presenta un’interrogazione scritta al ministro, sempre Renato Brunetta.
Che ha combinato stavolta? Ha assegnato a Michel, figlio del presidente del Civit Antonio Martone, “un compenso vistosamente sproporzionato (40 mila euro, ndr) per una consulenza vistosamente inutile”.
Ichino oggi precisa: inopportuno non era lui, ma la consulenza.
D’altronde Michel c’era rimasto male già  allora: “Il prof mi conosce dai tempi della laurea”. Figuriamoci ora che uno sta al governo e l’altro nella maggioranza che lo sostiene.

Caterina Perniconi e Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MI MANDA MILONE: CI SONO DEGLI IMPRESENTABILI NEL GOVERNO MONTI

Novembre 30th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER NEGA IL CONFLITTO D’INTERESSI NEL SUO GOVERNO, MA SU MILONE (DIFESA) GRAVANO UNA CONDANNA, VARI PROCESSI E IL CASO FINMECCANICA…LA VICINANZA CON LA RUSSA E LIGRESTI

L’amico Ignazio l’ha portato alle Poste. Poi gli ha garantito un ‘incarico speciale: consigliere personale del ministro della Difesa per la politica industriale.
E adesso Filippo Milone ha fatto il grande salto. Da segretario del ministro a sottosegretario alla Difesa.
Un carrierone nel segno di Ignazio La Russa, vera stella polare nella vita e nel lavoro per l’ultimo arrivato nel governo di Mario Monti.
Un tecnico? Pare di no.
Milone ha speso una vita al servizio di Salvatore Ligresti. Anche il sottosegretario ha radici a Paternò, la cittadina in provincia di Catania, di cui sono originari Ligresti, i La Russa e tutti gli storici collaboratori del costruttore.
Il suo curriculum personale racconta che Milone ha cominciato a lavorare, appena laureato, nell’azienda di costruzioni di Gaetano Graci, uno dei quattro cavalieri catanesi che negli anni Ottanta e Novanta furono al centro di mille intrighi di mafia e corruzione. Da allora Milone ha fatto carriera tra progetti, palazzi, cantieri e nel periodo di Tangentopoli ha subìto una condanna penale (un anno e sette mesi) cancellata con la riabilitazione.
Anche suo fratello Giuseppe è targato La Russa e siede nel consiglio provinciale di Milano per il Pdl.
Pure lui, manco a dirlo, lavora per Ligresti.
Il nuovo sottosegretario non ha comunque mai avuto niente a che fare con la Difesa del Paese, se si eccettua la breve parentesi, dal 2008, come assistente dell’ex ministro.
Negli anni in cui ha lavora per Ligresti, Milone è riuscito anche a fare affari in proprio.
Si è messo in società  con Giuseppe Pizza, noto alle cronache politiche come segretario della nuova Democrazia Cristiana, un partitino nell’orbita berlusconiana.
Nel 1998 la coppia Pizza-Milone compare tra i soci della Edilalfa di Roma, una piccola impresa di costruzioni.
Finisce male: la Edilalfa va in fallimento nel 2001.
Una brutta avventura, ma l’esperienza da manager della Grassetto era stata anche più travagliata, almeno sul fronte giudiziario. Nei primi anni Novanta Milone è finito più volte in tribunale, da imputato, ed è stato anche arrestato.
Furono solo poche ore nell’ottobre del 1992, quando i pm di Torino indagavano su di lui per turbativa d’asta e abuso d’ufficio in una vicenda di presunte tangenti ad Asti. Nel 1997 è arrivato la condanna defintiva in Cassazione, poi cancellata con la riabilitazione. Da Aosta a Padova, da Napoli ad Asti e a Milano, in quel periodo Milone finisce più volte alla sbarra.
Ad Asti, interrogato dai pm, il manager della Grassetto svelò il sistema dei versamenti illegali delle aziende ai partiti.
Passa il tempo e col tempo si smosciano anche i furori di Tangentopoli. Per Milone arrivano le assoluzioni.
A Padova, nel processo per le mazzette sui lavori per il tribunale, le accuse cadono in appello.
A Milano, invece, è la prescrizione a salvare il manager di Ligresti, coinvolto nell’indagine sulla presunta corruzione per le licenze edilizie nell’area Portello.
Nel 2001 finisce fuori tempo massimo anche il processo sulle tangenti per il metrò di Napoli. Milone non si arrende.
Fedele alla causa, quella dei Ligresti, il manager catanese conserva la poltrona nel consiglio di molte aziende di famiglia.
Holding immobiliari come la Progestim e anche la Saiagricola, che gestisce i vigneti di Montepulciano della Fondiaria assicurazioni.
L’amico La Russa si ricorda di lui nel 2005, quando il governo Berlusconi mette mano ai vertici delle Poste.
Milone, in quota ad Alleanza Nazionale, viene nominato dal Tesoro nel consiglio di amministrazione della società  pubblica.
Dura fino al maggio 2008, quando alle Poste va in scena un altro ribaltone. Milone però non resta disoccupato.
Per lui è pronto un incarico di consigliere per la politica industriale dell’amico La Russa, nel frattempo diventato ministro della Difesa.
Ed è in questa veste che lo vediamo ricomparire in un’intercettazione telefonica di una conversazione tra Lorenzo Borgogni e un altro manager del gruppo, Marco Forlani, nell’inchiesta Finmeccanica.
È lui il Filippo del quale parlano i due manager, che chiedeva con urgenza un contributo in vista della festa del Pdl del 2010 a Milano.
Per il pm Paolo Ielo da questa telefonata “si evince con solare evidenza come il ruolo di Borgogni dentro Finmeccanica fosse anche quello di occuparsi di contribuzioni illecite ai partiti”.
Il responsabile relazioni internazionali di Finmeccanica, Marco Forlani, dice a Borgogni: “Mi ha chiamato Filippo che dice su, su quel discorso che facciamo ogni anno della loro offerta di partito a Milano eccetera (…) credo sia una cosa del Pdl (…) lui mi ha anche detto che gli hai indicato che non volevi comparire come Finmeccanica, ma con una società  esterna (…) lui dice scusami sto all’ultimo con l’acqua alla gola eccetera, perchè lui deve parlare con qualcuno dei nostri tra oggi e domani”.
Borgogni si infuria: “dai Marco, maremma puttana Marco” perchè non sono argomenti di cui parlare al telefono.
Su questa telefonata, due giorni prima della nomina di Milone, Borgogni è stato interrogato dai pm Alberto Caperna e Paolo Ielo alla presenza dell’avvocato e della polizia giudiziaria.
Borgogni ha cercato di minimizzare: “era solo un contributo per una cena di partito da 5 mila euro e lo ha fatto una società  terza”. Gli investigatori sono rimasti molto scettici e presto Milone sarà  sentito.

Marco Lillo e Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TAGLI E NUOVE TASSE, MANOVRA DA 20 MILIARDI, I CONTRIBUTI SALIRANNO OLTRE I 40 ANNI

Novembre 30th, 2011 Riccardo Fucile

CRISI ECONOMICA: LE NUOVE STIME OCSE INDICANO UN CALO DEL PIL PER IL 2012 DELLO 0,5%

Potrebbe valere 20 miliardi la manovra che il governo si appresta a varare per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013.
Secondo quanto si apprende da tecnici al lavoro in questi giorni sui conti, con l’ipotesi di un calo del Pil dello 0,5% servirebbe una correzione di 20 miliardi comprensiva di 4 miliardi della delega fiscale.
A lanciare l’allarme per la probabile entrata dell’Italia in recessione a partire dal prossimo anno era stata ieri l’Ocse 1, prevedendo per il paese nel 2012 un prodotto interno lordo dello -0,5% contro il +1,6% prospettato sei mesi fa, mentre per il 2013 la previsione è di una crescita dello 0,5%.
Tra le misure che il governo sta studiando per la manovra economica che dovrebbe fare fronte a questa situazione potrebbe esserci, stando alle indiscrezioni, anche un’ipotesi clamorosa che riguarda le pensioni di anzianità  con l’innalzamento (comperso tra i 41 e i 43 anni) del numero di anni obbligatori per il ritiro dal lavoro.
Altro provvedimento al vaglio dell’esecutivo sarebbe poi il blocco totale del recupero dell’inflazione per le pensioni per il 2012.
L’intervento, secondo quanto si apprende da tecnici che stanno lavorando alla manovra, varrebbe 5-6 miliardi compreso il blocco della perequazione già  previsto per le pensioni più alte.
A questa possibilità  si oppone però il sidnacato pensionati della Cgil. “E’ impensabile – afferma il segretario generale dlelo Spi-Cgil Carla Cantone – verrebbero penalizzate tutte quelle persone che vivono con un reddito da pensione bassissimo. Se fosse confermato un intervento di questo tipo verrebbe meno quel segno di equità  auspicato dal presidente del Consiglio Mario Monti nel suo discorso programmatico. Non vi è, infatti, nulla di più iniquo che andare a fare cassa con milioni di persone che hanno una pensione che arriva a malapena ai 700 euro mensili”.
Altre misure allo studio riguardano un giro di vite sui vitalizi dei parlamentari , l’anticipo del passaggio al sistema pensionistico contributivo già  al 2012 e l’anticipazione dell’adeguamento dell’età  pensionistica delle donne che lavorano nel settore privato a quella degli uomini.
Al momento l’inizio del percorso è fissato per il 2014 con conclusione   nel 2026.
Intanto la commissione Ue sta incalzando Roma con la richiesta di adottare in fretta “misure aggiuntive” per rispettare l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e per stimolare la crescita.
Le istanze dell’Unione sono contenute in particolare in un rapporto redatto dagli ispettori di Bruxelles di ritorno dalla loro missione in Italia e che stasera sarà  discusso alla riunione dei ministri delle Finanze europei.
Nel documento, l’esecutivo Ue chiede all’Italia una manovra da undici miliardi di euro e, per ora, non prende in considerazione la richiesta di Monti di privilegiare le riforme per la crescita.

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LO ZIG-ZAG DEL CAVALIERE DI LOTTA E DI GOVERNO: “DEVO TENERE APERTO UN CANALE CON BOSSI”

Novembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

MA ANCHE LUI E’ CONVINTO CHE LA LEGISLATURA ARRIVERA’ AL 2013… VOCE GROSSA CONTRO I “COMUNISTI” DI GIORNO E TRATTATIVE DI NOTTE

Berlusconi di lotta, Alfano di governo.
È questa la spartizione dei ruoli che il Cavaliere ha in mente per i prossimi mesi, lo schema con il quale intende limitare i danni del sostegno a Monti.
È una partitura che ha iniziato a suonare ieri a Verona, chiamando a raccolta contro il pericolo di quegli stessi «comunisti» con i quali, di notte, Angelino Alfano tratta in gran segreto.
È un modulo molto rischioso con cui giocare, ne è prova la doccia fredda che ieri l’ex premier ha dovuto subire per bocca di Calderoli.
Un’umiliazione pubblica che in molti temevano e forse per questo – da Alfano a Cicchitto, da Letta a Bonaiuti – in fondo speravano (e consigliavano) che Berlusconi rinunciasse a intervenire al convegno di Giovanardi e rimanesse ancora un po’ «dietro le quinte».
A questa prudenza Berlusconi si è ribellato per una ragione che egli stesso ha spiegato in privato: «Deve alzare la voce contro il Pd e i tecnici, è l’unico modo per tenere aperto un canale con la Lega. Altrimenti il rapporto con Bossi è finito».
Un rapporto essenziale sia che si vada a votare con il Porcellum sia che riviva il Mattarellum dopo il referendum elettorale.
Senza la Lega, infatti, la speranza che il Pdl torni nell’area di governo resterebbe affidata unicamente a un’eventuale intesa con Casini.
Una prospettiva che fa rabbrividire l’ex premier. Berlusconi è tra l’incudine e il martello.
Ieri, alla tavolata allestita da Giovanardi al “Leon d’oro” di Verona dopo il comizio, il Cavaliere è parso immusonito, ancora sotto l’effetto delle dimissioni.
Niente «storielle» o barzellette, se ne è rimasto quasi sempre in silenzio.
Solo quando Gianfranco Rotondi, che in queste ultime settimane l’aveva spronato a non mollare, gli ha rinfacciato «l’errore » del passo indietro, Berlusconi si è scosso e ha risposto: «No, ti sbagli. Non potevo fare altro e poi così abbiamo accontentato Napolitano: il tempo ci darà  ragione. Se questo governo farà  le cose che deve fare bene, sennò… «.
Una frase lasciata in sospeso, per far capire a tutti che le elezioni anticipate restano un’arma a disposizione del Pdl e che Napolitano, se Berlusconi dovesse ritirare il proprio aver strappato al Quirinale il giorno delle dimissioni: «Mai nessuna maggioranza senza di noi in questa legislatura». Ma è una speranza a cui, in fondo, anche nel Pdl nessuno s’aggrappa.
«Per sciogliere il Parlamento serve un decreto firmato da due persone: Monti e Napolitano», osserva con realismo Guido Crosetto.
Nella cerchia stretta del Cavaliere sono in molti ormai rassegnati all’idea che l’attuale governo andrà  avanti fino a scadenza naturale. Anche perchè la malattia dell’euro è più grave del previsto e il lavoro di Monti è soltanto all’inizio.
Per questo Berlusconi oscilla. Tiene un comizio in stile ’48 ma poi spedisce Letta e Alfano a trattare.
Un comportamento altalenante figlio dell’incertezza su come muoversi. «Dal giorno delle mie dimissioni – ha rivelato ieri per giustificare i toni accesi del convegno – io mi considero in campagna elettorale, ma questo non vuol dire che faremo venire meno la nostra collaborazione leale al governo».
Monti tuttavia «deve renderci partecipi delle misure che intende mettere in campo, perchè sia chiaro, il nostro non è un sostegno a scatola chiusa. Il Pdl resta il partito di maggioranza relativa e non rinuncerà  a dire la sua su ogni provvedimento che contrasta con i nostri principi. Questo Monti non deve dimenticarlo ».
Voce grossa di giorno, accordi con «i comunisti» di notte.
È una tattica ad alto rischio, che può forse andar bene per qualche settimana ma sul lungo periodo le contraddizioni sono destinate a esplodere. «Se Monti va avanti fino al 2013 – confida Rotondi – l’asse con la Lega finisce. Questa fase può essere una parentesi solo se i tempi di Monti si accorciano».
Uno scenario che lo stesso Berlusconi, guardando alla crisi sui mercati, ritiene «purtroppo poco probabile».

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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STRETTA SULLE PENSIONI, NIENTE PATRIMONIALE: IL PIANO DEL GOVERNO

Novembre 28th, 2011 Riccardo Fucile

ALLO STUDIO ANCHE LA RIDUZIONE DEL CUNEO FISCALE PER FAVORIRE LE ASSUNZIONI, ASSEGNI SENZA INDENNITA’ INFLAZIONE, ICI PROGRESSIVA E RITOCCO IVA

Blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita; riduzione del cuneo fiscale sul lavoro; niente patrimoniale finanziaria, ma più imposte sulla casa con la revisione delle rendite catastali e un’Ici progressiva; nuovi aumenti dell’Iva.
Sono queste le novità  emerse ieri dalla lunga riunione al ministero del Tesoro tra il presidente del Consiglio, Mario Monti, e i ministri economici per preparare la manovra di aggiustamento dei conti pubblici e per la crescita che verrà  approvata dal governo al più tardi lunedì 5 dicembre.
Per ora sono stati individuati i capitoli sui quali intervenire per far fronte all’emergenza.
La manovra si limiterà  a 15 miliardi, forse anche meno, se la prossima settimana la Commissione europea concederà  all’Italia, ma anche agli altri Paesi, lo sconto sulla misura dell’aggiustamento, cioè di considerare il ciclo economico avverso.
In caso contrario servirebbero almeno 25 miliardi per centrare il pareggio di bilancio nel 2013.
Pensioni
Il premier e ministro dell’Economia fa molto affidamento su questo capitolo per recuperare risorse fin dal 1° gennaio.
Svariati miliardi si potrebbero risparmiare bloccando la cosiddetta «perequazione automatica» delle pensioni, cioè l’adeguamento al costo della vita che scatta a gennaio di ogni anno. Considerando che solo nel pianeta Inps (escluse quindi le pensioni del pubblico impiego) ogni punto di inflazione vale un paio di miliardi di spesa per la perequazione e che quest’anno l’inflazione si avvicinerà  al 3%, la misura può valere molto.
Un assegno di mille euro perderebbe, a seconda di come si fa il decreto, da pochi euro a 30 euro al mese in caso di blocco totale.
Già  un provvedimento del governo Berlusconi – come in passato avevano fatto con decisioni simili i governi Prodi e Amato – ha previsto per il biennio 2012-2013 un blocco completo della perequazione per le quote di pensione ricche, quelle eccedenti 5 volte il minimo (2.304 euro) e parziale per quelle tra 3 e 5 volte il minimo (1.382-2.304 euro) che saranno rivalutate al 70%.
Il decreto potrebbe colpire queste ultime e anche le pensioni di importo inferiore salvaguardando solo quelle fino al minimo (circa 460 euro) o due volte il minimo.
Un’altra ipotesi per far cassa prevede il blocco dei pensionamenti d’anzianità , ma sembra avere meno chance.
La riforma
Altre misure per far fronte all’emergenza potrebbero riguardare l’anticipo al 2012 dell’aumento dell’età  pensionabile per le donne del settore privato e di quota 97 (62 anni d’età  e 35 di contributi oppure 61+36) per la pensione d’anzianità , che a legislazione vigente scatterebbe nel 2013.
Il pacchetto di provvedimenti urgenti sarebbe comunque accompagnato dal varo della riforma strutturale «per l’equità » messa a punto dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che introdurrebbe dal 2012 il calcolo della pensione col metodo contributivo pro rata per tutti e la fascia d’età  pensionabile flessibile tra 63 e 68-70anni.
Il fisco e la crescita
Non ci sarà  la patrimoniale finanziaria perchè, è convinzione del governo, alla fine i grandi capitali e gli evasori la farebbero franca, il gettito sarebbe minimo e gli svantaggi superiori ai benefici.
I patrimoni immobiliari verranno invece colpiti con l’Ici progressiva e la rivalutazione delle rendite catastali.
Altre risorse potrebbero arrivare da un ritocco dell’aliquota Iva del 10% e forse di quella già  portata al 21% mentre l’evasione fiscale dovrebbe essere combattuta con una riduzione del tetto all’utilizzo del contante.
Le maggiori entrate andrebbero a finanziare un taglio di qualche punto del cuneo fiscale sulle imprese, forse attraverso maggiori sgravi Irap sul costo del lavoro.
Questa misura dovrebbe favorire le assunzioni e la crescita dell’economia insieme col pacchetto infrastrutture (project financing, cioè coinvolgimento dei privati), liberalizzazioni (professioni, esercizi commerciali) e dismissioni.

Enrico Marro

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L’INCONTRO SEGRETO NELLA NOTTE TRA MARIO MONTI, BERSANI, CASINI E ALFANO: SPUNTA IL TUNNEL SEGRETO

Novembre 25th, 2011 Riccardo Fucile

I QUATTRO SMENTISCONO MA C’E’ CHI GIURA IL CONTRARIO: “PER NON FARSI VEDERE HANNO USATO IL TUNNEL CHE COLLEGA IL SENATO CON PALAZZO GIUSTINIANI”

A sentire Rocco Buttiglione le cose sono semplici: “Se non ora, in questo momento di estrema difficoltà , quando i leader possono incontrarsi per discutere dell’italia? E soprattutto, è normale che sia così, è nato un governo di tregua”.
Solo che questa semplice riflessione dell’esponente centrista cozza con una ridda di smentite e imbarazzati distinguo.
Per cui l’esistenza, o meno, del vertice di ieri sera tra Mario Monti e i vertici di Pd, Pdl e Terzo Polo, si tinge di giallo.
Negano i diretti protagonisti, tace Monti.
Ma le indiscrezioni si rincorrono. E spunta   un tunnel galeotto. Ovvero quello che collega il Senato a palazzo Giustiniani (dove Monti ha l’ufficio).
Ed è proprio davanti a quel tunnel che sarebbe stato avvistato il segretario del Pd Pier Luigi Bersani.
Nelle stesse ore il segretario del Pdl Angelino Alfano viene visto mentre svolta verso corso Rinascimento, via che costeggia palazzo Madama.
Mario Monti, intanto, negli stessi minuti entra nel suo studio di palazzo Giustiniani. Passano tre quarti d’ora e – giurano fonti del Terzo Polo – Pier Ferdinando Casini si muove verso il Senato.
Solo casualità ?
Bersani, Casini e Alfano, però, negano.
In particolare i segretari di Pd e Pdl che non vogliono in alcun modo essere immortalati in una ‘foto di gruppo’ tra avversari-alleati che non piace ai rispettivi elettorati.
Per questo nei comunicati dei partiti, si parla semplicemente di “contatti”. Magari telefonici e, soprattutto, ‘bilaterali’.
“Non ci sono vertici, c’è il vertice che è il premier. I partiti stanno agevolando il lavoro di Monti, non ci saranno politici nel governo” dice Casini.
Anche dal Pd arrivata una smentita: “Non c’è stato nessun vertice, ma solo contatti tra i segretari fra di loro e con Monti”.
D’altronde per un governo tecnico l’esigenza di uno stretto raccordo con i leader di partito è necessaria.
Ma è altrettando palese che questi ultimi però preferiscano non rendere palese la questione. Per lo stesso motivo per il quale si opposero all’ingresso di esponenti politici.
Non a caso alcuni big del Pdl in queste ore stanno recapitando ad Alfano un messaggio chiaro: in queste vicende occorre chiarezza, non vertici segreti.
Pare che anche di questo il segretario abbia discusso animatamente con diversi dirigenti che l’hanno incontrato oggi a via dell’Umiltà .

(da “La Repubblica“)

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VERTICE SEGRETO DELLA MAGGIORANZA: MONTI CON BERSANI, ALFANO E CASINI

Novembre 25th, 2011 Riccardo Fucile

SUMMIT NELLA NOTTE A PALAZZO GIUSTIZIANI… SUL TAVOLO LE MISURE DEL GOVERNO E IL CASO FINMECCANICA… BERLUSCONI INDISPETTITO PENSA AL VOTO IN PRIMAVERA

Palazzo Giustiniani, esterno notte. Il portone è serrato, qualche turista passeggia lì davanti, ignaro che al primo piano, nell’ufficio da senatore a vita di Mario Monti, da ore si sta svolgendo il primo vertice di maggioranza del nuovo governo.
Passati di nascosto attraverso il tunnel che parte dal dirimpettaio palazzo Madama, Angelino Alfano, Pier Ferdinando Casini e Pier Luigi Bersani hanno eluso telecamere e giornalisti.
E, davanti al premier, affrontano tutti insieme la questione dei sottosegretari.
La grana infatti è lungi dall’essere risolta, soprattutto perchè il Pdl non può permettersi l’ingresso di alcun politico o ex politico nel governo.
Al contrario, il Pd e il terzo polo spingono perchè qualche “tecnico d’area” entri fra i magnifici trenta.
Monti vorrebbe invece che a scegliere fossero i suoi ministri e si riserva comunque l’ultima parola sulle rose ricevute dai partiti.
Insomma, un caos dal quale non si riesce a venir fuori e che ha richiesto, appunto, un lungo screening collegiale delle liste con i nomi.
Così le nomine slittano alla prossima settimana, con la conseguenza di bloccare ancora il lavoro delle commissioni parlamentari.
Ma tra il Professore e suoi “azionisti” quella dei sottosegretari non è l’unica frizione. Superato lo sbandamento dei primi giorni, provocato dalla caduta del Cavaliere, il Pdl infatti sta iniziando ad assumere un atteggiamento sempre più insofferente nei confronti del governo dei tecnici.
Berlusconi, raccontano, è una pentola a pressione pronta ad esplodere.
A farlo imbestialire è l’assoluta mancanza di comunicazioni con il governo, tanto che ieri ha dovuto spedire a palazzo Chigi il suo migliore ambasciatore, Gianni Letta, per farsi anticipare qualcosa da Monti sulla successione a Finmeccanica, sul vertice con Merkel e Sarkozy e, soprattutto, sulle misure economiche in gestazione.
Berlusconi sembra che sia rimasto molto stupito riguardo all’esito della trilaterale a Strasburgo.
“Monti – ha riferito ai suoi – si è limitato a discutere del programma che il mio governo ha portato avanti in Europa, nulla di nuovo”.
Il Cavaliere è in fibrillazione. Chi lo ha incontrato l’ha trovato che si rigirava tra le mani l’ultimo sondaggio della fidata Alessandra Ghisleri.
Con un dato cerchiato in rosso: il 45 per cento degli elettori del Pdl si pronuncia già  oggi contro il governo Monti.
“Cosa accadrà  – si chiede un ex ministro del Pdl – quando Monti presenterà  la purga con l’Ici, la patrimoniale e le pensioni?”.
Berlusconi sta a guardare, finchè dura la luna di miele non può fare altro. Ma a questo punto torna ad affacciarsi l’ipotesi di un voto anticipato in primavera. L’innesco potrebbe essere un’eventuale decisione della Consulta di ammettere il referendum sulla legge elettorale. “Anche nel Pd – si ragiona a via dell’Umiltà  – Bersani potrebbe trovare conveniente andare alle urne in primavera. Avrebbe la certezza di essere lui il candidato”.
Persino Casini, con la strada per palazzo Chigi insidiata da una futura candidatura di Corrado Passera, potrebbe considerare l’utilità  di abbreviare la durata del governo. Sono scenari che, almeno ufficialmente, nel Pd e nel Terzo Polo vengono respinti con decisione.
Walter Veltroni invita a “non inseguire lucciole, visto che sarebbe una follia andare alle urne con la tempesta che c’è sui mercati: la gente cercherebbe coi forconi chi si assumesse questa responsabilità “.
Ma nel Pdl il governo dei tecnici è sopportato a stento.
E non è solo l’ala dura di Santanchè o Brunetta. “Abbiamo accettato il sacrificio di Berlusconi – osserva Ignazio La Russa – perchè era diventato il capro espiatorio e, se fossimo andati al voto, la campagna elettorale sarebbe stata tutta contro di lui. Ma adesso è chiaro che Berlusconi con lo spread non c’entrava nulla”.
Inoltre il referendum è un fantasma che spaventa i partiti più dello spread.
L’unica alternativa, per chi si oppone al ritorno del Mattarellum, sarebbe il varo di una legge elettorale per evitarlo.
A meno che, come spiega il costituzionalista Pd Stefano Ceccanti, “il rimescolamento delle carte dovuto al governo Monti non spinga Casini ad aprire con Alfano il cantiere dei moderati.
A quel punto anche il referendum avrebbe un effetto stabilizzante sulla legislatura visto che tutti diventerebbero bipolaristi”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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