Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile
ABBIANO DEI NUOVI “RESPONSABILI”… MA ORA LITIGANO SEL E CINQUESTELLE SU COPASIR E VIGILANZA RAI
Dopo la bocciatura di ieri, e la nuova fumata nera nella terza votazione, Francesco Nitto
Palma viene eletto al quarto voto presidente della commissione Giustizia del Senato.
L’ex magistrato vicino a Berlusconi ce l’ha fatta, con l’appoggio di Scelta Civica, totalizzando 13 sì nello scrutinio nel quale bastava ottenere il numero più alto di voti e non la maggioranza.
I senatori Pd e la Lega hanno votato, come annunciato, scheda bianca.
Una scheda è stata dichiarata nulla e quattro sono andate al grillino Mario Michele Giarrusso.
L’elezione di Palma è stata salutata da un applauso del Pdl.
Intanto il Pd, per fare un po’ di scena, propone la rinuncia all’indennità di funzione per i parlamentari che fanno parte degli uffici di presidenza delle commissioni di Senato e Camera.
“Serve un segnale vero di sobrietà . Per questo – spiegano i capigruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, e al Senato, Luigi Zanda – i gruppi parlamentari del partito democratico proporranno che tutti i senatori e i deputati eletti negli uffici di presidenza delle commissioni, presidenti, vicepresidenti e segretari, rinuncino alle indennità di funzione previste per tali incarichi”.
Sinistra ecologia e libertà risponde picche al Movimento 5 Stelle che oggi ha offerto al gruppo di Vendola la disponibilità a votare il deputato di Sinistra e libertà Michele Piras come segretario della commissione Difesa. ”
Sel ci corteggia e poi ci critica – dice il deputato 5 Stelle Roberto Fico – perchè punta a ottenere la presidenza del Copasir”.
“Dichiarazioni farneticanti”, replica Gennaro Migliore, capogruppo di Sel alla Camera.
“Nelle riunioni con il Movimento 5 stelle l’unica cosa che abbiamo appreso è che Fico sarebbe il candidato per la Vigilanza Rai. Immagino sia questo a portarlo ad esternare sulle Commissioni, dove — conclude — chiediamo, invece, che siano rappresentate reali competenze e non l’esibizione muscolare della propria volontà a occupare posti”.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 29th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO LA NOMINA DEI MINISTRI CHE HA VISTO PREMIATI SOLO MAURO, MOAVERO E L’UDC D’ALIA, CRESCE L’INSOFFERENZA SIA DI ITALIA FUTURA CHE DEI CATTOLICI DI RICCARDI
Alla fine Governo d’intesa fu. Quello che Scelta civica sperava dal giorno dopo le elezioni, e a dire il vero anche da prima, dal momento in cui Monti ne ha battezzato la nascita come movimento per poi ‘salire’ in politica.
Ma è un’intesa che, per i civici, potrebbe essere divisiva, e che ad oggi allontana ancora di più l’ala montezemoliana dal resto del movimento.
Basta guardare ai nomi che, tra tutti quelli che i civici consideravano papabili per il Governo, alla fine sono in squadra.
C’è Mario Mauro: non vice premier come sperato – bisognava dare spazio pieno ad Alfano per bilanciare Letta Premier -, ma in un ministero di peso, e di spesa, la Difesa.
Rappresentanza indispensabile, per i civici, quella dell’ex capogruppo Pdl al Parlamento europeo, figura di cerniera, di dialogo con il partito del Cavaliere.
Mario Monti non entra, anche per scelta.
E’ bene che leader e senior diano il loro appoggio senza entrare, diceva ieri il Premier uscente.
E poi un conto sarebbe stato un Governo dal profilo più tecnico, altra cosa un profilo così marcatamente politico, come chiarito da Giorgio Napolitano.
Ma c’è un uomo montiano in squadra, Enzo Moavero, riconfermato alle Politiche comunitarie, garanzie per il fronte europeo.
Restano invece fuori le altre componenti della galassia civica: a partire da quella che fa capo ad Andrea Riccardi, che pure contava in una conferma se non all’Integrazione in un altro ministero: un epilogo che potrebbe accrescere il distacco del fondatore di Sant’Egidio dal movimento che pure ha contribuito a fondare solo qualche mese fa.
Soprattutto – come in realtà previsto – restano fuori i montezemoliani, che ora attendono la partita su vice ministri e sottosegretari (Carlo Calenda, braccio destro di Montezemolo, aspirava ad un incarico allo Sviluppo).
“Un buon governo, con nomi di qualità . Purtroppo Scelta civica esprime il grado più basso di innovazione: nessuna donna, nessuna vera novità “, twitta Andrea Romano.
Anche perchè entra invece in squadra Giampiero D’Alia, uomo di Pier Ferdinando Casini, che dunque – seppure non con l’ardita manovra per portare Vietti alla Giustizia – alla fine l’ha vinta, a dispetto del tracollo elettorale: proprio l’Udc, che i futuristi hanno sempre bollato come il ‘vecchio’ dentro Scelta civica.
Uno scontro latente che potrebbe riproporsi a stretto giro, sia sul fronte del Governo nella partita su vice e sottogretari, sia su quello interno, a partire dalla sostituzione di Mauro come capogruppo al Senato.
Incarico per il quale era in corsa Maria Paola Merloni, vicina a Montezemolo, ma che invece ora vedrebbe papabile anche Benedetto Della Vedova, unico finiano in Parlamento.
Partita dunque aperta.
Un epilogo positivo e a tratti non sperato, il Governo Letta “è un grande successo” di Scelta civica, afferma Linda Lanzillotta, e si muove “sulla nostra linea, della responsabilità “, osserva Lorenzo Dellai, capogruppo alla Camera.
Certo, allontana il voto, ovvero lo scenario peggiore per i civici.
Ma non esclude la scissione all’interno dello stesso movimento.
Martina Cecchi de Rossi
(da “L’Huffington Post”)
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Aprile 15th, 2013 Riccardo Fucile
E ATTACCA CONFINDUSTRIA E SINDACATI. “NIENTE TAGLI ALL’IMU O SERVIRA’ UNA MANOVRA”
«Il mio non è un abbandono ma la continuazione di quello che è il mio modo di interessarmi della vita del Paese. Non ho mai pensato di avere voglia di essere segretario o presidente di una forza politica».
Mario Monti risponde alle indiscrezioni su un suo disimpegno rispetto a Scelta Civica e alla politica in generale.
In effetti il premier uscente rinuncia a tutte le cariche nella sua forza politica e chiede di togliere il suo nome dal simbolo.
Ma assicura che non si tratta di un’uscita di scena.
«Ora Scelta civica si sta dotando di uno statuto e io non ne sono mai stato presidente, ho incoraggiato gli altri a cercare qualcuno che occupi quel posto ».
Lui continuerà a impegnarsi «per le riforme, per l’Europa e contro il bipolarismo conflittuale ».
Ma ospite di Fazio parla anche di economia dicendo che «se l’Italia non cresce ciò è dovuto a lacune della politica ma moltissimo anche a sindacati e imprese » e aggiunge che se ci sarà un taglio dell’Imu «potrebbe essere necessaria una manovra correttiva». Intanto, tornando al suo futuro politico, i montiani doc ricordano che il premier non ha mai avuto l’intenzione di guidare la macchina organizzativa di Scelta Civica, ruolo per il quale ritiene di non avere le caratteristiche e assicurano che già in campagna elettorale aveva detto che avrebbe fatto togliere il nome dal simbolo («non amo i partiti leaderistici»).
Ma certo è che nella scelta definitiva ha pesato l’amarezza per la sua parabola politica e la scarsa voglia di guidare una forza spaccata al suo interno.
Il che non significa disimpegno, garantisce il capogruppo a Montecitorio Lorenzo Dellai: «Monti conserverà la leadership non formale ma sostanziale del progetto e sarà una presenza attiva, non solo di riferimento».
E aggiunge che in caso di voto anticipato Monti sarà candidato premier di Scelta Civica a meno che, per via del Porcellum, il partito non sia costretto ad entrare in una coalizione con una premiership diversa
Ma a dimostrazione di quanto le acque dentro Sc siano torbide la ricostruzione di alcuni montiani di stretta osservanza secondo i quali il clamore creatosi intorno al passo di lato del premier sia una polpetta avvelenata propinata dalla corrente montezemoliana del partito.
Si parla di un tentativo di screditare il premier alla vigilia delle elezioni del Capo dello Stato, «ruolo al quale non aspira – spiegano – e per questo non vuole essere coinvolto nelle trattative per non essere additato di ambizione personale come avvenuto per l’elezione del presidente del Senato».
E proprio questo è il punto: il tentativo attribuito a Italia Futura di screditare il premier dando la sensazione di un ritiro strategico per rimettersi in corsa per il Colle in modo da farlo definitivamente fuori (al momento non è in lizza, ma non si sa mai…) e di indebolire il partito evitando che alla quarta votazione possa essere determinante nella costruzione di una maggioranza diversa da quella per Prodi (che al momento non convince i montiani).
Già , perchè se il nome del Professore di Bologna porta alle elezioni anticipate, per molti quelli di Italia Futura – è la dietrologia dei montiani doc – vedrebbero il voto con favore nel tentativo di svincolarsi dai civici, allearsi con Renzi e recuperare centralità politica.
Veleni di un partito in cerca d’anima.
Alberto D’Argenio
(da “la Repubblica“)
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Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE RINUNCIA A INCARICHI DI PARTITO E NON SARA’ NELLO STATUTO
La scelta del Professore sarà distinta anche se non ancora distante dalla forza che «ho ispirato e
fondato».
Rimarrà senatore a vita e farà il «padre nobile» della lista, ma senza aver più un «rapporto organico» con il gruppo dirigente, siccome «non mi sento un leader di partito, non è il mio mestiere».
Così ha annunciato.
Il Professore che era salito in politica, ora vuole scendere dal golgota dove sente di esser stato messo ingiustamente da molti, quasi da tutti: dai partiti «che mi avevano chiamato in soccorso» nell’inverno del 2011, dalle forze sociali – Confindustria e sindacati – che oggi andranno «squallidamente a braccetto senza però indicare come uscire dalla crisi», e persino dai suoi stessi alleati, da quei compagni di avventura che «mi implorarono di fare il capo della coalizione alle elezioni e adesso dicono di aver donato il sangue per me».
Raccontano che l’intervista di Pier Ferdinando Casini al Corriere l’abbia lasciato di sale, «sono rimasto allibito», e l’abbia convinto a un passo di lato che somiglia molto a un passo indietro.
Formalmente dice di non essersi disamorato, «non è disamore, non considero terminata l’esperienza», anzi Scelta civica – nel quadro disastrato di un’Italia tripolare – «resta una forza necessaria alla tenuta europeista del Paese».
Epperò la prossima settimana i parlamentari che sono stati eletti con il suo movimento, leggeranno nello statuto la conferma ufficiale di quanto già Monti aveva detto loro a voce: la sua assenza dagli incarichi e la cancellazione del suo nome dal simbolo sono il prodotto di una sconfitta iniziata nelle urne e che il Professore fatica a capire, interpretandola come una forma di ingratitudine: «Stiamo uscendo dalla procedura di deficit europeo, i conti pubblici sono in ordine…»
Perciò non solo è turbato dal fatto che non siano stati riconosciuti i meriti del suo governo, non comprende nemmeno l’accanimento, il fatto di esser diventato «il capro espiatorio di tutto e di tutti», sebbene questo sia l’effetto di un Paese stremato dalle tasse e dalla recessione, ma soprattutto la conseguenza della sua precedente scelta: quella di entrare nell’agone politico, dove nulla viene risparmiato a nessuno, figurarsi a chi – entrato nel Palazzo da super partes – ha deciso di farsi parte e di sfidare quanti lo avevano appoggiato.
Gli errori di grammatica politica in campagna elettorale e poi quelli di ortografia istituzionale all’inizio della legislatura hanno determinato la reazione, fuori e dentro il suo stesso movimento. Per esempio, quando salì da Napolitano per chiedergli di lasciare Palazzo Chigi in modo da trasferirsi a Palazzo Madama, non solo si attirò le critiche del capo dello Stato, ma anche l’ira di chi – come Lorenzo Dellai – sperava di conquistare la presidenza della Camera in quota Scelta civica, e l’ironia di chi – come Casini – si aggirava per il Senato dicendo: «Non chiedete a me di strategie, io non conto più nulla».
Stizzito per le tensioni alla riunione dei gruppi parlamentari, Monti perse per la prima volta il suo aplomb: «Posso andarmene anche domani mattina, non resto qui a fare il vostro zimbello».
Emotivamente provato, si ripetè alla Camera, nelle vesti di premier, davanti agli attacchi di chi gli aveva dato fino a pochi mesi prima la fiducia: «Non vedo l’ora che finisca tutto».
E dato che non può ancora farlo con il governo, ha iniziato con il partito, nonostante Mario Mauro gli abbia chiesto di restare.
L’ex berlusconiano che prima delle urne pronosticava di sostituire il Pdl con Scelta civica nel Ppe, giorni fa ha pregato Monti, «non mollare, o almeno aspetta un paio di mesi. Traghettaci prima verso l’assemblea costituente del partito».
Niente da fare.
Così la prossima settimana lo scontro interno diverrà pubblico alla vigilia delle Amministrative, dove non si sa cosa fare.
Sarà l’anticamera del divorzio?
Già oggi d’altronde i cofondatori del movimento vivono da separati in casa: da una parte Andrea Riccardi, che mira a trasformare il movimento in un partitino cattolico; dall’altra Italia Futura che ambisce invece ad approdare nella famiglia liberale europea, e che mentre attende di capire quali saranno le mosse di Matteo Renzi, rilegge i dati delle elezioni politiche, il peggior risultato ottenuto a Roma, proprio nel quartiere simbolo di Trastevere dov’è la sede della Comunità di Sant’Egidio.
In mezzo c’è l’Udc, che in vista delle votazioni per il Quirinale riunirà i propri grandi elettori, senza montiani.
In fondo, senza Monti, i montiani non ci sono più.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera“)
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Aprile 5th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRIMO TENTATIVO SARA’ PERO’ QUELLO DI PROVARE A COINVOLGERE IL PDL NELLA SCELTA… EMERGONO I NOMI DELLA BONINO E DI CACCIARI
Parte la trattativa sul Quirinale. 
Ieri il faccia a faccia tra Bersani e Monti, lunedì (forse) quello con Berlusconi «in campo neutro», ovvero in Parlamento.
Il segretario del Pd non rinuncerà a chiedere udienza anche a Grillo.
Per quasi due ore Pierluigi Bersani e Mario Monti siedono uno di fronte all’altro nello studio del premier a palazzo Chigi.
Era da tempo che non accadeva e l’atmosfera è rilassata. «Quasi di connivenza », scherza chi ha assistito almeno a parte della conversazione. Si parla di tutto, ma il tema vero è ovviamente il Quirinale.
E tra i due leader si arriva a siglare un vero e proprio «patto di consultazione » in vista delle prossime mosse.
In sostanza ora centrosinistra e Scelta Civica marceranno insieme, potendo così arrivare a un pacchetto di 570 grandi elettori, sufficienti dopo il terzo scrutinio a portare al Colle un loro candidato.
E tuttavia «il metodo» che Monti e Bersani condividono è un altro: «Cercheremo convergenze ampie ».
Significa che, almeno all’inizio, si farà un tentativo di coinvolgimento del centrodestra.
«Nonostante i continui attacchi che ricevo da personaggi come Brunetta e Gasparri – spiega il premier – dobbiamo sforzarci di procedere in una logica di inclusione».
Un discorso che, per Monti, dovrebbe valere anche per il dopo, ovvero per il governo. Ma su questo punto le strategie dei due divergono e non si scostano dalle posizioni ormai fossilizzate da settimane.
E tuttavia anche sul Quirinale la disponibilità al dialogo espressa dal segretario del Pd incontra alcuni limiti.
A Monti Bersani anticipa infatti che la trattativa con Berlusconi «va portata avanti, ma su un nome potabile».
Potrà pur essere «un moderato», ma senza farsi dettare condizioni dal Pdl.
«Tocca a noi avanzare una proposta – ripete il leader Pd – , ovviamente in “cooperativa” con voi di Scelta Civica ».
Di nomi si è parlato eccome, ma i due leader hanno avuto l’accortezza di appartarsi da soli.
Alla fine l’identikit che ne esce, così come viene riferito agli uomini del Nazareno è quello di una personalità «rigorosa», ma che non sia «ostile, fino a prova contraria, nei confronti del Pdl».
Un profilo che si attaglia a molti dei candidati in pectore, da Giuliano Amato a Massimo D’Alema, da Franco Marini fino a Luciano Violante e Pietro Grasso.
E proprio Grasso potrebbe rivelarsi utile, se non altro perchè la sua elezione al Colle libererebbe il posto da presidente del Senato per un esponente del Pdl (il “saggio” Quagliariello).
Se sul Quirinale l’intesa Monti-Bersani sembra solida, è quando si passa a discutere di quello che accadrà dopo che le strategie non coincidono più.
Il premier infatti ribadisce che anche per il governo l’unica soluzione è quella di un pieno coinvolgimento del Pdl.
Mentre il segretario Pd resta scettico.
«Ma scusa – è lo sfogo che viene riproposto a Monti – l’esperienza con Berlusconi l’abbiamo pagata sia io che te alla elezioni e non abbiamo risolto niente. Avremmo dovuto cambiare l’Italia e invece, per colpa del Pdl, siamo rimasti fermi. Io non mi ci voglio più trovare in una situazione in cui non solo non si cambia nulla ma alla fine il Cavaliere ti lascia sempre con il cerino in mano».
A difendere questa frontiera, quella del governo del “cambiamento”, Bersani non è solo.
Anche Sel a un governo con Berlusconi non ci starebbe mai.
Per questo, secondo Nichi Vendola, già dall’elezione del successore di Napolitano sarebbe opportuno lasciar perdere le tentazioni delle larghe intese e riproporre invece il metodo Boldrini-Grasso.
Con un outsider, che scompagini i giochi e lanci un ponte verso i Cinquestelle.
«Con questi ragazzi di Grillo – confida Vendola in un Transatlantico deserto – noi ci parliamo. Molti di loro ci hanno votato in passato. Alcuni sono persino venuti da me a raccontarmi che avevano ricopiato le mie poesie sul diario ai tempi del liceo».
Certo, il leader di Sel è consapevole che nel Pd, dopo l’affondo di Renzi, è in corso un congresso sotto mentite spoglie.
E la partita del Quirinale rischia di spaccare definitivamente il partito.
«Ma come diceva Pasolini, “piange ciò che muta, anche per farsi migliore”.
In queste due settimane siamo entrati in un’acceleratore che cambierà per sempre non solo il Pd ma tutta la politica italiana».
Vendola non è l’unico a prevedere lacerazioni tra i democratici.
Sul fronte opposto, quello che guarda alla larga coalizione con il centrodestra, anche Beppe Fioroni mette in guardia chi immagina candidati che possano risultare troppo «divisivi» e ostili pregiudizialmente al Pdl: «Un presidente condiviso sarebbe la prima vera riforma italiana. Ma un presidente da combattimento provocherebbe un Big Bang nel Pd dalle conseguenze micidiali».
Tra candidati che finiscono sott’acqua e altri che si affacciano, ieri è stata la giornata in cui un partito è venuto alla scoperto ufficialmente con una proposta: i socialisti di Riccardo Nencini, alleati del Pd, hanno riunito la Direzione votato Emma Bonino for president.
Sotto traccia si fanno altri nomi di outsider.
A sorpresa spunta quello del filosofo Massimo Cacciari, attento al fenomeno grillino.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Aprile 4th, 2013 Riccardo Fucile
PRONTO UN PROVVEDIMENTO CHE DIMEZZA I RISARCIMENTI ALLE VITTIME DEGLI INCIDENTI. ANCHE PER I CASI PIÙ GRAVI
Le società di assicurazioni lo aspettano con trepidazione, le associazioni di vittime della strada o della malasanità , eufemizzando, un po’ meno.
Si tratta di un Decreto del presidente della Repubblica (Dpr), un atto amministrativo, che il governo sarebbe intenzionato ad approvare nelle sue ultime ore di vita che, in buona sostanza, riduce o meglio dimezza — a stare alla bozza in possesso del Fatto Quotidiano — i risarcimenti per i danni alla persona compresi tra 10 e 100 punti di invalidità , quelli più gravi.
L’Associazione nazionale esperti di infortunistica stradale (Aneis) e quella che riunisce le Vittime della strada hanno lanciato a questo proposito un appello a Giorgio Napolitano perchè “non firmi questo decreto che rappresenta solo un ennesimo regalo alle compagnie di assicurazioni”: “Un provvedimento che punisce chi non ha colpa e che lede la dignità umana di chi ha diritto ad un equo risarcimento piuttosto che ad una pietosa elemosina”, dice Luigi Cipriano, presidente Aneis.
Questo Dpr presenta molteplici aspetti spiacevoli, tanto nella forma quanto nella sostanza: per apprezzarli tutti, però, occorre partire dall’inizio.
Che dovessero esistere delle tabelle nazionali con i valori del risarcimento è stabilito dal Codice delle assicurazioni entrato in vigore nel 2006: quel testo delegava il governo ad adottarli entro 24 mesi (gennaio 2009).
Le tabelle per i danni da 1 a 9 punti arrivarono quasi subito, delle altre non se ne fece niente per anni, esattamente fino al 3 agosto del 2011 — dunque a delega ampiamente scaduta — quando il governo di Silvio Berlusconi (incidentalmente proprietario di una compagnia assicurativa) presentò uno schema di Dpr in linea con quello che circola in questi giorni, ma meno drastico nel tagliare i risarcimenti.
Perchè quella improvvisa risurrezione? Cos’era successo?
Semplice: la Cassazione, a giugno, aveva stabilito che le corti d’appello avrebbero dovuto far riferimento per la quantificazione economica del danno biologico da 10 a 100 punti alle tabelle applicate dal Tribunale di Milano.
Le compagnie di assicurazione si precipitarono in massa in Parlamento: “Così ci fate fallire”.
Allarme tanto falso che, con le tabelle milanesi ancora in uso e in piena crisi, l’anno scorso hanno dichiarato quasi tutte vagonate di utili.
Come che sia nel 2011, nonostante il parere favorevole del Consiglio di Stato, il Dpr di Berlusconi venne bloccato dalla rivolta delle associazioni e dal Parlamento.
In ottobre, infatti, venne approvata alla Camera una mozione a prima firma Pino Pisicchio che chiedeva di riprendere nel decreto nè più e nè meno che le tabelle del Tribunale di Milano. Risultato: Dpr ritirato e nomina di una commissione che ne predisponesse uno nuovo.
A quasi un anno fa — giugno e luglio 2012 — datano le ultime riunioni al ministero dello Sviluppo con associazioni e avvocati, da allora silenzio.
E ora? Perchè c’è di nuovo tanta fretta? Anche in questo caso la risposta è abbastanza semplice: il Tribunale di Milano ha recentemente pubblicato le sue nuove tabelle per i risarcimenti, rivalutate sulla base dell’inflazione (volgarmente, ha alzato gli importi tenendo conto dell’aumento dei prezzi).
E siamo così al nuovo Dpr: i criteri del risarcimento, si legge nella relazione illustrativa, devono essere “certi, uniformi, adeguati e sostenibili”.
Vale a dire sostenibili per le assicurazioni.
Come?
Ce lo spiega l’Associazione vittime della strada: “Un giovane di 35 anni che subisce un danno biologico del 50% (perdita totale dell’avambraccio o totale di una mano) è oggi risarcito, come previsto dalle tabelle milanesi, con un ammontare, che include anche il danno morale, da un minimo di 363.659 euro fino a 454.000 euro (compresa la personalizzazione). Con le nuove tabelle tali valori rischiano di dimezzarsi”. Quanto alla forma, sostiene l’avvocato Massimo Perrini, segretario della commissione Rc Auto dell’Organismo unitario dell’avvocatura, “c’è almeno un problema di opportunità : non solo la delega è scaduta, ma praticamente anche il governo.
Poi c’è il fatto che se al governo fosse interessato stabilire un ‘criterio unico’ per il risarcimento, ebbene quello già esisteva e persino con la benedizione della accademia medico-legale italiana, mentre se questo sarà il testo definitivo l’unico criterio a contare sarà stato l’abbattimento dei risarcimenti”.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
IL COCIR DELLA MARINA ESPRIME “SCONCERTO”, LA UE E’ STATA TENUTA ALL’OSCURO… MARTEDI IL GOVERNO RIFERIRA’ ALLE CAMERE: SI PRESENTI COI NOMI DELLE AZIENDE ITALIANE CHE FANNO AFFARI MILIONARI IN INDIA E SE HANNO CONTRIBUITO ALLE SPESE ELETTORALI DI QUALCUNO
«Siamo militari, noi andiamo avanti e andremo avanti». Questo è lo stato d’animo con
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno preso l’aereo per riportarli in India per affrontare il processo per la morte di due pescatori locali.
Un processo che, spiega il ministro indiano degli Esteri Salman Khurshid si terrà in un «tribunale speciale».
Così mentre i due marò sono arrivati a Nuova Delhi, in Italia scoppia la polemica.
Nel mirino il governo e la gestione del caso.
ALLA CAMERA
Tanto che martedì i ministri Terzi e Di Paola riferiranno alla Camera. Lo ha deciso la Conferenza dei capigruppo.
Sel, spiega il capogruppo Gennaio Migliore, ha chiesto che lo faccia attraverso i ministri degli Esteri e della Difesa che hanno avuto un comportamento «assai censurabile».
Si è deciso di posporre a martedì, il dibattito sui marò, ha spiegato per parte sua il capogruppo del Pdl Renato Brunetta, «in cambio di un approfondimento» della vicenda per capire come vi si è arrivati.
«Di fronte all’orrenda figura dell’Italia sulla pelle dei marò e sulla credibilità nazionale del Paese», serve «chiarezza e chi ha sbagliato si assuma le responsabilità ».
Ma sarebbe oppurtuno che il governo martedi, invece che raccontare le solite palle sul rischio evitato della pena di morte (in India solo cinque casi in 15 anni e applicata a stupratori seriali) si presenti von un bell’elenco: quello delle aziende italiane che fanno affari milionari con l’India, magari accompagnato da una informativa circa gli eventuali contributi elettorali elargiti a chi e quando.
«SCONCERTO» –
E intanto il Cocer della Marina esprime «lo sconcerto e il disorientamento del personale della Marina di ogni grado e ruolo in merito alla tragica vicenda che ha coinvolto nuovamente il destino di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone».
I due sono arrivati a Nuova Delhi uno speciale aereo militare partito la notte scorsa. Con loro Steffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri.
UNIONE EUROPEA
Proprio la partenza dei due militari ha stupito Buxelles.
L’Unione europea, infatti, non è stata preavvisata dal governo italiano della decisione di rinviare i marò in India, così come non lo era stata prima della decisione opposta. «Non conosciamo ancora i dettagli della decisione, di cui abbiamo preso nota», si è limitata a dichiarare la portavoce dell’alto rappresentante per la Politica estera Ue Catherine Ashton.
«Siamo in stretto contatto con le autorità italiane dall’inizio della vicenda», ha ricordato, «ma devo verificare se in questo caso c’è stata una comunicazione».
In ogni caso, l’Ue auspica che «la controversia fra Italia e India venga risolta nella sostanza».
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Marzo 22nd, 2013 Riccardo Fucile
SUL CASO MARO’ SI SONO SCATENATE LE LOBBIE E MONTI E’ SCATTATO SULL’ATTENTI: DA BUON CATTOLICO PRATICANTE, MEGLIO SACRIFICARE I FIGLI DEL POPOLO CHE INIMICARSI I POTERI FORTI
La scena ieri era questa: il ministro della Giustizia indiano telefona a Monti e pretende il
rientro dei due marò per “evitare atti di oltraggio alla Corte suprema di New Delhi”, quella per intenderci che da un anno ci piglia per i fondelli sulla sua presunta competenza giuridica in materia, smentita non solo da organismi internazionali ma persino dalla corte indiana.
Lo ribadiamo: la nave era in acque internazionali, è stato un abuso farla rientrare in porto, è stato un abuso far scendere i due militari dalla nave.
Se invece che italiani i due marò fossero stati americani, francesi o israeliani, sarebbero intervenute le forze speciali e qualcuno si sarebbe trovato con una pallottola in fronte.
Fermo restando che se giudicati colpevoli dalla corte di un Paese civile i due militari avrebbero dovuto subire la giusta condanna.
Ritorniamo a ieri: Monti convoca il Consiglio dei ministri a palazzo Chigi, presenti Grilli, Cancellieri, Terzi, Di Paola, Passera.
Terzi illustra la situazione e si dichiara contrario a rispedire i marò in India: scoppia una lite furibonda con Monti che accusa Terzi di averlo tenuto all’oscuro del passo precedente (ovvero la decisione di tutelare i marò trattenendoli in Italia).
Alla fine emerge che Terzi avrebbe deciso da solo senza informare nè Monti nè Napolitano, probabilmente sapendo con chi aveva a che fare.
Terzi non ci sta e fa mettere a verbale: “E’ una decisione che non condivido, assolutamente sbagliata”.
Ma Monti a quel punto si svela: “Sono a rischio commesse per milioni di euro, le aziende italiane sono preoccupate”.
E’ arrivato l’ordine dei poteri forti e i servitori scattano sull’attenti.
Non hanno rilevanza lo strazio e le urla dei familiari e dei bambini dei due militari italiani “rispediti” come un pacco postale in India, quello che conta sono le “scelte ciniche” di chi ha reso l’Italia ridicola nel mondo.
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Marzo 21st, 2013 Riccardo Fucile
MASSIMI ESPONENTI DELLA DIPLOMAZIA E DELLA MARINA IN PRESSING SUI DUE MILITARI… ORA MONTI TIRI FUORI I NOMI DEI POTERI ECONOMICI PER CUI SI E’ VENDUTO I DUE MARO’
Stanno tornando in Puglia i due marò per prendere i loro effetti personali e ripartire subito alla volta dell’India.
“Non possiamo parlare, capite il momento” spiegano i familiari di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, distrutti dalla notizia.
“Non ce l’aspettavamo” dicono soltanto.
La tensione arriva al termine di un pomeriggio durissimo con i due marò che sono stati per più di cinque ore davanti ai massimi esponenti della diplomazia e della Marina italiana.
E’ nel pomeriggio che i due sono stati “convinti” a tornare immediatamente in India davanti chiaramente alle loro paure di quello che potrà accadere da domani in poi.
Salvatore Girone è giunto dopo le 22 nella sua abitazione nella ex frazione barese di Torre a Mare dove ha incontrato la moglie Vania, i due figli e i parenti più stretti.
Il fuciliere, entrando in casa, non ha fatto alcuna dichiarazione ai giornalisti.
In casa di Girone si trovano anche il sindaco di Bari, Michele Emiliano, e uomini del Battaglione San Marco.
Anche Massimiliano Latorre è tornato a casa per poco tempo per salutare i parenti.
(da “La Repubblica“)
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