Dicembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
DI UMORE NERO DOPO LA BATOSTA RICEVUTA DALL’EUROPA, ORA DEVE FAR FRONTE ALLA STRATEGIA DI SILVIO CHE HA IN MANO GIA’ 10 SENATORI GRILLINI E POTREBBE FAR CADERE IL GOVERNO
Chi ha sentito Salvini, più taciturno del solito e meno bombastico nelle sue uscite pubbliche dopo
la batosta della manovra dettata da Bruxelles, racconta che il leader leghista è piuttosto infastidito per tutto questo chiacchiericcio, attorno al tema dei responsabili.
Perchè, evidentemente, oltre la chiacchiera, qualcosa c’è se addirittura Di Maio ha chiesto ai suoi, attraverso pubbliche dichiarazioni, di accendere i microfoni e registrare eventuali lusinghe, offerte, abboccamenti, come se chi ha intenzione di mettersi in vendita lo fa in diretta streaming.
Sia come sia è una prospettiva che il leader leghista considera alla stregua di un film dell’orrore, anzi più Berlusconi la ostenta, gigioneggia, torna con il suo protagonismo scenico a parlare, straparlare, fantasticare, più l’altro si innervosisce.
Al punto che, in queste conversazioni si è lasciato scappare parole piuttosto definitive: “Io al governo con Berlusconi non ci ritorno”. Nè in queste modalità nè in altre. Perchè queste modalità sono una “trappola”
Ancora nessuno ha capito per quale sottile e fantasioso motivo quella vecchia volpe di Berlusconi abbia battezzato come “operazione scoiattolo” il nuovo tentativo di “compravendita” di parlamentari.
Si è capito che dovrebbe portare, nei suoi desideri, a un ribaltone parlamentare, con la nascita di un governo di centrodestra che ingabbi Salvini, costringendolo a governare con una armata Brancaleone: “Così — diceva il Cavaliere a qualche amico — ci penso io e la pianta con questo delirio di onnipotenza”.
In un gioco di spin, desideri e convinzioni, addirittura c’è chi, a corte, fissa la data del 15 gennaio come giorno dell’Incidente, dando per certo che il Cavaliere, al Senato, ne ha già una decina in tasca, informazione che sembra essere giunta anche a Giorgetti. E, a quel punto, sempre per seguire il filo dei desideri, alla Camera, dove ne servirebbero una cinquantina inizia una caccia grossa, di parlamentari al secondo mandato che non vogliono tornare a casa, gente che guadagnava mille euro e ora ne guadagna dieci volte tanto.
Da quando non c’è più Denis Verdini queste operazioni vanno a rilento, però c’è qualcuno che dalle parti di palazzo Grazioli ha monitorato i redditi di prima e dopo dei parlamentari pentastellati, con metodo scientifico.
C’è gente che non pagherebbe più i mutui, parecchi dei quali contratti alla Banca della Camera, chi tornerebbe a stipendi da ventimila euro l’anno, potenzialmente “gente disposta a qualunque cosa pur di non tornare indietro”.
Ecco: come potrebbe Mattarella, dopo un’operazione di tale perfezione e professionalità , negare a Salvini un mandato per un governo con Berlusconi, i novelli Razzi e Scilipoti e Giorgia Meloni?
Come è noto le voci corrono e anche chi è di casa al Quirinale ha raccolto la sensazione che non solo Salvini è estraneo all’operazione. Ma è assolutamente contrario a fare oggi ciò che non volle fare a marzo.
Perchè la verità è che l’incarico per sè non lo ha mai chiesto con convinzione, già allora poco convinto dell’idea di andare al governo con Berlusconi.
Figurarsi ora, a seguito di una operazione da codice penale. La verità è esattamente l’opposto. E cioè che se qualcuno vuole sapere quando si potrà mettere fine alla legislatura, la risposta è: “Quando Matteo avrà finito di prosciugare Berlusconi, perchè tra i piedi non lo vuole”.
E, alle elezioni, si presenterà da solo, o al massimo in un cartello con la Meloni. Punto. Si capisce perchè, proprio in questo agitato post manovra sta facendo sbollire la pressione dei suoi, che chiedono, ormai quotidianamente: “Come facciamo ad andare avanti col cuore produttivo del nostro mondo che non ne può più?”. Insofferenti per una manovra di spesa, ancor più insofferenti per il reddito, gli imprenditori ricevuti al Viminale stanno pensando a un’altra manifestazione a metà gennaio.
Perchè è vero quel che ha detto il vecchio Silvio ai suoi senatori: “Ho parlato con Zaia e Fontana e non ne possono più”.
Anche Salvini lo sa, perchè li sente pressochè quotidianamente, però ha deciso di giocare tutt’altra partita.
E non è un caso che ancora non ha dato il via libera i candidati per le regionali, dove le liste vanno chiuse a inizio gennaio, mentre in Abruzzo i grillini sono già in campo: “A che gioco gioca, Matteo? Sulle regioni sta dando ossigeno a Di Maio” si chiedono a palazzo Grazioli.
Basterebbero dieci senatori per costringerlo a fare ciò che non vuole. In fondo, anche un pezzo del suo mondo sarebbe contento…
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 17th, 2018 Riccardo Fucile
ATMOSFERA SURREALE A PALAZZO MADAMA, TRA POLPI CON PATATE E BRINDISI NATALIZI
All’ora di pranzo la buvette del Senato è insolitamente deserta. Sbuca il senatore Dario Stefano, Partito democratico. “Che ci fa qui?”. Allarga le braccia, sconsolato: “Eravamo convocati per la commissione Bilancio”.
La manovra, sempre la manovra. Che oggi doveva entrare nel vivo, ore e ore di voti sugli emendamenti, quelli decisivi. E invece di buon mattina la comunicazione: niente da fare, se ne parla domani.
Così i pochi senatori rientrati in tutta fretta a Roma e a Palazzo Madama già di buon mattino gironzolano con l’aria persa per uffici e corridoi.
Si aspettano notizie da Bruxelles. Una fonte del ministero dell’Economia spiega ad Huffpost: “Finchè non ci arriva il via libera alla nostra proposta ed eventuali osservazioni tecniche non sappiamo materialmente come scrivere gli emendamenti”. Così la Camera alta della Repubblica si svuota, i tempi si stiracchiano. Devono arrivare i testi del Governo, entrare nella bagarre della Commissione, che deve licenziare il testo da mandare in Aula pronto per il maxi emendamento che lo riscriverà e su cui apporre la fiducia.
Si sperava di chiudere al massimo mercoledì, serviranno almeno un paio di giorni in più, con conseguente terrore dei deputati di dover tornare tra Natale e Capodanno a Roma per il terzo, definitivo, ok da parte della Camera.
Incrociamo un funzionario del gruppo 5 stelle: “Io? No non so nulla, quando arriveranno gli emendamenti è del tutto imprevedibile. Sto qui solo di presidio, ordinaria amministrazione”.
Un paio di lobbisti scelgono il polpo con patate, studiano come e quando poter seguire i lavori, un senatore ordina un tè, “bello caldo”.
Per arrivare alla commissione ci si deve infilare nella labirintica planimetria di Palazzo Madama.
È al cosiddetto “piano ammezzato”, incassato tra il piano terra che sul lato interno è in parte interrato e quello che ospita l’aula. Il soffitto è basso, la pianta circolare, un lieve senso di claustrofobia quando brulica di senatori, oggi è vuoto.
Passa come una scheggia Alberto Bagnai, leghista no euro a capo della Finanze, saluta e scappa via. Da qualche ufficio arrivano le voci di funzionari forzosamente con le mani in mano, le stampanti che solitamente fascicolano a tutto spiano gli emendamenti tacciono.
È la quiete prima della tempesta. O forse meglio è l’occhio del ciclone, dopo che domenica Giuseppe Conte è arrivato ad avvertire a brutto muso i vicepremier, riottosi a sacrificare gli ultimi denari sull’altare di Bruxelles.
Le fonti qui divergono, la cortina fumogena diventa fitta, ma tutti sono concordi su un punto: il premier ha spiegato a chiare lettere che infilarsi scientemente nella strada verso la procedura d’infrazione avrebbe significato andare verso il baratro di una crisi al buio.
E ha tenuto il punto fino all’ultimo, assicurandosi di infilarsi nel vertice serale solo dopo aver incassato il sì all’orizzonte verso cui tendere, dovendo solo capire il come. “L’aver avvisato i giornali ventiquattr’ore prima — spiega una fonte di governo — rientra in questa strategia di forzare la mano su quella linea”.
Una forzatura che ha colpito nel segno, e ha portato in cassa (anche se al momento sul come rimane il mistero) altri tre miliardi di coperture, su per giù quelli chiesti dalla Commissione.
E che ha svuotato Palazzo Madama. Verso le due arriva una pletora di camerieri in livrea. Monta una serie di tavoli in Transatlantico. Un’immagine surreale. Stefano si avvicina a uno dei responsabili: “Che succede?”. “È il brindisi di auguri ai dipendenti del Senato della presidente, ora mi sfugge il nome…”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
“IL VOSTRO ATTEGGIAMENTO VERGOGNOSO RISCHIA OGNI GIORNO DI FAR MANCARE LA MAGGIORANZA”
Il Fatto Quotidiano racconta che c’è maretta dalle parti della maggioranza di governo a causa delle
troppe assenze nei voti decisivi per i provvedimenti dell’esecutivo.
E allora ieri un sms è stato recapitato un messaggio dai toni inequivocabili:
Tanti assenti. Troppi assenti. Così sulla chat dei deputati 5Stelle è arrivato un messaggio piuttosto inequivocabile. Recita, più o meno: siamo di fronte a “numeri vergognosi”, il vostro “atteggiamento menefreghista” rischia ogni giorno“ di fare andare sotto la maggioranza”: “smettetela di pensare che la vostra assenza non abbia ripercussioni ”.
D’ora in poi, dunque, “in missione solo se strettamente necessario” e “sanzioni” per chi non giustifica le assenze. C’è poco da girarci intorno: ai piani alti, sono abbastanza nervosi.
Il messaggio nella chat dei deputati è l’ultimo avviso a un gruppo che “non si tiene più”, per usare l’espressione di un fedelissimo di Luigi Di Maio.
Aver contenuto le defezioni sul decreto Sicurezza e azzittito ogni manifestazione pubblica di dissenso, non rassicura i vertici M5S e, di conseguenza, nemmeno il governo Conte.
Tant’è che l’altroieri si è deciso di mettere la fiducia sul ddl Anticorruzione: dopo l’imboscata dei franchi tiratori (anche qui, aiutati dalle assenze) che alla Camera avevano approvato un emendamento caro alla Lega, il provvedimento al Senato viaggiava su binari sicuri.
Eppure, “per stare tranquilli”, si è deciso di blindare anche quel voto, come già successo altre 5 volte negli ultimi 90 giorni.
Nelle stesse ore, a Montecitorio, la maggioranza era andata sotto su un ordine del giorno, a cui il governo aveva dato parere favorevole, e che invece è stato bocciato dagli onorevoli gialloverdi, probabilmente vittime di un riflesso condizionato, visto che il testo era proposto dal Pd.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 13th, 2018 Riccardo Fucile
LEGA E M5S NON CAPISCONO COME SI DEBBA VOTARE E SI AFFONDANO DA SOLI, SIAMO ALLA FARSA
Il governo va sotto in aula alla Camera su un ordine del giorno al decreto fiscale del Pd, a firma di Enza Bruno Bossio.
L’esecutivo aveva accettato una riformulazione dell’odg presentato dal Pd (sugli scali portuali della Calabria), e dopo la correzione, accettata dalla deputata dem, l’esecutivo aveva espresso parere favorevole.
Tuttavia e malgrado la segnalazione della presidenza del parere favorevole dell’esecutivo, molti deputati della Lega e del M5S hanno votato contro l’ordine del giorno, mandando sotto il governo.
Un caso analogo si è verificato anche sull’ordine del giorno di Susanna Cenni, sul quale però la maggioranza si è spaccata: l’odg è passato con il voto a favore dei Cinquestelle e contrario della Lega.
Dopo le votazioni si è tenuto un minivertice di maggioranza in aula, con i capigruppo Molinari e D’Uva e i rispettivi stati maggiori a confronto.
Simone Baldelli di Forza Italia ha colto la palla al balzo per una battuta ai colleghi di maggioranza: “Se avete bisogno sospendete la seduta…”.
Un chiarimento piuttosto vivace è avvenuto anche all’interno della Lega, tra il sottosegretario Massimo Bitonci, che dà i pareri al decreto, e il presidente della commissione sul federalismo fiscale Cristian Invernizzi.
La deputata Pd autrice dell’odg, Enza Bruno Bossio, commenta: “Il governo e la maggioranza sono ormai in stato confusionale. I parlamentari di Lega e Cinque Stelle, non avendo evidentemente chiare le prerogative parlamentari, votano contro l’ordine del giorno, bocciando di fatto il Governo. Ormai è chiaro che governo e maggioranza, in pieno panico politico, non hanno più la necessaria serenità per andare avanti”.
(da agenzie)
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Dicembre 9th, 2018 Riccardo Fucile
UN LAVORO CAPILLARE PER PREPARARE UN GRUPPO DI “RESPONSABILI” PRONTI A SOSTENERE UN GOVERNO DI CENTRODESTRA (E MANTENERE LO STIPENDIO)
Matteo Dall’Osso potrebbe essere soltanto l’inizio.
L’addio del deputato disabile al MoVimento 5 Stelle che ha movimentato la giornata politica di venerdì scorso non mette certo a rischio i numeri di una maggioranza che alla Camera è solida; ma a quanto pare quella di Dall’Osso potrebbe non essere un’uscita isolata.
Racconta oggi Luca De Carolis sul Fatto che da tempo Forza Italia sta lavorando ai fianchi i grillini anche a Palazzo Madama con l’obiettivo di far cadere l’alleanza gialloverde e spalancare le porte al centrodestra di governo:
E nell’ultima settimana di colloqui del genere ce ne sono stati diversi. Finiti talvolta con un caffè in buvette, con contorno di frasi ambigue sul prossimo futuro politico. Ed è la conferma di uno schema, perchè a ogni forzista è stato chiesto di fare da tutor a un grillino con cui ha fatto conoscenza, preferibilmente in commissione. E di provare a blandirlo, convincendolo che questo governo durerà poco. Però la tela di Fi non si snoda solo così.
Raccontano di non meglio precisate telefonate da Milano, ad alcuni parlamentari, per invitarli a eventi o comunque per stabilire contatti.
Dirette anche a eletti nei collegi uninominali, teoricamente più permeabili perchè saliti solo all’ultimo momento sul carro del Movimento.
Ma le vie del corteggiamento forzista non finiscono qui. Perchè Fi e Berlusconi restano simboli difficilissimi da deglutire, anche per i 5Stelle più tiepidi o di nuovissimo conio.
Così oltre ai forzisti eletti sono entrati in campo anche ex parlamentari, non solo di Fi.La costruzione della nuova maggioranza passa quindi per un metodo molto simile a quello che ha funzionato nel 2006-2008:
Esponenti dell’Udc o di altre schegge del mondo simil-democristiano, richiamati in missione, sempre per conto di Silvio.
Narra un altro deputato a 5 Stelle, un veterano: “Un ex collega della mia regione mi ha spiegato per almeno un quarto d’ora che è tempo di creare un gruppo di responsabili in Parlamento, per cambiare maggioranza evitando però un nuovo voto. E non ha usato giri di parole, mi ha detto chiaramente perchè era seduto su quel divanetto assieme a me”.
Ed è il ritorno di un grande classico dell’era berlusconiana, i responsabili.
Una variabile del gioco, che in Senato si fa più delicato.
Perchè a Palazzo Madamala maggioranza ha solo sei voti di margine, a cui si aggiunge qualche ex M5S che solitamente vota in linea con il governo.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 26th, 2018 Riccardo Fucile
ASSENTI MOLTI PENTASTELLATI, LEGHISTI SCHIERATI PER LA FOTO RICORDO, COSI’ QUANDO IL TESTO VERRA’ DICHIARATO INCOSTITUZIONALE LA CORTE DEI CONTI SAPRA’ A CHI CHIEDERE I DANNI
La discussione a tratti diventa paradossale.
Ecco cosa si sente esclamare in Aula: “Manteniamo delle perplessità sul decreto Sicurezza. Il dibattito sull’immigrazione è preoccupante. Tocca alla Consulta garantire un equilibrio”.
Non sono parole che arrivano dai banchi dell’opposizione bensì da quelli del Movimento 5 Stelle. O almeno, da quella fronda grillina che si appresta a votare la fiducia ma che conserva la speranza-certezza che il provvedimento targato Matteo Salvini venga bocciato dalla Corte Costituzionale.
Ci si trova dunque davanti a un ribaltamento totale della logica politica.
A prendere la parola è Valentina Corneli, avvocato con un dottorato di ricerca in diritto costituzionale, tra i 18 dissidenti M5s che firmarono una lettera indirizzata al capogruppo Francesco d’Uva per chiedergli modifiche al decreto Sicurezza poichè non vi era stato confronto interno.
La deputata è tra i firmatari dei cinque emendamenti M5s poi ritirati sull’altare dell’approvazione del disegno di legge anticorruzione.
“Siamo riusciti ad intervenire in Senato attraverso delle modifiche, a mio avviso molto importanti. Io personalmente avrei, però, voluto discutere anche in questo ramo del Parlamento ulteriori proposte emendative”, dice lamentando la mancanza di tempo adeguato.
E poi va ad elencare tutti i punti critici. Non si affronta in maniera rilevante il problema dell’integrazione, il combinato disposto dell’articolo 1 e 12 del provvedimento potrebbe determinare il peggioramento della situazione della sicurezza e della presenza di immigrati sul territorio”.
Al di là della fronda più critica, in generale i 5Stelle non sprizzano di felicità .
Lo raccontano le tante assenza all’inizio della seduta e le sedie vuote nei banchi del governo. La Lega invece è al gran completo. Ministri, viceministri e sottosegretari sono tutti schierati con tanto di staff che li ha accompagnati.
Dei grillini si fanno vedere solo Riccardo Fraccaro, per ovvie ragioni, essendo il ministro dei Rapporti con il Parlamento è lui che ha metà pomeriggio ha posto a questione di fiducia e il sottosegretario agli Interni, ministero di riferimento del decreto, Carlo Sibilia.
I segnali di grande freddezza ci sono tutti. Fino ad evocare l’immagine forte dei tetti. Paola Nugnes, senatrice dissidente, si chiede: “Cosa avremmo detto e fatto noi ieri di fronte ad un provvedimento tecnicamente sbagliato, umanamente devastante, pregiudizialmente anti costituzionale? Cosa avremmo fatto o detto noi ieri? Su quali tetti saremmo a denunciare? Dovremmo davvero tutti rimetterci alla pronuncia della Corte Costituzionale?”.
I dubbi di una parte dei 5Stelle non servono a far cambiare idea, così come non sono le associazioni, i movimenti e i sindacati scesi in piazza a dissuadere Salvini. “Chiediamo al Parlamento e al governo di fermarsi e rivedere il decreto Sicurezza – spiegano gli organizzatori – aprendosi al confronto e al dibattito”. E poi un cartello: “Salvare vite non è un reato”.
Nonostante tutto il ministro Fraccaro pone la questione di fiducia sul decreto. Lega e M5s applaudono, ma subito dopo prendere la parola Delrio e lancia un avvertimento ai grillini: “Dopo il ritiro degli emendamenti in commissione da parte nostra, dopo la dimostrata inesistenza di rischi di dilatazione dei tempi per il voto finale, la necessità di chiudere la bocca alle considerazioni dei deputati 5Stelle che in questi giorni hanno manifestato le loro critiche al provvedimento resta l’unico motivo per cui è stato bloccato il confronto in Aula”.
Per chiarire insomma che il voto di fiducia non è stato chiesto per paura dell’ostruzionismo delle opposizioni, bensì di quello della maggioranza poichè la parole di Corneli sarebbero state solo un assaggio.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 23rd, 2018 Riccardo Fucile
INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO LUCIANO NOBILI
“Le pagine Facebook Matteo Salvini, Noi con Salvini, Matteo Salvini premier, Lega-Salvini premier o la struttura comunicativa Sistema intranet snc guidata da Luca Morisi o altre strutture riconducibili al ministro Matteo Salvini hanno avuto un sostegno diretto o indiretto dal finanziamento pubblico scomparso di 49 milioni di euro, confiscati dal tribunale di Genova dopo la condanna per truffa del fondatore della Lega Bossi e del tesoriere Belsito?”.
E’ quanto chiede l’interrogazione presentata dal deputato del Pd, Luciano Nobili, rivolta al ministro dell’Interno e leader della Lega, Matteo Salvini.
Nell’interrogazione si ricorda che la Cassazione ha stabilito “l’esistenza di disponibilità monetarie della Lega nord che si sono accresciute del profitto di reato, legittimando così la confisca diretta del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all’esecuzione del provvedimento genetico”.
“Ai sensi dell’articolo 640 del codice penale – si legge ancora nel testo – viene disposto che chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore procura a sè o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno viene punito con reclusione e multa; la pena assume carattere di gravità se la truffa è operata ai danni dello stato. Inoltre – si ricorda nell’interrogazione – ai sensi della costituzione italiana il principio giuridico della trasparenza si qualifica come espressione del principio democratico, che è alla base della sovranità popolare”.
(da agenzie)
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Novembre 16th, 2018 Riccardo Fucile
E NELLA LEGA IN NOVE NON HANNO VOTATO… CHI REGGE IL GOVERNO ORMAI E’ LA MELONI CHE NON SI VERGOGNA NEPPURE
L’espulsione di Gregorio De Falco è congelata: i vertici del MoVimento 5 Stelle avevano
fatto sapere l’altroieri che la cacciata dell’ex capitano diventato senatore per volontà di Luigi Di Maio — che ha scelto i candidati per l’uninominale prendendosene la responsabilità — sarebbe arrivata dopo l’approvazione del Decreto Genova.
Ma dopo l’ok dell’Aula e lo show a pugno chiuso di Toninelli qualcosa è cambiato.
Il P.S. sul Blog delle Stelle, metodo scelto per annunciare la giubilazione di De Falco, non è comparso anche se lui il Decreto Genova con il condono per Ischia non lo ha votato, così come altri nove (Vittoria Deledda Bogo, Alfonso Ciampolillo, Saverio De Bonis, Luigi Di Marzio, Elena Fattori, Michele Giarrusso, Cinzia Leone, Paola Nugnes e Mario Turco) mentre il conto della fronda grillina arriva a 15.
Secondo Il Fatto è stato Di Maio a fermare tutto un minuto prima del via all’operazione: “Terrebbe alto il tema dei dissidenti, e con decreto fiscale e manovra sul tavolo ci renderebbe più fragili di fronte alla Lega”.
È stato Roberto Fico, secondo questa ricostruzione a far cambiare idea a Di Maio:
Così De Falco resta a bordo. Come Nugnes, vicina a Fico, che non aveva votato la norma su Ischia.
E da qui si torna al pacificatore. Al Fico in silenzio da giorni sui grandi temi, e non è un caso. Perchè il suo dissenso su certi provvedimenti (il decretoSicurezza) e certe dichiarazioni il presidente con il cuore rosso lo esprime così, tacendo.
Ma fuori sacco consulta e viene consultato dai 5Stelle, di continuo.
“Roberto fa moltissimo”, sostiene un parlamentare che lo conosce bene. Ovvero, tampona e aggiusta.
Pochi giorni fa, con i poteri di cui dispone da regolamento, ha sbloccato lo stallo sull’emendamento sulla prescrizione. Le opposizioni urlavano che fosse impossibile inserirlo nel disegno di legge Anticorruzione, la Lega faceva muro e il M5S rischiava di finire fuori strada. Ma Fico ha mediato e riaperto i termini per emendare il testo.
E la prescrizione non è evaporata.
Intanto la temperatura in Senato saliva, su quel dl Salvini che non può piacergli. E poi ecco il decreto Genova, con il condono per Ischia. Contro cui si è schierata anche Nugnes.
In ogni modo le punizioni sarebbero solo rinviate. E il conto totale potrebbe allargarsi, visto che ieri in una nota congiunta i senatori Lello Ciampolillo e Saverio De Bonis hanno scelto il sarcasmo per comunicare il loro dissenso dal gruppo: “Mentre si votava il condono di Ischia e lo sversamento di fanghi velenosi nel suolo agricolo, abbiamo preferito andare al Fatebenefratelli a donare il sangue. Chi ha violato i principi del M5S chieda scusa”.
Ieri De Falco ha annunciato a un giornale di aver effettuato la donazione con rinuncia allo stipendio che secondo la macchina del fango M5S orchestrata da Buffagni e Castelli con la regia di Luigi Di Maio sarebbe stato il vero motivo del suo dissenso.
Repubblica segnala poi che ieri hanno disertato anche 8 leghisti (che diventano nove contando l’astensione “pesante” di Umberto Bossi).
Diciannove voti in meno sostituiti dai 15 di Fratelli d’Italia, che si conferma sempre più stampella del governo.
Il risultato è uno spostamento dell’asse verso destra che, calendario d’aula alla mano, preoccupa non poco i vertici del Movimento. Specie in vista della discussione sulla legittima difesa: un’altra legge sponsorizzata dal vicepremier leghista parecchio invisa a una parte dei grillini.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 15th, 2018 Riccardo Fucile
FIBRILLAZIONE DELLA NOMENKLATURA CINQUESTELLE, I DISSIDENTI SONO DIVENTATI OTTO
La vetta più alta della giornata si tocca quando prende la parola Massimo Margiotta, senatore lucano del Pd. Che declama in maniera stentorea: “Solo a parlare di condono mi viene da vomitare”.
I senatori del Movimento 5 Stelle scattano. C’è un’escalation di fischi, urla e “buhhhh”, il momento più agitato dello scontro in aula.
Ma ecco che Margiotta si calma, si guarda intorno, aspetta.
Poi con tono di voce piatto completa la frase: “Sono le parole del ministro dell’Ambiente Sergio Costa”.
Nell’altra metà dell’emiciclo cala un silenzio imbarazzato. Il tasto dolente è stato toccato. Perchè sul condono di Ischia, uno dei tanti articoli del decreto emergenze, i pentastellati faticano a esaltarsi. Quando prende la parola Vito Crimi a nome del governo, i battimani sono incerti e stentati.
C’è un problema politico, e uno molto più pratico di tenuta della maggioranza. Martedì, in commissione, il voto contrario di Gregorio De Falco e l’astensione di Paola Nugnes hanno contribuito a mandare sotto i gialloverdi.
E si teme anche per la norma che consente un aumento delle sostanze tossiche nei fanghi sversati. Il clima è elettrico. I membri dell’esecutivo eletti a Palazzo Madama precettati.
Ci sono i ministri Gian Marco Centinaio, Danilo Toninelli, Giulia Bongiorno, Barbara Lezzi e Erika Stefani. I sottosegretari Maurizio Santangelo e Andrea Cioffi. È pura psicosi.
Bongiorno, Centinaio, Lezzi, Stefani e Toninelli corrono nell’emiciclo, nonostante formalmente siano in missione (come solitamente avviene per i membri del governo)
La grande paura dei numeri si risolve in una bolla di sapone.
Gli emendamenti passano tutti congruenti al parere del governo. Ma per la prima volta nella storia della legislatura le lucine che si illuminano sui banchi della maggioranza non sono uniformi.
Ecco che De Falco e Lello Ciampolillo votano con il Pd su Ischia, ripetutamente. La Nugnes tiene convintamente le braccia conserte, Elena Fattori, insieme ad altri tre colleghi, è lontana dall’aula.
Una mano ai gialloverdi arriva anche da Forza Italia, divisa sul tema, che lascia libertà di voto ai propri senatori.
Qualche minuto dopo succede anche con i fanghi: il senatore Saverio De Bonis, sempre 5Stelle, guida una fronda, che originariamente era di undici senatori poi, nel corso delle ore, si è assottigliata. Ora ne conta cinque.
Numeri piccoli, ma complessivamente pesanti. Espellere cinque, sei, sette, forse otto senatori è un prezzo che Luigi Di Maio non può permettersi di pagare.
Quando martedì notte il capo politico del Movimento 5 stelle ha riunito una sorta di gabinetto di guerra, immediatamente dopo il pollice verso in commissione, il dato sembrava tratto: espulsione per i reietti.
Il vicepremier ha iniziato a maneggiare la questione con cura. Riunendo ministri e capigruppo per dare il segnale di una collegialità nelle decisioni, poi investendo della responsabilità il capogruppo Stefano Patuanelli.
Come a dire: sono decisioni che riguardano le dinamiche del Senato e il regolamento interno. I guanti di velluto sono stati infilati perchè la materia è delicata. Ne va dell’affidabilità del Movimento. E dei numeri della maggioranza.
E pian piano, con il passare delle ore, il motore ha iniziato a diminuire i giri.
Incrociamo Patuanelli di corsa nella splendida galleria dei busti di Palazzo Madama. Incrocia Danilo Toninelli, si stringono la mano, sorridono. Quando gli si chiede che provvedimenti verranno presi con chi ha votato in difformità è tanto laconico quanto chiaro: “Mi pare che siano stati voti senza nessuna valenza politica”.
Le porte sbattute in faccia non sono previste all’orizzonte. Ma la questione è più ampia.
Il ragionamento è chiaro: da un lato cacciare chiunque esprima un voto dissonante sarebbe una follia. Dall’altro non fare nulla darebbe la stura a qualunque tipo di fronda. Che oggi nei numeri è contenibile, domani chissà .
Il primo provvedimento, che potrebbe essere preso già nei prossimi giorni, è una sistemazione delle presenze in commissione, in modo tale da spostare i pasionari da quelle in cui i numeri sono più risicati.
Al momento, fatti salvi alcuni casi “recidivi”, non si vede all’orizzonte una fronda organizzata. Tanti mal di pancia sì, che si concretizzano in micro battaglie, punture di spillo ora innocue, ora dolorose per Di Maio e per la tenuta del governo.
Come non farlo diventare una malattia endemica sarà la grande questione dei prossimi giorni.
(da “Huffingtonpost”)
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