Giugno 27th, 2011 Riccardo Fucile
TRA LE CARTE DEPOSITATE DALLA PROCURA DI NAPOLI CI SONO ANCHE GLI ESTRATTI CONTO CHE RACCONTANO MOLTO SUL LIVELLO DI VITA DELL’UOMO AL CENTRO DELL’INCHIESTA SULLA P4
Bisignani usa due conti, o almeno questi sono quelli di cui si è occupata la Procura: uno presso la milanese Cassa Lombarda (dove ne ha anche uno per la gestione dei fondi, un conto di investimento) e l’altro presso l’Unicredit.
Scorrendo anni di movimenti si capisce che il primo è usato soprattutto per le operazioni consistenti, il secondo per le “piccole” spese e l’economia domestica.
Bisignani ha una gestione delle sue finanze, sul conto di Cassa Lombarda, quantomeno singolare, tanto singolare che a qualcuno potrebbe sembrare perfino sospetta.
Con una carta di credito American Express spende almeno 8-10 mila euro al mese.
Però molto spesso si presenta in banca e versa enormi quantità di contante, anche più di 10 mila euro al mese.
Nell’aprile 2006, per esempio, deposita 21.300 euro in contanti, a maggio 15 mila in due tranche, a giugno 13 mila, a ottobre altri 12 mila.
Un fiume di denaro che sarebbe comprensibile per un barista o un commerciante, che deve depositare l’incasso di giornata, ma un manager come Bisignani dove li trova tutti questi soldi in contante?
E perchè paga con la carta di credito se ha il portafoglio che straripa di banconote?
Mistero. Questo il conto corrente da solo non può spiegarlo.
Altre operazioni, invece, vengono descritte nel dettaglio. Come la vendita di un gommone (parecchio di lusso, si deduce) a Roberto Mazzei, un ex dirigente della società editrice Ilte, di cui Bisignani è direttore generale.
Mazzei nel 2009 viene nominato alla presidenza del Poligrafico dello Stato, “non escludo che il Bisignani si sia speso per farmi ottenere tale nomina”, dice nelle carte.
All’inizio del 2008 compra in due tranche il gommone di Bisignani per una cifra astronomica: 245 mila euro, pagati in tre rate.
Quando arriva l’estate Bisignani non è però certo disposto a restare sulla spiaggia, quindi compra dalla Magazzù Yachting un’altra barca a 120 mila euro, meno della metà di quanto ha incassato dall’amico Mazzei.
Da Cassa Lombarda partono anche i bonifici nell’interesse di Francesca Camilla Mittiga, sua moglie, che gestisce la tenuta di famiglia ad Ansedonia.
Quindi Bisignani paga le rate di un trattore Landini e compra perfino un “bovino vivo” per quasi tremila euro.
Se il conto a Cassa Lombarda suscita molte domande, soprattutto sulla frequenza dei versamenti in contante (quasi sempre almeno 10 mila euro al mese), quello presso l’Unicredit sembra appartenere a un normale lavoratore dipendente.
Lì Bisignani riceve lo stipendio, buono ma non stellare, dalla Ilte, di cui è direttore generale: 13 mila euro al mese, circa.
E su quel conto paga le bollette, le spese del costoso condominio romano in cui vive con la moglie, ogni tanto spende qualche centinaia di euro — sempre per conto della moglie — per iscrivere alcuni cavalli a concorsi ippici.
Si scopre perfino che ogni mese Bisignani versa una paghetta da 300 euro al figlio Renato che, lavorando per la Ferrari su diretta raccomandazione del presidente Luca Cordero di Montezemolo, non si sospettava ne avesse bisogno.
Circa la stessa cifra se ne va ogni mese per pagare le rate di una Mercedes, tutto normale se non fosse che vista la quantità di contante di cui dispone Bisignani — stando ai versamenti sul conto di Cassa Lombarda — non si capisce perchè non l’abbia comprata in contanti, o almeno in un’unica soluzione.
In un’unica occasione si nota anche una donazione in beneficenza, nel 2006, di 2.500 euro. Certo, il destinatario è scelto con cura: la fondazione Silvana Paolini Angelucci, dedicata alla moglie prematuramente scomparsa del deputato del Pdl Antonio Angelucci, editore di Libero stampato dalla Ilte, giornale su cui Bisignani ha avuto a lungo una certa influenza.
Bastano questi conti correnti a farsi un’idea delle disponibilità economiche di Bisignani? Sicuramente no, come dimostra un altro dei documenti dell’inchiesta: sempre tramite Cassa Lombarda, nel 2001, Bisignani ha approfittato del condono fiscale deciso dal governo Berlusconi per far rientrare dall’estero quasi 5 miliardi di lire pagandone soltanto 121 di tasse (il 2,5 per cento).
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
NAPOLI AL COLLASSO, SOS IGIENE, PER NAPOLITANO SIAMO DI FRONTE A UNA “EMERGENZA ACUTA E ALLARMANTE”…SCORTA ARMATA AI MEZZI DELL’AZIENDA RIFIUTI, GUASTO AL TERMOVALORIZZATORE DI ACERRA
A Napoli la situazione è grave, l’emergenza è “acuta e allarmante”, l’intervento del governo è
“indispensabile”.
Il presidente Napolitano raccoglie e rilancia l’allarme del sindaco Luigi De Magistris, che poco prima aveva dichiarato: la situazione igienico-sanitaria “è grave”, c’è ormai “un rischio concreto per la salute dei cittadini”.
De Magistris in una conferenza stampa ha anche duramente attaccato Berlusconi: “Non ha fatto nulla per Napoli e per l’emergenza rifiuti, perchè se ne frega: altrimenti in queste ore avrebbe adottato altri provvedimenti”.
“Bisogna partire subito – ha aggiunto il primo cittadino – Le isole ecologiche devono essere immediatamente attive, non si può aspettare settembre”.
Fra le altre emergenze, “Il termovalorizzatore di Acerra è bloccato per un guasto”, ha fatto anche sapere il primo cittadino, “da ieri sera non funziona più”.
“Il Comune di Napoli ha individuato tre siti di trasferenza in città “, ha poi annunciato. In questo modo “non dovremmo più dipendere da nessuno”.
Il primo cittadino non ha voluto però svelare quali siano questi siti, “per motivi di riservatezza”. Ma è filtrato che oltre all”Ex Icm del quartiere Ponticelli già in uso, i luoghi individuati sarebbero i capannoni dismessi di Gianturco e l’ex mercato dei fiori di San Pietro a Patierno.
Sul secondo sito la Provincia avrebbe dato l’ok.
De Magistris ha anche promesso un “impegno straordinario” della polizia municipale sul fronte della repressione dei roghi, “che rappresentano un pericolo per la salute pubblica”, e contro “chi rovescia per strada i cumuli. In tal senso – ha detto – arriverà un’ordinanza tra poche ore”.
I mezzi Asia avranno scorta armata delle forze dell’ordine. Il sindaco non ha voluto svelare altri dettagli del piano anti- rifiuti.
“Non è opportuno in questa fase rendere conto di tutti i passi che stiamo compiendo”.
“No allo stato di emergenza”, ha infine chiarito il primo cittadino. “Stiamo cercando di agire nell’ambito dei poteri ordinari. Noi facciamo quello che il Comune può fare”.
“Sappiamo che i cittadini sono stremati dalla situazione – ha concluso – ma chiediamo un ulteriore sforzo per fare attenzione ai rifiuti che gettano via e all’uso della differenziata. Cercheremo di rimpinguare le casse dell’Asìa alla quale stiamo chiedendo in queste ore uno sforzo straordinario”.
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Giugno 24th, 2011 Riccardo Fucile
SONO CIRCA 300 I DEPUTATI DI PRIMA NOMINA CHE RAGGIUNGERANNO I 4 ANNI 6 SEI MESE E 1 GIORNO PER ACCEDERE AL VITALIZIO A OTTOBRE 2012…STUDIO DELLA CAMERA SUI TRATTAMENTI NEI PAESI UE
Se si domanda ad uno di quegli onorevoli ancora adusi a curarsi il collegio quale sia il principale motivo di sdegno nei confronti dell’intera categoria, la risposta sarà sempre la stessa: più degli stipendi d’oro e dei vari benefit, il primo posto se lo aggiudicano i vitalizi.
Cioè le pensioni, più o meno pingui, che ogni parlamentare che abbia timbrato almeno 4 anni, 6 mesi e un giorno di legislatura, si mette in tasca una volta raggiunti i 65 anni. E se si considera che nel Parlamento in carica, circa 300 onorevoli di prima nomina raggiungeranno questo obiettivo nell’ottobre 2012, si capisce bene quanto questo privilegio incida sulla resistenza diffusa tra i peones di ogni ordine e grado a consentire che le Camere siano sciolte per andare a elezioni anticipate.
Ebbene, sfogliando le 33 pagine e gli otto capitoli di un dossier riservato sul trattamento economico dei deputati di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Parlamento Europeo, che i tre questori Colucci e Mazzocchi (Pdl) e Albonetti (Pd) esamineranno con Fini il 4 luglio, la prima cosa che salta all’occhio è che i nostri onorevoli percepiscono un vitalizio all’incirca triplo di quello dei loro colleghi europei.
Poi non mancano le differenze su indennità , spese di viaggio, di segreteria, sui portaborse e l’assistenza sanitaria, ma la voce vitalizi spicca sulle altre.
Dunque da questa indagine durata mesi nelle capitali europee, condotta sul campo da funzionari che hanno faticato non poco a vincere la tradizionale riservatezza di ogni istituzione nazionale, emerge che il privilegio meno giustificato di cui godono gli «italians» sono proprio i vitalizi.
Un diritto che per anni poteva essere maturato dopo appena un giorno di legislatura, ma che ora, dopo la riforma Violante ed una successiva stretta del 2007, viene percepito a 65 anni o al sessantesimo compleanno per chi abbia fatto almeno due legislature.
Proprio nel 2007 fu tolta infatti la possibilità di riscattare i periodi vacanti versando i contributi figurativi, lasciando con un palmo di naso tutti quelli entrati a Montecitorio nel 2006 ed usciti nel 2008 con la caduta del governo Prodi.
Malgrado ciò, nel bilancio della Camera la voce «fondo vitalizi» pesa e non poco, con un rapporto di «1 a 9» tra contributi versati e spesa corrente.
Sia chiaro, non è che nel resto d’Europa i deputati non godano di privilegi, anche per quel che riguarda i vitalizi e perfino nell’austera Germania.
Perchè come specifica il dossier – mentre in Italia, Francia e Gran Bretagna è previsto un contributo per il parlamentare in carica, in Germania e nel Parlamento Europeo i deputati non versano nulla.
Ovunque il diritto al vitalizio matura tra il 60Ëš e il 67Ëš anno di età .
In Italia, a fronte di un contributo mensile di 1006 euro netti, dopo 5 anni di mandato si maturano 2.486 euro lordi, che diventano 4.973 dopo due legislature e 7.460 con 15 anni di mandato alle spalle.
In Francia ad esempio non è previsto un limite minimo di mandato, da nuove disposizioni è previsto un contributo di 787 euro al mese, che in caso di pensione complementare facoltativa sale a 1.181 euro.
Ma dopo 5 anni di mandato si ottengono 780 euro al mese, 1.500 dopo 10 anni fino a raggiungere un massimo di 6.300 euro, se si hanno 41 annualità di servizio.
I deputati del Bundestag a Berlino non versano alcun contributo e prendono 961 euro dopo 5 anni, 1.917 dopo 10 e 2.883 euro al 15Ëš anno.
In Gran Bretagna vige il sistema che a contributo variabile corrisponde un assegno mensile differente: versando 374 euro ne ritornano 530 al mese con 5 anni di mandato, che raddoppiano a 1060 con 10 anni e triplicano a 1.590 con 15 anni. Passando da un contributo medio di 501 euro al mese, con rispettive perequazioni del vitalizio, si arriva fino a poter versare 755 euro al mese per averne 794, 1.588 o un massimo di 2.381 euro con 15 anni di mandato.
Cifre ben diverse, come si vede, da quelle dei nostri onorevoli che in periferia pesano nel generare malcontento.
Al punto che le regioni si stanno muovendo e l’Emilia Romagna ha già deliberato di abolire il vitalizio, visto che anche i consiglieri regionali lo percepiscono.
Ma ovviamente solo dalla prossima legislatura.
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Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile
LO TENGONO IN VITA PER RAGGIUNGERE L’ANZIANITA’ RICHIESTA… SONO BEN 350 I PARLAMENTARI CHE NON HANNO ANCORA MATURATO IL VITALIZIO… SE CADESSE IL GOVERNO PERDEREBBERO IL DIRITTO
Se tra una settimana Francesco Pionati improvvisamente dovesse decidere di far mancare il
suo sostegno al governo, molti si chiederebbero perchè.
Ma la motivazione potrebbe essere ritrovata nella sua anzianità parlamentare: tra esattamente 6 giorni, infatti, matura il diritto alla pensione.
O meglio a quello che ora si chiama vitalizio. Stiamo ovviamente ragionando in base a un’ipotesi che in questo momento non sembra essere nell’agenda politica, ma la questione “arrivare al vitalizio” in Parlamento esiste.
E non è secondaria per la tenuta del governo.
Sono, infatti, 246 i deputati e 104 i senatori (dati elaborati da Openpolis, www.openpolis.it  ) che devono ancora maturare il diritto alla pensione, e quasi tutti lo matureranno solo se finiranno il loro mandato parlamentare e dunque se la legislatura avrà il suo termine “naturale” nel 2013.
Eccezion fatta per Pionati e altri 12 deputati, che viceversa avrebbero bisogno di un ulteriore mandato e 5 senatori, di cui uno raggiunge la pensione tra 63 giorni, il Pdl Sanciu, e 4 hanno bisogno di una rielezione.
Nel dettaglio si tratta di 84 deputati del Pdl, 36 leghisti, 83 Democratici, 6 dell’Udc, 5 del Gruppo Misto, 12 dell’Idv, 13 Responsabili (quasi il 46% del totale, visto che sono 28) e 7 futuristi.
A Palazzo Madama, troviamo in questa situazione 38 senatori del Pdl, 34 Democratici, 11 leghisti, 7 dell’Idv, 6 del Gruppo Misto, 5 dell’Udc, Svp e Autonomie, 2 di Coesione nazionale e uno non specificato.
Che si “giocano”, infatti, non solo la loro indennità (così si definisce lo “stipendio” di un parlamentare), che per un deputato equivale a 11.703,64 euro lordi e per un senatore a 12.005,95 (al netto 5.486,58 euro per un deputato e 5.613,63 per un senatore), ma anche la possibilità di avere una pensione.
Da sottolineare che questa è la prima legislatura in cui le matricole del Parlamento non arrivano alla pensione, se le Camere si sciolgono anzitempo.
Prima, infatti, bastavano 2 anni e mezzo (e le pensioni erano anche più alte). A stabilirlo sono stati i nuovi Regolamenti emanati nel luglio 2007 (durante il governo Prodi), che prevedono che per avere la pensione bisogna aver fatto almeno 5 anni di effettivo mandato e aver compiuto 65 anni.
Per ogni anno in più di mandato, diminuisce di un anno l’accesso alla pensione.
Oggi, dunque, il vitalizio minimo corrisponde al 20 per cento dell’indennità lorda: quindi 2340,73 euro per i deputati e 2401,1 per i senatori.
Scorrendo la lista dei deputati che devono finire la legislatura per garantirsi la vecchiaia (alla Camera i numeri sono più risicati e la maggioranza più a rischio, dunque i posizionamenti anche individuali hanno più conseguenze) si trovano alcune nuove conoscenze balzate agli onori della cronaca degli ultimi mesi.
Immancabile Domenico Scilipoti, tra i voti decisivi per la fiducia a Berlusconi del 14 dicembre. Oppure Souad Sbai, tra le più pronte a tornare dai futuristi al Pdl.
Tra i pidiellini appesi alla legislatura va menzionato almeno Francesco Paolo Sisto, l’avvocato che era stato mandato d’ufficio ad Annozero a difendere il premier.
O Elio Vittorio Belcastro, passato dall’Mpa ai Responsabili, in soccorso di Berlusconi e poi a Sud, dopo aver mancato la poltrona di sottosegretario.
Senza contare il folto drappello di giovani Democratici, portati in Parlamento da Veltroni, da Marianna Madia a Matteo Colaninno.
Esiste poi un drappello piuttosto nutrito e abbastanza interessante di parlamentari che hanno maturato il diritto al vitalizio nell’appena trascorsa primavera, giorno più, giorno meno: molti di loro infatti provenivano dalla legislatura precedente che è durata solo due anni.
Secondo i dati elaborati da Openpolis, sono 103 deputati (39 del Pd, 32 del Pdl, 5 della Lega, 9 dell’Udc, 6 Responsabili, 4 furisti, 2 dell’Idv e 4 del Misto) e 40 senatori (20 del Pd, 8 del Pdl, 6 della Lega, 3 dell’Idv e 3 del Gruppo Misto).
Anche qui, andando a scorgere la lista dei deputati che hanno appena scavallato il termine per arrivare al vitalizio, si può avere qualche spunto in più per leggere gli ultimi sommovimenti politici.
E infatti troviamo personaggi come Aurelio Misiti, che ha appena guadagnato una poltrona da sottosegretario per passare dall’Mpa al gruppo Misto, a sostegno di Berlusconi.
Senza contare Bruno Cesario, altro socio fondatore dei Responsabili alla vigilia della fiducia di dicembre.
Oppure Giampiero Catone, recentemente premiato con un sottosegretariato per aver scelto di votare la fiducia di dicembre contravvenendo alle indicazioni di quello che era allora il suo gruppo (Fli).
Merita una citazione Remigio Ceroni, che per compiacere Berlusconi voleva persino cambiare l’articolo 1 della Costituzione.
Ma in realtà il gioco delle pensioni è ancora più complicato di così: infatti per ogni anno di mandato in più si conquista un 4 per cento del vitalizio.
Fino ad arrivare al tetto massimo che si raggiunge ai 15 anni di mandato. 7022,184 euro per gli ex deputati e 7203, 3 per gli ex senatori.
Per cui di fatto, ogni parlamentare ha un interesse economico immediato e futuro a restare in Parlamento il più possibile.
Che vuol dire anche garantirsi la rielezione con i cambi di casacca e i riposizionamenti più opportuni.
Una notazione finale: la Camera spende per pagare i vitalizi degli ex deputati ben 138 milioni e 200 mila euro, mentre il Senato 81 milioni e 250 mila euro.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 23rd, 2011 Riccardo Fucile
I BANCHI ITALIANI SPESSO SONO VUOTI: I PEGGIORI SONO DE MITA, MAGDI ALLAM E BONSIGNORE… E POI PARLANO DI ASSENTEISMO IN FABBRICA E NEGLI UFFICI PUBBLICI
Prendi i voti, e i soldi, e poi scappa; o, almeno, non farti vedere in giro spesso, tra Strasburgo
e Bruxelles.
È la politica dell’assenteismo di molti eurodeputati italiani: la politica del seggio vuoto.
A due anni dall’elezione a suffragio universale della settima legislatura del Parlamento europeo, Andrea D’Ambra, giornalista e attivista con un occhio a Beppe Grillo, si ripete: stila le pagelle degli europarlamentari italiani, chi c’è (quasi) sempre e chi non c’è (proprio) mai, nelle aule delle plenarie e delle commissioni.
L’esercizio ha il pregio della chiarezza, della semplicità e dell’oggettività , anche se il criterio delle presenze non può essere l’unico per valutare l’operato di un parlamentare, nazionale o europeo che sia: bisognerebbe pure prendere in considerazione i rapporti stilati, gli emendamenti presentati, le interrogazioni fatte, gli interventi in aula e in commissione, le partecipazioni a missioni.
D’Ambra, 28 anni, presidente di Generazione Attiva, un’associazione in difesa dei consumatori da lui stesso creata, non è però d’accordo: “Quegli elementi non sono un indice corretto quanto la presenza, perchè interrogazioni ed emendamenti sono sovente fatti da altri, specie dagli assistenti parlamentari”.
Quello che D’Ambra stigmatizza, nel commento alla classifica pubblicata sul suo blog, è che le assenze degli eurodeputati “non sono penalizzate in sede retributiva”, a parte l’incidenza su indennità come quella di soggiorno o i rimborsi spese.
Le assenze, per quanto ingiustificate esse siano, non decurtano il compenso di base, che è variabile, ma che si situa intorno ai 7 mila euro al mese.
L’assenteismo parlamentare non è uno scandalo solo italiano, ma non è certo il caso di dire “mal comune mezzo gaudio”.
Anche perchè chi non c’è non puo’ poi lamentarsi dello strapotere tedesco nell’emiciclo di Strasburgo, dove gli eurodeputati d’oltreReno sono teutonicamente presenti sempre in massa: vero che sono “vicini”, ma lo sono pure, e anzi di più, francesi e beneluxiani.
I criteri di giudizio di D’Ambra sono molto severi: dà ottimo solo agli “stakanovisti” del Parlamento europeo, quelli che sono sempre presenti.
Il percorso netto è riuscito, per il secondo anno consecutivo, a Giovanni La Via, Pdl, e ad Oreste Rossi, Lega, cui s’è aggiunto Francesco Speroni, leader della pattuglia leghista nell’Assemblea Ue: tre su 71.
Prendono “buono” 11 eurodeputati, le cui presenze superano il 95%.
In questa pattuglia di punta, troviamo qualche “tenore” della rappresentanza italiana in Europa, come il vice-presidente vicario dell’Assemblea Gianni Pittella (Pd), il capo della delegazione del Pdl Mario Mauro, l’ex leader della Cgil e sindaco di Bologna Sergio Cofferati (Pd) e l’efficiente e apprezzato Roberto Gualtieri (Pd).
I “sufficienti” sono, sempre per D’Ambra, quelli le cui presenze superano il 90%: 16 eurodeputati, fra cui Roberta Angelilli, Pdl, vice-presidente dell’Assemblea, David Sassoli, capogruppo del Pd, Carlo Casini, Udc, Gabriele Albertini, Pdl, e Vittorio Prodi, Pd, il professore fratello dell’ex premier pure professore Romano.
Al di sotto del 90% di presenze, che comunque vuol dire un assenteismo del 10%, nettamente superiore a quello medio nelle fabbriche e negli uffici, persino nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni, restano 41 eurodeputati italiani, quasi il 60% della rappresentanza italiana al Parlemento europeo.
D’Ambra li boccia tutti, ma, con scelta personale e arbitraria, ne classifica una pattuglia di cinque come mediocri — fra essi, Iva Zanicchi, berlusconiana in scena e sul seggio —, mentre tutti gli altri li “bolla” come insufficienti, scarsi e scarsissimi. Sono così “marchiati” nomi eccellenti, come Pino Arlacchi (Pd), Elisabetta Gardini (Pdl), Silvia Costa (Pd), Paolo De Castro (Pd, ex ministro, presidente della Commissione Agricoltura), Mario Borghezio (Lega, uno che, dalla quantità di dichiarazioni che produce, si direbbe che c’è sempre), Sonia Alfano (Idv), Debora Serracchiani (Pd) e Gianni Vattimo (Idv).
Sotto l’80%, ci sono Patrizia Toia (Pd, un ex ministro), Clemente Mastella (ex un po’ di tutto: ma che mai avrà da fare di meglio che guadagnarsi almeno questo stipendio?) e Rita Borsellino (Pd).
La lista degli “scarsi” è aperta da Luigi Berlinguer (Pd) e Luigi de Magistris (Idv, neo-sindaco di Napoli e certo penalizzato in classifica dalla campagna elettorale che l’ha visto protagonista e vincitore).
Gli “scarsissimi” sono sei e stanno sotto il 70%: in pratica, una volta su tre non ci sono.
Nomi poco noti, come Vincenzo Iovine (Api) e Crescenzio Rivellini (Pdl), ma anche, e proprio agli ultimi quattro posti, nomi che fanno sussultare, come il convertito Magdi Cristiano Allam, che sta nel Ppe, l’ex premier dc Cristiano De Mita, che sta pure nel Ppe ma come Udc, e i Pdl Vito Bonsignore e Alfredo Antoniozzi, l’unico sotto il 60%. Antoniozzi ha un doppio lavoro, perchè è assessore alla casa al Comune di Roma, ma così, dividendosi a metà , dovrebbe prendere due mezzi stipendi (e non due stipendi interi).
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Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile
CONTRORDINE PADANI, A PONTIDA VI HANNO SOLO PRESO PER IL CULO, COME SEMPRE…NIENTE TRASFERIMENTO DI MINISTERI: LA TARGA CALDEROLI SE LA ATTACCHERA’ A CASA E LA PIANTA DEL PALAZZO REGIO IL SINDACO DI MONZA POTRA’ RIVENDERLA SULLE BANCARELLE DELL’USATO
Finisce in «ammuina», assai poco padana.
Coi ministeri che non si smuovono da Roma.
Con la Lega che strappa “uffici di rappresentanza” al Nord per salvare la faccia.
E con un gran pasticcio parlamentare che consente però al governo di non andare sotto ed evitare che il testo dell’accordo Pdl-Lega venga messo ai voti.
Il Carroccio si accontenta. «Un passo alla volta, non si può avere tutto e subito» commenterà Bossi. Che comunque non rinuncia alla la legge di iniziativa popolare e al «milione di firme».
Bersani ironizza: «Storia finita nel ridicolo in 48 ore: poveri leghisti, andati a Pontida per nulla». «Lega umiliata», sintetizza D’Alema.
Sta di fatto che alla guerra pomeridiana degli ordini del giorno, alla fine, tutti possono dichiararsi vincitori.
A buon titolo Pd, Idv e terzo polo, che ottengono l’approvazione dei rispettivi documenti, nonostante prevedano il categorico «no a ogni ipotesi di delocalizzazione» dei ministeri: incassano a sorpresa perfino il parere favorevole del governo (per evitare sorprese dal pallottoliere). Di più.
Il testo dei democratici viene approvato anche da una massiccia fronda formata da 16 deputati Pdl e tre Responsabili.
Compresi sei sottosegretari: Giorgietti, Cesario, Saglia, Crimi, Giro e Rosso.
La maggioranza dei berlusconiani invece si astiene.
A Palazzo Chigi tirano un sospiro di sollievo però quando Cicchitto riesce a scongiurare la votazione sull’ordine del giorno Pdl-Lega-Responsabili: il loro.
Quello che prevede appunto il mantenimento dei dicasteri nella Capitale con la possibilità di aprire sedi di rappresentanza «operative» altrove «senza costi aggiuntivi».
E il frutto della mediazione raggiunta nottetempo a Palazzo Grazioli tra il premier Berlusconi e il ministro Calderoli, per disinnescare la mina di un documento dei pidiellini romani ispirato da Alemanno e Polverini e sostenuto dal ministro Giorgia Meloni.
L’ordine del giorno della “pace” viene depositato in mattinata per essere messo ai voti. Ma è a rischio “ko”, il governo allora lo fa proprio, come si dice in gergo, ne accoglie cioè i contenuti. E finisce lì.
Un pasticcio, appunto, dato che poco prima lo stesso governo si era schierato a favore dell’ordine del giorno Pd che escludeva le sedi decentrate.
«Qui non siamo a Bisanzio» sbotta il presidente della Camera Fini. Che accusa il capogruppo Pdl Cicchitto di «furberia tattica» Sono scintille.
I leghisti non gradiscono, loro vorrebbero che venisse votato e approvato l’ordine del giorno. Infatti escono dall’aula e non parteciperanno ad alcuna votazione.
Eppure, perBossi la soluzione trovata non è un «passo indietro».
Comunque va avanti perchè «quella roba li (i ministeri decentrati, ndr) la fanno in Gran Bretagna e Germania e in tutta Europa».
Alemanno, Polverini e la Meloni cantano vittoria, anche perchè nello stesso giorno viene stoppata la norma sul pedaggio sul Raccordo anulare nel decreto Sviluppo.
Il sindaco di Roma festeggia a pranzo con cotoletta al self service perchè comunque lui «non ce l’ha con i milanesi».
Da Milano, sbeffeggia a suo modo i leghisti anche il governatore Formigoni: «Tanto, nella Villa Reale di Monza non c’era un solo mq per i ministeri».
Lopapa Carmelo
(da “La Repubblica“)
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Giugno 22nd, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI SE NE LAVA LE MANI: “SIETE MAGGIORENNI E VACCINATI, FATE VOI”…IL MANDATO DELL’UOMO VICINO AL CERCHIO MAGICO E’ SCADUTO, UN RINNOVO APPARE DIFFICILE, ANCHE SE REGUZZONI HA UN SOLIDO RAPPORTO CON IL SENATUR… IL BERGAMASCO STUCCHI POTREBBE ESSERE IL NUOVO CAPOGRUPPO
È raro vedere i leghisti formare capannelli alla Camera e parlare fitto fitto.
È ancor più raro che qualcosa di quello che si dicono filtri all’esterno. Ma questa volta la tensione è talmente alta che le notizie sfuggono dal controllo di un partito che del silenzio ha sempre fatto una regola ferrea: nella Lega è arrivato il momento della resa dei conti, con i maroniani che puntano alla rimozione di Marco Reguzzoni, capogruppo alla Camera ed esponente di spicco del Cerchio Magico.
Una lotta di potere destinata a cambiare gli equilibri nel movimento con inevitabili ripercussioni nell’ottica di una possibile successione a Umberto Bossi.
Se i colonnelli storici sono più inclini a lasciare Berlusconi, i cerchisti preferiscono aspettare.
Lui, il Senatùr, se la ride con la stampa dicendo “sono ancora giovane, a Pontida la gente gridava secessione, non successione”.
Ma la Lega al suo interno sta vivendo una vera e propria stagione di veleni, un terremoto testimoniato dalle facce stralunate esibite ieri dai deputati padani.
Tutto è iniziato proprio a Pontida. I cori per Maroni, quello striscione che lo acclamava a Palazzo Chigi, il suo discorso dopo quello di Bossi con l’impressione di tutti che il successore fosse proprio lui.
Da qui la reazione del Cerchio Magico composto dai capigruppo Reguzzoni e Bricolo e dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro, i tre che dalla malattia quasi sempre circondano fisicamente Bossi (da qui il nome del loro gruppo).
Dopo aver sparso la voce che le ovazioni di Pontida per Maroni erano state organizzate da una claque, il giorno dopo (lunedì) in via Bellerio scatenano l’attacco a un pilastro del potere leghista: Giancarlo Giorgetti, il segretario della Lombardia vicino a Maroni.
L’obiettivo è quello di addossargli la sconfitta elettorale e farlo commissariare da Rosy Mauro.
Ma i sindaci e i parlamentari lombardi minacciano di restituire la tessera della Lega, così come Calderoli e Maroni che bloccano il blitz.
Ieri il tentativo di insabbiare, con la Mauro che pubblica una smentita di fuoco contro i giornali che hanno raccontato l’attacco a Giorgetti.
Non sarà successo nulla, come dicono i cerchisti, ma il contrattacco del resto del partito è immediato: l’obiettivo dei maroniani, ai quali si sono affiancati gli altri colonnelli e gran parti dei deputati non schierati con il Cerchio, è far saltare Reguzzoni.
Obiettivo ambizioso, visto che “il Reguzz” gode della piena fiducia di Bossi, al quale è legato da un rapporto molto stretto. Ma i numeri dovrebbero essere contro di lui. Alla riunione del gruppo di ieri quando è stato posto il problema (il mandato di Reguzzoni è in scadenza) si rischiava l’impasse, ma poi è intervenuto Maroni in persona che secondo i presenti ha forzato: “Beh, allora domani facciamo l’assemblea per il rinnovo”.
Bossi a quel punto avrebbe acconsentito: “Siete maggiorenni e vaccinati, decidete voi”.
Poi, nel pomeriggio, con i cronisti ammette: “Dopo un po’ i capigruppo vengono rieletti”.
Dal canto suo Reguzzoni sembra tranquillo, si presenta alla votazione finale sul dl sviluppo a braccetto del Senatùr (chi vuol intendere…) e a domanda risponde “non è nulla di trascendentale, ma dipende da Bossi”.
Frase che riporta la memoria a un anno fa, quando dopo l’addio di Cota tutti davano per scontato l’avvento di Giacomo Stucchi, salvo poi rimanere a bocca aperta quando all’ultimo minuto il Capo scelse Reguzzoni (e tutti si allinearono votandolo).
Il via libera di Bossi all’assemblea, che si celebra oggi pomeriggio, ha stoppato la raccolta di firme per mettere in discussione la poltrona di Reguzzoni.
Se si vota – e sarebbe la prima volta nella storia del Carroccio che una competizione sfugge al controllo di Bossi – Reguzzoni dovrebbe perdere, se è vero che la Lega di Gemonio (alias Cerchio Magico) conta su 5-6 deputati su un totale di 60.
Il candidato anti-Cerchio dovrebbe essere ancora una volta Stucchi, cinquantenne bergamasco gradito da Maroni e Calderoli (ormai sempre più vicini).
Ma con Bossi non si è mai sicuri di niente.
Sarebbe una grande vittoria per tutti quegli amministratori e parlamentari insofferenti verso il Cerchio Magico.
Ma è difficile ipotizzare che Reguzzoni venga abbandonato da Bossi. Anzi.
Da qui l’ipotesi circolata in serata di un suo passaggio alla guida della Lega Lombarda al posto di Giorgetti o una promozione al governo.
Già , perchè se Maroni riferendosi a un futuro da leader ai suoi amici confida che “è stata Pontida a decidere gli equilibri della Lega e non io”, tutti ricordano che la strategia di Bossi si è sempre basata sul divide et impera.
E un Reguzzoni forte servirebbe a tenere in tensione (e a bada) gli altri colonnelli.
Alberto D’Argenio e Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Giugno 21st, 2011 Riccardo Fucile
POSSIBILE ORDINE DEL GIORNO CONTRO LO SPOSTAMENTO DEI MINISTERI AL NORD…OGGI RISCHIO TESTACODA A MONTECITORIO: FORZA DEL SUD SI PREPARA A VOTARE CONTRO IL TRASLOCO
Sarà la verifica, quella vera.
L’ordine del giorno messo a punto dalla fronda pidiellina romana e che nel giro di poche ore ha raccolto le adesioni di un ministro (Giorgia Meloni), di sottosegretari e di una ventina di deputati è sufficiente a mandare a gambe all’aria la maggioranza. Proprio quello che fino a notte fonda Berlusconi coi suoi e infine con Calderoli hanno cercato di scongiurare in ogni modo.
Anche perchè, a dispetto dei 330 vantati dal premier, nelle votazioni di fiducia succedutesi dal 14 dicembre, la coalizione non è mani andata oltre quota 316.
E più tardi rischia il testa-coda.
Altro che verifica sui sottosegretari, altro che fiducia sul decreto Sviluppo.
La partita più delicata si è giocata fino a stamattina (termine ultimo perla presentazione dell’odg: le 9,30) sullo stop al trasloco, sul quale il sindacoAlemanno e la governatrice Polverini hanno tenuto duro.
Insomma, la mina che– non a caso –domenica Bossi ha piazzato sotto l’edificio già barcollante del Pdl, ha prodotto tutti i suoi effetti dirompenti.
E alla fine, è diventato solo l’ultimo pretesto per portare allo scoperto le ferite che ormai segnano il corpaccione dell’intera coalizione berlusconiana.
Al testo ha lavorato fino a tardi la deputata ex An Barbara Saltamartini, «ambasciatrice» del sindaco a Montecitorio e riferimento dell’area che si è ritrovata sotto il gazebo al Pantheon con Alemanno e la Polverini.
Insieme con loro, sotto le stesse insegne, adesso i deputati Rampelli e Marsilio, «perchè la richiesta della Lega è folle e incostituzionale» sostengono.
Il ministro delle Politiche giovanili Giorgia Meloni confida fino all’ultimo in una soluzione congiunta del Pdl, ma se poi si dovesse andare alla conta, voterebbe l’ordine del giorno in difesa di «Roma capitale» e dei suoi ministeri: «Legittimo per il Pdl far sentire il suo no al trasferimento».
Si va allo scontro, dunque? Non è ancora detto.
«Presentiamo il documento al 65 per cento» dice a tarda sera un uomo di Alemanno, mentre a Palazzo Grazioli Berlusconi media coi suoi. «Stiamo lavorando per un testo condiviso da tutto il Pdl – spiega in quelle ore la Saltamartini – Di certo deve contenere il principio per noi irrinunciabile: iministeri non si spostano da Roma». Proprio quel che rischia di far saltare i rapporti con la Lega.
A poco è valso il pranzo tra Cicchitto e Alemanno. I «romani» e non solo loro vanno sparati per la loro strada.
L’ex ministro ormai in rotta è in stretto contatto con Alemanno e Formigoni: 5 dei suoi potrebbero votare l’odg «gruppo» fanno anche parte i deputati Francesco Biava, Mario Landolfi, Vincezo Piso.
Il calabrese Santo Versace non ha dubbi: «Non è tempo per proposte propagandistiche, per campagne dal sapore clientelare».
Ma il malessere nel partito è tale che è bastato l’annuncio per veder coagulare attorno al testo (ancora fantasma) tutti gli spezzoni in fermento del Pdl.
Claudio Scajola ha già fatto sapere come la pensa sulla sortita leghista sui ministeri.
In questi giorni si è tenuto in stretto contatto con Alemanno, al pari del governatore Roberto Formigoni.
Oggi potrebbe astenersi sull’ordine del giorno, comunque non votare contro. Ma la sua mano d’aiuto si concretizzerebbe in altro modo: col voto favorevole di 5-6 dei suoi fedelissimi.
Da Abrignani a Cicu, da Biasotti a Conte, da Galati a Nicolucci.
Ma tentato dallo strappo era ieri anche il pidiellino abruzzese Marcello De Angelis. Hanno già deciso di sostenere l’eventuale mozione, invece, i sei deputati che fanno capo alla nuova formazione di Gianfranco Miccichè, Forza del Sud.
«La votiamo eccome. Con tutto il rispetto per l’amico Maroni, che ora parla di un ministero aPalermo, gli diciamo che al Sud abbiamo bisogno di aziende e lavoro, non di uffici che moltiplicano i costi» gli manda a dire il siciliano del gruppo Pippo Fallica.
Nella squadra dovrebbe entrare da qui a breve la frondista bolzanina Michaela Biancofiore, ormai in rotta con Verdini e La Russa.
«Lascio e vado al misto con Miccichè» anticipava ieri a Radio24, salvo poi correggersi: «Non farò nulla senza aver prima parlato con Berlusconi».
Anche la sua strada (in uscita) è segnata.
Altro capitolo, il vulcano già in ebollizione (per le poltrone mancate) dei Responsabili.
Il nuovo capogruppo Silvano Moffa fino a sera predicava cautela: «Confidiamo in un documento unico col Pdl». Consapevole che se non sarà così, oggi saranno dolori. Quasi l’intera formazione dei 256 formata da meridionali.
Il sottosegretario Giampiero Catone, per esempio, non ha dubbi: «Voterei sì, per far rimanere a Roma i ministeri».
Anche il campano Mario Pepe, che pure è uscito dal gruppo dei Responsabili per il Misto (ma solo per entrare in Giunta per le autorizzazioni al posto del sottosegretario Cesario) a ora di cena tagliava corto: «Ma quale Nord, io voto per tenerli qui».
Lopapa Carmelo
(da “La Repubblica“)
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Giugno 19th, 2011 Riccardo Fucile
“ENERGIE SPRECATE PER LE LEGGI AD PERSONAM”…”LE PRIORITA’ DEL GOVERNO SONO DIVERSE DA QUELLE DEI CITTADINI”…”LA LEGGE DEVE ESSERE UGUALE PER TUTTI”
Presidente, secondo lei le due ultime sconfitte elettorali della maggioranza sanciscono
anche la sconfitta della politica della giustizia fin qui seguita?
Tre. Non bisogna dimenticare il 13 febbraio, quando per la prima volta si è manifestata in modo chiaro l’insofferenza verso il premier. Le donne hanno riempito le piazze spontaneamente, mosse dal desiderio, direi quasi dalla necessità , di prendere le distanze dal modello femminile proposto da Silvio Berlusconi. Quindi rivendico il primato delle donne: il primo colpo è stato il loro.
Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera e alter ego di Gianfranco Fini sulla giustizia, non ha dubbi sul peso politico di quella manifestazione
Dietro non c’erano disegni o strategie, solo l’impulso e la responsabilità di dire basta Molte scendevano in piazza per la prima volta, ma l’insofferenza era tale che non hanno potuto fare a meno di partecipare.
Poi ci sono state le urne. Quanto hanno contato le vicende processuali di Berlusconi?
Non credo abbiano avuto un peso le vicende processuali in sè, piuttosto il modo in cui lui ha scelto di comportarsi
L’attacco alle toghe non doveva essere la carta vincente?
Questa strategia ha avuto un appeal subito dopo Mani pulite. Quando emerse la consapevolezza degli eccessi nella carcerazione preventiva, mentre alcuni continuavano a solidarizzare con i pm, altri ne misero in discussione i metodi e Berlusconi intercettò questi umori, tanto che all’inizio la sua sembrò una battaglia garantista, quasi nell’interesse generale. Oggi, invece, è chiaro a tutti che quando inveisce contro la magistratura lo fa unicamente nel proprio interesse.
L’azione di questo govemo sulla giustizia muove da una premessa politica: c’è una persecuzione giudiziaria nei confronti del premier, paradigmatica di una magistratura faziosa e irresponsabile. Da qui le leggine per fermare i processi, e la riforma “epocale”. Condivide questo ragionamento politico?
Per esperienza personale, posso dire che un po’ tutti gli imputati si sentono vittime di complotti. Il punto è che se tutti si sentissero legittimati ad attaccare i giudici, a eludere i processi, a “vendicarsi”, sarebbe il caos. Berlusconi non è molto diverso da ogni altro imputato se non fosse che ha il potere di legiferare, e così tenta di farsi giustizia da sè.
In tre anni,per la giustizia è stato fatto poco o niente. Come presidente della commissione Giustizia non si sente frustrata per questo magro bilancio?
Di certo, una notevole parte di energie, di risorse e di tempo è stata impiegata per leggi pro-Berlusconi. E questo è molto grave, il Parlamento non dovrebbe mai essere utilizzato per full personali. Inoltre, poichè energie, risorse e tempo non sono illimitati, è evidente che quelli utilizzati per fare le leggi ad personam sono stati giocoforza sottratti ad altre leggi utili alla comunità L’anomalia quindi è doppia per quel che si è fatto e per quel che si è trascurato di fare.
Un po’di autocritica?
A dire il vero io ho contrastato una serie di leggi che voleva Berlusconi prima ancora della rottura tra il premier e Fini. La mia posizione aspramente critica risale alla legge sulle intercettazioni, il primo provvedimento fortemente voluto da Berlusconi. Non credo si possa dire che ho cambiato idea solo quando Fli è passata all’opposizione.
Lei è anche avvocato e di pm e giudici ne ha incontrati molti. Quante volte si è imbattuta in una giustizia “ingiusta” perchè il pm non è separato dal giudice?
Ho visto un po’ di tutto: giudici succubi dei pm, ma anche giudici e pm del tutto autonomi e indipendenti La separazione delle carriere è un principio di civiltà . ll giurista britannico Herbert Hart sosteneva che nella legge c’è una parte di facile interpretazione e una zona di penombra in cui il giudice di volta in volta esercita la sua discrezionalità . Ecco, il fatto che il giudice sia “terzo” garantisce che la discrezionalità sia esercitata in assoluta indipendenza.
La guerra presuppone che vi siano due litiganti: anche lei ritiene che la magistratura abbia le sue responsabilità ?
Che alcuni magistrati non siano stati all’altezza del loro compito è un dato certo, e un magistrato non all’altezza può creare danni gravissimi e irreparabili. Ma trovo sbagliato il concetto di guerra, e inaccettabili i toni usati. Credo inoltre che il premier attacchi la magistratura con un duplice scopo: difendere se stesso e guadagnare consensi. Mi ha colpito vedere in tv persone, evidentemente non in grado di valutare l’operato della magistratura, che insultavano giudici e pm proprio come fa Berlusconi. Finora il premier è stato abile nel fornire un bersaglio all’aggressività di quella parte di opinione pubblica che sente sempre e comunque il bisogno di avere un nemico. Un bersaglio che, guarda caso,è anche il suo. Ma ora anche questa strategia ha stancato tutti.
Mancano due anni alla fine della legislatura, se ci si arriverà : la riforma “epocale” è davvero la priorità ?
Innanzitutto, una riforma costituzionale che viene definita “epocale” sarebbe dovuta partire all’inizio e non poche settimane fa. Ma a parte questo, il problema è lo scollamento tra le priorità del governo e quelle dei cittadini Come ha ricordato anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, ai cittadini e al paese serve una giustizia credibile ed efficiente. Dunque è in questa direzione che bisognava e bisogna muoversi.
Stasio Donatella
(da “il Sole 24 Ore”)
argomento: Costume, denuncia, Futuro e Libertà, Giustizia, governo, la casta, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »