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PISAPIA AVANTI DI 17 PUNTI TRA AUTONOMI E PROFESSIONISTI, DI BEN 30 PUNTI TRA I LAUREATI

Maggio 31st, 2011 Riccardo Fucile

DA UN SONDAGGIO SWG EMERGE UN ELETTORATO GIOVANE E COLTO PER IL CENTROSINISTRA E UNA SVOLTA LABURISTA DELLE PARTITE IVA…AUDIENCE ANZIANA E TELEVISIVA AL CENTRODESTRA, INCAPACE DI ASCOLTARE E INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO E L’INSICUREZZA SOCIALE

Due novità  di carattere socio-politico hanno tenuto banco in queste settimane a Milano ed entrambe hanno in qualche misura accompagnato la vittoria di Giuliano Pisapia.
Il radicale pronunciamento di settori della borghesia più tradizionale e (soprattutto) lo spostamento di consensi dentro il lavoro autonomo, che pure aveva rappresentato storicamente una constituency del voto di centrodestra.
La prima novità  è stata scandita dalle interviste pro-Pisapia di diversi esponenti delle èlite industriali e finanziarie e dalla nascita di un gruppo di saggi capitanati da Piero Bassetti.
La seconda è stata fotografata da alcune analisi del voto del primo turno, realizzate dalla «Swg» per conto dello staff di Pisapia, analisi che segnalano come tra gli elettori laureati ci siano stati 30 punti di differenza a favore del centrosinistra e come tra i lavoratori autonomi Pisapia abbia sopravanzato la Moratti di ben 17 punti (tra i lavoratori dipendenti Giuliano stava sopra Letizia di 15 punti).
A stare all’insieme delle elaborazioni «Swg» il centrosinistra avrebbe avuto dunque un elettorato più giovane, più colto, più inserito nell’attività  produttiva mentre il centrodestra avrebbe presidiato meglio gli strati a bassa scolarità  e più avanti con gli anni.
Un’audience molto televisiva, viene da commentare.
Come si spiega questo che appare un vero e proprio ribaltone?
Non è facile rispondere a caldo, però è probabile che sia in qualche maniera mutata la cultura di fondo dei professionisti, dei commercianti e delle partite Iva milanesi.
La Grande Crisi che ha colpito questi strati, che ne ha tarpato le ali e evidenziato una condizione di debolezza in termini di protezioni sociali, può aver favorito una migrazione – non sappiamo quanto temporanea – da un orientamento prettamente «liberale» a una visione «laburista» della propria collocazione sociale.
Anche da un punto di vista lessicale ormai siamo abituati ad accomunare un giovane avvocato o un architetto junior alla voce «precario», cosa che evidentemente sarebbe stata improponibile dieci o forse ancora cinque anni fa.
Se dai giovani passiamo ad analizzare chi tra i legali, i commercialisti e gli architetti il lavoro ce l’ha vediamo che c’è sicuramente uno strato d’eccellenza (il 24%) che si è internazionalizzato e che dovrebbe aver risentito meno della crisi, ma il grosso (ben il 57%) lavora solo per la città  o al massimo per la Lombardia.
Mentre non si è ancora sviluppato un intenso rapporto con il resto del Nord.
Se focalizziamo la condizione di vita e il posizionamento delle partite Iva il senso di retrocessione appare ancora più evidente.
Chi sceglieva la via del lavoro autonomo lo faceva in nome dell’indipendenza e di un certo gusto del rischio, oggi accade esattamente il contrario.
Spesso si apre una partita Iva sotto il segno della dipendenza da un unico committente e della totale assenza di potere negoziale.
Che c’entra Pisapia con tutto ciò?
Soggettivamente forse poco e tutto sommato i temi del lavoro autonomo non sono stati certo centrali nella sua campagna ma il candidato-sfidante ha comunque usufruito della svolta laburista per affinità  politica e in certa misura per una maggiore capacità  di ascolto dispiegata attraverso il presidio dei social network.
Il voto alla fine ha risentito di questa nuova composizione sociale, dei conseguenti slittamenti culturali e della disillusione nei confronti di alcune parole-chiave tipiche del centrodestra.
Un caso a sè è il meccanismo della gestione separata dell’Inps, un tema molto sentito sulla piazza milanese.
Si può far ricorso alla retorica del lavoro autonomo nei comizi e poi, pur avendo le leve dell’amministrazione comunale e provinciale, non avanzare nemmeno la più elementare delle proposte come quella di creare una «casa delle partite Iva» che fornisca a pagamento servizi e formazione continua?
Ma torniamo alla borghesia tradizionale.
Sicuramente Milano è un terreno d’osservazione privilegiato per analizzare le trasformazioni del capitalismo italiano.
Oscurato il ruolo delle grandi famiglie, in ribasso la stella della finanza dura e pura, il cuore del sistema ormai gira attorno alle grandi banche.
Se le imprese milanesi una volta facevano la spola con Roma per il giro dei sette ministeri, ora nell’epoca della spesa-pubblica-zero tutto si sposta in banca.
Torna a Milano e mostra l’inutilità  dei partiti che stanno al governo.
I criteri di finanziamento, la creazione delle reti di impresa, l’impostazione delle politiche di settore e di filiera via via tendono a passare dalle anticamere dei grandi player del credito.
Se davvero come si dice Intesa e Unicredit dovessero cooperare per il rilancio delle infrastrutture del Nord, ciò diventerebbe evidente anche per quanto riguarda la trasformazione del territorio.
E si realizzerebbe un’ulteriore perdita di ruolo dell’intermediazione della politica romana.
Anche qui: che c’entra tutto ciò con Pisapia?
Direttamente poco, ma spiega come tutte queste esperienze e culture non tendono più ad affluire nel centrodestra ma prendono le strade più disparate facendo mancare però linfa vitale all’asse Pdl-Lega. E determinando anche un distacco con la borghesia più tradizionale.
Lo stesso ragionamento vale per il ruolo delle fondazioni bancarie e anche qui la causa sta nella difficoltà  di finanziare dal centro le politiche di welfare.
Per dirla con Nanni Moretti di «Habemus Papam», c’è «un deficit di accudimento» da parte della politica nei confronti dei ceti urbani vulnerabili che invece nel momento del bisogno si trovano a fianco istituti della società  civile, una rete di secondo welfare fatta di fondazioni, filantropia, volontariato, fondi privati.
Ed è abbastanza evidente che le reti della solidarietà  non presentano molti punti di contatto con il centrodestra, anche in virtù della fortissima e controproducente polemica scatenata a Milano dalla Lega contro il cardinale Tettamanzi, che ha dato vita proprio a un fondo di sostegno alle vittime della crisi.

Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera“)

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LA STAMPA ESTERA NON HA DUBBI: “BERLUSCONI HA SUBITO UNA SCONFITTA DURA, UMILIANTE E SEVERA”

Maggio 31st, 2011 Riccardo Fucile

DAL GUARDIAN AL WALL STREET JOURNAL, DA LE MONDE A LO SPIEGEL, L’OPINIONE E’ SEMPRE LA STESSA: IL CAPPOTTO SUBITO DAL PREMIER RAPPRESENTA UNA SVOLTA PER L’ITALIA

”Dura”, ”umiliante”, ”severa”.
Queste le parole più usate per raccontare la sconfitta di Berlusconi.
La vittoria di Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris ai ballottaggi di Milano e Napoli fa il giro del mondo e balza sulle pagine dei principali quotidiani internazionali.
Tutti, dalla Gran Bretagna agli Usa, sottolineano come il risultato di Milano rappresenti “un test nazionale” per il premier italiano.
“Berlusconi perde le città  chiave alle elezioni locali”, è il titolo della BBC secondo cui la tornata elettorale “era vista come l’esame maggiore per il tormentato premier”.
Il Guardian titola “Berlusconi affronta un’umiliazione a Milano dove gli elettori sostengono un sindaco di sinistra” e osserva che il Cavaliere “ha cercato di trasformare il ballottaggio in un voto di fiducia sulla sua vita privata e sul suo governo” incorrendo “in un disastroso errore di giudizio”.
Anche per il Financial Times le elezioni amministrative sono viste come “una dura sconfitta” per il premier: “Risultati che potrebbero obbligarlo a rimescolare la leadership del partito e probabilmente mineranno la ristretta maggioranza in Parlamento”.
In Francia, Le Figaro titola “Doppia sconfitta simbolica per Berlusconi”.
Per il quotidiano parigino, “sono due battute d’arresto che potrebbero sconvolgere il panorama politico italiano”.
Mentre Le Monde titola “Colpo di avvertimento” e osserva che i risultati elettorali sono “una dura punizione” per il presidente del Consiglio.
In Germania, invece, lo Spiegel titola “l’Italia punisce Berlusconi” e evidenzia come “le sue scappatelle private siano state politicamente troppo costose”. “Berlusconi incassa una umiliante sconfitta nel suo feudo elettorale di Milano”, è il titolo di El Mundo che scrive come “il peggiore degli incubi sia diventato realtà  per il premier”.
Ora, “è possibile che l’umiliazione subita da Berlusconi nella sua città  natale porti la Lega Nord a rompere la sua coalizione con il primo ministro”.
El Pais colloca la notizia in prima pagina e titola “Il centrosinistra trionfa a Napoli e Milano”.
Il quotidiano, in un commento di spalla, osserva come il premier “sia apparso nervoso, quasi esasperato nelle ultime settimane”.
E c’è “la sensazione che a Milano sia cominciato il conto alla rovescia per il berlusconismo”.
Ora, per il giornale, “tutto può succedere se i milanesi e la borghesia industriale del Nord ripudiano i due partiti che li hanno rappresentati negli ultimi 20 anni”.
Oltreoceano la notizia corre dagli Usa al Sud America.
Per il Wall Street Journal si tratta di una “sconfitta senza precedenti”, un risultato che “pone un punto interrogativo sulla presunta maggiore forza del milionario: la sua abilità  a condurre i suoi sostenitori nelle elezioni”.
Severo anche il commento del quotidiano argentino La Nacion, che titola “Duro rovescio per Berlusconi: per gli analisti, la sconfitta segna l’inizio della fine della sua carriera”.

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LA LEGA AVVERTE BERLUSCONI: “INDICHI PRESTO IL SUCCESSORE O ALLE URNE ANDREMO DA SOLI”

Maggio 30th, 2011 Riccardo Fucile

E IL PREMIER VUOLE GLI STATI GENERALI DI UN PDL ORMAI PROFONDAMENTE DIVISO IN CORRENTI….I NOMI IN BALLO SONO QUELLI DI TREMONTI E FORMIGONI…VOCI SU BONDI ALLA DIREZIONE EDITORIALE DE “IL GIORNALE”

Nel governo le carte stanno per essere gettate sul tavolo.
Se i ballottaggi dovessero trasformarsi per il Cavaliere in un bagno di sangue, il Carroccio si appresta a chiedergliene conto.
Una prospettiva che Berlusconi scaccia come «irrealistica», forte di quel patto che due settimane fa è stato rinnovato a palazzo Grazioli.
Bossi – rammenta Paolo Bonaiuti – ci ha dato   precise garanzie sul futuro».
E tuttavia la politica è un terreno insidioso, anche i patti d’acciaio possono trasformarsi in stagno di fronte a una grandinata elettorale.
Nel Pdl ricordano oggi con apprensione il precedente di Romano Prodi.
L’alleanza con Bertinotti e la sinistra radicale era stata fino a quel momento la polizza sulla vita del Professore.
Finchè l’allora presidente della Camera, parafrasando Flaiano, paragonò Prodi a Cardarelli, «l’ultimo poeta morente», decretando finita l’esperienza dell’Unione, salvo aggiungere che il governo poteva anche andare avanti «fino alla fine della legislatura». Dopo quell’intervista Prodi durò un altro mese e si dimise.
Ecco, le condizioni di debolezza del centrodestra, la paralisi di fatto dell’esecutivo, stanno rapidamente portando il premier a uno scenario simile.
E dunque nel Carroccio, ai piani alti, si vanno svolgendo ragionamenti che prevedono esplicitamente il dopo-Berlusconi.
Non sarà  un processo semplice, ma l’intenzione – sempre che i ballottaggi dovessero risolversi in una debacle – è quella di mettere il premier di fronte a una scelta secca: indicare in fretta il proprio successore, oppure dire addio all’alleanza con la Lega. Emissari del Carroccio hanno già  iniziato a sondare il terreno con gli uomini più vicini al Cavaliere: «Se ci rendiamo conto che con Berlusconi si perde, tanto vale presentarci da soli alle politiche. Perso per perso, recuperando la nostra autonomia e con una linea dura possiamo di sicuro limitare i danni».
Conta il precedente di Casini nel 2008, quando l’Udc, nonostante tutti i pronostici e con una campagna elettorale di fatto bipartitica, riuscì comunque a portare a Montecitorio 36 deputati.
Comunque la linea non è ancora questa. Dipenderà  dal Cavaliere e dalle sue risposte. «Berlusconi – spiegano nel Carroccio – per noi è un alleato importante e finora è stato l’unico che ci ha consentito di portare a casailfederalismo. Per cui l’alleanza con il Pdl la vogliamo mantenere, ma non può essere lui il candidato premier. Scelga un suo successore e iniziamo a preparare subito le elezioni per vincerle».
L’idea è quella di andare al voto con un anno di anticipo, approfittando della disorganizzazione del centrosinistra.
Venuto meno Berlusconi, osservano nella Lega, verrebbe meno anche il pretesto che tiene insieme l’alleanza larga da Vendola a Casini.
Cosicchè le opposizioni sarebbero costrette a ripensare le coalizioni possibili in vista del voto.
Su chi potrebbe essere il candidato per il dopo-Berlusconi, nella Lega e anche nel Pdl fioccano le ipotesi. Ma sulla carta i due nomi più forti sono al momento quelli di Giulio Tremonti e Roberto Formigoni.
Il primo per evidenti assonanze con la Lega. Il secondo perchè forte della sua “constituency” ciellina, con il vantaggio di liberare il Pirellone per un candidato leghista.
In attesa dell’ultimatum del Carroccio, martedì sera Berlusconi riunirà  l’ufficio di presidenza del Pdl per tentare l’operazione rilancio.
L’idea è quella di convocare degli “Stati Generali” del partito prima dell’estate.
Una sorta di surrogato del Congresso, con una platea di eletti del Pdl a tutti i livelli. Ma senza grandi sconvolgimenti nel partito.
L’unica novità  riguarderebbe il Giornale: sarebbe in arrivo come direttore editoriale Sandro Bondi, affiancato da un giornalista di esperienza alla macchina.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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DIECI ANNI DI LEGGI AD PERSONAM PER BERLUSCONI: SONO COSTATE AGLI ITALIANI 2,2 MILIARDI DI EURO

Maggio 27th, 2011 Riccardo Fucile

IL CALCOLO E’ STATO FATTO BASANDOSI SULLE SOLE ORE IMPIEGATE IN PARLAMENTO E IN COMMISSIONE PER DISCUTERE DI EX CIRIELLI, LODO ALFANO E VARIE

Quanto sono costate le leggi “ad personam” che il Parlamento ha cucito addosso al presidente del Consiglio Berlusconi in questi anni?
Un calcolo complessivo è praticamente impossibile da fare.
Ma per i soli lavori parlamentari, vale a dire per le sole ore impiegate da deputati e senatori in commissione e in aula per discutere di “ex Cirielli” o di “Lodo Alfano” lungo i tornanti del decennio 2001-2011, un calcolo si può fare.
Uno l’ha fatto l’Idv : lo studio ci informa che la spesa è stata esorbitante, due miliardi e 259 milioni di euro per i soli dieci provvedimenti che riguardano i guai di Berlusconi con la giustizia e il conflitto di interessi diretto.
Per ottenere la cifra, si è partiti dalle ore che Camera e Senato hanno dedicato alla discussione di questi provvedimenti: a Montecitorio, tra aula e commissioni, se ne è parlato per 731 ore e mezza (praticamente un mese intero in dieci anni contando giorno e notte).
A Palazzo Madama per 629,23.
I numeri, tratti dalle banche dati delle due assemblee sono considerevoli. si pensi che in un anno l’aula di Montecitorio si riunisce approssimativamente per 760 ore e quella del Senato per circa 500.
Ma come fare a sapere quanto “costa” un’ora di lavoro alla Camera o al Senato?
Il vicepresidente del gruppo Idv a Montecitorio Borghesi ha pensato di ricavarlo attraverso un calcolo.
Ha diviso le ore complessive di seduta dell’ultimo biennio per il costo di ciascuna Camera.
E ha ottenuto un dato (ripulito dai soldi dei rimborsi ai partiti che alla fine non ricadono sul funzionamento del lavoro d’aula o di commissione) che è di 1.859.447 euro per Montecitorio e di 1.428.045 per Palazzo Madama.
La cifra, già  di per sè sorprendente (oltre un milione di euro solo per un’ora di lavoro), è stata via via moltiplicata per i dieci provvedimenti presi in esame: quelli che servivano solo ed unicamente al premier.
Vediamone il dettaglio.
Per la prima legge blocca rogatorie (la 367 del 2001) che provò a coprire i movimenti sui conti svizzeri tra Cesare Previti e il giudice Renato Squillante, Camera e Senato hanno lavorato 69,55 ore. La spesa calcolata è stata di 114 milioni di euro e spicci.
Sono stati invece di oltre 363 milioni i costi per approvare in 218 ore di lavoro il legittimo sospetto (la legge 248 del 2002) che permette di chiedere la ricusazione del giudice nel caso la difesa sollevi sospetti sull’imparzialità  dello stesso.
Viene poi il tempo dei “lodi” per evitare che vadano a processo le cinque più alte cariche dello Stato. Il “lodo Schifani” (legge 140 del 2003, che la Consulta dichiarò incostituzionale l’anno seguente) ha impegnato il parlamento per 103,58 ore, con una spesa di quasi 178 milioni investita in nulla.
Alla serie della fuga dai processi per questa via, appartiene anche il Lodo Alfano (legge 124 del 2008).
Il Parlamento ne discusse per 36,17 ore, buttando a mare circa 61 milioni di euro prima che la Consulta lo impallinasse nuovamente nel 2009.
Stessa sorte per il Legittimo impedimento (legge 51 del 7 aprile 2010) che dopo 59,48 ore di lavoro e quasi cento milioni di spesa, è finito menomato sempre dai giudici costituzionali mesi dopo.
Adesso al Senato si discute il Lodo Alfano Costituzionale: non è ancora legge, ma è già  costato il lavoro di 30,35 ore per 43 milioni di spesa.
Sempre sul tema la ex Cirielli che riduce i termini della prescrizione (la 251 del 2005) è stata dibattuta per 149 ore: il conto è di 242 milioni di euro circa.
La legge Pecorella, invece, che rendeva inappellabili le sentenze di proscioglimento (anche questa, la 46 del 2006, fu azzoppata dalla Corte Costituzionale nel 2007), contemplò un impiego di 107 ore: 178 milioni.
C’è poi il capitolo Gasparri. La legge che porta il suo nome (la 112 del 2004) serviva a “risistemare” il sistema radiotelevisivo: fu discussa per 542 ore, una spesa di 924 milioni. Lo stesso si cimentò poi sul processo breve.
La norma deve ancora ripassare dal Senato, ma per adesso ha visto deputati e senatori discuterne per 143 ore (235 milioni di spesa).
Il conto buca i due miliardi di euro.
E non sono state conteggiate, per scelta, altre leggi che hanno fatto bene a Berlusconi e al suo conflitto di interessi, come la cancellazione dell’imposta di successione, il decreto salva-calcio, il condono fiscale del 2003, la Salva Rete 4, le due finanziarie (2004 e 2005) che contenevano norme sul digitale terrestre in grado di favorire l’impresa di un decoder prodotto da una ditta che faceva capo a suo fratello, Paolo Berlusconi, l’estensione del condono edilizio, la previdenza integrativa individuale allargata al ramo assicurativo.

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BERLUSCONI CONTRO BOSSI: “NON ACCETTERO’ UN ALTRO RIBALTONE, DEVE DARMI GARANZIE SUBITO”: MA NON ERANO COSI’ AMICI?

Maggio 25th, 2011 Riccardo Fucile

DA COMPAGNI DI MERENDE A PARENTI-SERPENTI: IL PREMIER TEME UN GOVERNISSIMO E L’EMERGENZA ECONOMICA…UN MINISTRO DICE: “SE CADE MILANO, A SILVIO CONVIENE GOVERNARE LA SUA SUCCESSIONE”… L’UNICO NOME CHE TROVEREBBE D’ACCORDO LE VARIE CORRENTI E’ QUELLO DI GIANNI LETTA

Saltare a piè pari il risultato (che si prevede catastrofico) dei ballottaggi a Milano e Napoli.
Provare a far finta di niente, proiettando l’azione del governo sui prossimi mesi. Allontanare lo spettro di quel governissimo che è tomato a materializzarsi su palazzo Chigi.
A questo servirà  l’ufficio di presidenza convocato oggi da Berlusconi, dopo essersi coperto le spalle con il faccia a faccia di ieri sera con Umberto Bossi.
Un incontro a tratti teso, durante il quale il premier ha chiesto conto all’alleato di quei “rumors” su una trattativa segreta imbastita dal Carroccio con le opposizioni sulla legge elettorale.
«Umberto – ha scandito il Cavaliere – la riforma elettorale è una mossa studiata a tavolino per far saltare il governo e rompere la nostra alleanza. Ve ne rendete conto? Ma se pensate che a pagare ai ballottaggi possa essere soltanto io vi sbagliate di grosso. Non me ne starò certo zitto mentre preparate un ribaltone. Mi dovete dare garanzie ora».
La fragile tregua che faticosamente viene siglata alla fine del summit – con la decisione di accantonare la querelle sul trasferimento dei ministeri e la promessa di marciare uniti sulla riforma elettorale – servirà  dunque ad arrivare almeno fino al voto senza ulteriori scossoni.
Ma non allontana la prospettiva di uno show-down traumatico a urne chiuse.
Il Cavaliere è determinato comunque ad andare avanti e stasera, a Porta a Porta, ripeterà  come un mantra le tre parole d’ordine che saranno messe nero su bianco dal vertice del Pdl: riforma del fisco, piano per ilSud, riforma della giustizia.
Nulla di nuovo, se non l’ennesimo annuncio di uno sblocco dei dieci miliardi di euro di fondi strutturali europei.
Ma il contropiede deciso ieri nella riunione con Verdini, Bonaiuti, Cicchino eAlfano, prima che arrivassero i leghisti, serve appunto a gettare preventivamente una rete di sicurezza per quello che potrebbe accadere da lunedì, quando Napoli e Milano potrebbero ritrovarsi con due sindaci di centrosinistra.
«Proveranno a farmi fuori – ha spiegato Berlusconi – e noi dobbiamo anticiparli, dobbiamo togliere ogni valenza politica al voto. E dare una prospettiva di legislatura al governo».
Più facile a dirsi che a farsi.
Sapendo, ad esempio, che il Terzo polo ha fatto capire di essere pronto a rientrare in maggioranza in caso di passo indietro del Cavaliere.
Ieri sera, però, a palazzo Grazioli mancava il protagonista, il ministro che dovrebbe garantire l’attuazione della riforma fiscale e del piano di interventi per il Mezzogiorno. Nonchè uno dei principali sospettati per guidare quel governo di unità  nazionale che Berlusconi teme come la peste: Giulio Tremonti.
Il quale ieri, annusata l’aria, ha detto chiaro e tondo quello che pensa: «Non condivido la frase “adesso che è finita la crisi si può fare… allargare i cordoni della borsa, reperire risorse, trovare soldi. C’è un deficit di comprensione di quello che è successo e di quello che non può continuare a essere».
Dunque niente soldi. Anzi, la prospettiva è nera, con l’imminente arrivo di tagli per 40 miliardi di euro in tre anni, di cui una decina da trovare subito.
Oltretutto Tremonti può farsi forte del pesante giudizio dato ieri dalla Corte dei conti. I magistrati contabili sostengono che per rispettare i nuovi vincoli europei sul debito occorrerà  un intervento «del 3% all’anno, pari a circa 46 miliardi nel caso dell’Italia». Una mazzata «di dimensioni paragonabili a quella realizzata nella prima parte degli anni Novanta perl’ingresso nella moneta unica».
Per taluni ministri la copertura politica di un governo di salvezza nazionale.
E come se tutti i nodi venissero al pettine, le questioni lasciate in sospeso presentassero il conto tutte insieme a Berlusconi: il bilancio dello Stato, lo stato del Pdl, la sconfitta (possibile, probabile) alle amministrative, il rapporto con la Lega.
Un ministro del Pdl non si fa illusioni sui margini di manovra rimasti al capo del governo: «Se lunedì perdiamo a Milano viene giù tutto. Berlusconi a quel punto può decidere da solo di fare un passo indietro subito e governare così la sua successione. Oppure, se insiste a far finta di niente, tempo tre mesi qualcuno si incaricherà  di farlo fuori comunque».
Gli scricchiolii già  si avvertono e, a dispetto delle rassicurazioni notturne e dei pugni affettuosi che Bossi gli assesta sul palmo della mano, è sul Carroccio che si appuntano tutti i sospetti.
«I leghisti – confida il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa– ci stanno avvicinando discretamente per proporci la riforma elettorale. Al loro interno c’è dibattito su questo ed è chiaro che la proporzionale è il salvagente che gli consentirebbe di non affondare insieme a Berlusconi. Potrebbero presentarsi da soli alle elezioni e poi trattare con chi vince».
Anche nel Pdl si ragiona come se il dopo-Berlusconi fosse già  iniziato.
Ma il nome che potrebbe mettere tutte le correnti d’accordo, lasciando impregiudicata la scelta del candidato premier per il 2013, è uno soltanto: Gianni Letta.

Bei Francesco
(da “La Repubblica“)

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CHI FORNISCE AL PREMIER LE STORIELLE DA OSTERIA CHE POI LUI RACCONTA IN GIRO? GIORGIO STRACQUADANIO

Maggio 21st, 2011 Riccardo Fucile

GRAZIE A QUESTO RUOLO DI BARZELLETTIERE STA SALENDO NELLE PREFERENZE DEL PREMIER, NOTO UTILIZZATORE FINALE… PETTINATURA DA PARROCO E BLAZER DA YACHTMAN SEMBRA ARRIVATO DA “LA SAI L’ULTIMA?” DIRETTAMENTE A MONTECITORIO

Il gioviale Giorgio Stracquadanio deputatissimo Pdl è un collezionista e questo non depone granchè: spesso i collezionisti sono vittime di ossessioni. Stracquadanio, però, ha occupato una postazione fino a poco fa inedita: quella di porta-barzellette, nel senso che le va raccogliendo.
Non per se stesso, ma per interposta persona.
L’utilizzatore finale è lui, il grande Capo Silvio.
Non che il premier l’abbia mai investito ufficialmente dell’incarico, ma la cosa è nota negli ambienti che contano (quelli dei barzellettieri): il prestigioso incarico Stracquadanio, à§a va sans dire, se lo è straguadagnato.
Ora il ridanciano deputato, pettinatura da parroco, guardaroba da yachtman, blazer marinari, oro da tutti i bottoni (giusto: a Montecitorio non si passeggia forse in Transatlantico?) è incappato in una nuova gustosa storiella.
Che gioia per Berlusconi, Stracquadanio dovrebbe essere una Pasqua! Invece, tentenna dopo l’indignazione suscitata dall’elegante barzelletta sulla mela (al sapor di… abbiamo tutti saputo di cosa) di cui è l’orgoglioso fornitore. La neo gag, a quanto pare, sarebbe terribile e quindi il Cavaliere ne andrebbe ghiotto, pronto a raccontarla pure in Consiglio europeo.
Rispetto a questa, la mela e dintorni sarebbe quasi adatta a Biancaneve, esperta del ramo, nel senso del frutto.
Il potere ha sempre creato nuovi mestieri e nuove mansioni.
Il Cavaliere gran raccontatore e inventore della militanza della barzelletta ha bisogno di un fornitore di materia prima e fresca.
Un tempo, quando la politica non era show, c’erano figure più arcaiche.
C’era lo spazzolatore di forfora (accompagnava il doge bianco Carlo Bernini). Il giocatore di spizzichino (variante del tresette caro a Ciriaco De Mita). Il segretario sommelier (Enrico Manca andava pazzo per il bicchierino di porto). Oggi Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia con psicosi dell’avvelenamento, gira con l’assaggiatore, manco fosse un Borgia, una maharani, o Alì Babà .
Il porta-barzellette è ruolo nuovo e di spicco nella filologia comunicativa del Cavaliere, uomo di spettacolo e avanspettacolo, prima di tutto.
E gli argomenti delle barzellette esprimono bene le metamorfosi e le evoluzioni del rapporto con la pancia del suo popolo, con le istituzioni, con la percezione di poter alzare il tiro. In principio, il filone preferito era napoleonico.
Poi, dalle storielle in cui Dio era suo vice e Gianni Letta girava il mondo per mausolei e santi sepolcri all’altezza, lui risorgeva e via così con miracoli di ogni tipo – altro che padre Pio – si è arrivati al simpatico genere da osteria.
Ora Stracquadanio vive in uno stato di beatitudine.
Dopo una performance in cui ha dato in escandescenze ad “Annozero” ma che secondo lui ha spezzato il gioco di Santoro (prima di andarci, ha studiato tutte le puntate precedenti), ha ricevuto una telefonata di Berlusconi: “Sei stato bravissimo”, gli ha detto.
Per paura di spezzare l’incanto in cui si trova, esita, dopo il fattaccio della mela, a riportare al premier la nuova scabrosissima barzelletta.
L’ha sottoposta come test a varie persone: ululando lo hanno pregato di interrompere il racconto: “E’ quasi da crisi di governo”.
Il barzellettiere di gran rango deve anche saper usare il pudore preventivo.

Denise Pardo
(da “L’Espresso“)

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GOVERNO BATTUTO QUATTRO VOLTE ALLA CAMERA SU MOZIONE DI FUTURO E LIBERTA’: 264 A 254, CON 12 RESPONSABILI ASSENTI

Maggio 18th, 2011 Riccardo Fucile

PER IL GOVERNO UN’AMARA RIPRESA DEI LAVORI PARLAMENTARI, DOPO LE AMMINISTRATIVE… ESECUTIVO BATTUTO POI ANCHE DA MOZIONI IDV E PD SU CUI AVEVA ESPRESSO PARERE NEGATIVO

Rientro amaro in Parlamento per il governo alla ripresa dei lavori parlamentari dopo le amministrative.
Infatti la maggioranza è stata battuta in Aula alla Camera nel corso delle votazioni delle mozioni sulla situazione delle carceri.
L’esecutivo è andato sotto quattro volte: sui documenti presentati da Fli, dal Pd e da Idv su cui aveva espresso parere negativo e che invece sono stati approvati dall’Assemblea di Montecitorio, poi sul testo, respinto, presentato dalla maggioranza su cui il parere era positivo.
Il testo di Fli, su cui il governo aveva espresso parere contrario, è passato con 254 no e 264 sì, quindi dieci voti di differenza.
Il testo della mozione impegna il governo «ad assumere iniziative volte ad adeguare, in vista dei prossimi provvedimenti finanziari, la spesa pro capite per detenuto, prevedendo, rispetto alla base del 2007, una riduzione non superiore a quella media relativa al comparto Ministeri».
Nella mozione si chiede poi l’impegno dell’esecutivo «a predisporre sul piano normativo un complesso di riforme – dalla depenalizzazione dei reati minori, a una più ampia e più certa accessibilità  delle misure alternative alla detenzione, dalla definizione di parametri più accessibili per la conversione delle pene detentive in pene pecuniarie, ad una più severa limitazione del ricorso alla custodia cautelare in carcere – che avrebbero, nel complesso, un effetto strutturalmente deflattivo, concorrendo a migliorare le condizioni di detenzione e a rendere servibili quegli strumenti di trattamento che perseguono le finalità  rieducative costituzionalmente connesse alla pena».
Infine si chiede di «implementare il «piano carceri» attraverso il ricorso a forme di partecipazione privata ai programmi di edilizia penitenziaria, utilizzando quegli strumenti di mercato che, anche sul piano urbanistico, possono incentivare gli investitori privati a collaborare con lo Stato ad un progetto di riconversione del sistema e dei modelli di detenzione e di riqualificazione delle case circondariali e di reclusione non più utilizzabili per l’ospitalità  dei detenuti».
I Responsabili «delusi» si fanno sentire.
È tra le file del neogruppo nato a sostegno del governo Berlusconi che si registrano le assenze più evidenti che hanno portato il governo ad andare sotto nella prima votazione a Montecitorio dopo la pausa elettorale.
Oggetto del voto, le mozioni delle opposizioni sulle carceri, in particolare quella di Fli, nulla di grave dunque, ma nel gruppo di Scilipoti&co. gli assenti sono stati ben 12 su 29, tra i quali spiccano Francesco Pionati e Maria Grazia Siliquini che attendono ancora una nomina da sottosegretario.
Assenti anche il neoministro Saverio Romano e Arturo Iannacone, il neoconsigliere economico del premier, Massimo Calearo e poi tra i neofiti della maggioranza si segnalano assenti anche Luca Barbareschi e Italo Tanoni.
Non hanno partecipato al voto – che si è concluso con 264 sì per la mozione firmata dal finiano Della Vedova, e 254 no, 4 astenuti tra i quali i Pdl Luigi Vitali e Marcello De Angelis – anche 16 deputati del Pdl, tra i quali il vicecapogruppo Massimo Corsaro e Nicola Cosentino, e 2 dell’Mpa.
Assenti anche due deputati della Lega.
Si vedono i primi effetti dello Tsunami di domenica e lunedì: dopo la botta elettorale la maggioranza evapora anche in Parlamento.
Tira una brutta aria e lo si capisce dall’assenza in Aula dei sottosegretari dei cosiddetti Responsabili.

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BERLUSCONI CROLLA NELLE PREFERENZE, PER BERSANI ORA E’ REBUS ALLEANZE

Maggio 17th, 2011 Riccardo Fucile

A DESTRA PERDE IL PREMIER, A SINISTRA VINCONO LE PRIMARIE

Berlusconi aveva un racconto, per queste elezioni e il gruppo dirigente del centrosinistra no.
Però gli elettori progressisti hanno trovato il modo di riscrivere il finale della storia, mentre il racconto di Berlusconi c’era sì, ma era totalmente sballato: un film in bianco e nero in un mondo a colori, un documentario seppiato nel tempo digitale.
Quella del Cavaliere è stata una campagna elettorale amministrativa anacronistica.
Tutta centrata sulle sue ossessioni più o meno recenti: le battute su “la mela che sa di fica” e quelle sui “magistrati brigatisti”, i proclami condonistici, i regali ai signori delle spiagge.
Ieri 12 milioni di italiani nelle urne hanno detto: “Voltiamo pagina”.
Cambia il vento.
Crollano le roccaforti della destra, Cagliari e Milano, vince il centrosinistra a Torino e Bologna.
A Napoli il duello rusticano fra le “due sinistre” proietta De Magistris verso una possibile vittoria.
Una lunga notte di numeri e passioni che passerà  alla storia come la “Breccia di Pisapia” (CopyrightRiccardo Mannelli).
“Ci metto la faccia”, aveva gridato spavaldo Berlusconi candidandosi a Milano: ha preso meno voti delle elezioni precedenti.
E così ora Letizia Moratti (“È la mamma di Batman, fa finta di essere Mary Poppins, assomiglia a Crudelia“, ha riassunto icasticamente Nichi Vendola) diventa il capro espiatorio di una nuova Caporetto: “Ha sbagliato nel duello su Sky”, dicono i suoi, “È stata troppo fredda”.
Quadretto illuminante.
Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello si incrociano nello studio de La 7 mentre arrivano i primi dati della disfatta all’ombra del Duomo: “Hai visto Milano?”, dice il primo. “Adesso scoppierà  un casino…”, risponde il secondo.
E’ tutto pronto.
Diranno che è stata Letizia a perdere: con i suoi milioni di euro sbattuti con arroganza sul tavolo, il suo colpo basso fuori tempo massimo nel duello elettorale.
Adesso le veline ufficiali dicono: “Berlusconi non era d’accordo”.
Ma la verità  è che lo stesso vento soffia – per esempio – anche all’ombra del Castello, dove il giovane Massimo Zedda strappa il ballottaggio con un risultato miracoloso.
E cosa unisce i due candidati di opposizione?
Non tanto il fatto che fossero entrambi di Sinistra e libertà , quanto che fossero tutti e due figli delle primarie: con la società  civile che riscrive le liste predisposte dagli apparati e li sospinge al ballottaggio da posizioni di forza.
Non riguarda solo Pisapia e Zedda: le primarie hanno rafforzato anche Piero Fassino (facendo emergere la coalizione al centro, con Gariglio, e a sinistra, con Michele Curto) e persino il candidato più debole (Virginio Merola, quello che non sa in che campionato giochi il Bologna!), hanno messo in moto la macchina della mobilitazione.
C’erano le piazze piene: 50 mila persone a Milano la sera di Vecchioni; folle imponenti per Vendola in ogni angolo d’Italia (il centrosinistra trionfa, fra l’altro, in Puglia); c’era un pezzo di società  raccolto intorno a De Magistris a Napoli: la tv non aveva raccontato questi fenomeni, e le segreterie non se ne erano accorte. Ma hanno contato.
Sì, Berlusconi aveva un suo racconto.
La mattina della vigilia, su tutti i quotidiani, il medesimo retroscena, Il Cavaliere sicuro: “A Milano vinciamo al primo turno, la gente è andata a votare per noi”. Curioso strafalcione, nel giorno in cui ha dovuto ammettere: “Sono amareggiato”. Di notte arriva la nuova velina di Palazzo Grazioli: “Ha vinto la sinistra estrema”. In realtà  Berlusconi aveva sottoscritto e coperto i due episodi -simbolo della campagna elettorale, il vero trionfo dell’estremismo: ovvero i manifesti sulle procure brigatiste di Lassini (al punto che il candidato è rimasto in lista ed è salito persino sul pullman del Milan campione), e l’attacco sul processo per furto d’auto a Pisapia.
La verità  è che lo stesso tentativo di trasformare le amministrative in un voto politico ed ideologico si è trasformato in un boomerang: successe anche a Massimo D’Alema, nel 2000, ma continuano a caderci tutti (diceva Montale: La storia non è magistra/ di niente che ci riguardi”).
Il tracollo di Pdl e Lega a Milano è solo la metafora perfetta di un cataclisma, il racconto del punto della storia in cui cambia il vento: la città  in cui è nata Mani pulite, hanno trionfato prima la Lega (ricordate Formentini?) e poi il Berlusconismo (prima con la bella faccia del Borghese Albertini, poi con il ghigno cotonato della plutocrate Moratti) può diventare anche quella in cui risorge la sinistra.
Su tutto pesa l’incognita della Lega che annulla la conferenza stampa convocata per le sette di sera, per attendere i risultati dei comuni dove il Carroccio corre contro il Pdl, in comuni come Gallarate o Rho .
Resta il problema del centrosinistra e del Pd: dove prova a riprodurre le logiche degli apparati senza rispondere al bisogno di cambiamento (vedi il pasticciaccio di Morcone a Napoli) il principale partito di opposizione scompare.
Dove accetta i verdetti delle primarie, il Pd acquista un senso e la possibilità  di vincere (come già  in Puglia e a Firenze).
Ma ieri la corretta dichiarazione di Bersani (“Vinciamo noi, perdono loro”) era letta con un tono talmente entusiastico da ispirare una battutaccia a Gepi Cucciari (“Sembrava una partecipazione funeraria”).
“Questo voto è uno dei tre uppercut a Berlusconi”, gridava raggiante Antonio Di Pietro.
E sarebbe sicuramente vero, se non proseguisse il paradosso di una coalizione che vive praticamente in clandestinità , e che non ha mai visto (nemmeno una sola volta!) i suoi leader salire sullo stesso palco.
Questo voto è – a sinistra – la migliore risposta agli azzeccagarbugli e ai dalemoni che hanno l’ossessione del “terzo Polo”: questo strano centrosinistra, vitale tra i suoi elettori, e “clandestino” tra i suoi dirigenti, può vincere anche da solo quando lavora sulla realtà  e sui problemi veri.

Luca Telese

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UNA PROMESSA PER TUTTI, GARANTISCE LUI: SULLE CASE ABUSIVE A NAPOLI, SUI SOTTOSEGRETARI A CROTONE, SUL COSTO DEI TRAGHETTI AD OLBIA

Maggio 14th, 2011 Riccardo Fucile

IL SOLITO RITO BERLUSCONIANO DEL “GHE PENSI MI” REGGERA’ ANCORA O GLI ITALIANI SCARICHERANNO L’IMBONITORE MEDIATICO?…SU QUESTO QUESITO SI GIOCHERA’ IL DESTINO DELLE AMMMINISTRATIVE E DEL GOVERNO

Ieri il premier   è intervenuto per telefono a una manifestazione dell’Alleanza di Centro a Reggio Calabria.
Ha assicurato: che Pionati avrà  il suo sottosegretariato; che dopo la promozione al ministero delle Infrastrutture di Aurelio Misiti e a quello dell’Economia di Antonio Gentile, la prossima sarà  quella al ministero del Lavoro di Giuseppe Galati; che infine «ci saranno tre calabresi che lavoreranno per la loro regione nel governo».
Quattro giorni prima, a Olbia per sponsorizzare un candidato, il suo amico ortopedico Settimo Nizzi, aveva garantito che il sottosegretario sarà  un potente del luogo, Mauro Pili.
I Responsabili lamentano di non aver avuto quanto era stato concordato? Silvio cita Sciascia: «È giusto, ciascuno avrà  il suo».
Si consuma il sommo Rito, quella di promessa per tutti.
Gianfranco Fini, sostiene che il presidente del Consiglio cadrà  non per via giudiziaria, ma perchè «non ha mantenuto le promesse».
Tesi che varrebbe in tutti i Paesi europei, escluso l’Italia.
Concetto rigorosamente politico, ma che non si adatta al nostro elettorato, altrimenti il premier sarebbe già  dovuto fuggire su un barcone per raggiungere da clandestino Tripoli e il suo compagno di merende Gheddafi.
Purtroppo quando il Cavaliere promette, molti italiani che lo ascoltano sentono come di aver udito la parola di uno sciamano, e non si domandano se la cosa avverrà  anche, oppure no.
Il mezzo è, più che mai, il messaggio, i toni, i modi, il rapporto tra le parole e le diverse piazze.
Berlusconi è a Napoli, dove assai sentito è il problema del condono per le case abusive?
Annuncia «fermerò le demolizioni fino alla fine dell’anno».
Gli domandano del problema del caro traghetti a Olbia? Mette la sua mano sul fuoco, «deve essere risolto, e se ve lo dico io consideratelo già  fatto», interverrà  «chiamando la Tirrenia a ripristinare la linea e intervenendo come stato sui costi dei carburanti».
Gli chiedono dei fondi per la Olbia-Sassari, della statale 125 Olbia-Arzachena-Palau, della stazione ferroviaria?
«Saranno trovati, giuro; lo dico io a Tremonti».
È a Crotone, città  assai disamorata dalla politica, e s’impegna: «Dimezzerò il numero dei parlamentari».
Solo in tal modo si può spiegare come mai l’uditorio continui a prendere dopo tanti anni per buona la promessa: perchè è personalizzata.
Esiste, sì, un format smaccato, il logorìo degli anni, la ripetizione; ma è anche vero che il Capo lo adatta.
La seduzione, diceva Renè Girard, non serve a riportare alla realtà , serve proprio per esorcizzare il peso della realtà .
È il meccanismo del «ripulirò Napoli dalla monnezza in un mese», del «meno tasse per tutti», del «risolvo in quarantott’ore il problema degli sbarchi a Lampedusa».
Certo – rispetto al «meno tasse per tutti», al «miracolo italiano», al contratto con gli italiani in tv da Vespa («prometto che se non avrò realizzato almeno quattro dei cinque punti non mi ricandiderò più») – la promessa odierna ha perso ogni residua grandezza.
Ma la tecnica del Cavaliere fin dalla «discesa in campo» è sempre stata mescolare promesse epocali e piccoli orticelli.
Per esempio «con Letizia Moratti triplicheremo gli anziani assistiti in città », oppure «abbiamo in mente i progetti delle due linee della metropolitana”, lo intervista Radio Kiss Kiss, emittente molto ascoltata dai tifosi del Napoli dove Silvio giura, «ad Allegri piace Hamsik, ma non credo che De Laurentiis sia intenzionato a cedere una star. Escludo dunque questa possibilità . Dò garanzie ai napoletani».
E poi di nuovo, a giro, la promessa: «Supereremo il divario nell’occupazione tra nord e sud».
È come se la Promessa sottendesse l’irrealtà , non la realizzazione; il Sogno, non la psicopatologia della vita quotidiana.
E l’ubiquità  del Capo, “prometto ad Alessandro Nannini di andare a Siena se arriverà  al ballottaggio”, a Coppola «sarò a Torino al secondo turno», a Lettieri «giurò che mi avrai al tuo fianco a Napoli»…
«Sono un uomo di mare», raccontò una volta il Cavaliere accennando ai tanti porti in cui era approdato, fin da sedicenne chansonnier.
Forse per questo ha abituato gli italiani alle sue promesse da marinaio.
Fino a quando?

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