Dicembre 4th, 2018 Riccardo Fucile
SONDAGGIO PRIMARIE PD: ZINGARETTI 39%, MINNITI 32%, MARTINA 29%
Il Fatto Quotidiano racconta
in un articolo a firma di Marco Franchi che gli elettori del Partito Democratico in maggioranza vogliono in caso di nuove elezioni un accordo elettorale con il MoVimento 5 Stelle e lo preferiscono a tutte le altre opzioni:
In caso di elezioni anticipate il 55 per cento degli elettori del Pd preferirebbero un accordo con il Movimento 5 stelle, il 9 per cento con Forza Italia e il 3 con la Lega.
A rilevarlo è ieri un sondaggio di Antonio Noto per il Quotidiano nazionale. Il giorno prima il Foglio aveva pubblicato, invece, i propositi via sms dei tre principali candidati alla segreteria del Pd — Nicola Zingaretti, Marco Minniti e Maurizio Martina -, tutti coincidenti nel “no al dialogo con i grillini”.
Secondo lo stesso sondaggio, inoltre, il 62 per cento dell’elettorato democratico spera in una ricomposizione della sinistra con il ritorno a casa dei bersaniani di Leu.
Un nuovo partito dell’ex premier Matteo Renzi, invece, è stimato al 9 per cento, di cui 5 punti percentuali “rubati” al Pd.
Rispetto alle cosiddette primarie Noto su Qn conferma anche la rilevazione della Izi pubblicata dal Fatto lunedì scorso: Zingaretti è in testa ma, solo col 39%, non abbastanza (serve il 51%) per conquistare la segreteria del Pd ai gazebo senza passare dall’assemblea nazionale del partito. Per Noto, però, l’ex ministro Marco Minniti è più vicino, ad appena 7 punti percentuali (per Izi sette giorni prima era a -14).
Troppo poco per far dormire sonni tranquilli al governatore del Lazio.
L’ultimo segretario Maurizio Martina, invece, vola alto, con un insperato 29 per cento (per Izi al 18). Il voto ai gazebo aperto a tutti, quindi, per la prima volta non sarebbe risolutivo per le “primarie” democratiche.
Uno stallo politico che potrebbe essere risolto come ai tempi della Prima Repubblica, cioè con un bel “biscotto”? Magari attuato dagli ex ministri dei governi Renzi e Gentiloni, Martina e Minniti, proprio ai danni del favorito Nicola Zingaretti?
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
IL LISTONE CIVICO ALLE EUROPEE CHE NON DECOLLA, IL SOSTEGNO POCO CONVINTO A MINNITI, LA BELLANOVA CHE SCALCIA… VIAGGIO TRA I VORREI MA NON POSSO DI RENZI
Ecco il big bang. Del renzismo, chissà del Pd.
Adesso anche Teresa Bellanova, la pasionaria della Leopolda, sta pensando seriamente di candidarsi alla segreteria del Pd.
Decine di incontri sul territorio e anche nel Palazzo. Ci crede: “Io — ripete — non sono seconda a nessuna. In molti me lo stanno chiedendo. Valuterò”.
Poche settimane, proprio alla Leopolda, aveva parlato in chiusura, prima del Capo. Tutti l’avevano interpretato come un segnale, quasi un’investitura. Aveva urlato alla curva gasata, interpretandone la pulsione viscerale, “noi non chiederemo mai scusa”. Mai. Poi Minniti, che sprezzante dice (a lei e Renzi): “Il ticket non è all’ordine del giorno”.
Ci sta che, dopo aver pensato di essere l’erede ed essere stata rifiutata come vice, sia un po’ agitata.
Come andrà a finire, ancora non si sa. Si capisce che c’è una gran confusione, forse creata ad arte, forse spontanea, forse frutto di una dinamica mal gestita perchè, dice un parlamentare vicino a Luca Lotti “se la linea è che noi abbiamo fatto tutto bene, e sono gli italiani a non averci capito, se noi siamo puri e tutto il resto è tradimento, è logico che qualcuno, o qualcuna in questo caso, si senta il Pavolini della situazione”.
Avete sentito bene. Queste parole le dice chi, nei tavoli che contano, è seduto accanto a Luca Lotti, finora braccio destro (e sinistro) del Capo, artefice delle trattative più delicate.
Un vecchio cronista capisce che lì dentro sta succedendo qualcosa. La chiave di lettura la dà Deborah Serracchiani, ai bei tempi anche lei renziana di ferro e ora sostenitrice di Maurizio Martina: “Vuoi la bussola? È questa. C’è chi vuole stare dentro il Pd, e cambiarlo, trasformarlo, anche radicalmente, ma comunque stare dentro. E chi pensa che vada fatta un’altra cosa, fuori dal Pd”.
Dentro o fuori, è il dilemma irrisolto (e il dramma) del Capo. Cioè di Renzi, tentato dal fare altro, costretto a misurarsi con un congresso mai voluto.
Ovvero costretto a misurarsi con un partito diventato contendibile e con un potere non più assoluto.
Col “dopo di sè”, prospettiva indigeribile per chi crede che, senza di sè, non c’è niente che abbia senso. Perchè, diciamoci le cose come stanno, tutta questa storia parte da un vorrei ma non posso, che è altresì una tentazione mai sopita e una amara presa d’atto mai elaborata fino in fondo: se si fosse candidato — e ci ha pensato, eccome — avrebbe rischiato l’effetto referendum, quello di essere travolto da un plebiscito contrario. Nasce da questa paura, di una risposta definitiva e inesorabile il cambio di schema.
Si è visto al congresso in Lombardia, dove Renzi ha benedetto il suo candidato e ha vinto l’altro, Vinicio Peluffo, come reazione ha un marchio che di questi tempi funziona come un boomerang.
E ora è il primo a sapere che, alla fine, sia pur disastrato tenuto assieme con la colla, il partito che uscirà da questa pugna non è più il suo.
C’è molta verità nell’analisi consegnata a qualche amico da quella vecchia volpe di Dario Franceschini: “Chiunque vinca il congresso non vince Renzi”. Perchè uno, Zingaretti, lo archivia brutalmente, l’altro lo porta a una evoluzione. È comunque un’altra cosa.
Le avvisaglie di questo travaglio sono già evidenti negli spazi di autonomia che Marco Minniti, sia pur a fatica, si sta ritagliando per non apparire, e non essere, “il candidato di”.
E infatti non è scontato che Luca Lotti sia il coordinatore della sua lista, anzi su questo c’è una certa tensione. Amplificata dai casini che qualcuno ha già combinato sulle liste dei sindaci che lo sostengono. In Calabria e Campania alcuni hanno dichiarato che non ne sapevano nulla, altri hanno dichiarato di essere di Forza Italia. In parecchi gli hanno ricordato che Lotti è indagato sul caso Consip e rischia un rinvio a giudizio.
Non proprio uno spot per un ex ministro dell’Interno che vuole interpretare il nuovo corso.
A questo punto del discorso, tenetevi forte e immaginate di essere Renzi, con i tanti vorrei ma non posso e una irrefrenabile pulsione al protagonismo, non importa come, anche come presentatore di un programma (a proposito, neanche quello va in onda per ora).
La Bellanova accarezza l’istinto, per la serie “non può finire così, tu sei tu, contiamoci, nel caso ce ne andiamo e facciamo un’altra cosa”, Lotti la ragione, la gestione dell’esistente, il compromesso possibile nelle condizioni date, perchè comunque vincere con Minniti è pur sempre una vittoria, una bella fetta di potere se non proprio tutta la torta. Sembra che a cena l’altra sera, gli abbia chiesto una “quota” del 70 per cento delle liste. Voi capite che non è poco.
Lui, Renzi, asseconda l’uno e l’altro, creando tensioni che poi sfuggono di mano, perchè chi si sogna Macron non può essere un capocorrente, col rischio di rimanere nel limbo di non essere il primo e di perdere il congresso.
Perchè poi, va raccontato anche questa cosa del partito di Renzi. Se ne parla, sono stati fatti incontri, circolano anche sondaggi — quello di Agorà lo darebbe al 12 per cento – ma di concreto, al momento, c’è assai poco, come la famosa rete dei comitati civici, entità metafisica e intangibile, l’abracadabra del mago Scafarotto: compaiono nelle dichiarazioni, non hanno indirizzo nella realtà .
L’idea è quella di un listone civico nazionale, con la mitica società civile — imprenditori, intellettuali, sportivi — che rappresenti l’infrastruttura su cui atterrare, dopo il congresso, per un nuovo inizio.
Per avere appeal serve la società civile, ma al momento assomiglierebbe a una corrente che esce dalla casa madre. Se ne parla, in Transatlantico: “Sai — dice l’acuto Raciti, siciliano raffinato — dal big bang nasce l’universo. Non mi pare questo il caso”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 22nd, 2018 Riccardo Fucile
E IL PARTITO DI RENZI VALE IL 12%
Secondo un sondaggio EMG Acqua presentato oggi ad Agorà , su Raitre, Nicola Zingaretti è in
testa alle preferenze degli intenzionati a partecipare alle primarie del Pd con il 38%, seguito da Marco Minniti con il 28%, e dal segretario uscente Maurizio Martina con il 15%.
Giù dal podio Matteo Richetti con l’8%, Cesare Damiano con il 5%, Francesco Boccia con il 4%, e il giovane Dario Corallo, appena al 2%.
Secondo lo stesso sondaggio, se Renzi fondasse un nuovo partito raccoglierebbe il 12% delle preferenze degli elettori.
In particolare sarebbe votato dal 47% degli elettori del Pd.
(da agenzie)
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Novembre 20th, 2018 Riccardo Fucile
ALTRI QUATTRO AMMINISTRATORI SI SFILANO…. LA RISPOSTA IMBARAZZATA: “FORSE HANNO CAMBIATO IDEA”
Non sono passati neanche un paio di giorni dagli unanimi appelli all’unità con cui si è chiusa
l’assemblea del Pd e già nel partito ricominciano veleni e guerre (clandestine) fra bande.
Il fronte si apre in Calabria, sulla candidatura di Marco Minniti alla segreteria nazionale del partito.
L’ex ministro dell’Interno ha sciolto la riserva solo domenica scorsa, ma nei giorni precedenti a tirarlo per la giacca erano stati 551 sindaci di tutta Italia, che hanno firmato un appello per chiederne la candidatura perchè “nel suo percorso Marco ha sempre dimostrato forza, autorevolezza e grande capacità unitaria all’interno della sinistra e del campo democratico”.
Le firme sarebbero state raccolte in poche ore e a sostegno di Minniti si sono schierati anche una cinquantina di sindaci della Calabria, regione di provenienza dell’ex ministro, che però non gli ha mai dato grandi soddisfazioni elettorali.
Ma a meno di due giorni dall’ufficializzazione della lista dei suoi sostenitori, pubblicata integralmente su “Democratica”, la rivista on line del Pd, c’è già chi si sfila. Proprio in Calabria, nella zona di Cosenza.
A rompere le righe è il sindaco di Casali del Manco, nel cosentino, Nuccio Martire, che su Facebook scrive: “In merito alla candidatura di Marco Minniti a segretario del Pd non ho dichiarato nessun sostegno, pur riconoscendo nella persona dell’ex ministro dell’Interno una figura autorevole” per poi sottolineare “solo dopo un confronto a partire dal mio circolo e dal mio territorio sosterrò uno dei candidati a segretario”.
Se non è un’abiura, poco ci manca.
Stessi toni usa sui social il sindaco di Rocca Imperiale, Giuseppe Ranù: “È comparso stamattina il mio nome in un elenco di amministratori a sostegno di Minniti segretario Pd. Pur manifestando apprezzamento e stima per la persona di Minniti — scrive nel suo post – nessuna adesione vi è stata da parte di mia alla sua candidatura. Valuterò nei prossimi giorni, unitamente alla sezione locale, il candidato da sostenere”.
A loro, entrambi sindaci di borghi di poche migliaia di abitanti, secondo alcune voci, sarebbero pronti ad aggiungersi i primi cittadini di qualche altro Comune minore, come Praia a Mare, Scalea, Bisignano, Sant’Agata d’Esaro.
Tutti del cosentino, tutti considerati molto vicini al governatore Mario Oliverio, che sulla candidatura dell’ex ministro dell’Interno ancora non si è sbilanciato, tutti o quasi contattati dal presidente della provincia di Cosenza, Franco Iacucci.
Che respinge al mittente ogni accusa. “Se qualcuno dice che le adesioni sono state comunicate all’insaputa dei diretti interessati, sta affermando il falso” dice bellicoso. “Non ho mai carpito firme in vita mia, non ne ho mai avuto bisogno. Non ho mai agito in malafede”.
Conferma, è stato lui a impegnarsi nel Cosentino per raccogliere le firme a sostegno dell’appello. “Qualcuno mi ha detto che aveva bisogno di pensarci, qualcuno mi ha detto di no, qualcuno che aveva già firmato per Zingaretti: nessuno di loro compare nell’elenco”.
È stato trasmesso il nome solo di chi ha esplicitamente detto di sì. “Cambiare idea – dice Iacucci – è legittimo. Poi non so se ci sia stata pressione da parte di qualcuno perchè avvenisse” si lascia scappare.
Chi, non è dato sapere. Al riguardo non sa nulla neanche il senatore dem Ernesto Magorno, fra i più attivi nella raccolta di adesioni a sostegno della candidatura dell’ex ministro: “La notizia mi ha lasciato sorpreso, non ho molti dettagli al riguardo. Ma se ci sono state pressioni, è un fatto molto grave”.
Forse più a livello regionale, che in vista delle elezioni interne al Pd. Perchè in Calabria l’anno prossimo si vota per la Regione e in Comuni importanti e popolosi e i dem in molte zone non partono certo favoriti. Soprattutto se il litigioso Pd calabrese continua a dilaniarsi in un’infinita guerra per bande che travalica e scavalca le correnti.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 18th, 2018 Riccardo Fucile
“HANNO APPLAUDITO SOLO I DELEGATI DI SERIE B COME ME”… “NOI E I BIG SEPARATI DA UN CORDONE, MA NON ERAVAMO TUTTI UGUALI?”
“Mi hanno chiesto: scusi, dove sta andando? Perchè stavo spostando il cordone che separava i big dagli altri delegati. Poi mi hanno fatto passare e sono riuscita ad andare a salutare Delrio. Ci mancherebbe altro”.
Katia Tarasconi, consigliera regionale dell’Emilia Romagna già assessore a Piacenza, era all’assemblea del Pd.
Ha parlato dopo Maurizio Martina, segretario uscente, e il suo intervento è rimbalzato sui social della base dem. Toni accesi, sguardo negli occhi di chi siede al tavolo della presidenza, concetti chiari: “Ritiratevi tutti, ripartiamo dalle idee. A nessuno, là fuori, interessa delle vostre correnti e delle vostre liti”.
Un discorso che online replica la viralità di quelli di Debora Serracchiani del 2009, ma in sala il copione è un altro.
Gli applausi “sono arrivati soltanto da chi era dietro il cordone dei big, dai ‘delegati di serie B’. Dalle prime file zero”.
Ed era proprio quel cordone che segnava la differenza tra chi era più importante e chi meno. “Fisicamente la sala era divisa. Perchè devi tenere separate le persone se è vero che all’assemblea siamo tutti uguali? Tra delegati non ha senso”.
Che le cose fossero così non era una novità neanche per Tarasconi. “La differenza è che prima non mi sono mai permessa di dirlo. Se sei in una comunità cerchi di capire come funziona, quali sono le regole. Però ieri sono sbottata. Fra l’altro non mi aspettavo che mi chiamassero a parlare dopo il segretario. Avevo anche la cicca in bocca, una cosa orrenda. L’ultima volta ero andata al tavolo della presidenza tre volte per chiedere di potere intervenire e ce l’ho fatta solo dopo il voto. Per l’assemblea di ieri invece avevo mandato una mail chiedendo di parlare prima del voto, anche se era solo quello per la commissione di garanzia“.
Chiamarla dopo l’intervento del segretario, forse, aveva un significato. “A essere cattivi, era un invito alla collaborazione. Nell’ambiente si sa che sono arrabbiata, e che lo sono da tanto tempo. Magari pensavano che mi sarei calmata”.
E invece no: il tono è stato tale e quale a quello che aveva pensato. Il testo lo stesso che aveva sottoposto “qualche giorno prima a un consigliere regionale di Modena, per sapere se lo condividesse. Mi aveva detto di sì, che era quello che pensavano in tanti”. Quei quattro minuti erano fatti delle parole che aveva previsto, tra l’invito a ritirarsi “tutti” e a smettere di essere “ostaggio di qualcuno”.
Reazioni? “Sì, dai delegati di serie B, diciamo. Un segretario di circolo è venuto da me e mi ha ringraziato perchè avevo detto quello che tanti pensavano, tante strette di mano quando sono tornata al mio posto”.
Eppure si era rivolta direttamente anche al tavolo della presidenza, guardando in faccia Martina per ricordargli che quello statuto, tutti insieme, non avevano mai provato a modificarlo.
“Ma il loro silenzio non mi ha stupita. Non ho nessuna capacità di mettere in discussione il sistema partito e lo sanno. Avranno pensato ‘ok, dai, hai fatto il tuo sfogo’. Non si sono sentiti toccati, non rappresento nessuno che è il partito”. Un’indifferenza che Tarasconi aveva già toccato con mano in assemblea il 7 luglio, “quando avevo detto: ‘siete affamati e siete folli’. Ma non come la intendeva Steve Jobs. Io volevo dire che sono affamati di potere e folli perchè ci stanno portando a sbattere contro un muro. Basta andare al bar, al supermercato e ascoltare. Cosa che costa fatica. Si renderebbero conto che la strada del Pd è quella sbagliata. Si pensa alle correnti legate alle persone, a chi sta con Franceschini, Zingaretti, Minniti e Renzi. Col risultato che di idee non si parla”.
Eppure lei stessa viene dalla corrente dell’ex segretario. “È vero, ma per me Renzi non era dio sceso in terra, ma una serie di idee e valori che condividevo. Nel 2012 ci ho messo l’anima, ma quello che ha perso negli anni è ammettere gli errori fatti. E sui territori le persone hanno bisogno di sentirsi parte della squadra. Nessuno vince da solo. Ha fatto quello che sa fare, il leader. Ma intorno servono anche persone che la pensino diversamente”.
E proprio Maria Elena Boschi era davanti alla Tarasconi durante l’intervento, in prima fila. “C’erano lei e la Bellanova sedute di fronte. Cosa hanno pensato? Boh. Bisognerebbe chiederlo a loro. Di sicuro da lì non è venuto nessun applauso”.
Ma neanche da Delrio quando è andata a salutarlo? “Ci sono andata prima di parlare. Mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘stai calma’”. Poi il silenzio.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 17th, 2018 Riccardo Fucile
MARTINA CONFERMA LE DIMISSIONI, RENZI NON PARTECIPA
Matteo Renzi non sarà all’assemblea del Partito Democratico che sta per cominciare a Roma.
Fonti dem riferiscono che l’ex segretario terrà in questo congresso un ruolo molto defilato, lasciando spazio agli esponenti a lui più vicini.
Nel corso dell’assemblea saranno formalizzate le dimissioni da segretario di Maurizio Martina e si aprirà formalmente il congresso del partito.
Intanto la dem Teresa bellanova non smentisce una sua possibile candidature in ticket con Minniti. “Spero in una campagna congressuale incentrata sui temi. Anche gli appelli all’unità mi sembrano ipocriti. Significano uno a te, uno a me e uno a quell’altro e abbiamo fatto l’unità . L’unità la dobbiamo fare sui temi, sulla proposta al paese cominciando col dire che quanto e’ stato fatto dai governi Pd è stato giusto”.
Rispondendo a chi gli chiedeva se fosse possibile una fuoriuscita dei renziani dal partito, Bellanova ha aggiunto: “Nessuno va via. Nè se vince uno nè se vince un altro. Noi siamo alternativa a un governo di incapaci”.
Poi, parlando delle voci che la segnalano come possibile candidata renziana, La senatrice sottolinea: “Non ho dato alcuna disponibilità nè avanzato candidatura. Sicuramente sono una persona a cui non difetta il coraggio. Noi non vogliamo logorare nessuno”.
Maurizio Martina ha poi confermato le dimissioni da segretario: “Mettiamo in campo insieme una nuova stagione di unità – ha detto -. Capita che in una forza come nostra, troppo spesso no riusciamo a far prevalere gli elementi che ci uniscono” ora “mettiamo in campo un congresso che sia in grado di stupire l’Italia per la sua concretezza e capacità di creare unità vera”. E “coerentemente con il mandato dato i a luglio dall’assemblea, confermo qui le mie dimissioni”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
TUTTI I SUOI DUBBI: IL CAMPO NON SI E’ ALLARGATO, LE VOCI DI SCISSIONE RENZIANA, LE RICHIESTE SUGLI ORGANIGRAMMI
La clessidra di Marco Minniti non ha ancora consumato l’ultimo granello. La sabbia continua
a scorrere in attesa di una decisione che non arriva ancora. Oggi doveva essere il giorno del grande annuncio.
E invece l’ex ministro dell’Interno ha fatto sapere ai suoi fedelissimi che il travaglio della decisione non è ancora concluso. Il giorno buono dovrebbe essere domani, comunque prima di venerdì, giorno in cui sarà a Firenze alla presentazione del suo libro con Matteo Renzi. Chissà .
È un travaglio vero, non una trovata comunicativa per alimentare un po’ di suspense. Politico e personale, anche se, per molti anche dei suoi, quasi incomprensibile, perchè “a un certo punto o è sì o è no”. Amici e compagni di una vita che ci hanno parlato in queste ore raccontano di pulsioni contrastanti.
Più scettico nei giorni scorsi, orientato al gran rifiuto, più possibilista oggi. Stefano Esposito, che ieri era con lui alla presentazione del libro a Torino, dice: “Al netto del mio convinto sostegno, è evidente che la sua candidatura ci metterebbe nelle condizioni di fare una discussione seria sulla linea, tra opzioni contrapposte, e sulle ragioni della travolgente sconfitta. Detto questo, se andiamo avanti così, faremo un congresso con posti in piedi, non perchè ci sono le folle, ma perchè non troveremo più neanche le sedie su cui sederci”.
È uno spettacolo surreale, questa sorta di “minnitometro” che va in scena in Transatlantico, specchio di un partito avvitato in una spirale politicista e in una discussione “nascosta”, con finora un solo candidato ufficiale tra i big in campo.
E due quasi candidati, col paradosso che il grande decisionista degni anni di governo al Viminale non si decide, mentre Zingaretti, che ha la fama di “Sor tentenna”, è l’unico che si capisce cosa voglia fare: si è candidato, gira l’Italia come una trottola, è carico come una dinamo.
“Minniti sì”, “Minniti no”, “si candida o non si candida”, “pare che si sta convincendo”. È questo l’argomento dei capannelli: “L’impressione — dice Walter Verini — è che siamo avvolti in un confronto che riguarda solo il ceto politico qui dentro, mentre fuori c’è una immensa domanda, vedi la piazza di Torino. Una volta si diceva ‘extra ecclesiam, nulla salus’, ora invece la salus è tutta extra ecclesiam”. Dentro, i chierici che hanno perso i fedeli e forse anche la fede, si muovono senza la percezione della straordinarietà del momento, in un congresso che, già sul nascere, pare diventato un gioco di società per pochi intimi.
Poco distante, Deborah Serracchiani affida la sua fotografia a un gruppo di parlamentari: “La situazione è questa, si litiga per l’eredità , ma col piccolo particolare che manca il de cuius”.
Perchè, politicamente parlando ovviamente, Renzi è vivo e lotta insieme a loro. È questo il punto, all’interno di una discussione sul suo ruolo evitata e rimossa in forma pubblica.
Diciamo le cose come stanno: quando Marco Minniti ha preso in considerazione l’idea di candidarsi pensava che attorno alla sua figura, e alla sua storia, si potesse realizzare una operazione politica.
E cioè: allargare il campo e andare oltre la logica della ridotta del renzismo, portando quel mondo sconfitto oltre il “come eravamo”. Tradotto, in modo un po’ tranchant: pensava che dal mondo renziano arrivasse una delega piena e che, per dirne una, Martina, a quel punto, corresse con lui, o che, per dirne un’altra, Gentiloni a quel punto mostrasse equidistanza e che, magari, qualche ex ds sentisse il richiamo della foresta.
Ecco, nessuna di queste tre cose è avvenuta. Anzi, è avvenuto l’opposto. Il campo si è stretto.
A Salsomaggiore, di fatto, Renzi ha sancito il “liberi tutti”, lasciando libero sfogo a quanti, tra i suoi, si sentono ormai nel Pd ospiti in casa d’altri e lo spingono a fare un altro partito, in nome del “noi non chiederemo mai scusa”.
E nulla ha fatto per addolcire la diffidenza di un pezzo del suo mondo su Minniti, vissuto come troppo autonomo “perchè non è uno dei nostri”.
E ancora: nei giorni scorsi Maurizio Martina ha spiegato proprio a Minniti che, per quanto lo stimi, non ha alcuna intenzione di rinunciare a correre, anche se l’ex ministro sarà in campo.
E ancora: il mite Gentiloni si è schierato, definitivamente, a favore di Zingaretti. Politicamente parlando, dunque, il campo si è stretto, nè l’entusiasmo di un nuovo inizio ha preso il posto del reducismo di ciò che è stato.
Questo, per rimanere nei termini della politica alta.
Poi c’è la bassa cucina, che sempre della politica fa parte, ovvero posti, liste e organigrammi. Perchè è chiaro che il sostegno, anche se poco convinto, non è costo zero. E i renziani hanno chiesto posti e chiave, per lasciare pochi margini di autonomia al candidato: Lotti all’organizzazione delle liste, Teresa Bellanova o Ettore Rosato come coordinatori della mozione, come forme di garanzia e di tutela del potere reale nel partito.
Se così stanno le cose, deve aver pensato Minniti, il punto fondamentale è il dopo: come si gestisce un partito in cui il congresso non lo vince nessuno e va fatto un accordo il minuto dopo, accordo che inevitabilmente passa per Renzi che sta giocando su due candidature autorizzando i suoi anche a sostenere Martina?
Un quesito che spinge Minniti a dire “arrivederci a tutti”.
Però c’è l’altro corno del problema. Senza la sua candidatura, a quel punto vince Zingaretti e, il minuto dopo, il Pd perde un pezzo, perchè quella sala di Salsomaggiore non starà mai in un partito guidato da Zingaretti, sprezzantemente etichettato come “la riedizione dei Ds”.
E il tema dell’unità del partito è un tema sensibile per uno cresciuto nel Pci. E la sabbia continua a scorrere senza che la decisione sia stata presa.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 14th, 2018 Riccardo Fucile
IL PIU’ NOTO RESTA MARTINA.. IPOTESI 3 MARZO PER IL VOTO… LE CORRENTI SI SCHIERANO:: FRANCESCHINI E FASSINO CON IL GOVERNATORE DEL LAZIO
Colpa delle due tornate di amministrative e regionali del 10 e il 24 febbraio prossimo, se il Pd
farà slittare le primarie alla prima settimana di marzo del 2019.
Probabilmente il 3 marzo, ma anche un po’ più in là .
Nulla è ancora certo tra i Dem, che sabato prossimo riuniscono l’Assemblea dei mille delegati (“il parlamentino”), che prenderà atto delle dimissioni del segretario Maurizio Martina e avvierà il congresso dove il partito si gioca il tutto per tutto dopo la pesante sconfitta alle politiche del 4 marzo.
Dopo l’Assemblea, sempre sabato sarà convocata la Direzione che elegge la commissione per il congresso: a restare in carica e garantire la continuità è il presidente del partito, Matteo Orfini.
Sono queste le procedure formali in cui si stabiliscono regole, tempi e il limite massimo entro cui si può presentare la candidatura alla guida del Pd.
Martina deciderà se scendere in campo per le primarie solo dopo l’Assemblea, quindi domenica o lunedì prossimi. Marco Minniti a giorni.
Mentre Nicola Zingaretti è in piena campagna e venerdì in un incontro alla stampa estera dirà la sua proposta sul voto di maggio per l’Europa.
Intanto ci sono i sondaggi a fotografare i sentimenti del popolo di sinistra e non solo. Euromedia Research, la società diretta da Alessandra Ghisleri, ha rilevato tra il 7 e l’8 novembre notorietà e fiducia anche dei leader e dirigenti dem in corsa, o pronti a correre, per le primarie.
A sorpresa Martina è al primo posto per notorietà con l’86,3%, tallonato da Zingaretti all’82,2% e da Minniti al 79%.
Sulla fiducia poi, secondo Euromedia, c’è un testa a testa tra Minniti e Zingaretti (39,5 e 38,1%), mentre Martina è terzo.
Il sondaggio commissionato dalla trasmissione tv Omnibus (con metodo Cati, Cawi, Cami) è stato fatto su mille intervistati. Sempre sul fronte notorietà , dopo i tre big c’è Francesco Boccia, quindi Matteo Richetti, Cesare Damiano e Dario Corallo.
Boccia lancia il tesseramento online: “Il partito non deve essere controllato, deve essere una rete di persone libere. E per renderlo libero dobbiamo attivare un tesseramento online”.
E attacca le correnti che vorrebbero frenare sul congresso: “Le correnti che oggi sostengono i principali candidati pensano di continuare a far politica controllando il partito, hanno paura di fare il congresso perchè pensano che non controllando più il partito non sopravvivano politicamente. Ma il congresso lo faremo”.
E si chiarisce chi si schiera con chi. Dario Franceschini, un tempo azionista di maggioranza di Matteo Renzi, ha riunito la sua corrente Area dem e ha reso ufficiale l’appoggio a Zingaretti.
Lo aveva già detto, ma ora si sono espressi un centinaio di esponenti politici e parlamentari, tra cui Piero Fassino, Marina Sereni, Roberta Pinotti, Paolo Baretta, Luigi Zanda, Davide Sassoli.
“Attorno a Zingaretti – dice Sereni – si può costruire una nuova fase non solo della vita del Pd, coinvolgendo forze vitali della società civile e disegnando così anche un’area progressista e democratica più ampia”.
Ma Carlo Calenda, l’ex ministro dello Sviluppo economico, avverte: se si va alla resa dei conti non resto nel Pd.
Spiega: “Il Pd deve presentarsi con una lista aperta che comprenda le intelligenze migliori, dal sindacato alla società civile. Se succede questo io sarò in prima linea candidandomi alle europee. Se invece il Pd diventa il luogo del conflitto permanente e della zuffa congressuale la cosa non avrebbe più senso e lo considererei un errore disastroso”.
(da agenzie)
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Novembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
RENZIANI SOSPESI TRA LA TENTAZIONE DI USCIRE DAL PD E QUELLA DI CONDIZIONARE MINNITI
Come le foglie d’autunno. Sospesi tra ciò che non è più e ciò che non è ancora. Voglia di
andarsene, freddo sostegno a Minniti, i renziani ortodossi si riuniscono a Salsomaggiore, stavolta a porte chiuse.
A metà pomeriggio nel teatro d’antan (il Teatro nuovo), Roberto Giachetti con la consueta schiettezza pone il problema: “Se dobbiamo parlarci con franchezza allora non possiamo nascondere la domanda che è davanti a noi, che è nella testa di chi è qui e nella nostra comunità . Se il nostro futuro è dentro il Pd o fuori. Io non ho la risposta, so che non possiamo diventare una corrente, perchè siamo molto più di questo”.
Salsomaggiore è una distesa di foglie cadute. Deserta, come accade a fine stagione. Dentro il teatro il confronto è vero, quasi uno sfogatoio.
Sul palco Renzi è seduto tra Simona Malpezzi, Alessia Rotta e Lorenzo Guerini, per “ascoltare” cosa dicono i suoi.
Ci sono i parlamentari più fedeli, sindaci, amministratori, circa 400 persone. Per intenderci quelli che hanno in mano un bel po’ di pacchetti di tessere.
“Che facciamo?”, “siamo fermi dal 4 marzo”, “come ci organizziamo?”, “guarda che se stiamo fermi ancora, gli altri ci mangiano”: in platea c’è la fila per parlare con Luca Lotti.
L’intero mondo che ha avuto in mano il partito e l’Italia per anni vive un senso di precarietà , spaesamento.
Per le prime due ore resta innominato Marco Minniti negli interventi dell’orgoglio renziano. Il capogruppo Andrea Marcucci rivendica fieramente “continuità “, senza abiure autocritiche. Perchè il nodo è tutto qui.
Un rapporto controverso con il “quasi candidato” Marco Minniti che, a Salsomaggiore, non verrà . Ne hanno bisogno, perchè la forza non è più quella di un tempo. Ma ne soffrono l’autonomia con cui sta gestendo la preparazione della candidatura.
Quella sala riempita alla presentazione del suo libro è un segnale politico che inquieta. D’Alema in prima fila assieme a mezzo governo Gentiloni, Walter Veltroni e pezzi di Stato, la rivendicazione di un percorso che viene dalla sinistra, l’invito a una impietosa analisi della sconfitta: insomma, “con Marco si può vincere ma non è uno dei nostri”.
È il travaglio di un mondo che teme di andare “oltre” ciò che è stato finora. È il “come” sostenerlo, e dunque “come” gestirlo, condizionarlo, legarlo, l’interrogativo di fondo: “Io — prosegue Giachetti – penso che dobbiamo restare, fare proposte. Certo è che se qualcuno pensa di riportare il Pd a sei anni fa, io non so dire se oggi quella è casa mia”.
È il senso di sospensione di chi, dopo essere stato il tutto fatica a sentirsi parte, con quel nome che evoca la sconfitta e la negazione di ciò che Renzi ha sempre rifiutato di diventare: una corrente. Parola ripetuta in continuazione dai partecipanti, anche se l’ex segretario, appena incrocia i cronisti lo nega.
Ivan Scalfarotto, l’organizzatore dei famosi comitati di resistenza civile lo ammette: “Chiamatela area, chiamatela corrente, è chiaro quel che sta accadendo. Noi siamo quelli che non si sono mai riuniti in vita loro. Quando Renzi diventò segretario disse ‘i renziani non esistono’. Ora però il contesto è cambiato.
Ecco, il dibattito è aperto. C’è chi la vuole, chi non la vuole, chi è della linea “si fa ma non si dice”, chi dal palco, davvero in parecchi, mettono agli atti la contrarietà a un congresso mai digerito: “Ma che senso ha — dice una giovane amministratrice in uno dei primi interventi — farlo ora? Il governo scricchiola, ci sono le europee e noi passiamo il tempo a dividerci tra noi. Avrebbe senso farlo esattamente a ottobre del prossimo anno”.
Ora però è difficile tornare indietro, perchè la macchina è avviata. E si sono pressochè definite le alleanze interne. I ben informati sostengono, ad esempio, che Graziano Delrio ormai “ha chiuso l’accordo con Martina” e si starebbe definendo un ticket con Matteo Richetti, altra certificazione di come si è ristretto il campo del renzismo ortodosso.
La verità è che il più travagliato di tutti è Matteo Renzi. Che non ha ancora deciso il da farsi, in prospettiva.
La tentazione di fare un’altra cosa resta sempre, il principio di realtà , inteso come consenso che riscuoterebbe l’operazione, lo sconsiglia. I fatti rendono obbligatorio stare nel gioco del congresso.
La discussione è sulla modalità del sostegno a Minniti: “contarsi” su una lista di appoggio per “contare” dopo negli organigrammi, e negoziare una linea accettabile, senza abiure e autocritiche.
Dalla sala arriva la richiesta di una piattaforma che “difenda la storia di questi quattro anni” e “della funzione che abbiamo svolto”, “scegliendo un candidato che sappia parlare al paese e battere Zingaretti”, considerato l’unico, vero avversario.
Fa freddo all’uscita dalla sala. Nella distesa di foglie cadute, sul viale centrale di Salsomaggiore, la corrente è nata. Nei fatti.
(da “Huffingtonpost”)
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