Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile
CRITICHE FEROCI ANCHE AI BERSANIANI: “L’ATTEGGIAMENTO TENTENNANTE DELLA MINORANZA È PURE PEGGIORE”
Compagni in ordine sparso, a Montecitorio e sui social network. 
L’annuncio della fiducia sull’Italicum frammenta il Pd in Parlamento e fa esplodere la base — o la sua rappresentazione più o meno fedele — sulle piazze virtuali.
Facebook ribolle: “Fate come Mussolini e i democristiani”
L’account ufficiale del Pd su Facebook pubblica le parole del premier: “Se non vogliono fare le riforme andiamo a casa subito, come prevede la nostra Costituzione. Questo significa mettere la fiducia”.
Ci sono poche decine di commenti positivi (“Non accettare compromessi, vai avanti Matteo”, “Grandissimo Presidente, il Paese ha bisogno di te”) ma soprattutto un profluvio di proteste.
L’intervento con più apprezzamenti — i “mi piace”, per chi frequenta Facebook — è di Alessandro Rocca: “Gli unici due precedenti di fiducia sulla legge elettorale sono Mussolini con la legge Acerbo, e De Gasperi nel 1953 con la legge truffa. Complimenti, siete entrati nella storia”.
Gennaro Aulitano ha “strappato la tessera”, mentre Emanuele Fuffa si spende in altre congratulazioni ironiche: “State raccogliendo un sacco di applausi! Bravi (da un dirigente provinciale del Pd, ovviamente dimessosi)”.
Alberto Pieri (anche per lui decine di likes) ce l’ha con tutti: “Considero il presidente del Consiglio l’erede di Berlusconi, i suoi atteggiamenti irrispettosi non mi sorprendono più; ma l’atteggiamento tentennante della cosiddetta minoranza lo trovo peggiore della ferrea obbedienza della maggioranza del Pd”.
Passiamo alla minoranza, dunque.
Speranza, Bersani ed Enrico tra osanna e ironie
“A sinistra c’è Speranza”. Gioco di parole abusato, ma che torna buono — su Facebook — per chi ha apprezzato lo strappo dell’ex capogruppo, che non voterà l’Italicum.
Per l’ex pupillo bersaniano non ci sono solo complimenti.
Su Twitter, molti chiedono più coraggio: “Contro! Si vota contro! — scrive Nadia Madeddu — Basta astensioni da conigli!”.
Altri invece si aspettavano fedeltà : “Bersani non le ha detto che nel Pci sarebbe stato cacciato? — scrive Pietro Mancini — E non ha doveri verso la maggioranza che l’ha eletta?”.
Anche Pier Luigi Bersani affida ai social network la sua scelta sulla fiducia. I suoi commentatori, o molti di essi, non si accontentano: “Per una volta sia coerente — gli scrive Stefano Cardarella — Voti no e faccia cadere un governo che si permette di essere così anacronistico e menefreghista. Abbia la dignità di fare questo”.
Carmine Capacchione è lapidario: “Siete ridicoli e patetici, non avete saputo governare e ora vi state suicidando”.
C’è chi insiste sul paragone tra Renzi e Mussolini e come per magia, su Twitter, compare un profilo “troll” di Benito Mussolini, con occhi spiritati ed espressione minacciosa: “Non ci fermerete!”.
Poi c’è Enrico Letta. Dieci giorni fa, da Fabio Fazio, annunciava una sorta di addio alla politica.
Da quel momento non ha passato un giorno senza lanciare siluri su chi l’ha cacciato da Palazzo Chigi.
Ieri, sull’Italicum: “Dopo lo strappo voluto dal governo non voterò #fiducia”. Piovono hashtag e critiche. Silvia Pd scrive: “Agire così quando è stato al governo con #Berlusconi! Non votare fiducia è atto legittimo ma vile delusa davvero! #Italicum”. Un’altra Silvia rincara la dose: “Che poi è la stessa legge elettorale voluta dai suoi 35 saggi #incoerenza #italicum #rancore”.
La solitudine del renziano ortodosso
C’è pure il compito ingrato di chi difende le posizioni del leader senza averne il carisma.
Sul suo profilo Facebook, il “povero” Ettore Rosato — capogruppo reggente a Montecitorio — è abbandonato a se stesso. In mattinata scrive, con sicumera: “Vedrete, alla fine i voti contrari nel Pd si conteranno sulle dita di una mano”.
Sulle dita di una mano, invece, si contano i “mi piace”: 4.
Ma fioccano insulti: “Fate schifo… siete peggio dei fascisti…”, “Ma come fa a guardarsi allo specchio? Non si fa schifo da solo?”, “fascista!”, “E certo, se si vedono minacciare la poltrona. Ma non vi fate schifo neanche un poco?”.
Tommaso Rodano
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 29th, 2015 Riccardo Fucile
OLTRE I 40 NO…LETTA: “L’AVESSE FATTO IL PDL SAREMMO SCESI IN PIAZZA”
Un ex premier, Enrico Letta. Due ex segretari del Pd, Pierluigi Bersani e Guglielmo Epifani. Una ex presidente del partito, Rosy Bindi. Il capogruppo dimissionario, Roberto Speranza. I due sfidanti di Renzi alle ultime primarie, Gianni Cuperlo e Pippo Civati.
E poi Alfredo D’Attorre, Stefano Fassina, Danilo Leva, Andrea Giorgis, Marco Meloni… E l’elenco dei dissidenti dem che non voteranno la fiducia a Renzi è destinato a allungarsi.
Lo “strappo” non poteva essere più netto. L’ombra della scissione si allunga.
La tentazione di gruppi parlamentari autonomi e soprattutto il progetto di un nuovo Ulivo, sembra dietro l’angolo.
L’Ulivo di Prodi, Letta, Bindi, Cuperlo e che potrebbe reclutare anche D’Alema.
Dopo lo sconcerto, le divisioni, ore lunghissime di incontri e colloqui in cui le sinistre dem si sono squagliate davanti alla sorpresa della fiducia sull’Italicum, a cui nessuno voleva credere.
Le minoranze sono spaccate. Procedono quindi in ordine sparso.
“Area riformista” la corrente dei bersaniani, è lacerata tra chi segue la linea di Speranza («La fiducia è un errore gravissimo, per questo non la voto, non metto la mia firma su questa violenza al Parlamento») e chi invece trova inconcepibile non sostenere il “proprio” governo.
Però la schiera di quanti non voteranno la fiducia a Renzi aumenta.
Il calcolo della minoranza è che saranno 40-50 i deputati che non risponderanno alla “chiama”.
Tra irritazione e amarezza il conflitto nel Pd è esploso. Nessuno sa con esattezza dove condurrà , se sarà ancora possibile la convivenza nello stesso partito.
Molti ne dubitano, questa volta.
Letta, che del resto ha già deciso di lasciare il Parlamento, si sfoga: « Se l’avesse fatto Berlusconi di approvare le regole da solo e di blindarle con il voto di fiducia saremmo scesi in piazza. Ora che queste forzature avvengono a casa nostra non si può far finta di niente e applicare la doppia morale».
Bindi prende la parola in aula, illustrando tenacemente i suoi emendamenti, e lancia il j’accuse: «Negherò fiducia ad un atto improprio del governo. Se non avesse messo la fiducia, non avrei partecipato al voto finale del provvedimento. Ma ora non si può non prendere in considerazione un voto contro una legge resa immodificabile. La fiducia è una prepotenza frutto della paura non del coraggio».
Civati ironizza: «Se prima eravamo in quattro… sono colpito che siano così tanti e così autorevoli gli esponenti del Pd che si dissociano dalla decisione della fiducia». L’assemblea serale di “Area riformista” è una resa dei conti interna.
Esplodono malumori. C’è chi accusa Speranza di avere lasciato la corrente senza guida, allo sbando, assumendo una posizione estrema.
I “moderati” Enzo Amendola, Cesare Damiano, Luciano Pizzetti, la fiducia la voteranno. Il pressing dei renziani continua richiamando alla lealtà al partito, al gruppo, al governo. Il sottosegretario Pizzetti invita a non buttare alle ortiche la corrente e il ruolo che ha svolto finora: «La fiducia sulla legge elettorale non è un dono di Dio, ma neppure l’anticamera dell’inferno ».
Giorgis ribadisce che «la fiducia è sul provvedimento e non sul governo» ed è stata un errore.
La tensione è altissima. La spaccatura dei bersaniani è una vera e propria frammentazione.
Il portavoce della corrente Matteo Mauri si dissocia da Speranza: «È stato un errore la scelta di Roberto di dimettersi da capogruppo. E’ stato un errore ancora più grave il suo annuncio di non volere votare la fiducia, fatto in completa solitudine. Una scelta che ha sorpreso tutti».
E l’ex capogruppo precisa e giustifica: «La mia decisione è una scelta politica personale che non impegna “Area riformista”, non chiedo a nessuno di seguirmi. Non potevo stare a fare la foglia di fico come capogruppo».
La corrente, che ha fatto spesso da “pontiere” tra renziani e sinistra, è in impasse.
I toni si alzano, a seguire Speranza dovrebbero essere 20-25.
Sinistradem, cioè i cuperliani, si riuniranno anche stamani. Sul voto finale al provvedimento, che sarà a scrutinio segreto, i dissidenti potrebbero essere ancora di più. Fassina è per un secco “no” e denuncia la dignità calpestata del Pd.
«La scissione? Non votare la fiducia al governo lascia i segni».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
“QUANDO C’E’ IN BALLO LA DEMOCRAZIA, OGNUNO RISPONDE SOLO ALLA PROPRIA COSCIENZA”
Sulla fiducia all’Italicum la minoranza del Partito democratico potrebbe spaccarsi. Mentre l’ex
capogruppo Roberto Speranza e Pippo Civati annunciano che non voteranno, ii leader della sinistra dem Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo appaiono maggiormente possibilisti anche se valutano molto negativamente la scelta di Matteo Renzi, in un primo momento.
Poi Bersani, con un post su facebook, fa sapere che non voterà la fiducia: “La penso come Roberto Speranza. Ho votato 17 volte la fiducia al governo, più di una al mese. Sono pronto a votare per altre 17 volte su atti di governo che riguardino il governo. Sulla democrazia un governo non mette la fiducia. Questa fiducia io non la voterò”.
“Non ce lo aspettavamo, vedremo come fare assieme e poi vedrò cosa fare io”, ha dichiarato Bersani all’uscita della Camera aprendo all’ipotesi che gli esponenti della minoranza saranno liberi di votare o meno la fiducia sulla legge elettorale: “Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità , c’è in ballo la democrazia e ognuno farà le sue scelte”.
Per l’ex segretario Pd non c’era alcun motivo di forzare la mano della Camera.
“Una scelta, grave, indecifrabile, un gesto di debolezza”, gli fa eco Gianni Cuperlo, che ugualmente non vuole per il momento far sapere se alla fine darà il proprio forzato consenso alla fiducia: “Lo valuteremo”.
Rosy Bindi non esclude di votare contro: “Non si può non prendere in considerazione un voto contro a una legge resa immodificabile”, ha detto Bindi in Aula alla Camera criticando come “atto improprio” la fiducia posta dal governo sulla riforma elettorale.
Più battagliero Pippo Civati, che arriva a ribattezzare la legge “Obbrobrium”: “La fiducia sull’Italicum non la voto”.
Ma non arriva a uscire definitivamente dal Partito democratico: “È un passaggio drammatico, non solo per me. Se non vado via io, mi cacceranno loro. Ma preferisco andare via”. Non subito: “Vediamo, aspettiamo qualche giorno”.
Non pensa di strappare la tessera Roberto Speranza, che proprio a causa dell’Italicum ha lasciato l’incarico da capogruppo alla Camera dei deputati.
Ma la posizione è identica a quella di Civati: “Considero un errore gravissimo porre la fiducia sulla legge elettorale. Senza ostruzionismo e dopo un voto rassicurante sulle pregiudiziali. Ne ho votate tantissime in questi anni e ne continuerò a votare nei prossimi mesi. Ma questa volta no”.Stefano Fassina affida la sua decisione a Twitter: “Non si può votare”.
Prima defezione nella minoranza è quella di Cesare Damiano: “La richiesta di fiducia da parte del Governo rappresenta indubbiamente una forzatura che non era necessaria, soprattutto dopo l’andamento del voto sulle pregiudiziali. Continuo a pensare – prosegue Damiano – che continue prove di forza non sia produttive e che sia negativo smarrire la strada del dialogo. Non ho mai fatto mancare la fiducia ai Governi che hanno visto la presenza del Partito Democratico e la voterò anche in questa circostanza”.
“Rispetto al voto del provvedimento mi riservo, come sempre, di prendere una decisione finale”, conclude Cesare Damiano.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 28th, 2015 Riccardo Fucile
“A SENTIRE POLETTI SOLO LA DIGOS E POLIZIA”
Stavolta il Pd non si è lasciato cogliere di sorpresa. 
In occasione della visita del ministro del Lavoro Giuliano Poletti alla Festa dell’Unità di Bologna, il 27 aprile 2015, sono state rinforzate le misure di sicurezza.
Dopo le contestazioni di venerdì scorso alla ministra dell’istruzione Stefania Giannini, costretta ad annullare l’incontro a causa della protesta di studenti e precari della scuola, carabinieri e agenti di polizia in tenuta antisommossa hanno presidiato il Parco della Montagnola, luogo della kermesse, tenendo lontani i “soliti professionisti della contestazione organizzata”, li definisce in una nota il Partito Democratico.
Gli antagonisti (una ventina di attivisti dei centri sociali, tra cui il collettivo Hobo) hanno provato ad avvicinarsi all’area del dibattito ma sono stati respinti sotto la pioggia.
Uno dei manifestanti, nella concitazione, è stato colpito alla testa da una manganellata.
La contestazione è proseguita poi all’esterno del parco, dove è stato esposto uno striscione con la scritta: “Festa dell’Unità chiusa per mafia. Poletti a lavorare gratis vacci tu. No Expo”, in polemica con la recente proposta del ministro sul lavoro estivo per gli studenti, esternazioni che avevano sollevato un polverone.
“Una festa del Pd deserta, dentro ci sono solo Digos e polizia” hanno lamentato i manifestanti
“E tutto questo per il ministro del lavoro gratuito e del Jobs Act che sta portando sul lastrico un’intera generazione”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2015 Riccardo Fucile
QUANDO IL PRESIDE GLI DICEVA: “ANCHE QUEST’ANNO SEI IL PEGGIORE DELLA CLASSE”
Siccome tutti ripetono che va assolutamente evitato un uso politico e di parte del 25 Aprile, ieri su
Repubblica il sottosegretario renziano Luca Lotti informava che “cambiamo la Costituzione nel solco della Resistenza”.
Oscar Farinetti, dal canto suo, scevro come sempre da ogni interesse pecuniario (come scrive sulla copertina del suo ultimo libro: “Mio padre mi diceva sempre ‘Ricordati, ragazzo, che le persone sono più importanti delle cose’”), ha acquistato una pagina dell’inserto dell’amica Stampa sui 70 anni della Liberazione. Titolo: “Viva la Resistenza!”.
Sopratitolo: “Per la serie: non dimenticare”.
Svolgimento: “Solo per oggi” (cioè ieri) si può sorseggiare un calice del barolo “Resistenza 2007”, alla modica cifra di 5 euro, in esclusiva “nei ristorantini di Eataly”: signori, praticamente regalato.
Un tempo si beveva per dimenticare, ora invece si beve per ricordare.
Purchè si beva giusto: anche il vino, come il libro, è dedicato “al comandante Paolo Farinetti, eroe della resistenza partigiana”, che altri non è se non il suo papà ,coinvolto in una rapina a un’ambulanza piena di buste paga Fiat, poi condannato per ricettazione e infine salvato dall’amnistia di Togliatti.
L’offerta speciale purtroppo è limitata alla giornata di ieri, ma potrebbe esser tosto replicata per brindare al varo delle riforme elettorali (quella che rende superflue le elezioni per la Camera) e costituzionale (quella che abolisce le elezioni per il Senato e lo trasforma in un dopo lavoro per consiglieri regionali e sindaci).
Tanto più che esse avvengono “nel solco della Resistenza”, come appunto assicura il Lotti.
Invano nella sua biografia si rintracciano tracce di sapienza storico-giuridico-costituzionale, salvo accontentarsi di un diploma di maturità scientifica con 90/100 al liceo Pontormo di Empoli, dove il preside — ricorda un ex compagno di classe — non faceva che ripetergli “Lotti, anche quest’anno sei il peggiore della classe”.
Dall’alto di cotanta cattedra, il 33enne Partigiano Lotty è stato assistente di Renzi alla Provincia di Firenze, poi capo-segreteria e capo-gabinetto al Comune, poi membro della segreteria Pd fin dai tempi di Epifani e ora nel governo Renzi è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Editoria e al Cipe.
Però lo chiamano “Lampadina” per via dei capelli ricci color giallo evidenziatore, quindi di resistenza — sia pur minuscola — un po’ dovrebbe intendersi.
Il resto deve averglielo spiegato Denis Verdini, con cui è inseparabile almeno dal 2009, quando stipulò con lui il patto segreto per fregare Giovanni Galli, bravo ex portiere e ingenuo candidato sindaco Pdl, portando le truppe berlusconiane a votare Matteo.
Poco dopo organizzò la memorabile gita premio del sindaco ridens dal nano ridens ad Arcore, dove attese nel giardino della villa che il pranzo dei due fidanzatini fosse consumato per salutare il Caimano e arruffianarselo con qualche battuta sul Milan. Insomma un’esistenza tutta nel solco della Resistenza , coronata dalla regia prestata alle candidature dell’indagato (allora, ora non più) Bonaccini in Emilia Romagna, del condannato De Luca in Campania e dell’imputata Paita in Liguria.
Tanto per far invidia a Denis.
Senza dimenticare la grande abbuffata di nomine negli enti pubblici, i rapporti coi servizi segreti e la Guardia di Finanza (do you remember il generale Adinolfi, ora indagato per Cpl Concordia?) e la distribuzione di prebende e prepensionamenti ai giornaloni in crisi, direttamente proporzionali al numero di sue interviste ai giornaloni in crisi.
Francesco Bei di Repubblica, per esempio, interpella il Partigiano Lotty come fosse Beppe Fenoglio, Arrigo Boldrini, Alessandro Galante Garrone, Claudio Pavone e lo descrive “regista delle celebrazioni del 25 Aprile” contro l’“abisso di ignoranza” che avvolge la memoria partigiana.
Lotti ci crede e si dice indignato perchè molti ragazzi “non hanno la più pallida idea di cosa sia la Resistenza”.
Ma niente paura: “Stiamo lavorando su un progetto con l’Anpi per far entrare nelle scuole questo pezzo di storia”.
Per la verità quel pezzo di storia ci è sempre entrato, nelle scuole: basta studiare.
Ma lui comprensibilmente non lo sa, però precisa che “io questa storia la sento mia”: “Usiamo tutti i mezzi — Twitter ma anche la street art — per coinvolgere i ragazzi in questo racconto”.
La storia via Twitter, in 140 caratteri: che ideona.
E poi ci sono “gli spot con Alex Zanardi e Samantha Cristoforetti”, mica cazzi. Il più è fatto.
Resta da dare l’ultimo colpo di piccone alla Costituzione, perchè “noi ci ispiriamo ai valori dell’antifascismo — giustizia, libertà , eguaglianza — facendo politica tutti i giorni”.
Dev’essergli apparso in sogno Piero Calamandrei per spiegargli che fare a pezzi 50 articoli della Costituzione nata dalla Resistenza e impedire ai cittadini di scegliersi i propri parlamentari con una legge decisamente peggiore della legge Acerbo del Duce, è il miglior modo di celebrare la Liberazione.
O forse, quella notte, il Partigiano Lotty aveva semplicemente mangiato pesante. Infatti spiega: “Non vedo contraddizioni tra quello che portiamo avanti noi e quei valori di 70 anni fa”.
Le vede purtroppo l’Anpi, che infatti firma appelli e promuove manifestazioni contro la svolta autoritaria Italicum-nuovo Senato.
Ma quelli — si sa — sono decrepiti e non hanno Twitter. E poi sono partigiani: dunque, di parte.
Lui invece è di Lotti e di governo.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
REGIONALI: ADDIO PD, ARRIVA IL CONTENITORE CON EX MISSINI, BERLUSCONIANI E CENTRISTI
Ditta ciao. Settant’anni dopo il 25 aprile il Pd s’è risvegliato già come il Partitone della Nazione che accoglie o si allea con tutti.
S’è risvegliato con Euprepio Curto. Che da giovane era iscritto al Movimento sociale, prima di approdare al Senato con An, quando fu coinvolto in uno scandalo legato al gioco d’azzardo.
Oggi in Puglia sostiene Michele Emiliano, candidato con l’Udc: “Non vedo scandalo” va ripetendo alle tv locali.
E non lo vede neanche Francesco Spina, presidente della Provincia Bat (Barletta, Andria, Trani) nonchè sindaco di Bisceglie, che da Forza Italia uscì dopo le elezioni nel 2013.
E ora coordina la lista dell’Udc e le liste civiche a sostegno di Emiliano, sempre nel suo feudo della Bat, dove continua a governare con i voti della destra.
Il vincitore annunciato ha presentato l’operazione in grande stile, facendosi fotografare assieme a Spina davanti a una foto con Berlinguer e Moro: “Sarei un pasticcione — dice Emiliano presentando il patto a Bisceglie – soltanto perchè ritento la strada del compromesso storico, nel solco della storia di questo territorio, e questa volta con buone probabilità di successo?”.
Proprio a benedire il “compromesso” e il ruolo di Spina nello staff ristretto del candidato governatore del Pd qualche giorno fa è arrivato a Bisceglie Luca Lotti, il vero braccio operativo della mutazione genetica del Pd in Partito della Nazione.
Con l’ingresso di pezzi di centrodestra, come sta lentamente ma inesorabilmente avvenendo al Senato, dove Sandro Bondi e Manuela Repetti hanno già votato la fiducia e poi il Def.
E ora si apprestano ad essere raggiunti nel gruppo misto dal grosso delle truppe di Denis Verdini, che ormai sente più Lotti di Berlusconi.
La strategia di Verdini ormai non è più un mistero: “Rimarrai solo — ha detto a Berlusconi nel corso dell’ultimo incontro — perchè il grosso dei nostri andranno nel partito nella Nazione”.
Il gruppo misto in Parlamento è l’equivalente del gioco delle civiche a livello locale. In tutta Italia pezzi di centro-destra stanno ormai con Renzi: o entrando direttamente o con liste di sostegno.
Sempre in Puglia, qualche tempo fa l’ex capogruppo del Pdl in Provincia di Foggia, Paolo Mongiello, ha annunciato il sostegno al vincitore annunciato.
Nella fabbrica dei riciclati il movimento maggiore riguarda gli ex forzisti.
Saverio Tammarco si è dimesso da capogruppo di Forza Italia al Comune di Molfetta. E ora corre per l’ex pm: “Il mio sostegno a Emiliano è dovuto al fatto che lui incarna la vera essenza del rinnovamento”.
Già , il rinnovamento. Rinnovamento che rischia, nelle preoccupate analisi di parecchi big del Pd, di essere sinonimo del più classico dei gattopardismi: “Renzi vince, quindi tutti con Renzi, nel partito della nazione. I governatori prendono tutto, senza filtri. Poi però succederà che il ras delle preferenze che stava a destra ora si è riciclato magari avrà incarichi di giunta o di sottogoverno e continuerà a tutelare gli interessi che tutelava prima. Si vince, si sta al potere ma non si cambia”.
Altra straordinaria fabbrica del riciclo è la Campania.
Le liste ufficiali saranno depositate il 2 maggio, ma già si sa parecchio.
L’ex senatore Arturo Iannaccone, che nella scorsa legislatura sosteneva il governo Berlusconi, ha messo in piedi la lista “Campania in rete”.
Nella lista deluchiana “Campania libera” invece ci sono, al momento, Franco Malvano, ex senatore di Forza Italia, e attuale presidente della caldoriana commissione antiracket.
E soprattutto nella lista civica a sostegno di De Luca “Campania Libera” c’è Tommaso Barbato. Nei brogliacci dell’inchiesta della procura di Napoli che lo accusa di voto di scambio viene chiamato Barbapapà .
Barbapapà è l’ex braccio destro di Clemente Mastella, determinante per la caduta del governo Prodi, e passato alle cronache per lo sputo in aula a Nuccio Cusumano.
Da più di un anno Barbato è indagato per una presunta compravendita di voti alle ultime elezioni politiche. L’ipotesi degli inquirenti è di un sostegno elettorale a una lista minore del centrodestra berlusconiano, 3L di Giulio Tremonti, in cambio della promessa di un paio di assunzioni.
A sostegno di De Luca anche una lista del senatore Vincenzo D’Anna, amico di Verdini e di Nicola Cosentino detto Nick ‘o mericano.
Per lista di D’Anna ballano importanti nomi del centrodestra locale: il consigliere regionale Carlo Aveta (che fu eletto con la Destra di Storace), l’ex sindaco di Melito Antonio Amente (forzista fino a gennaio), l’ex consigliere comunale di Napoli Diego Venanzoni (ex An, ex Udeur, ex Fi e ex Pd), il coordinatore campano di Scelta Civica Giovanni Palladino, l’ex europarlamentare Udc Erminia Mazzoni.
E tra gli ex cosentiniani che corrono per De Luca c’è anche Ernesto Sica, coinvolto nello scandalo dossier su Stefano Caldoro, di cui, secondo l’inchiesta della magistratura, sarebbe uno degli artefici.
Dal profondo sul al profondo nord. In Liguria il Partito della Nazione ha pure ricevuto la benedizione. Il cardinale di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco ha dichiarato: “Provo grande dispiacere e dolore per il fatto che, chissà perchè, le indagini esplodono sempre in certe ore della storia, della città , della nazione”.
È evidente il riferimento alla candidata Raffaella Paita, indagata per la vicenda dell’alluvione.
Attorno a lei si è messo in moto tutto il vecchio sistema di potere anche del centrodestra. Anche gli uomini di Scajola nel Ponente stanno aspettando un segnale. Uno di loro dice a microfoni spenti: “Toti non ha nemmeno alzato la cornetta per dire: Claudio come stai? O per chiedere un consiglio. È partito male. È chiaro che il nostro sostegno non è gratis e ci aspettiamo un segnale”.
E non è un caso che Toti sia stato contestato proprio nel Ponente dagli amministratori locali del centrodestra.
C’è invece chi è già completamente dentro il partito della Nazione.
Pierluigi Vinai, ad esempio, ex presidente della fondazione Carige, era l’uomo del potere di Scajola a Genova e dei rapporti col cardinal Bagnasco.
Ora ha costituito una fondazione, Open Liguria, e sta con la Paita, mentre a Roma ha ottimi rapporti con Graziano Delrio.
Nelle cinque pagine con cui la commissione dei garanti ha spiegato l’annullamento del voto delle primarie liguri in 13 seggi si trovano gli altri pezzi di destra che corrono con la candidato del Pd.
Per dirne uno solo: nel seggio di Santo Stefano al Mare (Imperia) una scrutatrice lamenta “la presenza di un assessore di Pompeiana che chiedeva, recandosi più volte presso il seggio, l’elenco dei votanti per verificare”.
E, guarda caso, il sindaco di Pompeiana Rinaldo Boeri aveva firmato nel 2012 un documento a sostegno di Scajola.
Ecco: ieri il soccorso azzurro alle primarie, oggi la campagna elettorale, domani la giunta. E le ricompense.
Il Pd, per come è nato, non c’è più.
S’è già trasformato in Partito della Nazione, formidabile macchina di potere che attrae di tutto.
Ditta ciao, ciao ciao.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 25th, 2015 Riccardo Fucile
MINORANZA SI RIBELLA AI CANDIDATI RENZIANI
L’assemblea provinciale del Partito Democratico ad Avellino è finita nel caos.
A incendiare gli animi, la lista dei quattro candidati irpini per le regionali del 31 maggio in Campania, proposta dal segretario provinciale del Pd, il renziano Carmine De Blasio.
Una lista bloccata e tutta di maggioranza che secondo la minoranza presente in assemblea rappresenta un tentativo di epurazione della candidatura di Francesco Todisco, nonostante le preferenze raccolte.
I delegati di minoranza hanno inveito contro la presidenza che tentava a tutti i costi di far votare la lista con i quattro nomi: Beniamino Palmieri, Enzo De Luca, Roberta Santaniello, tutti renziani, e Rosetta D’Amelio.
Tentativo continuamente interrotto da urla e accuse pesanti: “Buffone, che cosa voti”, sbotta il delegato Giovanni Bove, segretario del Circolo Foa del Pd di Avellino e membro dell’assemblea regionale.
Alla fine il segretario provinciale De Blasio deve cedere, e verificare il numero legale, che non c’è.
Ma non è tutto: mancano anche le 60 presenze necessarie a rendere le decisioni dell’assemblea vincolanti.
Una rissa che ha trasformato l’assemblea in un nulla di fatto.
Ora la palla passa di mano, si deciderà tutto tra Roma e Napoli. A uscirne rafforzato è proprio il candidato di minoranza Todisco, che vantava 25 preferenze a fronte delle 46 raccolte da tutti e quattro i candidati della lista di una maggioranza che avrebbe cercato di imporre i suoi candidati nonostante una composizione dell’organo provinciale praticamente spaccato a metà
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“SE UN PARTITO NON HA CULTURA, IDENTITA’, VALORI E REGOLE PUO’ SUCCEDERE QUALUNQUE COSA”
«Sarà colpa della mia vecchiaia…».
Ha compiuto 91 anni da un mese, Emanuele Macaluso.
«Sì, e quando vedo centinaia di persone che muoiono in mare riesco a pensare solo a questo»
Intanto, Renzi ha fatto sostituire i membri Pd in commissione per la legge elettorale.
«Ha sbagliato! Ma che mi importa! Ci si concentra sulla legge elettorale, mentre tutto dovrebbe essere dedicato alla tragedia nel Mediterraneo».
Facendo cosa?
«Anche andando fra la gente a discuterne, perchè siamo di fronte a un fatto epocale. Su questo la sinistra, non solo quella italiana, sta perdendo la faccia».
Macaluso è a Sesto San Giovanni, presenta il suo libro «Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo».
È stato nel Pci, dal 1951, nella Cgil, direttore dell’ Unità e del Riformista . Al Pd non si è mai iscritto.
Renzi non le piace.
«La sua qualità è di essere un riformatore in velocità . Ma oggi il Pd mi sembra un partito che vive alla giornata. Politique d’abord , politica innanzitutto, come diceva Nenni. Mai una prospettiva, un’idea per far camminare la società ».
Ci sono molti casi locali nel Pd.
«De Luca condannato e candidato in Campania, sindaci veneti che si tolgono la fascia per l’arrivo degli immigrati: allineati con la Lega. Se un partito non ha cultura, identità , valori e regole, può succedere qualunque cosa»
Lei è d’accordo con la minoranza del Pd?
«Per niente. È la minoranza degli emendamenti. Il Pd non ha una cultura politica di riferimento e la minoranza non ne propone una alternativa: dovrebbe fare una battaglia per stabilire cosa è oggi il Pd».
L’era Renzi è stata preparata da ciò che è accaduto prima?
«Se penso alla campagna elettorale di Bersani nel 2013, non ricordo accenni alla politica internazionale. Eppure la sinistra si è sempre distinta per i suoi rapporti con il mondo».
E prima di Bersani?
«Dopo la svolta di Occhetto, la tensione di tutti è stata di andare al governo: D’Alema, Veltroni, Turco, perfino Mussi. Ma per fare cosa?».
Le riforme di Renzi: c’è qualcosa di sinistra?
«Ho molte riserve sulla riforma elettorale. Sulla riforma del lavoro penso che la Cgil avrebbe dovuto proporre un suo progetto, anzichè dire sempre no. Ripeto, però: oggi sarebbe di sinistra occuparsi delle stragi nel Mediterraneo».
Lo fa la sinistra di altri Paesi?
«La crisi è di tutto il socialismo, europeo e mondiale. L’ultimo atto importante fu il documento sul Terzo mondo di Willy Brandt, del 1980. Poi ognuno si è ripiegato sui casi nazionali. È rimasto il Papa a occuparsi di questi temi».
Cosa racconta il suo libro su Togliatti?
«Che la Costituzione italiana esiste perchè ci fu Togliatti: svolta di Salerno, Repubblica e Costituente come punti di unità fra le forze della Resistenza. La linea fondamentale del Pci fu la difesa della Costituzione».
E poi?
«Dopo la crisi del ’92 fu totalmente cancellata la memoria della Prima Repubblica. Antipolitica, populismo, caduta della cultura politica sono il frutto della distruzione del passato. Ma una sinistra con una strategia è necessaria allo sviluppo del Paese».
Andrea Garibaldi
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 22nd, 2015 Riccardo Fucile
CHI VINCE LE PRIMARIE EMARGINA GLI SCONFITTI: LA NUOVA ETICA DEL PD
L’associazione partigiani di Alessandria decide di celebrare il 25 aprile con Cofferati. Ma la sindaca
Rossa, che a dispetto del cognome è renziana, pone il veto sull’ex sindacalista e propone Boschi o Pinotti.
I partigiani resistono e non se ne fa nulla.
Intanto a Bologna parte la Festa dell’Unità dedicata alla Liberazione, dove non risultano invitati gli esponenti della minoranza: Cuperlo, Civati, Speranza, persino Bersani.
Sarebbe grottesco rimpiangere i riti melmosi della Prima Repubblica, ma democristiani e comunisti avevano un altro stile.
Moro e Fanfani si pugnalavano dietro le quinte, però a nessuno dei due sarebbe mai venuto in mente di escludere il rivale da una cerimonia ecumenica del partito.
E nel Pci il «centralismo democratico» obbligava i capi delle varie correnti invisibili a sedere sullo stesso palco, applaudendo ritmicamente le prolusioni sterminate del Signor Segretario.
Ipocrisie, certo. Ma la vita politica (e non solo quella) è fatta di forme che rivestono una sostanza: la ricerca delle ragioni profonde per cui si sta insieme, pur facendosi ogni giorno la guerra.
Nel Partito democratico queste ragioni semplicemente non esistono. Nemmeno la Resistenza, a quanto pare, lo è.
Chi vince le primarie emargina gli sconfitti. Lo ha fatto Bersani, e ora Renzi.
Colui che afferra il volante si proclama diverso, ma poi anche lui seleziona i compagni di viaggio in base al tasso di fedeltà .
Dimenticandosi che alla lunga in politica (e non solo in quella) sono sempre i più fedeli a tradire.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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