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VOLANO I PIATTI NEL PD: CIVATI ALL’ATTACCO, LA MINORANZA INIZIA LA GUERRA DEI NERVI

Dicembre 13th, 2014 Riccardo Fucile

OTTO DEPUTATI CHIEDONO DI ESSERE SOSTITUITI IN COMMISSIONE, POI MARCIA INDIETRO… CIVATI: “O RENZI CAMBIA REGISTRO O NUOVO PARTITO”

Tornano a spirare venti gelidi tra la minoranza del Pd e i vertici del partito.
In attesa dell’assemblea nazionale convocata a Roma per domenica, otto deputati della minoranza del Pd in commissione Affari costituzionali della Camera hanno chiesto di essere sostituiti (e poi hanno fatto marcia indietro) per le votazioni degli emendamenti alle riforme, essendo in dissenso ma non volendo mandare “sotto” il governo e i relatori, come accaduto mercoledì scorso quando il governo è stato battuto sui senatori a vita proprio grazie ai voti degli esponenti della minoranza.
“Abbiamo lo stesso la maggioranza”, è stata la reazione ufficiosa dell’esecutivo, cui i fatti hanno dato ragione: i dissidenti, tra cui Rosy Bindi, Alfredo D’Attorre, Gianni Cuperlo, Roberta Agostini, non hanno partecipato al voto degli emendamenti all’articolo 3 del ddl Riforme (sui senatori nominati dal presidente della Repubblica), ma la decisione non ha fatto venir meno i numeri alla maggioranza che ha respinto tutte le proposte di modifica.
I deputati della minoranza del Pd sono quindi rientrati in Commissione.
“Per il momento non sono arrivate richieste di sostituzione”, ha riferito Emanuele Fiano, capogruppo in commissione e relatore alle riforme.   L’unico ad essere sostituito — viene riferito — è il deputato di minoranza Giuseppe Lauricella assente per tutto il giorno. Con l’approvazione senza modifiche dell’articolo 3 rimangono nel testo i senatori di nomina presidenziale, nonostante la modifica dell’articolo 2 — su cui il governo è stato battuto — che ha cancellato dal Senato dei 100 la previsione dei 5 senatori nominati. Di fatto i 5 senatori sono ancora previsti dal testo firmato dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi: all’articolo 3, appunto, ma anche all’articolo 39.
La tensione non accenna a stemperarsi: passata la tempesta sull’articolo 3, la minoranza Pd minaccia ancora di abbandonare definitivamente i lavori.
Sulla decisione pesa la chiusura della maggioranza e del governo a modificare il sindacato preventivo di costituzionalità  sulla legge elettorale.
La fronda del Partito Democratico (ma anche M5s e una parte di Forza Italia) chiede di cambiare la norma sul controllo preventivo di legittimità  da parte della Corte costituzionale, chiedendo di rendere automatico il controllo, oppure di abbassare il quorum necessario in aula per la richiesta del parere preventivo e anche di far valere la norma anche per le leggi elettorali già  in vigore prima della riforma costituzionale, in modo da sottomettere al controllo anche l’Italicum.
“Ho sempre detto che mai avrei lasciato la Commissione e che semmai mi dovevano sostituire loro — ha spiegato Rosy Bindi — detto questo se non ci dicono sì all’emendamento che introduce il giudizio preventivo della Corte sulla legge elettorale, allora con sdegno me ne vado”.
A poche ore dall’assemblea nazionale, Pippo Civati torna ad avvertire: “Se Renzi si presenta con il Jobs Act e con le cose che sta dicendo alle elezioni a marzo, noi non saremo candidati con Renzi”, ha detto il dissidente democratico durante l’iniziativa dell’associazione “E’ Possibile” a Bologna.
“Se Renzi continua così — ha aggiunto — un partito a sinistra del Pd si costituirà  sicuramente, non per colpa nostra”. E a chi gli chiede cosa si aspetta dall’assemblea nazionale, Civati risponde ironico: “E’ un thriller, Renzi decide di notte… Ma io sto sereno come consiglia di fare lui da tempo: io non ho niente da perdere, qualcun altro ci perse palazzo Chigi”.
Mentre si avvicina a grandi passi la partita per il Quirinale, Civati spera in un dialogo con il M5S: “Sul presidente della Repubblica vorrei che stavolta da Grillo ci fosse un segnale chiaro, l’altra volta perdemmo un treno clamoroso. Grillo è sullo sfondo: mi aspettavo un po’ più di coraggio da Pizzarotti, un po’ più di interlocuzione con le altre forze politiche, io ho pochissimi parlamentari, Grillo invece ha ancora una larghissima rappresentanza”.
Riguardo i fischi e le contestazioni che hanno accolto Massimo D’Alema a Bari nella piazza dello sciopero di Cgil e Uil, Civati ha una sua idea: “C’è molta tensione, molta incomprensione anche tra gli elettori del Pd e c’è molto spaesamento, le persone non si sentono più rappresentate e ci individuano anche come un problema. Io ho avuto un’accoglienza migliore -ricorda Civati- ma ciò che è paradossale è che è la prima volta in cui sono andato ad una manifestazione della Cgil per la quale non solo non eravamo con loro ma addirittura eravamo oggetto degli attacchi. Quindi, è chiaro che le persone più note e che magari hanno anche qualche responsabilità  in più siano più fischiate delle altre”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PD, LO SPETTRO DELLA SCISSIONE: “D’ALEMA LO SAPPIA, DOPO DI ME C’E’ SOLO IL VOTO”

Dicembre 13th, 2014 Riccardo Fucile

LE CORRENTI DEL PD IN FERMENTO

La legge elettorale al Senato rischia di restare sepolta sotto i 5 mila emendamenti presentata dalla Lega e le resistenze della minoranza del Pd sui capilista bloccati.
La riforma costituzionale, invece, deve fare i conti alla Camera sempre con le proposte di modifica dei democratici “dissidenti”.
Come quella che mira ad alzare il quorum per l’elezione del presidente della Repubblica. O quella che prevede più poteri al futuro Senato nel modificare testi votati alla Camera.
O ancora l’eliminazione delle norme che consentirebbero al governo di chiedere il sì dei deputati senza modifiche alle sue proposte.
E sullo sfondo si agita lo spettro di una norma transitoria che affiderebbe alla Corte costituzionale un giudizio preventivo sull’Italicum. E qui le due proposte di riforma si intrecciano. Al punto che hanno convinto il governo a chiedere alla Camera una “pausa” di riflessione fino a stamattina
Troppo forte il rischio di andare nuovamente sotto su un emendamento delle opposizioni interne ed esterne.
Meglio usare la notte per cercare nuove mediazioni. Comunque a Montecitorio sono stati approvati i quattro articoli che riguardano il federalismo.
E molti emendamenti, sono stati ritirati con la promessa di essere esaminati in aula.
Tipo quelli forzista che chiedono la nascita di un minimo di 7 e un massimo di 12 macroregioni. Ma sul resto la trattativa è aperta.
Per esempio, con il Nuovo centrodestra sui poteri del Senato: e ancora con Forza Italia sulle regole per l’elezione dei giudici costituzionali.
Ma soprattutto a bloccare l’iter sono gli scontri interni al Partito democratico. E a Palazzo Chigi così comincia a fare capolino l’idea di portare il provvedimento in aula il 16 dicembre senza avere concluso l’esame in commissione.
Mentre a Palazzo Madama si cercano strade per bloccare la valanga degli emendamenti leghisti. Emendamenti che farebbero slittare l’approvazione dell’Italicum a gennaio.
Ipotesi che verrebbe letta come uno scacco per il governo.
L’accusa è quella di «tradimento ». Il tribunale sarà  allestito nella sala congressi di un hotel dietro villa Borghese. La giuria sarà  quella dei mille delegati d’assemblea del Pd. Matteo Renzi promette d’essere un pubblico ministero impietoso contro quella «vecchia guardia» che, a suo avviso, ormai manovra apertamente per far saltare il banco. «Devono sapere che stanno scherzando con il fuoco — avverte il premier alla vigilia dell’appuntamento -. Perchè noi intendiamo andare avanti, ma se ci verrà  impedito “loro” saranno additati davanti alla pubblica opinione per aver portato il paese nel baratro. D’Alema vorrebbe la crisi del mio governo e la nascita di un “tecnico”.
“Pensa di trattarmi come Berlusconi nel 2011. Ma le cose non sono come tre anni fa. Se cado, si va al voto». Questa improvvisa escalation di toni tra la segreteria Renzi e la minoranza ha una ragione vicina e un retroterra lontano.
La ragione vicina risale a mercoledì, all’ormai famoso voto in commissione affari costituzionali della Camera che ha mandato sotto il governo grazie a voti dei “dissidenti” democratici.
Le versioni che circolano in parlamento a mezza bocca sono due, totalmente inconciliabili. Mentre la minoranza sostiene che il ministro Boschi era stata avvisata di non forzare la mano, anzi le era stato consigliato di accantonare il punto dei senatori a vita proprio perchè non c’era accordo, i renziani raccontano tutta un’altra storia: «C’era stato un incontro prima della seduta e “loro” avevano promesso di non mettere mai e poi mai in difficoltà  il governo in commissione. Poi in aula avrebbero votato contro, ma in commissione no. Anzi, era venuta proprio da “loro” l’idea di sostituire quei membri della commissione che, eventualmente, si fossero trovati in un dissenso tale da impedirgli il voto sulle proposte della maggioranza ».
Lo scambio insomma sarebbe stato questo: lealtà  in commissione, mano libera in aula (dove i voti della minoranza non sono determinanti). «Invece — prosegue il renziano — ci hanno pugnalato alle spalle».
Il punto dunque è questo. Per Renzi la minoranza ormai si comporta come un partito nel partito, a nulla sono valsi i ripetuti voti negli organismi dirigenti del Pd per indurli a rispettare la disciplina di gruppo.
Per questo il sospetto che stia avanzando strisciante il vecchio progetto di scissione è tornato ad affacciarsi a largo del Nazareno.
Dove danno in uscita per primo Pippo Civati, a fine gennaio, poi forse Stefano Fassina e qualche dalemiano.
Di certo c’è che oggi l’ex rottamatore della prima Leopolda salirà  sul palco di Bologna insieme a Sel per lanciare il suo manifesto in dieci punti, rivolto a tutto ciò che si agita a sinistra del Pd. Ieri Civati era in piazza con la Cgil e sabato prossimo, a Genova, sarà  di nuovo a un comizio insieme a Vendola. Un’agenda che i renziani tengono d’occhio
Quanto agli altri della minoranza — la rabbia per i toni ultimativi e «autoritari» del premier è l’unico sentimento comune per il momento prevale l’attendismo.
Una scelta tattica, per capire il gioco di Renzi sul Quirinale. Dove davvero la minoranza, grazie al voto segreto, potrà  fare la differenza e influire pesantemente sulle scelte.
Così come su legge elettorale e riforme costituzionali, entrambe a forte rischio.
Un bersaniano come Nico Stumpo invita i renziani a non cercare la prova di forza sulla legge elettorale: «Il Mattarellum non glielo voterebbe nessuno, nè Lega, nè Berlusconi nè 5 Stelle. Con i grillini ci parlo, so come la pensano».
Se tutto dovesse precipitare non resterebbe che il Consultellum, «ma a quel punto non credo che a Renzi convenga andare al voto. Con lo sbarramento al 2% chissà  quante liste possono nascere…».
In questo clima, è facile prevedere che l’assemblea di domani si trasformi facilmente in una resa dei conti. Bersani ci sarà , così come Rosy Bindi, Cuperlo ed Epifani.
Proprio l’ex segretario alleminacce di Renzi su una total disclosure sulle passate gestioni della “ditta”, risponde a brutto muso: «Magari tirasse fuori i bilanci della mia segreteria, io non ho niente da nascondere».
Per la verità  il premier distingue l’atteggiamento di chi, come Bersani o Epifani, «vuole essere coinvolto sulle scelte, ma non trama », rispetto a quello di altri.
Uno su tutti: Massimo D’Alema, il nuovo nemico che palazzo Chigi ha messo nel mirino.
All’ex presidente del Consiglio si attribuiscono progetti di sovvertimento generale del quadro. Il disegno sarebbe quello di un altro governo, guidato magari da un tecnico alla Padoan (proprio il nome di Padoan sarebbe stato fatto dal centrista Mario Mauro ad alcuni senatori della minoranza Pd) per rassicurare i mercati in caso di crisi di governo.
Un gioco rischioso, secondo Renzi, perchè la situazione internazionale in questo momento è molta diversa rispetto al 2011 e perchè il ministro dell’Economia non si presterebbe.
Allora tutte le cancellerie europee, gli Usa e le istituzioni finanziare mondiali si auguravano una rapida uscita di scena del Cavaliere, incapace di mantenere gli impegni sul risanamento.
«Oggi invece tutto il mondo sta con il fiato sospeso sperando che Renzi ce la faccia. Mentre per “loro” è più importante far fuori l’usurpatore e far arrivare la Troika».
L’ultima battaglia è appena iniziata.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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TUTTI CONTRO UNO: SI AVVICINA LA RESA DEI CONTI NEL PD

Dicembre 13th, 2014 Riccardo Fucile

L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NE PROMETTE DI TUTTI I COLORI

Il richiamo al rispetto reciproco. L’invito ad una discussione pacata. L’auspicio che si mettano da parte esasperazioni sempre più evidenti.
E’ l’ultimo appello del Presidente della Repubblica, nel giorno dello sciopero generale di Cgil, Uil e Ugl.
Parole al vento, con ogni probabilità : come portate via dal vento — lo conferma la cronaca di queste ore — sono state, per mesi, le invocazioni a varare quelle riforme (costituzionale ed elettorale) che giacciono tutt’ora in questa commissione o in quell’aula parlamentare, ostaggio di continui veti incrociati.
Le manifestazioni in cinquanta e più città  italiane, e uno sciopero generale quasi «ad personam» — come non se ne vedeva dai tempi dei governi Berlusconi — segnalano con inequivoca nettezza come il vento attorno al governo di Matteo Renzi stia decisamente cambiando.
La filosofia dell’ «uno contro tutti», che tanto aveva pagato nei mesi dell’ascesa dell’ex sindaco di Firenze, comincia infatti a mostrare l’altra faccia della sua medaglia. I «tutti», infatti, vanno riorganizzandosi, si accordano, si spalleggiano e muovono al contrattacco.
Il quadro che ne emerge è desolante.
Pessimi i rapporti con l’Europa; in caduta libera tutti i parametri economici; improntati a sospetti (patto delNazareno) o a scontri durissimi i rapporti tra i partiti; guerra aperta tra Cgil e governo; disastrato, fino a far immaginare una rottura imminente, il rapporto tra il segretario-premier e la minoranza del suo partito, il Pd.
In un panorama fattosi così cupo, non può sorprendere che torni ad aleggiare il fantasma di elezioni anticipate: che poi sia tecnicamente difficilissimo arrivarci e politicamente quasi suicida pensarci, pare importare poco o nulla.
Tanto a destra quanto a sinistra.
E’ opinione comune che l’origine del rapido deterioramento del quadro politico sia da ricercare nel drammatico scontro in atto nel Partito democratico.
La guerra che le correnti di minoranza hanno intrapreso contro Renzi sta infatti riverberando i suoi effetti su quasi ogni fronte.
Nelle aule del Parlamento, ogni provvedimento di un qualche peso (riforma del Senato, Jobs Act, legge elettorale) è ostacolato o rallentato dallo scontro interno al Pd; e sul piano economico-sociale, si assiste ad un lievitare della protesta e ad una sorta di rovesciamento — nei rapporti tra sinistra e sindacati — dell’antico concetto di «cinghia di trasmissione»: con la Cgil, oggi, a far da traino e guida per l’opposizione interna al Pd.
Molto di quanto avviene, ricorda assai da vicino dinamiche che erano tradizionali al tempo della Prima Repubblica e della Dc, quando la guerra tra correnti (andreottiani, demitiani, dorotei…) produceva crisi di governo, cambi di premier e fine anticipata di questa o quella segreteria.
Sembrava un passato destinato a non tornare, e invece eccolo qui: con i suoi effetti disastrosi tanto sul piano della tenuta del sistema che dell’efficienza di governo.
Che il passato non ritorni, è possibile ma non scontato; che occorrerebbe ricordarne gli aspetti peggiori, invece, sarebbe — anzi: è — segno di saggezza e responsabilità .
In tale caos, è annunciata per domani l’ennesima «resa dei conti» all’interno del Pd, ma è difficile che l’Assemblea nazionale dei democrats possa portare a conclusioni e dinamiche nuove e certe.
E’ arduo, infatti, immaginare che il copione possa esser assai diverso da quelli visti e noti: Renzi che fa la sua relazione, la minoranza che vota contro, si divide o si astiene, e ogni cosa — alla fine — che ricomincia come prima.
Del resto, è inutile per i nemici del segretario-premier, forzare tempi e scelte adesso, quando la migliore occasione per una resa dei conti definitiva sembra a un passo, lontana qualche settimana o poco più.
E’ infatti lungo le alture di quel vicolo stretto — un vero e proprio canyon — rappresentato dalla scelta del nuovo Presidente della Repubblica, che i nemici interni ed esterni del premier vanno accampandosi per consumare la vendetta.
In una situazione nella quale nessuno dei leader maggiori (da Berlusconi a Renzi, fino a Beppe Grillo) controlla pienamente il proprio partito, si rischia di vederne di tutti i colori.
E il ricordo dei 101 franchi tiratori che affondarono la candidatura di Romano Prodi, potrebbe sbiadire di fronte a dissensi ed insubordinazioni ancor più espliciti e numerosi.
In palio, infatti, non c’è solo l’elezione del nuovo Capo dello Stato, ma la testa di Matteo Renzi: Pier Luigi Bersani, del resto, la sua la perse così.
Il più giovane premier della storia repubblicana sa che potrebbe andar incontro ad analogo destino. Riflette e ragiona su come scansare il pericolo, ma una soluzione ancora non ce l’ha.
E intorno a lui, intanto, tutto sembra degradare e cambiar verso. Anzi, ricambiar verso: come non si sarebbe mai detto fino ad ancora due o tre mesi fa…

Federico Geremicca

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MOSE, INDAGATI I DEPUTATI PD MOGNATO E ZOGGIA PER FINANZIAMENTO ILLECITO

Dicembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

ERA STATO IL SINDACO ORSONI A FARE I NOMI DEI “MAGGIORENTI” DEL PARTITO

A fare i loro nomi era stato l’allora sindaco di Venezia Giorgio Orsoni ai pm che indagavano sullo scandalo Mose.
Ora Michele Mognato e Davide Zoggia , deputati veneziani del Pd, sono indagati nell’ambito dell’inchiesta Mose.
Si indaga per finanziamento illecito dei partiti in relazione ai contributi che Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova all’epoca dei fatti, avrebbe versato nel 2010 a Giorgio Orsoni per la campagna elettorale a sindaco di Venezia.
Orsoni, che aveva concordato con la Procura di Venezia un patteggiamento respinto dal giudice, in piena bufera giudiziaria in corso per convincere la stampa della sua tesi difensiva aveva spiegato: “Io chiedevo i fondi su richiesta del partito ma non mi sono mai occupato di organizzare nè finanziare alcuna iniziativa elettorale così come non potevo di certo sapere se quei soldi provenissero da fondi neri”.
In quella sede i nomi non li aveva fatti, ma poi agli inquirenti aveva spiegato chi chiedeva e aveva anche spiegato i rapporti con Mazzacurati: “Mazzacurati è venuto diverse volte a casa mia, ogni tanto mi lasciava dei carteggi e delle buste, non sempre — aveva raccontato Orsoni — ho aperto per vedere cosa c’era dentro”.
Alla domande del se li avesse poi portati al Pd. “Può anche essere, ma non ricordo. I fatti sono avvenuti anni fa”.
L’avvocato amministrativista prestato alla politica, che conosceva da 30 anni l’imprenditore che lo ha accusato di avergli chiesto sempre più soldi, aveva confermato di essere stato spinto a chiedere il denaro dalle pressioni dei “maggiorenti” del Pd.
“I miei interlocutori nel Partito Democratico erano sostanzialmente il segretario, che era Mognato” e po tra gli altri “Zoggia che era fra l’altro il delegato agli enti locali a livello nazionale e che, pur essendo occupato anche per altre elezioni, perchè essendo il delegato nazionale poi si doveva occupare di altre cose, però era presente spesso anche a Venezia” aveva detto Orsoni.
Che aveva aggiunto: “Non avendo nessuna esperienza politica e tanto meno elettorale non avrei saputo come organizzarmi… non avrei saputo come reperire le risorse per sostenere una campagna elettorale, della quale non conoscevo i costi”. Poi arrivarono 300mila euro: cifra che mi sembrava enorme”.
I due, che si sono detti estranei ai fatti, sono stati sentiti in Procura, dal pool di magistrati che indagano sulla vicenda, martedì scorso nell’ambito della conclusione delle indagini che dovrebbero portare a processo l’ex sindaco Orsoni.
I due deputati del Pd hanno smentito le affermazioni di Orsoni, e hanno negato di essere stati i destinatari finali del finanziamento in nero di 450mila euro messo a disposizione da Mazzacurati sui 550mila totali ricostruiti dai magistrati.
È stato sentito l’ex assessore ai lavori pubblici della giunta Orsoni ma all’epoca dei fatti (2010) segretario veneziano del partito, Alessandro Maggioni che non è indagato che ha spiegato, in circa un’ora di incontro, che all’epoca dei fatti si occupava di aspetto organizzativi e non economici.
Nei prossimi giorni altri politici potrebbero essere sentiti dalla Procura veneziana.   L’ex sindaco dovrebbe andare a processo dopo che appunto l’ipotesi di patteggiamento con la Procura era stata respinta dal Gup perchè ritenuta troppo ‘leggerà  specie sul fronte economico, la proposta di 16mila euro da versare al fondo per la giustizia.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA DENUNCIA DI ALICATA (PD): “I ROM DEL CAMPO DI BUZZI HANNO VOTATO ALLE PRIMARIE PD”

Dicembre 11th, 2014 Riccardo Fucile

SI TRATTAVA DI ELEGGERE IL CANDIDATO SINDACO DI ROMA: FILE DI ROM MANDATE DA BUZZI

“Ricordo di aver visto gruppi di rom accompagnati in fila ai seggi. Con un’indicazione sulla persona da votare”.
La denuncia è di una scrittrice, Cristiana Alicata, membro della direzione nazionale del Partito democratico.
Si trattava delle primarie del centrosinistra per eleggere il candidato sindaco di Roma, quelle che spianarono la strada a Ignazio Marino.
Era il 7 aprile 2013. Alicata, quel giorno, lo scrisse su Facebook: “Le solite incredibili file di rom che quando ci sono le primarie si scoprono appassionatissimi di politica”.
Allora fu sepolta dalle accuse di razzismo, specie all’interno del partito (lei, renziana, parteggiava per il candidato Gentiloni).
Oggi quella frase, alla luce dell’indagine sulla mafia di Roma, potrebbe avere un peso diverso.
Il seggio in questione era nell’ex XV municipio (zona Magliana – Portuense).
“Vicino al campo nomadi di via Candoni”, ricorda Alicata.
Una struttura che compare anche nelle carte su Mafia Capitale: in quell’accampamento, nel 2013, la cooperativa 29 giugno di Salvatore Buzzi ha ottenuto una commessa da 86mila euro per la bonifica dell’impianto fognario.
Non c’è nessuna prova che colleghi i rom in fila ai presunti tentativi della cupola di inquinare le primarie. Rimangono, però, le anomalie denunciate alla commissione di garanzia del Pd in diversi seggi, poi cadute nel nulla
Nell’ex VIII municipio (Tor Bella Monaca-Torre Angela) ci fu bisogno addirittura della polizia per sedare una lite tra militanti democratici, nata perchè alcuni testimoni, oltre a registrare un afflusso sospetto di immigrati al voto, avevano assistito a inequivocabili giri di denaro.
Qualcuno raccolse una prova audio del voto di scambio (“Quanti ne vuoi a Tor Bella Monaca? ”. “Non ti preoccupare: tu portameli, gli regaliamo il pacco”) e la presentò — come scrisse Repubblica — alla federazione provinciale del Pd. In quei giorni il segretario romano era Marco Miccoli, ora deputato.
Oggi, come allora, sminuisce l’entità  di quegli eventi: “Il risultato fu nettamente a favore di Marino e anche i candidati ai municipi furono eletti con distacchi limpidi: se c’è stato un intervento per sporcare quelle primarie, è fallito”.
La denuncia dell’Alicata? “Riguardava un campo autorizzato dal Comune — spiega Miccoli — che storicamente partecipa al voto. Le segnalazioni alla commissione di garanzia non portarono ad annullamenti o ulteriori controlli”.
Tutto regolare. Eppure lo stesso Pd romano che rimosse la questione, un anno dopo si trova con un commissario, Matteo Orfini, che ha il compito di fare tabula rasa.
Cristiana Alicata allora lanciò il sasso, ma nascose (in parte) la mano.
“Ho visto con i miei occhi, ma non ho le prove di chi fossero mandanti e beneficiari”.
I nomi non li fa nemmeno adesso, con il vaso di Pandora della mafia romana scoperchiato dalla procura.
“Non li conosco e non voglio farli — prosegue — perchè il tema non è individuale. La responsabilità  è collettiva è appartiene all’intera dirigenza del Pd di questi ultimi anni”. Non furono solo i presunti voti di scambio a insospettirla: “Mi chiedo ancora come facessero certi eletti a tappezzare la città  di manifesti abusivi, a organizzare cene elettorali pantagrueliche ed eventi da decine di migliaia di euro”.
Oggi non lo dice, ma ce l’aveva con l’altro candidato sindaco, David Sassoli. “Scrissi a Epifani di commissariare il partito, con mesi di anticipo sui fatti. Ma non è cambiato nulla: gli stessi consiglieri che hanno assistito inermi agli scandali laziali della regione Lazio, a fine mandato li abbiamo candidati in Parlamento. Invece almeno l’80 per cento dei dirigenti del Pd di Roma dovrebbero essere mandati via”.

Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PD, PASTA IN CAMBIO DEI VOTI E MAZZI DI TESSERE COMPRATE

Dicembre 11th, 2014 Riccardo Fucile

VIAGGIO NEL PD DELLE CLIENTELE

Pacchetti di tessere comprate in bianco dai capibastone e restituite compilate, come e da chi però non si sa.
Code di extracomunitari ai seggi delle primarie. Pulmini di anziani prelevati dai centri ricreativi e ricompensati con buste alimentari.
Soldi distribuiti fuori dai circoli per incentivare il voto. Congressi finiti a insulti e spintoni, e la polizia che arriva a sirene spiegate.
Benvenuti nel meraviglioso mondo del Pd Roma.
L’azionista di maggioranza della giunta Marino commissariato da Matteo Renzi. Chè non fosse stato per il procuratore Pignatone, forse, si sarebbe continuato a chiudere un occhio, anzi tutti e due: sulle iscrizioni gonfiate, i maneggi dei signori delle tessere, l’inquinamento di un partito che di democratico ha soltanto il nome, condizionato com’è dai vari Kim Jong-un di quartiere che a botte da migliaia di euro spostano consensi, ricattano segreterie locali, controllano pezzi di istituzioni.
Un gioco borderline, di certo pericoloso. Ormai smascherato dalle inchieste giudiziarie.
Minacciava «li rovino tutti» l’onorevole Marco Di Stefano, che intercettato rivelava: «Ho fatto le primarie con gli imbrogli».
Elezione, stavolta per il segretario cittadino, che attira pure l’interesse della mafia capitale.
«Come state messi?», chiedeva il boss Carminati a Salvatore Buzzi, il suo braccio imprenditoriale: «Stiamo a sostene’ tutti e due», la risposta del ras delle cooperative, «avemo dato 140 voti a Giuntella e 80 a Cosentino. Cosentino è proprio amico nostro».
Neppure il drammatico appello lanciato un anno e mezzo fa dall’allora deputata Marianna Madia era servito a far suonare l’allarme.
«Nel Pd a livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie dei parlamentari ho visto, non ho paura a dirlo, delle vere e proprie associazioni a delinquere sul territorio»: era il giugno 2013, e per quelle parole l’attuale ministro rischiò quasi di essere linciata. Sebbene già  due mesi prima la renziana Cristiana Alicata denunciò «le file di rom ai gazebo dem» e «voti comprati» per l’elezione del candidato sindaco, che poi risultò Ignazio Marino.
Manovre spesso oliate da un vorticoso giro di soldi.
Racconta Andrea Sgrulletti, fino all’anno scorso segretario pd nella zona di Tor Bella Monaca: «Nell’aprile 2013, alle primarie organizzate in vista delle amministrative, il nostro municipio è stato l’unico dove hanno votato più persone rispetto alle primarie 2012 Bersani-Renzi. In alcuni seggi l’affluenza è raddoppiata, in altri triplicata.
“Merito” di una campagna alimentata da un’enorme quantità  di danaro dall’aspirante presidente del VI municipio, Marco Scipioni, e denunciata sia al partito romano, sia alla commissione di garanzia».
Una propaganda a base di «pacchi alimentari e buste della spesa distribuite alle persone che venivano a votare per lui. A volte ha pure regalato piccole somme. Il che, in un contesto molto povero come il nostro, fa la differenza», insiste Sgrulletti, rivelando come «quelle contropartite abbiano pure convinto alcune comunità  straniere locali a partecipare in massa ».
Tutti episodi che «sono stati però ignorati dal Pd cittadino, che ha convalidato quel voto e non ha mai preso provvedimenti disciplinari, anzi», sospira sconsolato Sgrulletti: «Noi che abbiamo denunciato siamo finiti sul banco degli imputati e io stesso ho rischiato l’espulsione dal Pd».
Un serial, più che un film. Stesse scene si sono ripetute, sei mesi più tardi, al congresso (aperto solo agli iscritti) per il segretario provinciale e ancora dopo alle primarie per quello regionale.
Anche qui, pur con le debite proporzioni, «truppe cammellate si sono mosse per inquinare il voto»,racconta Fabrizio Mossino, già  responsabile della sezione Portuense- Villini, rivelando le tecniche per gonfiare le iscrizioni: «Se un circolo ha bisogno di soldi perchè non riesce più a pagare l’affitto o ha un segretario con una forte appartenenza di corrente, può succedere che il capo-bastone di turno arrivi, chieda un pacchetto di tessere, anche 50-60, pagandole in contanti 20 euro a pezzo, e poi le restituisca compilate ».
Esattamente quanto accaduto a ottobre di un anno fa, nella sfida per la leadership romana, con circoli che in pochi giorni sono cresciuti del 200%. Tor Bella Monaca per tutti: passato da 170 a 430 tesserati.
Non è allora un caso se, appena eletto, Lionello Cosentino abbia deciso di cambiare le regole e ripetere il congresso che pure lo aveva incoronato segretario.
Risultato? «Dai circa 16mila iscritti a Roma nel 2013 oggi siamo scesi a 9mila», dice l’ex responsabile organizzazione Giulio Pelonzi. Il 40% in meno.
È bastato esigere che ogni singola tessera fosse richiesta per iscritto e abbinata a un nome e un cognome preciso. «Come per magia i pacchetti sono spariti, chi oggi sta nel Pd Roma è gente vera», giura Cosentino. Ormai azzerato.

Giovanna Vitale
(da “La Repubblica“)

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“IL PD ROMANO DEVE ESSERE RASO AL SUOLO”: ASSEMBLEA DEM IN PIAZZA

Dicembre 11th, 2014 Riccardo Fucile

AL LAURENTINO CENTINAIA DI ISCRITTI IN PIAZZA TRA CORI E AMAREZZA… IL COMMISSARIO ORFINI: “A LEZIONE CONTRO IL MALAFFARE”

Nel “mondo reale” il comizio si fa in piedi su una sedia.
Matteo Orfini, il commissario del Pd capitolino nella tempesta di “Mafia capitale”, ha scelto lo slogan e un’assemblea nella periferia profonda del Laurentino per tornare tra la gente e riportare il Pd fuori dalla palude della corruzione.
I militanti arrivano da tutta Roma, sono centinaia.
«Annamo a senti’ cosa ce dicono» è il passaparola e sono talmente tanti che l’assemblea dem deve trasferirsi dalla sala Elsa Morante all’aperto, nel piazzale dove il comitato “no corridoio Roma-Latina” scandisce la sua protesta e un gruppetto grida “Fuori la mafia dallo Stato”, “Vergogna”, “Marino dimettiti”.
Il palco è una sedia dove salire a turno.
«A chi ci dice che la giunta va sciolta, io dico che siamo orgogliosi dell’operato di Marino e Zingaretti», esordisce così Orfini.
Promette la fine definitiva della «guerra per bande per il potere» in cui il Pd romano si era trasformato e annuncia una anagrafe patrimoniale degli eletti così che, quando si vede qualche anomalia, si possa subito chiarire.
E poi invita «chi ha dubbi a parlare, ad andare in Procura» e intanto ringrazia il procuratore Pignatone: «Faremo una Frattocchie dell’anticorruzione, verificheremo tutto con la massima durezza, telefoneremo agli ottomila iscritti ».
«Matte’ fatte aiuta’», gli gridano.
Lui rilancia: «Il Campidoglio non può avere 23 commissioni ne deve avere 8 come la Regione» e Zingaretti, il “governatore” lì accanto, si prende l’applauso.
A margine Orfini confesserà : «Un partito non può funzionare così, va raso al suolo, e ricostruito».
Fabrizio Barca lo aiuterà  nella mappatura dei circoli.
La musica è cambiata. I corrotti andranno in galera e restituiranno il maltolto fino all’ultimo centesimo.
Anche se il consiglio dei ministri che varerà  le nuove misure è slittato da oggi a domani pomeriggio. Al Laurentino c’è poco da tergiversare.
«È un dramma, una tristezza, un dispiacere…», si sfoga Arnaldo Contartese, militante storico. Ciascuno ha una sua piccola e grande storia da raccontare.
C’è chi giura che in definitiva al Pd qui «gli è andata bene, perchè è come una cosa sprofondata nella cacca ed è rimasto Marino e qualche assessore come un isolotto e da lì bisogna ripartire ».
Marino rivendica: «Qui vogliamo testimoniare che il nostro è un partito unito, perbene, il partito che sta lontano dalla criminalità  siamo noi».
Dalla folla dei militanti la battuta: «Si poteva fare di meglio…».
Il sindaco spiega che non si sente affatto commissariato per l’arrivo degli ispettori: «È come quando chiesi di mandare in casa nostra la Guardia di finanza per controllare i libri contabili perchè non si ha nulla da nascondere».
L’epicentro del malaffare è a destra: «Tutto quell’impianto criminale nasce nella destra di Gianni Alemanno ».
Molti parlamentari e politici. Marianna Madia, il ministro della Pubblica amministrazione, tra le prime e denunciare le correnti dem diventate «associazioni a delinquere », indica: «Bisogna fare saltare il tappo dei capibastone. Orfini è partito bene e noi tutti lo controlleremo».
Strada tutta in salita.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)

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AL CIRCOLO PD DI BUZZI SCOPPIA L’IRA DEI MILITANTI: “BUSTE PER VOTARE”

Dicembre 10th, 2014 Riccardo Fucile

“DOPO 60 ANNI DI MILITANZA NON PENSAVO DI ANDARE A FINIRE CON LA BANDA DELLA MAGLIANA”

«Mi sento umiliato, mi sento perso. Non pensavo d’anda’ a fini’ con la banda della Magliana».
Valerio ha alle spalle 60 anni di militanza. È iscritto al circolo Pd versante Prenestino, a Castelverde, periferia romana che è oltre Tor Sapienza, oltre il raccordo anulare.
Un sottoscala pieno di sedie di plastica bianche dove ieri 40 persone sono andate a sentir parlare di forma partito l’ex ministro Fabrizio Barca, con in testa solo i fatti di “Mafia Capitale”.
A quel circolo è iscritto Salvatore Buzzi, il presidente della coop 29 giugno, considerato uno dei capi del sistema scoperchiato dalla procura di Roma.
«Qui l’abbiamo visto solo all’iscrizione e quando si votava per le primarie – racconta Riccardo Pulcinelli – ma quando abbiamo sentito quel nome, io e Valeria (la coordinatrice) abbiamo detto: è nostro! Poi abbiamo chiamato il partito per chiedere di poterlo cancellare».
«Io non sono triste, sono incazzato», dice Riccardo davanti agli altri militanti. «Vedo i capi del partito romano che fingono di cadere dalla luna, ma quando siamo andati a denunciare che alle primarie arrivavano persone cui era stata pagata la busta della spesa, quando abbiamo sospeso il congresso e il presidente di municipio lo ha fatto fare comunque incassando 92 tessere sospette in un giorno, non ci hanno ascoltato. Anzi, volevano espellere noi».
Gli interventi sono un processo al partito: “Qui non si parla più, non si discute di niente, di che ci sorprendiamo?”.
Valerio ricorda quando in sezione venivano a parlare Luchino Visconti, Alberto Moravia, Giancarlo Pajetta: «Ci spiegavano le cose, ci dicevano di leggere, ora invece ci hanno instupiditi».

Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)

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MARINO DALLE STALLE ALLE STELLE: E’ IL BALLO DEL PD

Dicembre 9th, 2014 Riccardo Fucile

PRIMA SCARICATO E ORA SANTIFICATO… QUANDO GUERINI CHIESE A MARINO DI FAR ENTRARE IN GIUNTA CORATTI, INDAGATO PER MAFIA CAPITALE

Dalle stalle — in cui lo avevano cacciato tra Tor Sapienza e lo scandaletto Panda multata — i dirigenti del Pd ora portano Marino alle stelle.
Come Debora Serracchiani: “Al fianco della magistratura e insieme a Marino, con l’obiettivo di tutelare i cittadini e la stragrande maggioranza delle persone oneste del Pd”. Per Matteo Orfini “Marino e Pd sono la stessa cosa”.
E lo stesso Marino dichiara: “Il partito è sempre stato saldo intorno a me”.
È proprio così? L’eurodeputato David Sassoli ieri dichiarava: “Le dimissioni di Marino sarebbero un regalo alla criminalità ”; ma solo l’8 novembre al Messaggero affermava che Marino è un “sindaco inadeguato”.
Ecco il partito saldo intorno al sindaco.
Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato: Marino “non ha la conoscenza robusta di Roma che avevano Rutelli e Veltroni”.
Elezioni anticipate? “Io sono contrario, ma considero egualmente pericolosa la palude politica: il fatto che il sindaco e la sua maggioranza non vadano d’accordo è contro natura, ancora più rischioso del voto anticipato”.
“Credo che Marino abbia governato con grande buona fede. Ma i risultati per ora non sono sufficienti”.     Repubblica, 17 novembre 2014.
Lionello Cosentino, segretario Pd Roma (commissariato): “Ieri ho visto un paradosso: il sindaco era a Londra, il Consiglio comunale intendeva riunirsi fino a mezzanotte sulle multe (alla Panda del sindaco, ndr) con quello che stava succedendo a Tor Sapienza. Mai c’è stata distanza più ampia di un ceto politico che non riesce a capire le priorità ”.
“Il sostegno c’è ma bisogna cambiare tante cose”. Ansa, 14 novembre 2014.
Debora Serracchiani, vicesegretario del Pd: “Sia con il Pd locale che con il sindaco c’è un costante dialogo. Riteniamo che anche la volontà  di ripartire risponda a una richiesta di fare chiarezza. Nell’interesse dei cittadini e di Roma lavoriamo perchè questa chiarezza avvenga nel minor tempo possibile”.     Repubblica, 16 novembre 2014.
Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd: “Se dovessi dare un consiglio a Marino, non mi accontenterei di qualche ritocco alla giunta: servono scelte funzionali a un salto di qualità  dell’azione del governo cittadino”.
Sulle multe alla Panda del sindaco: “Nell’interesse di tutti, in primis di Marino, questa cosa va chiarita. E va chiarita in tempi brevi”.     il Messaggero, 18 novembre 2014.     Guerini chiese a Marino di far entrare in giunta, come vicesindaco, Mirko Coratti.
Pochi giorni dopo Coratti, indagato nell’inchiesta Mafia Capitale, si è dimesso dalla presidenza del Consiglio comunale.

Giampiero Calap�
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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