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SABRINA FERILLI: “RIMPIANGEREMO BERSANI, DALLA POLITICA MI ASPETTO QUALCOSA DI PIU’ DEI TWEET E DEI SELFIE”

Novembre 21st, 2014 Riccardo Fucile

“CI VORREBBE UNA ENCICLOPEDIA PER RACCOGLIERE ANNUNCI E SMENTITE”

Sta per partire con un programma tutto suo in Albania.
“Un talk show, si chiama “Contratto”: assomiglia a Invasioni Barbariche a Porta a Porta piuttosto che a C’è Posta per te”, racconta Sabrina Ferilli in un’intervista su La Repubblica.
“C’è molta materia umana, i personaggi fanno un percorso di vita. Sono venuti Christian De Sica, Giorgia Meloni, Walter Veltroni”.
Un nuovo percorso per l’attrice de La Grande Bellezza che ha abbracciato con “entusiasmo” questa nuova avventura perchè “ho la possibilità  di fare da pioniera per un progetto (quello del canale a Tirana di Bacchetti, ndr) che rappresenta anche una finestra che si apre per l’Italia. Io non sono una snob”.
E come vede l’Italia la Ferilli?
“Messo in ginocchio dalle clausole. Leggo cose straordinarie…sulle capacità  di realizzarle non mi pronuncio, ma non vedo riattivare l’economia. Sento parlare di massimi sistemi ma nella vita del signore del quarto piano non cambia niente, gli 80 euro sono una soluzione facile e d’effetto”.
Riferimento a Matteo Renzi di cui dice: “Arriveremo a rimpiangere Bersani, la gente ha bisogno di sentir parlare in un certo modo, il contrasto è stridente. Fra Twitter e selfie è tutto un annuncio continuo, ci vorrà  un’enciclopedia per raccogliere le smentite”.
Progetti futuri?
“Un film, “Io e Lei”, di Maria Sole Tognazzi con Margherita Buy, una storia importante di donne”.

(da “La Repubblica”)

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FIANDACA MAXIMA

Novembre 20th, 2014 Riccardo Fucile

IL DOCENTE PALERMITANO SECONDO CUI LA MAFIA NON HA VINTO: POICHE’ NON HA NEANCHE PERSO, SE NE DEDUCE CHE FORSE HA PAREGGIATO

Il professor Giovanni Fiandaca, docente palermitano di Diritto penale, autore di un pregevole manuale scritto a quattro mani con il collega Enzo Musco, già  leader del “movimento dei professori” (la risposta in salsa siciliana ai girotondi nei primi anni 2000), già  aspirante eurodeputato del Pd appena trombato alle elezioni europee, già  candidato al Csm e alla Consulta con il medesimo esito, è molto agitato contro i magistrati di Palermo che sostengono l’accusa nei due processi che hanno come imputato, fra gli altri, il generale Mario Mori, difeso dal suo coautore Enzo Musco: quello sulla trattativa Stato-mafia (primo grado) e quello sulla mancata cattura di Provenzano nel ’95 (appello).
Due anni fa, l’agitato Fiandaca scrisse un ponderoso saggio ripreso dal Foglio di Berlusconi & Ferrara con il titolo “La trattativa è una boiata pazzesca”.
L’anno scorso pubblicò per Laterza, con lo storico Salvatore Lupo, un libro dal titolo “La mafia non ha vinto” che, siccome la mafia non ha neppure perso, faceva pensare che avesse pareggiato.
Poi si è prodigato, purtroppo invano, per far trasferire il processo Trattativa da Palermo a Roma, dove tradizionalmente i casi eccellenti riposano in pace in saecula saeculorum.
Ultimamente s’è dato molto da fare, con risultati miserrimi, per scongiurare il supremo affronto della testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo col decisivo argomento che era “inutile”: sventuratamente Napolitano, con le sue tre ore di deposizione piena di fatti nuovi, s’incaricò di dimostrare che era utilissima.
Ora, indomito, si sta molto accaldando per far punire dal Csm il Pg Roberto Scarpinato, reo di avere scritto un saggio su Micromega, a suo dire pericolosamente infestato da “residui vetero-marxisti misti ed empiti egualitario-punitivi nei confronti dei colletti bianchi”, insomma da un vero e proprio “progetto simil-rivoluzionario”. Roba da chiamare l’antiterrorismo, i caschi blu e le teste di cuoio, o almeno da sanzionare con pene esemplari, anche corporali, perchè “in un Paese diverso dal nostro il fenomeno di un Pg che sollecita a rinverdire ideologie radicali con ogni probabilità  risulterebbe, oltre che strano, oltremodo preoccupante”.
Ora, a parte il fatto che i magistrati sono cittadini tutelati dall’articolo 21 della Costituzione che garantisce piena libertà  di pensiero ed espressione, chiunque leggerà  il saggio di Scarpinato su Micromega (esercizio, oltre che utile, oltremodo opportuno anche per il professor Fiandaca, che all’evidenza non l’ha letto o non l’ha capito) scoprirà  che di progetti vetero-marxisti e simil-rivoluzionari non c’è traccia alcuna. Scarpinato, in un’ampia e argomentata digressione storica sulle deviazioni delle classi dirigenti e sui loro “sistemi criminali” integrati, difende i principi della Costituzione tuttora vigente (con buona pace dei fiandachi) e dello “Stato liberaldemocratico di diritto” (roba non proprio da bombaroli terzinternazionalisti) contro i cosiddetti “realisti” della “Costituzione materiale”, che in nome di interessi criminali nazionali e internazionali fanno pagare la crisi ai cittadini onesti per mantenere i ladri, i corrotti, gli evasori fiscali e i mafiosi e, non contenti dell’impunità  garantita ai colletti bianchi con l’“inefficienza programmata” della Giustizia, tentano l’ultimo tradimento della Carta costituzionale mettendo progressivamente e surrettiziamente sotto controllo l’unica variabile ancora indipendente del sistema: la magistratura, o almeno quella parte di essa che ancora si ostina a obbedire alla Costituzione del 1948 in nome del “ripristino della legalità ” e del “principio di responsabilità ”.
Tutti valori squisitamente liberali, non certo marxisti, nè vetero nè neo.
Ma di questi dettagli il Fiandaca non si occupa: nel solco del più vieto (e, questo sì, vetero) maccartismo fuori tempo massimo, l’insigne cattedratico s’improvvisa prefetto di disciplina e lacrima perchè “la magistratura odierna è attraversata da un pluralismo e una frammentazione di orientamenti” (il pluralismo delle idee: orrore, roba da gulag).
Poi manipola a suo uso e consumo, senza uno straccio di argomentazione, il pensiero di Scarpinato, accusandolo di far parte di un’imprecisata “frangia magistratuale politicamente antagonista” (al confronto Berlusconi, con le sue toghe rosse, era un dilettante) che vuole esercitare un fantomatico “controllo di virtù dei ceti dirigenti (politici, imprenditori, professionisti ecc.)”.
E, per rendere più credibile la sua critica, la fa dalle colonne del Mattino (gruppo Caltagirone, ci siamo capiti).
Che aspetta dunque il Csm a istruire un Tribunale Speciale delle Idee, un Sant’Uffizio Togato, una bella Inquisizione con tanto di Indice dei libri e delle riviste proibiti prima che le idee di Scarpinato inquinino le menti deboli dei “giudici più giovani”, già  affetti da “un moralismo giuridico al quanto ingenuo”, e alimentino vieppiù “la grande ignoranza del cittadino medio in materia di giustizia”?
Si dia dunque fuoco alle pire, come sembra chiedere il caporale di giornata.
Se invece il problema è soltanto che alcuni magistrati stanno processando alcuni clienti illustri del suo coautore, lo dica (si potrebbe sempre abolire quei processi per decreto).
E possibilmente eviti di coprirsi di ridicolo agitando il drappo rosso, ormai deposto perfino da B.
L’unico rosso appropriato a questa storia tragicomica è quello di cui dovrebbero avvampare il professor Fiandaca e tutti gli “intellettuali” come lui.
Per la vergogna.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LEGGE STABILITÀ, SCONTRO NEL PD: MA SOLO CIVATI È PRONTO ALLA SCISSIONE

Novembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

DIVISI ALLA META: CENTO ANIME, MILLE OPINIONI

Divisi alla meta. E anche ammaccati, come ammette sconsolato Pippo Civati, ormai deciso alla scissione. «Se tutti avessimo tenuto il punto, il Jobs Act sarebbe stato diverso. Davvero non riesco a immaginare Bersani che lo vota…».
La minoranza dem rischia davvero di trasformarsi in un caleidoscopio scassato.
Cento anime, mille opinioni.
Da una parte Area riformista, pronta a ingoiare i nuovi ritocchi all’articolo 18.
Dall’altra poche, ma significative defezioni sulla legge delega. Civati, appunto, Stefano Fassina, Francesco Boccia, Gianni Cuperlo, Barbara Pollastrini e probabilmente Rosy Bindi.
Nell’Aula di Montecitorio, in tutto, mancheranno una decina di “sì”.
Quasi nessuno dei “resistenti”, in realtà , si spingerà  fino a sfiduciare Palazzo Chigi.
Alla Camera è possibile sostenere il governo, sfilandosi il giorno successivo nel voto finale sul provvedimento.
Così meditano di fare Fassina e Cuperlo. Ieri, assieme ad Alfredo D’Attorre e Civati, hanno fatto il punto riservatamente, prima di presentare gli emendamenti alla manovra.
«Sul Jobs Act — mostra cautela D’Attorre — vediamo alcuni miglioramenti, ma il giudizio resta critico. La valutazione di alcuni bersaniani è di attendere il testo definitivo. Capiremo tutto entro venerdì».
I tempi, in effetti, sono stretti.
E la mediazione di Roberto Speranza è considerata anche da Pierluigi Bersani come un’inevitabile riduzione del danno. Dove il danno in questione è la deflagrazione dell’opposizione interna.
Ne è consapevole anche Fassina, che però difficilmente dirà  sì al momento del voto finale: «Vedrò l’impianto nel suo complesso, le risorse per gli ammortizzatori, poi deciderò che cosa fare in Aula. Nella minoranza ci sono posizioni diverse? È legittimo. Non so se è il punto di non ritorno, di certo il Jobs Act è rilevante ».
La spaccatura interna — con le sue proporzioni — si riflette al meglio anche in commissione Lavoro.
Lì solo Monica Gregori ha deciso di astenersi. «Una scelta difficile, sofferta — spiega — La fiducia la voterò, il provvedimento vedremo».
Strappi che producono strappi, tensioni che alimentano altre tensioni.
«Rispetto ogni scelta — commenta la “giovane turca” Chiara Gribaudo — ma non condivido chi in un momento così delicato e importante divide il partito per cercare un po’ di visibilità ».
Come se non bastasse, un’altra ferita è destinata ad aprirsi a causa della legge di Stabilità .
La sinistra dem si presenta ai blocchi di partenza compatta, grazie agli emendamenti comuni. Eppure una nuova mediazione di Speranza — stesso copione del Jobs Act — finirà  col deludere l’ala più oltranzista.
Il capogruppo, nel dubbio, stronca l’idea di un coordinamento delle minoranze sui temi economici, avanzata da Boccia: «Io lavoro per un partito plurale, ma unito».
Il solco con l’area dura di Cuperlo e Civati, insomma, si allarga ancora.
Il primo, incitato da Massimo D’Alema, continua a picchiare duro sul governo. E il secondo accompagnato dal deputato Luca Pastorino — attende solo che si concluda il tour de force su manovra e Jobs Act per dire addio al partito.
Per costruire un nuovo inizio assieme a Sel, sembra.
«Con lui ci confrontiamo — ammette il coordinatore vendoliano Nicola Fratoianni — e io discuto con tutti quelli che hanno un punto di vista critico verso il governo. Ognuno è libero di fare le proprie scelte, ma visto il valore simbolico del Jobs Act mi sembra difficile scindere la fiducia al governo dal voto sul provvedimento».
La maionese, in effetti, rischia di impazzire. E le anime dem si confondono a ritmo frenetico.
C’è chi, come Simone Valiante (AmiciDem), tifa per le aziende: «Ciò che più conta è che la riforma del lavoro aiuti gli imprenditori ».
Di certo c’è che gli uomini del premier non smettono di sparare sulla minoranza: «Presentano emendamenti e si comportano come se non fossero del Pd», tuona Ernesto Carbone.
Se Pippo scherza per smorzare la tensione, i Cinquestelle prendono sul serio le mosse dell’opposizione dem.
E propongono battaglie comuni in Parlamento per sfruttare tatticamente le divisioni sulla manovra.
Inutilmente, però, perchè i dissidenti del Pd fanno subito sapere che schiveranno l’abbraccio mortale dei grillini della Casaleggio associati.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)

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SCONTRO NEL PD, LA MINORANZA VUOLE CHE I BONUS VADANO AI PIU’ POVERI

Novembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

LO DIREBBE PIU’ CHE ALTRO IL BUON SENSO CHE NON ALBERGA AL GOVERNO

La legge di Stabilità  al battesimo del voto in Commissione Bilancio della Camera con l’obiettivo di chiudere l’esame in settimana in attesa dell’approvazione in aula il 27 novembre, dopo l’esame del Jobs Act. «Restituisce fiducia e riduce le tasse», dichiara on line il premier Renzi.
Scontro all’interno del Pd: la minoranza con Fassina, Cuperlo e Civati presenta gli 8 emendamenti annunciati che prevedono la modifica dei criteri di assegnazione del bonus da 80 euro parametrandolo all’indicatore Isee e dunque rivolgono l’aiuto ai redditi più bassi.
Proposta anche la riduzione della platea per il bonus bebè (da 90 mila a 70 mila euro di reddito familiare); il divieto di beneficiare degli sconti contributivi per le assunzioni alle aziende che abbiano fatto recenti licenziamenti.
«Bene la conferenza stampa delle minoranze Pd sulla Stabilità », scrive su Twitter il deputato M5S Danilo Toninelli, che aggiunge: «Speriamo che ora dialoghino col M5S per aiutare famiglie e imprese in difficoltà ».
Dura invece la reazione dei renziani.
«Altro che metodo democratico, altro che discussione e confronto interno. A parole si dice di volere il bene della casa comune, nei fatti ci si comporta come se non se ne facesse parte», osserva Ernesto Carbone della segreteria del Pd.
Il clima è teso e non sono stati ancora affrontati a colpi di voti gli emendamenti più caldi che occuperanno la Commissione da stamattina: bonus bebè, Tfr in busta paga e 80 euro.
Su uno di questi temi c’è già  da registrare una posizione netta del governo: «Il bonus di 80 euro non si tocca», avverte il sottosegretario al Tesoro Pier Paolo Baretta.
In prima battuta ieri è stato comunque approvato il rafforzamento della manovra di 4,5 miliardi chiesto dalla Commissione di Bruxelles che lunedì darà  il suo giudizio sulla Finanziaria italiana.
L’emendamento del governo corregge, dunque, i saldi della legge di Stabilità .
Le misure previste riducono di 3,3 miliardi il fondo taglia tasse, sfoltiscono di 500 milioni fondi del cofinanziamento nazionale ai fondi strutturali europei e allargano la reverse charge dell’Iva alla grande distribuzione, cioè agli ipermercati, i supermercati e i discount alimentari.
Per quest’ultima misura è stata introdotta l’ennesima clausola di salvaguardia che rischia di portare un aumento delle accise sulla benzina poichè l’ampliamento della reverse charge deve essere sottoposto all’ok Ue.
«Mi aspetto che sarà  riconosciuto lo sforzo anche qualitativo sul bilancio e sulle riforme strutturali», dice il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan rispondendo a chi gli ha chiesto se ci sia preoccupazione per l’imminente giudizio Ue sulla manovra. Secondo il titolare di Via Venti settembre la legge di Stabilità  «coniuga consolidamento della finanza pubblica e crescita».
Padoan si è anche soffermato sulle prospettive di crescita del Paese: «Per l’ultimo trimestre — aggiunge — mi aspetto che continui a dimostrare quello che sta già  succedendo, cioè che la macchina smetta di scendere e cominci la risalita».
Tra le misure esaminate anche l’emendamento Pastorelli e Di Gioia in Commissione Bilancio della Camera che proponeva di trasferire le risorse della Cassa conguaglio per il settore elettrico alla Tesoreria unica. E’ stato bocciato.
Intanto anche Forza Italia si prepara alla battaglia della legge di Stabilità .
Ieri ha presentato la sua “contromanovra”. Si tratta di 72 emendamenti, già  dichiarati ammissibili, che spaziano dalla tassazione sulla casa al Mezzogiorno.

(da “La Repubblica“)

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ART. 18, DA BERSANI A SACCONI

Novembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

APPROVATO L’EMENDAMENTO DEL GOVERNO CHE METTE D’ACCORDO MINORANZA PD E NCD

È stata una corsa continua a intestarsi l’emendamento sul Jobs Act presentato ieri dal governo.
Un testo che, per la prima volta in forma chiara, esclude l’applicazione del reintegro “per i licenziamenti economici” prevedendo “un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità  di servizio”.
Il reintegro viene previsto, nero su bianco, solo per i licenziamenti “nulli e discriminatori” ma anche per “specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato”.
Queste ultime righe, che rinviano ai decreti delegati l’indicazione concreta delle “fattispecie”, cioè la lista esatta dei licenziamenti previsti, è stata impugnata sia dalla minoranza Pd legata a Pierluigi Bersani che dal Ncd di Angelino Alfano come la prova della propria “vittoria”.
Per tutto il giorno è stato un fluire di dichiarazioni, alle agenzie, su Twitter, in interviste concesse a giornali e tv, per assicurare il proprio elettorato che hanno vinto i riformisti, la sinistra che si impegna oppure, come twitta il responsabile economico democratico, Filippo Taddei, “ha vinto tutto il Pd”.
La norma permetterà  al Jobs Act di procedere spedito anche perchè, se dovessero esserci “migliaia di emendamenti” sarà  posta la fiducia come conferma lo stesso Taddei (che però non ha incarichi nè di governo nè parlamentari).
Fuori dall’accordo siglato ieri, e che ha prodotto il voto favorevole della commissione Lavoro, si sono collocati il Movimento 5 Stelle, Sel, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega che hanno votato contro e subito dopo abbandonato i lavori della commissione in segno di protesta.
L’intesa con la minoranza sul Jobs Act non ha però chiuso il contenzioso interno al Pd.
Le varie minoranze, da Speranza a Pippo Civati, hanno fatto fronte comune.
In apposita conferenza stampa ecco pronti otto emendamenti alla legge di Stabilità  per favorire gli investimenti, contrastare la povertà , ampliare gli ammortizzatori sociali. Una mossa immediatamente stigmatizzata dai “renziani” come Ernesto Carbone, membro della segreteria: “La minoranza si comporta come se non fosse nel Pd” ha dichiarato l’autore del tweet sullo “sciopero dell’Immacolata” a proposito della Cgil. Anche in questo caso, rituale sequenza di dichiarazioni in agenzia per ribadire le varie posizioni.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BERSANI: “IL PATTO DEL NAZARENO UTILE PER FAR SALIRE IN BORSA MEDIASET”

Novembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

RIUNIONE DI AREA RIFORMISTA A MILANO

“Modernizzatori contro cavernicoli? Non si può mica raccontare così il Pd, io non accetto lezioni di innovazione da nessuno, guardiamo i fatti, mica le chiacchiere…”. Pierluigi Bersani scalda la platea di Area riformista riunita a Milano per una mattinata dedicata alla “sinistra di governo”, quell’ala della minoranza guidata ora dai giovani Roberto Speranza e Maurizio Martina che definisce una “follia” anche solo parlare di scissione e vuole essere “leale” col governo pur da una posizione di “autonomia”.
Ma se i due giovani cercano di rivendicare i risultati ottenuti dalla minoranza, a partire da legge elettorale e Jobs Act, dopo una lunga mediazione con Renzi, i “vecchi leoni” come Bersani e anche Guglielmo Epifani picchiano duro sul premier-segretario. Bersani mette nel mirino non solo l’articolo 18 (“Approccio sbagliato, ora è difficile rimettere il dentifricio nel tubetto”), ma anche il patto del Nazareno: “Dopo l’ultimo incontro Mediaset ha guadagnato il 6% in borsa, allora sto patto sarebbe giusto allargarlo a tutte le imprese, non a una sola…”.
“Non c’è nessuna ragione di legarsi a un patto con Berlusconi, alla lunga può venir fuori l’idea di un trasversalismo paludoso…”.
L’ex leader non è soddisfatto neppure sulla legge elettorale: “Per me il no ai nominati è un punto insuperabile, e credo che in Parlamento se si vuole una maggioranza si trova…”.
Bersani, come Speranza, respinge ancora una volta ogni ipotesi di scissione: “Dobbiamo restare nel Pd e impedire che la nostra gente se ne vada, tenere accesa una fiammella, la sinistra non si risolve nelle parole merito e opportunità , e l’imprenditore e il lavoratore non sono la stessa cosa, ma due figure diverse ognuna con la propria dignità ”.
Anche Epifani è insolitamente duro: “Una fase difficile come questa non si governa alimentando le tensioni sociali, se si eliminano i corpi intermedi si rischia uno sfilacciamento sociale che poi è difficilmente recuperabile”.
Cesare Damiano esordisce parlando a “compagne e compagni”, poi rivendica la mediazione sul Jobs Act: “Quando si ottiene qualcosa bisogna essere orgogliosi, e tuttavia io credo che questa riforma non reggerà  alla prova dei fatti”.
Il ministro Martina e il capogruppo alla Camera Speranza fanno la parte dei dialoganti: “Dobbiamo dare una mano al Pd e al governo”, esordisce il primo, ”dobbiamo contribuire alla sfida del governo con le nostre idee, con autonomia e responsabilità , la legge di Stabilità  contiene azioni espansive, e anche sulla legge elettorale si sta uscendo dal senso unico del rapporto con Berlusconi, anche grazie a noi”. Su un punto però anche i due giovani leader concordano: “Sui nominati la partita non è finita, c’è una battaglia da fare e la faremo”.
Speranza tira le fila della mattinata: “A Renzi l’ho detto più volte, non servono i ‘signorsì’ e noi non lo saremo. Qui di renziani della quinta o sesta ora non ce ne sono e non ce ne saranno. Noi lavoriamo a un’alternativa, io mi batterò per questo”.
Per Speranza, politico mite, è una sorta di autocandidatura (in largo anticipo) al dopo Renzi. E del resto tutta la regia della mattinata, con la relazione finale affidata al capogruppo, fa capire che è questa la scelta di Area riformista.
“Noi non stiamo con chi ogni giorno vuole tirare freccette al governo, siamo autonomi e diversi da Renzi con la nostra cultura politica”, spiega Speranza.
E aggiunge, rivolto a chi come Fassina e Civati anche venerdì a Milano ha marciato con la Fiom e la Cgil: “Noi lavoriamo per un ponte tra quelle piazze e il Parlamento, e capisco chi si sente a casa sotto quelle bandiere. Ma l’identità  di una sinistra riformista va molto oltre quel campo”.
Alla domanda su “stiamo dentro o fuori?”, posta con vis pole mica dal sottosegretario Luciano Pizzetti, la risposta dei presenti è univoca.
“Dobbiamo compartecipare per incidere, altrimenti alimentiamo l’abbandono silenzioso di tanti nostri compagni”, avverte Pizzetti, che per il governo segue i delicatissimo dossier delle riforme istituzionali. Damiano chiede a Landini “rispetto per il lavoro del Parlamento”, Martina invece strapazza i renziani che hanno ironizzato sullo sciopero il 5 dicembre alla vigilia del ponte: “Non deve accadere più, le manifestazioni si rispettano”.
All’appello manca però una larga fetta della minoranza. A Milano sfilano molti parlamentari, ma non ci sono Civati e i suoi, e neppure la Bindi e Cuperlo (“Non mi hanno invitato”).
Assenti anche i duri dell’ala bersaniana, da Fassina a D’Attorre e Davide Zoggia. Che spiega: “L’accordo sul Jobs Act ci riporta alle conclusioni della direzione Pd di settembre, a cui molti di noi avevano votato contro. Non mi sembra un successo. Anche Zoggia, come Francesco Boccia, non ha ancora deciso come votare in Aula sul Jobs Act. Mentre Civati e Fassina sono orientati verso il no.
I bersaniani lavorano a riunire tutte le anime della minoranza. Appuntamento a martedì, con la presentazione di un pacchetto di emendamenti alla legge di Stabilità  condivisi da tutte le minoranze, che mirano, in particolare, a cancellare l’aumento di tasse sui fondi pensione, a ridefinire i tetti per i bonus 80 euro e bebè (a favore dei ceti più deboli), a limitare gli sgravi fiscali solo “alle assunzioni aggiuntive e non a quelle sostitutive” e a destinare i proventi delle privatizzazioni a un piano contro il dissesto idrogeologico.
L’obiettivo è quello di tenere dentro anche Civati, sempre più vicino a Sel, convincendolo che “la partita si può ancora giocare dentro il Pd”.
E’ la “fiammella” di cui parla Bersani. Che conclude lodando l’iniziativa: “In sto partito non si riesce mai a discutere. Bisognerà  che organizziamo qualcosa noi…”. “Sulle politiche industriali e gli investimenti pubblici bisogna farsi venire delle idee, andare più a fondo nei problemi. E se Renzi non ce lo farà  fare lo faremo lo stesso…”

(da “Huffingtonpost”)

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BERSANI E D’ALEMA: “RIPRENDIAMOCI IL PARTITO”

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

E LA MINORANZA DEM SI SPACCA

«Siamo con tutti e due i piedi nel partito, però la sinistra c’è e si farà  sentire per creare un’alternativa a Renzi nel Pd».
Pierluigi Bersani fa sentire la sua voce. L’accordo sul jobs act non frena lo scontro interno. Anzi, lo amplifica.
Perchè l’intesa siglata in extremis da Speranza e Damiano ha avuto un unico effetto: spaccare in tre la minoranza interna.
Con i “trattativisti” decisi a rispettare il patto, i civatiani pronti a non votare nemmeno la fiducia e gli altri che oscillano tra il sì alla fiducia e il no agli articolo più acuminati.
Renzi, insomma, sembra incunearsi nelle difficoltà  dell’opposizione.
Ma la risposta potrebbe già  esserci al convengo della prossima settimana a Milano di Area riformista.
E qualcuno inizia già  a parlare di un “tandem” destinato a riformarsi: quello tra Bersani e D’Alema. Di certo tra gli “antirenziani” serpeggia il dubbio che, alla fine, su Jobs Act e articolo 18 i cambiamenti siano assai meno di quelli sperati.
Soprattutto temono di arrivare “disarmati” allo sciopero generale della Cgil del 5 dicembre. Sospetti che solo i “trattativisti” — da Speranza a Orfini e Damiano — non coltivano: «Al premier abbiamo fatto cambiare idea».
Certo le tre minoranze in questa fase cercano tutte di cogliere il massimo dall’emendamento promesso dal governo.
«È comunque — dicono — un punto messo a segno, perchè il premier- segretario ha dovuto prendere atto che non poteva blindare il Jobs Act uscito dal Senato » e ha quindi aperto alle modifiche. Eppure la tripartizione rischia di evidenziarsi presto con una spaccatura manifesta.
Pippo Civati ad esempio conia l’hashtag “passodopopassoindietro”. E poi avverte: «Non vorrei che fosse uno specchietto per le allodole…».
Non lo convincono le deduzioni di Speranza e Damiano: «Le proteste del Nuovo centrodestra sono un buon indicatore che si va ormai nella direzione giusta».
Ma Cuperlo e Fassina nicchiano: «Guardiamo al merito: l’articolo 18 non deve essere toccato affatto, al massimo un “tagliando” e il reintegro deve valere anche per i licenziamenti illegittimi in aziende in crisi».
E a corroborare la posizione c’è la pistola fumante degli emendamenti elencati da Fassina, su cui domenica si comincia già  a votare in commissione Lavoro.
Il governo ha fretta, la sinistra dem non ne ha per nulla. La minoranza si gioca nei prossimi giorni il tutto per tutto.
Domani a Milano, dunque, nella riunione della corrente “Area riformista”, Bersani chiamerà  alla riscossa la sinistra. Nessuna scissione, ma la scalata al partito sì.
Non a caso è stato invitato a Milano anche Nicola Zingaretti, il “governatore” del Lazio indicato sempre dai sondaggi come l’anti Renzi possibile.
E forse non è un caso che mercoledì scorso nella riunione della minoranza proprio Massimo D’Alema abbia chiarito che la “ditta” non si molla: «La battaglia si conduce dentro il Pd ma basta con un partito che vuole parlare solo al potere italiano».
Nel frattempo Renzi si è assicurato un “sì”, più o meno convinto almeno sulla fiducia. Il Jobs Act tornerà  quindi al Senato.
«Renzi si è rimangiato la rottura dentro il Pd», osserva Davide Zoggia. Nessuno ha voglia nelle file dem di esasperare i toni per ora.
Damiano, il presidente della commissione lavoro, che ha condotto appunto la trattativa con il ministro Poletti, con Filippo Taddei, responsabile Economia del Pd, con il vice segretario Lorenzo Guerini e con Renzi stesso, è convinto che il risultato sia buono. «Non c’è solo l’articolo 18», continua a ripetere, indicando i cambiamenti sulle questioni del demansionamento, dei voucher, dei controlli a distanza ma non più sulle prestazioni lavorative.
In cambio la sinistra dem ha dovuto ingoiare l’accelerazione: il Jobs Act passa davanti alla legge di Stabilità , proprio quello che la minoranza non avrebbe mai voluto. La tregua interna è dunque molto fragile.
Civati nel fine settimana parteciperà  a un’iniziativa politica con il leader di Sel, Nichi Vendola e con il Tsipras. Ma sarà  anche all’appuntamento milanese con Bersani che ha l’ambizione di rinsaldare e unire la sinistra dem.
Solo una speranza? Cuperlo e Fassina non ci saranno. «Non vado perchè non mi hanno invitato », commenta Cuperlo.

Giovanna Casadio
(da “La Repubblica”)

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SERRACCHIANI, ASSUNZIONI IN REGIONE FRIULI: LA GUARDIA DI FINANZA ACQUISISCE NUOVE CARTE

Novembre 11th, 2014 Riccardo Fucile

SI VUOLE FARE LUCE SUL CASO DI DUE CONTRATTI INTERINALI NELL’UFFICIO DI GABINETTO DELLA GIUNTA PD

Sul caso delle due assunzioni interinali nella amministrazione guidata dal governatore Debora Serracchiani, ora si muove anche la Guardia di finanza.
Gli uomini delle Fiamme gialle, su delega della procura della Corte dei conti del Friuli Venezia Giulia, la scorsa settimana hanno fatto visita agli uffici della Regione a Trieste per acquisire ulteriore documentazione e comprendere meglio come siano andate le cose.
Obiettivo degli investigatori è capire infatti se le assunzioni di Davide Bonetto e Massimo Ceccon siano state regolari.
I due, secondo l’opposizione in consiglio regionale, erano vicini politicamente, in un caso, alla stessa presidente della Regione, nell’altro membri di un partito che sostiene la maggioranza di centrosinistra e il loro arruolamento nell’amministrazione sarebbe stato poco chiaro.
Tra Davide Bonetto (vice-sindaco Pd di San Giorgio di Nogaro (Udine), 32 anni, geometra e in passato apprendista muratore), assunto nell’ufficio di gabinetto della giunta regionale a giugno 2014, e la vice-segretaria nazionale del Pd, oltre alla vicinanza politica ci sarebbe infatti anche un legame di amicizia, (come mostrato anche da alcune foto sul profilo Facebook del marito della presidente).
L’altro fascicolo dei magistrati contabili, che però non chiama in causa direttamente Serracchiani, riguarda l’assunzione (a tempo determinato come nel caso di Bonetto) di un consigliere comunale di Udine eletto tra le fila di Sel, partito che appoggia la maggioranza. Massimo Ceccon è stato assunto, sempre tramite un’agenzia di somministrazione lavoro, nella Direzione regionale infrastrutture nonostante abbia una laurea in Scienze alimentari (anche se in consiglio comunale si occupa anche di questioni urbanistiche).
A fare discutere era stato soprattutto il fatto che, mentre i due venivano assunti, molti precari della Regione Friuli Venezia Giulia da anni attendono stabilizzazione.
Negli ultimi mesi il procuratore della Corte dei conti regionale, Maurizio Zappatori dopo avere aperto i due fascicoli di indagine, aveva chiesto chiarimenti all’amministrazione regionale.
È probabile tuttavia che questi non siano stati sufficienti ai magistrati, che vorrebbero chiudere le indagini in fretta e capire se tutto è stato fatto secondo le norme.
Così ora è entrata in gioco la Guardia di finanza che si è presentata in Regione a Trieste per acquisire nuova documentazione e comprendere meglio quali sono le modalità  di selezione degli assunti in Regione e come si sia agito nei casi di Ceccon e di Bonetto.
Il capo di gabinetto della giunta regionale guidata da Serracchiani, interpellato da ilfattoquotidiano.it, sulla assunzione di Davide Bonetto aveva spiegato che tutto era stato fatto secondo le regole: “Era l’unico ad avere esperienza politico amministrativa esercitata in ambito regionale e provinciale. Anche la modalità  di assunzione interinale — aveva spiegato Agostino Maio — deriva dal fatto che l’Amministrazione regionale proprio a ridosso delle esigenze palesate dal Gabinetto aveva invitato tutti gli uffici e le direzioni a inoltrare apposite richieste garantendo nel giro di breve tempo la soddisfazione delle stesse. Tra l’altro mi preme sottolineare che, a differenza di quello che un po’ superficialmente ho sentito in alcuni casi affermare sulla questione, non c’è alcuna relazione tra le assunzioni di personale interinale (un ottantina circa in tutta l’amministrazione regionale) e la stabilizzazione dei precari”.

David Marceddu
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IMPRESENTABILI A TAVOLA: DI STEFANO IMBARAZZA IL PD E RIMANE SENZA CENA

Novembre 8th, 2014 Riccardo Fucile

IL PARLAMENTARE INDAGATO PER TANGENTI SI AUTOSOSPENDE DAL PARTITO E SALTA LA RACCOLTA FONDI NONOSTANTE AVESSE GIà€ PORTATO 5 IMPRENDITORI

“Sono un imprenditore. Mi chiamo Giordani. E penso che Renzi è un ragazzo che va sostenuto”. Abito scuro e cravattone in bell’evidenza, l’ospite fa una vera e propria conferenza stampa, prima di entrare nel Salone delle Tre Fontane a Roma.
Location già  nota alle cronache per le mega-cene che Berlusconi organizzava per promuovere i suoi candidati.
Mentre la folla si assiepa per entrare, le luci sulla facciata rimandano il rosso bianco e verde della bandiera italiana. E del Pd.
Qualche suv, molti taxi, il generone romano che già  fu di Rutelli e di Veltroni fa la fila.
“Io queste iniziative le ho sempre fatte”, dice, entrando, un habituè, come Chicco Testa. Non manca il veltronianissimo e ricchissimo Raffaele Ranucci. Un’altra antica conoscenza. Ma soprattutto, c’è l’ospite d’onore: il presidente della Roma, James Pallotta. “Ci sarà  un nuovo stadio per la Capitale?”, si chiedono i commensali.
Un po’ più in disparte l’ex calciatore, Odoacre Chierico. “Mi hanno invitato, non ho pagato”. Per cenare con il segretario premier, l’iniziativa organizzata da Francesco Bonifazi e Alessia Rotta, prevedeva un finanziamento di 1.000 euro ciascuno.
Molti politici non li hanno versati (pure se non sono arrivati forniti di ospiti) e molti sono invitati. Caos renziano.   Fino a mezz’ora prima dell’inizio, d’altronde, i tavoli non erano neanche composti e lo psicodramma Di Stefano, con i 5 imprenditori suoi ospiti (da evitare o da accogliere, con tanto di portafoglio al seguito?) aleggiava sulla cena.
Alla fine, il protagonista, è stato convinto a non farsi vedere e anzi si è autosospeso dal Pd.
Il tavolo a suo nome è saltato. Territorio delicato, quello romano, difficilmente controllabile, tra “palazzinari” e “macellai” per citare le perplessità  Dem.
Difficile selezionare gli ospiti in modo da evitare scivoloni. Inutile per questo lo schieramento di polizia all’entrata degno di una cena di Stato.
Dentro, peperoncino in bell’evidenza, grazie alla presenza del calabrese Franco Monaco, e menù a base di parmigiana di melanzane e cacio e pepe. Tanta Roma e tanto “casino”.
Ospiti buoni per tutte le stagioni come i fratelli Toti, Parnasi e Mezzaroma.
Più tantissimi esponenti del sottobosco cittadino, dai notai agli avvocati, passando per farmacisti, medici, industriali e imprenditori di vari livelli.
Arriva ad omaggiare il potere che avanza un ristoratore di grido come Giuseppe Roscioli.
Il regista Fausto Brizzi non tradisce l’amico premier. Ci sono il produttore Fulvio Lucisano e il re del sigaro toscano, Maccaferri. E il potere romano: ecco Bettini e Gasbarra.
Poi, il sindaco, Marino (qualcuno deve averlo avvertito che non c’era bomba d’acqua in arrivo) e il presidente del Lazio, Zingaretti, al tavolo con Lorenza Bonaccorsi, vicino a quello del premier. Scelta precisa.
Tra i neo finanziatori anche il direttore generale della Lamborghini, Umberto Possini. Sta al tavolo di Michele Anzaldi, che ha portato una quindicina di ospiti, tra cui l’ambasciatrice del Kazakistan. Vanno forte i rutelliani.
Tanti produttori di vino: l’azienda laziale Casal del Giglio, la famiglia Santarelli e i Bertani (del Santa Margherita). Si beve acqua Norda.
Ernesto Carbone ha portato più di dieci suoi amici avvocati, tra cui Paolo Cerù e il tributarista Raffaele De Stefano. C’è anche Raffaele De Luca Tamajo, legale della Fiat di Marchionne. Nutrita la pattuglia politica dei calabresi: Ernesto Magorno, Enzo Bruno, Mario Oliverio, Stefania Covello, Enza Bruno Bossio, Nicodemo Oliverio e Massimo Canale.
Che pure hanno organizzato un pulmino di ospiti: il presidente di Confindustria Catanzaro, Daniele Rossi, il presidente di Confagricoltura Calabria, Alberto Statti.
E gli imprenditori Palmiro Raffo e Antonella Dodaro. In mezzo all’“Italia che produce” (definizione standard) più o meno ansiosa di farsi vedere insieme a Renzi, anche politici: la Madia e Beppe Fioroni, Lotti, Boschi e il Sottosegretario Rughetti.
C’è Orfini, che un tempo andava alle Feste dell’Unità : “Preferisco le salsicce, ma vanno bene anche queste iniziative”.
Arriva pure il neo Pd, Gennaro Migliore, che una volta stava in Rifondazione. “Chi ho portato? Me stesso. Ho passato una vita a fare sottoscrizioni per il partito cui appartenevo”.
Alla fine, è soldout con almeno 600 persone. E Renzi, che siccome non ce la fa a stringere le mani di tutti (e poi, meglio evitare i selfie con gli sconosciuti) allieta il parterre a moh di colonna sonora, con un discorso che dura tutta la serata.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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