Ottobre 2nd, 2014 Riccardo Fucile
LA RENZIANA INCAPACE DI REPLICARE AL FILOSOFO DIMOSTRA IL VUOTO PNEUMATICO DEL “NUOVO CHE AVANZA”
Una giovane donna, sorridente politica di nuovo conio e un vecchio, barbuto filosofo. Lei è Pina Picierno; lui — ex sindaco di Venezia — Massimo Cacciari. Il vecchio e il nuovo in onda su La7 nel programma di Lilli Gruber, temporaneamente in prestito a Giovanni Floris (Otto e mezzo, lunedì, 20.30).
Di antico in verità Cacciari ha poco: non i capelli, ancora neri e folti all’età di 68 anni. E ancor meno le idee, che flette coi tempi, anticipando le tendenze.
Ma di sicuro è un’immagine da Prima Repubblica — anche se defilata e critica — cui si contrappone quel “dopo” che ora governa il Pd.
E la Picierno — neorenziana — oltre all’età di nuovo ha quanto meno il sorriso. Modernissimo sorriso. Che l’accompagna, con arrembante e conciliante strategia inclusiva, nei molti contenitori televisivi che la ospitano.
Il nuovo per definizione non è sperimentato, e quindi ispira fiducia.
La sorridente luminosità della Picierno, appunto.
La quale però inizia a parlare, e un po’ di fiducia si smonta.
Se poi alle prime parole seguono le seconde e le terze, anche la sensazione di nuovo si perde.
E sotto la vernice che riluce appaiono le rughe e le opacità retoriche della vecchia politica.
Fra i due, quasi un dialogo dell’assurdo, demenziale, una scena alla Ionesco, in cui a un personaggio che interroga risponde l’altro, con logica propria, insensata.
Succede che Cacciari chieda qualcosa, una prima, una seconda volta, e che l’interlocutrice risponda altro.
Non si sa se per incapacità di comprendere o replicare.
Un pò come i maestri democristiani del passato. Detentori della sapiente arte del declamare senza dire.
Avendoli un po’ studiati, anche lei ci prova. Ma è maldestra. E confonde la logica con la dialettica. Pessima dialettica.
Il filosofo la incalza, incredulo per le frasi di lei che slittano altrove.
E gli cresce l’insofferenza, mentre progressivamente si sgonfia la “novità ” della neorenziana.
Cacciari: “Ma se è ininfluente l’art. 18, perchè Renzi lo tira in ballo, perchè cerca lo scontro?”
E la Picierno: “Questa è una riforma epocale, noi stiamo dalla parte dei lavoratori…”.
Alla parola “epocale” il corpo dell’accademico si ribella: chiude gli occhi, porta le mani ai capelli, sbuffa, scuote il capo, si dimena, geme.
Una gestualità che denuncia il desiderio di fuga, per abbandonare quell’imbarazzante dibattito.
Forse — chissà — pensa anche lui al nuovo e al vecchio. A quanto sia ridicolo contrapporre la modernità a un passato da rottamare.
A quanto sia difficile conquistarlo e interpretarlo, il nuovo. Tanto che a sentire chi si atteggia a suo interprete, viene voglia di rigettarlo.
Perchè il nuovo in politica dovrebbe parlare una lingua nuova, e non scimmiottare lo strutturato nonsense dell’antica.
E avere il coraggio dell’onestà . E di fronte a una domanda semplice e insidiosa, cui proprio non si può sfuggire, evitare lo zelo a tutela del re e dire che no, non ha alcun senso aggredire l’articolo 18, dal momento che è considerato “irrilevante”.
Perchè dalla logica, se elementare ed evidente, non si sfugge. Nel caso invece la si voglia evitare, si sappia che il prezzo da pagare è proprio il “nuovo” che si indossa. Perchè si diventa vecchi, all’istante. Vecchissimi.
Perfino in ritardo per la rottamazione.
Luigi Galella
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
“SULLO JOBS ACT SARA’ BATTAGLIA IN AULA”
Scusi Civati, proviamo a ricapitolare: si è discusso in direzione, votato, quindi, dice Renzi, i parlamentari devono adeguarsi alla linea. Fila, o no?
“Per niente. Io non mi adeguo”.
Pippo Civati è seduto su un divanetto del Transatlantico, plico di fogli sul tavolino, manda sms, riceve notizie dal senato dove si è svolta l’assemblea sul jobs act.
Escono le agenzie del capogruppo Zanda. Titolo: “La linea va mantenuta”.
Civati scuote la testa: “Non mi adeguo perchè non siamo in condizioni di normalità ”.
In che senso?
“Qui abbiamo di fronte una questione politica molto seria. In un partito c’è la piattaforma con cui il segretario è stato eletto alle primarie. Ed è una linea che non cambia a colpi di direzione, dove i rapporti sono tali che l’esito è scontato. E poi, scusi, Giacchetti vota come gli pare sulla responsabilità civile e sul lavoro io mi devo adeguare?”.
Però scusi, il jobs act è un tema politico, non è una questione di coscienza.
Bah, non condivido. Anzi, io su questa vicenda vedo una doppia questione etica. Una riguarda il fatto che il lavoro riguarda la vita della persone, e dunque l’etica c’entra. L’altra riguarda l’etica della politica, ovvero il mandato che gli elettori hanno dato ai senatori. In condizioni di normalità si può chiedere di adeguarsi, ma qui non siamo in condizioni di normalità .
E se il governo dovesse porre la questione di fiducia?
Sarebbe un atto provocatorio e dirompente. Spero che non lo faccia e che Renzi abbia un momento di saggezza entrando nel merito della questione.
In direzione però su alcune questioni Renzi ha “aperto”: il reintegro in caso di licenziamento disciplinare, l’incontro con i sindacati…
Parafrasando Moretti, l’articolo 18 è come la Sacher torte, non come il cannolo, si fonda su equilibrio delicato. C’è una logica, una filosofia che tiene assieme discriminatorio, economico e disciplinare. Al momento ho capito che Renzi ha quasi abolito l’articolo 18, come ha quasi abolito il Senato e le province…
Quindi, come voterà ?
Se il contenuto della delega rispecchia quello che ha detto Renzi in direzione e non cambia, allora il mio voto contrario è un’ipotesi molto concreta.
È un provvedimento di destra?
Certo, un conto è se dici che si deve “tipizzare” meglio l’articolo 18, che va aggiustato verificando prima come ha funzionato la riforma Fornero di due anni fa, altro è fai una crociata ideologica. Il tono usato da Renzi sul tema è simile a quello di Berlusconi.
Berlusconi?
Sul blog ho pubblicato un video del 2002 di Berlusconi, se volete linkatelo sull’Huffington, in cui i toni sembrano quelli della direzione di ieri. Quello che dico io è che invece di fare crociate bisognerebbe semplicemente parlare un linguaggio di verità .
Sarebbe?
Che è Renzi che ha cambiato linea non noi. Se glielo ha chiesto l’Europa e la Bce significa che la sua strategia per la crescita è archiviata e siamo a un commissariamento di fatto. Per parafrasare la frase di Rilke che ha citato ieri, “la troika è dentro di noi prima che accada”.
E quindi lei rivendica il diritto al dissenso in Parlamento.
Se il tono è “provate a non votarlo e vedrete che succede…”. Il problema è politico: se il dissenso è di cinque senatori, riguarda la commissione di garanzia, se il dissenso è di 15 riguarda il presidente della Repubblica perchè a quel punto si porrebbe il tema di un nuovo governo.
Ho la sensazione che lei stia programmando una scissione.
No, perchè una scissione del Pd avrebbe l’effetto di dare lunga vita al Nazareno e di mettere il paese nelle mani di Renzi e Berlusconi per chissà quanto tempo.
Però la sensazione è che ormai tra Renzi e la minoranza Pd ci sia una reciproca insofferenza quasi antropologica.
L’antropologia la tengo lontana perchè è un tema più grande della scissione. Per ora mi limito a dire che ieri si sono manifestate due culture politiche molto diverse tra loro.
Sta dicendo che la giornata di ieri è uno spartiacque nella storia del Pd?
Sì, è in atto una transizione di cui non si intravede il punto di arrivo.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
LO RIVELA LA RICERCA DI OPENPOLIS: MA CHE BELLA OPPOSIZIONE FA IL PARTITO DI SILVIO
Sulla scia della definizione “Renzusconi” data dal giornalista Andrea Scanzi all’accordo tra il premier
e il Cavaliere, la trasmissione Piazzapulita (La7) ha mostrato nel corso della puntata di ieri sera alcuni dati accertati.
Attraverso un sistema messo a punto dal sito Openpolis, che monitora le attività dei parlamentari e delle loro votazioni, si è verificato il numero di volte in cui in Parlamento i rappresentanti del Pd e di Forza Italia hanno votato allo stesso modo.
Si è così scoperto che i due capigruppo di Forza Italia e del Pd alla Camera, rispettivamente Renato Brunetta e Roberto Speranza, hanno espresso lo stesso voto in 436 occasioni su 667, per una percentuale di voto convergente pari al 65%.
I capigruppo degli stessi partiti al Senato, Paolo Romani (FI) e Luigi Zanda (Pd), entrambi presenti in oltre 2362 votazioni, hanno una percentuale di votazioni comuni che ammonta al 90,9%.
Analogo confronto è stato registrato sui fedelissimi di Renzi e di Berlusconi, come Matteo Richetti (Pd) e Francesco Paolo Sisto, che hanno votato allo stesso modo ben 1605 volte, con una percentuale di voto convergente dell’86,4%.
Il ministro Maria Elena Boschi (Pd) e l’onorevole Daniela Santanchè (FI) hanno invece una concordanza di votazioni pari all’81,5%.
Ancora più alta è la percentuale di votazioni comuni (87%) tra il deputato renziano Lorenzo Guerini e l’onorevole di FI Annagrazia Calabria.
Il sindaco di Firenze Dario Nardella, ospite in studio, motiva così l’impressionante armonia tra le due compagini politiche: “Molte votazioni sono state sulla riforma costituzionale“.
Ma viene smentito da un consigliere comunale di Forza Italia che, dal pubblico, fa notare al politico che le riforme istituzionali di Renzi, come anche l’abolizione dell’art.18, sono le stesse che Berlusconi ha tentato di fare per 20 anni.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
ORA PER IL PREMIER E’ RISCHIO SENATO: IL DISSENSO E’ CALCOLATO TRA 5 E 30 SENATORI
Comunque vada, le cose non saranno più come prima.
La direzione del Pd sul Jobs Act non cambia i rapporti di forza nel Pd, ma stressa fino al limite estremo la fibra dei rapporti interni. Tra Matteo Renzi e la vecchia guardia, tra i renziani e gli anti-renziani, tra maggioranza e minoranza.
Nella sala del Nazareno (metaforicamente) scorre il sangue.
La direzione è riunita in grande spolvero, con tutti i big — vecchi e nuovi – presenti per intervenire, da Massimo D’Alema a Pierluigi Bersani, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina. Mancano solo Enrico Letta e Walter Veltroni, che è a Venezia al matrimonio di George Clooney.
Ma chi c’è sputa fuori tutto quello che finora si è tenuto dentro. E così sul tavolo della presidenza, dove Renzi sceglie di indossare l’espressione da “divertito” (dicono i suoi), planano nell’ordine l’attacco di Cuperlo che gli dice: “Io penso che non sei la Thatcher ma nemmeno un dominus nel Pd: la forza di un leader è convincere gli altri delle proprie ragioni, non tirare dritto ma guidare i processi”.
E poi, in crescendo, l’invettiva di D’Alema che gli dice chiaro e tondo: questo “impianto di governo è destinato a produrre scarsissimi effetti. Solo slogan e invece serve riflessione”.
L’affondo di Bersani: “No al metodo Boffo contro chi dice la sua nel Pd”. Sul Jobs Act si rompe la diga dei buoni rapporti di facciata dentro il Pd. E anche per Renzi (e il suo governo) inizia un’altra era.
Si arriva al Nazareno senza una mediazione. Il vicesegretario Lorenzo Guerini continua trattare fino all’ultimo con le minoranze, insieme al presidente dell’assemblea, Matteo Orfini.
Sulle prime, sembra si vada verso un’astensione di tutte le aree critiche sul Jobs Act. Ma poi intervengono D’Alema e Bersani. Il clima in sala cambia. Durissimi. Il primo cita Stiglitz, che “ha vinto il Nobel, di cui i giovani qui non sono mai stati insigniti…”.
Sguardo rivolto con sorriso sprezzante alla presidenza.
E ancora: Stiglitz che dice che “le riforme del lavoro si fanno in periodi di crescita, non di recessione”.
E Bersani gli dà ragione proprio su questo punto: “Citazione pertinente” quella su Stiglitz. D’Alema e Bersani d’accordo: quando mai è successo prima.
Eppure succede. In direzione succede anche che i civatiani applaudono D’Alema, anche questo un inedito.
E succede che il lettiano Francesco Boccia si rivendica un legame politico con il bersaniano Stefano Fassina: due economisti, due scuole di pensiero da sempre diverse, eppure oggi dalla stessa parte della barricata.
Tanto che la linea dell’astensione alla fine non regge. Se la intesta solo il capogruppo alla Camera Roberto Speranza, la sua AreaDem e la lettiana Paola De Micheli: in tutto 11 componenti. In 20 – tra civatiani, bersaniani, dalemiani, cuperliani – votano contro la relazione del segretario, approvata con 130 voti. “Ma non è un voto sul governo”, precisa il bersaniano Alfredo D’Attorre.
Non sarà un voto sul governo, ma è lecito porsi l’interrogativo: cosa faranno i dissidenti al momento del voto sul Jobs Act al Senato?
La domanda si fa largo nella sala del Nazareno, provata da oltre quattro ore di dibattito che, nei toni, ha messo in discussione la linea del segretario-premier, avanzando dubbi espliciti sulle sue capacità di governo.
E’ per questo che, prendendo la parola nella replica finale, Renzi si sente di sottolineare: “Trovo che discussioni come quella di oggi siano discussioni belle, anche quando non siamo d’accordo. Trovo che questo sia per me un partito politico, un luogo in cui si discute. Poi, mi piace pensare che in Parlamento si voti tutti allo stesso modo. È stata questa la stella polare quando ero opposizione nel partito, lo è a maggior ragione oggi”.
Domattina alle 7.30 riunirà la segreteria. Subito dopo, si riunisce il gruppo del Senato: e lì ci sarà una prima ricognizione dei possibili dissidenti.
Ci si aspetta da un minimo di 5 a un massimo di trenta: tutto è drammaticamente possibile.
Per Renzi inizia un’era nuova. Il terreno sotto il governo è friabile.
Non tanto per le turbolenze del Pd, ma perchè ad esse si sommano le turbolenze fuori dal Pd, le critiche sui quotidiani, quelle dei vescovi, quelle di imprenditori ex amici (Della Valle).
Alla fine dell’intervento di apertura in direzione, il suo suona come ultimo avvertimento: “Se non facciamo noi politica buona, la fanno fare ad altri…”.
Prima di avvicinarsi al microfono per la replica, lascia al tavolo della presidenza l’espressione da divertito.
Nella replica è piccato, a dir poco.
il premier è costretto a leggere aperture. Non tanto sull’articolo 18, il cui diritto alla reintegra resta in vigore solo per i licenziamenti discriminatori e disciplinari, che però verranno specificati solo nei decreti attuativi della legge delega.
Piuttosto, Renzi è costretto a dirsi disponibile a “riaprire la sala verde” di Palazzo Chigi, che è la sala usata per le riunioni tra governo e sindacati per quella ‘concertazione’ che finora il premier ha sempre negato.
Non a caso lo fa nella relazione iniziale: è l’estremo tentativo per far rientrare i dissensi.
Non funziona.
Ora pesano gli strascichi della rottura.
Che magari non travolgeranno il Jobs Act, perchè nel Pd anche il dissidente più estremo non cova pensieri di scissione, non per ora almeno.
Però è possibile che il sangue versato oggi macchi la legge di stabilità .
A Renzi lo dice Boccia: “La delega non chiarisce dove verranno trovate le risorse per gli ammortizzatori sociali universali”.
E’ il pensiero più importante che attraversa le minoranze. Insieme ad un altro.
Lo spiega Fassina: “Perchè si fa questa operazione sull’articolo 18? E’ scritto nei documenti della commissione Ue: dobbiamo ridurre le retribuzioni in termini reali. Giochiamo a carte scoperte. Io non voglio essere umiliato con la storia falsa che la precarietà dipende da quelli che hanno qualche residua tutela…”.
Comunque vada, si è aperto il vaso di Pandora.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
BERSANI: “NON CI SARA’ NESSUNA SCISSIONE”… CAMUSSO: “STAVOLTA RENZI PERDERA'”
Renzi «stia sereno», il rischio di scissione «non esiste proprio», dice Pier Luigi Bersani. 
«Una mediazione si può fare, è solo una questione di volontà politica», scrive Cesare Damiano.
Sembrano rassicuranti le dichiarazioni dei principali esponenti della minoranza Pd in vista della Direzione sul Jobs Act, oggi alle 17 in diretta streaming.
Ma l’opposizione interna non ha alcuna intenzione di accontentarsi del reintegro del lavoratore nel solo caso del licenziamento discriminatorio
Norma che neanche ci sarebbe bisogno di scrivere, sottolineano in coro i sindacati: è già nella Costituzione.
E anche nella «Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea», ricorda Stefano Fassina, aggiungendo che neanche l’affidamento dei licenziamenti impugnati a un arbitro piuttosto che a un giudice può essere un compromesso accettabile.
«Chi ha responsabilità di dirigere deve cercare una sintesi», insiste Bersani, chiarendo che non accetterà «prendere o lasciare sull’articolo 18» e tanto meno «uno slittamento di destra nel merito dei problemi»
Dalla parte opposta il leader Ncd Angelino Alfano, che nel programma di Maria Latella “L’Intervista”, su SkyTg24, taglia corto: «Renzi sta proponendo delle cose giustissime. Io non voglio giocare al rilancio, ma la riforma del lavoro dovremmo farla subito e per decreto».
I sindacati stamane si riuniscono per cercare una posizione comune nella battaglia a tutela dell’art.18.
Battaglia che ha concrete possibilità di successo, dice la leader della Cgil Susanna Camusso: «Credo che ne abbiamo, perchè credo che il Paese ne abbia bisogno», risponde a Lucia Annunziata nel programma “In mezz’ora” su RaiTre.
La Cgil fa asse con la Fiom di Maurizio Landini: tutti pronti, se serve, per lo sciopero generale.
Mentre il leader della Uil Luigi Angeletti suggerisce a Renzi, per uniformare le tutele sul lavoro, di «non togliere niente a nessuno e dare a quelli che non hanno».
Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)
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Settembre 28th, 2014 Riccardo Fucile
“E’ IN DIFFICOLTA’ CON BRUXELLES E CERCA DI DARE UN SEGNALE PER TRANQUILLIZZARE I CONSERVATORI”
«Renzi è in evidente difficoltà nei rapporti con Bruxelles. E sull’articolo 18 è in atto un’operazione politico-ideologica che non corrisponde a nessuna urgenza. Non esiste un’emergenza legata alla rigidità del mercato del lavoro. C’è persino il sospetto che si cerchi uno scontro con il sindacato e una rottura con una parte del Pd per lanciare un messaggio politico all’Europa e risultare così affidabile a quelle forze conservatrici che restano saldamente dominanti. Spero che Renzi si renda conto che una frattura del maggior partito di governo non sarebbe un messaggio rassicurante. Se vuole, è possibile trovare un accordo ragionevole sugli interventi sul mercato del lavoro».
Massimo D’Alema dopo un lungo periodo di silenzio ha deciso di far sentire di nuovo la sua voce nel vivo della battaglia sull’articolo 18. E pensa che l’agenda del governo dovrebbe privilegiare il tema della crescita.
Quando il Parlamento discuteva del Senato gli oppositori di Renzi sostenevano che la priorità fosse il lavoro, ora si discute di Jobs act e il tema diventa un altro. Giochiamo a rimpiattino?
«No, sono favorevole alle riforme elettorali e costituzionali, le ritengo urgenti per il Paese. Purtroppo è stata fatta una brutta legge elettorale che somiglia enormemente a quella di prima. Per quanto riguarda il Senato, vi è un evidente contrasto tra la rilevanza dei compiti assegnati a quell’assemblea e una legittimazione popolare affidata alla nomina regionale. Non ho mai pensato che le riforme costituzionali non siano importanti, ho riserve sulle soluzioni escogitate».
Comunque dopo Bersani arriva anche lei. La vecchia guardia della sinistra unita contro il premier.
«Senta, l’unica vecchia guardia con cui Renzi interloquisce è quella rappresentata dal centro-destra di Berlusconi e Verdini. Al Pd vengono poi imposte, con il metodo del centralismo democratico, le scelte maturate in quegli incontri privati. Gramsci nei Quaderni scriveva che i giovani devono inevitabilmente confrontarsi con la generazione più adulta, ma può capitare che i giovani di una parte si facciano istruire dagli anziani della parte avversa. Mi pare che qualcosa di simile stia accadendo nel nostro Paese».
Torniamo a Bruxelles. Cosa sta sottovalutando Renzi?
«L’Europa doveva “cambiare verso”, ma non sta andando nel verso che i progressisti auspicavano. Anzi. I popolari hanno una decina di eurodeputati in più, ma in Commissione hanno fatto l’en plein. La Merkel ha ottenuto le presidenze della Commissione, del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo. E ha pagato un prezzo modesto ai socialisti, nominando il francese Moscovici agli Affari economico-sociali, ma di fatto sotto il controllo di un super-falco come Katainen. I conservatori hanno 14 commissari, i liberali 5 e i socialisti 8. Insomma, il predominio conservatore è impressionante. Temo che tutto ciò non potrà non avere effetti sulla politica dell’Unione, tanto è vero che c’è grande malcontento nel gruppo socialista a Bruxelles»
I socialdemocratici tedeschi però sono al governo con la Merkel e non riescono a farle cambiare verso.
«Ci sono anche delle responsabilità dell’Spd, ma la Merkel si è mossa da leader europea, non si è preoccupata del peso del portafoglio assegnato al commissario tedesco. Ha piazzato uomini di peso nei posti-chiave, i socialisti invece hanno ragionato in un’ottica di prestigio nei singoli Paesi. Lo ha fatto anche Renzi, che ora, per venire fuori dall’impasse e ottenere concessioni dall’Europa, ha deciso di puntare su una questione che è chiaramente ininfluente rispetto agli ostacoli alla ripresa economica, e cioè l’articolo 18».
Ma anche la Bce ci chiede di riformare il mercato del lavoro. Il presidente Draghi l’ha ripetuto più volte.
«Mario Draghi è sotto attacco da parte dei tedeschi e considero la cosa allarmante. È una conferma dell’offensiva conservatrice in Europa. Se si arriva persino a contestare il presidente della Bce…».
Lei ci crede al piano da 300 miliardi che la nuova commissione Juncker dovrebbe varare ormai nel 2015?
«Finora è una nebulosa, bisognerà capire e controllare su quali settori punteranno gli investimenti. Questo è il centro dello scontro politico in Europa, altro che articolo 18. E teniamo conto che, nel merito, la riforma Fornero ha già sdrammatizzato il problema. Oggi, il contenzioso tra datori di lavoro e dipendenti licenziati è risolto in sede extragiudiziale per larga parte dei casi. Il ricorso al reintegro si è ridotto enormemente, ma è stata mantenuta l’ipotesi del reintegro in caso di grave illegittimità del licenziamento. È il minimo indispensabile. Qui si tratta della tutela dei diritti delle persone e non della difesa delle rigidità . Se si toglie al lavoratore persino la garanzia del reintegro in caso di grave illegittimità si ristabilisce all’interno del luogo di lavoro un rapporto gerarchico basato su paura e subalternità . Una forza di sinistra non può accettarlo».
Lo scontro Renzi-Camusso non riprende il duello che divise lei e Cofferati?
«La vera discussione con il sindacato non fu sull’articolo 18 ma sulla centralizzazione del meccanismo contrattuale, che era arretrata. Sostenevo il decentramento della contrattazione in modo che aderisse meglio all’economia reale. A Cofferati obiettavo che i sindacati negoziavano a Roma un contratto nazionale che poi in una metà del Paese era disatteso. Io sollevavo un problema vero».
Non crede che la vecchia guardia del Pd da allora eviti di scontrarsi con la Cgil per paura di prenderle?
«Non scherziamo. Noi abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro. Abbiamo proceduto in maniera coraggiosa e radicale, con forme di flessibilità che col tempo si sono rivelate persino eccessive. Questi interventi avrebbero dovuto essere affiancati da innovazioni anche nel campo del welfare e della formazione permanente dei lavoratori: purtroppo è avvenuto solo in parte. E ne hanno fatto le spese tanti giovani».
Ha da avanzare una proposta di mediazione?
«Si può ancora intervenire con misure limitate per togliere alcuni fattori di rigidità , come del resto ha detto Gianni Cuperlo. Si può pensare ad allungare il periodo di prova e a ridurre l’indennizzo economico oggi troppo pesante per le imprese. Contestualmente però occorre discutere anche degli ammortizzatori sociali. Certo, sono favorevole al modello danese, ma quanto costa? Dovendo impostare il governo una legge di Stabilità in nome del rigore, come finanzierà gli ammortizzatori sociali? Quali sono le poste di bilancio? Lo dico perchè non sono un ideologo ma un uomo di governo».
Lei in merito alla nomina di Mr. Pesc ha sostenuto che Renzi le ha mentito. Camusso poi lo ha definito thatcheriano. Da Firenze è arrivato il diavolo?
«In questa vicenda non ho mai detto nulla di personale e nulla, ovviamente, sui rapporti intercorsi tra me e il presidente del Consiglio. Ho il senso delle istituzioni».
La avverto che comunque quest’intervista sarà etichettata dai renziani come «rosicona» a seguito della mancata sua nomina in Europa. Le crea problemi?
«Le scelte europee rientravano nelle prerogative di Renzi. Se non ci fosse stata la vicenda dell’articolo 18 non sarei intervenuto. L’argomento della vendetta postuma è privo di riscontro. E penso che sia arrivata l’ora di smettere di avallare la tecnica dell’insulto come metodo permanente di lotta politica, anzichè discutere del merito dei problemi».
Dario Di Vico
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NON VOGLIONO MANDARE A CASA RENZI NEL TIMORE DI PERDERE LA POLTRONA
Nei corridoi di Palazzo Madama circola una battuta: “La minoranza del Pd sta implorando Matteo Renzi di trovare un accordo”.
Dopo il fuoco e le fiamme degli scorsi giorni, il clima tra il segretario-premier e coloro che, per un motivo o per un altro, viaggiano lontani dalla guida del partito, si sta parzialmente rasserenando.
Perchè se restano ben quaranta firme di Democrats in calce ai sette emendamenti presentati da chi contesta la legge delega della riforma del lavoro, dalle parti della “Ditta” si è capito che in un eventuale braccio di ferro se ne uscirebbe con le ossa rotte.
Dagli Stati Uniti il presidente del Consiglio non arretra di un passo: “Discutiamo, poi il Pd si adegui”.
Il riferimento è alla direzione del prossimo 29 settembre, alla quale le minoranze interne vorrebbero arrivare con un documento condiviso da tutto il partito, per non essere messi di fronte a fatto compiuto.
Ma in Parlamento il messaggio dei renziani non lascia spazio ad equivoci: “Nessuna mediazione. Si può accogliere qualche piccola modifica ma la volontà politica alla base del provvedimento non si tocca”.
Una volontà che prevede di eliminare la fattispecie del reintegro dalle misure a tutela dei lavoratori, lasciando in piedi esclusivamente quelle relative agli indennizzi economici.
E che farebbe cadere qualunque ipotesi di mediazione. Nei capannelli di deputati e senatori “dissidenti” si registra l’improbabilità che il premier conceda margini di trattativa sostanziali. E si fiuta il pericolo.
Da un lato, portare il dissenso alle estreme conseguenze vorrebbe dire votare la sfiducia al governo (ipotesi che nessuno per il momento prende in considerazione), nel caso probabile che Palazzo Chigi vincoli l’approvazione della delega a una mozione di fiducia, per non rendere determinante l’eventuale voto favorevole di Forza Italia.
Dall’altro, cedere su tutta la linea sarebbe una resa incondizionata troppo fragorosa per non avere un eco negli equilibri interni del partito.
Un cul de sac nel quale nessuno vuole essere intrappolato. Così i toni si smorzano. Pier Luigi Bersani ha parlato di “una sintesi possibile, se il premier lo vuole”. Il tentativo è quello di portare lo scontro fuori dai binari del “articolo 18 sì /articolo 18 no”, e ricondurre la discussione alle geometrie più o meno variabili delle tipologie di tutele per neoassunti e non.
Un lavoro di mediazione di cui si stanno facendo carico in queste ore Roberto Speranza e Luigi Zanda, ma che tuttavia vede le parti ancora distanti.
Spiega Maria Cecila Guerra – prima firmataria dei sette emendamenti delle minoranze interne – che “si può discutere di una sospensione dell’articolo 18 per i primi quattro o cinque anni dall’assunzione, anche se il discorso da fare sarebbe più ampio”.
Peccato che da Palazzo Chigi hanno sì spiegato che è un terreno su cui si potrebbe lavorare, ma alzando l’asticella ai dieci anni. Proposta irricevibile, “una provocazione” secondo Guerra.
Ma, dopo il muro contro muro, il filo del dialogo si inizia a dipanare.
Il bersaniano Miguel Gotor si dice fiducioso “che si arrivi a un documento unitario”.
E sui numeri è molto cauto: “Dieci anni mi sembrano troppi, quattro o cinque andrebbero meglio, ma sulla tempistica siamo aperti, l’importante è tenere fermo il principio del reintegro”.
I senatori “dissidenti hanno preparato un volantino sui sette emendamenti, le cui intenzioni sono quelle di evidenziare “la costruttività di proposte che vogliono semplicemente rendere più chiara la delega al governo”:
Carlo Dell’Aringa, professore e deputato vicino a Bersani, ha avanzato una proposta che potrebbe costituire il canovaccio per il punto di caduta finale.
“Nel caso si decidesse che la sospensione dell’articolo 18 sia temporanea – spiega – si potrebbero rafforzare le tutele per le imprese che decidono di assumere”.
Interventi che potrebbero andare “dall’introdurre un anno di prova per i neo assunti senza nessun tipo di tutele”, al “prevedere un indennizzo più basso per tutto il periodo extra-articolo 18. Oggi si parla di dodici mensilità , si potrebbe arrivare a due o tre al massimo”.
Infine, Dell’Aringa suggerisce di rendere meno discrezionale il potere del giudice nello stabilire il reintegro. “Tutti strumenti che incentiverebbero le imprese ad assumere”, spiega il professore.
Che chiosa malizioso: “Ovviamente tutto questo è possibile se la volontà politica sarà quella di mantenere il reintegro come una delle opzioni possibili”.
Come a dire che se Renzi prosegue per la sua strada non ci sarà mediazione che tenga…
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
POTREBBE ESSERE IL TERRENO DELLO SHOWDOWN DECISIVO TRA RENZI E I SUOI OPPOSITORI
La riforma del lavoro non è cosa astrusa come la riforma elettorale o quella costituzionale. È materia viva. 
Se c’è una questione su cui la minoranza del Pd potrebbe rompere è questa.
Non si rompe sulle soglie dell’Italicum o sulla elezione diretta o meno dei futuri senatori. Cose incomprensibili ai più.
L’articolo 18 è una questione identitaria. È questo che alza la posta in gioco per la sinistra del partito
Ma non è affatto detto che comunque si arrivi a una scissione.
Intanto, c’è da mettere in conto che per una parte degli attuali oppositori di Renzi l’unità del partito è un valore.
Altri temono che una scissione porti a elezioni anticipate e, quindi, a un futuro politico incerto.
Altri ancora — a ragione — si chiedono se di questi tempi ci sia uno spazio elettorale significativo per un partito di sinistra.
E poi chi guiderebbe il nuovo partito? Dove è il leader capace di prendere voti di questi tempi?
Insomma, una scissione è cosa complicata e rischiosa. Ma potrebbe succedere.
Molto dipenderà da Renzi
Anche le questioni identitarie si prestano a compromessi. E sulla riforma del lavoro se ne possono immaginare diversi sia all’interno dell’articolo 18 che tra l’articolo 18 e altri aspetti della riforma.
Ma per arrivare a un compromesso occorre essere in due. Posto che la minoranza Pd sia disponibile, lo è Renzi?
Un altro modo di porre la questione è chiedersi quale interesse potrebbe avere il premier a spingere fuori dal partito i suoi critici.
Per ragionare su questo occorre fare un po’ di conti
È possibile che nonostante le defezioni il governo riesca a conservare la maggioranza alla Camera, ma è molto difficile che possa farlo al Senato.
Se così fosse, una crisi di governo sarebbe inevitabile. Gli esiti potrebbero essere due: una diversa maggioranza o il voto anticipato.
Ma una diversa maggioranza con chi? Con Berlusconi? È d difficile.
Ma è complicato anche il ricorso al voto.
Tanto per cominciare non si sa se si voterebbe con l’attuale sistema elettorale, quello della Consulta, o con l’Italicum che è in lavorazione.
Più probabile che si voti con il primo che è — ricordiamolo — un proporzionale.
E cosa potrebbe succedere? Il Pd da solo non può arrivare alla maggioranza assoluta dei seggi. Avrebbe bisogno di alleati.
Il Ncd di Alfano però avrebbe un piccolo problema. Alla Camera la soglia di sbarramento per chi va da solo è al 4 per cento.
Il Ncd potrebbe superarla e portare così un pacchetto di seggi al governo con il Pd.
Ma al Senato la soglia è l’8 per cento. Solo per chi si allea diventa il 3 per cento.
E con chi si allea Alfano per avere lo sconto? Con il Pd o con Forza Italia? Difficile che si possa alleare con Forza Italia e poi fare il governo con il Pd.
Ma alleandosi con il Pd quanti voti prenderebbe? E in ogni caso basterebbero i suoi seggi a garantire a Renzi una maggioranza di governo?
È vero che in caso di elezioni anticipate l’offerta politica cambierebbe e quindi potrebbe venir fuori un esito oggi imprevedibile.
Ma il punto è che un sistema elettorale proporzionale, pur con le soglie che ci sono, non può assicurare che dalle urne esca una maggioranza.
Il governo si farebbe dopo il voto. Se il Pd fosse il partito di maggioranza relativa dovrebbe presumibilmente scegliere tra Grillo, sinistra e Berlusconi.
Una prospettiva comunque complicata, anche se Renzi avrebbe il vantaggio di avere un gruppo parlamentare scelto da lui.
Il quadro non cambierebbe molto nemmeno se l’Italicum venisse approvato definitivamente prima di andare alle urne.
Infatti, il nuovo sistema elettorale vale per la Camera ma non per il Senato. Il Senato attuale dovrebbe essere superato.
Ma è del tutto improbabile che la riforma arrivi in porto prima di un eventuale voto anticipato.
Quindi si voterebbe per la Camera con l’Italicum e per il Senato con il Consultellum. Un pasticcio. La differenza con lo scenario precedente è che in questo caso il Pd avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera, ma l’esito al Senato sarebbe comunque legato alle incognite che abbiamo descritto in precedenza
Fatti i conti, il divorzio tra Renzi e i suoi oppositori interni non conviene nè all’uno nè agli altri.
Ma in politica i conti fatti a tavolino, o sulle pagine dei giornali, non sempre colgono nel segno. Il caso ha sempre un suo peso. E così le passioni.
Alla fine il gioco potrebbe scappare di mano. Per il paese sarebbe un salto nel buio.
Roberto D’Alimonte
(da “Il Sole24ore“)
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Settembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
L’AD DI FIAT E CHRYSLER DAGLI USA AIUTA IL PREMIER: TROPPE TUTELE CREANO ”DISAGI SOCIALI”. .. INTANTO LA CGIL PROVA A TRATTARE SULLE TUTELE CRESCENTI
“L’articolo 18 crea disagi e disuguaglianze”. È Sergio Marchionne a schierarsi senza se e senza ma al fianco
di Matteo Renzi.
“Lasciatelo lavorare non ci sono alternative”, dice a New York dove il presidente del Consiglio ha appena tenuto un discorso davanti al Council on Foreign Relations.
Un’altra occasione e un’altra vetrina per chiarire il suo punto sulla riforma del lavoro. Che è “irrimandabile”.
Dice Renzi: “Lunedì presenterò in direzione le mie idee” che “sono condivise”, poi “ci sarà un dibattito, si discute e alla fine si decide, si vota e si fa tutti nello stesso modo, si va tutti insieme”. Per chi non se lo ricordasse, in direzione i renziani sono la maggioranza schiacciante.
Il voto dunque, è piuttosto pleonastico.
E ancora un attacco alla sinistra che vuole lo status quo: “Le persone della sinistra, leader della mia parte politica e non della destra, pensano che va a ogni costo mantenuto lo Statuto dei lavoratori e che questo è l’unico modo per essere uomini di sinistra”.
Che Renzi, al di là delle parole, non abbia alcuna intenzione di mediare più del minimo indispensabile, lo dicono un po’ tutti, renziani e non.
A Roma fervono le riunioni tra le minoranze e le ricerche di trattativa con la maggioranza.
Ma l’impressione è che fino a quando il premier torna dagli Stati Uniti non si andrà lontano. Nel frattempo, le posizioni a sinistra diventano meno granitiche: il segretario della Cgil Susanna Camusso, mentre tuona contro la volontà di Renzi di non trattare, indica il terreno possibile per la mediazione: “Se si vuole discutere delle tutele crescenti lo possiamo fare. Sono mesi che lo diciamo”.
Gli emendamenti presentati dalle minoranze in Senato chiedono che l’articolo 18 entri in vigore dopo tre anni, il governo era pronto a discutere di inserirlo dopo i 12 o 13, potrebbe arrivare a 10. Alla sinistra interna potrebbero bastare sei anni, ma lui in realtà non è tanto di quest’idea.
E così ci sono i pontieri in azione.
Riunione informale ieri in Transatlantico tra Guglielmo Epifani (piuttosto moderato), Alfredo D’Attorre (duro e puro, per ora) Davide Faraone (renziano).
E poi, tra lo stesso Epifani, Roberto Speranza (pontiere), Matteo Orfini (Giovane Turco, tessitore), Enzo Amendola (dialogante) e Francesco Verducci (anche lui Turco, tessitore). Speranza sta lavorando per portare almeno tutta la sua componente, Area riformista sulla linea del dialogo.
E la maggior parte dei dem ribelli comunque sono pronti a seguirlo.
Orfini insieme a Verducci stanno cercando un punto di mediazione concreto.
In Senato hanno presentato tre emendamenti, che riguardano la semplificazione delle forme contrattuali per disboscare la selva di lavori atipici, la prevalenza del contratto a tempo indeterminato e il demansionamento legato alla concertazione con sindacati e imprese.
Il punto resta sempre l’articolo 18. Difficile anche per i Giovani Turchi votare una legge che lo abolisce del tutto.
Ma se si riescono a ottenere altre cose, diventa più digeribile. Il punto di caduta potrebbe essere anche diverso, con un po’ di soldi per le politiche del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Non a caso l’appello di Beppe Grillo alla sinistra del Pd per “mandare definitivamente a casa Renzi” è caduto nel vuoto.
Con un post del giurista a Cinque Stelle, Aldo Giannuli, i 5s hanno invitato la minoranza ribelle dei democrat a reagire contro “l’infame riforma” del lavoro “con l’azione parlamentare e con l’azione di piazza, con gli scioperi”.
Coro di no da parte di tutte le sotto correnti dem.
Su tutti, ecco il muro di Bersani (e lui lo sa bene, che con i Cinque Stelle cercò di formare il suo governo mai nato): “Beppe Grillo lasci stare le provocazioni. Credo all’autonomia del Pd, che deve trovare le soluzioni senza dare la parola, tantomeno l’ultima parola, nè alla destra nè a Grillo. Questo è il punto”.
La battaglia interna continua, le tentazioni di andare al muro contro muro diminuiscono di giorno in giorno.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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