Luglio 5th, 2014 Riccardo Fucile
RIVOLTA NEL PD SULLE RIFORME, ITALICUM A RISCHIO….”VOTIAMO SI’, MA LA GUSTIZIA RESTI FUORI”
Cresce il malumore nel Pd sull’Italicum dopo il nuovo vertice con Berlusconi. 
Bersani ha ribadito che la proposta di legge elettorale «va modificata». E l’uscita ha dato libero sfogo al malcontento.
Gianni Cuperlo solleva perplessità di ordine costituzionale e Vannino Chiti chiede di correggere lo sbarramento.
Non va meglio in Forza Italia. Tanto che Berlusconi ha dovuto scrivere una lettera-appello ai parlamentari in cui chiede che «Forza Italia sostenga convintamente le riforme».
“Abbiamo già discusso e deciso a larga maggioranza nel partito su riforme e legge elettorale. Adesso lo facciamo in Parlamento «per mettere a punto dettagli significativi. Ma non deve diventare l’occasione per frenare». Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd cerca di mettere un argine al malumore che cresce nel partito dopo il nuovo incontro con Silvio Berlusconi.
Perchè è tornato in campo Pierluigi Bersani che ieri ha ribadito a SkyTg24 che «l’Italicum va modificato, lo capisce anche un bambino. Ci sono le soglie, le liste che prendono voti ma non deputati. E poi bisogna fare in modo che il cittadino possa scegliersi il deputato. Le democrazie che funzionano non sono le democrazie padronali ».
L’ex segretario spiega che il combinato disposto di legge elettorale e riforma del Senato alterà gli assetti costituzionali e, dunque «la Camera, che diventa l’unica camera elettiva, dovrà occuparsi credo degli equilibri generali del sistema».
Il problema del rapporto fra riforme e Costituzione viene sollevato anche da Gianni Cuperlo. «Se noi licenziamo l’Italicum così com’è uscito dalla Camera, io credo che ci siano margini di rischio di costituzionalità di quella legge», dice
Una critica che ribadisce anche Vannino Chiti che chiede di modificare le soglie di sbarramento, di varare un Senato elettivo e di permettere ai cittadini di scegliere gli eletti con i collegi uninominali o con le preferenze.
Il clima però non è molto tranquillo neanche in casa dell’altro contraente del patto del Nazareno. Silvio Berlusconi, infatti, giovedì non ha concluso l’assemblea dei gruppi che doveva decidere sulle riforme e sembra proprio che la riunione non avrà un seguito.
Berlusconi pensa infatti che si debba andare avanti. E per chiarire ai suoi il percorso ha scritto una lettera-appello ai parlamentari in cui chiede che «Forza Italia sostenga convintamente le riforme».
L’ex Cavaliere ricorda che «il dialogo« con Renzi è sulle riforme, mentre su tutto il resto «Forza Italia resta all’opposizione ».
Inoltre Berlusconi insiste sul fatto che Renzi lo vuole coinvolgere anche nella riforma della giustizia. Parole che però non convincono Augusto Minzolini: «Sarebbe paradossale — dice — non avere il presidenzialismo e perdere contemporaneamente il Senato elettivo».
E un no sulla legge elettorale arriva anche da Gaetano Quagliariello: «Se resterà questa il Nuovo centrodestra non la voterà , e porrà un problema serio. La legge elettorale non può essere imposta a partire da un accordo a due».
Silvio Buzzanca
(da “La Repubblica“)
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Giugno 27th, 2014 Riccardo Fucile
LA DOPPIA FRONDA SULLE RIFORME, NEL PD ESCONO ALLO SCOPERTO 19 DISSIDENTI, ALLARME PREFERENZE
Forza Italia sulle riforme mette a repentaglio il patto del Nazareno. Il big bang matura nella riunione di gruppo a Palazzo Madama, che sfugge al controllo di Berlusconi.
La maggioranza dei senatori, 37 su 59, firma emendamenti per chiedere l’elezione diretta del Senato. L’esatto contrario di quanto prevede il pacchetto Renzi, pur blindato da Verdini e Romani.
Alla base c’è il panico da rielezione di molti parlamentari.
Ma ha funzionato da miccia l’incontro in streaming del premier coi Cinque stelle e quell’apertura alle preferenze nella legge elettorale che a parecchi forzisti proprio non va giù: «Se passano, facciamo saltare tutto » è la minaccia che nel centrodestra sta prendendo corpo.
Al Senato ma anche alla Camera, dove il capogruppo berlusconiano Brunetta chiama in gran segreto i colleghi nemici del “patto delle riforme” e con loro invoca e ottiene una riunione plenaria per la prossima settimana, alla presenza dell’ex Cavaliere.
All’assemblea del gruppo a Palazzo Madama invece ieri mattina Berlusconi non si è presentato. Verdini e Romani lo avevano raggiunto a Grazioli con Giovanni Toti e Maria Rosaria Rossi prima di chiamare a rapporto i senatori, rassicurandolo sulla tenuta.
E invece salta tutto.
Verdini e Romani puntano a chiudere in poche battute la riunione: «Dunque, la riforma va approvata così com’è, al più con qualche modifica, ma il patto deve reggere su tutto, altrimenti rischiamo di veder saltare anche l’Italicum », mette in guardia coi consueti metodi spicci il senatore toscano, gran tessitore dell’intesa.
Toti e la Rossi nemmeno parlano. Ma a quel punto si scatenano i senatori.
Parte Augusto Minzolini, e a seguire Razzi, Caliendo, Zuffada e altri ancora.
Tutti a favore del Senato elettivo e dunque intenzionati (con una quarantina di emendamenti) a stravolgere il testo del governo.
L’ex direttore del Tg1 è il più agguerrito, primo firmatario delle proposte di modifica. «Io non voto questa riforma. Non cadiamo nel tranello di Renzi – alza i toni – Lui minaccia il voto ma non può fare nulla, non andrebbe mai alle elezioni col “Consultellum”. I senatori devono essere eletti dal popolo».
Dopo, è un coro. Altri come Cinzia Bonfrisco stanno per intervenire per rincarare. Al punto che Verdini e Romani sono costretti a sospendere i lavori e rinviare tutto a martedì prossimo.
A Silvio Berlusconi toccherà presentarsi di persona per far rientrare i “ribelli”, se ne avrà ancora il potere e la forza.
È un leader dimezzato, fiaccato e in attesa di una nuova pesante sentenza. Già , proprio la sentenza Ruby in appello, che segue la condanna in primo grado a sette anni per prostituzione minorile.
A partire dal 18 luglio è atteso il pronunciamento del secondo grado di giudizio.
Ed è qui che l’ennesima vicenda giudiziaria di Berlusconi si intreccia con l’agenda delle riforme. Il Pd punta ad accelerare e non poco.
Da lunedì iniziano le votazioni in commissione sul testo Boschi. Il capogruppo Zanda e i dem vorrebbero chiudere nel giro di una settimana per approdare in aula il prima possibile per strappare il primo “ok” alla riforma proprio entro la data fatidica del 18.
«Fino a quel giorno, il capo forzista manterrà i toni bassi, dopo, tutto potrebbe succedere» è il tam tam nel Pd.
Sul Senato elettivo del resto cresce la fronda anche tra i democratici.
Ieri scadeva il termine per presentare i sub-emendamenti e 19 senatori pd, guidati da Chiti, Casson, Tocci hanno firmato proposte in favore dell’elezione diretta e del mantenimento a certe condizioni dell’immunità .
Con loro, anche il popolare Mario Mauro, i sette di Sel capeggiati da Loredana De Petris e i 14 fuoriusciti dal M5s.
L’ex ministro Mauro parla di «deriva autoritaria» nella strategia delle riforme. Come se non bastasse, è stato depositato un emendamento pd con una cinquantina di firme per ridurre il numero dei deputati.
Fibrillazioni che tuttavia al Nazareno vengono minimizzate. Che il premier sia intenzionato ad andare dritto per la sua strada lo si capisce dalla sortita del vicesegretario dem Lorenzo Guerini: «Il percorso procederà secondo la direzione e i tempi previsti».
Convinti che anche le mine interne a Forza Italia saranno disinnescate da qui a qualche giorno. In ogni caso, un conto sarà la partita con numeri più risicati – anche se ormai blindati dal Pd – che si giocherà da lunedì in commissione Affari costituzionali, altra cosa in aula.
Se pure il Carroccio e il M5s dovessero schierarsi con il “partito del Senato elettivo”, l’asticella si fermerebbe più o meno intorno ai 134 senatori.
Mentre la maggioranza pro-riforme è compresa in una forbice variabile tra i 163 e i 186.
Il premier resta convinto di poter andare anche oltre.
Non si raggiungeranno comunque i due terzi necessari per evitare il referendum confermativo, ma questo ormai Renzi lo ha messo nel conto.
Casadio e Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 23rd, 2014 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DEL LAVORO: “SE IL PD E’ LA NUOVA DC, IO ALLORA SONO DONAT-CATTIN”
Damiano, il carro del Pd di Renzi è stracolmo. Salgono tutti: ex vendoliani, ex montiani…
Si sta un po’ stretti. Il rischio, al di là delle battute, è di trasformarci davvero nella nuova Democrazia Cristiana. Un partito contenitore, senza un’identità politica centrale. Gli esuli di Scelta Civica e di Sel hanno identità politiche profondamente diverse
Qual è la direzione quindi? Il carro del vincitore svolta a sinistra o a destra?
In fondo il renzismo è una variante del blairismo. Con Blair si diceva che il centrosinistra fosse l’unico ad avere il diritto di fare politiche di destra. Con Renzi potremmo dire che si fanno contemporaneamente politiche di sinistra e di destra
A lei e agli altri “compagni” però tocca votarle tutte.
Finchè si tratta degli 80 euro o della tassazione delle rendite finanziarie, lo faccio volentieri. Quando si aumenta la precarietà del lavoro con il Jobs Act, sono contrario.
C’è una disciplina di partito…
Ma c’è anche un’autonomia parlamentare. Il primo Renzi decideva a maggioranza, “prendere o lasciare”. Ora mi pare abbia cambiato atteggiamento e che dica: “Nelle riforme ci sono dei punti fermi, tutto il resto lo possiamo discutere”. Con il “nuovo” Renzi si possono portare correzioni importanti
In sostanza c’è un grande “centro renziano” e poi ci sono le correnti a destra e a sinistra, stile Prima Repubblica
Non è proprio così. Non c’è dubbio che prendere il 40,8 per cento abbia segnato una svolta: ora c’è un partito egemonico, come non lo conoscevamo dagli anni ’50. L’importante è che la “vocazione maggioritaria” che sognava Veltroni non si trasformi in “vocazione totalitaria”. Ma le aree come la nostra non sono micro partiti all’interno di un grande partito unico. Noi (la cosiddetta “Area riformista”, ndr) abbiamo l’ambizione di essere una “componente culturale”, giochiamo la nostra sfida sui contenuti: il nostro obiettivo è mantenere il Pd a sinistra
Le cito in breve la definizione di “partito pigliatutto” secondo la Scienza Politica (Otto Kircheimer, 1966): è caratterizzato da una drastica riduzione del bagaglio ideologico, non ha una classe sociale di riferimento e assicura rappresentanza a diversi gruppi d’interesse. È un ritratto spiccicato del Pd, non trova?
Penso che anche in un partito pigliatutto ci sia margine per una scelta. In un Paese come il nostro dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, io voglio stare dalla parte degli ultimi. Penso che anche il Pd debba rappresentare loro
Quindi si può vivere (e morire) serenamente “demorenziani”
Spero che Renzi ce la faccia: è davvero l’ultima spiaggia e ha avuto il merito di sconfiggere il populismo di Grillo. Il “demorenzismo” può essere utile in questa fase storica. L’importante è che non ci sia un uomo solo al comando.
Tommaso Rodano
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Giugno 17th, 2014 Riccardo Fucile
NEI PIANI DI RENZI, IL PATRIMONIO DOVREBBE SERVIRE A GARANZIA DELLE BANCHE, IN MODO DA COPRIRE I PRESTITI PER IL PARTITO
Ora che Matteo Renzi ha i voti e il controllo pieno sul Partito democratico gli manca solo una
cosa: il patrimonio.
Quando è nato il Pd, nel 2007, il grosso dei beni (e dei debiti) sono rimasti alle formazioni che lo avevano fondato, cioè Democratici di Sinistra e Margherita.
Dei post-democristiani abbiamo saputo molto, di come i soldi dei rimborsi elettorali andavano a finanziare singoli dirigenti, il tesoriere Luigi Lusi è è finito in carcere.
I Ds erano ricchi e indebitati, lo storico tesoriere Ugo Sposetti e il presidente Piero Fassino hanno costruito un muro giuridico che ha tenuto il ricco patrimonio (eredità comunista) lontano dal Pd.
Perchè non si sa mai, meglio evitare di mettere in comune i beni in un matrimonio con durata incerta.
In questi anni Sposetti ha amministrato quel tesoro di oltre 2mila immobili (circolano anche leggende su azioni, obbligazioni e opere d’arte di cui si sono perse le tracce, valore da mezzo miliardo di euro) come se il Pd attuale non avesse alcun diritto a toccarlo.
Ma adesso qualcosa è cambiato
I segnali sono due: Renzi che dichiara di voler rilanciare il marchio delle Feste de l’Unità e la nomina a presidente di Matteo Orfini, esponente di una mai rottamata (per resistenze e convenienze reciproche) cultura diessina nel partito.
Dopo aver conquistato ed esposto in assemblea il 40,8 per cento, Renzi pare avere forza per fondere davvero le due anime democratiche.
E mettere le mani sulla cassa. L’attuale tesoriere Francesco Bonifazi ne avrebbe molto bisogno, avendo appena chiuso un bilancio con un rosso di oltre 10 milioni e parecchi dipendenti in cassa integrazione.
L’irriducibile Sposetti oppone resistenza: “So che puntano a questo, conosco le idee di Fassino, se vogliono discutere io sono pronto, ma devono ricordarsi che mi hanno lasciato una montagna di guai quando è nato il Pd”, dice al Fatto.
Ma l’altro erede legale dei Ds, l’ultimo segretario Piero Fassino, è uno dei maggiori sostenitori di Renzi (il premier è anche tentato di indicarlo come commissario europeo). E quindi in queste settimane è stato raggiunto un accordo, ancora segreto, tra il sindaco di Torino e il segretario del partito: gli immobili che furono dei Ds devono entrare nella disponibilità almeno formale del Pd che ha bisogno di usarli come garanzia per ottenere credito dalle banche (prestare soldi ai politici, in un’epoca di rimborsi elettorali in calo, è sempre meno allettante).
Contattato dal Fatto, il sindaco torinese non ha risposto.
Non è facile ma neppure impossibile: gli oltre 2mila immobili sono stati sparpagliati sul territorio, affidati a fondazioni locali imbottite di politici di un’altra epoca, spesso nominati a vita, che su carta tutelano la memoria storica del Pci e nei fatti tengono il suo patrimonio al riparo dai creditori (il metodo Sposetti è perfetto: i debiti in capo ai Ds nazionali e i beni affidati alle federazioni locali).
Fassino, Renzi e Bonifazi hanno una via abbastanza semplice: rifare il trucco di Sposetti in senso inverso.
Accorpare le fondazioni locali in un unico ente che poi possa, in qualche modo, mettere gli immobili nella disponibilità del Pd così da rassicurare le banche creditrici. Un’operazione complessa, ma l’intenzione politica non manca.
Complessa perchè i vecchi creditori tornerebbero alla carica.
A ottobre, per esempio, dovrebbe esserci il nuovo confronto tra presidenza del Consiglio e banche creditrici della vecchia Unità .
La storia è ingarbugliata: il quotidiano di partito, prima della liquidazione, era pieno di debiti.
Nel 1999 una provvidenziale norma del governo D’Alema (guidato, guarda caso, da un ex direttore dell’Unità ) istituisce una parziale garanzia pubblica su quel debito. Risultato: oggi c’è un contenzioso tra le banche creditrici (che vantano spettanze per quasi 200 milioni di euro) e palazzo Chigi.
“Abbiamo ottenuto tre decreti ingiuntivi dal tribunale di Roma, poi ovviamente l’avvocatura di Stato si è opposta”, spiega l’avvocato Girolamo Bongiorno che rappresenta il gruppo di banche. Se ne riparla a ottobre.
Ma nel frattempo potrebbe verificarsi una situazione paradossale: se Renzi riesce a mettere le mani sul patrimonio dei Ds, la presidenza del Consiglio potrà opporsi alle banche con maggiore efficacia suggerendo di rivalersi sugli immobili riemersi dalle nebbie locali.
Viceversa, il premier può cedere agli istituti di credito saldando i debiti pregressi — almeno in parte — con le fideiussioni a spese del contribuente italiano, lasciando intonsa la ricchezza del partito.
Renzi sta facendo leva sull’inchiesta Mose per dare il colpo definitivo all’intreccio tra imprese, coop rosse e lato sinistro del partito.
Grazie al lavoro dei pm, il segretario democratico ha la strada spianata e può puntare anche al tesoro degli ex comunisti, visto che i più autorevoli custodi di quella tradizione sono decaduti o nei guai con la giustizia.
Resta solo un ultimo reduce a difendere la trincea: Ugo Sposetti, col suo baffo sovietico.
E non è un ostacolo da poco.
Stefano Feltri e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 14th, 2014 Riccardo Fucile
MINEO NON PAGA IL PIZZO AL CONFORMISMO PD, RENZI SPECULA SUI DOWN PIU’ DI LUI
“Lei è una ragazza intelligente, è secchiona e ha studiato più di Matteo, anche se non ci
vuole molto. Quindi si è convinta che poteva fare tutto, ma non è assolutamente in grado. Si è convinta che lei poteva trattare con Berlusconi, Calderoli, non è in grado”.
Questo il parere di Corradino Mineo espresso ieri sul ministro Maria Elena Boschi . Poi su Renzi il senatore democratico aveva aggiunto: “Matteo è un ragazzino autistico che vorresti proteggere perchè tante cose non le sa”.
Oggi Mineo ritorna su quelle frasi e precisa: “Ieri ho profondamente sbagliato, mi sono scusato, mi scuso con la Boschi, con Renzi, con le famiglie che hanno bambini down. Su questo Renzi ha ragione ma non vorrei che questa mia responsabilità oscurasse la mia battaglia sulle riforme”.
Nel merito, Corradino Mineo non arretra.
Il senatore del Pd, rimosso dalla Commissione Affari Costituzionali perchè contrario al testo del governo sulle riforme, parla con i cronisti subito dopo il durissimo intervento di Matteo Renzi all’assemblea nazionale Dem, all’Ergife di Roma. “Qualcuno mi ha dato del ‘bambino autistico’”, gli ha detto il premier-segretario senza citarlo direttamente ma tra gli applausi fragorosi della platea cui è stato subito chiarissimo il riferimento alle accuse pronunciate ieri da Mineo.
“Potete dirmi tutto ma ci deve essere un codice di comportamento tra di noi”, ha urlato Renzi dal palco corredato di trionfale scenografia con lo sfondo di un gigantesco 40,8 per cento, il risultato del Pd alle europee. “Giù le mani dai bambini down!”.
Da una parte chi ha sbagliato la frase, dall’altra uno speculatore delle parole.
Senatore, ora che fa?
Sull’attacco che gli ho fatto, Renzi ha ragione. Ho chiesto scusa e chiedo ancora scusa, ero stanco…
E sulle riforme ora che fa? Cambia posizione?
Ma anche io voglio la fine del bicameralismo perfetto, tanto quanto Renzi. Non ho fatto nulla per bloccare le riforme. Quella frase è stata infelice, ho chiesto scusa ma dico che è stato sferrato un attacco a me per non confrontarsi nel merito, per eludere il problema.
E qual è il problema?
Noi non sappiamo nulla del testo finale. Si dice che non siamo fedeli a un testo, ma nessuno conosce il testo finale. Perciò non c’è un tradimento del voto del gruppo…
Quindi non arretra?
Nel merito no. Ho sbagliato a pronunciare quelle frasi, chiedo scusa, ma non vorrei che ora questa mia responsabilità oscurasse la mia battaglia.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
DECISIONE IN ASSEMBLEA NAZIONALE… IN 14 POTREBBERO LASCIARE IL PARTITO E FARE UN GRUPPO AUTONOMO
Un ricorso al presidente del Senato Piero Grasso e una lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Sono i prossimi passi che i 14 senatori del Pd, autosospesi per la rimozione di Corradino Mineo dalla Prima Commissione di Palazzo Madama, stanno valutando per far valere le loro ragioni.
Il ricorso a Grasso verrebbe preparato sulla falsariga di quello presentato oggi dai Popolari che contestano la rimozione del senatore Mario Mauro dalla Commissione Affari Costituzionali.
La lettera al capo dello Stato servirebbe per segnalare al Quirinale la scelta dei vertici Pd di sostituire Mineo per le sue idee contrarie alla riforma del governo.
La decisione, apprende Huffpost, verrà presa domani all’Ergife: gli autosospesi infatti si ritroveranno all’Hotel di Roma dove si tiene l’assemblea nazionale del Pd con il premier-segretario Matteo Renzi.
Lì si riuniranno e prenderanno una decisione sul caso Mineo.
Dell’idea di scrivere a Grasso e Napolitano, i 14 in realtà hanno già discusso nelle riunioni di questi giorni, dopo l’estromissione del senatore non allineato dalla commissione Affari Costituzionali.
Il dibattito all’interno del gruppo è ancora aperto, ma l’idea di chiedere un intervento del presidente del Senato, in base al regolamento di Palazzo Madama, e del capo dello Stato è ancora in ballo e verrà affrontata domani, quando gli autosospesi si ritroveranno all’assemblea nazionale del Pd.
I più cauti pensano che sarebbe il caso di aspettare la riunione con il capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda programmata per lunedì e l’assemblea del gruppo dei senatori martedì.
Ma molti altri invece valutano già negativamente le risposte arrivate dal partito e dunque pensano sia il caso di agire ricorrendo alle più alte cariche dello Stato.
In vista delle riunioni della prossima settimana, le diplomazie Dem sono al lavoro per cercare una soluzione morbida alla vicenda.
Ma molto dipende anche da quello che dirà Renzi domani in assemblea.
Da parte sua, il premier è più che intenzionato a fare un discorso molto franco e netto sulla necessità di sfruttare al massimo l’energia del 40,8 per cento delle europee per fare le riforme: i frenatori se ne facciano una ragione.
“Un discorso alla nazione”, lo definiscono i suoi, della serie: prendere o lasciare, il tempo è adesso, non bisogna sprecare la fiducia degli elettori che si sono espressi alle europee, non bisogna disattendere la loro aspettativa di fatti concreti.
“Il Pd è davanti a un bivio, non ho preso il 41% per lasciare il futuro del Paese a Mineo…”, ha detto ieri il premier. Sarà questo il succo del suo intervento all’Ergife, ma probabilmente Mineo non lo nominerà nemmeno. Il che forse non depone a favore di una tregua interna, a meno di una marcia indietro dei 14 autosospesi.
Al contrario, tutto sembrerebbe pronto per una resa dei conti finale.
In queste ore entrambe le parti in causa – i 14 contro il resto del mondo Pd, renziano e non – pestano nel mortaio delle tensioni interne.
Uno dei 14, Claudio Micheloni, si dice pronto a lasciare il Pd e formare un gruppo autonomo: “Spero sia l’occasione per trovare un’intesa. Altrimenti proporrò agli altri colleghi di lasciare il Pd e formare un nostro gruppo”, dice all’AdnKronos.
E c’è da dire che anche la trattativa sulla scelta del presidente dell’assemblea sarebbe in una fase di stallo.
Il Giovane Turco Matteo Orfini resta candidato, a quanto dicono fonti renziane, ma sul suo nome si sono scatenati veti incrociati all’interno della cosiddetta ‘Area riformista’.
I bersaniani sarebbero contrari e nella stessa area c’è chi non ha messo da parte la candidatura della lettian-bersaniana Paola De Micheli.
L’idea che Renzi possa sparigliare, optando a questo punto per un nome terzo — magari una donna tra le parlamentari più giovani — si fa strada al Nazareno.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO AVER GIRATO TRE PARTITI (DC , PDL E PD) MARCO ZAMBUTO ERA APPRODATO ALLA CORTE DEL “NUOVO CHE AVANZA”
La città dei templi rimane senza sindaco: Marco Zambuto si è infatti dimesso da primo
cittadino di Agrigento.
Appena 24 ore fa l’ormai ex sindaco era stato condannato a due mesi e venti giorni di carcere per abuso d’ufficio: una vicenda nata da un’inserzione pubblicitaria su un giornale locale della Fondazione Pirandello.
“Voglio sia fatta chiarezza, vengo condannato per una pagina di giornale! Tutte le scelte che ho fatto le ho fatte per amore della mia città e rifarei tutto. Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto con la mia squadra, abbiamo salvato una città dal dissesto finanziario. Ho amato e servito Agrigento” ha spiegato l’ex sindaco, che ha governato per 7 anni. Annunciate in pompa magna come “dimissioni date per amore della città ”, in realtà Zambuto ha solo prevenuto una possibile sospensione.
“Se quello che si dice corrisponde a realtà , normativamente c’è l’articolo 11 della legge Severino e dunque dovrebbe scattare la sospensione per il sindaco di Agrigento” ha spiegato Nicola Diomede, prefetto di Agrigento: Zambuto quindi si è dimesso prima di farsi sospendere dalla prefettura.
Giovanissimo consigliere comunale con la Dc, segretario provinciale dell’Udc fino al 2007, Zambuto — che pochi mesi fa divenne famoso per un spot in cui invitava i cinesi a invadere la città – è cresciuto nei ranghi di Totò Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia ora detenuto a Rebibbia.
Ma è stato anche un’anima inquieta, a dir poco. Proprio nel 2007 si candidò a sindaco con il sostegno dei Ds. E vinse al ballottaggio grazie al sostegno di tutto il centrosinistra contro la coalizione berlusconiana.
Poi nel 2008 dice di voler aderire al Pdl. Due anni dopo torna all’Udc candidandosi anche alle Politiche.
Riconfermato sindaco nel 2012 (con il solo sostegno dell’Udc e di una lista civica), nel giugno 2013 Zambuto lascia ancora il partito di Casini per avvicinarsi al Pd del nuovo corso, tanto che nella primavera 2013 è diventato presidente dell’assemblea regionale del partito.
Si è anche candidato alle elezioni europee, arrivando soltanto sesto e mancando la conquista di una seggio a Bruxelles nonostante una serie di spot in cui si rivolgeva ai turisti del nord parlando il loro dialetto.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO LA SCOMUNICA DELLA ZARINA SERRACCHIANI, IL SINDACO ORSONI ESPRIME AMAREZZA: “LONTANO DALLA POLITICA”… ERA ACCUSATO DI AVER PRESO SOLDI PER IL PARTITO
Giorgio Orsoni si è dimesso da sindaco di Venezia.
Dopo la revoca degli arresti domiciliari, le polemiche per il suo ritorno a Ca’ Farsetti e una nota molto critica del vice segretario nazionale Pd e governatore del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani, ha deciso di lasciare l’incarico.
“E’ con grande amarezza”, ha detto Orsoni in una conferenza stampa stamane, “ma ho sempre operato nell’interesse della città . Ci sono state reazioni opportunistiche ed ipocrite, anche da parte di elementi della giunta”. Proprio ieri l’assessore comunale di Venezia alle Politiche educative, Tiziana Agostini, si era dimessa dall’incarico.
“Lontano dalla politica”.
“Le conclusioni che ho preso sono molto amare, ho constatato che non c’è quella compattezza che mi era stata preannunciata per le cose urgenti da fare per la città e per questo ho voluto dare un segno chiaro della mia lontananza dalla politica e che si è concretizzato con la revoca della giunta, che vuole solo significare che e venuto meno il rapporto tra la mia persona e la politica che mi ha sostenuto fino ad ora”, ha detto Orsoni in conferenza stampa.
“E’ un gesto solo politico, con una chiara presa di distanza dalla politica”.
La lettera del Pd.
La decisione di Orsoni arriva dopo quella che in molti hanno definito una scomunica da parte del Partito Democratico. “Siamo umanamente dispiaciuti per la condizione in cui si trova Giorgio Orsoni”, avevano affermato in una nota Debora Serracchiani, vice segretario nazionale Pd e governatore del Friuli Venezia Giulia e Roger De Menech, segretario regionale del Pd Veneto, “ma dopo quanto accaduto ieri, e a seguito di un approfondito confronto con i segretari cittadino, provinciale e regionale del Pd, abbiamo maturato la convinzione che non vi siano le condizioni perchè prosegua nel suo mandato di sindaco di Venezia”.
La richiesta di dimissioni.
“Invitiamo quindi Orsoni”, che ieri ha ripreso le funzioni di sindaco dopo il patteggiamento e la revoca degli arresti domiciliari, “a riflettere sull’opportunità nell’interesse dei cittadini di Venezia e per la città stessa di offrire le sue dimissioni”, continuava la nota.
“Siamo convinti, inoltre, che non si debba disperdere quanto di buono il Pd di Venezia e tanti bravi amministratori hanno fatto e stanno facendo per la città . Per questo e per la necessaria chiarezza indispensabile in simili frangenti riteniamo che lo stesso orsoni saprà dare prova di grande responsabilità “.
Lo scontro con il Pd e Renzi.
Dopo lo scandalo Mose, che ha portato agli arresti domiciliari anche di Orsoni (ora revocati), i rapporti tra il sindaco e il Pd, che lo ha sostenuto nella corsa a Ca’ Farsetti, sembravano oramai compromessi.
Alla notizia dell’arresto, il renziano Luca Lotti aveva già scomunicato Orsoni, sottolineando che il sindaco “non fa parte del Pd”.
E in un’intervista oggi su Repubblica in edicola, Orsoni aveva ribadito la sua innocenza e non aveva esitato ad accusare il Pd e il premier Matteo Renzi, ribadendo la sua volontà di rimanere a Ca’ Farsetti: “Non mi dimetto, sono deluso da Renzi. Si è comportato come un fariseo”. Poi, la retromarcia.
“Patteggiamento goccia di sangue”.
Nell’intervista a Repubblica, comunque, Orsoni, accusato nell’inchiesta Mose di finanziamenti illeciti, aveva dichiarato di voler rimanere al suo posto (anche se “potrei mandare tutti a quel paese”) e aveva definito “inaccettabile il comportamento del Partito Democratico”, annunciando anche azioni legali contro i vertici.
“L’unico a mostrare solidarietà è stato Piero Fassino. Qualcuno è stato troppo frettoloso a giudicarmi. Sono innocente, il patteggiamento è solo una goccia di sangue che ho dovuto versare”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
ITALIA, PAESE TUTTI TUTTI RESPINGONO GLI ADDEBITI MA ACCETTANO GLI ACCREDITI
Il giorno del suo arresto, il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni non parlò, affidandosi a una
dichiarazione dei suoi legali, già entrata nella leggenda: “La difesa del professor Orsoni esprime preoccupazione per l’iniziativa assunta (dai magistrati, ndr) e confida in un tempestivo chiarimento… Le circostanze contestate paiono poco credibili: gli si attribuiscono condotte non compatibili col suo ruolo e il suo stile di vita. Le accuse vengono da soggetti già sottoposti a indagini, nei confronti dei quali verranno assunte le dovute iniziative”.
Cioè: Orsoni è innocente; non ha mai visto uno solo dei 560 mila euro di finanziamenti illeciti dal pubblico Consorzio Venezia Nuova (concessionario del Mose e dominus di tutti gli appalti); e ad accusarlo sono un branco di delinquenti che verranno denunciati per calunnia.
Del resto, prim’ancora che parlassero i difensori, era sceso in campo l’avvocato d’ufficio Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente dell’Anci, noto per il fiuto da rabdomante:
“Chiunque conosca Giorgio Orsoni e la sua storia personale e professionale non può dubitare della sua correttezza e onestà ”.
Tre giorni dopo Orsoni apparve dinanzi al Gip per l’interrogatorio di garanzia e lì — assicurarono i legali — rilasciò “dichiarazioni molto lucide, tranquille e serene con le quali ha dichiarato che non riconosce alcun addebito di responsabilità e si propone di dimostrarlo attraverso indagini difensive e integrazioni della documentazione della Procura”.
Dopodichè, oplà : nel breve volgere di un paio di giorni, il sindaco estraneo e sereno, anzi Serenissimo, rinuncia alle indagini difensive e anche alle integrazioni, confessa il finanziamento illecito e chiede alla Procura di patteggiare una pena di 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa in cambio della scarcerazione e della revoca della sospensione dalla carica in base alla legge Severino.
Così torna a fare il sindaco, perchè Venezia ha ancora tanto bisogno di lui.
La sua tesi è che, sì, a pensarci bene, quei soldi illeciti per diventare sindaco li ha ricevuti, ma obtorto collo, perchè costretto dal Pd (al quale non è neppure iscritto): “E’ stata una campagna elettorale ‘chiavi in mano’, io facevo quello che diceva il Pd: vennero da me tre esponenti del partito per chiedermi di rivolgermi agli ‘sponsor’ per avere contributi, perchè Brunetta aveva tanti soldi”.
I soldi arrivarono, ma non a lui: al Pd per la sua campagna elettorale, e lui non poteva certo sospettare che fossero illeciti.
In fondo come può un umile avvocato, giurista e docente di Diritto amministrativo sapere che la legge proibisce alle società pubbliche o miste (tipo il consorzio Venezia Nuova)di finanziare i partiti, e che i finanziamenti leciti da imprese private vanno rendicontati sia da chi li eroga sia da chi li riceve?
Se insegnasse logica, saprebbe almeno che la versione A “sono estraneo, non ho mai visto un euro” è lievemente incompatibile con la versione B “il partito mi costrinse a chiedere quei soldi”, a sua volta leggermente in contrasto con la versione C “i soldi andarono al partito a mia insaputa”.
Ma lui insegna Diritto e non è tenuto alla logica.
Resta da capire perchè mai un professore così corretto, un amministratore così ignaro, per giunta sereno anzi Serenissimo, munito financo del certificato di onestà e correttezza rilasciato da Fassino in persona, abbia deciso di patteggiare una pena detentiva per aver violato la legge.
Ma il bello viene ora che torna a fare il sindaco.
Renzi, quello del Daspo e dei calci nel sedere ai ladri, non può espellerlo dal Pd perchè non è iscritto al Pd.
Però potrebbe farlo sfiduciare dal Pd, visto che ha confessato un reato: a meno che il premier non attenda che il Gip approvi la pena concordata da Orsoni con i pm o che Orsoni ricorra in Cassazione contro il suo patteggiamento (si può fare anche questo, in Italia).
Intanto magari Fassino ci spiegherà che nessuno, anche se ha confessato e patteggiato, “può dubitare della correttezza e onestà ” di Orsoni.
Del resto a Greganti, tre volte arrestato e tre condannato, il Pd torinese aveva ridato la tessera, ad honorem.
Cose che cà pitano nel Paese dove tutti respingono ogni addebito, ma accettano ogni accredito.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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