Destra di Popolo.net

ABRUZZO, UN CANDIDATO PD NEGLI ELENCHI DI UNA LOGGIA

Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile

D’ALFONSO, IL GIUDICE E LA LISTA DEI TEMPLARI

“Non ho mai conosciuto Luciano D’Alfonso. Non ho mai aderito a nessuna associazione. Neanche alla bocciofila. È una bufala da campagna elettorale e sono pronto a querelare chiunque sostenga il contrario”. Il giudice Italo Radoccia, rintracciato nega categoricamente di aver mai aderito alla Suprema Militia Equitum Templi.
A verificare se dice il vero, oppure no, ci sta pensando la polizia giudiziaria che ha acquisito alcuni atti d’un vecchio procedimento della Procura di Pescara.
Un’inchiesta del 2008 avviata dal pm pescarese Gennaro Varone che, durante alcune perquisizioni, trovò un “elenco di nominativi” della congregazione.
La polizia postale segnalò d’aver trovato “16 nominativi, tra cui quello di Guido Dezio indicato come politico e Luciano D’Alfonso, scritto a penna e fuori elenco”.
In un secondo documento si ritrovarono invece 23 nominativi tra i quali “al numero 18 Luciano D’Alfonso”.
Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare che il numero 6 dell’elenco è occupato dal nominativo di tale “Angelo Radoccia – magistrato”.
Il punto è che l’unico Radoccia magistrato in Abruzzo si chiama Italo e, soprattutto, è il giudice che pochi mesi fa ha assolto Luciano D’Alfonso dall’accusa di corruzione nel processo Ecosfera.
Un’assoluzione che ha consentito a D’Alfonso di candidarsi con il Pd per la poltrona di presidente della Regione Abruzzo.
Sulla vicenda è stata anche presentata un’interrogazione parlamentare firmata dal M5S e presentata dal deputato Andrea Colletti.
“In uno degli elenchi — scrive Colletti si trovano nominativi di imprenditori, politici, militari, giudici e professionisti, fra cui l’ex sindaco di Pescara, Luciano D’Alfonso, il suo braccio destro, Guido Dezio” e chiede ai ministri dell’Interno e della Giustizia, se siano a conoscenza “di tale associazione e le sue attività , in particolare al fine di sapere se tali azioni siano o possano essere confliggenti con la pubblica sicurezza e con il buon andamento della pubblica amministrazione”.
Il dettaglio in più, che Il Fatto è in grado di rivelare, è la presenza, nell’elenco in questione, della dicitura “Angelo Radoccia — magistrato”.
Il nome non corrisponde a quello del giudice che ha assolto D’Alfonso e, come abbiamo già  scritto, Radoccia nega categoricamente.
Il punto è che la vicenda è oggetto di un approfondimento giudiziario e, se il giudice in questione fosse davvero Italo Radoccia, e se fosse davvero iscritto alla Suprema Militia Equitum Templi, sull’assoluzione di D’Alfonso, menzionato nello stesso elenco, s’addenserebbero parecchi dubbi.
Il Fatto ha provato inutilmente a rintracciare D’Alfonso: intendevamo chiedergli se ha mai aderito alla congregazione di templari e se conosceva Radoccia prima del giudizio.
Nessuna risposta nè al telefono ai nostri sms. La polizia giudiziaria ha acquisito nei giorni scorsi gli elenchi dei presunti adepti alla Suprema Militia Equitum Templi per verificare se si tratti di millanterie o di fatti certi.
Fu nel febbraio 2008 che due agenti della polizia postale, perquisendo la sede della società  Aquila srl, notarono su un mobile, nell’ufficio dell’imprenditore Tommaso Di Nardo, un intero faldone con la documentazione sulla “Suprema Militia Equitum Templi — Gran Priorato di Toscana”.
In un’agenda, invece, fu trovata una lettera in cui Di Nardo veniva nominato “commandeur” per la regione Abruzzo.
E sempre nell’agenda gli agenti rinvennero i fogli con l’elenco di “16 nominativi di politici, imprenditori, militari e professionisti”.
La Suprema Militia Equitum Templi non si definisce una loggia massonica, ma una Onlus, che si ispira agli antichi templari.
Le cerimonie prevedono abito nero, camicia bianca e papillon per i “fratelli” e “abito scuro, Rosa e Mantiglia” per le dame.
Il Guido Dezio nominato insieme ad Angelo Radoccia e D’Alfonso, invece, è il braccio destro di quest’ultimo, soprattutto per la battaglia elettorale in corso.
L’indagine sulla veridicità  dell’elenco, affidata in questi giorni alla polizia giudiziaria, è tanto più necessaria per dissipare qualsiasi tipo di dubbio sia sulla posizione di Radoccia, sia su quella, tutta politica, di D’Alfonso che, in queste settimane, sembra sempre più lanciato verso la poltrona di presidente.
Se le verifiche porteranno a confermare l’adesione di Radoccia e D’Alfonso alla Suprema Militia Equitum Templi, il passo successivo sarà  il trasferimento del fascicolo alla Procura di Campobasso, competente per i magistrati abruzzesi, o una segnalazione alla commissione disciplinare del Csm.

Antonio Massari

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INTERVISTA A VANNINO CHITI: “NON RITIRO IL MIO TESTO, NIENTE PALETTI ALLA COSTITUZIONE”

Aprile 23rd, 2014 Riccardo Fucile

“SE DE GASPERI AVESSE POSTO PALETTI, LA COSTITUZIONE ITALIANA NON SAREBBE MAI NATA”

Vannino Chiti tiene il punto, non torna indietro e insiste sulla necessità  di un «confronto di merito che allarghi il consenso»
L’esempio da seguire spiega è quello «dei padri costituenti che votarono quasi all’unanimità  la Carta fondamentale».
Senatore, il ministro Boschi torna a chiederle di ritirare il suo disegno di legge sulla riforma del Senato…
«Non posso ritirarlo. Sono convinto che quella proposta presenti coerenze complessive che portano al superamento del bicameralismo paritario in modo preferibile rispetto alla via indicata dal governo. Io, poi, ho firmato assieme ad altri 36 colleghi. Quel testo quindi non è di mia proprietà . C’è da ricordare, infine, che le riforme vanno fatte con rapidità  ma vanno fatte bene. Le obiezioni di fondo esistevano a prescindere. Il mio ddl ha fatto sì che non ci fosse una bandiera alternativa affidata ad altre forze che potevano essere prevalentemente d’opposizione…»
Settori dell’opposizione condividono il suo testo, la maggioranza meno…
«Il fatto che su certe impostazioni convergano chi è uscito dalM5S,Sel, i Popolari e altri, dovrebbe essere visto come una potenzialità . Le riforme si fanno con la massima convergenza»
Il gruppo Pd al Senato ha approvato il testo del governo..
«È la verità . La maggioranza ha votato legittimamente perchè il testo base per le riforme sia quello del governo. A partire da questa impostazione però in molti nel gruppo hanno posto questioni simili alle mie. Rischiamo di passare da un bicameralismo paritario assoluto a un Senato che diventa una specie di Cnel istituzionale, un’istituzione congegnata solo per dare pareri…».
Torneremo al merito, ma il ministro Boschi la richiama alla scelta della direzione e del gruppo Pd
«Sui temi che riguardano la Costituzione c’è sempre stata piena autonomia e responsabilità  non solo dei gruppi ma anche dei singoli parlamentari. La Costituzione non è nè dei governi nè dei gruppi. È dei cittadini italiani. Non pretendo di avere la verità  rivelata in tasca, ma chiedo di poter seguire i miei convincimenti. Il diritto all’obiezione di coscienza dobbiamo riservarlo solo alle questioni bioetiche? Non deve avere un senso quando parliamo di temi costituzionali che quegli aspetti in qualche modo contengono e fondano?»
Cosa rimprovera al ddl del governo?
«Io penso che non si possa fare una riforma a pezzi, occorre uno sguardo d’insieme. La Costituzione è fatta di equilibri tra poteri e istituzioni. Partiamo dall’Italicum allora, una legge iper maggioritaria: conil37%dei consensi, e con l’aiuto di chi non raggiunge il 4,5% per accedere ai seggi, si può fare l’en plein. Il nuovo Titolo V non rappresenta quella razionalizzazione attesa da tempo, ma una ricentralizzazione di competenze allo Stato in controtendenza con l’Europa».
Ma è vero o no che la proposta del governo sul Senato ricalca quella dell’Ulivo?
«Ricordiamo le cose in modo corretto. Una strada da seguire può essere quella della Germania federale dove i Là¤nder hanno poteri veri. La loro legge elettorale per la Camera è simile a quella che avevamo costruito tra il 2006 e il 2008, durante il secondo governo Prodi, e che fu spazzata via dalle elezioni anticipate: proporzionale con sbarramento al 5%. Il Bundesrat, il Senato tedesco, è fatto solo dai delegati dei governi regionali. Da noi si va in quella direzione? Verso una Repubblica federale alla tedesca? Evidente che no»
Nemmeno il suo ddl guarda a Berlino…
«Propone l’alternativa di un Senato di garanzia e di rappresentanza dei territori. Di garanzia perchè la Camera ha una legge elettorale che serve per formare i governi; di garanzia perchè la Camera ha l’ultima parola sull’insieme delle leggi e dà  la fiducia all’esecutivo. Per questi motivi servono equilibrio e, appunto, funzioni di garanzia. E perchè il Senato possa svolgerle pienamente bisogna che su alcune materie modifiche alla Costituzione, ordinamenti Ue, leggi elettorali, ratifica dei trattati internazionali, diritti dei cittadini Palazzo Madama mantenga un rapporto paritario con la Camera».
Lei chiede anche il Senato elettivo…
«Il bicameralismo paritario va superato. Ma per svolgere a pieno le loro funzioni di garanzia i senatori devono essere eletti. Nella mia proposta le elezioni dei senatori coincidono con quelle dei consiglieri regionali, in modo che gli eletti risultino legati ai territori».
Un modello simile a quello spagnolo….
«Sì. Il Senato spagnolo è eletto per 4/5 dai cittadini e per 1/5 è designato dalle comunità  autonome. Può intervenire per emendare o anche per respingere le leggi che ha approvato la Camera. Questa però ha l’ultima parola. Su diritti dei cittadini e autonomie locali tuttavia esiste un bicameralismo paritario ed è prevista la maggioranza assoluta nelle due assemblee. Per le leggi costituzionali poi ci vogliono i 3/5 in ogni ramo del Parlamento. Certo che bisogna far funzionare la democrazia, ma servono equilibri altrimenti si rischia di impoverirla».
Nella minoranza Pd c’è chi ritiene più utile la partita per l’Italicum piuttosto che per cambiare il testo del governo sul Senato. Non rischia l’isolamento nel suo partito?
«La partita vera si gioca sulla coerenza tra i tre momenti: Titolo V, Senato e legge elettorale. Io non faccio parte di correnti e muovo dalle mie convinzioni. Non faccio calcoli. Mi ricordo due cose però: la prima è che bisogna fare le battaglie che si ritengono giuste, e farle alla luce del sole e senza trappole; la seconda è che le sconfitte più grandi sono quelle di battaglie giuste che non si è avuto il coraggio di affrontare».
L’idea di un Senato dimezzato anche nei costi ai cittadini piace….
«Nella mia proposta non si riduce soltanto il numero dei senatori, ma anche quello dei deputati. La riduzione delle indennità ? Non può essere prevista con legge costituzionale, ma ho proposto che vengano equiparate subito a quella del sindaco di Roma».
Il testo base arriverà  a breve in commissione, lei come si comporterà ?
«Sulla base di ciò che conterrà  quel testo valuterò se e quali emendamenti presentare in commissione ed eventualmente in Aula. Chi si è imbattuto in me sa bene che non cerco visibilità  e che non è questa la mia caratteristica. Sostengo l’azione e il programma del governo, ma sulla Costituzione non si può scherzare. Mi amareggia molto chi sostiene che difendo i privilegi dei senatori. Difendo il diritto dei cittadini a scegliere i propri rappresentanti. C’è una crisi di fiducia gravissima nelle istituzioni, va allargata la partecipazione».
Il governo punta al 25 maggio, il Senato approverà  la riforma entro quella data?
«Sicuramente faremo la riforma e la completeremo nel 2015 con un referendum. Con il confronto e un lavoro positivo entro il2014 potremo completare la prima e la seconda lettura».

Ninno Andiolo

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“IL PD NON E’ IL COMITATO ELETTORALE DI RENZI”: D’ALEMA TORNA ALL’ATTACCO

Aprile 12th, 2014 Riccardo Fucile

IL LEADER STORICO: “IL PARTITO E’ UNA RISORSA, NON UN PESO”… E SPRONA LA MINORANZA: “DOBBIAMO DIVENTARE LA PROSSIMA MAGGIORANZA”

“Meno male che ci sono tanti oratori giovani, perchè il percorso per salire sul palco è un po’ difficile…”.
È l’una del pomeriggio quando Massimo D’Alema fa il suo intervento al Teatro Ghione di Roma, lì dove Gianni Cuperlo ha tentato di riunire tutta la minoranza del Pd.
In prima fila ci sono gli ex segretari Bersani ed Epifani, c’è il grande vecchio Alfredo Reichlin, l’ex viceministro Stefano Fassina, l’ex ministro Barbara Pollastrini, il candidato alle Europee Goffredo Bettini.
E c’è l’ex premier D’Alema: perchè fare proprio oggi una convention, oggi che a Torino il segretario apre la campagna elettorale?
Sorride accanto a lui il lettiano Francesco Boccia, mostrando la mail di invito datata 22 marzo, “questa manifestazione è stata organizzata molto prima che venisse scelta la stessa data, alla stessa ora, per aprire la campagna elettorale”, risponde D’Alema. Forse allora sarebbe stato opportuno che Renzi scegliesse un’altra data? “Certo”.
Ma le parole più critiche verso il segretario-premier le pronuncia poco dopo, dal palco, sulla gestione del partito.
Perchè il “punto debole della visione dell’attuale maggioranza del Pd è considerare il partito più un peso, un ostacolo, che non una straordinaria risorsa”, è “l’idea di partito-comitato elettorale del leader, di partito servente”.
Tanto che, denuncia, “c’è oggi in atto un processo di impoverimento che può prendere una piega drammatica”.
E allora, sprona la minoranza che lo ascolta con attenzione, “questo partito noi non lo possiamo lasciare morire e spegnere, non possiamo accettare che diventi altra cosa”, usa parole che provocheranno reazioni piccate di qualche renziano, per cui la sfida della minoranza è “lanciare una sfida alla maggioranza”.
Apriamo le sedi, stampiamo le tessere del Pd, invoca. “Noi ci siamo, speriamo ci siano anche loro”.
Una minoranza che, corregge bonariamente Cuperlo, deve aspirare a diventare maggioranza: (“Dobbiamo essere non una minoranza, ma un pensiero su questo Paese”, aveva detto lo sfidante alle primarie di Renzi) “siamo minoranza che deve aspirare a diventare maggioranza — ricorda D’Alema – Un fine dal quale non ci si deve fare assillare, considero essere minoranza un accidente e non sostanza”.
A lui, ricorda, “non è capitato spesso”, ma certo, lancia una stilettata a chi è salito sul carro del vincitore a costo di rivedere le proprie convinzioni, “è troppo facile diventare maggioranza col pensiero degli altri: qualcuno lo ha fatto”.
Ora, questa minoranza riunita, che, ricorda, ha avuto il 18% al congresso ma molto di più, “circa la metà ” nel voto tra gli iscritti, non deve tenere “un atteggiamento rancoroso”, nè “un atteggiamento ‘sì, ma’, di resistenza: non dobbiamo dare la sensazione che siamo un segmento del mondo della conservazione come piace a Renzi descrivere tutti quelli che non sono d’accordo con lui”.
La posizione non deve essere contro le riforme, anzi: “Di più e meglio”.
Meglio sulla legge elettorale, “il Parlamento ha diritto di discutere, anche perchè il testo da cui siamo partiti porta una forte impronta di Berlusconi, l’ha scritta Verdini, non un circolo di riformisti illuminati”, scatena applausi e risate, così come “l’accanimento contro i redditi dei manager pubblici è solo una piccola parte del riequilibrio sociale: perchè non si interviene sui super redditi di tutti?”.
Lunghi applausi, militanti che chiedono una foto.
A qualche centinaia di chilometri di distanza, da Torino qualcuno si stizzisce per le sue parole ruvide.

(da “La Stampa“)

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INTERVISTA A GIUSI NICOLINI, SINDACO DI LAMPEDUSA: “IL LEADER DEL PD HA CEDUTO A LOGICHE DI APPARATO”

Aprile 11th, 2014 Riccardo Fucile

“A CANDIDARSI ALLE EUROPEE NON SAREI STATA IO, MA LAMPEDUSA CON IL SUO CARICO DI UMANITA’ E DI PROBLEMI”

Giusi Nicolini, la sindaca di Lampedusa, la rivoluzione — da non confondersi con quella “rosa” fiore all’occhiello del premier — la fa ogni giorno, affrontando i mille problemi della sua isola.
Lei, che non ha diritto a un segretario comunale, che ha affrontato a testa alta e con il cuore la carneficina di 366 immigrati, aveva accettato di essere capolista per il Pd alle Europee su richiesta pressante dei vertici del Nazareno.
Lo aveva fatto per garantire a Lampedusa quella forza di cui avrebbe bisogno per contare di più in Europa.
Ma il Pd, rimangiandosi la parola data, le ha preferito Caterina Chinnici, figlia del magistrato del pool antimafia assassinato dalla mafia, ex assessore della giunta Lombardo, braccio destro della ministra Cancellieri.
E Giusi Nicolini ha detto: no, grazie.
Ci spiega perchè essere capolista era così importante?
A candidarsi alle Europee non era Giusi Nicolini, ma Lampedusa. Lo avevo spiegato forte e chiaro, tant’è che nel caso in cui fossi stata eletta avrei continuato a fare il sindaco. Ma visto che Lampedusa, evidentemente, non è stata ritenuta degna di essere capolista, scelta che avrebbe avuto un alto significato simbolico, ho rinunciato.
Non teme che questa scelta possa essere letta come la paura di non farcela non essendo più capolista visto che nelle isole si eleggono due parlamentari e il Pd in Sardegna gioca la carta di Renato Soru?
Non ho fatto tutti questi calcoli. Ho solo preso atto che la richiesta fattami e reiteratami dal deputato del Pd Faraone per conto di Renzi, era venuta meno. Giusi Nicolini non ha ambizioni personali, dedica tutte le sue energie ad affrontare fatiche disumane per amministrare e tentare di dare dignità  alla sua isola. Qui tutto è più complicato di altrove. Qui la normalità  è emergenza.
Lei scrive “evidentemente nel Pd sono prevalse altre logiche”. Quali sarebbero queste logiche?
Non sono una maga. Non faccio parte della direzione nazionale, non sono neppure iscritta al Pd. Dico questo intuendo che Renzi non sia riuscito a difendere quella sua volontà  rappresentatami con insistenza da Faraone di correre da capolista e a conti fatti non è stato così. La mia parola vale quanto me e mi piacerebbe che fosse così anche in politica, anzi soprattutto in politica. Non ero certamente alla ricerca di una poltrona, mi era sembrata una opportunità  per Lampedusa: il mio amore viscerale, la mia dannazione.
Non teme che questo suo rifiuto potrà  far venire meno o che possa indebolire l’attenzione verso Lampedusa?
Non voglio neppure pensarlo. Lampedusa è carne viva, è orgoglio di questo Paese e dell’Europa non merce di scambio, di rivalse. Sono certa che durante la presidenza italiana del prossimo semestre europeo, il governo terrà  fede agli impegni assunti a ottobre di fronte alle 366 bare allineate nel piccolo aeroporto. Così come sono certa che non dimenticherà  i tanti bisogni della mia comunità  e non abbandonerà  mai più le Isole Pelagie alla solitudine alla quale sono state relegate per troppo tempo.
Altrimenti, come sempre, farà  sentire la sua voce?
Su questo non ci sono dubbi: chi combatte per una causa giusta lo fa sempre non a corrente alternata.

Sandra Amurri
(da “il Fatto Quotidiano”)

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ARRIVANO I PRIMI “VAFFA” A RENZI: GIUSI NICOLINI ED EMILIANO RINUNCIANO ALLE CANDIDATURE ALLE EUROPEE

Aprile 10th, 2014 Riccardo Fucile

I SINDACI DI LAMPEDUSA E BARI PRIMA CORTEGGIATI E POI RETROCESSI ALL’ULTIMO MINUTO: “SONO PREVALSE ALTRE LOGICHE”

Le retrocessioni a secondi (e terzi) nelle liste non sono piaciute al sindaci di Lampedusa Giusi Nicolini e di Bari Michele Emiliano. Entrambi hanno infatti deciso, seppur con motivazioni diverse, di rinunciare alla candidatura europea.
Il caso Nicolini
E così dopo le roventi polemiche ieri alla direzione nazionale del Pd sui nomi siciliani per le liste delle europee, il sindaco di Lampedusa, rinuncia alla candidatura.
“Nella direzione nazionale del Pd che discuteva e approvava le liste -afferma Nicolini in un comunicato- sono prevalse altre logiche, che privano di significato la mia candidatura. Per questo, rinuncio a concorrere a fare il parlamentare europeo, perchè l’impegno personale sui temi incarnati da Lampedusa posso continuare a onorarlo da Sindaco, così come ho fatto dal giorno del mio insediamento”.
Il sindaco di Lampedusa all’Adnkronos ha poi raccontato un retroscena sulla sua candidatura: “Davide Faraone è volato fino a qui a Lampedusa per chiedermi di candidarmi, assicurandomi che sarei stata capolista. E ieri scopro, solo per caso da voi giornalisti, che sono terza nella lista della circoscrizione Sicilia-Sardegna. Forse nel Pd non le vogliono le novità , che ci posso fare?…”.
Il caso Emiliano
Dopo la “retrocessione” al secondo posto nella liste per le europee al sud decisa dal partito il sindaco di Bari ha deciso di passare la mano.
All’Aria che tira su La7 ha spiegato le sue ragioni. “Dopo che per un mese e mezzo – dice – avevo girato mezza Italia dicendo che avrei guidato la lista, alle due di notte ho appreso del cambiamento. Non era nelle mie intenzioni candidarmi, Renzi mi ha chiesto di fare il capolista e io ho obbedito. A questo punto dico che non c’è bisogno che io mi candidi alle Europee”.
E ha aggiunto: “”Renzi è specializzato in elettroshock. Il messaggino mi è arrivato alle due di notte”.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A VANNINO CHITI: “LA DISCIPLINA DI PARTITO NON VALE IN QUESTO CASO E IO HO I VOTI DI CINQUESTELLE E FORZA ITALIA”

Aprile 10th, 2014 Riccardo Fucile

L’EUROPARLAMENTARE   GUIDA I 22 SENATORI PD DISSIDENTI

«Non cerco visibilità  e non ho fondato correnti. Anzi, sono l’unico chitiano d’italia. Ma il Pd non può essere un partito plebiscitario».
Vannino Chiti al telefono è un fiume in piena; è a Strasburgo per l’assemblea del Consiglio d’Europa mentre al Senato sulla sua riforma del bicameralismo si coagula un fronte anti-Renzi che va dai 5Stelle a Forza Italia, passando per un fetta della minoranza pd.
«Io non sono anti-renziano – ci tiene a precisare – Nel 2009, quando Matteo era presidente della Provincia, mi propose di candidarmi sindaco di Firenze con il suo sostegno. Rifiutai perchè ritenevo giusto un ricambio generazionale. E si candidò lui».
Però lui ora l’attacca. Parla di senatori del Pd in cerca di visibilità  e di proposte che non hanno nessuna possibilità  di essere approvate.
«Non cerco nessuna visibilità , voglio solo una buona legge. Renzi dice che il mio testo non passerebbe? Stando alle dichiarazioni senza il ddl e il diktat del governo la nostra proposta potrebbe avere il sì non solo della maggioranza, ma anche di Forza Italia e M5S. Non mi sembrerebbe un esito politico disprezzabile».
Il Pd però ha dato via libera al testo del governo. Se lei ne mantiene uno alternativo che fine fa la disciplina di partito?
«Qui si modifica la Costituzione. C’è un dovere di responsabilità , autonomia e coerenza con la propria coscienza oppure no? Altrimenti non saremmo il partito democratico, nè un partito personale: saremmo un partito plebiscitario e autoritario. Altro che sinistra europea. Ma non è neppure pensabile che sia così».
Ma perchè insistere sull’elezione dei senatori quando neanche tutta la minoranza del suo partito è d’accordo?
«Se la Camera da sola dà  la fiducia al governo e ha l’ultima parola sulle leggi, il Senato deve essere una istituzione di garanzia, mantenere un ruolo paritario su Costituzione, ordinamenti Ue e leggi elettorali. Quindi non può essere un’assemblea casuale, senza pluralismo politico (col testo Boschi oggi Fi sarebbe irrilevante, M5S e Sel di fatto assenti) e senza presenza femminile. La cosiddetta minoranza (ma votano sempre tutti a favore tranne Fassina) vorrei mi spiegasse come sta insieme una legge iper maggioritaria alla Camera, senza neanche le preferenze, e un Senato di nominati. La Costituzione non si può stiracchiare. Altrimenti si producono scempi»
Non teme di essere usato da 5Stelle e Fi per dividere i democratici? E come voterà  se non saranno accolte le sue tesi?
«Non mi faccio strumentalizzare dai grillini, come Renzi non si fa strumentalizzare nè strumentalizza Verdini. Guardo ai contenuti, non invento trappole per il governo nè ostacoli per le riforme. Come voterò? È prematuro dirlo. Illustreremo in commissione il nostro ddl, poi il relatore presenterà  un testo base e su quello proporremo eventuali emendamenti. Auspico solo che tutti, governo, gruppi, singoli, si ricordino quale fu l’atteggiamento di chi ci ha consegnato la Carta costituzionale. Il governo di unità  nazionale venne meno ma la Costituzione fu approvata quasi all’unanimità  ».

Lavinia Rivara

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FASSINA BOCCIA RENZI: “COSI’ AVREMO PIU’ DEBITO E MENO OCCUPAZIONE”

Aprile 9th, 2014 Riccardo Fucile

“UN DEF RITUALE E CONTINUISTA MENTRE SIAMO DI FRONTE A EMERGENZE GRAVI CHE RICHIEDEREBBERO UN CAMBIAMENTO DI ROTTA”

Previsioni di crescita al ribasso ma un miliardo in più dalle banche, la riduzione del cuneo fiscale garantita per una fetta dei redditi più bassi. Che idea si è fatto di questo Def?
«Mi sembra rituale e continuista. Il governo rinuncia a promuovere una manovra anticiclica mentre siamo di fronte a emergenze economiche e sociali sempre più gravi che richiederebbero un cambiamento di rotta. Invece si continua con l’austerità  e col decreto lavoro. Così avremo lo stesso risultato che abbiamo avuto coi governi precedenti: meno Pil, meno occupazione, più debito pubblico»
Stefano Fassina boccia senza appello il Def presentato ieri sera dal governo.
Da dove si sarebbe dovuto cominciare secondo lei?
«Si sarebbe dovuto almeno utilizzare tutto lo spazio al di sotto del 3% del rapporto deficit/Pil per finanziare gli investimenti produttivi, aumentando la domanda per le imprese e ottenendo anche un miglioramento del debito pubblico. Dopo la conferenza stampa di metà  marzo, avevamo sperato in una inversione di rotta. Invece continua questa ossessione per la precarietà  del lavoro come soluzione per l’occupazione»
Eppure il governo sembra pensare che le riforme, e tra queste il jobs act, dovrebbero portare crescita e occupazione.
«Dovrebbe ormai essere chiaro anche ai più ostinati che le imprese non assumono perchè non c’è domanda. Continuare a precarizzare sempre di più il mercato del lavoro non aiuta l’occupazione, anzi. Rende i lavoratori più spaventati e questo produce effetti negativi sulla domanda. Ormai questa non è più un’opinione, abbiamo fiumi di dati che la confermano»
Eppure durante la conferenza stampa, il taglio del cuneo fiscale è stato presentato come una spinta decisiva alla ripresa e alla crescita, uno shock benefico per l’economia.
«Non ci sarà  uno shock positivo perchè quegli 80 euro in più in busta paga verranno coperti da tagli di spesa, quindi da altre tasse. Da una parte si immette più denaro nell’economia, dall’altra lo si sottrare ad altri lavoratori e ad altre imprese. Nel migliore dei casi ci sarà  un effetto neutro»
Lei ha dichiarato che il jobs act, così com’è, non può passare. A questo punto, cosa succederà  in Parlamento?
«In Parlamento presenteremo emendamenti per modificare i punti più rilevanti. Abbiamo parlato col ministro Poletti la settimana scorsa, su alcuni punti ha dato disponibilità  per le modifiche. Su altri, come la durata del contratto a tempo determinato senza causale, molti di noi ritengono che tre anni di contratto a tempo determinato siano eccessivi e daranno come unico risultato non più occupazione ma occupazione più precaria. E intanto verrà  accantonato il contratto a tempo indeterminato con tutele crescenti per il quale il governo precedente si era impegnato »
Facciamo un passo indietro. Per quanto riguarda le coperture, si è parlato di 4,5 miliardi di spending review di cui 2,2 dovute ad aumento del gettito Iva e dall’aumento della tassazione sulla rivalutazione di Bankitalia. Questo non sembra preludere a sacrifici per fasce diverse da quelle favorite dal taglio del cuneo.
«Altra parte della copertura viene da tagli di spesa. Sarebbe particolarmente grave se venisse da tagli alla Sanità . La Sanità  non va tagliata. I risparmi e le riduzioni di spesa vanno utilizzati per eliminare i ticket e accorciare le liste d’attesa».
Qualcuno sostiene che mentre occorrono subito i soldi per la copertura, gli effetti della spending review sono fisiologicamente più lenti.
«Vedremo cosa è scritto nel decreto che il presidente del Consiglio ha annunciato per il 18 aprile. Dal suo racconto emerge che ci sono misure una tantum (il gettito Iva e quello derivante dalla tassazione sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia ndr). Mi preoccupano invece gli altri quattro miliardi e mezzo. Ora si parla di otto mesi, ma a regime si tratterà  di dieci miliardi e mezzo, e questo significa che si inciderà  su capitoli molto importanti di spesa sociale».
A proposito di riforme, Renzi ha detto che qualcuno dentro il Pd cerca visibilità  e per questo dà  vita a discussioni, per così dire, strumentali.
«È stato un passaggio davvero infelice. Il presidente del Consiglio dovrebbe avere più rispetto per gli interlocutori e, in particolare, per quelli del proprio partito. I senatori che hanno fatto proposte diverse le hanno fatte perchè sono sinceramente preoccupati della qualità  della nostra democrazia».

Gigi Marcucci

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RIFORMA DEL SENATO: I GRILLINI PROVOCANO E IL PD SI SPACCA

Aprile 8th, 2014 Riccardo Fucile

“POSSIBILE UNA MAGGIORANZA ALTERNATIVA CON LA MINORANZA PD”… MINEO CONFERMA LA SPACCATURA: “NON RITIREREMO IL DDL CHITI”… E RENZI RISCHIA IL NAUFRAGIO

I Cinque Stelle aprono al “lodo Mineo”: la possibilità  di raggiungere una maggioranza alternativa sulle riforme partendo dal testo del ddl Chiti, sottoscritto da 22 senatori dem già  definiti “dissidenti”.
Il punto più dirompente del testo Chiti, rispetto alla riforma del Senato indicata dal premier Matteo Renzi, che non prevede l’elezione dei membri della nuova camera alta, consiste in 106 senatori da eleggere in collegi regionali.
Di fatto, si apre la questione politica interna al Pd.
“Il ddl Chiti presentato al Senato – dice il capogruppo Vincenzo Santangelo – è praticamente la fotocopia del nostro, ad eccezione di una questione che riguarda il taglio delle indennità . Ma su tutto il resto, anche per quanto riguarda l’eleggibilità , se ne può ragionare. Non possiamo non essere d’accordo visto che ricalca la nostra proposta”.
A proposito della possibilità  di una convergenza di voti del Movimento 5 stelle sul testo presentato da Vannino Chiti e un’altra ventina di senatori Pd, annunciata dallo stesso Mineo, il presidente dei Cinque Stelle al Senato spiega: “Ci stiamo ragionando, ma sì, credo proprio di sì”.
Nel Pd, intanto, è piena turbolenza.
Durante la riunione dei senatori democratici, il presidente Luigi Zanda ammette interventi sul testo della riforma del Senato ma solo entro i paletti fissati da Renzi: non eleggibilità  dei senatori, nessuna indennità , no al voto di bilancio e sulla fiducia.
Con il primo punto che esclude di fatto l’ammissibilità  del testo Chiti.

(da “La Repubblica“)

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LICENZIATO IN TRONCO DAL PD – DS: L’ART 18 NON VALE

Aprile 7th, 2014 Riccardo Fucile

DE GUIDO ERA DIPENDENTE DELLA FONDAZIONE MA LAVORAVA PER I DEM…. IL GIUDICE ORDINA IL REINTEGRO MA NEI PARTITI NON SI APPLICA

Vent’anni a lavorare per un partito, e questo è il ringraziamento: licenziato senza preavviso. Magari ci sta pure, direte.
Le casse dei partiti si stanno prosciugando ed è questo il risultato inevitabile.
Se non fosse che la storia di Carmine De Guido, un «pollo di allevamento” (come lui stesso si autodefinisce) del Pds, poi dei Ds, e infine del Partito democratico, con i tagli ai costi della politica c’entra fino a un certo punto.
Tutto comincia infatti due anni fa, nel febbraio del 2012, quando ancora la scure doveva abbattersi sui rimborsi elettorali.
È allora che arriva a Taranto, dove De Guido in quel momento presta servizio per il Pd, una telefonata del tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti: il quale annuncia al Nostro la chiusura di un rubinetto rimasto aperto, dice, anche troppo a lungo.
Gli spiega che Ds e Pd sono due soggetti diversi, e il primo non può formalmente continuare a pagare gli stipendi per il secondo.
«Guadagnavo 1.300 euro al mese. Il mio stipendio si è interrotto da un giorno all’altro senza che mai sia arrivata la lettera di licenziamento», racconta De Guido.
La ragione è forse che quella lettera nessuno la può, o la vuole firmare.
E qui si toccano con mano le conseguenze assurde del metodo usato per far nascere il Partito democratico: non con una fusione fra i Ds e la Margherita che sarebbe stata la strada più logica (e forse avrebbe anche impedito certi abusi come quelli emersi nel caso che ha coinvolto l’ex tesoriere margheritino Luigi Lusi), bensì creando un soggetto nuovo e lasciando in vita i due partiti fondatori. Di fatto morti, ma giuridicamente ancora in vita.
In una frazione di secondo, nel febbraio del 2012, De Guido si ritrova figlio di nessuno.
Non è più riconosciuto come dipendente dei Ds, che non esistono più, ma nemmeno risulta in forza al Pd, per cui invece lavora.
Dice: «Avevo formale contratto di lavoro con la federazione di Taranto dei Ds ma i soldi arrivavano da Roma. Il passaggio dai Ds al Pd non è mai stato contrattualmente formalizzato, ma nei fatti lavoravo per il Partito democratico. Tant’è che il mio posto di lavoro era la sede della federazione provinciale del Pd. Lo sapevano tutti, da Sergio Blasi (l’ex segretario regionale, ndr) al suo successore Michele Emiliano».
Nel partito, De Guido non è proprio un ragazzino di bottega.
A giugno compie 49 anni e per quasi tredici, dal marzo del 1993 al dicembre 2005, ha lavorato al Bottegone. Era uno di quelli della sinistra giovanile di Stefano Fassina e Nicola Zingaretti e si occupava della sicurezza urbana.
Poi nel 2006 viene trasferito a Taranto. Ha in tasca un regolare contratto della federazione diessina, dove c’è scritto: «funzionario politico».
Il passaggio al Pd è impalpabile. Tanto per lui quanto per suo fratello Vincenzo, che è addirittura segretario della sezione Gramsci-città  vecchia, prima dei Ds e poi dei democratici.
L’attività  politica continua, insomma, come se nulla fosse accaduto: nel 2009 De Guido ha l’incarico di seguire la campagna elettorale di Elena Paciotti per le europee.
Fino a quel famoso giorno di febbraio.
La cosa però non finisce lì. «Nell’agosto del 2012», continua De Guido, «c’è un incontro a Bari nella stanza di Blasi, con i tesorieri provinciali e regionali, e anche il tesoriere nazionale Antonio Misiani.
Il tuo problema sarà  risolto, dicono. Idem mi dice Fassina. E poi Emiliano. Ma alle rassicurazioni non seguono i fatti».
Sfinito, fa una causa di lavoro contro la federazione diessina di Taranto e il Pd provinciale e a luglio del 2013 il giudice impone il reintegro di De Guido. Motivo: il licenziamento verbale non è ammesso.
Però non succede niente, nonostante il partito venga inondato dalle sue lettere: «Ho scritto a Massimo D’Alema, Pier Bersani, Sposetti, Fassina. All’attuale responsabile degli enti locali Stefano Bonaccini. Ho scritto anche a Renzi. Tutto inutile».
Rinuncia persino al reintegro, nella speranza di incassare almeno gli arretrati e la liquidazione.
Anche perchè se venisse reintegrato (e poi da chi, dai Ds che non esistono più o dal Pd?) potrebbe a quel punto scattare un licenziamento con tutti i crismi, che in base a un provvedimento del 1990 esclude i partiti dall’applicazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Con il risultato di subire, oltre al danno, anche la beffa. Per tutta risposta la sentenza del giudice del lavoro viene impugnata dalle controparti.
Mentre scattano i pignoramenti alla sede tarantina del Pd. Alla domanda se abbia ancora la tessera del partito in tasca, De Guido risponde che non è riuscito a rompere del tutto, al punto che per sei mesi ha anche dato una mano alla presidente regionale Anna Rita Lemma.
Quanto a quella tessera, sostiene di non averla più rinnovata.
Dice di avere soltanto quella di un’associazione da lui fondata: «Le Belle città ». Inguaribile ottimista.

Sergio Rizzo
(da “il Corriere delle Sera”)

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