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CASO GENOVESE: PRESUNZIONE DI INDECENZA

Marzo 20th, 2014 Riccardo Fucile

DAL DEPUTATO PD CONDOTTE CENSURABILI DA ANNI, MA A TUTTI E’ CONVENUTO CHIUDERE GLI OCCHI

Alla notizia dell’arresto disposto dal gip di Messina (Camera permettendo) per Francantonio Genovese, deputato renziano, viene in mente Franca Rame.
Poco più di un anno fa, il Fatto pubblicò l’elenco degli impresentabili del Pd che aspiravano a un posto al sole in Parlamento.
Fra questi troneggiava il ras di Messina, per cui non valeva il detto “ha più conflitti d’interessi che capelli in testa” solo perchè è pelato. Franca lanciò un appello a Bersani perchè non candidasse questi signori.
Dopodichè si riunì la famosa e fumosa “Commissione di garanzia” per vagliare la presentabilità  o meno dei pretendenti al seggio e stabilì che, nella nutrita pattuglia delle quote marron siciliane, Crisafulli e Papania meritavano l’esclusione. Francantonio — come pure, fuori dall’isola, l’imputato Bubbico — invece no.
Figlio del sei volte senatore dc Luigi Genovese, nipote dell’otto volte ministro Nino Gullotti, lui stesso nato nella Dc, poi passato al Ppi, alla Margherita e al Pd, deputato regionale nel 2001, sindaco di Messina nel 2005, coordinatore regionale del Pd dal 2008, prima veltroniano, poi franceschiniano, poi bersaniano, ora naturalmente renziano, Genovese è soprannominato “Franzantonio” perchè azionista e dirigente della “Caronte”, la società  dei traghetti dello Stretto controllata da Pietro Franza.
Non c’era bisogno di attendere il suo arresto per sapere che uno così non avrebbe mai dovuto sedere in Parlamento, ma neppure in Comune: i suoi conflitti d’interessi erano noti a tutti, bastava leggere Avanti popolo di Gian Antonio Stella (2006) o Se li conosci li eviti di Peter Gomez e del sottoscritto (2008).
Eppure Veltroni, che oggi celebra Berlinguer e la sua “questione morale”, gli affidò nel 2007 il neonato Pd in Sicilia e nel 2008 la stesura delle liste elettorali nell’isola. Dove, à§a va sans dire, campeggiava il suo nome.
Lo stesso fece un anno fa Bersani, incurante di una memorabile puntata di Report sugli scandali degli enti di formazione professionale siciliana finanziati dalla Regione, in gran parte controllati dalla famiglia Genovese.
La società  Lumen presieduta dal deputato regionale Franco Rinaldi, cognato di Genovese e soprattutto marito di Elena Schirò, che lavora alla Lumen. Rinaldi e Genovese soci nella Training Service.
L’Nt Soft in mano ai nipoti di Genovese e Rinaldi.
L’Esofop presieduta dalla cognata di Rinaldi e amministrata da Chiara Schirò, moglie di Genovese.
La sede dell’Enaip e dell’Aram affittata da una società  in cui compare Genovese.
E così via.
Ciononostante, anzi proprio per questo, Francantonio restò in lista: grazie al suo capillare sistema clientelare, alle primarie di Capodanno aveva incassato 19.590 preferenze, risultando il più votato d’Italia.
Per questo il centrosinistra non ha mai neppure pensato di fare la legge sul conflitto d’interessi: non solo per salvare B., ma anche per proteggere i propri capibastone.
Per loro i conflitti d’interessi non sono un handicap, ma un elisir di lunga vita e di tanti voti. Appena rieletto, Genovese fu puntualmente indagato (con moglie arrestata). E nessuno fece un plissè.
Neppure Renzi, che se lo ritrovò alleato alle primarie e folgorato sulla via della rottamazione (altrui).
Venghino, signori, venghino.
Ora che ha sul groppone un mandato di cattura per peculato, truffa, riciclaggio e associazione a delinquere, inscena la classica pantomima di “autosospendersi dal partito” che avrebbe dovuto cacciarlo da un pezzo.
Si spera che la maggioranza alla Camera (cioè il Pd, grazie al premio del Porcellum) autorizzi il giudice a procedere, evitando almeno l’ultimo sconcio. E che Renzi, come segretario del Pd, dica parole chiare, senza mandare avanti la solita Boschi a blaterare di “presunzione di innocenza” (come nel caso Barracciu che si fa ogni giorno più imbarazzante).
Qui il penale è solo l’effetto di condotte indecenti note da anni, che la politica avrebbe dovuto sanzionare ben prima dell’arrivo dei giudici.
Ove mai esistesse, la politica.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’IMPRESENTABILE PD SALVATO DAL COMITATO DEI GARANTI: CHI E’ GENOVESE, DEPUTATO A RISCHIO ARRESTO

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

DEMOCRISTIANO, POI SEGRETARIO REGIONALE PD CON VELTRONI, SEGRETARIO DELLA COMMISSIONE ANITMAFIA, POI CON FRANCESCHINI, QUINDI CON BERSANI, ORA PASSATO CON RENZI

Salvato dalla comitato dei garanti del Pd, adesso è il primo parlamentare della XVII legislatura per il quale è stato chiesto l’arresto.
C’era anche Francantonio Genovese tra l’elenco di candidati impresentabili che Franca Rame aveva chiesto di eliminare dalle liste del Partito Democratico.
Dodici mesi fa però il suo seggio a Montecitorio era stato salvato: il comitato dei garanti si era limitato a cancellare dalle liste democratiche soltanto i conterranei Nino Papania e Mirello Crisafulli.
Troppo pesanti le 19.590 preferenze raccolte dall’ex sindaco di Messina alle primarie, che di fatto ne facevano il più votato d’Italia nella competizione interna al Pd.
Democristiano fin da quando girava in grembiulino e lecca lecca, figlio del senatore Luigi Genovese e nipote del pluriministro Nino Gulotti, l’ex sindaco di Messina ha sempre rappresentato un valore aggiunto per il Pd siciliano, partito di cui diventa il primo segretario regionale nel 2007, sostenendo Walter Veltroni.
Nel 2008 l’ex sindaco di Roma lo porta per la prima volta a Montecitorio, dove Genovese diventa addirittura segretario della Commissione Antimafia.
Il Veltronismo nel Pd però dura poco, ma Genovese è abile a ricollocarsi immediatamente dalla parte dei vincitori: prima sostiene Dario Franceschini, quindi si scopre accesissimo sostenitore di Pierluigi Bersani.
Ed è all’ex segretario del Pd che Genovese porta in dote migliaia di voti per vincere le primarie del 2012.
Minuto, mite, calvo,occhiali: uguale identico al celebre Mister Magoo dei cartoon, come lo descrisse Gian Antonio Stella, Genovese negli anni duemila è l’unica certezza del centro sinistra in Sicilia, isola dove Berlusconi vince sempre e comunque. E invece nel 2005, Genovese sfata il tabù e sbaraglia i concorrenti nella corsa a sindaco di Messina, la sua città , dove tutti lo chiamano semplicemente “Franzantonio”.
Colpa del patto di ferro siglato con la famiglia Franza, di cui è socio in diverse attività , prima tra tutte la Caronte, che gestisce i traghetti che collegano Messina a Reggio Calabria.
Sulla poltrona più alta della città  peloritana, Genovese ci rimane un paio d’anni: poi è costretto a dimettersi, a causa di un pasticcio nei simboli presentati in campagna elettorale, che portano il Cga a dichiarare nulle le elezioni.
Poco male, perchè nel frattempo il ras delle preferenze fa il salto a livello nazionale: diventa deputato e continua ad occupare ogni spazio disponibile nell’ambito della Formazione professionale, sua vera gallina dalle uova d’oro.
Attività  che alla fine lo condurrà  nella polvere: a giugno scorso finisce indagato, a luglio gli arrestano la moglie Chiara Schirò.
Nel frattempo Genovese continua a fare quello per cui è più portato: ricollocarsi sempre e comunque dalla parte del vincitore.
E quest’autunno, un anno dopo la campagna elettorale per Bersani, Genovese si scopre a sorpresa accesissimo fan di Matteo Renzi: fulminato sulla via della rottamazione, il ras delle preferenze appoggia ufficialmente Basilio Ridolfo, candidato dell’ex sindaco di Firenze nella corsa alla segreteria peloritana del Pd.
Appoggio che i renziani di Sicilia hanno incassato silenziosamente, come in silenzio è stata finora accolta la richiesta d’arresto per Genovese.
Primo deputato di Matteo Renzi che rischia di finire in manette.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SCANDALO FORMAZIONE: CHIESTO L’ARRESTO PER IL DEPUTATO RENZIANO FRACANTONIO GENOVESE

Marzo 19th, 2014 Riccardo Fucile

AL SETACCIO SEI MILIONI DI FINANZIAMENTI: L’ACCUSA E’ DI ASSOCIAZIONE A DELINQUERE, TRUFFA, PECULATO, RICICLAGGIO, FALSO IN BILANCIO

In cinque anni, con un sistema di enti e società  tutti a lui riconducibili, avrebbe fagocitato sei milioni di euro di risorse pubbliche destinate alla formazione professionale.
Già  la scorsa estate, chiudendo la prima tranche dell’inchiesta, la Procura di Messina aveva arrestato la moglie e la cognata, ora il pool di magistrati coordinato dal sostituto procuratore Sebastiano Ardita chiede l’arresto del deputato nazionale del Pd Francantonio Genovese, ras della formazione professionale nella provincia di Messina, azionista e dirigente della traghetti Caronte di Pietro Franza, oltre che nipote dell’ex ministro Nino Gullotti ed esponente di spicco dei democratici siciliani (alle primarie per il Parlamento del 2012 è stato il più votato d’Italia con quasi 20 mila preferenze).
La richiesta è stata accolta dal gip che ha girato alla Camera dei deputati la richiesta di autorizzazione all’arresto del parlamentare accusato di una sfilza di reati che vanno dall’associazione per delinquere al peculato, dalla truffa al riciclaggio al falso in bilancio.
La richiesta di autorizzazione alla custodia cautelare in carcere è stata notificata a Montecitorio dagli uomini della squadra mobile di Messina e della Guardia di finanza che all’alba di oggi hanno eseguito anche altre quattro ordinanze di custodia, questa volta ai domiciliari, notificando i provvedimenti a persone tutte molto vicine a Genovese e con incarichi nel Pd o negli enti e nelle società  da lui controllate.
Si tratta di Salvatore La Macchia, già  capo della segreteria tecnica dell’ex assessore regionale alla Formazione Mario Centorrino, Stefano Galletti, Roberto Giunta e Domenico Fazio.
Anche in questo secondo filone di inchiesta restano indagati la moglie di Genovese, Chiara Schiro’, sua sorella Elena (entrambe arrestate a luglio e attualmente sotto processo) con il marito Franco Rinaldi (deputato regionale del Pd), altre due cognate di Genovese, la segretaria Concetta Cannavò, Elio Sauta (personaggio chiave del complesso meccanismo controllato dal politico messinese) e tutte le altre persone già  coinvolte nel primo troncone d’indagine sfociato negli arresti del luglio scorso.
Da allora, i magistrati della Procura di Messina hanno scoperto che non erano solo la Lumen e l’Aram gli enti mangiasoldi attraverso i quali Genovese e il suo clan politico-elettorale avrebbero drenato finanziamenti regionali, statali e comunitari e soprattutto foraggiato un bacino elettorale che negli anni ha sempre garantito al deputato Pd elezioni con numeri da record.
Secondo le più recenti risultanze investigative sarebbero stati una decina gli enti ( tutti no-profit naturalmente) dei quali Genovese avrebbe acquisito il controllo, attraverso suoi familiari o prestanome, per presentare progetti da inserire nei piani di formazione.
Progetti che all’assessorato, dove Genovese riusciva esercitare forti pressioni, venivano puntualmente finanziati.
Una rete alla quale vanno ad aggiungersi diverse società  sempre riconducibili all’uomo politico che servivano come interfaccia e che consentivano di quintuplicare fittiziamente i costi, mai sostenuti, che venivano poi rimborsati dalla Regione per lo svolgimento dei corsi di formazione professionale.
Affitti e acquisti di locali, noleggio di attrezzature, locazione di macchine. Gli enti di formazione amministrati dai familiari di Genovese si rivolgevano alle società  (sempre da loro controllate) che fornivano i servizi a prezzi esorbitanti e fuori mercato.
Senza che alla Regione nessuno esercitasse alcun controllo.
Per giustificare le ingenti somme percepite venivano poi rendicontate una serie di consulenze fittizie.
Tra il personale degli enti di formazione, naturalmente tutti pagati dalla Regione, Genovese sistemava non solo il suo numeroso clan familiare, ma anche i parenti degli uomini su cui poteva contare all’interno della pubblica amministrazione e anche i suoi più stretti collaboratori. Alcuni degli addetti alla sua segreteria politica sarebbero stati stipendiati dagli enti di formazione.
Il Pd in mattinata ha comunicato la decisione di sospendere Genovese, sebbene lo stesso Genovese abbia diramato un comunicato quasi a togliere il partito dall’imbarazzo: “Per comprensibili ragioni di opportunità “, non disgiunte dall’alto senso di rispetto che ho sempre avuto nei confronti delle istituzioni, dei colleghi di partito e dei parlamentari tutti, anticipo la mia determinazione ad autosospendermi dal Partito democratico e dal gruppo parlamentare”, ha scritto il deputato.
“Al momento, ho avuto contezza solo dei capi di   imputazione e non delle ragioni a sostegno delle accuse mossemi. Sin da ora, tuttavia, anche alla luce di quanto emerso, in questi ultimi mesi, nel corso di un   parallelo procedimento penale ed avuto riguardo alla documentazione già  depositata agli inquirenti dai miei difensori, sono certo di poter fornire ogni chiarimento utile ad escludere la sussistenza degli addebiti che mi vengono contestati. Ciò farò, con serenità , in ogni sede, non esclusa quella parlamentare”.

(da “La Stampa“)

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LA RISSA DEMOCRATICA: PRIMARIE PD TRA CALCI, SPUTI E DENUNCE

Marzo 17th, 2014 Riccardo Fucile

NON SOLO IL CONGRESSO DI ROMA, MA ANCHE A MODENA, IN CAMPANIA, IN LUCANIA, IN SICILIA

Nel territorio le battaglie sulle primarie: sospetti e file anomale di extracomunitari
E sabato il caos all’assemblea del Lazio «E poi… Poi, Matteo, ci sarebbe… beh, sì, insomma: a Roma si sono menati», raccontavano ieri mattina a Matteo Renzi, che vuol essere sempre informato su tutto quando accade all’interno del suo partito, il Pd.
«Menati, scusa, come? E dove? Ma che dici?» (Renzi, tra stupore e fastidio).
«È successo all’assemblea regionale. Stavano ratificando la nomina del segretario, dopo le primarie. Poi hanno iniziato a litigare. Sembra che uno, poveretto, sia perfino finito all’ospedale».
Renzi, a quel punto, si è fatto spiegare meglio (come vedremo, le primarie del Partito democratico stanno seminando ovunque, in Italia, liti furiose e denunce alla magistratura).
A Roma la scena è particolarmente tragica.
I protagonisti sono tutti personaggi minori, locali: ma se provate a non farvi condizionare dai loro cognomi sconosciuti, ciò che è accaduto vi apparirà  assai grave, ed emblematico.
Sabato pomeriggio, centro congressi della Cgil, molti invitati eccellenti (il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, il sindaco di Roma Ignazio Marino, più altri parlamentari di rango: Stefano Fassina, Enrico Gasbarra, David Sassoli).
La rissa esplode quando – proclamato segretario Fabio Melilli – la maggioranza del partito decide di eleggere presidente non Lorenza Bonaccorsi, renziana sconfitta da Melilli alle primarie, ma Liliana Mannocchi, nemmeno delegata però fedelissima di Marco Di Stefano, un deputato che nel Lazio controlla un mucchio di voti.
Calci e sputi (letteralmente).
Due tessere centrano Melilli sul viso. Pernacchie, fischi, urla.
Massimiliano Dolce, un delegato arrivato da Palestrina, crolla a terra, colpito da un principio di crisi epilettica.
Sirene di ambulanze, fotografi scatenati. E piccolo, gustoso retroscena politico: la cortesia a Marco Di Stefano sarebbe stato un gentile omaggio organizzato dal potente Goffredo Bettini che, in vista di una sua candidatura alla elezioni europee, già  tesse alleanze.
«È una ignobile falsità !».
Sarà .
«Io non conosco neppure fisicamente certe persone! La verità  è che se si affermassero certe mie idee, finirebbe la giostra dei patti tra cordate che purtroppo…».
Proprio lei, il potente Bettini che parla di cordate?
«Basta! Mi creda: questa storia del “potente” Bettini sta diventando un alibi per chi non vuole o non sa dirigere. Da anni, ormai, chi gestisce il partito mi tiene ai margini».
Comunque la sua candidatura alle Europee ha bisogno di voti. E quel Di Stefano ne porta in dote parecchi.
«Una mia candidatura è spinta da amplissimi settori del partito e della società  civile. E se Di Stefano pure mi voterà , beh, lo vedremo solo nei prossimi mesi…».
Nei prossimi mesi sarà  interessante anche verificare lo stato di salute dell’intero partito.
A Modena, le consultazioni per scegliere il candidato sindaco sono degenerate nel volgere di due giorni. La seconda classificata, Francesca Maletti, ha presentato un esposto per denunciare l’irregolarità  del voto degli stranieri nei seggi: qualcuno avrebbe fornito agli extracomunitari i due euro necessari per votare e ad un gruppo di filippini sarebbe addirittura stato offerto il pranzo. Commento di Matteo Richetti (comandante delle truppe renziane in Emilia-Romagna, gran frequentatore di talk show): «Irresponsabili».
È andata quasi peggio – «Siete inefficienti e inaffidabili» – ai capetti e caporali del Pd lucano in trasferta a Roma per chiedere a Lorenzo Guerini, il portavoce del partito, uno slittamento del congresso che, nei loro progetti, sarebbe stato utile a «ricompattare il partito».
Un partito, sul territorio, non si ricompatta in poche settimane.
In Campania, per fare un esempio, divisi erano e divisi sono rimasti.
Sfiorando il 60% dei consensi, il nuovo segretario regionale è l’avvocato Assunta Tartaglione di anni 43, vicina a Matteo Renzi e, quindi, anche a Vincenzo De Luca, il sindaco di Salerno noto per avere un controllo delle tessere quasi militare: e stavano ancora lì, a votare, i militanti, quando Guglielmo Vaccaro, 47 anni, deputato di tempio lettiano, che sarà  poi il primo degli sconfitti (al 27%), decise di barricarsi nella sede del partito, in via Giovanni Manzo.
«Un voto ogni 26 secondi mi sembra un po’ troppo, no?»
Accadono cose strepitose nelle varie primarie del Pd, che poi – spesso – si perdono nelle pagine delle cronache locali.
Per dire: sapete cos’è accaduto in Sicilia? È accaduto che a capo della segreteria regionale hanno eletto Fausto Raciti, 30 anni, un ragusano determinato, cortese, battezzato in politica da D’Alema, fatto eleggere alla Camera da Bersani, appoggiato dai renziani di Faraone e sostenuto infine da chi? Da Mirello Crisafulli, l’ex senatore di Enna cacciato dalle liste del Pd perchè ritenuto impresentabile e, addirittura – fare piccolo esercizio di memoria, prego – insultato dal palco della Leopolda, quando vennero ricordati i suoi presunti rapporti con un boss mafioso.
Dice Raciti, senza scomporsi: «Noi, temo, facciamo troppe primarie»
A Firenze, in effetti, per un po’ hanno pure pensato di non farle: per sostituire a Palazzo Vecchio il sindaco diventato premier poteva correre direttamente Dario Nardella. Poi hanno cambiato, saggiamente, idea. Le primarie si fanno, ma senza che a Nardella sia opposto il più temibile degli avversari: Eugenio Giani.
Giani ha rinunciato? No: Giani è stato chiamato a Roma, a Palazzo Chigi.
Inventato, per lui, un incarico ad personam: consigliere per le Politiche dello sport.
Perchè non è che poi le primarie debbano sempre finire in rissa.

Fabrizio Roncone
(da “il Corriere della Sera”)

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L’ASSEMBLEA REGIONALE PD FINISCE CON L’ARRIVO DELL’AMBULANZA DEL 118

Marzo 16th, 2014 Riccardo Fucile

IN LAZIO RISSA E   INSULTI: E UN RENZIANO FINISCE IN OSPEDALE

Finisce con un’ambulanza del 118 chiamata in fretta e furia, un uomo a terra con un «inizio di crisi epilettica» trasferito in codice giallo al Policlinico, le mezze risate di chi dice che si tratti di una «pantomima» e le urla di chi accusa che, a provocare il tutto, sia stato invece uno spintone. È questo l’epilogo dell’assemblea regionale del Pd Lazio, convocata per ratificare il risultato delle primarie dello scorso 16 febbraio.
A emergere, però, è la spaccatura di un partito che, nel Lazio, vede franceschiniani, lettiani e bersaniani in maggioranza e i renziani della prima ora in minoranza.
Frattura difficilmente sanabile, tanto più dopo le scene viste ieri.
Da una parte c’è il neo segretario, Fabio Melilli, ex presidente della Provincia di Rieti, vicino al ministro Dario Franceschini.
Dall’altra Lorenza Bonaccorsi, deputata, fedelissima del sindaco di Firenze, sconfitta alle primarie col 30%
Per prassi la presidenza dell’assemblea regionale dovrebbe spettare a lei.
Melilli, invece, la offre (sembra su input dell’ex senatore Goffredo Bettini) a Liliana Mannocchi, candidata di Marco Di Stefano, deputato lettiano.
I renziani si appigliano al regolamento (la Mannocchi dovrebbe presiedere un’assemblea di cui non fa nemmeno parte).
La tensione sale, si urla. In gioco non ci sono tanto le poltrone nel partito, quanto le candidature per le Europee
Quando Massimiliano Dolce, renziano, chiede la verifica del numero legale, viene fronteggiato da Paolo Toppi, membro del cda di Cotral (l’agenzia regionale dei trasporti) in quota Di Stefano.
C’è chi parla di una spinta, chi dice che Dolce sia caduto da solo.
Assemblea sospesa, arriva il 118 che si porta via Dolce e renziani e lettiani restano a litigare. «Che tristezza – commenta l’ex viceministro Stefano Fassina – il gruppo dirigente dovrebbe chiedere scusa agli elettori delle primarie».

Mauro Favale
(da “la Repubblica”)

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INTERVISTA A GOTOR (MINORANZA PD): “AL SENATO FAREMO UNA BATTAGLIA E CI CONTEREMO”

Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile

“LE ASSEMBLEE NON SI SUICIDANO”

State già  issando le barricate per fermare Matteo Renzi?
«Nel ‘900 sono rarissimi i casi di assemblee parlamentari che si sono suicidate».
Lo dice da storico o da parlamentare della sinistra pd, senatore Miguel Gotor?
«La legge elettorale condiziona la qualità  della democrazia e i suoi cambiamenti materiali. Con il disegno di legge del governo si va verso un presidenzialismo di fatto, senza contrappesi»
Lei la vota, la riforma?
«Un senatore non legherà  mai il suo nome a un possibile disastro istituzionale».
Se non passa, Renzi lascerà  la politica.
«Il premier è furbissimo e ha stretto con Berlusconi un patto molto forte, ma ho paura che finisca uccellato come D’Alema».
Il Pd non lavora per impedirlo?
«Bisogna modificare prima il Senato e solo dopo approvare l’Italicum. Se Berlusconi rompe il patto e la riforma non si fa, restiamo con una legge elettorale inapplicabile».
Ma il Senato volete cambiarlo, o no?
«Sì. Il problema è che Berlusconi non vuole e dobbiamo stanarlo. Qual è il vero punto dell’accordo tra lui e Renzi?».
Sospetta un patto per andare al voto?
«Sarebbe da indagare quali sono gli effettivi contenuti di questo patto, sull’altare del quale si è già  ceduto troppo. La legge elettorale approvata dalla Camera rischia di farci perdere».
Berlusconi non vuol toccare le soglie.
«Le soglie non piacciono a Ncd, M5S e popolari Per l’Italia. È un sistema che legittima le liste civetta, come “Forza Roma”, ”Viva Renzi” o “Berlusconi ti voglio bene”. Non potremo garantire la governabilità  che promettiamo».
Il voto segreto sarebbe un bell’aiutino, ma al Senato non c’è…
«Il voto palese rende tutto più limpido. Daremo il massimo per migliorare i difetti, faremo una battaglia a viso aperto e poi ci conteremo. Meglio prevenire, che curare le ferite».
E le liste bloccate?
«In nove anni di Porcellum non c’è stato comizio in cui il Pd non abbia promesso “mai più”. Il segretario del mio partito è anche il mio padrone, come nel partito azienda di Berlusconi… Ma la cosa più miope è che il paracadutato si sente irresponsabile e il cittadino, che non ti ha votato, ti sputa in faccia. Una cosa gravissima, che va corretta»
Renzi pensa che sia gravissimo sabotare la legge.
«Mi dispiacerebbe se la nostra battaglia venisse letta come una lotta di minoranza, bersaniani contro renziani»
Come dobbiamo leggerla?
«La mia paura è che la riforma del Senato non si fa e che Berlusconi, leone ferito, ci porta a votare con una legge che ci fa perdere. Se accade, in un anno e mezzo ti sei giocato Bersani, Letta e Renzi».

Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)

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ABRUZZO, IL PD VINCE LE REGIONALI? IL NEO PRESIDENTE DEVE DIMETTERSI IL GIORNO DOPO

Marzo 14th, 2014 Riccardo Fucile

I DEM HANNO FIRMATO LA CARTA DI PISA SULLE LISTE PULITE, MA IL LORO CANDIDATO E’ ANCORA SOTTO PROCESSO DOPO L’ASSOLUZIONE IN PRIMO GRADO… PER IL PROF. VANNUCCI CHE HA CURATO IL DOCUMENTO “IN CASO DI VITTORIA DEVE FARE UN PASSO INDIETRO”

Nel Pd oramai, sono capaci di tutto.
Persino di far vincere delle elezioni regionali ad un loro candidato e farlo dimettere il giorno dopo. Sembrerà  assurdo, ma in Abruzzo le cose stanno proprio così.
Perchè? Semplice. La coalizione ‘Insieme, il nuovo Abruzzo’ (che comprende Sel, Idv e, appunto, Pd), nella sua ‘Carta d’intenti per il cambiamento abruzzese’, ha stabilito che “la questione morale sarà  un cardine della coalizione e del suo governo” e s’è impegnata “ad adottare formalmente i contenuti della Carta di Pisa“.
Per adottarli ha scritto un codice etico e infatti, nell’articolo 6, si può leggere: “In caso sia rinviato a giudizio per reati di corruzione, l’amministratore s’impegna a dimettersi, ovvero a rimettere il mandato”.
Ma le cose non finiscono qui, anzi, si complicano.
Il candidato della coalizione sarà  Luciano D’Alfonso, vincitore alle primarie di coalizione. Pur se assolto in primo grado, rimane comunque imputato per corruzione in un procedimento penale.
Sicuramente, alla data del delle elezioni regionali, che si terranno il 25 Maggio, D’Alfonso non avrà  terminato il processo di appello.
Cosa succederà , allora? Si dovrà  dimettere per l’impegno sottoscritto nella Carta.
Il Pd abruzzese ha tentato di correre ai ripari e per mezzo del coordinatore della Segreteria Regionale ha fatto sapere che “in relazione ai richiami operati da alcuni organi di stampa all’articolo della Carta di Pisa ai sensi del quale un amministratore si impegna a dimettersi ovvero a rimettere il mandato ‘nel caso in cui sia rinviato a giudizio o sottoposto a misure di prevenzione personale e patrimoniale per reati di corruzione, concussione, mafia, estorsione, riciclaggio, traffico illecito di rifiuti’, si evidenzia che questa fattispecie non si configura per i candidati alle primarie organizzate dalla coalizione ‘Insieme il nuovo Abruzzo’, in quanto nessuno di essi ha ricevuto richieste di rinvio a giudizio per tali fatti, ma vi è stata soltanto una richiesta d’appello a seguito di sentenza di assoluzione“.
Il Pd, in sostanza, vorrebbe ora interpretare a suo vantaggio la Carta, per salvarsi la faccia e nel caso D’Alfonso diventi presidente della Regione.
Peccato che a smentire la teoria democratica sia proprio chi la Carta di Pisa l’ha scritta e coordinata, ovvero il professor Alberto Vannucci, associato presso il dipartimento di Scienze politiche all’Università  di Pisa.
Alla nostra domanda, sul caso specifico, il professore non ha dubbi “il presidente, Luciano D’Alfonso, dovrebbe dimettersi”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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RENZI TEME CHE LA MINORANZA PD TRASFORMI IL SENATO NELLA SUA “STEPPA RUSSA”

Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile

E APRE AL DIALOGO: “CONFRONTIAMOCI”

È “confronto” la parola magica. Consapevole che il Senato possa trasformarsi nella sua steppa russa, Matteo Renzi la mette così, in modo assai poco renziano: “Oggi — dice in conferenza stampa – ho consegnato ai ministri un ddl costituzionale di riforma del Senato, che formalmente consegniamo a tutti i leader politici che stanno in Parlamento, di maggioranza e opposizione, ai soggetti sociali protagonisti e non formalizziamo in Parlamento, diamo 15 giorni di tempo a chi vuole darci informazioni migliorative e poi incardiniamo”.
Quindici giorni, dunque. Per un “confronto” su un testo che è tutt’altro che chiuso.
Perchè l’approvazione dell’Italicum ha lasciato aperte le piaghe nel corpo nel Pd. Non si tratta più di casi singoli di malessere verso Renzi. Ora ci sono, fotografati dal pallottoliere della Camera, i numeri del dissenso: sulle preferenze, sulle quote rosa, insomma sull’accordo con Berlusconi.
E il rischio è che a palazzo Madama inizi la vera Grande Guerra, come la chiama qualche renziano informato.
Già , a palazzo Madama. Dove il secondo tempo sull’Italicum si intreccia col primo tempo sulle riforme costituzionali.
E le scintille già  si intravedono nelle raffiche sparate nel giorno dell’approvazione della legge elettorale alla Camera. I lettiani non votano, i turchi assicurano che è l’ultima fiducia al buio a Renzi, Pier Luigi Bersani annuncia che al Senato il gruppo non può essere messo di fronte a un prendere o lasciare: “Questa legge va migliorata, ci sono cose che non mi convincono. Capisco gli accordi ma mi stupirei se Berlusconi avesse l’ultima parola, non c’è alcuna ragione e in qualche passaggio mi è sembrato questo”.
E allora si capisce perchè Renzi tema che, prima delle europee, possa rimanere bloccato nella steppa russa.
Nelle intenzioni vorrebbe “far fare un giro” alla riforma del Senato per poi passare all’Italicum e approvare tutto prima delle Europee.
Dove per “fare un giro” si intende approvarla in prima lettura in Aula. Di fronte alle intenzioni c’è, appunto, la steppa.
Perchè il premier sa di essere atteso al varco da una Commissione Affari Costituzionali che considera ostile. Palazzo Madama non è Montecitorio. Senza mediazioni, su tutto, è difficile che passi qualcosa. Perchè il Pd non ha la maggioranza. E i renziani puri, nella commissione presieduta dalla Finocchiaro, non ci sono.
Ecco allora che non è un caso che il premier abbia deciso di convocare una riunione con il suo gruppo la prossima settimana, per provare a procedere in modo più inclusivo sul percorso — riforma del bicameralismo e poi Italicum — e nel merito.
E non solo con i suoi visto che il partito di Alfano ha già  fatto sapere, per bocca di Schifani, che senza modifiche non è disposto a votare l’Italicum a scatola chiusa.
E allora non è un caso che un testo dettagliato, “chiuso”, di riforma del bicameralismo ancora non c’è.
Anzi, Renzi ha spiegato che serviranno “un paio di settimane” per sfornarlo.
Ci sono almeno tre ipotesi sul campo: un Senato non elettivo sul modello di quello illustrato alla direzione del Pd, un Senato a trazione regionale, una ipotesi intermedia. Tra i nodi ancora non sciolti c’è anche — e non è un dettaglio — la questione del relatore. Perchè i rapporti con la Finocchiaro, autrice di un disegno di riforma costituzionale a doppia firma con Zanda, sono ancora avvolti dal gelo.
E qui nasce il dilemma: “Affidare alla Finocchiaro il compito di fare la relatrice o lasciare tutto nelle mani del ministro Boschi?”.
Decisione che ancora non è stata presa. E che sarà  presa, probabilmente, dopo il confronto con il gruppo.
Insomma, al momento prevale l’idea di una road map condivisa. È il segno che a palazzo Chigi si stanno già  attrezzando nel timore di imboscate.
Proprio quel che è successo alla Camera — i franchi tiratori, la necessità  di portare il governo in Aula per non andare sotto — sta inducendo l’inner circle a cambiare modalità . La Camera dice che per poco non saltava tutto.
Renzi che alla Camera si è mosso come un leone al Senato di fronte ai leoni ha intenzione di farsi volpe: accelerare sì, ma coinvolgendo.
Anche perchè sul passaggio al Senato già  trapelano le preoccupazioni del capo dello Stato.
Riguardano non solo il nodo delle soglie e delle preferenze, ovvero della tenuta del patto. Ma riguardano anche il merito delle riforma che porterà  al nuovo Senato che il capo dello Stato monitora con grande attenzione.
Anche perchè, vista dal Colle, solo una puntuale riforma del Senato rende accettabile il percorso un po’ bizzarro di una legge elettorale valida solo per una Camera.
È un cammino che si annuncia accidentato. Per arrivare a un nuovo Senato che non deve più dare la fiducia e che non ha membri eletti occorre mettere mano a una cinquantina di articoli della Costituzione.
Più un democrat di peso, dalle parti di palazzo Madama, giudica impossibile fare tutto in due mesi.

(da “La Repubblica“)

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ALLACCIATE LE CINTURE: PD, PANICO A BORDO

Marzo 12th, 2014 Riccardo Fucile

FARA’ PRIMA RENZI A ELIMINARE IL SENATO O IL SENATO A ELIMINARE RENZI?

Soltanto l’altro ieri sembrava che niente e nessuno potesse impedire al turbo-premier di “cambiare verso” all’Italia, in cinque mesi o giù di lì.
E però già  al primo ostacolo, il famoso Italicum, il nostro eroe destatosi dai sogni d’oro ha dovuto affrontare la dura realtà  quotidiana.
Ieri pomeriggio alla Camera l’hanno visto per la prima volta spaventato sul serio, quando ha rischiato di finire sotto sul nuovo tentativo di introdurre la rappresentanza di genere nelle liste (metà  uomini e metà  donne).
Ha salvato la pelle per 20 miseri voti grazie alla precettazione di ministri e sottosegretari rastrellati qua e là .
Ma per quanto ancora potrà  resistere, quando a giorni il nuovo sistema elettorale approderà  a Palazzo Madama, dove la maggioranza è risicata assai e dove — stante l’annunciata abolizione della seconda camera — ai senatori non garberà  molto fare la figura dei tacchini invitati al pranzo di Natale.
Il fatto è che Renzi subisce una sorta di legge del contrappasso.
Ha stretto un patto con Berlusconi che adesso gli viene rinfacciato come un tradimento.
Ha voluto un governo al femminile e sono le femmine a fargliela pagare cara.
Ha teorizzato la rottamazione della vecchia guardia pd e (mentre riciccia Bersani) è una energica signora dai capelli argentati, Rosy Bindi, a guidare la rivolta di genere contro il giovanotto del “qui si fa come dico io”: con l’appoggio convinto dei tanti che dentro e fuori via del Nazareno ce l’hanno cordialmente sulle scatole.
Perciò nei retroscena di palazzo si torna a parlare di voto a ottobre e in questa chiave i 10 miliardi per le famiglie oggi all’esame del Consiglio dei ministri possono apparire un cadeau elettorale anticipato. Si vedrà .
Del resto è stato il fedele sottosegretario Reggi a dire che Matteo “spara razzi nel cielo”.
E non sembra più un complimento.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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