Destra di Popolo.net

“IN POLITICA ESTERA RENZI NON ARRIVA ALLA SUFFICIENZA”: DOPO UN ANNO LA MOGHERINI E’ MINISTRO NEL SUO GOVERNO

Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

LO SCRIVEVA UN ANNO FA SU TWITTER, ORA DICHIARA: “MI FIDO DI TE”… CONVERTITA SULLA VIA DELLA CARICA

“Renzi ha bisogno di studiare un bel po’ di politica estera, non arriva alla sufficienza temo #terzaelementare”.
Chi l’avrebbe mai detto che dopo poco più di un anno Matteo Renzi l’avrebbe scelta come ministro degli Esteri.
Forse nemmeno lei, Federica Mogherini, che ha appena preso il posto di Emma Bonino alla Farnesina.
La Mogherini, non certamente una renziana della prima ora (fa parte della corrente AreaDem del Pd), la pensava diversamente sull’attuale presidente del Consiglio
“Parla un po’ troppo del passato, per essere l’uomo del futuro”, twittava scettica. Mogherini denunciava anche il “plagio” dello slogan che allora Renzi scelse per le primarie “Adesso”: “Renzi sceglie lo slogan che usò Franceschini alle primarie del 2009. Come inizio di rottamazione lascia un po’ a desiderare”.
E poi, sul confronto tv tra i candidati alla segreteria twittava: “Da quel che ho visto, Bersani ragiona da presidente del Consiglio, Nichi Vendola affidabile, Renzi un po’ fuori fase”.
Dopo un anno e poco più, l’8 dicembre 2013, Mogherini però sembra aver “cambiato verso” alle sue opinioni su colui che è diventato segretario del Partito democratico: “Mi fido di te, @MatteoRenzi”.

(da “Huffingtonpost“)

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CIVATI, TANTO RUMORE PER NULLA: “HO DOVUTO VOTARE ARISA PER NON ESSERE CACCIATO DAL FESTIVAL DI SANREMO

Febbraio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

“SULLA FIDUCIA DIREI NO MA NON POSSO: DOVREI LASCIARE IL PD, NUOVO CENTROSINISTRA MA NO ALLA SCISSIONE”… IL SONDAGGIO VEDE I SUOI GRANDI ELETTORI POCO PROPENSI AL RISCHIO, GLI ESTERNI PIU’ PER VOTARE NO A RENZI

“Potessi votare liberamente senza mettere in discussione i rapporti col Pd voterei no convintamente. Non è una questione di disciplina di partito, ma se io non dovessi votare un governo che ha una legittimazione del Pd dovrei uscire dal partito». Così Pippo Civati a Bologna all’iniziativa con i suoi sostenitori.
L’EVENTO A BOLOGNA  
All’iniziativa partecipano un migliaio di persone e il tono degli interventi dei sostenitori è estremamente critico nei confronti del governo Renzi.
Ricorrenti sono però gli appelli a condurre una battaglia politica dall’interno del Pd. Un appello al sostegno al governo è arrivato anche da Filippo Taddei, responsabile economico del partito e sostenitore al congresso della mozione Civati.
LE CONSULTAZIONI SUL SITO  
Alla consultazione sul Governo Renzi promossa via web da Pippo Civati, il 50,1% ha votato per il sì alla fiducia contro il 38,5% per il no e il 10,7% per l’astensione.
Hanno votato 20.370 persone, il 77% dei quali ha partecipato alla primarie.
Tra chi ha partecipato alle primarie la percentuale favorevole al sì si alza al 54,2%, fra gli altri prevalgono i no con il 61% contrari e il 31% favorevoli.
IL NUOVO CENTROSINISTRA  
«Non ci sarà  nessuna scissione, c’è un ragionamento politico e il rifiuto di una svolta personale. L’idea del nuovo centrosinistra esiste, ma non sarebbe un nuovo partito ma una formazione trasversale: rimanendo nel Pd, ma cercando di tenerlo aperto» Civati ha spiegato la sua idea di centrosinistra.

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E NELLA MINORANZA PD SONO TUTTI CONTRO TUTTI

Febbraio 21st, 2014 Riccardo Fucile

SE RENZI HA AVUTO MANO LIBERA E’ GRAZIE ALLO SFASCIO DELLA MINORANZA INTERNA DOVE OGNUNO TUTELA SOLO SE STESSO

Da una lettera di Gianni Cuperlo ai 150 parlamentari della sua corrente «Nell’incontro con Matteo Renzi non ho avanzato nè richieste nè proposte».
E allora, si chiedono i suoi da giorni con crescente insofferenza, i nomi per il governo dati in quota alla minoranza – il giovane turco Andrea Orlando, il bersaniano Maurizio Martina – chi li sta suggerendo?
In altre parole: c’è chi sta trattando per conto di Cuperlo?
Nell’opposizione interna del Pd, travolta dalla furia renziana, frazionata in un pulviscolo di sottocorrenti, sembra vigere ormai la regola del tutti contro tutti.
Scambi di email infuocate, accuse di verticismo, riunioni disertate per ripicca: all’ultima, ieri sera, convocata da Cuperlo per un chiarimento, si sono presentati in una ventina.
E qui, messo alle strette, l’ex presidente del partito a un certo punto avrebbe battuto i pugni sul tavolo: «Tratto io, i nomi li decido io», aggiungendo così confusione a confusione.
Sono quattro i capi d’imputazione contro l’ex rivale di Renzi: il primo, il più rilevante, è di partecipare al toto-ministri senza un vero mandato politico.
È un’accusa che il deputato Giuseppe Lauricella – quello del lodo riforma del Senato e poi l’Italicum – ha riassunto così: «Prima di individuare chi debba andare al governo andrebbe valutato se andare al governo».
La sensazione è che ogni microfrazione – Cuperlo, i bersaniani di FarePd, Giovani Turchi – stia trattando per sè gli assetti nel futuro esecutivo.
«In alcuni casi – ha denunciato il deputato siciliano – rappresentano unicamente coloro che a questi incontri partecipano».
C’è poi una seconda imputazione, che viene da chi ha smesso di riconoscersi nella leadership di Cuperlo.
È il caso della deputata lombarda Eleonora Cimbro, che ha espresso il suo dissenso pubblicamente.
Anche Alessandra Moretti, che sostenne “Gianni” alle primarie, non partecipa da tempo alle riunioni d’area.
Il terzo fronte di malcontento, il più vasto e trasversale, rimprovera a Cuperlo di prendere le decisioni consultandosi solo con pochi gruppi ristretti.
«Un po’ come faceva Bersani», fa notare un esponente dalemiano.
Due esempi, per capire: quando la minoranza il 13 febbraio decise in Direzione di togliere il sostegno a Enrico Letta la mossa venne concordata con i soli membri cuperliani presenti in Direzione, riunendo tutti gli altri a cose fatte, all’indomani.
I più marinarono con la seguente motivazione: «Quel che è successo lo abbiamo già  visto in streaming».
L’insofferenza è riesplosa l’altro giorno dopo la presentazione del documento della minoranza “Fuori dalla crisi”.
Un’elaborazione programmatica per il governo che sarebbe gemmata tra pochi. Carlo Galli, che avrebbe voluto inserire un capitolo sull’abolizione degli F35, se ne è lamentato per iscritto.
Di fronte a queste critiche Cuperlo ha sentito il bisogno mercoledì scorso di scrivere una mail nella quale si dice dispiaciuto per i malumori, spiegando di aver consultato i colleghi più addentro alle tematiche Europa, Lavoro, Riforme», e promettendo in futuro di affinare il metodo, allargando il ventaglio dei contributi «alle colleghe e colleghi nelle commissioni di merito».
Basterà ?

Concetto Vecchio

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DE BENEDETTI, LA TESSERA N°1 DEL PD E LA PASSIONE DEL BURATTINAIO

Febbraio 19th, 2014 Riccardo Fucile

LA LUNGA STORIA DEI CONSIGLI, PIÙ O MENO RICHIESTI, AL PARTITO…. INTANTO SORGENIA È MALMESSA

A novembre ne compirà  80, ma ancora Carlo De Benedetti non trova pace. Colpa del carattere. E anche della sfortuna.
Mentre vorrebbe fare solo ciò che ama — sputare sentenze sullo stato deplorevole in cui versa la Patria — deve rintuzzare l’accusa di essere il “grande burattinaio” dell’opaca operazione Renzi Uno.
E anche occuparsi del figlio Rodolfo, alle prese con una possibile bancarotta di dimensioni ligrestiane.
Ieri la holding di famiglia, la Cir, ha dovuto emettere su richiesta della Consob un comunicato pieno di inquietanti notizie.
Primo: Sorgenia, controllata che produce energia elettrica, ha un mese di vita se le banche non concedono ulteriore credito.
Secondo: il debito è di 2,2 miliardi di euro (pari circa al fatturato), e il gruppo è impegnato in una serrata trattativa con le banche per la cosiddetta “ristrutturazione”. Terzo: le banche non potranno in ogni caso rifarsi sulla holding della famiglia De Benedetti che, spiega la nota, “non ha rilasciato garanzie” in favore di Sorgenia. Insomma, la solita storia, come un imprenditore italiano qualsiasi: le banche erogano, le garanzie non ci sono, quindi gli azionisti Cir si rilassino, se va male si può fare ciao ciao con la manina.
Comunque ieri il titolo Cir ha perso in Borsa il 3,11 per cento.
L’Ingegnere ha chiarito che sono cavoli di Rodolfo: “Non c’entro nulla, non sono in consiglio e non sono più azionista Cir”.
E se non c’entra con il bubbone Sorgenia, c’entrerà  con il governo Renzi? Ha sbagliato Fabrizio Barca, ministro dell’Economia nel pectore di molti, a chiamarlo in causa?
Nella telefonata rubata del finto Nichi Vendola ha protestato contro le pressioni di chi lo vuol trascinare nella opaca operazione Renzi Uno, indicando nell’Ingegnere il mandante.
Replica secca: “Non mi occupo di nomine politiche perchè non è il mio mestiere. Ho sempre rispettato l’autonomia della politica”.
Ecco, questa è una balla. È il carattere che lo frega.
Diventò celebre una quarantina d’anni fa quando l’avvocato Gianni Agnelli lo chiamò a guidare la Fiat e lo mise alla porta tre mesi dopo: voleva insegnare il mestiere al capo.
È da almeno un quarto di secolo che l’incontinenza verbale gli vale l’accusa di essere (o voler essere) il “grande burattinaio” della politica italiana.
A fine anni ’80, quando si instaurò il cosiddetto Caf (Craxi-Andreotti-Forlani ), De Benedetti era accusato di tirare i fili di un antipartito facente capo all’ex segretario Dc Ciriaco De Mita e al leader del Pci, poi Pds, Achille Occhetto.
E dopo l’ascesa politica di Silvio Berlusconi gli toccava l’accusa di tessere la trama della controffensiva.
Dopo il trionfo elettorale di B. nel 2001 non resistette alla tentazione di rivelare, in un’intervista al Corriere della Sera (quando ha una notizia ama dare il buco, come si dice in gergo, a Repubblica , sua creatura prediletta) che si era immischiato nella scelta di Francesco Rutelli come candidato contro il Caimano.
Gianni Cuperlo, allora attendente di Massimo D’Alema, protestò su l’Unità : “Il prossimo leader non lo sceglierà  De Benedetti”. Anche perchè la designazione di Rutelli non si rivelò tra le più felici.
E qui torna il tema della sfortuna. Quando De Benedetti si lascia prendere dall’ansia di battezzare un nuovo condottiero non è che ci prenda tanto.
Però sa prendere atto e cambiare idea. Nel 2007 chiese la tessera numero uno del Pd, dicendo che Rutelli e Walter Veltroni erano i due uomini giusti per portare a meritati trionfi il centrosinistra. All’improvviso la parabola dei due promettenti strateghi si fece discendente.
Arrivò Pier Luigi Bersani, e De Benedetti disse che il Pd lo aveva deluso, ma anche Bersani, appena nominato segretario, lo aveva deluso.
Poi cambiò idea e disse che alle primarie del 2012 avrebbe votato per Bersani contro Matteo Renzi, fulminando il sindaco con un lungimirante “di Berlusconi ce n’è bastato uno”.
Poi cambiò idea e scelse Renzi per le primarie 2013, provocando, dieci anni dopo, la stessa reazione di Cuperlo: “È in corso un’Opa di Repubblica sul Pd”.
E la storia continua infinita, l’Ingegnere invecchia e parla, parla e invecchia, le sue intemperanze imbarazzano i giornalisti di Repubblica che prima di digitare un aggettivo si chiedono: “Diranno che me l’ha dettato il padrone?”.
E tutti a dirgli “burattinaio” senza che nessuno dei cavalli su cui ha scommesso abbia mai vinto una corsa.
Saranno tutti così i poteri forti?

Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“SONO QUI, MA POTREBBE ESSERE L’ULTIMA VOLTA”: MILITANTI PD AI GAZEBO

Febbraio 17th, 2014 Riccardo Fucile

TRA SPERANZA E INDIGNAZIONE

L’interrogativo è: “ma fuori di qui dove vado? Io un’altra casa non ce l’ho”.
Domenica pomeriggio in un circolo Pd di Milano, zona centrale: Luisa è presidente di seggio, lo fa da anni, primaria dopo primaria, ma stavolta «sì, per un attimo ho pensato di passare la mano».
Invece è lì, un’altra domenica regalata al partito, ancora al lavoro. Anche se di lavoro ce n’è poco, in effetti: alle primarie che incoronarono Renzi in quello stesso circolo votarono oltre 2mila persone, stavolta sono stati accorpati due seggi e «se arriviamo a 100 votanti è tanto ». Così, giusto per farsi un’idea delle proporzioni.
D’accordo: nei 661 seggi allestiti la fila, stavolta, non se l’aspettava nessuno. Si elegge la segreteria regionale del Pd: poco battage promozionale per un livello intermedio che non suscita troppe curiosità . Ma qui c’è molto, moltissimo, di più.
«LA BASE NON È STATA ASCOLTATA»
L’aria che tira sulle primarie democratiche di Lombardia è decisamente uggiosa. E non è solo una questione meteorologica.
Tessera in mano, nonostante fossero primarie aperte (e in molti casi esibita senza orgoglio), età  media oltre gli anta, aria smarrita: il profilo del «comunque votante» è decisamente cambiato rispetto a solo due mesi fa.
Nel migliore dei casi, tanta voglia di capire e di giocarsi, comunque, quest’ultimo jolly – «ultimo per me stesso e per tutto il Pd», come dice Giancarlo anche a nome di molti altri – facendo quadrato intorno a Renzi attendendone governo e mosse prossime venture.
Altrimenti, solo di sfogare rabbia e delusione. Per la segreteria, qui se la giocavano la civatiana Diana De Marchi e il renziano Alessandro Alfieri, ma al di là  di candidati e risultati, è andata più o meno come nelle altre regioni: voti poche migliaia, e quasi solo di tesserati, discussioni tante. Lo sconcerto si riversa sul voto: l’outsider De Marchi, che sembrava dovesse essere una candidatura di mera testimonianza, in molti seggi surclassa il favorito Alfieri.
Delle regionali, ovviamente, si parla poco e niente: dopo aver vagliato la situazione per giorni al chiuso delle proprie case e scaricato batterie intere sui social network, l’ultima chiamata ai seggi di questo percorso congressuale diventa il primo momento di confronto collettivo sui ribaltamenti della settimana.
Tutto interno al Pd. La base è scossa: sono discussioni lunghe e accese, filze di domande, giustificazioni e accuse oltranziste, ma per lo più posizioni attendiste e tanta voglia di chiarezza. Giancarlo è un renziano della prima ora, e ammette che «la svolta è stata notevole, sia rispetto alla linea del Pd, sia rispetto a quella personale di Renzi: è ovvio ci sia sorpresa, in molti casi stordimento e indignazione. Anche perchè la base non è stata ascoltata per niente».
E però. Per spiegare l’accaduto, Giancarlo chiama in causa i «motivi di urgenza, economica e occupazionale».
Quindi va sul classico, sulla metafora sportiva: «Quando una squadra sta per perdere che fa? Mette un attaccante. Il nostro è Renzi, è l’ultima carta che abbiamo da giocare. Certo, rischia lui e rischiamo tutti noi. Moltissimo».
C’è chi ricorda il prossimo test delle europee di maggio, qualcuno teme il tracollo, altri sono convinti che nel frattempo Renzi sarà  riuscito a portare a casa «alcune cose importanti », che «faranno dimenticare» o addirittura «giustificheranno» gli ultimi giorni.
Teresa riporta gli umori del suo circolo, Milano nord, dove a fine giornata i voti non sono arrivati a 100 contro i 2000 dell’8 dicembre, comprese molte schede bianche: «Come i renziani, anche i cuperliani sono divisi – dice – c’è chi ha accettato il voto in segreteria, e chi invece parla di guerra tra bande ed è convinto che Cuperlo avrebbe dovuto almeno astenersi».
Sul disagio del militante medio aleggiano intanto le parole di Pippo Civati, che tra l’altro ha votato pure lui in Lombardia, a Monza.
L’unico che si è dichiarato contrario al passaggio Letta-Renzi, che ha parlato del disagio di una decina di parlamentari e che ha anche lasciato pensare alla possibilità  di una fuoriuscita a sinistra (anche se «non ho mai parlato di scissione», chiarisce poi lanciando l’hastag #Matteo stai sereno »).
Provocazione o embrione di progetto che fa gola? «Per me, il Pd resta il progetto più valido – dice il civatiano Luca – E, pensando anche a chi parla di un patto con Berlusconi, non penso che il confronto con Forza Italia possa andare più in là  della legge elettorale. Certo, il Pd a febbraio scorso i voti li ha presi con un progetto di centrosinistra, adesso vedremo che linea politica adotterà … ».
Come dire, nulla è scontato. Anche Silvia è civatiana, candidata in lista con la De Marchi: «È un azzardo, se Renzi fallisce è finita per lui e per il Pd – dice -Ma la mia è una posizione di lealtà  rispetto al partito, voglio fare da stimolo, ma dall’interno. E mi sembra che così la pensino in molti: l’altro giorno il clima era più battagliero, prevaleva la rabbia, adesso c’è voglia di restare uniti e di fare quadrato intorno a Renzi e al nuovo governo».
Un’altra civatiana, invece, taglia corto: «Che lo spazio a sinistra ci sia lo sappiamo in tanti. È evidente che bisogna trovare un’alternativa, e che il momento è arrivato».
Come dice una vignetta che spopola su Facebook: «Dimmi qualcosa di sinistra. Addio».

Laura Matteucci

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GAZEBO DESERTI, LE PRIMARIE FANTASMA DEL PD

Febbraio 17th, 2014 Riccardo Fucile

FASSINA ATTACCA: “PER LE URNE VUOTE POSSIAMO RINGRAZIARE RENZI”

Verranno ricordate come le primarie più fiacche della storia del Pd.
Primarie fantasma, in molti casi, visti i candidati unici (scelti dalla direzione nazionale) che si sono presi la segreteria regionale per mancanza di avversari.
In alcuni casi primarie macchiate di giallo (seppur sbiadito) come avvenuto in Campania, dove sono stati denunciati brogli: il deputato piddino Guglielmo Vaccaro , a metà  pomeriggio, è sbottato: “Non è possibile che in piccoli paesi di provincia voti una persona ogni 25 secondi”. Un voto che, alla fine, nel migliore dei casi, è stato disertato: affluenza in crollo ovunque, da Roma a Torino.
Nel Lazio, 4 anni fa, avevano votato in 120 mila. Ieri hanno contato poco più di 20 mila schede. Tra le poche certezze Michele Emiliano, sindaco di Bari e sul punto di entrare nella squadra di governo, che è diventato il segretario regionale del Pd in Puglia per acclamazione. Non aveva avversari. “Sento la responsabilità  di essere il segretario di tutti”, ha detto.
La prima cosa fatta è stata quella di nominare tre vice, tutte donne, una vicina a Gianni Cuperlo, un’altra a Pippo Civati e la terza di sua fiducia.
“Non so se diventerò ministro”, ha detto Emiliano, “ma adesso tocca a Nichi Vendola esprimersi a favore del governo Renzi. È uno sforzo che può fare, anche e soprattutto dopo che il Nuovo centro destra ha preso con forza le distanze da Berlusconi”.
Un’altra regione, la Toscana, un altro quasi ministro (Maria Elena Boschi) a sorvegliare le operazioni di voto e un altro segretario nominato e non eletto.
Chi l’avrebbe detto: il Pd renziano, nato sotto la stella delle primarie, che sceglie i suoi uomini di punta senza nessuna consultazione.
Nella Firenze del presidente del Consiglio quasi incaricato, ieri, è stato il papà  di Matteo, da sempre militante del Pd, ha incoronare il nuovo segretario Dario Parrini (superfluo aggiungere che è un renziano della prima ora): non aveva avversari. I giochi erano stati fatti in precedenza.
Le nomine senza voto, ieri, sono arrivate anche per Roger De Menech, plenipotenziario in Veneto, Alessandra Grim in Friuli Venezia Giulia e Fulvio Centoz, già  segretario da una settimana in Valle d’Aosta.
Hanno votato, invece, senza nessun entusiasmo e con pochi iscritti nei 661 seggi in Lombardia: “Sto passando questi ultimi giorni non tanto a parlare della mia candidatura quanto a spiegare cosa è successo a Roma. La gente non è arrabbiata, ma spaesata sì. Non ha capito. Mi sono arrivati decine di sms e mail con scritto ‘a votare non ci vengo più’”, racconta il favorito e segretario uscente Alessandro Alfieri, renziano sostenuto anche dal grosso degli ex bersaniani, sicuramente confermato segretario.
Questo la dice lunga sul clima che si respira nel Pd.
L’Emilia Romagna, la Sardegna e l’Abruzzo hanno rinviato l’appuntamento. Ma anche dove c’erano più nomi di candidati non c’è stata nessuna corsa al voto.
L’attenzione in questi giorni è spostata a Roma e i cosiddetti congressi regionali già  sulla carta non avevano molto da dire.
E così è stato. Nessuna coda, entusiasmo sotto i piedi, mal di pancia per l’accelerazione di Renzi. Civati è andato al suo seggio, a Monza: “Affluenza decisamente bassa, massimo il 10% di chi è andato a dicembre, secondo i dati che ho” ha spiegato il parlamentare del Pd. Per poi affondare il coltello: “Più che simpatizzanti ho visto antipatizzanti, da quello che dicevano. Non so se ci rendiamo conto di cosa facciamo”.
Non va per le leggere neppure Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: “La confusione politica nazionale in Sicilia si somma al permanere di una dirigenza che da oltre 10 anni pur di conservare scampoli di potere ha condannato il centrosinistra alla sistematica sconfitta elettorale. In queste condizioni il Pd ha scoraggiato cinicamente e scientificamente la partecipazione di iscritti e non iscritti”.
Durissimo e diretto al segretario l’attacco di Stefano Fassina: “È colpa di Renzi. Le urne vuote sono la conseguenza della brutale sfiducia a Letta”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A CIVATI: “GLI SCISSIONISTI SONO I FEDELISSIMI DI MATTEO, NON IO CHE PROVO DISAGIO”

Febbraio 16th, 2014 Riccardo Fucile

“DIECI NOSTRI SENATORI POSSONO NON VOTARE LA FIDUCIA

La parola più ricorrente è «disagio».
Pippo Civati è rimasto fermo sulle sue posizioni: «Ma come, per non fare le larghe intese con le elezioni, finiamo per farle senza votare?».
Granitico sul no al nascituro governo Renzi. Su cui «una decina di parlamentari, soprattutto al Senato» potrebbero convergere quando ci sarà  da votare la fiducia
Nel Pd c’è chi l’accusa di voler fare la scissione per interesse personale…
«Gli scissionisti sono loro, non io. Io pongo un problema politico dicendo che stiamo facendo una cosa azzardata. Non ho mai parlato di scissione, ho solo segnalato che c’è qualcuno che la fiducia, magari, non la vota».
Per esempio?
«Per esempio la dichiarazione di Casson (“Diremo no se non ci ritroveremo sui contenuti e i metodi”), che non ho neppure sentito e che è del tutto indipendente da me. C’è un disagio, ma il problema sarebbe Civati che non vota la fiducia?».
Quindi conferma che non la voterà ?
«Quando saprò qual è il governo, da chi è composto e quale sarà  il programma esprimerò il mio giudizio. Al momento sono solo molto a disagio».
Perchè?
«Il problema che sollevo è politico, non personale. Ma continuano ad attribuirmi intenti che non ho: lo sto scrivendo sul mio blog cosa penso, mica sto facendo magheggi sottobanco».
Cosa non la convince?
«La maggioranza è la stessa di prima, con la differenza che durerà  quattro anni. E per non fare le larghe intese con le elezioni (per via del proporzionale), le facciamo senza. Assurdo».
E come lei anche altri?
«Il Pd non sta facendo quello che il Pd è stato incaricato di fare, nè all’inizio nè a metà  di questa legislatura. C’è qualcuno quindi che, legittimamente, solleva obiezioni. Siccome sono tutti preoccupati dal sì di Alfano, che è condizionato non si sa bene a cosa, magari, oltre a me, c’è anche qualcun altro che si sente a disagio».
Li potremmo definire sostenitori della «mozione» Civati?
«Non c’è nessuna mozione Civati. C’è una decina di parlamentari, soprattutto al Senato, che sono in difficoltà . E c’è un articolo della Costituzione che esclude il vincolo di mandato».
Dieci al Senato è un numero che pesa per la tenuta della maggioranza, non trova?
«Renzi non deve temere, può sbagliare da solo anche senza i dieci. Non sono decisivi».
Ha chiesto al Pd di smentire trattative in corso tra Renzi e Verdini tese a ridimensionare il peso di Alfano in maggioranza. Alla fine è arrivata…
«Meno male, siamo stati in pena tutto il giorno».
Vendola ha tagliato tutti i ponti col governo Renzi, se lei non fa la scissione del Pd ma, come sostiene sempre lei, la fanno gli altri, può nascere qualcosa di nuovo?
«Siamo in un passaggio di fase micidiale. Vendola ha parlato di nuovo mondo, di una nuova “Repubblica”, in senso ironico ovviamente, e in effetti non ha tutti i torti. Un passaggio che supera quello che c’era stato l’anno scorso, perchè adesso lo stiamo facendo a freddo non come conseguenza del tradimento dei 101. Lo facciamo intenzionalmente. Certo che c’è la possibilità  che nasca qualcosa di diverso. Anche senza che le colpe siano addebitate a me».

Antonio Pitoni
(da “La Stampa“)

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PRIMARIE A CALCI E PUGNI: L’IRA DELLA BASE PD

Febbraio 16th, 2014 Riccardo Fucile

DAVANTI ALLA SEDE PD I MILITANTI CONTRO LE NUOVE LARGHE INTESE: “FATECI VOTARE”….. RISSA PER LA SCELTA DEI CANDIDATI, DUBBI SULLA STAFFETTA

I militanti protestano con le tessere tra le mani, gli elettori hanno cattivi pensieri, i sondaggi virano al nuvoloso. E le primarie per le segreterie regionali, tra risse e ricorsi, assomigliano già  a un bel guaio.
Il Renzi che corre verso palazzo Chigi ha lasciato molto dietro il suo partito, quel Pd che in larga parte non ha capito il suo strappo.
Il segretario che picchiava sul governo Letta e rispondeva a muso duro a Fassina e a Cuperlo “perchè ho preso tre milioni di voti nelle primarie” sarà  premier senza passare per le urne.
E nel segno sempre delle larghe intese, con gli Alfano e gli Schifani.
Contraddizione da gastrite, per la pancia (e non) dei Democratici. Il Pd potrebbe pagare dazio già  oggi, con larghi vuoti nei seggi delle primarie e nei congressi per le segreterie dem di 14 regioni.
E sempre oggi si vota per le Regionali in Sardegna, dove già  i Democratici corrono con un candidato dell’ultimo minuto, Francesco Pigliaru, gettato nella mischia dopo il ritiro (forzato, anche da Renzi) di Francesca Barracciu, vincitrice delle primarie e indagata per peculato.
L’aria che tira la racconta la protesta davanti al Nazareno, la sede nazionale del Pd, dove ieri mattina si è materializzato un gruppo di militanti con tanto di bandiere. Nelle mani, la tessera elettorale e quella di partito.
Messaggio chiaro: “Fatecele usare”. Un monito al segretario, spiegato così da un portavoce del gruppo: “Renzi aveva lanciato l’hahstag #Enrico stai sereno; noi invece diciamo ‘Matteo non stare affatto sereno, stai attento’. Quanto sta accadendo non piace a tanti di quelli che lo hanno votato nelle primarie”.
Un chiaro sintomo della febbre del malcontento.
Altri segni si trovano sul web, dove traboccano lo stupore e la rabbia di tanti militanti, pure renziani. E, soprattutto, circola un appello: non andate a votare alle primarie regionali.
Un appuntamento rimasto parecchio sotto traccia, visto il trambusto sulla scena nazionale. Ma sul voto di oggi pesa anche una gestione affannosa, sul piano organizzativo e politico.
In lode al dogma del “tutti sul carro del vincitore”, le varie correnti in molte regioni hanno lasciato spazio a un candidato unico, ovviamente renziano.
Dal Friuli Venezia Giulia al Veneto, fino alla Puglia, oggi si svolgeranno molti congressi per ratificare un segretario già  deciso nella stanze di partito.
Dove invece c’è gara, è tutti contro tutti.
Per esempio a Cosenza , dove ieri due dirigenti, il segretario del circolo del centro storico Damiano Covelli e il vicecapogruppo del consiglio comunale Marco Ambrogio, se le sono date.
Motivo del contendere, la costituzione di un seggio elettorale in contrada Donnici. Sufficiente perchè volassero, pare, schiaffi e pugni.
Ricorsi e veleni nelle Marche, dove si fronteggiano Francesco Comi e Gianluca Fioretti . Ma Luca Ceriscioli, escluso perchè sindaco di Pesaro ancora in carica, invita tutti a non votare.
I suoi ricorsi per l’ammissione, o almeno per un rinvio del voto, hanno sbattuto contro il muro del partito nazionale. Dalla sua parte il vicepresidente nazionale del Pd Matteo Ricci, che sibila di “primarie farsa”, e la senatrice Camilla Fabbri: entrambi assenti sicuri ai seggi.
Nervi tesi pure in Campania, dove uno dei tre candidati, Michele Grimaldi aveva chiesto l’esclusione degli altri due candidati, Assunta Tartaglione e Guglielmo Vaccaro, accusandoli di aver presentato le liste fuori tempo.
L’istanza è stata respinta, (anche) con la motivazione curiosa che “esistono numerosi precedenti in cui un ritardo nella presentazione non è stato considerato ragione di esclusione”.
Poi ci sono le regioni con due candidati renziani, Lazio e Liguria: a conferma che il vagone del rottamatore è il più ambito.
A margine, le domande sull’effetto della staffetta Letta-Renzi sui sondaggi.
Secondo una rilevazione di Ipr Marketing per Matrix, il 54 per cento degli italiani boccia il cambio in corsa.
Dato che sale al 59 per cento tra gli elettori del Pd. Renato Mannheimer (Ispo) conferma la tendenza: “Nei nostri sondaggi la maggioranza degli italiani è contraria al cambio. Il mal di pancia è forte, anche se è difficile .
Roberto Weber (Ixè) va oltre: “Renzi aveva un rilevante e trasversale patrimonio di immagine. Ma ora ha un percorso in salita. Se non dà  subito segnali forti nei primi mesi di governo, rischia di pagare cara l’accelerazione”.

Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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«IN UN ANNO LIQUIDATI BERSANI E LETTA: MATTEO SARÀ LA NOSTRA TERZA VITTIMA»

Febbraio 15th, 2014 Riccardo Fucile

INTERVISTA A ELEONORA CIMBRO (PD): “NON SO CON QUALE CORAGGIO MI PRESENTERO’ NEL MIO CIRCOLO DOMENICA”

Che succede?
«Sono tutti infuriati, disorientati, mi scrivono mail piene di delusione. Hanno ragione. Questa di Renzi è una scelta difficile da giustificare».
La solitudine della deputata bersaniana Eleonora Cimbro, 35 anni, insegnante di lettere nella scuola media di Bollate («quella del video della ragazza picchiata postato su Facebook»), si manifesta in un divanetto del Transatlantico.
Sospira: «Che cinismo! Alla fine tocca a noi peones metterci la faccia».
Il cinismo della sua corrente che liquida in quel modo Letta?
«Sono allibita, schifata per come l’hanno trattato, umanamente dico. Con quanta fretta poi hanno voluto sostituirlo: e adesso sono già  tutti lì a trattare sui posti di sottogoverno, in una eterna partita di potere».
Perchè non ha votato per la mozione Renzi?
«Ero ospite, senza diritto di voto. Quel che ho visto mi ha disgustata. Non giriamoci attorno: è stata la minoranza a innescare il cannibalismo interno».
Il Pd divora i suoi leader?
«In un anno abbiamo fatto fuori il segretario e il premier: Renzi rischia di essere il terzo cadavere».
Pensa che l’hanno scelto per logorarlo?
«Ho paura di sì».
Renzi l’ha delusa?
«Lui ha un passo che gli altri non riescono a tenere. Ma ha spiazzato i suoi stessi sostenitori: arriva a palazzo Chigi con una manovra di palazzo».
Ora è uguale agli altri?
«I suoi sostenitori mi scrivono: era un jolly per le elezioni, non lo volevamo così».
Letta non ha dimostrato di non crederci più?
«Ma andava sostenuto, noi parlamentari l’abbiamo visto solo in un paio di fugaci occasioni. Il Pd così gli ha trasmesso la sensazione di non sostenerlo. Perchè ha prevalso il partito del non voto. Nessuno vuole tornare a casa».
Nemmeno lei?
«A me converrebbe stare qui fino al 2018, ho tre figli. Ma credo che tutto questo abbia poco a che vedere con il Paese reale. Penso alle madri di quegli alunni di Bollate, non sanno dove sbattere la testa perchè i sussidi del welfare si sono assottigliati ».
Lei si sente ancora della minoranza?
«Non lo so più. Ho sostenuto Cuperlo alle primarie, ma provo delusione. In Direzione m’è piaciuto Civati».
Passa con lui?
«È stato bravo, ha detto che c’era un’alternativa a Renzi. In generale quel che è accaduto mi fa riflettere sull’opportunità  della mia funzione di parlamentare».
Che dubbi ha?
«Mi domando: “Cosa ci faccio qui se non riesco a risolvere i problemi? Quelli veri, della gente”».

Concetto Vecchio

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