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A BOLOGNA IL PD FA IL REFERENDUM SUL PATTO DI GOVERNO COME L’SPD IN GERMANIA

Gennaio 25th, 2014 Riccardo Fucile

LA PROPOSTA DI DIECI CIRCOLI: SOTTOPORRE L’ITALICUM AL GIUDIZIO DEGLI ISCRITTI

Un “referendum consultivo“ interno al Partito Democratico per invitare gli iscritti ad esprimere la propria opinione sul patto di governo tra il presidente del Consiglio Enrico Letta e gli altri partiti di maggioranza, il cosiddetto Impegno 2014.
E’ l’iniziativa che l’ex segretario bolognese Alessandro Gabriele che ha proposto alla direzione democratica cittadina “per ricompattare la base associativa del partito”, frammentata dopo i sussulti provocati dall’istituzione del governo delle larghe intese e dall’elezione del segretario Matteo Renzi.
“L’idea viene dall’Spd tedesca che a dicembre ha consultato i propri iscritti sull’accordo di governo con i cristiano democratici di Angela Merkel — spiega Gabriele — Il referendum interno in Germania è andato bene, non solo la partecipazione è arrivata al 78%, 370mila votanti in tutto, ma il partito ne è uscito rafforzato e il risultato ha fornito al governo un importante strumento negoziale. Quindi ho pensato che potesse essere un’ottima pratica da adottare anche in Italia”.
Insomma, che sia un patto alla tedesca, ma pienamente alla tedesca.
L’idea, proposta via ordine del giorno alla direzione del Pd di Bologna, è già  stata accolta da 10 circoli cittadini, che il 28 gennaio prossimo si incontreranno a Borgo Panigale con le altre realtà  che aderiranno per fissare una data unica per le consultazioni.
“Al referendum parteciperanno tutti i circoli che sottoscriveranno l’ordine del giorno che abbiamo inviato, dopo di che tutti gli iscritti che fanno parte dei circoli che hanno scelto di indire la consultazione interna potranno esprimersi a favore o contro l’Impegno 2014 — continua Gabriele — a votazione conclusa, infine, comunicheremo al Presidente del Consiglio Enrico Letta e alla direzione del Pd l’esito del referendum”.
Il punto, secondo Gabriele, ideatore dell’iniziativa insieme a Massimiliano Vignoli, segretario del Pd di Sala Bolognese, è che “in queste settimane, a livello nazionale, si è parlato poco di contenuti mentre le scelte del partito hanno molto peso sugli iscritti: ecco, io ritengo che il rapporto tra il Pd ed il governo si debba basare su un accordo condiviso ed approvato dalla base”.
“In un certo senso — sottolinea l’ex segretario democratico di Bologna — chiedere gli iscritti di votare è uno stimolo per il governo a lavorare bene, un po’ come succede tra un sindacato e i lavoratori. Noi iscritti al Partito Democratico valuteremo il suo impegno, e credo che se il patto con i partiti di maggioranza sarà  fatto in maniera ragionevole e con obiettivi chiari, fissati assieme alle forze politiche, gli iscritti al Pd si esprimeranno con molto buon senso”.
Il modello, precisa l’ex segretario dei democratici bolognesi, “non ha nulla a che vedere però con la struttura partecipativa ideata e promossa dal Movimento 5 Stelle: nel nostro caso a votare verranno iscritti in carne ed ossa che prima di decidere si consulteranno incontrandosi di persona. Niente di paragonabile, insomma, al sistema dei grillini, dove si discute in una piazza virtuale e non è chiaro chi siano le persone da votare, o quali siano i temi sui quali ci si deve esprimere”.
La proposta, che altri circoli di Bologna stanno valutando se sottoscrivere, racconta Gabriele, è piaciuta anche all’attuale numero uno di via Rivani, Raffaele Donini.
“Del resto — spiega il democratico bolognese — la consultazione diretta su alcuni temi precisi fa parte del suo impegno elettorale, è iscritta nel programma. Certo, questa è una questione nazionale e il contesto è un po’ diverso, ma si tratterà  di una sperimentazione e speriamo venga valutata positivamente dal Pd di Bologna. Auspico, quindi, che come previsto dal nostro statuto, in futuro lo strumento del referendum interno tra gli iscritti venga adottato su tutte le scelte importanti”.

Annalisa Dall’Oca

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PD DI RISSA E DI GOVERNO: IL PIANO DI D’ALEMA

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

IL VIETNAM DI RENZI IN PARLAMENTO…”RENZI E’ UNO DI QUELLI CHE VUOLE PRENDERE LA BASTIGLIA CON L’ACCORDO DI BARONI E BARONESSE”

Il passo è, da sempre, felpato. Si vede e non si vede, ma è peggio quando non si vede; le conseguenze, poi, arrivano all’improvviso, quando è ormai troppo tardi per metterci riparo.
Le dimissioni di Cuperlo, per dire, sono opera sua.
Massimo D’Alema ne aveva già  discusso con l’ormai ex presidente Pd prima della direzione del partito, Fassina ne era al corrente, ma non approvava, poi quella frase, sprezzante, di Renzi nella replica al suo discorso e tutto è stato più semplice.
Il piano del vero, grande rottamatore della sinistra italiana, appunto Massimo D’Alema, è andato splendidamente in porto.
Renzi ha perso definitivamente il controllo della sinistra del partito e il suo incubo peggiore, ora, è che questa sinistra non abbia un vero leader con il quale interloquire.
E che il percorso di tutte le sue iniziative, dalla legge elettorale al piano lavoro, passando anche per la riforma della giustizia (che sta scrivendo con Maria Elena Boschi) si trasformino in un Vietnam, prima in commissione, poi in Aula. .
D’Alema sostiene di trovarsi a distanza perchè “com’è noto, passo la maggior parte del mio tempo all’estero”, ma dietro questo ennesimo cortocircuito interno c’è chi l’ha giurata a Renzi da sempre.
Solo a fine estate scorsa, d’altra parte, diceva: “Renzi è come quelli che vogliono prendere la Bastiglia con l’accordo di baroni e baronesse”.
E che poi, giusto l’altro giorno, a commento del discorso del segretario in direzione: “Siamo alle comiche”. L’ultimo che l’ha detto è finito male, ma lui non se ne cura; l’importante, in questa fase, è non far trionfare Renzi, forse per dimostrare che nessuno è in grado davvero di “cambiare verso” al Paese.
Poi Renzi ha fatto entrare il pregiudicato al Nazareno, colpendo al cuore l’ortodossia dell’ancien regime del Pd, certo, ma rompendo anche un tabù della “vecchia politica”, cifra dalemiana nei rapporti con gli avversari di sempre.
Per questo, ora D’Alema punzecchia. L’ha fatto anche l’altro giorno, ovviamente dall’estero, mandando i soliti messaggi cifrati: “Fare le riforme è un elemento molto positivo, sono necessarie per il nostro Paese, certamente bisogna farle bene. Il Parlamento discuterà  e approfondirà , nella piena libertà  di approfondire, correggere, decidere, secondo le regole democratiche normali”.
Pochi minuti prima, il sindaco di Firenze aveva avvertito: “Se si cambia qualcosa, salta tutto”.
La lettura in filigrana del messaggio dalemiano non ha bisogno di grande esegesi, è limpida: occhio Renzi — ecco la “profanazione” del verbo politichese dalemiano — perchè in Aula sulle riforme te le facciamo scontare tutte. E prima dell’Aula, direttamente in commissione”.
I numeri, invero, sono tutti a sfavore di Renzi.
Commissioni, gruppi, ovunque bisogna fare i conti con la composizione voluta da Bersani e, dunque, di stretta osservanza della sinistra del partito.
In commissione Affari Costituzionali, dove c’è la legge elettorale, la geografia è particolarmente contraria al segretario Pd: 13 a 8. Altro che Vietnam.
Servirebbe un mediatore, uno capace di reggere le fila senza dar sfogo all’ala dalemiana che a ogni pie’ spinto da l’idea di voler riaprire il congresso.
Pensano a Pier Luigi Bersani, anche per la sostituzione di Cuperlo, l’uomo capace di arrivare al chiarimento di rapporti tra maggioranza e minoranza Pd senza strappare tutto e, soprattutto, senza lasciare che i tatticismi dalemiani prendano il sopravvento.
Un lavoto certosino, di lunga e difficile tessitura, che presuppone anche l’assenso proprio di D’Alema a dare il via libera al “cambio del verso” del partito.
Ma come fidarsi mai di chi sostiene, non smentito, che “capotavolo è solo dove mi siedo io”?

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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CHI E’ IL NUOVO TESORIERE RENZIANO (MOROSO) DEL PD

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

LO CHIAMANO “BONITAXI” PERCHE’ SCARROZZA IN AUTO RENZI DA 5   ANNI…MA BONIFAZI NON HA ANCORA VERSATO I 30.000 EURO DOVUTI AL PARTITO

C’eÌ€ stato un tempo in cui Francesco Bonifazi, 37 anni, nuovo tesoriere del Pd di provata fede renziana, era dalemiano; era la stagione 2008-2009, a Firenze c’erano le primarie per scegliere il nuovo sindaco e Bonifazi, detto «Bonitaxi» perché spesso scarrozza il segretario democratico sulla sua Audi A4 nera, era il capo dello staff elettorale di Michele Ventura, ex vicecapogruppo alla Camera del Pd che del dalemismo ha fatto una religione.
D’altronde, la storia familiare bonifaziana eÌ€ inserita nella filiera Pci-Pds-Ds.
Tutti comunisti, in casa: il babbo eÌ€ Franco Bonifazi, per anni direttore della Mukki, la centrale del latte; lo zio eÌ€ Alberto Bruschini, giaÌ€ membro della deputazione generale del Monte dei Paschi e giaÌ€ direttore della Cassa di risparmio di Prato. Persone, insomma, che un tempo sarebbero state definite «notabili di partito».
Insieme con Bonifazi, nel comitato pieno di antirenziani, c’era anche Maria Elena Boschi, oggi responsabile riforme della segreteria pd, con la quale c’eÌ€ un’amicizia di vecchia data.
È stato infatti Bonifazi qualche anno fa, quando ancora il sindaco non la conosceva bene, a spingere perché la bionda avvocatessa facesse parte della squadra di Renzi, proponendola per il cda di Publiacqua, partecipata del Comune di Firenze.
Ma Boschi non eÌ€ l’unica a essere stata segnalata da Bonifazi.
Il tesoriere in passato ha sponsorizzato anche Federico Lovadina, avvocato tributarista trentenne e suo collega di studio, nominato nel cda della Mercafir.
Perché anche le segnalazioni devono rispettare le pari opportunitaÌ€. Buona sorte anche per la fidanzata Caterina Carpinella: la sua associazione culturale Cultcube nel 2010 ha preso in gestione il teatro dell’Affratellamento, luogo storico della sinistra fiorentina (il cui vicepresidente eÌ€ babbo Bonifazi) e lei eÌ€ da poco responsabile cultura del Pd fiorentino.
Da quando è stato folgorato sulla via di Rignano, Bonifazi non si stacca più da Renzi.
Ma non si limita a guidare la macchina del capo; una volta, quando Bersani era segretario del Pd e incontroÌ€ a pranzo il sindaco, toccoÌ€ a «Bonitaxi» pagare il conto.
Per questo chi non lo conosce lo scambia per la guardia del corpo. Ma fisiognomicamente, saraÌ€ la barba, saraÌ€ la faccia, eÌ€ una via di mezzo fra il Valerio Staffelli di Striscia la notizia e un naufrago dell’Isola dei famosi.
Mettici anche il ventre prominente di cui un po’ si vergogna. Lo scrive su Facebook quando, il 24 settembre 2013, interviene per la prima volta alla Camera: «Dichiarazione di voto su articolo 11 delega fiscale. Emozione irripetibile, ma anche un grande onore! E forse anche un po’ troppa pancia» eÌ€ la didascalia del selfie di Bonifazi, che assieme a Boschi e a Luca Lotti, il braccio ambidestro del sindaco, eÌ€ nel «giglio magico» di Matteo Renzi.
Nel 2009 Renzi gli chiese di fare l’assessore, ma lui disse no perché si trova meglio nei ruoli politici che in quelli tecnici.
Da capogruppo del Pd a Palazzo Vecchio ha fatto da cuscinetto a Renzi su tutte le magagne che il sindaco si trovava di fronte, cercando di tenere a bada la minoranza del gruppo consiliare.
Un ruolo rispettato fino in fondo, anche a sua insaputa, quando non era ancora alla guida del gruppo consiliare: durante la campagna elettorale per le amministrative ogni tanto uscivano fuori comunicati tonitruanti contro gli avversari, tipo Giovanni Galli, l’ex portiere scelto dal centrodestra, di cui lui non sapeva neanche l’esistenza; erano preparati dallo staff renziano, ma uscivano con la firma di Bonifazi.
Quando dichiara spontaneamente, invece, dichiara poco. Prima di aprire bocca vuole sempre essere sicuro di dire una cosa in linea col segretario. Questo tuttavia non gli evita qualche gaffe. Nel maggio 2012, durante il Consiglio comunale, si diffuse in aula la notizia, falsa, della morte di Paolo Villaggio.
Bonifazi prese parola e propose un minuto di silenzio. Poi si scopriÌ€ che Villaggio era, ed eÌ€, vivo e vegeto. «Ringrazio per la gentilezza dell’iniziativa e per le condoglianze, ma per ora sto ancora abbastanza bene» disse Villaggio. «EÌ€ stato un minuto di silenzio preventivo, un’iniziativa mai vista».
A differenza di altri renziani, Bonifazi non critica mai il sindaco-segretario. Non lo sentirai mai sfogarsi, neanche se c’eÌ€ qualcosa che non gli torna.
Lo chiama «Matteo» come tutti quelli che gli stanno intorno, ma anche «Il cavallo»; e aggiunge che «con Matteo si vince tutto».
Il suo vecchio amico Ventura, quando erano insieme, lo ammoniva spesso: «Francesco, il senso critico bisogna sempre mantenerlo». Oggi peroÌ€, dice Ventura, «il senso critico di Francesco si eÌ€ un po’ perso, diciamo meglio: si eÌ€ annullato. Eppure un leader che forma una squadra deve contornarsi di persone che lo criticano. Anche perché per criticare bisogna avere personalitaÌ€. Io comunque non nutro alcunché nei confronti di Francesco, pur pensandola diversamente, continuiamo a confrontarci».
Di Antonio Misiani, il suo predecessore, Bonifazi dice che eÌ€ «una persona seria», ma appena nominato ha fatto subito fare una due diligence per avere il bilancio a raggi X e dato in pasto ai giornali i conti del partito per rivelare quanto sia messo male.
Anche lui però ha qualche conticino aperto con il partito.
Quello del Piemonte, la Regione dov’eÌ€ stato eletto nel febbraio scorso grazie al listino bloccato. In Piemonte, come in molte altre federazioni regionali, il Pd chiede un contributo ai suoi candidati consiglieri regionali e parlamentari.
In questo caso sono 30 mila euro spalmabili sulla legislatura, cioeÌ€ in teoria 6 mila l’anno. Bonifazi, ha scoperto il Foglio, fino alla metaÌ€ di gennaio non aveva ancora cominciato a pagare le quote.
A Panorama spiega che «eÌ€ solo un problema burocratico: sono stato eletto in Piemonte, ma non eÌ€ ancora chiaro se i soldi li devo dare alla federazione piemontese o a quella in cui sono iscritto, cioeÌ€ quella della Toscana. Avevo giaÌ€ chiesto delucidazioni quando il responsabile enti locali era Luca Lotti. PagheroÌ€ appena questo nodo saraÌ€ sciolto».
Ma la coordinatrice della segreteria regionale del Piemonte, Magda Negri, eÌ€ inflessibile: «Capisco che l’onorevole Bonifazi, eletto nella circoscrizione Piemonte 2 per la Camera, voglia molto bene alla sua cittaÌ€ e dopo 11 mesi dalla sua elezione s’interroghi su dove versare la quota che i candidati in posizione eleggibile, nel caso dell’on. Bonifazi non conquistata attraverso primarie ma regalata nella trattativa nazionale tra le correnti, dovevano garantire alle organizzazioni territoriali nella misura di un terzo alla firma di accettazione della candidatura e il resto rateizzato».
Continua Negri: «Eppure l’attuale amministratore del Pd non puoÌ€ non ricordare di avere firmato una dichiarazione di accettazione del regolamento finanziario del Pd del Piemonte al fine di contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di autofinanziamento della campagna elettorale per le elezioni politiche del 2013. Un’accettazione con firma di suo pugno. Per usare il tono piuÌ€ lieve che va di moda oggi, caro Bonifazi non c’eÌ€ nessun problema: i soldi sono dell’organizzazione piemontese che ti ha eletto e non dei fiorentini che ti hanno proposto».
Insomma, caro Bonifazi, la porti un assegno in Piemonte.

David Allegranti
(da “Panorama“)

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UN PENALISTA DI FORZA ITALIA GUIDA I LAVORI

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

IN COMMISSIONE DEMOCRATICI SPACCATI

Il presidente della I commissione (Affari costituzionali), Francesco Paolo Sisto di Forza Italia, suona il pianoforte (pare che si sia esibito con il Cavaliere in una prova canora memorabile) e di professione fa l’avvocato penalista a Bari dove è molto quotato.
Nel capoluogo pugliese, appunto, lo chansonnier Sisto ha avuto la ventura di difendere l’allora governatore Raffaele Fitto e da quel patrocinio legale gli è poi venuta voglia di tuffarsi in politica.
Così – dopo aver fatto parte della «squadra giustizia del Cavaliere» insieme ai colleghi Ghedini e Longo – Sisto ha fatto il salto di qualità  quando la sua vicinanza a Denis Verdini ha facilitato l’ascesa alla presidenza della I commissione, che conta ben 47 poltrone.
Penalista più che costituzionalista, il galante Sisto (talvolta in Transatlantico si inchina e mima il baciamano con le colleghe) si è ritrovato dunque a dirigere il traffico sulla legge elettorale.
Presidente e relatore, Sisto è stato contestato per il doppio incarico ma poi il Pd ha mollato la presa perchè aveva altre gatte da pelare
Infatti il partito che fu di Bersani schiera in commissione due squadre.
La prima, soccombente nei numeri, è fedele al sindaco di Firenze: guida il drappello Maria Elena Boschi, la giovane avvocatessa fiorentina – membro della segreteria e responsabile del Pd per le Riforme (il posto che fu di Violante) – che di recente è stata ricevuta anche da Napolitano.
Boschi ieri pomeriggio non era in commissione perchè impegnata dietro le quinte a tenere i contatti con il segretario durante le ore convulse in cui è stata decisa la sorte della norma salva Lega.
La Boschi, ma anche il portavoce di Renzi, Lorenzo Guerini (che non è in commissione ma è sempre nei paraggi), hanno avuto un bel daffare con il collega Alfredo D’Attorre che incarna più degli altri lo spirito dell’ex segretario Pier Luigi Bersani (anche lui membro della prima commissione).
Come un’ombra accanto a D’Attorre, si muove il professore Andrea Giorgis, torinese vicino a Chiamparino, docente di diritto costituzionale – che in questi giorni ha organizzato il riavvicinamento tra «renziani» e «cuperliani», tant’è che gli iniziali rapporti di forza in commissione (13 a otto) vanno via via smussandosi: «Bisogna fare presto e bene sulla legge elettorale. Per cui non c’è nulla di male, e Renzi ci ha dato atto di non volersi mettere di traverso, se discutiamo di soglia di accesso al premio di maggioranza, di sbarramento e di liste bloccate».
Col passare dei giorni D’Attorre e Giorgis hanno intessuto una tela grazie anche a un eccellente interlocutore in commissione che si chiama Gianclaudio Bressa (franceschiniano schierato con Renzi), uno che mastica pane e legge elettorale fin dalle elementari.
Così hanno iniziato a ragionare intorno a un percorso finalmente unitario anche gli altri commissari del Pd non schierati con Renzi: Roberta Agostini (archivista, nominata da Bersani come responsabile Pari opportunità ), l’ex popolare Maria Gullo, il bersaniano Enzo Lattuca (il più giovane deputato del Pd, classe 1988, dottorando in diritto costituzionale a Bologna), il palermitano Giuseppe Lauricella (docente di diritto pubblico e figlio dell’ex ministro socialista Salvatore Lauricella), il lettiano Marco Meloni (responsabile università  con Bersani), il padovano Alessandro Naccarato (vicino al ministro Zanonato), Barbara Pollastrini (parlamentare da molte legislature, moglie del banchiere Piero Modiano), e l’ex ministro Rosi Bindi.
Resta difficile la posizione di Gianni Cuperlo che ancora ieri sera, dopo una fugace apparizione in commissione, diceva che non tollera l’accusa di «comportamento strumentale» mossagli da Renzi.
I renziani della commissione (Ettore Rosato, Emanuele Fiano, Luigi Famiglietti, Daniela Gasparini e Matteo Richetti, più il lettiano Francesco Sanna) sanno però che dovranno trattare con i «pontieri» di Cuperlo.
Sanna, per esempio, ha contestato la parte in cui la legge sottrae al Viminale il compito di disegnare i collegi e li affida al Parlamento.
Come dire che anche chi appoggia Renzi non considera tutto il testo base come oro colato.
A bordo campo, comunque, osservano e sono pronti a intervenire altri membri della commissione che non hanno nulla da invidiare in quanto a preparazione: Pino Pisicchio (Centro democratico), l’ex ministro Ignazio La Russa (Fdi), l’ex ministro Maria Stella Gelmini (FI), il vendoliano Gennaro Migliore, il costituzionalista del Movimento 5 Stelle Danilo Toninelli, l’avvocato Gregorio Gitti (Per l’Italia).

Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera“)

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RENZI LITIGA CON EPIFANI, UNO DEI CANDIDATI ALLA CARICA DI PRESIDENTE

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

SPUNTA L’IPOTESI BERSANI

Botte da orbi nel Pd. Le dimissioni di Gianni Cuperlo e la corsa per la sua successione, i veleni e le recriminazioni si fondono dando vita a un lacerante braccio di ferro interno.
A largo del Nazareno è già  partita la corsa per la poltrona di Presidente.
E nelle ultime ore è iniziata a farsi largo un’ipotesi suggestiva: affidare la guida dell’assemblea dem a Pierluigi Bersani, da poco rientrato a casa dopo l’intervento.
Matteo Renzi gioca in queste ore la delicatissima partita della legge elettorale. Eppure ha già  iniziato a mettere la testa sul dossier.
Convinto, il segretario, della necessità  di rilanciare: «Voglio spiazzare».
Ecco allora l’idea fatta trapelare da ambienti della maggioranza dem – di proporre all’ex segretario l’incarico appena abbandonato da Cuperlo
Non è escluso che Bersani alla fine accetti. Ammesso che il clima interno migliori, ammesso che davvero ottenga garanzie – come sottolineato in mille contesti – per un Pd capace di mostrarsi «comunità  politica nella quale tutti possono dire quel che pensano».
Sulla pagina Facebook del candidato premier alle ultime Politiche, intanto, si moltiplicano i messaggi di incoraggiamento, accompagnati dalla richiesta di tornare in pista: «Mai come in questo momento c’è bisogno di te»,scrivono.
Oppure ancora l’ala dura: «Riposati che poi c’è da rimediare ai danni di quel moccioso».
La rosa di nomi vagliata in queste ore per individuare il dopo Cuperlo non si esaurisce con Bersani.
C’è innanzitutto Andrea Orlando, ministro dell’Ambiente in quota “giovani turchi”.
A loro, per ragione di equilibri, potrebbe spettare la Presidenza. Anche se Matteo Orfini gioca in difesa: «Io? Non credo di essere adatto. E Orlando fa il ministro». Circolano anche i nomi di Walter Veltroni e dell’attuale vicepresidente Sandra Zampa.
Più difficile invece che possa spuntarla Guglielmo Epifani, protagonista due sere fa di un durissimo botta e risposta con Renzi.
«Caro Matteo – ha tuonato l’ex leader della Cgil durante la riunione del gruppo – con Cuperlo sei stato screanzato». «I miei genitori mi hanno insegnato bene l’educazione», l’infastidita replica del sindaco di Firenze.
I tempi della successione, in ogni caso, restano comunque incerti.
«Per l’assemblea deve venire la gente da tutta Italia – sottolinea Zampa – Ci vorrà  qualche settimana. Credo che entro febbraio chiuderemo la vicenda».

(da “La Repubblica”)

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RETROSCENA-VERGOGNA, FORZA ITALIA RASSICURA LA LEGA: “IL SALVA-SALVINI LO INSERIREMO DOPO CON UN EMENDAMENTO”

Gennaio 23rd, 2014 Riccardo Fucile

RENZI SAPEVA TUTTO E LO HA GARANTITO A BERLUSCONI: NEGA LE   PREFERENZE AGLI ITALIANI PER FARE IL FAVORE AI PADAGNI … MA RENZI CON CHI STA? CHE INTERESSI RAPPRESENTA? COSA PENSANO I 3 MILIONI DI ELETTORI DELLE PRIMARIE DEI SUOI FAVORI AGLI XENOFOBI?

A sentire un’autorevolissima fonte berlusconiana, “la soluzione è in un emendamento che ci facciamo carico noi di presentare in un secondo momento. Renzi e Berlusconi hanno parlato anche di questo punto, e si risolverà  tutto”.
Parole che chiudono una giornata di convulse trattative sulla legge elettorale.
Per capirne il senso occorre riavvolgere il nastro e partire dall’inizio.
Secondo piano del palazzo dei gruppi della Camera dei deputati, primo pomeriggio.
I membri Dem della commissione Affari costituzionali sono riuniti. La presentazione della bozza della nuova legge elettorale si allungano.
I partiti sono bloccati sulla clausola “salva Lega”. Che non sarebbe altro che un codicillo per permettere a un partito dalla forte rappresentanza regionale di accedere al Parlamento anche qualora non riuscisse a superare le soglie di sbarramento.
Difficilmente il Carroccio, nelle condizioni date, supererebbe quota 5%.
Per questo agli uomini in camicia verde occorre una riga nel testo che gli permetta di arrivare a Montecitorio al semplice raggiungimento di una soglia più elevata (12/15%) in tre regioni contigue.
Quel che è uscito dall’incontro tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi non è andato giù a uno come Umberto Bossi. Fuma il sigaro a due passi dal Transatlantico, e davanti ai cronisti lascia cadere parole che pesano come il piombo: “Se non inseriscono quella clausola l’unica strada sarebbe una lotta di liberazione per la quale siamo già  pronti”.
È l’acme di un pressing che va avanti da giorni.
Gli uomini di Matteo Salvini hanno marcato stretto Denis Verdini e quel piccolo gruppetto che per conto di Forza Italia sta seguendo la questione. E hanno fatto breccia.
Gli azzurri aprono, il Pd non è persuaso, ma non si mette di traverso.
L’alt arriva dal Nuovo centrodestra.
Spiega un esponente di prima fila: “Se facciamo passare questa cosa perde totalmente il senso della possibile alleanza con il Cavaliere. Un conto è tentare di rappresentare il 5% in tutto il paese, una sfida che ci entusiasma e che siamo certi di portare a termine con successo. Un altro è costringerci alla regionalizzazione per competere con la Lega. Noi non siamo nati per questo”.
C’è un problema di seggi, al di là  della volontà  di salvaguardare l’ambizione nazionale degli uomini del vicepremier.
Se la Lega accedesse tramite una scorciatoia, la quota dei seggi attribuiti al partito di Alfano verrebbe sensibilmente ridotto. Così da Ncd il no che arriva è secco.
È in questa cornice che va inquadrata la riunione dei deputati del Pd al secondo piano di Montecitorio. Ironia della sorte, proprio a due passi dagli uffici dei lumbard.
Il tentativo di venirene a capo è frenetico. Maria Elena Boschi, responsabile delle Riforme di via del Nazareno entra e esce dalla sala del summit, in contatto telefonico diretto con il sindaco di Firenze.
La diplomazia forzista si mette in moto. E tranquillizza gli alleati storici: “Per noi il salva Lega è compreso nel pacchetto, facciamo intanto partire la bozza, la emendiamo insieme in una fase successiva”.
È un post su Facebook del segretario federale del Carroccio il segnale del via libera: “La Lega non ha bisogno di aiutini o leggi elettorali fatte su misura”, una palese menzogna.
Un segnale di fumo perchè Forza Italia possa chiudere alla luce del sole un accordo anche con Alfano, forte dell’assicurazione che sembra arrivare dall’entourage di Palazzo Grazioli: le camicie verdi stiano tranquille, vedranno rientrare dalla finestra quel che oggi è uscito dalla porta.

(da “Huffingtonpost“)

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INTERVISTA A CIVATI: “NEL PD C’E’ UNA ATMOSFERA DA RESA DEI CONTI SURREALE”

Gennaio 22nd, 2014 Riccardo Fucile

“RENZI TRATTA TUTTI DA AVVERSARI INVECE CHE DA INTERLOCUTORI”

«Le dimissioni di Cuperlo? Erano inevitabili, dopo quello che è successo in direzione. Era ovvio da subito che sarebbero arrivate».
Pippo Civati, deputato del Pd e, nelle scorse primarie, candidato a guidarlo, non è sorpreso dagli atteggiamenti di nessuno dei suoi due ex rivali: «Avevo sconsigliato Cuperlo di accettare la presidenza del partito perchè conoscevo il modo assoluto e decisionista di Renzi di interpretare la leadership».
Decisionismo, o toni offensivi?
«Renzi avrebbe dovuto evitare di trattare Gianni da avversario invece che da interlocutore, di scendere così sul personale… Chi è forte non ha mai motivo di farlo. Però si vede che in lui c’era anche un sentimento di rivalsa, come a dire “prima i prepotenti erano altri, e adesso…”»
È una giustificazione?
«Non mi va di commentare con degli “io avrei detto, io avrei fatto”. Voglio avere un rapporto di dialogo con Renzi, è lui che ha vinto le primarie».
E nel merito della proposta di riforme?
«Renzi ha fatto bene a utilizzare la spinta del successo alle primarie per imprimere un’accelerazione. Però lo schema che ne è scaturito non mi trova d’accordo, è congeniale soprattutto a Berlusconi».
È con lui che Renzi ha scelto di fare un accordo privilegiato .
«Gli elettori del Pd dovevano aspettarselo da lui, chi lo ha votato immaginava già  che avesse canali di un certo tipo. Comunque, l’unica soluzione alternativa sarebbe stata se Grillo avesse parlato con Renzi prima di Berlusconi. Invece il Movimento 5 Stelle si chiama sempre fuori da tutto: ha ripetuto adesso l’errore di un anno fa, non c’è stata intelligenza politica. Il postino suona sempre due volte, ma loro non aprono mai la porta».
La scelta di stringere un accordo preventivo con Berlusconi non rischia di procurare danni al Pd, in termini di futuri consensi elettorali?
«Non lo so. Vedo che la cosa è stata vissuta malissimo, peggio di quanto non pensassi. Ma Renzi ha puntato tutto sul risultato».
Ha intenzione di votare il modello di legge elettorale presentato alla direzione?
«Ora non voglio mettere i bastoni fra le ruote, non possiamo certo fermare la riforma del sistema di voto. Spero che, con un dibattito alla luce del sole, in Parlamento sia possibile fare modifiche. Credo che sia difficile, ma vedremo che cosa si potrà  fare. Abbiamo la responsabilità  verso il Paese di trovare una forma e anche una misura fra di noi. Se salta anche questa, salta tutto».
La legge elettorale è legata alle riforme costituzionali.
«Ecco, questo è il punto. Mi sembra impossibile usare quel tipo di sistema elettorale senza il superamento del Senato. Significa che il governo dovrà  restare in carica almeno un anno, e questo non mi vede d’accordo. Sembra di essere tornati al primo discorso di Enrico Letta, quando vincolava alle riforme la fiducia al suo esecutivo. Siamo di nuovo allo stesso punto… Mi preoccupa l’idea di una durata indefinita di questo governo».
Le larghe intese ora sono più forti?
«Sono rafforzate, e la maggioranza è tornata ampia come prima che Forza Italia dichiarasse di andare all’opposizione».
Crede che ci saranno scissioni nel Partito democratico?
«C’è un clima pessimo, un’atmosfera da resa dei conti surreale: ma no, non ci sarà  scissione».

Daria Gorodisky
(da “il Corriere della Sera“)

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IN COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI RENZI E’ IN MINORANZA: 13 A 8 PER CUPERLO

Gennaio 22nd, 2014 Riccardo Fucile

E LA BINDI LO AVVERTE: “ATTENTO MATTEO A NON TIRARE LA CORDA…”

La vittoria di Matteo Renzi in direzione Pd sulla legge elettorale potrebbe tramutarsi in un Vietnam in Commissione Affari Costituzionali, dove dovrà  avvenire il primo passaggio cruciale per il cosiddetto Italicum.
In Commissione, infatti, i numeri parlano chiaro: Renzi è in minoranza rispetto ai cuperliani. Tredici a otto per Cuperlo, fa i conti il Sole 24 Ore.
Cuperlo può contare su nomi come quelli di Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Andrea Giorgis, Maria Gullo, Enzo Lattuca e Giuseppe Lauricella.
Con lui ci sono anche Pier Luigi Bersani (appena uscito dall’ospedale) e Rosi Bindi, che proprio al segretario manda un messaggio di avvertimento: Matteo deve stare attento, “in Commissione abbiamo la maggioranza […] se presenteremo degli emendamenti, il segretario li deve accettare”.
Dalla sua parte Renzi ha Maria Elena Boschi, Matteo Richetti, Luigi Famiglietti e Daniela Gasperini, oltre ai franceschiniani Emanuele Fiano, Gianclaudio Bressa e Ettore Rosato e al lettiano Francesco Sanna.
Un altro lettiano, Marco Meloni, non vuole essere elencato tra i fedelissimi di Cuperlo, ma è comunque critico della proposta di riforma renziana.
“Insieme agli altri partiti, abbiamo la maggioranza”, ha detto ieri Rosi Bindi.
Non solo: su 21 membri democratici della Commissione, solo 9 hanno votato il sindaco di Firenze, mentre gli altri 12 si sono schierati con Cuperlo o non si sono espressi.
“L’Italicum sarà  cambiato”, ha assicurato D’Attorre, annunciando che depositerà  modifiche per evitare le liste bloccate.
“Sono convinto che alla fine Renzi si convincerà  ad abbandonare le liste bloccate e non tradirà  il popolo delle primarie”.
A fargli eco è ancora Rosi Bindi: “Se mezzo gruppo parlamentare dovesse firmare emendamenti per cambiare alcuni punti del testo, dovrebbe essere il segretario a prenderne atto e accettarli. Io non voglio spaccare il partito, ma nemmeno lui lo deve fare”.

(da “Huffingtonpost”)

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SUL WEB LA BASE PD SI SPACCA TRA RENZI E CUPERLO

Gennaio 21st, 2014 Riccardo Fucile

LE REAZIONI SUI SOCIAL NETWORK CERTIFICANO UNA NETTA FRATTURA NEL CAMPO DEMOCRAT

Tra ultras renziani e chi difende le ragioni di Gianni Cuperlo. Le dimissioni del presidente dell’assemblea nazionale del Pd certificano una frattura profonda nel campo democratico.
E fanno esplodere il confronto duro e senza sconti tra le due anime del partito guidato da Matteo Renzi. Fronti contrapposti. In mezzo, chi si interroga.
Chiedendosi degli effetti di questo conflitto. Il fantasma della scissione, nonostante le parole di Cuperlo, è avvistato da molti. Ma non solo.
La paura che le faglie interne al Pd possano mettere a un freno a un processo di riforme che, sebbene da registrare, è tuttavia partito.
Le reazioni affidate ai social network sono migliaia.
E non riguardano solo e soltanto i militanti del Pd. Opinionisti, giornalisti, esponenti ed elettori di altri partiti.
Le dimissioni di Cuperlo diventano, in questo pomeriggio, il punto intorno al quale ruota l’agenda politica del Paese.
Proprio perchè la stabilità  del Pd è, oggi, sinonimo di “riforme in corso”. In questo contesto le tipologie di commenti sono decine.
Grillini ironici, centristi scossi, sarcastici di destra.
Poi chi da sinistra chiede responsabilità  e chi, sempre da sinistra, invoca senza mezzi termini la scissione.
Sintetizzando. I più gettonati: “Cuperlo è un signore, non meritava quell’attacco ingeneroso”. E: “Ma Renzi ha solo detto la pura e semplice verità “.
Chi invoca la necessità  di attenersi alle forme del galateo politico, soprattutto tra compagni di partito, e chi sembra suggerire che le riforme non sono un pranzo di gala.

(da “La Repubblica”)

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