Giugno 29th, 2013 Riccardo Fucile
UNA GRAFFIANTE ANALISI DEL DECADIMENTO DEL DIBATTITO POLITICO E CULTURALE NEL NOSTRO PAESE
Va bene parlare di Grillo, dei processi a Berlusconi o delle micromanovre del governo. Ma sono
altre le novità , sulle quali il Pd dovrebbe discutere: dalla tragedia siriana alle disuguaglianze nel mondo, ai fermenti in Turchia e Brasile
C’era una volta un Paese dove in un partito, quando era tempo di congresso, anche il più sprovveduto segretario della più scalcagnata sezione di campagna teneva il suo discorso introduttivo di circa due ore, iniziando dall’analisi sui conflitti mondiali in atto, sulla crisi e prospettive del sistema capitalistico, sui mondi futuri e desiderabili. E la discussione per il 90 per cento si agitava alle medesime altezze.
Angosciosi ricordi.
Siamo davvero definitivamente usciti da tali barbarie e entrati nell’età del disincanto. Non più chiacchiere de universo et quibusdam aliis, solo decisioni e programmi concreti.
Come dovranno svolgersi le primarie? Potrà votare senza giustificazione al secondo turno chi ha l’influenza al primo? Potranno liberamente votare per la segreteria del partito anche coloro che mai vi hanno fatto parte, mai lo faranno, e che quel partito mai hanno votato?
Dilemmi concretissimi, come si vede.
E ancora: potrà candidarsi al premierato chi neppure partecipa alle primarie per la segreteria? Qui si decide davvero — altro che i tempi in cui ci si divideva sull’invasione di Praga, come fosse stato in nostro potere di cambiare qualcosa!
Il nostro mondo si è fatto maturo — maturità è tutto, diceva un grande.
Marciume forse meno. Possibile davvero che la questione riguardi come riformulare l’Imu, quanto aumentare o non aumentare l’Iva e implorare la Mitteleuropa di guardare al Mediterraneo e alle miserie di noi Welsche con occhio meno severo?
Non nutro alcuna nostalgia per l’internazionalismo dei miei giovani anni (non vi partecipavo neanche allora), ma forse non è troppo igienico dimenticare che apparteniamo a un mondo che trascende di qualche spanna le contese Renzi-Letta-D’Alema, e anche quelle Pd-Pdl.
Forse sarebbe interessante che il congresso di un partito che retoricamente si richiama a “scuole di cultura politica” si interrogasse sulla crisi che oggi attraversa la forma democratica della rappresentanza, sulla rottura del “compromesso storico” tra democrazia e mercato, sulle ragioni dell’irresistibile crescita delle disuguaglianze in tutto l’Occidente.
Forse, si potrebbe anche manifestare qualche preoccupazione per alcune tragedie in corso nell’indifferenza generale, come quella siriana.
Forse, si dovrebbe anche cercare di comprendere la natura di quei movimenti che si accendono in tutto il mondo, che hanno determinato svolte epocali e tuttora dall’esito incerto in tanti Paesi mediterranei, che sono al centro del conflitto politico in un Paese assolutamente strategico come la Turchia, e ora anche in Brasile.
Che cosa li accomuna? Come si organizzano? Quali leadership esprimono?
Certo, non c’entrano nulla con la democrazia Web à la Grillo, non hanno leader da avanspettacolo, non mandano nei parlamenti chi prende dieci preferenze sulla mail. Ma neppure sono lontanamente parenti della forma-partito di un tempo, nè sembrano evolversi in quella direzione.
Tutti sintomi del nuovo Millennio, la cui analisi non sembra stare particolarmente a cuore ai duellanti democratici.
Chissà allora su cosa dovranno decidere le primarie. Età ? Abilità retorica? Bella presenza? Enfasi particolare nella ripetizione dei programmi e dei desideri che da vent’anni andiamo ascoltando (ottimi programmi,magari, e virtuosi desideri)?
Ma le vere novità sono quelle che ho prima ricordato; è da esse che sorgerà , bello o brutto, il mondo di domani.
E i leader di domani saranno quelli che le sanno interpretare e comprendere per tempo, e portarne l’acqua ai loro mulini.
Bene l’esame filologico quotidiano delle esternazioni di Grillo; ottimo attendere ansiosamente l’esito dei processi a Berlusconi; encomiabile discutere sulle sorti del governo in base a micro-manovre sull’Imu — ma forse esiste ancora una storia da narrare, fatta di grandi conflitti, di tragedie sociali e umane, e un fermento vitale di tracce, indizi, movimenti che stanno scardinando le casematte dove resistiamo arroccati.
Forse è preferibile abbandonarle o aprirle, prima che ci crollino addosso.
Massimo Cacciari
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
PRIMA DICE UNA SCIOCCHEZZA, POI IL TAPPULLO PEGGIOR DEL BUCO: VERSIONE UNO “SONO STATO FRAINTESO”, VERSIONE DUE “COLPA DI UNA STAGISTA”, VERSIONE TRE “ERRORE DI BATTITURA”…ECCO CHI E’ IL SUPER LETTIANO CHE STA FACENDO SGHIGNAZZARE IL WEB
Lo scivolone sugli F35 e soprattutto, le toppe che ci ha messo in rapida successione lo raccontano molto meglio di quanto forse lui stesso non sia pronto a riconoscere.
Francesco Boccia, 45 anni, Pd, presidente della commissione Bilancio della Camera, possiede infatti una foga, una passione per l’agone politico, e anche la polemica, che è la sua vena distintiva rispetto all’immagine di iper-lettiano, uomo d’apparato e giovane vecchio, che pure si porta dietro, e correttamente.
Un Letta qualsiasi, dopo aver scritto un infelice tweet in cui pareva confondere gli F35 con gli elicotteri («non si tratta di fare guerre, con gli elicotteri si spengono incendi, trasportano malati, salvano vite umane #F35»), a seguito degli sfottò della rete si sarebbe limitato a scivolare via con una battuta elegante.
Boccia, no.
Lui, l’uomo che per conto del presidente del consiglio di fatto gestisce e gestirà nomine e rapporti con gli enti pubblici (Finmeccanica, Eni, Enel eccetera), ha continuato implacabile a insistere: prima nello spiegare di essere stato frainteso («non ho mai pensato corbellerie del genere»), poi nel chiarire le proprie competenze in materia di «programmi di aerospazio italiani», quindi nel cancellare i tweet oggetto dello scherno, infine nel dichiarare che la colpa in fondo non era sua, ma del suo stagista-aiutante o insomma del tipo che scrive i tweet per suo conto.
L’ultimo chiarimento, in un’intervista: “E’ stato un errore di battitura”.
Insomma, fatto il buco ha continuato a scavare: errore classico da polemista sanguigno e ambizioso, quale lui è, e che in fondo lo rende simpatico, visto e considerato che, dalla questione F35, in quanto uomo dei numeri e presidente della Commissione Bilancio, poteva in teoria perfettamente starne fuori.
Per il resto, Francesco Boccia, il Letta meridionale e non esangue, ricalca alla perfezione i parametri del lettismo.
E’ stato creato politicamente da Andreatta e da Prodi, ha cominciato a lavorare all’Arel come economista, sguazza nel sistema politico delle larghe intese, ha come totem il rigore dei conti, l’Europa, e il rapporto coi poteri forti, nel senso di avere l’occhio attento al salotto buono del nord (Bazoli, Profumo, Passera).
Non del tutto caso, ricopre oggi la poltrona che negli anni Ottanta fu di Andreatta. Anche qui, tuttavia, con degli sconfinamenti tutti suoi: per esempio, nel rapporto di simpatia che ha instaurato di recente con Paolo Cirino Pomicino, che di Andreatta fu avversario, ma anche era, a suo tempo, l’uomo di Andreotti per i rapporti e nomine con gli enti pubblici. Cioè il Boccia dell’epoca.
Insomma a ben guardare, Boccia cammina sul bordo. Sempre garantito, sempre coperto, ma con scalpitii.
Ha accettato sì di candidarsi per ben due volte a perdere, come uomo di apparato, le primarie pugliesi contro Nichi Vendola, ma anche, nel 2009, ha accarezzato concretamente anche l’idea di prendere la piega Civati, cioè di fare il candidato segretario giovane che prova a spezzare gli accordi dei grandi vecchi del Pd.
‘Vedroide’ convinto, nel senso della lettiana e trasversale associazione “Vedrò”, è passato sentimentalmente dall’essere il compagno dell’anima organizzatrice di Vedrò, Benedetta Rizzo, a sposarsi con una degli ospiti fissi di Vedrò, la pidiellina Nunzia De Girolamo.
Un legame quest’ultimo che, secondo la più ovvia delle tradizioni, lo mette al centro dei sospetti di intelligenze col nemico: per esempio in privato il suo nome viene sempre citato dai piddini tra i sospettati numero uno, quando si tratta di elencare i possibili 101 “traditori” che non hanno votato Prodi presidente della Repubblica, facilitando così la strada verso le larghe intese.
Un sospetto che tralascia il fatto che anche col Professore di Bologna al Quirinale, per Boccia non sarebbe andata male, considerati i rapporti; ma che appunto rende l’idea della differenza da Letta, il quale nessun appiglio ha offerto per fare gravare su di sè l’identico sospetto
Susanna Turco.
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Giugno 27th, 2013 Riccardo Fucile
SI ANIMA LA POLEMICA DOPO LA DENUNCIA DELLA MADIA
“Non è certo una cosa sulla quale si può passare così. Marianna Madia dovrebbe circostanziare
meglio quel che voleva dire quando ha parlato di piccole associazioni a delinquere sul territorio nel Pd. E il partito dovrebbe andare a fondo”. Il punto lo coglie Sandro Gozi.
Sì, perchè il 17 giugno, intervenendo a un’iniziativa con Fabrizio Barca, Marianna Madia ha lanciato accuse pesanti: “Nel partito ho visto un sistema di piccole e mediocri filiere di potere che sono così attaccate al potere e non vogliono cedere di un millimetro”.
Nelle diramazioni locali romane, però, è ancora peggio: la Madia fa un riferimento esplicito alle “associazioni a delinquere”.
Il Fatto quotidiano riprende il video, fa un pezzo, che esce martedì.
Poi ci torna il Corriere della Sera in un’intervista alla stessa deputata, voluta in Parlamento da Veltroni, ora molto legata a D’Alema.
La quale conferma tutto a livello di critica politica, anche se dice di aver esagerato nel lessico.
Al Fatto ci tiene a precisare che il riferimento alle “associazioni a delinquere” era un paragone: “Se no andrei in Procura”.
Ma l’attacco della Madia è pesantissimo. La parola “delinquenti” viene presa con circospezione dai suoi colleghi di partito, ma l’analisi per molti non fa una piega.
“Le correnti sono fondamentalmente gruppi di potere organizzati – conferma Paolo Gentiloni – e negli ultimi anni soprattutto a Roma il partito è stato un’accozzaglia di tensioni. Chi, come me, si è candidato alle primarie, non ha trovato un’organizzazione costruita in base a dei contenuti, se l’è dovuta dare”.
Anche Lorenza Bonaccorsi, renziana, che ha appena rifiutato un posto in Giunta affonda: “Nel Pd quel che prevale sono gli accordi tra correnti”.
“La parola delinquente presuppone una forma di reato. E per questo non la userei – dice Roberto Morassut, veltroniano, che del Lazio è stato anche segretario – ma io dico da tempo, è che la vita del Pd è fortemente condizionata non tanto da correnti, il che sarebbe anche normale, ma da cordate di potere”.
Spiega anche come succede: “Il tesseramento avviene con alcuni potenti che comprano pacchetti di tessere e in quel modo influenzano la vita del partito”.
Sulla stessa linea, pure Angelo Rughetti , romano e renziano, che la mette su un piano “alto”: “Non c’è più la politica”.
Insomma, non ci sono battaglie ideali o ideologiche, ma semplicemente una guerra tra bande.
L’aveva detto Massimo D’Alema qualche giorno fa: “Correnti nel Pd? Magari, c’è solo il caos”.
C’è anche chi s’irrigidisce. Matteo Orfini, selezionato dalle primarie a Roma: “Le primarie sono state gestite da giochi di potere? Anche la Madia le ha vinte a Roma: le telefonate che la Cgil ha fatto per lei come le chiamiamo? Non si può dire che le preferenze sono cattive e le primarie sono buone: il sistema è lo stesso”.
Pippo Civati per una volta elude la polemica: “La Madia? Lei dice quello che vuole D’Alema…”
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 21st, 2013 Riccardo Fucile
DA BOCCIA A SPERANZA A RENZI, NESSUNO FA PIU’ RIFERIMENTO ALLA LEGGE DEL 1957
Diviso quasi su tutto, il Partito democratico si ricompatta su un argomento: Silvio Berlusconi
non può essere ineleggibile.
A intervalli regolari, senatori e deputati del Pd si premurano di tranquillizzare l’alleato di governo: la giunta per le elezioni del Senato, chiamata a valutare la compatibilità del conflitto d’interessi di Berlusconi con la sua carica di senatore, non taglierà il Cavaliere fuori da Palazzo Madama.
Il voto, sul ricorso presentato dal Movimento 5 stelle, potrebbe arrivare già il 9 luglio.
Ma Berlusconi può restare sereno.
Lo ha chiarito a La Stampa il capogruppo del Pd alla Camera, Matteo Speranza.
Lo ha ripetuto, al Messaggero, il lettiano di ferro Francesco Boccia.
Lo ha fatto capire chiaramente anche Matteo Renzi.
E il premier Enrico Letta ha posto la pietra tombale sull’argomento, rispondendo a una domanda della stampa estera: “L’ineleggibilità ? Decideranno i parlamentari. Ma è una vicenda alla quale non darei grande importanza”.
La parola d’ordine, quasi un mantra, è la seguente: “Berlusconi si sconfigge nelle urne, non in giunta”.
Valutazione politica, ma nel merito dell’argomento giuridico i democratici preferiscono non avventurarsi.
La questione ormai è arcinota: si tratta della legge 361 del 1957, che dichiara ineleggibile chiunque goda di una concessione statale, in proprio o in qualità di amministratore.
L’unico rimasto nel Pd a ritenere che Berlusconi non soddisfi questi requisiti è il capogruppo al Senato, Luigi Zanda.
Sull’argomento, si è espresso senza mezzi termini e in tempi non sospetti, prima e dopo la nascita del governo: “Per la legge italiana, Berlusconi non è eleggibile”.
La sua idea sull’argomento non è cambiata, ma preferisce non parlarne più: “Ora tocca alla giunta, che sta per iniziare a lavorare. Ha le sue procedure e la sua indipendenza”.
Anche dalle dichiarazioni quotidiane dei colleghi di partito, che escludono l’ineleggibilità ? “Non ho letto le parole di Speranza e Boccia — risponde Zanda — ma conosco personalmente i senatori e sono sicuro che non si faranno influenzare”.
Tra di loro, i democratici che siedono in giunta, si respira un’insofferenza sempre maggiore per le pressioni esercitate dai colleghi di partito.
“Quello sull’ineleggibilità non è un dibattito politico — insiste il senatore Giorgio Pagliari — bisogna studiare le carte e decidere solo in base a quelle. Sul piano meramente politico l’ineleggibilità di Berlusconi è grande come una casa dal 1994”.
Il senatore Giuseppe Cucca: “La giunta non fa valutazioni politiche, applica la legge”.
Ancora più netta la senatrice Rosanna Filippin: “Le dichiarazioni dei compagni di partito? Non me ne frega niente”.
Dalla giunta, in ogni caso, è difficile aspettarsi sorprese.
Per Berlusconi il vero motivo d’angoscia è la sentenza della Cassazione sul caso Mediaset.
Se dovesse essere confermata la condanna e l’interdizione dai pubblici uffici, il Pd non dovrebbe fare sconti: “Le sentenze — promette il segretario Guglielmo Epifani ieri al Tg3 — si rispettano e si applicano e questa sarà la nostra linea guida. Mancano ancora sei mesi… ”.
Tommaso Rodano
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
POI CANCELLA IL POST SU FACEBOOK, MA IL SEGRETARIO DEL PARTITO CHIEDE L’IMMEDIATA ESPULSIONE
Bufera sulle frasi scritte su Facebook da una consigliera di circoscrizione a Prato che è anche
componente della segreteria provinciale Pd, Caterina Marini, 30 anni: “Extracomunitari ladri stronzi dovete morire subito”.
Dopo la diffusione del post, poi cancellato, il segretario pratese del Pd, Ilaria Bugetti, ha chiesto l’espulsione dell’iscritta: “Con quelle dichiarazioni – dice – è di fatto fuori dal Pd. Ho già chiesto l’apertura di un procedimento disciplinare”.
Il messaggio contro gli extracomunitari, rimosso qualche ora fa, è stato postato nei giorni scorsi, dopo un tentativo di furto subito dalla sorella della consigliera di circoscrizione: “Mentre andava in camera si è trovata faccia a faccia con un ladro. Che città di merda è questa. Extracomunitari ladri stronzi dovete morire subito”.
Nei commenti seguenti, rispondendo ad una amico che la interrogava sulla gravità delle sue affermazioni, Caterina Marini ha aggiunto: “Sconvolta. Era un magrebino. Agile come un gatto. E datemi di razzista non me ne frega. La gente ha solo discorsi”.
Immediata la reazione della rete.
Nel condannare il post, il segretario pratese del Pd Bugetti scrive che quelle dichiarazioni “violano chiaramente i nostri principi fondanti che da sempre si rispecchiano nell’anti-razzismo, nella non-violenza e nel rispetto della convivenza. Tali affermazioni hanno giustamente colpito la sensibilità delle forze politiche, associative e civili che tutti i giorni lavorano a quell’idea d’integrazione irrinunciabile in una moderna ed evoluta società “.
“Non spetta direttamente a me emettere delle sanzioni – conclude la segretaria cittadina del Pd – e ho già chiesto l’apertura di un procedimento disciplinare presso la commissione di garanzia. Tuttavia appare evidente la violazione del codice etico che Caterina Marini ha sottoscritto”.
(da la Repubblica“)
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Giugno 20th, 2013 Riccardo Fucile
IL “PIANO C” DI BERLUSCONI PER OTTENERE IL NO ALL’INTERDIZIONE: “NIENTE CRISI MA CHIEDO UN PATTO AL PD”
«Questa è una sentenza schifosa, ma è chiaro che io non mi farò sbattere in galera tanto facilmente». L’allarme rosso è scattato, la trincea si è alzata.
Il no pronunciato a piena voce dalla Corte costituzionale contro il ricorso di Silvio Berlusconi e contro il legittimo impedimento reclamato per il processo Mediaset, ha spinto il centrodestra sul piede di guerra.
Come nelle giornate di massima allerta, l’intero stato maggiore del Pdl si schiera al fianco del suo leader.
I ministri corrono a via del Plebiscito, i colonnelli fanno sentire la loro voce e invocano una reazione. Immediata. La crisi di governo.
Per l’ex premier è una sconfitta pesante. Prevista, ma comunque dolorosa. Promette battaglia, ma evita lo show down.
Vuole trattare, restando nella posizione di socio di maggioranza della coalizione governativa.
Il suo sguardo, però, non è più rivolto alla Consulta. Bensì alla Cassazione.
A questo punto i tempi del caso Mediaset non si possono più allungare.
I giudici costituzionali hanno riaperto la strada ad un percorso fisiologico della giustizia.
La Suprema Corte nei prossimi 8-9 mesi sarà chiamata a emettere la sua decisione finale. Confermando o respingendo la condanna dell’Appello.
La prescrizione scatta a giugno 2014: i giudici dovranno quindi esprimersi prima di quella data. E se ratificheranno la sentenza dei primi due gradi, allora esploderà una vera e propria bomba nucleare.
Perchè? Perchè i quattro anni di reclusione saranno accompagnati dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici.
Ossia l’addio al Parlamento.
«Ecco – si è sfogato il Cavaliere con i suoi fedelissimi – nessuno può pensare che io esca dalla politica in questo modo. No, non sarà così».
La posta in palio non è solo il suo destino giudiziario, ma la vita del governo Letta e della “strana maggioranza”.
L’appuntamento finale è solo rinviato al prossimo inverno.
Nel frattempo l’esecutivo può andare avanti. Anzi, dopo l’esito delle ultime elezioni amministrative che ha visto il centrodestra crollare e soprattutto dopo l’esplosione del Movimento 5Stelle, l’ex premier si è convinto che la carta della crisi di governo e delle elezioni anticipate va giocata solo come una extrema ratio.
«Rompere adesso – è il suo ragionamento – non conviene. Quale risultato otterremmo? Per noi niente. Mentre il Pd avrebbe il ribaltone con i dissidenti grillini o, più probabile, il ritorno al voto in una posizione di forza. Con Renzi in pole position e Grillo ormai in discesa libera. Non si ripeteranno più le circostanze di febbraio».
Il Cavaliere, allora, sta costruendo un’altra via d’uscita.
Una sorta di “Piano C” da edificare all’interno del governo.
Ossia mettere sul tavolo della trattativa con il presidente del Consiglio e soprattutto con il Pd una sorta di “scambio”: la vita dell’esecutivo per il “no” all’interdizione.
Un ragionamento che gli “ambasciatori” di Palazzo Grazioli hanno già iniziato a formulare con i parlamentari più disponibili del Partito Democratico.
E questi lo hanno riferito a Palazzo Chigi.
Il disegno è semplice: se venisse confermata l’interdizione dai pubblici uffici, la “decadenza” dalla carica parlamentare (come prescrive l’articolo 66 della Costituzione) dovrà comunque essere votata dall’Assemblea di appartenenza, ossia dal Senato.
La “Procedura di contestazione dell’elezione” viene prima esaminata dalla Giunta per le immunità e quindi dall’Aula. A scrutinio segreto.
E proprio in vista di questo passaggio, il baratto proposto dal Cavaliere è chiaro: «Voi votate contro la mia decadenza e io non faccio cadere Letta».
È evidente che per condurre una contrattazione del genere, ha bisogno di rimanere nel confine della maggioranza. Di mantenere i piedi nella squadra governativa.
Un negoziato, ovviamente, durissimo e soprattutto indigeribile per molti dei Democratici. Eppure, la prima puntata è iniziata proprio ieri.
Basti pensare a cosa è accaduto al vertice serale a Via del Plebiscito.
Praticamente tutto il Quartier generale del Pdl – un po’ meno i ministri – ha sbattuto sul tavolo della discussione l’ipotesi di uscire dal governo per provocarne la crisi.
Il Cavaliere li ha frenati: «Bisogna distinguere le mie questioni dall’esecutivo. Questa è una sentenza schifosa, figlia del conflitto orchestrato da una parte della magistratura contro la mia discesa in campo, ma il Paese ha bisogno di questo governo ».
Essersi messo sul fronte delle colombe e aver schierato l’intero partito su quello dei falchi, è esattamente la prima mossa della trattativa.
Un modo per dire: «Io posso calmare i miei ma fino ad un certo punto. Per calmarli, voi dovete aiutarmi».
In questa ottica un passaggio fondamentale sarà il prossimo voto sulla ineleggibilità del Cavaliere di cui si discuterà a Palazzo Madama a partire dal 9 luglio.
L’ex premier sa che il Pd in quel caso voterà contro l’ineleggibilità e userà quella decisione per provocare una sorta di corto circuito ineleggibilità -interdizione.
Se i Democratici si sono espressi per la liceità della mia elezione – sarà il suo discorso – possono farlo anche quando si tratterà di pronunciarsi sulla decadenza dal mandato senatoriale.
Ma può il centrosinistra accettare questo “baratto”? Difficilissimo.
Enrico Letta fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi ha ripetuto a tutti: «Il mio governo non può fare nulla per quanto riguarda i processi di Berlusconi».
Insomma, il principio cui ogni ministro del Pd si sta attenendo è quello della «totale separazione dalla vicende giudiziarie». Non solo.
Cosa accadrebbe nell’elettorato e nell’opinione pubblica progressista se Berlusconi venisse “salvato” in quel modo? Una vera e propria baraonda.
E, come spiega un esperto senatore democratico, «se io voto per mandare al macero una sentenza definitiva contro Berlusconi, poi mi devo dare alla macchia. Con che faccia mi presento nel mio collegio? Non potrei nemmeno passeggiare per strada. Non esiste, il “baratto” che ci propone il Cavaliere non può essere accettato».
Il leader del centrodestra ci proverà comunque fino alla fine.
Contando anche sul fatto che fino a che sta in maggioranza la sua capacità di trattativa potrà essere espressa in tutte le direzioni, anche nei confronti del Quirinale («Mi aveva promesso una mano»).
«Se poi ogni tentativo fallirà – ha avvertito – allora è chiaro che nessuno può pensare che io mi faccia sbattere in galera tanto facilmente. A quel punto tutto sarà lecito. La crisi di governo e la rivolta contro la dittatura dei giudici».
Claudio Tito
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Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile
CON LE SENTENZE VICINISSIME E L’INCUBO DI UNA NUOVA MAGGIORANZA, IL CAVALIERE DIFENDE L’ACCORDO CON LA SINISTRA
Silvio Berlusconi annuncia un’estate tranquilla per il governo. 
Contento di Enrico Letta, del suo “decreto del fare”, dichiara il suo amore per le larghe intese: “L’alleanza deve continuare”.
La versione da statista ragionevole, legato alle sorti del Paese, sostenitore del bene comune, fa capolino nella stasi in cui l’esecutivo è rimasto vittima. S
enza capacità di spesa (Bruxelles tiranneggia) non c’è ripartenza, non esiste rottura col passato, cambio di marcia, capacità di dare all’economia energia nuova per riprendersi.
A Enrico Letta è rimasto il cacciavite in mano, e col cacciavite (metafora dell’aggiustatore) si applica nei dettagli.
Di più non si può.
Il decreto del fare, parola che anche alla prudente Susanna Camusso pare eccessiva, affronta appunto il dettaglio delle questioni tentando di rinviare all’autunno quelle decisive e più critiche.
Il rinvio è la tattica adottata, l’unica soluzione possibile di un esecutivo senza un euro nel portafogli. E la speranza che nei prossimi mesi la possibilità di incidere sul fronte della crisi più cruenta, quella dei consumi, possa essere dispiegata è la carta che Letta ha deciso di giocarsi.
La dichiarazione di Berlusconi suona perciò come una garanzia che il centrodestra non farà scherzi e che il nervosismo nelle sue fila — non passa infatti giorno senza che Gasparri (“Ma Saccomanni ci fa o ci è?”), Formigoni, Cicchitto non muovano rilievi alla prudenza del ministro dell’Economia — sarà tenuto negli argini usuali della melina da tv.
Molte dichiarazioni inutili, molte parole a vuoto, molte sofferenze finte, molti inviti reiterati.
Berlusconi d’altro canto non ha altre frecce al suo arco. Tra una settimana è annunciato un passaggio cruciale nella sua vita giudiziaria, ma l’evento — che in altri momenti avrebbe aperto scenari di crisi — adesso è tenuto sotto silenziatore.
I fuochi che pure seguiranno alla decisione della Cassazione saranno destinati esclusivamente a una battaglia di posizionamento perchè il Cavaliere ritiene che la sua forza, anche politicamente estorsiva, in questo momento non avrebbe sponde utili e non pagherebbe.
Il governo è sotto l’alto patrocinio del presidente della Repubblica al quale spetta l’ultima parola.
Che in questo caso non sarebbe vicina ai desideri del Cavaliere. Sempre ammesso che Berlusconi desideri una crisi di governo.
Un’ipotesi di scuola alimentata più dalla polemica interna al Partito democratico che da una prospettiva minimamente realizzabile.
Pier Luigi Bersani, che ancora conta molti uomini nel partito, ha deciso di contrastare la strada alla segreteria (e alla premiership) di Matteo Renzi.
La stagione congressuale è iniziata e ai cavilli regolamentari (i soliti: chi far votare, come far votare etc) si aggiunge anche l’avvertimento che dopo questo governo non ci debbano essere per forza le elezioni.
L’ha detto Guglielmo Epifani facendo intendere a nuora che sarebbero possibili grandi manovre antirenziane dentro al fronte grillino.
La spaccatura del Movimento 5 Stelle offre infatti a una parte del Pd di trasformare lo sconquasso nel pattuglione dei cittadini appena giunti a Palazzo in un ardito disegno di alternativa di governo.
I senatori che sono mancati a Bersani a marzo sarebbero — secondo questa lettura — adesso disponibili. E ciò che non è accaduto ieri, potrebbe verificarsi domani.
Fa mostra di crederci Bobo Maroni, un altro che ha gravi problemi in casa (la sua Lega, ridotta al lumicino, è sul punto di implodere): “Avete ascoltato Epifani? à‰ pronto a fare un governo con i grillini”.
Davvero è così? Molti e plausibili sono i dubbi, a iniziare da quello base: chi dovrebbe agevolare questa crisi?
Berlusconi naturalmente si è tirato indietro. Molto meglio stare al governo che all’opposizione. E ieri l’ha detto e validato. Non è pensabile che sia Napolitano a stressare l’esecutivo, nè che Letta e i molti parlamentari del Pd che hanno combattuto ogni ipotesi di alleanza col Movimento 5 Stelle (fino a fare harakiri nella elezione del presidente della Repubblica) ora si trasformino in ribaltatori.
Ma nella calma piatta della politica, nella stasi estiva di un governo che vorrebbe fare ma non può (o non sa) anche una increspatura appare un’onda maestosa.
Antonello Caporale
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Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile
ACCORDO CONTRO BERSANI PER SCRIVERE LE REGOLE DEL CONGRESSO
Prima prova dell’asse tra dalemiani e renziani e forse primo tentativo di sostenere insieme la candidatura del sindaco di Firenze alla segreteria del Pd.
Le due correnti vogliono respingere l’uomo di Bersani alla guida della commissione per il congresso che inizia stamattina i suoi lavori.
Quell’uomo è Davide Zoggia, responsabile organizzazione del Pd.
Per farlo hanno individuato un nome alternativo: il giovane turco Roberto Gualtieri. Eurodeputato, professore universitario, vicino all’area creata da Matteo Orfini e Andrea Orlando, Gualtieri però è molto legato a Massimo D’Alema.
I renziani sarebbero pronti a votarlo, come garanzia per le regole e per la data del congresso, le due discriminanti che Renzi attende per decidere se buttarsi nella mischia. Un dalemiano garante del rottamatore?
Questo spiega quanta acqua è passata sotto i ponti dalle primarie ultime.
La commissione per il congresso, formalmente un gruppo di lavoro chiamato a fissare i confini delle assise, sarà il luogo in cui si misurerà il tasso di scontro del futuro.
Il fronte renziano- dalemiano e quello veltroniano respingono l’ipotesi di un fedelissimo dell’ex segretario al comando dell’iter sulle regole.
Che sia Zoggia o Nico Stumpo.
Nella lite tra i due schieramenti più agguerriti potrebbe però spuntare un terzo nome. È la proposta, ad esempio, di Roberto Morassut, deputato ed ex assessore della giunta Veltroni.
«Un dirigente che viene dai territori, lontano dalle correnti che dominano a Roma». Stefano Bonaccini, segretario regionale dell’Emilia-Romagna, è il nome con maggiori chance in questa ottica.
Nonostante la provenienza geografica, non si può dire che sia vicino a Bersani. Anzi, Bonaccini guidò la rivolta dei parlamentari emiliani alla vigilia della votazione per Franco Marini al Quirinale.
Una battaglia alla luce del sole, quindi Bonaccini non può essere accusato di aver tramato alle spalle in quella fase drammatica per il Pd.
Guglielmo Epifani ha delegato alla commissione il compito di dare un assetto alle assise. Ma il segretario sarà coinvolto nella decisione finale.
È già successo nella prima riunione della nuova segreteria e succederà ancora perchè in questo caso le regole sono decisive per la candidatura Renzi, per la sorte del governo (con la separazione dei ruoli tra segretario e candidato premier), per la tenuta complessiva del Pd e per la struttura stessa del partito.
La battaglia sul peso degli iscritti e dei cittadini nella scelta finale, disegnerà anche il futuro profilo del Pd.
Le primarie sono ormai uno strumento irrinunciabile, ma si confrontano l’ipotesi di aprirle a tutti e quella di tenerle riservate agli iscritti. Per dare loro un ruolo che finora non hanno mai avuto. E sul dibattito incombe la polemica sul correntismo.
Che Pippo Civati e Renzi pensano di poter evitare solo con una consultazione davvero libera, senza paletti, senza condizionamenti: una testa un voto.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Giugno 16th, 2013 Riccardo Fucile
MANCANO I CUOCHI, GLI ORGANIZZATORI E I MILITANTI
Incrociare le braccia dopo 12 anni passati in cucina, a sfornare crescentine e tortelli all’ombra dell’immagine di Berlinguer, è l’arma più potente che hanno.
E se è vero che non cambia i destini del partito, di sicuro rischia di togliere la terra sotto i piedi di un Pd che sembra reggersi su dei pilastri sempre più fragili.
Se poi il primo sciopero i volontari lo fanno partire da una delle zone più rosse di Bologna, quella del Navile, la questione assume un certo peso.
È qui, in questo quartiere da sempre granaio di voti per il centrosinistra, che il circolo Berlinguer-Moro ha annunciato che la tradizionale Festa dell’Unità di ferragosto non si farà .
Mancano i cuochi, mancano gli organizzatori, mancano tutti.
In fuga dopo lo stop alla corsa di Romano Prodi al Colle, ma soprattutto dopo la nascita di un governo con Berlusconi.
Impossibile da digerire per chi è cresciuto a pane e Gramsci.
“Qualsiasi associazione di persone rischia l’estinzione, nel momento in cui non ci sono più le motivazioni per restare dentro” ammette amaro il segretario del circolo, James Tramonti.
Sessantaquattro anni appena compiuti, passati con il cuore a sinistra, ha visto cambiare governi, bandiere e sigle di partito: “Per recuperare la partecipazione dobbiamo restituire alla base le ragioni per restare e lavorare nel Pd. Altrimenti ci dimentichiamo le feste. La nostra esisteva dal 2000, ci lavoravano almeno cento persone. Il calo abbiamo cominciato ad averlo dall’anno scorso”.
Fino al crollo.
“Qualche settimana fa ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: questa volta non ce la facciamo, non abbiamo abbastanza forze. Del resto non glielo devo ricordare io che nel Pd c’è malcontento”.
E infatti nel Pd non c’è solo lui a parlare di delusione e speranze andate in fumo.
Ci sono anche i giovani militanti, quelli che, per motivi anagrafici, di feste di partito ne hanno vissute poche.
Anche in questo caso il laboratorio del dissenso è Bologna, dove si è dato appuntamento Occupy Pd, il gruppo di protesta nato dopo il tradimento dei 101 franchi tiratori contro Prodi, rimasti nell’ombra.
Un’occasione per contarsi ma anche per cercare di pianificare le mosse per il futuro, soprattutto in vista del congresso che deciderà il successore di Epifani.
Il rischio è quello che il movimento si trasformi in poco più di uno sfogatoio per iscritti disillusi , senza riuscire a portare a casa niente. “E invece noi vogliamo contare. Per questo chiediamo alla segreteria di ammettere un nostro delegato alla commissione che da lunedì comincerà a elaborare regole e metodi del congresso” spiega Lorenzo D’Agostino, una delle anime di Occupy Pd. Parla a nome del gruppo: “Bisogna evitare che si ceda alle logiche di corrente, con accordi più o meno opachi tra le diverse frange del partito”.
All’appuntamento, costato poco più di 400 euro, tutti autofinanziati e recuperati con offerte libere, ha partecipato un centinaio di attivisti arrivati da tutt’Italia al grido di “siamo più di 101”.
Un messaggio che cercheranno di far arrivare anche a Prodi, consegnandogli la maglietta simbolo della loro battaglia.
Il Professore era invitato, ma di Prodi si è visto solo Giorgio, il figlio, passato per un saluto in compagnia della ex portavoce del fondatore dell’Ulivo, la deputata Sandra Zampa.
È lei a far capire che i giochi per il Pd potrebbero cambiare presto: “Se il partito, grazie alla scissione del Movimento 5 stelle, trovasse i numeri per una maggioranza alternativa, di sicuro dovrebbe fermarsi e capire cosa vuole”.
Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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