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LA FESTA DEI GIOVANI PDL INCOCCIA SUI MANIFESTI ABUSIVI: PROSCIUTTI E MELONI

Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL COMUNE DI ROMA OSCURA I MANIFESTI ABUSIVI DI “ATREJU” E LA FESTA 2012 PARTE CON IL PIEDE SBAGLIATO… ALEMANNO MULTA LA MELONI

Il sito web ufficiale sarà  online più o meno fra 2 giorni.
Il countdown è cominciato e la città  di Roma è già  tappezzata di manifesti che annunciano l’edizione 2012 di Atreju, la festa dei giovani del Pdl (tendenza ex An) che si svolge ogni anno vicino al Colosseo nel parco di via di San Gregorio sul Palatino (quest’anno dal 12 al 16 settembre).
Si tratta di un appuntamento importante per l’area giovanile del Pdl, egemonizzata da sempre dagli ex An e che trova come referente e principale animatrice l’ex ministro Giorgia Meloni.
Dai tempi di Azione Giovani è infatti la regina della Garbatella a trarre un grande ritorno di immagine (e di voti) dall’organizzazione dell’evento nazionale e da quello locale.
Feste che vedono solitamente la partecipazione dei massimi vertici del Pdl.
Evento rilevante anche quest’anno, alla luce delle non nascoste ambizioni della Meloni in vista di una sua eventuale candidatura alle primarie del Pdl (qualora il cavaliere rinunciasse ai suoi propositi di ripresentarsi candidato premier).
Sul nome della Meloni paiono convergere le varie anime degli ex An.
Quello che non ti aspetti da un partito di governo e della legalità  è che compia un illecito proprio per propagandare la propria festa, anche se Roma è abituata alle affissioni abusive.
Il comune di Roma non ha potuto non rilevare che una buona parte dei manifesti affissi negli spazi del Lungotevere sono abusivi
A quel punto il sindaco Gianni Alemanno non ha potuto risparmiare i giovani del suo partito e la loro “madrina” Giorgia Meloni.
Ora la domanda è: chi pagherà  la multa?

(da “Il Portaborse”)

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TREMONTI LASCIA IL PDL MA RESTA IN POLITICA

Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile

IL RETROSCENA E I PROGETTI DELL’EX MINISTRO… LO STUDIO DI UN NUOVO MOVIMENTO E LE CRITICHE AI PARTITI IN CRISI

Un anno fa era ancora il ministro che scriveva un decreto che Berlusconi, qualche giorno dopo, aveva già  deciso di cambiare.
Era il potentissimo, quanto inviso ai suoi, uomo che decideva i tagli, le linee economiche, le politiche per la tenuta del bilancio.
Quello a cui il Cavaliere, proprio nell’infuocato agosto del 2011, sottrasse di fatto la guida della politica economica prendendola in mano direttamente per predicare una «politica espansiva, per la crescita».
IL FUTURO
Il resto – un veloce precipitare della situazione verso la crisi che portò alle dimissioni di Berlusconi e al governo Monti – è storia.
Adesso, c’è chi per Giulio Tremonti prospetta un futuro politico più che a rischio, chi ne evidenzia l’isolamento e l’ostilità  in quello che è stato il suo partito, il Pdl, chi già  preannuncia che Berlusconi «non lo candiderà  più».
In realtà , come le cose dicono e come lo stesso ex ministro ha sempre sostenuto in questi mesi, la rottura – politica, non personale – è avvenuta allora.
Quando le strade si divisero su scelte economiche diverse, quasi opposte.
E da allora i rapporti politici tra i due si sono interrotti, anche se quelli personali, seppur sporadici, sono sopravvissuti alla tempesta, perchè il Cavaliere è uno che non dimentica nemmeno i compleanni degli uomini con cui ha vissuto fianco a fianco (e proprio ieri, guarda caso, l’ex ministro festeggiava 65 anni, si può giurare che da Villa la Certosa sia partita la telefonata di auguri).
CONTRIBUTO
E però, è certo che il cammino comune si è interrotto, e che sembra ad oggi impossibile vedere Tremonti nelle liste di un Pdl che lo ha sempre vissuto come un corpo estraneo.
Ma immaginare che l’ex ministro torni al suo studio professionale, si dedichi soltanto ai libri o ai convegni è altrettanto improbabile.
Lui, con gli amici e i collaboratori, ha fatto capire che è pronto ancora a dare il suo contributo ad una politica che vede in una crisi di difficilissima ma anche «delle soluzioni possibili».
Ed è convinto che uno spazio politico fra partiti sempre più in crisi ci sia.
I RAPPORTI
In un Paese dove la benzina sfiora i due euro – sono i suoi ragionamenti – dove si è varata una riforma delle pensioni che non darà  risparmi e una del lavoro che creerà  «centinaia di migliaia di disoccupati» tra i giovani con contratti a termine che non potranno essere assunti in pianta stabile dalle aziende proprio nei settori cruciali della crescita – quelli dell’innovazione, dell’informazione, della ricerca, dell’informatica -, nuove ricette sono doverose e possibili.
Ed è a quelle che l’ex ministro sta lavorando, mantenendo molto stretti e frequenti i suoi rapporti con economisti come con politici, europei e non solo, conosciuti negli tanti anni in cui – alla guida dell’Economia -, l’Italia vantava una crescita «migliore di quella di Francia e Olanda», uno spread medio a 113, coesione sociale e anche il riconoscimento di Mario Monti che dava atto a Tremonti di aver tenuto in ordine i conti pubblici pur avendo fatto troppo poco per la crescita.
PARLAMENTO
Oggi invece il quadro appare all’ex ministro sconfortante.
A bocce ferme, si prospetta un Parlamento legittimato dal voto del 60-70% degli italiani, con alto astensionismo, con i maggiori partiti che, anche in Grande coalizione, non rappresenterebbero nemmeno la metà  degli italiani.
E questo perchè l’offerta politica è «limitata»: un Pdl sempre più trasformato in Lista Berlusconi, una Lega non più di governo, qualche lista personale di «telepredicatori» e Grillo. Questo avrebbero di fronte gli elettori del centrodestra, visto che la Cosa centrista in costruzione appare, con le aperture a sinistra, più «rosa che bianca…».
MOVIMENTO
Ecco allora che si apre uno spazio per un movimento ancora tutto da costruire ma del quale Tremonti può fare da catalizzatore.
Nelle sue uscite pubbliche in occasioni di dibattiti e per la presentazione del suo ultimo libro, «Uscita di sicurezza», raccontano che l’interesse attorno a lui e a un suo eventuale impegno è stato costante.
E la dice lunga il botta e risposta avvenuto la scorsa settimana a Cortina, dove appunto Tremonti si trovava per presentare la sua ultima fatica e dove aveva appena finito di smontare pezzo per pezzo la politica di Monti con relativi risultati (non a caso al suo governo ha votato solo la prima fiducia, e nessun’altra).
Ad una signora che gli chiedeva di firmare una copia del libro e che, entusiasta, gli sorrideva «professore, lei deve fondare un partito!», ha risposto in sua vece l’amico Gianni Letta, presente all’evento: «Ma guardi che lo sta già  fondando…».
«Ho passato il Rubicone», è stata l’unica ammissione fatta tempo fa da Tremonti a chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto in futuro, conscio comunque che «le piante devono crescere dal basso».
Se non è un annuncio, ci somiglia molto.

Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera”)

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“SE QUALCUNO NON MI RICANDIDA MORIRO’ DI FAME”: PARLA IL DEPUTATO EX LEGHISTA GRASSANO, CONDANNATO PER TRUFFA

Agosto 10th, 2012 Riccardo Fucile

“CON LA CONDANNA CHE HO A 4 ANNI SE VADO IN CARCERE AVRO’ PRANZO E CENA”

C’aggia fa? C’aggia fa… ”
Da quando parla napoletano, l’onorevole Grassano da Alessandria?
A Roma ho dovuto imparare anche le lingue.
Come si trova nella Capitale?
Benissimo, finchè mi tengono ci sto. Ancora qualche mese, è certo. Poi potrei fare l’eremita.
Col suo stipendio?
Guardi, guadagno 4800 euro e ne pago 4000 alla mia ex moglie. Non mi rimane niente. La diaria. Devo essere sempre presente in Parlamento. Se non lavoro non mangio.
La sua impresa?
Tutti i miei beni sono bloccati. Conti correnti, alloggi, terreni edificabili, tutto sotto sequestro cautelativo. In attesa della sentenza d’appello per truffa aggravata ai danni dello Stato. Sono innocente, mi hanno incastrato. È colpa dei giudici. E dei giornalisti.
Questa l’abbiamo già  sentita.
Mi hanno dato quattro anni quando il massimo della pena è cinque. Non ho rubato nulla. Ma se avessi una pistola forse me ne darebbero venti a ragione…
È davvero disperato.
Sono stato dipinto come il mostro di Alessandria, e anche se verrò assolto non mi toglierò questo marchio.
È la paura del carcere?
Io non ho paura del carcere. Vorrà  dire che se mi ci mettono non avrò più il problema di mettere insieme il pranzo con la cena.
Ha bisogno di una ricandidatura. Leghista, poi Responsabile . Ora?
Sono vicino al Pdl.
Cosa le hanno promesso?
Io non chiedo niente, sono nelle mani del Signore.
Parla con Berlusconi?
Non lo disturbo, sta lavorando a un progetto.
Non l’ha chiamato?
No, ma abbiamo rapporti cordiali, da quella fiducia del 14 dicembre.
Quando gli mostrò tutta la sua fedeltà …
Sono nato e morirò nel centrodestra.
Almeno con Alfano ha parlato?
Non ho avuto questo onore.
Allora con chi ha rapporti nel Pdl?
Con Rosso, con Crosetto….
Ma non è che lei è uno degli amici a cui Crosetto ha fatto un prestito?
No, perchè, ne fa?
L’ha raccontato al Fatto Quotidiano: aiuta chi è in difficoltà , e non vuole niente indietro.
Allora lo vado a cercare subito. Ma un giorno spero di restituirli, o a lui o in beneficenza.
Tutta colpa della sua ex moglie?
No, tutta colpa mia. Sono discolo… le donne sono un vizio che non riesco a togliermi.
A Roma soffre di solitudine?
No, preferisco vivere da solo. Non sono come quelli del Pd che predicano l’amore libero. Che poi era l’unica cosa che mi piaceva dei comunisti.
Chi sono i suoi amici?
Mi trovo bene con Mario Pepe.
I leghisti?
Nessuno mi ha sostenuto quando ho avuto bisogno, mi hanno lasciato solo.
Del tesoriere Belsito cosa pensa?
Un compagno che ha sbagliato.
E di Maroni?
Ah faccio gli auguri ai leghisti. Io nel’94 c’ero e gliel’avevo detto a Bossi: non te lo riprendere.
Quindi se si votasse nei collegi non avrebbe più neanche un sostenitore.
I collegi? Ci si mettono i bambini cattivi nei collegi.
Lei non lo è? È cattolico?
Sì e mi chiedo se lo sia anche Casini che vuole allearsi con i comunisti.
Meglio Fini?
Per carità , può anche farsi un partito su misura, ma chi lo rielegge?
C’è un politico che stima?
Ha una domanda di riserva?
Ma lei lo sa che non sarà  ricandidato. . .
Resto nelle mani del Signore. Intanto mi sono portato avanti diventando amico del presidente della Caritas di Alessandria, così avrò un posto dove mangiare e dormire in caso di bisogno. Un esodato illustre. Me la dovrò cavare da solo, come ho sempre fatto.

Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SCOPELLITI INDAGATO PER ABUSO D’UFFICIO PER LE NOMINE ALL’ASL DI VIBO VALENTIA

Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile

QUATTRO AVVISI DI GARANZIA PER IL GOVERNATORE PDL DELLA CALABRIA… L’ULTIMO RIGUARDA LA NOMINA A DIRETTORE GENERALE DELLA MOGLIE DI VINCENZO GIGLIO, IL MAGISTRATO ARRESTATO A NOVEMBRE PER AVER FAVORITO LA ‘NDRANGHETA

Indagato per abuso d’ufficio. E siamo a quattro.
A tanto, infatti, ammonta il numero di avvisi di garanzia incassati dal governatore calabrese Giuseppe Scopelliti che,   a margine del Consiglio regionale, ha dato la notizia ai giornalisti. “Sono stato convocato in Procura dal pm Dominijanni — ha detto — perchè indagato per la vicenda che riguarda la nomina della dirigente Alessandra Sarlo”.
Pur non avendo mai avuto esperienza in materia di controlli, la moglie del giudice Vincenzo Giglio era stata stata nominata dirigente generale esterno.
Un ruolo che la donna non ha mai ricoperto: è stata solo per un breve periodo commissario dell’Asp di Vibo Valentia, l’azienda sanitaria sciolta per infiltrazioni mafiose.
Secondo gli inquirenti la nomina della Sarlo è il risultato di un giro di informazioni giudiziarie ‘riservate’ in cambio di aiuti politici, per soddisfare i desiderata della moglie del magistrato Giglio, arrestato dalla Procura di Milano assieme all’ex consigliere regionale Franco Morelli nell’ambito dell’indagine sui Lampada, la famiglia calabrese trapiantata in Lombardia. Avrebbe curato il riciclaggio di denaro sporco per conto della cosca Condello di Archi.
Stando all’impianto accusatorio, infatti, il presidente della Corte d’Assise di Reggio Calabria, Vincenzo Giglio, avrebbe rivelato segreti investigativi al consigliere regionale in cambio della promozione della consorte.
Promozione che, però, non sarebbe stata decisa solo dal politico di centrodestra finito in manette.
Come ha sottolineato l’assessore Mimmo Tallini, anche lui indagato dalla Procura di Catanzaro, “si è trattato di una scelta collegiale” della giunta Scopelliti.
Da qui, l’obbligatoria iscrizione del presidente della Regione nel registro degli indagati da parte del pm di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, che è il titolare di un’altra inchiesta sul governatore della Calabria.
Scopelliti, in qualità  di commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro della sanità , dovrà  chiarire la ratio di alcuni provvedimenti assunti come il patto di legislatura con l’Aiop, la convenzione con l’università  Magna Graecia di Catanzaro e il regolamento attuativo per l’accreditamento dei centri socio-riabilitativi.
A Reggio, le grane giudiziarie di Scopelliti non sono da meno: il presidente della Regione è in attesa del processo d’appello per la mancata bonifica della discarica di Longhi Bovetto.
Una vecchia storia che risale ai tempi in cui era sindaco della città  dello Stretto e che, in primo grado, gli è già  costata una condanna a 6 mesi di carcere.
Quello che, però, preoccupa di più il governatore della Calabria è il rinvio a giudizio nell’ambito del “caso Fallara” che prende il nome dalla dirigente comunale del settore Finanze e Tributi, morta misteriosamente nel dicembre 2010 dopo aver ingerito acido muriatico, a poche ore da un’accorata conferenza stampa durante la quale si era dichiarata disposta a chiarire tutti i suoi ‘errori’ ai pm Francesco Tripodi e Sara Ombra.
Spese folli, bilanci truccati, casse del Comune raschiate fino all’ultimo centesimo per organizzare feste e balletti in riva allo Stretto e trasformare la città , passata agli onori della cronaca come il luogo in cui si è consumata la seconda guerra di mafia, in una “Reggio da bere”, capace di far cantare Elton John, Ricky Martin, i Duran Duran e di far passeggiare i tronisti della scuderia di Lele Mora.
Milioni di euro pubblici spesi in pochi anni per far ballare i reggini e (perchè no?) creare consenso.
L’esponente di punta del Pdl calabrese, il 20 luglio scorso, è stato rinviato a giudizio assieme ai tre revisori dei conti del comune di Reggio.
Abuso d’ufficio e falso in atto pubblico: per i magistrati “avrebbero falsamente rappresentato, nella contabilità  dell’ente, dati e circostanze determinando l’approvazione dei bilanci di previsione per gli anni 2008 e 2009 nonchè quella del rendiconto di gestione per l’anno 2008”. L’inchiesta poggia le sue basi su una relazione redatta dai periti della Procura.
Centinaia di pagine in cui i consulenti dei pm hanno stimato un “buco” di 87 milioni di euro, che sarebbero parte dei 170 milioni “certificati” dagli ispettori del ministero dell’Economia in merito al disavanzo maturato dal 2006 al 2010.
Finanza creativa che ha rappresentato le fondamenta di un “modello Reggio” sbandierato come la soluzione di tutti i mali e rivelatosi, invece, la causa che sta portando al default un Comune già  provato dalla pesantissima relazione della Commissione antimafia spedita in Calabria dal ministro dell’Interno per verificare i tentativi delle cosche di infiltrarsi nella cosa pubblica.
A questo si aggiunge lo spettro del dissesto finanziario: una delibera della Corte dei Conti ha quantificato in 170 milioni di euro il deficit del Comune.
Il crac è a un passo: i giudici contabili hanno evidenziato “la presenza di criticità  e irregolarità  rilevanti, sintomi di una situazione di squilibrio strutturale dell’ente”.

Lucio Musolino
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IMMOBILIARE MINETTI: STAREBBE TRATTANDO LE DIMISSIONI IN CAMBIO DI CASE A LOS ANGELES E SULLA RIVIERA ROMAGNOLA

Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO “L’ESPRESSO” L’ACCORDO TRA BERLUSCONI E IL PADRE DI NICOLE CHE NE GESTISCE GLI AFFARI SAREBBE SU UNA BASE TRA I 5 E I 10 MILIONI DI EURO

Baci da Los Angeles.
Baci iperbolici, schioccati da labbra modello Zodiac gonfiate dall’allegro chirurgo.
Mentre gli strapagati consiglieri della Regione Lombardia si riunivano in stanche riunioni di mezza estate, la collega Nicole Minetti bazzicava la metropoli californiana in compagnia del padre Antonio.
Fresca tappa della calda estate della vestale del culto di Bunga Bunga, sotto processo a Milano per sfruttamento della prostituzione nella villa dell’ex premier Silvio Berlusconi, e che l’ha detto e ripetuto: «Non mi dimetto, non mi dimetto adesso, non mi dimetto su ordine di nessuno».
Intendendo il segretario del Pdl Angelino Alfano, il coordinatore lombardo Mario Mantovani, figure politicamente influenti come Daniela Santanchè, e una fetta crescente di opinione pubblica irritata dalla disinvoltura di questa 27enne senza freni.
Perchè a Los Angeles? Perchè col padre?
Ufficialmente, per qualche giorno di vacanza e per un casting.
Televisivo o cinematografico.
Difficile orientarsi, quando un giorno le attribuiscono la voglia di girare un film porno (ma lei smentisce), un altro lascia correre la voce di un interessamento a lei, interprete di se stessa, da parte di Oliver Stone per un film sul declino di Berlusconi.
L’indiscrezione, invece, che “l’Espresso” ha raccolto nei corridoi di viale Monza, sede lombarda di un partito dilaniato da cordate rivali, ha a che fare con il do ut des, il negoziato informale in corso tra l’ambiziosissima soubrettina romagnola (9 mila euro netti al mese da consigliere regionale; imposta nel listino del presidente Formigoni creato con l’aiuto di firme fasulle).
Per lasciare lo scranno in Regione entro ottobre, prima che scatti il diritto al vitalizio, come da lei dichiarato a “Vanity Fair” (perchè non le possano «rinfacciare in eterno il privilegio»), chiede garanzie a Berlusconi in persona, bypassando la struttura del partito, cosa che incattivisce il sempre misurato segretario Alfano.
Secondo le indiscrezioni si parla di diversi milioni di euro, tra i cinque e i dieci, frazionati in un anno, una parte in immobili a Los Angeles e una parte sulla Riviera romagnola, attraverso papà  Minetti.
Un regalone d’addio e di silenzio.
Una coda alla lunga fila di versamenti del Cavaliere, tramite il ragionier Spinelli, dal famoso conto del Montepaschi alle olgettine, prima per le loro voglie di shopping poi per le loro spese legali.
Illazioni interessate? O un esito verosimile?
Certo è che le manovre immobiliari lasciano meno tracce dei trasferimenti bancari; che il padre Antonio da tempo fa da amministratore alla figlia; che lo stesso padre, da manager della Expansion Consulting, società  di eventi, congressi e promozioni di Rimini, ma registrata a San Marino, s’intende di artifizi contabili e fiscali; e che proprio a Los Angeles Minetti senior ha avuto un importante cliente, il gruppo Herbalife International, estetica e salute.
Se poi si aggiunge che gli piace il mattone, e s’interessa a Milano Marittima, località  gettonata da bulli e pupe, calciatori e tv, il tutto non suona così peregrino.
Da un lato, in questo inizio agosto, c’è lei, l’esibizionistica Nicole.
Che stupì tutti nel gennaio 2011, quando arrivò in consiglio regionale, incurante delle notizie sulle serate Bunga Bunga e il suo ruolo nell’harem delle olgettine, con labbra e seno vistosamente implementati dalla chimica.
Per un po’ si sottomise alle forme istituzionali, con mises poco vistose e scarpe basse.
Ma quest’estate è riesplosa con foto paparazzate tra Versilia e Costa Smeralda in cui sfoggia bikini avventurosi e seni bronzei da dea della fertilità .
E poco prima, in via Montenapoleone, a Milano, aveva esibito una maglietta-sberleffo, con la scritta «Senza t-shirt sono ancora meglio».
Sull’ultimo numero di “Chi”, poi, il rotocalco della Real Casa di Berlusconia, risplende in copertina in posa sessualmente aggressiva, e all’interno in un primo piano sconcertante, in cui una bella ragazza di 27 anni appare quasi deformata da un taglio d’occhi cambogiano e quelle iperlabbra da fumetto porno.
Il tutto non giova alla sua popolarità  (il cittadino medio si chiede: e questo carnevale con le tasse mie?), ma tiene sulla corda il Cavaliere inguaiato dal caso Ruby, ormai squalificato nei Paesi dell’area anglosassone e protestante, dove su sesso e politica c’è meno tolleranza che alle nostre latitudini catto-ipocrite.
E anche se Nicole parla un ottimo inglese, frutto della madre Georgina, la yellow press britannica la tratta come una maà®tresse di lusso.
Dall’altro ci sono gli uomini e le donne del partito.
Gli irritati e i vanitosi.
Tra gli irritati, tanti capataz del Pdl, da Alfano in giù, passando per l’area ex An e quel che resta dei cattolici.
Alfano è furente per aver dato per certe le dimissioni di Nicole da consigliera il 16 luglio, ricevendo da lei un’alzata di spalle e una visita privata ad Arcore prontamente divulgata («Il presidente le mie dimissioni non le ha mai chieste»).
I vanitosi sono i sedicenti tutor di Nicole, che ostentano di averla introdotta alle sacre cose della politica.
Come Clotilde Strada, a cui la Minetti aveva confidato di esser stufa di polemiche, e di volersene andare. Clotilde Strada è l’ex segretaria del Milan che fece carriera nel partito lombardo ai tempi di Paolo Romani, e poi con le sue dichiarazioni sulle strane firme del listino Formigoni ha inguaiato il segretario regionale Guido Podestà .
Sicchè il nuovo responsabile di viale Monza, Mantovani, ha voluto occupare uffici nuovi, nell’ala destra, per non mischiarsi al giro minettiano di Strada e Serafini.
Giancarlo Serafini, altro vanitoso. Senatore del Pdl, sperava di sostituire lui il Podestà  in disgrazia.
Serafini conosce Berlusconi dai tempi della Edilnord, quand’era responsabile della Uil edili, e si è subito detto a favore della candidatura Minetti nel listino bloccato, fiutando i vantaggi, e offrendosi come tutor tra gli scogli della politica consiliare.
Lo scottato Serafini fa capire ai suoi di essere lui il vero ispiratore, anzi il mediatore nella trattativa tra lei e il Cavaliere. Fanfaronate?
Il Cavaliere è assediato da chi vanta e millanta. Amaro conto per le sue esuberanze, e indizio di fine regime, quando s’avanzano le terze file e i riscossori di crediti, veri e presunti.
Emilio Fede, per esempio, che con la Minetti ha condiviso la chiamata in tribunale per favoreggiamento nel caso Ruby, sostiene di essere stato lui, prima di altri, a consigliare a Nicole di dimettersi, una sera al ristorante Giannino di Milano: «Per giocare d’anticipo, come atto di dignità  personale e per risolvere il problema politico», racconta a “l’Espresso”, «ben prima che la attaccassero, cosa che è puntualmente avvenuta».
L’ha rivista di recente, dice l’ex direttore del Tg4, dal comune parrucchiere Coppola sopra la Rinascente: «Ma non abbiamo parlato di trattative o altro».
Si capisce: da coimputati, un poco di prudenza, in questa storia di imprudenze.

Enrico Arosi,
(da “L’Espresso”)

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SALERNO, FALSE TESSERE PDL: INDAGATO IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA CIRIELLI

Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile

LA DECISIONE DELLA PROCURA DOPO APPROFONDIMENTI INVESTIGATIVI E L’ACQUISIZIONE DI CARTE E DELIBERE

E’ una tranche di Linea d’Ombra, l’inchiesta sulle collusioni tra la camorra e la politica a Pagani, sfociata nell’arresto dell’ex sindaco e consigliere regionale Pdl Alberico Gambino, attualmente sospeso dalla carica elettiva.
E’ l’indagine sul falso tesseramento del Pdl a Salerno e in provincia, culminata nell’acquisizione dei tabulati di circa 25mila iscrizioni.
Nell’ambito di questo procedimento Edmondo Cirielli, deputato Pdl e presidente della Provincia di Salerno, sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati.
Lo anticipa la versione on line del quotidiano La Città .
La decisione della Procura di Salerno guidata da Franco Roberti sarebbe arrivata dopo alcuni approfondimenti investigativi.
In questi mesi i carabinieri hanno acquisito carte e delibere del Palazzo Sant’Agostino. Nel mirino dell’inchiesta condotta dal pm della Dda Vincenzo Montemurro ci sarebbero — scrive La Città  — gli atti relativi all’affidamento di alcuni lavori di manutenzione stradale e di una fornitura a una cooperativa sociale di Nocera Superiore.
Ai primi boatos Cirielli ha replicato con una nota ufficiale: “Apprendo da fonti giornalistiche di un’indagine a mio carico per la vicenda del tesseramento del mio Partito, e mi sembra logico, atteso che ne sono il leader. Non conosco, ovviamente, i contorni della vicenda ma so per certo che ho sempre rispettato la legge, per cui chiederò di andare dai magistrati per chiarire qualsiasi eventuale dubbio che potrebbero nutrire sul mio operato. D’altro canto — prosegue Cirielli — la mia posizione sulla giustizia non cambia di certo: sono garantista ma rispetto la Magistratura e ho fiducia nella sua azione complessiva. Non credo a teorie complottiste e sono convinto che ci si debba difendere nei processi e non dai processi”.
Delle 25mila tessere staccate nel salernitano, la quasi totalità  farebbero capo a Cirielli e ai suoi referenti territoriali, tra i quali era annoverato anche Gambino.
Solo 3000 sarebbero attribuibili all’ex ministro Mara Carfagna.

Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCAMBIO POLITICO MAFIOSO IN CALABRIA NEI CORSI DI FORMAZIONE: “PRIMA IL VOTO, POI GLI ESAMI”

Agosto 1st, 2012 Riccardo Fucile

UNA INDAGINE DELLA DDA DI REGGIO CALABRIA   PORTA IN CARCERE L’EX CONSIGLIERE COMUNALE SURACI, UOMO DEL GOVERNATORE SCOPELLITI E LEGATO ALL’AVV. MAFRICI, COINVOLTO NELLO SCANDALO LEGA-BELSITO

L’amica del politico in odor di mafia: “I voti, i voti, i voti, dammi i voti. Lo capisci che questo è voto di scambio”.
Il magistrato: “La ‘ndrangheta è un pericolo per la democrazia”.
Reggio trema.
L’ex consigliere comunale Dominique Suraci era il referente politico della cosca De Stefano-Tegano di Archi.
Un altro fedelissimo del governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, è finito in manette nell’ambito della inchieste “Sistema” e “Assenzio”, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia.
Concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione elettorale, associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta e truffa allo scopo di ricevere erogazioni pubbliche.
C’è tutto nell’indagine condotta dalla Dia, dai carabinieri e dalla guardia di finanza.
Dominique Suraci era il dominus di un sistema criminale nel settore della grande distribuzione alimentare.
Un sistema che, l’ex consigliere di centrodestra ha sfruttato anche in chiave elettorale.
Alle elezioni del 2007, infatti, il politico imprenditore è stato eletto con 1205 voti che gli hanno consentito a Palazzo San Giorgio di ricoprire il ruolo di presidente della seconda Commissione consiliare “Programmazione e servizi generali”.
Voti rastrellati grazie all’ex direttore operativo della Multiservizi (la società  mista sciolta per mafia), Pino Rechichi, e all’indagata Costanza Ada Riggio, titolare del centro studi “Corrado Alvaro”.
Il gip ha concesso gli arresti domiciliari a quest’ultima che, secondo gli inquirenti, ha convogliato su Suraci i “consensi” dei partecipanti ai corsi di formazione, attraverso la minaccia che «altrimenti sarebbero stati bocciati».
Lo scambio di voto è stato accertato attraverso le intercettazioni telefoniche e ambientali eseguite dalla Direzione investigativa antimafia.
Raccapriccianti, e allo stesso tempo significativa di come viene “pilotato” il consenso in riva allo Stretto, sono le conversazioni registrate dagli inquirenti. “Voti blindati”.
Così Costanza Ada Riggio ha definito il suo sostegno al consigliere Suraci, perfettamente consapevole che, per essere favoriti, i ragazzi dei corsi di formazione venivano sottoposti a un ricatto: “Perchè sanno che se io li verifico… a giugno a luglio loro devono fare esami, a giugno, quindi hai capito, l’elezioni vengono prima degli esami (…) io sai che gli dico: questo è un voto di scambio, agli alunni, questo è un voto di scambio, se mi escono i voti, poi usciranno i voti, così faccio che ti pare che gli dici: mi voti? (richiesta ndr). Mi devi votare (perentorio ndr), mi devi dare un voto, dammi la via, dammi il nome e la via, mi deve dare il voto (perentorio ndr.)… è finito il tempo ti do questo bigliettino”.
Tra i grandi elettori di Suraci, c’era l’ex direttore operativo della Multiservizi, Pino Rechichi, già  condannato a 16 anni di carcere perchè considerato un uomo della cosca Tegano.
A lui, Dominique Suraci avrebbe consegnato una serie di nominativi che dovevano rientrare tra le 131 assunzioni che la società  mista ha effettuato pochi giorni prima delle elezioni comunali. I favori si ricevono, ma si fanno anche.
E se da una parte le cosche ti danno una mano, dall’altra fai di tutto per restituire la “cortesia”.
Voti, soldi, indebite percezioni di fondi pubblici, false fatture e crediti di imposta taroccati. Sullo sfondo la “Reggio bene”, habitat naturale della zona grigia asservita e allo stesso sfruttatrice di certi ambienti criminali.
La “Reggio bene” che ha entrature importanti anche a Milano.
Non è un caso, infatti, che l’ex consigliere arrestato era intimo amico del fantomatico avvocato Bruno Mafrici, indagato nell’inchiesta sui rapporti tra la ‘ndrangheta e la Lega Nord.
In quest’ottica Suraci è stato protagonista di un’azione volta a favorire gli interessi della ‘ndrangheta garantendo ad un ampio numero di operatori economici, legati alle cosche, la possibilità  di partecipare alla fornitura dei supermercati a marchio Sma, di proprietà  della Sgs Group, intestata alla compagna dell’ex consigliere comunale per quale sono stati disposti gli arresti domiciliari.
L’inchiesta della Dia, guidata dal colonnello Gianfranco Ardizzone, ha svelato i retroscena di una vicenda emblematica per comprendere l’universo Suraci: quella della Vally Calabria Srl, una società  che ha gestito per qualche tempo numerosi supermercati fino alla bancarotta fraudolenta avvenuta un attimo dopo la cessione formale dell’azienda dai reali responsabili del fallimento alle “teste di legno”
«L’impresa di Suraci — ha sottolineato il procuratore Sferlazza — rappresenta l’espressione della ‘ndrangheta che è un pericolo per la democrazia». L’operazione, coordinata dal sostituto procuratore Stefano Musolino, ha portato al sequestro di beni per circa 130 milioni di euro.
Oltre che per le società  coinvolte nelle indagini, sono stati applicati i sigilli a una grossa e lussuosa imbarcazione attraccata nel porto di Napoli.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BRACCIO DI FERRO SULLE RIFORME: I TRE PUNTI CHIAVE DELLA PROPOSTA PDL SULLA LEGGE ELETTORALE

Agosto 1st, 2012 Riccardo Fucile

PREMIO DEL 10%, SBARRAMENTO AL 5%… DEMOCRATICI ANCORA DIVISI, CERTO IL RINVIO A SETTEMBRE

Il Pdl ha fatto la prima mossa, depositando alla presidenza del Senato un ddl per la riforma della legge elettorale.
Il vicecapogruppo Quagliariello si è premurato di spiegare che non si tratta di «un diktat ma una proposta per arrivare a un testo base condiviso».
Il testo comunque prevede quanto annunciato ormai da tempo: 2/3 dei parlamentari eletti con le preferenze e un terzo con liste bloccate nei collegi; il premio di maggioranza del 10% andrà  al primo partito; sbarramento per entrare in Parlamento del 5%.
Oggi la palla passa al comitato ristretto dove il relatore del Pd Enzo Bianco, pur ribadendo che il doppio turno sarebbe il sistema migliore per garantire la governabilità , dovrebbe aprire al «premio di governabilità » al partito chiedendo che deputati e senatori vengano eletti in collegi uninominali.
Dovrebbe, appunto, perchè nel Pd la discussione è accesa.
Se confermata l’indiscrezione su quanto dirà  Bianco, sarebbe un passo in avanti: significa che le posizioni cominciano ad avvicinarsi.
Parlare di un accordo è ancora presto. E le forze politiche non pensano sia urgente chiudere entro agosto.
Anche se il capo dello Stato Napolitano e il premier Monti insistono per un segnale di responsabilità  e stabilità , guardando ai mercati, che a loro avviso passa pure per l’approvazione delle nuove regole elettorali.
Tuttavia tutti protagonisti della trattativa escludono che si faccia in tempo non solo ad approvare una legge in piena estate, ma di poter definire un testo base.
Lo stesso presidente del Senato Schifani ha detto che gli sembra difficile un primo passaggio parlamentare prima della pausa estiva: sono stati fatti «passi in avanti», ma senza fretta perchè occorre evitare «anomalie nei principi applicativi della riforma».
«Non è uno yogurt che scade dice Maurizio Gasparri -, stiamo parlando della principale legge che regola la vita politica. Ci sono ancora diverse questioni da discutere. Loro vogliono i collegi sul modello del Provincellum e a noi non vanno per niente bene».
«E no – ribatte il vicecapogruppo del Pd al Senato Zanda – non possono pretendere che noi accettiamo le preferenze e per quanto riguarda il premio di governabilità  non può essere inferiore al 15%. Quando si arriverà  in Aula per votare tutti i tasselli devono essere a posto, non si può dire: poi decide l’Aula sui punti controversi».
Ma Bersani, si chiede una parte del Pd, perchè dovrebbe accettare il premio di maggioranza al partito e non alla coalizione che vince?
Lascerebbe a Casini la possibilità  di correre da solo, anzi con una lista più ampia dell’Udc e che comprenda imprenditori, cattolici e ministri dell’attuale governo.
Con il rischio che Bersani sia costretto a passare la mano di nuovo a Monti e alle larghe intese se nel prossimo Parlamento non si formerà  una maggioranza certa e solida.
Con la conseguenza che Berlusconi possa avere ampi margini di manovra.
L’attuale sistema lo garantirebbe di più.
Così la discussione interna al Pd sta diventando molto nervosa. I filo-montiani del Pd, da Veltroni a Gentiloni, Letta e Boccia, sono a favore del premio di maggioranza al partito, mentre l’ala sinistra è nettamente contraria.
Tra pochi giorni la discussione verrà  chiusa.
Se ne parlerà  a settembre, anche se Letta propone di tenere aperto il Senato anche ad agosto «perchè se perdiamo l’abbrivio e ci si ferma per 3-4 settimane dopo non si riprende più».
Tra l’altro c’è un deputato del Pd, Roberto Giachetti, che da settimane sta facendo lo sciopero della fame contro la melina dei partiti.
La sua salute è peggiorata, così un gruppo di colleghi ha deciso di fare la staffetta del digiuno. «È ora che anche altri parlamentari si facciano carico di proseguire la sua iniziativa per portare al più presto la riforma della legge elettorale nelle aule.
Con altri deputati e senatori ad agosto organizzeremo un digiuno a staffetta che raccolga il testimone del collega del Pd», ha preso l’iniziativa il capogruppo di Fli Benedetto Della Vedova.

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa“)

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LA RUSSA LEGHISTA AD DIS-HONOREM: “NIENTE RIFORMA SENZA LA LEGA”

Luglio 30th, 2012 Riccardo Fucile

IL COORDINATORE DEL PDL NON ESCLUDE UN VOTO A MAGGIORANZA COI SUOI AMICHETTI CHE SI PULISCONO IL CULO CON IL TRICOLORE,   TANTO AMATO A PAROLE DALL’EX MINISTRO DELLA DIFESA

Non pensi il Pd di escludere la Lega dalla riforma della legge elettorale.
Non sia mai.
Ignazio La Russa, parlando ai microfoni di Sky Tg2, chiarisce la posizione del Pdl: “Non speri la sinistra di fare quello che fece negli anni Settanta, una sorta di arco costituzionale per escludere la Lega in un tema che deve coinvolgere maggioranza e opposizione”, ha detto il coordinatore del Pdl.
“La Lega non si può escludere, ci sta che noi si faccia maggioranza aggiungendo la Lega”, ha insistito, “e se la sinistra ponesse dei veti, in linea di principio non c’è nulla di antidemocratico nel formare una maggioranza sulle riforme tra noi e chi ci sta, Lega per prima o compresa”.
Per un ministro macchietta della Difesa, che amava veder sfilare la Folgore con il tricolore ben esposto, arrivare a ritenere essenziale l’apporto di quel partito che con il tricolore ci si puliva il culo è davvero l’apoteosi del suo percorso politico.
Senza i suoi amichetti padagni, il buon ‘Gnazio non gioca.
La Russa, poi, è tornato sulla proposta di presentare a giorni un ddl per una legge elettorale che consegni il premio di maggioranza al primo partito e contempli le preferenze, rivendicando la correttezza del Popolo della libertà , di fronte alla critiche del Pd, nella decisione di andare avanti con un testo sulla legge elettorale anche senza l’intesa di tutta la maggioranza.
Il presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro si dice ‘allarmata’ dalla volontà  del Pdl di anteporre i propri interessi a quelli del Paese: “Noi continuiamo testardamente a cercare un’intesa. Facciamo tutto il possibile, tenendo fermi due paletti: la nuova legge elettorale deve dare governabilità  al Paese e prevedere i collegi e non le preferenze”, ha detto, sostenendo che Pdl e Lega, “vogliono indebolire sia il governo sia l’Italia”.
Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini non ha intenzione di lasciare solo Bersani: “A me non sorprende l’idea di un mega-premio di maggioranza al partito vincente. Serve alla governabilità . Non ci trovo niente di lesivo e secondo i sondaggi il destinatario del premio non sarebbe il Pdl”, ma “è importante che tra i partiti della maggioranza si stabilisca un principio di condivisione. Se si programmasse un colpo di mano e la creazione di un nuovo asse Pdl-Lega avrebbe ragione Bersani”.
“Ormai il Pdl e la Lega sono pronti: premio al primo partito e nessuna coalizione predefinita, così dopo il voto ognuno potrà  avere le mani libere sia sul programma che sulle alleanze per consentire al sovrano di Arcore di continuare ad essere determinante per liberarsi per sempre dai processi e difendere le sue aziende”, ha affermato il presidente dei senatori dell’Italia dei Valori, Felice Belisario.

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