Dicembre 10th, 2015 Riccardo Fucile
SONO PER LA MAGGIOR PARTE UOMINI, PIU’ DELLA META’ STRANIERI
Sono oltre 50.700 le persone senza fissa dimora in Italia, in aumento rispetto alle 47.648 stimate
nel 2011.
La stima arriva dall’Istat sulla base di coloro che nei mesi di novembre e dicembre 2014, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui è stata condotta l’indagine.
L’Istat che nel 2014 ha realizzato la seconda indagine sulla condizione delle persone che vivono in povertà estrema, a seguito di una convenzione tra Istat, ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) e Caritas Italiana
La percentuale.
Tale ammontare corrisponde al 2,43 per mille della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati dall’indagine, valore in aumento rispetto a tre anni prima, quando era il 2,31 per mille (47 mila 648 persone).
Il collettivo osservato dall’indagine include tuttavia anche individui non iscritti in anagrafe o residenti in comuni diversi da quelli dove si trovano a gravitare.
Circa i due terzi delle persone senza dimora (il 68,7%) dichiarano di essere iscritte all’anagrafe di un comune italiano, valore che scende al 48,1% tra i cittadini stranieri e raggiunge il 97,2% tra gli italiani.
I confronti.
La quota di persone senza dimora che si registra nelle regioni del Nord-ovest (38%) è del tutto simile a quella stimata nel 2011, così come quella del Centro (23,7%) e delle Isole (9,2%); nel Nord-est si osserva invece una diminuzione (dal 19,7% al 18%) che si contrappone all’aumento nel Sud (dall’8,7% all’11,1%)
Le caratteristiche.
Rispetto al 2011, vengono confermate anche le principali caratteristiche delle persone senza dimora: si tratta per lo più di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%), anche se, a seguito della diminuzione degli under 34 stranieri, l’età media è leggermente aumentata (da 42,1 a 44,0), o con basso titolo di studio (solo un terzo raggiunge almeno il diploma di scuola media superiore).
I single.
Cresce rispetto al passato la percentuale di chi vive solo (da 72,9% a 76,5%), a svantaggio di chi vive con un partner o un figlio (dall’8% al 6%); poco più della metà (il 51%) dichiara di non essersi mai sposato.
La durata.
Anche la durata della condizione di senza dimora, rispetto al 2011 si allunga: diminuiscono, dal 28,5% al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi (si dimezzano quanti lo sono da meno di 1 mese), mentre aumentano, le quote di chi lo è da più di due anni (dal 27,4% al 41,1%) e di chi lo è da oltre 4 anni (dal 16% sale al 21,4%).
“La crisi della casa – commenta Mario Marazziti, presidente della commissione Affari Sociali della Camera – è uno dei grandi temi da affrontare con soluzioni vere. L’incremento non sorprende vista anche la fragilità dei nuclei familiari che aumenta in tempi di difficoltà economiche. Quindi purtroppo è un incremento atteso e fortunatamente non gigantesco. Ma bisogna immaginare nelle grandi città piani straordinari di edilizia sociale, recuperando il patrimonio pubblico. E rendendo affittabile a prezzi accessiblili anche parte del patrimonio sfitto. Forse occorre immaginare un sistema di garanzia pubblica per quei proprietari di case che preferiscono tenere sfitti i loro beni, piuttosto che fidarsi, e rischiare l’insolvenza”.
(da agenzie)
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Dicembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
NON SOLO SIAMO SOTTO LA MEDIA EUROPEA, MA AUMENTANO LE DISEGUAGLIANZE
Nel Rapporto sul benessere equo e sostenibile in Italia dell’Istat il ritratto che emerge del Paese è ancora di forti disuguaglianze e contrapposizioni, tra Nord e Sud, ricchi e poveri, uomini e donne, anziani e giovani.
“Dopo la grande tempesta del 2013 e le criticità presente dal 2008, – spiega LInda Laura Sabbadini, direttore centrale dell’Istat – il 2014 è un anno di transizione. Si ferma la caduta e ci sono addirittura segnali di miglioramento. Le reti sociali, che hanno rappresentato un importante riferimento nella crisi, migliorano. Però tra Nord e Sud c’è una situazione speculare, in particolare rispetto a lavoro e sicurezza: il Sud si colloca ai livelli più bassi e con una dinamica peggiore per il lavoro, e la forbice è aumentata in questi anni, sia per la qualità che per la quantità del lavoro”.
Aumenta il reddito, ma non per tutti.
Nel 2014 all’aumento dello 0,7% della spesa per consumi, che prosegue anche nel 2015, si aggiunge il leggero aumento del reddito totale disponibile.
Però crescono le disuguaglianze nella distribuzione: il rapporto tra il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti e il 20% con i redditi più bassi raggiunge il 5,8, dal 5,1.
Risale la propensione al risparmio, anche se il 12% precrisi è ancora lontano, e si riducono notevolmente le “azioni di contenimento della spesa”, per la prima volta dall’inizio della crisi.
La povertà non si riduce, ma almeno quella assoluta nel 2014 smette di salire, anche se affligge ancora notevolmente le famiglie con cinque o più componenti.
E per i più poveri non ci sono miglioramenti.
Il disagio delle persone con gravi difficoltà economiche però non si attenua: la ripresa non raggiunge le famiglie in situazioni di “grave deprivazione materiale”.
Si tratta di una serie di situazioni che limitano fortemente il benessere: il 15% della popolazione maggiore di 16 anni (il 20,6% della popolazione del Mezzogiorno) non può permettersi di sostituire gli abiti consumati, un quinto non può svolgere attività di svago fuori casa per ragioni economiche, un terzo non può permettersi di sostituire mobili danneggiati.
E ci sono anche indici di deprivazione costruiti su misura per i bambini: oltre il 7% non può permettersi di festeggiare il compleanno o di invitare a casa gli amici.
Nel Mezzogiorno il 16% dei bambini non può permettersi di partecipare a una gita scolastica e il 14,7% non dispone di uno spazio adeguato per studiare.
Il Mezzogiorno in generale, pur mostrando miglioramenti nelle situazioni di grave deprivazione, mantiene livelli superiori di tre volte al resto del Paese.
Più famiglie “a bassa intensità lavorativa”.
Anche se gli indicatori del lavoro migliorano, aumenta il numero di persone che vivono in famiglie “a bassa intensità lavorativa”, che cioè nell’anno precedente hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale.
Diminuiscono invece le famiglie che dichiarano di essere in difficoltà ad arrivare alla fine del mese, ma anche in questo caso c’è un abisso tra il 30,3% del Mezzogiorno e il 10,4% del Nord.
Dopo alcuni anni di “avvicinamento”, spiega l’Istat, il Sud ha riconominciato ad allontanarsi dal Nord nel 2011: le Regioni più penalizzate per l’indice di disagio e quello di disuguaglianza sono la Sicilia, la Campania, la Calabria e la Puglia.
Il lavoro cresce, ma aumentano mismatch e part time involontario.
Per la prima volta dal 2008 c’è una ripresa dell’occupazione, ma più lenta rispetto a quella Ue tant’è che aumenta il divario, che passa dagli 8,7 punti del 2013 a 9,3 punti. Inoltre, mentre il Europa migliora il tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro, in Italia aumenta di 1,2 punti (per via della crescita dei disoccupati e delle forze di lavoro potenziali, pur in presenza di un aumento degli occupati).
Inoltre in Italia la quota del part-time involontario è doppia rispetto al resto dell’Europa, e oltre 5 milioni di occupati, il 23% del totale, hanno un titolo di studio superiore a quello richiesto per il lavoro svolto.
Sale dall’85,7% all’88,6% la quota di coloro che ritengono improbabile la possibilità di perdere il proprio lavoro. Il 45,3% degli occupati si dichiara soddisfatto del proprio lavoro, percentuale in aumento di un decimo di punto sul 2013.
Infine, nonostante la ripresa dell’occupazione sia stata soprattutto al femminile, oltre il 27% delle donne che vogliono lavorare non ci riesce, contro il 19,3% degli uomini, e con un divario cinque volte superiore a quello europeo.
Inoltre il tasso di occupazione aumenta sopratutto per gli ultracinquantacinquenni (+3,5 punti), mentre l’indicatore scende al di sotto del 50% per i giovani 20-34enni e non mostra segni di recupero per le altre fasce di età .
Cresce la spesa in ricerca e sviluppo, ma lontani dall’Europa.
Nel 2013 la spesa per ricerca e sviluppo guadagna il 2,3% in termini nominali e l’1,1% in termini reali. L’incidenza sul Pil arriva all’1,31% contro l’1,27% del 2012 ma siamo lontani dal target nazionale di Europa 2020 dell’1,5% e abbiamo ancora un gap di 0,7 punti percentuali rispetto al 2% della media Ue28.
Rosaria Amato
(da “La Repubblica”)
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Novembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
SITUAZIONE CRITICA IN LOMBARDIA… LE MEDICINE PIU’ RICHIESTE SONO PER LE MALATTIE RESPIRATORIE
In Italia sono 405mila le persone che non possono permettersi i farmaci di cui hanno bisogno: sono i dati del nuovo rapporto “Donare per curare” presentati oggi dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus.
Nel 2015 la richiesta di medicinali da parte degli enti caritativi è risultata in aumento del 6,4% rispetto allo scorso anno.
Le malattie respiratorie sono quelle per cui c’è più richiesta, seguite da quelle cardiovascolari e gastrointestinali
Più di 4 milioni di persone spendono meno di 100 euro
Lo studio, in particolare, e’ stato condotto su un campione di 1.640 enti convenzionati con il Banco Farmaceutico, dispensatori di farmaci.
«Rispetto allo scorso anno, quindi – fa sapere il Rapporto – e’ rimasto sostanzialmente invariato il numero complessivo di persone (405.423) che non possono acquistare un farmaco, ma e’ aumentata la domanda».
Ma a crescere, soprattutto, è il numero di italiani in difficoltà : «Oggi sono 182.400, contro i 179mila dell’anno passato (+1,9%), anche se gli stranieri restano maggioritari 222.982 (55%), contro i 230mila dell’anno passato. In particolare, tra gli italiani sono gli adulti tra i 18 e i 64 anni i maggiori beneficiari».
Nel nostro paese 4,1 milioni di persone spendono 69 euro l’anno per curarsi, a fronte di una spesa media nazionale di 444 euro. Questo significa che se nelle famiglie si destina il 3,8% del budget domestico per curarsi, in quelle povere si scende all’1,8%.
La differenza tra le regioni
La maggiore richiesta di farmaci, in Italia, si riscontra in queste tre Regioni: Lombardia (18,9%), Veneto (11,1%) ed Emilia Romagna (11,1%).
In tutte le aree geografiche gli assistiti sono prevalentemente adulti (59,3%), mentre sono meno numerosi i bambini (22%) e gli anziani (18,7%).
Esiste, in Italia, una geografia della salute dei poveri: al nord prevale una richiesta dei farmaci per l’apparato respiratorio, al centro per quelli cardiovascolari, mentre al sud (dove c’è la più elevata incidenza di malattie croniche) per quelli gastrointestinali.
Per sensibilizzare i cittadini sul tema della povertà sanitaria il Banco Farmaceutico ha realizzato una candid camera per cogliere le reazioni della gente comune nel vivere lo choc di chi non può permettersi l’acquisto di farmaci.
Alle prese con un prezzo molto più alto di quello che ci si aspettava, c’è chi si stupisce timidamente, chi chiede «82 centesimi o 82 euro?», chi si infuria.
Il video è stato realizzato dagli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia – sede Lombardia.
Le donazioni continuano a crescere
Il dato positivo sono le donazioni, che continuano a crescere: nel solo I semestre del 2015, infatti, il Banco Farmaceutico ha raccolto quasi 1,4 milioni di confezioni, a fronte delle 915mila dello scorso anno.
Ad aumentare in modo robusto, anche la donazione da parte delle aziende farmaceutiche
La donazione dei farmaci è possibile tutto l’anno, sottolineano dal Banco Farmaceutico «grazie ai contenitori sempre presenti in farmacia dove si possono mettere farmaci integri che non si usano più, ad esempio perchè è cambiata la terapia».
(da Agenzie)
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Novembre 7th, 2015 Riccardo Fucile
ISTAT: IL 10,2% DELLE FAMIGLIE IN RITARDO NEL PAGAMENTO DELLE BOLLETTE PER LE UTENZE DOMESTICHE
Le famiglie italiane “in difficoltà “con il pagamento delle spese per la casa sono circa 3 milioni,
l’11,7% del totale.
E’ la stima dell’Istat, secondo cui tanti sono i nuclei familiari che nel 2014 si sono ritrovati in arretrato con il pagamento delle rate del mutuo, dell’affitto o delle utenze domestiche.
I dati emergono dalla documentazione consegnata dall’Istituto di statistica in Parlamento in occasione delle audizioni sulla legge di Stabilità , di cui la casa rappresenta uno dei punti chiave. In particolare, si legge nelle statistiche, il 10,2% delle famiglie si è trovata in ritardo con i pagamenti delle bollette per le utenze domestiche; tra le famiglie in affitto il 16,9% si è trovata in arretrato con il pagamento; il 6,3% delle famiglie con il mutuo da pagare si è trovato infine in arretrato con la rata.
L’esposizione delle famiglie al ritardo nei pagamenti delle spese per la casa, evidenziano i tecnici dell’Istat, “si associa nettamente all’onerosità delle spese stesse e, in particolare, alla loro incidenza sul reddito disponibile”.
Infatti, le categorie di famiglie maggiormente interessate dal problema sono quelle del quinto quintile, ovvero della fascia di reddito più povero (29,2% sono state in arretrato con le spese per la casa, pari a 1 milione e 505mila famiglie) e, più in generale, quelle in affitto (27,6%, 1 milione e 320mila) o quelle gravate da un mutuo per la casa (14,8%, 561mila).
Le spese per l’abitazione (condominio, riscaldamento, gas, acqua, altri servizi, manutenzione ordinaria, elettricità , affitto, mutuo) costituiscono infatti una delle voci principali del bilancio familiare.
Nel 2014, l’esborso medio di una famiglia per queste spese è stato di 357 euro mensili, a fronte di un reddito netto (al netto delle poste figurative) di 2.460 euro mensili, con un peso del 14,5%.
Le spese risultano più onerose nel Nord (15,2%) e nei comuni centri di aree metropolitane (16,1%).
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile
IL FONDO NAZIONALE NON E’ STATO RIFINANZIATO: ALTRO REGALO DEL GOVERNO “DI SINISTRA”
Non si può dire che funzionasse bene, visto che solo una piccola parte dei fondi stanziati sono arrivati ai Comuni.
Ma, invece di rivedere i criteri di ripartizione e di accesso, il governo Renzi ha deciso che il Fondo nazionale per l’accesso alle abitazioni in locazione va cancellato con un colpo di spugna: la legge di Stabilità non prevede rifinanziamenti, per cui l’anno prossimo le risorse messe sul piatto scenderanno dai 100 milioni del 2015 (rimpolpati con il Piano casa dell’ex ministro Maurizio Lupi) a zero euro.
Con il risultato che scompaiono anche i 25 milioni riservati alle famiglie disagiate sottoposte a procedure esecutive di sfratto per finita locazione
“Il governo condanna centinaia di migliaia di famiglie al baratro dello sfratto per morosità ”, sostiene Massimo Pasquini, segretario nazionale dell’Unione Inquilini. “Ora tutto è chiaro: viene eliminata la tracciabilità degli affitti, nessuna risorsa per l’aumento dell’offerta di alloggi a canone sociale, nessuna limitazione al libero mercato e ora scopriamo che al capitolo 1690 del Bilancio del Ministero delle infrastrutture sono state letteralmente azzerate le risorse destinate al fondo nazionale per i contributi affitto alle famiglie in disagio economico. Per il governo gli inquilini (3,2 milioni di famiglie) sono agnelli da sacrificare al mercato. Nel 2015 erano stati stanziati 100 milioni di euro (nel 1998 senza la crisi economica che mordeva erano 350 milioni di euro), ora con la legge di Stabilità per gli anni 2016-2017-2018 le risorse disponibili sono zero”.
I dati ufficiali del ministero delle Infrastrutture sui risultati ottenuti, va detto, sono molto deludenti: su una disponibilità complessiva per il biennio 2014-2015 che, considerando anche i finanziamenti degli enti locali, arriva a oltre 324 milioni, al 30 giugno di quest’anno le risorse assegnate dalle Regioni ai Comuni sono state di appena 93,7 milioni, di cui solo 88 milioni effettivamente trasferite.
Sui 25 milioni riservati alle famiglie disagiate, poi, solo 3,5 sono arrivati agli enti locali.
Davvero poco a fronte dei quasi 80mila provvedimenti di sfratto del 2014, 69mila dei quali per morosità .
Non per niente il sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro ha ammesso che “il monitoraggio restituisce un dato di pressochè inutilizzo”. L’emergenza, insomma, rimane.
E azzerare tout court i fondi non risolve il problema.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 29th, 2015 Riccardo Fucile
ABBIAMO UNO DEI TASSI PIU’ ALTI DI RISCHIO POVERTA’ PER I MINORI, MENTRE LO STATO SOCIALE NON FORNISCE UN AIUTO PARAGONABILE A QUELLO DELLE ALTRE NAZIONI EUROPEE
L’Italia è, con la Spagna, fra i paesi con il maggior numero di bambini a rischio povertà .
Secondo Eurostat un bambino su tre fra i 6 e i 10 anni vive in una famiglia a basso reddito — dove manca il lavoro o che non può permettersi quanto a volte viene dato per scontato: una tv, una lavatrice, il riscaldamento; magari una settimana di vacanza altrove.
Per le bambine il rischio è un po’ più elevato che per i maschi.
Nel Regno Unito il problema appare meno grave — scendiamo al 29 per cento, per non parlare di Francia e Germania dove la povertà infantile riguarda il 20 per cento dei bambini di quell’età .
La questione non è solo banalmente materiale: chi cresce in questo modo tende ad andare meno bene a scuola, avere più problemi di salute — in generale a diventare a sua volta povero.
Un circolo vizioso che si perpetua nel tempo.
Secondo stime Eurostat del 2009 il 2,4 per cento dei ragazzi italiani sotto i 16 anni non può permettersi abbastanza frutta e verdura, il 4,5 per cento manca di proteine, il 2,7 di scarpe e il 6,2 di vestiti.
Nè in sei anni, con l’economia in condizioni ancora peggiori, c’è motivo di pensare che le cose siano migliorate.
Dal 2008 è diminuita molto anche la capacità degli italiani di sopportare spese impreviste.
Primi della crisi meno del 30 per cento delle persone dichiarava che situazioni fuori dall’ordinario avrebbero messo in difficoltà la propria famiglia.
Da questo punto di vista c’è però una nota positiva: dopo un picco nel 2012 (al 42,5 per cento) il problema ha cominciato a migliorare. Serve ancora molto prima di tornare a dov’eravamo, ma almeno qui la tendenza pare essersi invertita. Più esposti, comunque, restano i genitori soli con figli, le donne single, e le coppie con tre o più figli.
In generale, in Europa il rischio di povertà fra i bambini è assai più elevato non solo rispetto agli adulti, ma soprattutto in confronto agli anziani — che invece sono il gruppo che ne soffre meno.
Lo stesso vale per i genitori single o per le famiglie molto numerose. Anche l’educazione delle madri e dei padri incide molto: il rischio infatti aumenta per i figli di persone che hanno studiato fino alle scuole medie.
I figli dei migranti sono un altro gruppo critico. Per loro cadere nella povertà è assai più probabile rispetto a chi ha genitori nati in Italia — minore istruzione, difficoltà d’inserimento, problemi con la lingua: tutte condizioni che rendono la vita più complicata per genitori che si sono trasferiti in Italia e, di riflesso, per i loro figli.
Cosa fa lo stato sociale per aiutare queste persone? Pochissimo, almeno in Italia.
In tutti i paesi sviluppati il welfare, fra le altre cose, riduce la povertà .
Questa è la sua funzione, ovvio, però è soprattutto una questione di quanto. Ma secondo i dati Eurostat lo stato sociale italiano non è in grado di far calare più di tanto questo rischio — in particolare fra categorie a rischio come le persone sole.
In Irlanda i single nella fascia di povertà sono parecchi, ma l’intervento dello stato sociale è efficace — tanto che alla fine diventano meno che in Italia.
Discorso simile in Gran Bretagna, mentre in Francia si parte già da un livello di povertà piuttosto basso, con il welfare che rende le persone sole fra le meno esposte in Europa.
Lo stato sociale spagnolo, d’altra parte, riduce il livello di povertà dei single quasi del doppio rispetto all’italiano — quest’ultimo il peggiore in assoluto dopo quello greco e rumeno.
Ma che differenza può fare qualche punto percentuale in più?
Può non sembrare molto, ma parliamo di nazioni intere — e nei fatti vuol dire migliaia di persone in difficoltà .
Eppure la situazione è anche più grave di quanto sembri a una prima occhiata. Funziona così: per capire chi è povero e chi no gli istituti di statistica considerano vari fattori, fra cui il reddito delle persone.
La soglia per essere considerati poveri, ogni anno, viene fissata al 60 per cento del reddito mediano familiare per ciascun paese: chi guadagna meno è dentro.
Quando però arriva una crisi economica molti stanno peggio e la soglia si abbassa, tanto che diventa più difficile essere considerati “poveri” — anche se guadagniamo sempre lo stesso.
Per lo stesso motivo, i confronti fra più nazioni vanno fatti tenendo a mente che si parte da livelli diversi.
Non solo in Italia la fetta di bambini poveri è maggiore che in Germania, ma i bambini italiani hanno meno dei tedeschi.
E non poco, se consideriamo che in media una famiglia teutonica guadagna ogni anno qualche migliaio di euro in più: la differenza che può fare fra una vita dignitosa e una no.
Un’illusione ottica, in un certo senso. Ma tentiamo il più facile degli esperimenti: guardare soltanto a come sono cambiate le cose dall’inizio della crisi, con l’ identico livello di povertà .
Scopriamo così che gli effetti si sono sentiti ovunque — soltanto in Germania la situazione è rimasta identica — eppure l’Italia resta fra i paesi più colpiti: nel 2008 erano a rischio il 24 per cento dei minorenni, saliti al 32,2 per cento nel 2013.
Certo, nulla a che vedere con la Grecia, dove la povertà infantile è più che raddoppiata, è vero. ma è una magra soddisfazione.
Davide Mancino
(da “L’Espresso”)
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Ottobre 28th, 2015 Riccardo Fucile
PENSIONI CONTRO SUSSIDI, ANZIANI PIU’ TUTELATI… SOCIAL JUSTICE INDEX: L’ITALIA IN FONDO ALLA CLASSIFICA
C’è un fantasma che si aggira per l’Europa. E risponde al nome di ingiustizia sociale. Con una divisione che si fa sempre più marcata tra le generazioni, con i giovani che sono sempre più in difficoltà dal punto di vista economico, lavorativo e di opportunità .
Un solco che cresce all’interno dell’Unione Europa anche tra gli stati membri, con i paesi dell’area del Mediterraneo che se la passano sempre peggio e che vedono i loro indici economici peggiorare, nonostante la (modesta) ripresa degli ultimi due anni.
E’ quanto si può leggere nel rapporto della Fondazione Bertelsmann Stiftung di Bruxelles che ogni hanno che pubblica il “Social justice index”.
A scorrere le posizioni della classifica per nazioni non c’è da stare molto allegri: l’Italia si trova in 25esima posizione tra i 28 stati Ue, in coda assieme agli altri paesi del sud Europa.
Non a caso i più colpiti dalla recessione economica. E quelli che fanno più difficoltà a recuperare le posizioni perdute.
Giovani, i grandi perdenti.
Secondo il rapporto, i giovani europei sono “i grandi perdenti della crisi europea economica e del debito”.
Impietosi i numeri a dimostrazione dell’assunto. All’interno dell’Unione europea ci sono 26 milioni di ragazzi e giovani a rischio povertà o esclusione sociale. Di questi, il 27,9 per cento sono minorenni.
Non si tratta solo di mancanza di risorse economiche. A peggiorare la situazione c’è la mancanza di una prospettiva per il futuro, la quale porta molti ragazzi alla rassegnazione: ci sono 5,4 milioni di giovani che non lavorano nè si stanno formando o studiando. E’ la generazione Neet, acronimo che sta per “Not (engaged) in Education, Employment or Training”.
Non studio e non lavoro: i Neet.
In Italia, i giovani che non studiano e non lavorano e nè imparano un mestiere – secondo gli ultimi dati – sono il 26,09% degli under 30.
All’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno.
Tra i giovani “Neet” italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha un titolo di studi universitario.
La percentuale di “Neet” è più elevata tra le femmine (27,99%) che tra i maschi. Peggio di noi solo la Spagna. La quale, però è in una condizione meno sfavorevole per la fascia di età tra i 20 e i 24 anni: in Spagna, la percentuale dei giovani che non lavorano nè si stanno formando o studiando è passata dal 16,6 al 24,8%, in italia si sale dal 21,6 al 32%.
Povertà , in aumento tra i giovani.
Altro che poveri pensionati. L’ingiustizia sociale colpisce solo da una parte, dimostrando una volta di più come l’Unione Europea sia per lo più un paese per vecchi.
O, per lo meno, ci sono nazioni che non si possono di certo definire paesi dove ai giovani conviene crescere.
Dal 2007, si legge nello studio Bertelsmann Stiftung, in Spagna, Grecia, Italia e Portogallo il numero dei giovani a rischio povertà ed esclusione sociale è aumentato di 1,2 milioni, passando da 6,4 a 7,6 milioni.
In 25 stati membri questo valore è aumentato, in parte, in misura considerevole dal 2008 e solo in Germania e in Svezia le prospettive per i giovani di questa fascia d’età sono migliorate negli ultimi anni.
Il divario intergenerazionale cresce. In queste condizioni non è potuto che aumentare: se la percentuale media dei ragazzi a rischio povertà ed esclusione sociale è aumentata dal 2007 passando dal 26,4 al 27,9%, il valore corrispondente nella fascia di popolazione a partire dai sessantacinque anni d’età si è ridotto dal 24,4 al 17,8 per cento.
Ciò è dovuto, secondo alla rapporto della Fondazione, al fatto che la riduzione delle rendite e delle pensioni di anzianità è stata meno marcata di quella subita dai redditi della popolazione più giovane o non si è verificata affatto.
Tradotto: la politica ha garantito che il potere di acquisto delle pensioni potesse reggere nonostante la recessione, sacrificando i giovani che sono rimasti con minori tutele sociali.
Il debito pubblico ricade sui giovani. In sostanza, si legge nelle note che accompagnano il “Social Justice index” anche gli effetti del crescente debito pubblico degli stati membri fanno cadere la bilancia solo da una parte, visto che a soffrirre delle risorse pubbliche sempre più scarse sono le giovani generazioni: “Si nota come gli investimenti futuri nell’istruzione o in ricerca e sviluppo ristagnino e l’invecchiamento delle società aumenta la pressione sulla sostenibilità finanziaria dei sistemi di previdenza”.
Il livello di indebitamento degli stati Ue rispetto alla rispettiva performance economica è aumentato in media dal 63% del 2008 all’attuale 88%.
Italia in fondo alla classifica.
Guardando la tabella che riassume la posizione in classifica dei singoli stati membri in rapporto al livello di giustizia sociale, l’Italia si piazza al 25imo posto su 28 paesi. Nonostante l’introduzione del Jobs Act (i cui effetti non si possono ancora misurare) il rapporto sottolinea come ci siano ancora carenze “ancora gravi” del mercato del lavoro.
Rispetto all’indagine del 2014, c’è stato un peggioramento in questo fondamentale: tra il 2008 e il 2014 il tasso di disoccupazione è quasi raddoppiato salendo dal 6,8% al 12,9%, mentre il livello dell’occupazione con una percentuale del 55,7% è rimasto stazionario a un livello molto basso (26o posto).
Solo in Grecia e in Croazia si è registrato un tasso di occupazione ancora più basso. Per i giovani italiani la situazione “si presenta particolarmente drammatica”: dal 2008 al 2014 la disoccupazione giovanile è infatti più che raddoppiata, passando dal 21,2% al 42,7% (25 esimo posto).
Luca Pagni
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 10th, 2015 Riccardo Fucile
REQUISITI E BUROCRAZIA NE LIMITANO LA DIFFUSIONE: ENNESIMO FLOP
Per sostenere le famiglie italiane più povere spunta una social card con un bonus fisso tra gli
80-120 euro procapite, con corsie preferenziali per i casi di estremo bisogno. Questa una delle ipotesi allo studio del governo in vista della legge di Stabilità da 27 miliardi euro che dovrebbe destinare un’attenzione particolare alle fasce deboli della popolazione.
Se il nuovo sostegno sarà davvero inserito nella manovra lo vedremo.
Quel che si sa per certo è che dal 2008 è già in vigore una carta acquisti contro la povertà assoluta che dovrebbe essere destinata proprio ad aiutare i nuclei familiari più deboli grazie all’erogazione di 40 euro mensili (ma viene caricata automaticamente ogni due mesi con 80 euro) per spesa alimentare, prodotti farmaceutici e parafarmaceutici e pagamento delle bollette della luce e del gas.
È una tessera concessa agli anziani di età superiore o uguale ai 65 anni o ai bambini di età inferiore ai tre anni (in questo caso il titolare della carta è il genitore) il cui reddito Isee sia bassissimo.
Per il 2015 il limite è salito da 6.781,76 a 6.795,38 euro, non tenendo però conto che, con il nuovo indicatore, migliaia di italiani si sono ritrovati più ricchi perchè, all’aumentare del nuovo valore reddituale, non sono state ridefinite dagli enti locali le soglie che danno diritto alle agevolazioni.
Di fatto escludendo, anche per poche decine di euro, molti beneficiari che fino allo scorso anno rientravano nella social card.
E il condizionale è ancor più d’obbligo, visto che negli ultimi 7 anni questa carta acquisti non ha lasciato traccia e gli effetti sono poco visibili.
Non solo, infatti, è difficile rientrare nelle condizioni per accedervi (non essere intestatari di più di una utenza elettrica domestica e di più di due utenze del gas nè proprietari di più di due autoveicoli nè proprietari, con una quota superiore o uguale al 25%, di più di un immobile ad uso abitativo o titolari di un patrimonio mobiliare superiore a 15mila euro), ma anche l’iter burocratico è costellato da intrecci tortuosi. Sono coinvolti due ministeri (Lavoro ed Economia), l’Inps e Poste Italiane.
Un tale rompicapo che per accedere al modulo di domanda si deve cliccare su un link presente sul sito dell’Istituto di previdenza, nella sezione ad hoc Carta acquisti ordinaria, ma da qui si viene rimandati a un altro indirizzo delle Poste che, però, non funziona (qui il link corretto).
La richiesta deve, infatti, passare obbligatoriamente per Poste che la trasmette in via telematica all’Inps per le necessarie verifiche.
E meglio non va se si tenta di accedere alla domanda dal sito del ministero del Lavoro.
Non tanto per un errore di collegamento, quanto per la sensazione di impotenza che arriva quando, scorrendo le varie voci (Scheda di sintesi, Esempi di situazione economica dei cittadini e Modalità di adesione degli enti locali) si legge “Aggiornamenti novembre 2009”.
Questi, infatti, sembrerebbero gli ultimi dati relativi alla social card, con il solito rimpallo di responsabilità da parte degli enti coinvolti.
E, quindi, poco importa se sei anni fa su 830mila sono state accolte 627mila richieste, visto che i requisiti erano meno stringenti e, soprattutto, era stata utilizzata una campagna di comunicazione con l’invio a casa di 780mila lettere ai potenziali beneficiari.
Del resto che la social card non sia uno strumento in grado di far fronte a una povertà assoluta che, secondo gli ultimi dati Istat, riguarda il 5,7% delle famiglie (per un totale di oltre 4 milioni di persone), lo ha detto chiaramente anche un folto gruppo di associazioni e sindacati.
Oltre 30 sigle, tra cui Caritas e Save The Children, secondo cui questa problematica non si risolve “a colpi di spot” e “con interventi emergenziali di poche decine di euro”.
Appelli inascoltati, visto che nonostante la social card avesse già dimostrato tutti i suoi limiti, nel 2014 le è stata affiancata la Sia (Sostegno per l’inclusione attiva), una nuova carta sperimentale (si va da 231 euro per due componenti del nucleo familiare a 404 euro mensili per 5 componenti), richiedibile dai residenti di 12 città italiane (Roma, Milano, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Napoli, Palermo, Torino, Venezia, Verona e Bari).
Il target di riferimento è sempre la lotta alla povertà minorile a partire dalle famiglie in cui chi lavorava ha perso il posto di lavoro e non ha più diritto a sussidi.
Cosa è successo dopo oltre un anno e mezzo dal suo avvio?
Sono più di 8mila i potenziali beneficiari che attendono notizie e i romani, ai quali è stata destinata un quinto delle risorse totali (oltre 11 milioni di euro), mancano addirittura all’appello: il Comune di Roma, infatti, non ha mai comunicato al ministero del Lavoro gli aventi diritto.
Così come emerge dal report pubblicato a settembre 2014.
E, comunque, da altri dati elaborati da M5S emerge che anche con questa social card, a parte la burocrazia con un doppio controllo tra comune e Inps, i requisiti sono talmente stringenti (perdita del lavoro negli ultimi 36 mesi, aver avuto un reddito inferiore ai 4mila euro nei sei mesi precedenti la richiesta e i soliti vincoli sull’abitazione e le automobili) che il numero delle famiglie che alla fine ha ottenuto il beneficio è inferiore alla metà del totale dei richiedenti.
Patrizia De Rubertis
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
NELLA LETTERA, INVIATA A MONS. NOSIGLIA, MONETE DA 10 CENT
Nella sua buca delle lettere, l’altro ieri l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha trovato una busta diversa dalle altre.
I mittenti sono un gruppo di clochard torinesi, che hanno raccolto 60 euro in monete da dieci centesimi e da uno o due euro, per i migranti che in questi giorni stanno raggiungendo l’Italia.
La lettera è scritta a mano, con qualche errore grammaticale.
Chi l’ ha scritta racconta all’arcivescovo la storia di un gruppo di senza fissa dimora che spesso si ritrovano insieme in una mensa della città e che un giorno, ascoltando il telegiornale, hanno saputo dell’appello alle famiglie di aiutare i profughi, ed è per questo motivo si sono attivati, hanno raccolto sessanta euro, li hanno messi in una busta portata in via dell’Arcivescovado.
Il testo ha solo la firma (senza cognome) di un clochard.
Perchè il loro desiderio è che la donazione rimanga anonima.
Nosiglia, che si è commosso non appena ha letto il contenuto della busta, ieri ha voluto ringraziare pubblicamente, con una seconda lettera, le famiglie e comunità che hanno accolto con generosità i rifugiati.
«Con la vostra disponibilità voi state testimoniando a tutti che cosa significa vivere l’amore più grande, il dono di Dio che ci fa tutti fratelli», scrive Nosiglia.
Per lui questo accogliere chi ha bisogno è una «proposta educativa molto concreta, e che va controcorrente rispetto ad una cultura che insegna ai giovani solo a soddisfare i propri desideri. E credere che al mondo ci siamo solo noi e i “nostri».
Dopo aver ringraziato La Caritas, la San Vincenzo, l’Ufficio Migranti e altre associazioni, l’arcivescovo scrive: «Persino, e devo proprio ricordarlo, sono arrivati i soldi da alcuni senza fissa dimora che hanno girato parte delle elemosine ricevute!».
Secondo Cesare Nosiglia «i poveri sanno cos’è la miseria, e per questo motivo esprimono la propria generosità aiutando altri poveri con amore incondizionato. In più, aiutando qualcuno a stare meglio, si sentono utili in questa società ».
Pierluigi Dovis, direttore diocesano della Caritas, racconta che questo non è certo il primo caso di solidarietà che proviene dagli homeless.
«Per il terremoto in Emilia Romagna un gruppo di clochard aveva raccolto alcune decine di euro e le aveva consegnate a noi – racconta Dovis – ed una signora torinese sotto la soglia della povertà tutti i mesi mi invia una busta contenente dieci euro per le persone in difficoltà ».
Cristina Insalaco
(da “La Stampa”)
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