Destra di Popolo.net

ATTENTI ALL’IRA DEGLI ULTIMI

Aprile 22nd, 2014 Riccardo Fucile

OLTRE UN MLIONE DI FAMIGLIE SENZA REDDITO

Campano con qualche aiuto delle famiglie di origine e lavoretti in nero.
Ma il dramma è che la crisi economica ha aperto ferite profonde nel corpo sociale. Ferite enormi, che non si sanano sperando nel lento incremento di qualche frazione di Pil.
Qui ci sono milioni di persone (si badi: milioni) che annaspano mese per mese per restare a galla.
Quattro milioni si mettono in fila per pasti caritativi. È una tragedia in Italia, non in un paese desolato del Terzo mondo.
Domani la notizia sarà  archiviata, ma è urgente fermarsi a riflettere. Lo stato di indigenza e di “fame”, che si annida ormai corposamente nelle pieghe di tante società  avanzate, non si cura lasciando a se stesso il meccanismo economico secondo la ricetta neoliberista in auge da trent’anni.
Ricetta che considera ininfluente l’esistenza di consistenti sacche di povertà .
Ottanta euro di aumento agli stipendi bassi, tagliare sprechi, limitare i superstipendi dei manager statali sono passi.
Però qui serve qualcos’altro.
Un rimodellamento del sistema economico-finanziario (come avvenne nel secolo scorso negli Usa con il New Deal di Roosevelt e la creazione del Welfare in Europa) mettendo al centro la non-accettazione della povertà  strutturale.
Papa Francesco lo sottolinea spesso, mettendo in guardia dal rischio di esplosioni di violenza. Non può rimanere un’esortazione.
Economisti e politici devono tornare a pensare a un nuovo modello di sviluppo. Perchè così non va. Guai a ignorare la rabbia dei poveri.

Marco Politi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ISTAT: “IN ITALIA OLTRE UN MILIONE DI FAMIGLIE SONO SENZA REDDITO DA LAVORO”, MA PER RENZI NON ESISTONO, POSSONO ASPETTARE L’ANNO PROSSIMO

Aprile 21st, 2014 Riccardo Fucile

MEZZO MILIONE SONO LE COPPIE DISOCCUPATE CON FIGLI: IN UN ANNO CRESCIUTE DEL 18,3%, IN DUE ANNI DEL 56,5%…. CALANO GLI ACQUISTI, SI SALVANO SOLO I DISCOUNT (+ 4,8%)

Nell’Italia che lotta per riprendersi dalla crisi economica ci sono ancora un milione e 130mila famiglie senza reddito da lavoro.
Tradotto: si tratta di nuclei familiari al cui interno tutti i componenti attivi (ovvero quelli che partecipano al mercato del lavoro) sono disoccupati.
Una fotografia che non lascia spazio all’ottimismo quello scattato dall’Istat, i cui dati 2013 dipingono una situazione tutt’altro che rosea: nel dettaglio, come detto, si tratta di 1 milione 130mila nuclei, tra i quali quasi mezzo milione (491mila) corrisponde a coppie con figli, mentre 213mila sono monogenitore (nella gran parte dei casi una mamma).
A preoccupare, inoltre, non è solo la cifra in sè, ma anche l’andamento in percentuale del dato.
Il numero delle famiglie dove tutte le forze lavoro sono in cerca di occupazione, infatti, risulta in crescita del 18,3% rispetto al 2012 (+175mila in termini assoluti). Peggio ancora se si confronta il quadro con quello di 2 anni prima: in questo caso il rialzo supera il 50%, attestandosi precisamente al 56,5%.
Si tratta quindi di ‘case’ dove non circola denaro, ovvero risorse che abbiano come fonte il lavoro.
Magari possono contare su redditi da capitale, come le rendite da affitto, o da indennità  di disoccupazione, o ancora da redditi da pensione, di cui beneficiano membri della famiglia ormai ritiratisi dal lavoro attivo.
Il ragionamento, ovviamente, viene fatto al nero di ogni forma di lavoro nero.
A soffrire di più, ancora una volta, è il Mezzogiorno, con 598mila famiglie, dove coloro che sono forza lavoro risultano tutti disoccupati.
Seguono il Nord, che ne ha 343mila, e il Centro, con 189mila.
Ma il fenomeno avanza dappertutto. E i conti non tornano, o meglio tornano quelli della crisi, se si va a guardare il numero dei nuclei in cui tutti i componenti che partecipano al mercato del lavoro hanno un’occupazione, pari a 13 milioni 691mila, in calo di 281mila unità  (-2%).
Insomma le nuove medie annue dell’Istat, intrecciando i dati su condizioni familiari e occupazionali, non fanno altro che confermare un 2013 segnato fino in fondo dalla piaga della disoccupazione.
Unimpresa: “Cinque famiglie su sette al discount per risparmiare”
Numeri le cui conseguenze si riflettono inevitabilmente sulle dinamiche di consumo degli italiani. I quali, in mancanza di entrate, cercano di risparmiare come possono. In tal senso è emblematico il rapporto del Centro studi di Unimpresa, secondo cui la crisi spinge anche nel 2014 per la spesa low cost.
Le famiglie italiane inseguono sempre di più risparmi e promozioni: cinque su sette hanno provato almeno una volta i discount nel primo trimestre di quest’anno, confermando una tendenza cresciuta con la recessione e consolidatasi nel 2013.
La ricerca è stata condotta tra i 18mila esercizi commerciali associati da Unimpresa, secondo cui la recessione ha ormai radicalmente alterato le abitudini al supermercato: il 71,5% degli italiani fa economia e così rispetto al primo trimestre dello scorso anno sono più che raddoppiati, tra gennaio e marzo, gli acquisti di offerte speciali. Aumentano le persone che fanno shopping di cibo nei negozi a basso costo.
Dagli alimenti alle bevande, dice Unimpresa, ma anche prodotti per la casa e abbigliamento, gli sconti fanno gola a tutti e sono la risposta fai-da-te delle persone alla crisi.
Nel carrello della spesa degli italiani finiscono con sempre maggiore frequenza rispetto al passato prodotti offerti sugli scaffali con sconti, specie quelli con ribassi dei prezzi superiori anche oltre il 30% rispetto al listino ufficiale.
Stesso discorso per gli acquisti low cost, che nel primo trimestre del 2014 sono cresciuti del 60%. Lo studio conferma e mette in luce, dunque, una tendenza in atto da tempo, peraltro già  rilevata negli ultimi tre anni dall’associazione.
Confermato il dato più rilevante, secondo cui l’attenzione alle offerte speciali porta i consumatori a fare una vera e propria incetta di beni a basso costo: i cittadini sono diventati super esperti dei volantini, puntano le promozioni e nelle buste della spesa finisce solo quanto è proposto in offerta, mentre restano sugli scaffali dei supermercati e dei piccoli negozi su strada tutti gli altri prodotti.
L’altra faccia della medaglia, ovviamente, sono gli incassi degli esercenti: secondo prime stime l’impatto sui conti potrebbe arrivare ad avere un’incidenza negativa del 65-70%.
Elemento che aggraverebbe un quadro già  profondamente depresso, con i consumi che nel 2013 sono scesi del 2,6%.
I dati del sondaggio Unimpresa indicano che i piccoli negozi sono sempre meno frequentati (-6,5%) e il trend è negativo anche per i supermercati (-2,1%); solo i discount segnano una tendenza positiva (+4,8%).

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PAPA FRANCESCO FREGA RENZI: 50 EURO AI SENZATETTO E NON PER COMPRARE IL VOTO DI CHI GUADAGNA 1500 EURO

Aprile 19th, 2014 Riccardo Fucile

LA DIFFERENZA TRA UN UOMO DI FEDE E UN VENDITORE DI PENTOLE BUCATE: IERI SERA CONSEGNATI A TUTTI I CLOCHARD DI ROMA UNA BUSTA SPECIALE DOPO L’ANATEMA CONTRO L’IDOLATRIA DEL DENARO

Cinquanta euro e un biglietto di auguri. Firmato: Papa Francesco.
Ieri sera, mentre il Pontefice presiedeva la Via Crucis, l’elemosiniere del Papa, mons. Konrad Krajewski, insieme al cerimoniere pontificio mons. Diego Ravelli, si sono recati nelle zone intorno alla Stazione Termini, Santa Maria Maggiore e Ostiense per portare ai senza fissa dimora una busta con gli auguri di Pasqua del Pontefice e un aiuto finanziario, grazie al ricavato delle pergamene per le Benedizioni.
Nelle buste, riferisce Radio Vaticana, i clochard che si apprestavano a passare la notte in strada hanno trovato, oltre agli auguri di Bergoglio, anche banconote da cinquanta euro.
Stamattina, lo stesso dono è stato portato alle circa trenta donne ospiti in questi giorni della Casa Dono di Maria, in Vaticano, gestita dalle Missionarie della Carità , le suore di Madre Teresa di Calcutta.
L’iniziativa, secondo Mons. Krajewski, è stata presa ieri sera dopo aver ascoltato la predica di padre Raniero Cantalamessa durante la Celebrazione della Passione, in cui il padre cappuccino ha denunciato l’idolatria del denaro.
Mons. Krajewski ha ricordato che il Papa lo ha invitato ad andare a cercare i poveri e a non stare dietro la scrivania, anzi a vendere quest’ultima per vincere la tentazione di rimanere in ufficio.
Krajewski ha anche raccontato la gioia dei clochard nel ricevere l’inatteso regalo. Alcuni di loro, stando al racconto del monsignore, stavano già  preparando i cartoni per la notte.
Ricevuta la busta, si sono messi a ballare per la felicità , ringraziando la Provvidenza divina.
Lo scorso Natale, invece, gli auguri del Papa ai barboni erano accompagnati da biglietti della metro e carte telefoniche.

(da “La Repubblica”)

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RENATO, L’EROE POVERO TRA NOI: “MI VERGOGNO A CHIEDERE L’ELEMOSINA”

Aprile 10th, 2014 Riccardo Fucile

DAI PORTICI A EROE DEL WEB, SIMBOLO DI TANTI DIMENTICATI

È noi, è uno di noi, è la nostra storia mutilata, è la nostra vergogna.
Sulla Rete è diventato il monumento, virtuale e realissimo, di cosa significa essere “italiano a 65 anni, vecchio per il lavoro e giovane per la pensione».
Il suo «Help» corre a decine di miglia di cliccate sui siti.
Lui non c’entra: è stata una ragazza a fotografarlo e a metterlo su Facebook urlando la propria rabbia, l’indignazione.
«Un signore mi ha detto di avermi visto sul sito della Gabanelli. Servisse a qualcosa per gli 80 mila come me…» racconta lui.
Si chiama Renato. Curatissimo, dai capelli alla punta delle scarpe, impeccabile, seduto su un seggiolino con una ciotola in mano.
Chiede l’elemosina, sorride, ringrazia.
«Quattro, cinque ore nelle città  dove non mi conoscono. Mi vergogno. Raccolgo dieci-quindici euro, mi bastano. Poi prendo un treno… pago il biglietto, ci mancherebbe… e vado nei centri di accoglienza Caritas in qualche altro posto dove non mi conoscono. A Reggio Emilia, a Modena, a Forlì, a Cesena. Alla mattina mi sposto di nuovo».
Renato va dove non lo conoscono, ma sul web è diventato tristemente famoso: quasi 40 mila condivisioni per la sua foto con il piattino in mano per le strade di Bologna.
È l’italiano diventato povero, senza lavoro, senza pensione, senza casa, senza niente. «Uno di quelli della riforma Fornero. Lavoravo in una società  di marketing di Ferrara. Collaboratore esterno. Ha chiuso quasi cinque anni fa e io, a 61 anni suonati, non ho trovato chi mi prendesse. Ho resistito due anni poi non ce l’ho più fatta a pagare l’affitto. Adesso vivo così».
Questo signore ferrarese dai capelli bianchi e i modi gentilissimi lo trovi in via Ugo Bassi, di fronte al Comune, sotto il portico davanti all’Unicredit.
«Una banca, non ci avevo pensato… C’è un buon passaggio».
Non è nemmeno un esodato, è un dimenticato, un libero professionista finito sulla strada. Non impreca. Analizza «quel che hanno combinato Mario Monti e la ministra Fornero».
«Come si possono fare tagli lineari, senza discernere le persone, le situazioni? Che abbaglio ha preso il presidente Napolitano».
Traccia «analogie» «anomalie», «tipologie». Parla dell’assegno di «chomage» in Francia, dell’SOS Bahnhof nelle stazione tedesche.
«Io mi vergogno di sentirmi un peso, che nessuno mi chieda se sono disposto a fare qualsiasi tipo di lavoro. Non voglio diventare un barbone, d’estate per due mesi faccio le pulizia in Riviera. Sette giorni su sette, vitto e alloggio compresi. Con i soldi arrivo fino a Natale. Dovevo andare in pensione l’anno scorso, la riforma mi ha rimandato ai 67 anni, fra un anno e un mese. Speriamo…».
Come si comportano i bolognesi? «Cosa vuole mai… Sembra che anche loro si vergognino di vedermi. Lo capisco. Fa male. Ho già  fatto i conti se arrivo alla pensione, sono 800 euro al mese mi hanno detto all’Acli, una camera ammobiliata, il mangiare, non bevo, non fumo, qualche vestito l’ho da un amico. Finisce che mi resta pure qualcosa. Vivo per questo».
Non ha parenti, figli, è solo. «Gli amici di un tempo li ho persi tutti. Capisco anche loro. Nella mia vita di adesso è molto difficile condividere le cose con chi è emarginato come te. Il problema è non lasciarsi andare. Rimanere quello che sei. Non diventare uno che non esiste. Ogni mattina quando mi faccio la barba, mi dico che nello specchio c’è il signor Renato di una volta. E riparto. I centri di accoglienza bisogna sceglierli nelle città  non tanto grandi, sono meglio. Sono pulitissimi, frequentati da gente come te e si mangia benissimo. Ma benissimo davvero. Vedesse quante famiglie italiane ci vanno. Famiglie intere. Molti si vergognano, prendono i pacchi di cibo e se ne vanno».
E lei? «Io… mi compro la biancheria intima, le scarpe. Vanno bene i vestiti della Caritas, ma certe cose…».
Giù in Strada Maggiore, accanto ad «Acqua e Sapone», una signora italiana con gli occhiali ha anche lei un cartello che non ha più lavoro.
Non alza mai gli occhi da terra. Più avanti, appena passata Scienze Politiche, verso sera arriva un signore in mountain bike, pone per terra un posacenere e si siede. Elemosina.
Nascosto nell’angolo più buio.

(da “il Corriere di Bologna”)

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PER RENZI I PENSIONATI NON ESISTONO: “SOLDI IN TASCA AI PENSIONATI NON NE METTO”

Marzo 16th, 2014 Riccardo Fucile

PREFERISCE FAVORIRE I SUOI AMICI INDUSTRIALI… IN 15 ANNI GLI ASSEGNI PENSIONISTICI HANNO PERSO IL 30% DEL VALORE

Palla al centro per i pensionati, la ventata in arrivo da Palazzo Chigi non li sfiorerà : non riceveranno nulla.
Così ha sentenziato il premier Renzi mettendo a tacere con una solo battuta due interlocutori.
ll commissario per la spending review Carlo Cottarelli – che solo pochi giorni fa aveva annunciato un prelievo ad hoc sulle pensioni d’oro – e i sindacati che, contenti per gli 80 euro al mese infilati nelle buste paga dei lavoratori, volevano qualcosa anche per i pensionati.
Intervenendo a Porta a Porta su Rai Uno, Renzi ha risposto alle loro richieste in modo inequivocabile: «Per il momento i soldi in tasca ai pensionati non li metto» ha detto «per loro non cambia niente»
L’esclusione non piace per niente ai sindacati, batte cassa la leader della Cgil Susanna Camusso: «Per favorire la ripresa il governo deve guardare ai tanti pensionati che hanno pensioni basse. Anche a loro è dovuta una restituzione fiscale».
Stessa linea per Cisl e Uil e per i pensionati dei lavoratori autonomi Cupla che ricordano come la «stragrande maggioranza degli assegni stia sotto a mille euro».
Le categorie, Spi-Cgil Fnp-Cisl e Uilp-Uil, sono sul piede di guerra. «È evidente siamo considerati cittadini di serie B – commentano – Non staremo nè fermi nè zitti. È inaccettabile che per i pensionati non vi siano sgravi fiscali, è inaccettabile che si pensi di agire solo sulle pensioni per fiscalizzare gli oneri a carico dei nuovi assunti ». Carla Cantone segretario generale della Spi ricorda a Renzi che: «Negli ultimi quindici anni le pensioni hanno perso il 30 per cento del potere d’acquisto. Spesso rappresentano il vero ammortizzatore sociale della famiglia: ma gli anziani non ce la fanno più, negli ultimi due anni le vendite in nuda proprietà  sono aumentate del 23 per cento».

Luisa Grion

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QUANDO I BAMBINI DEVONO VENDERE I LORO GIOCATTOLI

Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile

LA CRISI, UN NEGOZIO DI GIOCATTOLI USATI E UNA FILA DI MAMME CHE VENDONO I GIOCHI DEI LORO FIGLI

Un governo nato vecchio che trasforma l’inciucio in alleanza di legislatura. Un primo ministro che parla di destini magnifici e progressivi, ma stenta a convincere di non pensare soprattutto ai propri.
Poi sottosegretari indagati. Magistrati coraggiosi che vengono respinti dal governo — come Nicola Gratteri — per far posto ad altri — vedi Cosimo Ferri — molto più affini al potere.
Quindi la mafia, la corruzione, i buchi nei conti pubblici.
Non mancano certo gli spunti per raccontare l’Italia di questo lunedì.
Poi ti ritrovi a Genova, vicino alla stazione Brignole, davanti a un negozio di giocattoli usati dove sei passato senza pensarci centinaia di volte. Sta lì da sempre.
Ma questa mattina sul marciapiedi di fronte alla vetrina ecco una lunga coda di donne con le mani ingombre di oggetti.
Allora per curiosità  ti fermi e chiedi: sono mamme che vanno a vendere i giocattoli dei loro figli.
C’è Marina che porta una confezione di Lego, “perchè intanto Mattia non ci gioca più”, dice come per giustificarsi, impaziente di liberarsi di quella scatola che le pesa come una colpa.
Poi Luisa con un sacchetto carico di modellini di automobile che Enrico faceva correre sulle strade del salotto. E Francesca, Claudia.
Sono donne come tante, gente comune, come te e tua moglie. Forse sarà  suggestione se negli abiti di alcune di loro — il colletto della giacca consumato, la borsa con una riparazione di fortuna — ti sembra di riconoscere le prime avvisaglie di una difficoltà .
In fondo, ti dici ascoltando le loro storie, non è male che i giocattoli tornino a svolgere il loro compito nelle mani di altri bambini invece di ricoprirsi di polvere.
Pensi che forse non sarebbe sbagliato se la crisi rendesse un poco più frugali le nostre abitudini. Se ci liberasse dell’ingombro, non solo materiale, di tante cose che finiscono per appesantirci.
Intanto, però, osservi gli oggetti nelle mani delle madri, quelli esposti nel negozio.
C’è qualcosa di misterioso e ormai inafferrabile per noi adulti nei giocattoli dei bambini.
Prendi il modellino di aereo di tuo figlio, lo agiti in aria come fa lui, ma non riesci a ripetere la magia dei suoi gesti.
Chissà  cosa immagina muovendo il minuscolo jet nel cielo della stanza, forse già  vede i suoi viaggi futuri, si raffigura paesi lontani dove le linee di meridiani e paralleli si incontrano con quelle della fantasia.
Accidenti, dovevi parlare del Governo di un Paese, del deficit che ci impedisce di pensare un futuro diverso. Insomma, dei destini dell’Italia.
E sei finito a raccontare di un gruppo di mamme che fa la coda davanti alla vetrina di un negozio.
Di giocattoli usati. Dei sogni venduti dei bambini.
Ma forse è proprio la stessa cosa.

Ferruccio Sansa

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NON HA I SOLDI PER PAGARE IL DENTISTA, RAGAZZA DICIOTTENNE MUORE PER UN ASCESSO: E’ QUESTA L’ALTRA ITALIA IN CERCA DI RAPPRESENTANZA

Febbraio 11th, 2014 Riccardo Fucile

L’INFEZIONE AVEVA RAGGIUNTO I POLMONI…LA DENUNCIA DEL CODACONS: ORMAI L’11% DEGLI ITALIANI RINUNCIA ALLE CURE MEDICHE, IL 23% A QUELLE ODONTOIATRICHE

All’inizio era un semplice mal di denti. Sembrava un dolore da sopportare senza drammatizzare troppo. Eppure in seguito si è trasformato in un ascesso poi degenerato in infezione.
Una patologia trascurata, anche per motivi economici, che ha provocato la morte di una ragazza di 18 anni, Gaetana Priolo. La giovane, che abitava a Palermo nel quartiere Brancaccio, non si era curata; qualcuno dice che non aveva i soldi per pagare il dentista.
Un comportamento che le è stato fatale: è spirata tra giovedì e venerdì scorso nell’ospedale Civico per uno «shock settico polmonare».
Le condizioni economiche della famiglia della ragazza sono disagiate ma decorose.
Gaetana era la seconda di quattro figli di una coppia separata: il padre, barista, era andato via un paio di anni fa. Nella casa di via Azolino Hazon erano rimasti la moglie, la sorella maggiore di Gaetana, il fratello e una bambina di quasi cinque anni.
Per sopravvivere e mantenere la famiglia la madre lavorava come donna delle pulizie. «È stata sempre presente, attenta, una donna con gli attributi», dice Mariangela D’Aleo, responsabile delle attività  del Centro Padre Nostro, la struttura creato da don Pino Puglisi, il parroco uccisa dalla mafia nel ’93, per aiutare le famiglie del quartiere in difficoltà .
L’inizio del calvario per Gaetana comincia il 19 gennaio scorso: il dolore è insopportabile tanto da far perdere i sensi alla diciottenne. La ragazza in prima battuta viene trasportata al Buccheri La Ferla e visitata al pronto soccorso per sospetto ascesso dentario.
«Dopo due ore circa, in seguito alla terapia, essendo diminuito il dolore, – afferma una nota della direzione del nosocomio – è stata dimessa per essere inviata per competenza presso l’Odontoiatria del Policlinico di Palermo».
Dove però Gaetana non è mai andata. Si è invece fatta ricoverare il 30 gennaio al Civico dove le sue condizioni sono apparse subito gravi: in seconda rianimazione le viene diagnosticata una fascite, un’infezione grave che partendo dalla bocca si è già  diffusa fino ai polmoni – dicono all’ospedale -. I medici fanno di tutto per salvarla, ma le condizioni critiche si aggravano ulteriormente fino al decesso avvenuto la settimana scorsa.
La procura di Palermo ha aperto un’inchiesta.
Il corpo si trova nell’istituto di medicina legale del Policlinico.
«È un caso rarissimo – spiega una dentista – ma certo non si può escludere che possa accadere».
Soprattutto quando si trascura la cura dei denti. Ed è questo un fenomeno in crescita.
«L’11% degli italiani rinuncia alle cure perchè non ha le possibilità  economiche, e nel caso delle visite odontoiatriche la percentuale sale al 23% – denuncia il segretario nazionale Codacons, Francesco Tanasi -. In Sicilia la situazione è addirittura peggiore. Chi non può permettersi un medico privato, si rivolge alla sanità  pubblica, settore dove però le liste d’attesa sono spesso lunghissime, al punto da spingere un numero crescente di utenti a rinunciare alle cure».

(da “La Stampa”)

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L’ALTRA ITALIA, EMERGENZA POVERTA’: FAMIGLIE AL FREDDO E CON LO SFRATTO IN MANO

Gennaio 6th, 2014 Riccardo Fucile

A CREMONA UN UOMO DI 56 ANNI TROVATO MORTO A CASA AL BUIO E AL FREDDO DOPO CHE GLI ERANO STATE TAGLIATE LE UTENZE

La vicenda di Cesare Zovadelli, il 56enne di Cremona trovato morto nella sua casa due giorni dopo Natale, solo, al buio e al freddo, perchè gli erano state da poco tagliate le utenze per “morosità ”, ha riproposto perentoriamente il problema casa.
Nella civilissima Cremona ma anche nel resto d’Italia, dove premono crisi economica e povertà  dilagante.
Cresce così il numero di coloro ai quali vengono tagliati luce e gas o, nel peggiore dei casi, vengono buttati in mezzo a una strada, perchè impossibilitati a pagare l’affitto.
Anche se nella vicenda cremonese precisi colpevoli sono difficili da individuare, c’è da dire che Zovadelli era conosciuto e seguito dai servizi sociali locali.
Un motivo in più per chiedersi come sia possibile morire soli e in quel modo.
Nel frattempo il Comitato anti-sfratti cremonese lanciare l’allarme, denunciando le storie di decine e decine di famiglie a rischio.
“Ci deve essere maggiore considerazione per quella che è una vera e propria emergenza sociale”, dicono gli attivisti del comitato, che poi aggiungono: “A febbraio avremo più sfratti che saranno eseguiti in un unico giorno; noi cercheremo di bloccarli tutti”

Fabio Abati

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RICCHI SALVI, CLASSI MEDIE SPROFONDATE

Dicembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

LA RECESSIONE HA RIDISEGNATO IL PAESE

L’Italia non è mai stata così divisa. Agli economisti di destra piace dire che la marea alza e abbassa le barche, gli yacht come i gozzi, tutti allo stesso modo e così avviene nell’economia. Ma non è vero.
Cinque anni di crisi – la crisi più lunga dal dopoguerra – hanno segnato la società  italiana.
Gli indici con cui le statistiche misurano le disuguaglianze sociali crescono inesorabilmente dal 2007, l’ultimo anno prima della recessione. E il modo in cui questo è avvenuto mostra che la teoria della marea non tiene.
Ricchi più ricchi
La crisi non ha reso i ricchi meno ricchi. Se la sono cavata egregiamente, con appena qualche piccolo tremolio, che non ha compromesso le quote in più di ricchezza nazionale, guadagnate negli anni e nei decenni precedenti, a scapito del resto del Paese.
E’ all’altro capo della scala sociale, però, che è avvenuto lo sfondamento.
Anzi, lo sprofondamento. In confronto a quei ricchi, infatti, i poveri, a cominciare dalle classi medie in declino, sono diventati più poveri.
Soprattutto al Sud, dove erano già  più poveri.
L’allargarsi della forbice è anchepiù vistoso se non si considera solo come i 4 milioni di italiani ricchi (e, in mezzo a loro, i 40 mila straricchi) hanno cavalcato gli ultimi anni di crisi, ma se si guarda a come i più fortunati hanno saputo gestire e utilizzare il lungo ristagno che, dagli anni ’90, imprigiona l’economia italiana.
I 40 mila dello 0,1 per cent
L’ultima Italia egualitaria è ancora quella dei primi anni ’80. Nel 1983, calcolano Paolo Acciari e Sauro Mocetti in uno studio (“Una mappa della disuguaglianza del reddito in Italia”) pubblicato dalla Banca d’Italia, i 4 milioni di contribuenti, che costituiscono il 10 per cento più ricco degli italiani, assorbivano il 26 per cento del reddito nazionale.
In realtà  è di più, dato che lo studio analizza le dichiarazioni dei redditi e, dunque, non tiene conto dell’evasione e neanche dei redditi fuori Irpef, in particolare gli interessi sui depositi, le cedole dei titoli, i dividendi azionari, insomma, le rendite finanziarie in genere che, per i ricchi, pesano.
Acciari e Mocetti sono, però, convinti che, anche se il livello assoluto non è affidabile, il movimento dei redditi può essere disegnato dalle dichiarazioni Irpef. Dieci anni dopo, dunque, nel 1993, il 10 per cento più ricco intasca il 30 per cento del reddito dichiarato, lasciando il 70 per cento a tutti gli altri.
E’ il momento in cui l’economia italiana si ferma, smette, sostanzialmente, di crescere per non ripartire più, fino ad oggi, accontentandosi di allargarsi ad un ritmo paragonabile a quello di Haiti o dello Zimbabwe, lontano dal resto dell’occidente.
Ma questo non impedisce ai 4 milioni di italiani più ricchi, quelli con un reddito sopra i 35 mila euro, di ritagliarsi una fetta di torta sempre più grande: al 2003, sono arrivati sopra il 33 per cento.
Nel 2007, alla vigilia della crisi, sono saliti ancora, sopra il 34 per cento. In meno di25 anni, la fetta del 10 per cento è cresciuta di quasi un terzo.
Superstipendi e superpension
Ma ai 40 mila superstipendi, superpensioni, superparcelle, superrendite, che costituiscono lo 0,1 per cento dei redditi trasparenti all’Irpef e per i quali bisogna dichiarare dai 250 mila euro in su è andata anche molto meglio.
Nel 1983, questa categoria di maxiredditi assorbiva meno dell’1,50 per cento del totale delle dichiarazioni.
Nel 1993, già  sfiorava il 2 per cento. Ma il passo lo hanno allungato dopo, a ristagno iniziato: nel 2007, la quota dei 40 mila straricchi era salita oltre il 3 per cento. In pratica, in 25 anni è raddoppiata.
E la crisi? A queste altitudini è un venticello, che non compromette la presa delle classi più agiate sulla torta nazionale. Fra il 2007 e il 2009, la quota del 10 per cento più ricco scende dal 34,12 al 33,87 per cento.
Geografia dell’ineguaglianz
La capacità  dei più ricchi di intercettare quote crescenti di reddito è il segnale più vistosodi una società  ineguale, ma ne fornisce una immagine parziale.
Il 10 per cento più ricco diventa più ricco, ma che succede nell’altro 90 per cento?
Da questo punto di vista, la crisi sembra aver segnato una netta cesura. Il processo di progressiva ascesa dei ceti medi che, sgranandosi lungo la scala sociale, riduceva gli indici di disuguaglianza si è bruscamente interrotto con il 2007.
L’indice nazionale, ora, è in risalita, ma la mappa che Acciari e Mocetti hanno disegnato, secondo gli indici statistici di disuguaglianza, provincia per provincia, consente di vedere che l’impatto è assai diverso nelle diverse zone del Paese, fino a suggerire una geografia anche politicoelettorale.
La disuguaglianza è nettamente inferiore nel Centro-Nord. Ai minimi, anche se a livelli non propriamente scandinavi, in realtà  come Lodi, Biella, Vercelli ma, in generale, in buona parte dell’Italia padana e delle regioni rosse del centro.
La linea Roma-Pescar
Una situazione che muta di colpo sulla linea Roma-Pescara, sul confine di quella che eral’area di intervento della Cassa del Mezzogiorno, soprattutto se si tiene conto anche della disoccupazione.
Qui, quasi tutta la Sicilia, la Calabria e, soprattutto, Campania, Molise, il grosso della Puglia, in buona sostanza, l’Italia meridionale, con l’eccezione della Basilicata, registra tassi di ineguaglianza paragonabili a quelli della Turchia.
Nel Nord, il quarto più povero della popolazione dispone del 5,7 per cento del reddito complessivo. Nel Sud, questa quota crolla al 3,7 per cento.
Una frattura geografica che si affianca e si somma a quella nazionale ricchi- poveri e che rende ancora più incerto il cammino di uscita dalla crisi.

Maurizio Ricci

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