Destra di Popolo.net

CAMBIA L’ISEE: SERVIZI PIU’ EQUI E CACCIA AI FURBI, SVOLTA SUGLI AIUTI ALLE FAMIGLIE

Agosto 28th, 2012 Riccardo Fucile

NEL NUOVO CALCOLO DEI REDDITI ISEE PESERANNO IMU E INDENNITA’ SOCIALI

L’Isee cambia.
Dopo ben 14 anni dalla sua ideazione, l’Indicatore della situazione economica equivalente si trasforma.
Nel calcolo di reddito e patrimonio, nei controlli per scovare chi bara, nelle nuove franchigie.
Con l’obiettivo di razionalizzare la spesa sociale, togliendo i vantaggi a chi non ne ha bisogno. E restituire allo strumento il suo scopo: fotografare le condizioni reali delle famiglie e aiutare quelle più in difficoltà .
Con le nuove norme, però, il valore dell’Isee 2013, in media, salirà .
Ma il rischio di tagliare fuori migliaia di persone dalle agevolazioni sociali – assicurano dal ministero del Welfare – sarà  scongiurato da appositi meccanismi di equità .
Nel 2010, ultimi dati disponibili, sono state presentate 7,4 milioni di dichiarazioni Isee (il 45% in tre sole Regioni: Campania, Sicilia, Puglia), corrispondenti a 18,5 milioni di italiani, il 30% dell’intera popolazione.
Numeri importanti e in crescita.
IMU, beni all’estero, i Btp con un tetto allo “spread”, i premi di produttività .
Ma anche bonus, detrazioni, sconti.
Il nuovo Isee dell’era Monti, introdotto con il Salva-Italia e ora pronto per l’esame parlamentare, rivoluziona il modo di fotografare la situazione economica delle famiglie, perchè sia più vero e verificabile.
Se da una parte, dunque, si introducono nuove componenti nel calcolo, dall’altro nasce anche un Isee “solidale” per chi perde il lavoro.
Accanto a misure specifiche per i disabili.
IL CALCOLO ATTUALE
L’Isee è l’unico indicatore in grado di misurare la ricchezza (o povertà ) delle famiglie italiane. E consentire a chi è sotto una determinata soglia di chiedere prestazioni e servizi, sociali e assistenziali, agevolati, erogati da Stato, Comuni, Regioni, università  o altri enti. Come assegni, sconti, aiuti per asili nido, mense, libri, tasse universitarie, borse di studio, assistenza a domicilio, bollette di luce e gas.
L’Isee si ottiene sommando i redditi di tutti i componenti della famiglia al 20% del loro patrimonio e dividendo quanto ottenuto per i parametri di equivalenza (esemplificativi del numero di figli, della presenza o meno di disabilità  o altri disagi).
COSA CAMBIA NEL REDDITO
Nella parte reddituale del calcolo, per la prima volta ai redditi Irpef si sommeranno anche i redditi esenti, le entrate tassate in altro modo.
Come la cedolare sugli affitti, i premi di produttività . Ma anche l’indennità  di accompagnamento, scelta che ha fatto discutere.
Non anche la social card e i voucher, come sembrava in un primo tempo.
Un reddito così lievitato sarà  però compensato da alcune detrazioni (quasi tutte con un limite massimo).
Si sottraggono gli assegni al coniuge e ai figli, le spese per i disabili, il 20% del reddito da lavoro dipendente o della pensione.
E poi anche una quota degli affitti e una franchigia sull’abitazione di proprietà .
Gli interessi maturati sugli investimenti finanziari avranno un tetto: finora erano parametrati al rendimento del Btp a 10 anni, ma senza alcun vincolo. Impossibile ora, visti gli “spread”, costantemente al rialzo.
COSA CAMBIA NEL PATRIMONIO
La prima casa, dove si abita, sarà  rivalutata ai fini Imu. E quindi entrerà  nei calcoli patrimoniali con il 60% in più. Un vera mazzata.
Benchè il nuovo Isee considererà  solo il 75% di questo valore immobiliare rivalutato, a cui sottrarre l’eventuale mutuo residuo, ancora da pagare.
Al mattone si aggiungerà  poi anche il patrimonio estero e quello mobiliare, come ora: titoli di Stato, conti corrente, partecipazioni societari. Una franchigia, anche qui, attenuerà  il “colpo”.
L’ISEE “SOLIDALE”
Chi ha perso il lavoro e vuole presentare l’Isee per usufruire di servizi agevolati può chiedere a Caf, Inps, sportello Comunale, un Isee “corrente”.
Ovvero che si tenga conto nel calcolo, non delle condizioni di reddito certificate (e dunque risalenti a due anni prima), ma dei dati attuali relativi, ad esempio, alla cassa integrazione.
Per i disabili, l’Isee diventa “intelligente” e distinguerà  tra disabilità  media, grave e non autosufficienza.
Negli ultimi due casi, si potranno dedurre buona parte delle spese.

Valentina Conte
(da “la Repubblica“)

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AMBULATORI PER POVERI, AUMENTANO GLI ANZIANI: CURE GRATIS E NESSUNA PROTEZIONE

Agosto 6th, 2012 Riccardo Fucile

“STANNO AUMENTANTO DI MOLTO I PENSIONATI IN CERCA DI ASSISTENZA SANITARIA… AUMENTATE DEL 5% LE RICHIESTE DA PARTE DI QUESTA CATEGORIA

Gli anziani sono tra le fasce più indigenti e toccate dalla crisi.
Non è una novità , ma ora c’è un ennesimo fenomeno a testimoniare le difficoltà  che stanno vivendo i pensionati italiani: farsi curare negli ambulatori dei poveri.
Per molti che ricevono la pensione minima (circa 8 milioni quelli che nel 2010 hanno riscosso pensioni inferiori ai 500 euro al mese), le cure sanitarie seppur necessarie, diventano un lusso insostenibile e l’unica soluzione è rivolgersi appunto agli ‘ambulatori dei poveri’, dove possono ricevere cure gratuite subito, senza liste di attesa e necessità  di prenotazione.
E’ quello che sta accadendo ad esempio all’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto alle malattie della povertà  (Inmp) di Roma, struttura di eccellenza che da anni offre assistenza mirata alle categorie più fragili, a partire dagli immigrati e i senza fissa dimora.
Da alcuni mesi ad affollare le sale d’attesa di questo settecentesco edificio nel cuore della Capitale, sono proprio gli anziani, sempre più numerosi.
”Stanno aumentando notevolmente i pensionati italiani che si rivolgono a noi chiedendo assistenza sanitaria – spiega il direttore generale dell’Istituto, Concetta Mirisola —   Complice l’attuale crisi economica, negli ultimi mesi abbiamo registrato un aumento del 4 — 5% delle richieste da parte di questa categoria”.
All’Inmp, anziani, immigrati, homeless e non solo, possono essere visitati nel poliambulatorio senza appuntamento, sette giorni su sette.
Tra i servizi offerti, analisi cliniche e visite specialistiche, ma anche assistenza legale e psicologica.
Dal 2007 ad oggi l’Istituto ha assistito 43.311 pazienti (di questi 78% stranieri e 22% italiani), ed è impegnato anche in progetti mirati per l’assistenza in occasione di sbarchi di migranti nell’isola di Lampedusa.
L’Inmp, inoltre, ha avviato un progetto con il ministero della Salute che permetterà  di fornire a pazienti indigenti dentiere, occhiali e protesi acustiche: ”Prevediamo infatti — continua Mirisola — una forte domanda di tali dispositivi proprio da parte di pensionati in difficoltà ”.
Le emergenze attuali, rileva Mirisola, riguardano però sempre di più anche le ”nuove povertà  metropolitane, con gli anziani spesso in prima linea”.
Anche le ultime stime indicano chiaramente l’aggravarsi dell’indigenza nel Paese: gli italiani in situazione di povertà , secondo i dati della Caritas italiana, sono 8,2 milioni, pari al 13,8% della popolazione, mentre il 24,7% degli italiani è a rischio di povertà  contro il 23,1% dell’Unione Europea.

Adele Lapertosa

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LA CRISI IDENTIKIT DI UN PAESE: SIAMO PIU’ POVERI O SOLO PIU’ ATTENTI?

Agosto 2nd, 2012 Riccardo Fucile

CRESCONO LE RICHIESTE DI AIUTO AL BANCO ALIMENTARE…SCUOLE, AFFITTO, VIAGGI, BOLLETTE, ECCO COME VARIANO LE NOSTRE ABITUDINI AL CONSUMO

“Quando ho cominciato io 20 anni fa sembrava un problema africano – spiega Marco Lucchini, direttore generale Fondazione Banco alimentare -, oggi la sensibilità  a recuperare prodotti alimentari da tutta la filiera è cresciuta».
Così come le richieste di aiuto. «Abbiamo avuto sicuramente un aumento da parte delle 8500 strutture caritative che serviamo – continua Lucchini -. Il 70% di queste hanno a che fare con le famiglie, non con i barboni. Sono persone che hanno una casa, ma sono in grande difficoltà . Aiutarli con i prodotti alimentari permette loro di continuare a pagare l’affitto o le bollette, nella speranza di ritornare alla vita normale».
L’aiuto storico al Banco alimentare proveniva dall’agricoltura, «mentre ora andiamo più sui supermercati e la ristorazione e quindi la logistica è diversa. Ci servono 20 furgoncini, più che un camion grande. Ma con l’aumento della benzina è sempre più difficile trovare chi ci fa un trasporto gratis. Siamo al paradosso: la sensibilità  è aumentata, ma è diventato difficile tradurla in pratica».
Oltre alla buona volontà , servono celle frigorifere, magazzini, camion.
Anche la realtà  dei poveri si è modificata. Quelli di una volta erano fuori dal circuito della vita sociale. «Ora invece ci sono famiglie con situazioni traballanti, provano a farcela con le loro forze perchè si vergognano a chiedere aiuto».
Scuole private
Le iscrizioni scendono. Si risparmia sulla mensa
Stanno chiudendo in tanti anche se è ancora presto per dare delle cifre. Le ultime due sono uno storico liceo cattolico del Padovano e una materna in Lombardia.
Si trovano in zone un tempo ricche e in regioni molto cattoliche da sempre generose di aiuti nei confronti dell’istruzione religiosa: nulla da fare, la crisi sta mietendo vittime anche lì.
«In Lombardia il buono scuola è stato dimezzato – ricorda Ernesto Mainardi dell’AgeSc, l’associazione dei genitori delle scuole cattoliche -. I genitori hanno sempre più difficoltà  a iscrivere i figli alle paritarie».
Non ci sono soldi, e non ce ne sono per ogni tipo di scuola, dai nidi in poi.
Luigi Morgano, segretario nazionale della Fism, che rappresenta circa 8mila scuole materne paritarie, racconta di come i genitori tentino di risparmiare su tutto.
«Ci chiedono di rinunciare alla mensa o limitano nel tempo la frequenza al contrario di quel che accadeva prima. I nostri insegnanti e i dirigenti provano a intervenire con forme di sostegno ma c’è poco da fare: la crisi si sente».
Disagio tra gli immigrati Pronti a tornare in patria
Ormai facciamo assistenza anche in regioni dove prima nessuno ci chiedeva aiuto racconta Francesco Marsico, vicedirettore della Caritas -, quelle dove un tempo c’era piena occupazione come Lombardia, Veneto o Marche».
Il mito della piena occupazione non esiste più nemmeno nel triangolo industriale e zone limitrofe, insomma.
E se il ministro Passera parla di 28 milioni di italiani colpiti dalla crisi, la Caritas è ancora più netta: gli italiani in povertà  relativa sono 8 milioni e 272 mila, il 13,8%. Sono i dati contenuti nell’ultimo rapporto presentato a ottobre ma se riferiti a oggi sarebbero ulteriormente rafforzati, affermano alla Caritas.
«Si stanno creando situazioni difficili prosegue Marsico -. Per esempio aumentano le famiglie di italiani che tagliano sull’unica spesa ormai rimasta, la formazione dei figli. E ci sono immigrati che fino a qualche tempo fa avevano un’occupazione stabile, che ora hanno perso il lavoro e sono costretti a scegliere tra rientrare in patria oppure restare in Italia ma da clandestini. Il futuro è più cupo per tutti».

(da “La Stampa”)

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LA POVERTA’ COLPISCE L’11,1% DELLE FAMIGLIE: IN ITALIA TOCCA OTTO MILIONI DI PERSONE

Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile

LA SOGLIA DI POVERTA’ RELATIVA PER UNA FAMIGLIA DI DUE COMPONENTI E’ PARI A 1.011,03 EURO… LA SITUAZIONE PEGGIORA TRA LE FAMIGLIE DI OPERAI… AL SUD POVERA UNA FAMIGLIA SU QUATTRO

Nel 2011 l’11,1% delle famiglie è relativamente povero (per un totale di 8.173mila persone) e il 5,2% lo è in termini assoluti (3.415 mila).
La soglia di povertà  relativa, per una famiglia di due componenti, è pari a 1.011,03 euro.
Lo rileva l’Istat nel rapporto sulla povertà  in Italia.
La sostanziale stabilità  della povertà  relativa rispetto all’anno precedente deriva dal peggioramento del fenomeno per le famiglie in cui non vi sono redditi da lavoro o vi sono operai, compensato dalla diminuzione della povertà  tra le famiglie di dirigenti/impiegati.
Segnali di peggioramento si osservano, tuttavia, tra le famiglie senza occupati nè ritirati dal lavoro, famiglie cioè senza alcun reddito proveniente da attività  lavorative presenti o pregresse, per le quali l’incidenza della povertà , pari al 40,2% nel 2010, sale al 50,7% nel 2011.
I tre quarti di queste famiglie risiedono nel Mezzogiorno, dove la relativa incidenza passa dal 44,7% al 60,7%.
Un aumento della povertà  si osserva anche per le famiglie con tutti i componenti ritirati dal lavoro (dall’8,3% al 9,6%), che, in oltre il 90% per cento dei casi, sono anziani soli e coppie di anziani; un leggero miglioramento, tra le famiglie in cui vi sono esclusivamente redditi da pensione, si osserva solo laddove la pensione percepita riesce ancora a sostenere il peso economico dei componenti che non lavorano, tanto da non indurli a cercare lavoro (dal 17,1% al 13,5%).
Una dinamica negativa si osserva anche tra le famiglie con un figlio minore, in particolare coppie con un figlio (a seguito della diminuzione di quelle in cui entrambi i coniugi sono occupati e dell’aumento di quelle con uno solo e con nessun occupato), dove l’incidenza di povertà  relativa dall’11,6% sale al 13,5%; la dinamica è particolarmente evidente nel Centro, dove l’incidenza tra le coppie con un figlio passa dal 4,6% al 7,3%.
Sud povera una famiglia su quattro.
Quasi una famiglia su quattro pari al 23,3% risultata povera al Sud nel 2011.
Tra queste l’8% è stata colpita da povertà  assoluta vale a dire con un tenore di vita che non permette di conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.
L’istituto nazionale di statistica evidenzia inoltre come a fronte della stabilità  della povertà  relativa al Nord e al Centro, nel Mezzogiorno si osserva un aumento dell’intensità  della povertà  relativa: dal 21,5% al 22,3%.
In questa ripartizione la spesa media equivalente delle famiglie povere si attesta a 785,94 euro (contro gli 827,43 e 808,72 euro del Nord e del Centro.
Ad eccezione dell’Abruzzo, dove il valore dell’incidenza di povertà  non è statisticamente diverso dalla media nazionale, in tutte le altre regioni del Mezzogiorno la povertà  è più diffusa rispetto al resto del Paese.
Le situazioni più gravi si osservano tra le famiglie residenti in Sicilia (27,3%) e Calabria (26,2%), dove sono povere oltre un quarto delle famiglie.

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DIMENTICATI IN MARE: PER 15 GIORNI UN GOMMONE DI DISPERATI VIAGGIA E POI AFFONDA NEL CANALE DI SICILIA SENZA CHE NESSUNO SE NE ACCORGA

Luglio 13th, 2012 Riccardo Fucile

L’OMISSIONE DI SOCCORSO E’ UN REATO, MA NON SONO STATE APERTE INDAGINI

Il Mediterraneo è un mare affollato, è probabile che qualcuno abbia visto l’imbarcazione in balia delle onde e non sia intervenuto. Ma l’omissione di soccorso è un reato”, denuncia Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Nessun radar li ha segnalati, nessun aereo li ha visti, nessuna nave li ha notati, nessun peschereccio li ha accostati, nessuno dei mezzi di pattugliamento Frontex si è accorto della loro presenza: 54 uomini e donne in fuga dalla violenza e dalla miseria arrivano su un gommone a ridosso delle coste italiane, vengono respinti dal vento verso il Nordafrica, e muoiono di sete.
Disidratati dopo 15 giorni di agonia, inghiottiti dal Canale di Sicilia: non hanno potuto portare a bordo neanche una bottiglia di acqua, per non appesantire l’imbarcazione, come ha rivelato l’unico eritreo sopravvissuto e ricoverato a Zarzis, in Tunisia.
L’omissione di soccorso è un reato, dice la Boldrini, eppure non sono state ancora aperte inchieste sulle due sponde del Mediterraneo, nè dalla Procura di Agrigento, nè dalla magistratura tunisina.
E, prima ancora, l’omissione di soccorso è una gravissima violazione della legge del mare; com’è possibile che ciò accada in un tratto di mare costantemente pattugliato da diversi Paesi?
Questa è la domanda che ci poniamo tutti — risponde la Boldrini — certamente occorre un maggiore coordinamento tra gli Stati, in tema di soccorso a mare i rapporti sono spesso affidati a canali confidenziali”.
Archiviato il governo Berlusconi, morto Gheddafi, la politica dei respingimenti ha subito un forte rallentamento, ed è ovviamente positivo, ma ciò ha probabilmente provocato un progressivo disinteresse verso la sponda sud dell’Europa, anche e soprattutto sul versante del soccorso a mare.
“L’accordo Italia-Libia prevedeva che chi veniva intercettato in alto mare, anche se non libico, fosse portato a Tripoli — dice la Boldrini — nel 2011 questa politica non è stata messa in atto e negli ultimi mesi i respingimenti — per quello che sappiamo — sono stati molti di meno e solo verso la Tunisia. Questo è senz’altro un dato positivo”. Accordi bilateriali tra Italia e Libia che comunque “non sono sufficienti a garantire il rispetto dei diritti umani” come sostiene Rita Borsellino in un’interrogazione alla commissione europea in cui chiede di “attivare in tempi rapidi azioni di cooperazione internazionale da parte dell’UE per assicurare il rispetto dei diritti umani”.
Concetti che il vescovo di Mazara Domenico Mogavero ha ripetuto al ministro per l’Integrazione e la Cooperazione Andrea Riccardi, chiedendo al governo di “fare più attenzione e prestare più riguardo alla dignità  delle persone”.
Ma la tragedia dei 54 morti disidratati in mare testimonia che oggi non c’è nè accoglienza, nè respingimento, ma solo indifferenza: il Mediterraneo dell’estate 2012 è un tratto di mare “fai da te”, in cui i clandestini che si avventurano in cerca di un futuro migliore muoiono assetati davanti agli occhi di chi avrebbe potuto salvarli.
Chi può aver visto senza intervenire?
“Non penso alle unità  militari o civili dei governi rivieraschi — risponde la Boldrini — penso ai privati, alle navi cargo o ai pescherecci che solcano continuamente quel tratto di mare. In passato chi ha condotto azioni di salvataggio a mare ha subito parecchi problemi, a volte anche azioni giudiziarie, oppure ha atteso per giorni in rada l’autorizzazione allo sbarco. E per loro sono giorni di lavoro persi”.
Non si è scoraggiato, per fortuna, l’equipaggio della motovedetta della Guardia di Finanza che la notte scorsa ha intercettato a 60 miglia a sud di Porto-palo di Capo Passero, nel Siracusano, un gommone con a bordo 50 immigrati, provenienti probabilmente dalla Libia, trasferiti a bordo del natante militare e sbarcati a Pozzallo, nel Ragusano.
A essere salvati, questa volta, oltre a donne e uomini, c’era anche una bambina di tre anni.

Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL 35,8% DEGLI ITALIANI HA RIDOTTO I CONSUMI ALIMENTARI E LA POLITICA CONTINUA A PARLARE DI COSE CHE NON INTERESSANO A NESSUNO

Luglio 5th, 2012 Riccardo Fucile

LO RILEVA L’ISTAT: UNA FAMIGLIA SU TRE HA DIMINUITO QUANTITA’ E QUALITA’ DELLA SPESA… NEL MEZZOGIORNO SI COMPRA ALL’HARD DISCOUNT

La spesa non è più quella di una volta.
La crisi influenza gli acquisti delle famiglie italiane anche per quel che riguarda gli alimentari.
Infatti il 35,8% delle famiglie nel 2011 ha diminuito la quantità  e/o la qualità  dei prodotti rispetto al 2010.
Lo riferisce l’Istat aggiungendo che è in aumento la quota di famiglie del Mezzogiorno che acquista generi alimentari presso gli hard-discount (si passa dall’11,2% del 2010 al 13,1% del 2011).
La maggior parte delle famiglie (il 67,5%) effettua la spesa alimentare – riferisce l’Istat – presso il supermercato, che si conferma il luogo di acquisto prevalente, nonostante una lieve flessione.
Quasi la metà  delle famiglie (il 47,7%) continua ad acquistare il pane al negozio tradizionale, il 9,7% sceglie il mercato per l’acquisto di pesce e il 16,4% per la frutta e la verdura.
Tra il 2010 e il 2011 risultano in contrazione, su tutto il territorio nazionale e in particolare nel Centro e nel Mezzogiorno, le spese destinate all’abbigliamento e alle calzature.
Crescono, anche per effetto dell’aumento dei prezzi, le quote di spesa – riferisce ancora l’istituto di statistica – destinate all’abitazione (dal 28,4% al 28,9%) e ai trasporti (dal 13,8% al 14,2%).
Ma non è finita qui.
Circa 1.100 euro separano la spesa media mensile delle famiglie di operai (2.430 euro) da quella delle famiglie di imprenditori e liberi professionisti (3.523 euro).
La spesa media scende a 1.906 euro mensili per le famiglie con a capo un disoccupato, una casalinga o una persona in altra condizione non professionale (esclusi i ritirati dal lavoro, le cui famiglie spendono in media 2.139 euro).
A fronte dei veri problemi degli italiani, fa specie vedere come la classe politica sia intenta a disquisire e litigare su temi come riforme costituzionali, leggi elettorali, Rai e poltronifici vari, cose di cui non frega una mazza a nessuno.

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POVERTA’ E DISABILI, BOOM DELLE RICHIESTE DI AIUTO AL PATRONATO

Luglio 4th, 2012 Riccardo Fucile

OLTRE 2 MILIONI DI PRATICHE APERTE NEL 2011, CONTRO 1,8 DEL 2009, BOOM DI DOMANDE PER AMMORTIZZATORI SOCIALI… “SI SONO AGGIUNTI MOLTI GIOVANI ALLA RICERCA DI LAVORO O CON CONTRATTI PRECARI E PENSIONANDI”

Disorientati, scoraggiati, in preda ad ansia e incertezze: in tempo di crisi cresce il numero di italiani che si rivolgono al patronato Inca e aumentano i fattori che destano preoccupazione dagli ammortizzatori sociali alla pensione.
È quanto rileva il Bilancio sociale Inca, presentato questa mattina a Roma presso la sede dell’Inail, in via 4 Novembre.
Dai dati raccolti dal patronato, sono oltre 2 milioni le pratiche aperte nel 2011 sia in Italia che all’estero, contro 1,8 milioni del 2009.
Un dato, spiega il patronato, che mette in evidenza come negli ultimi tre anni, alla tradizionale platea di utenti, “si sono aggiunti molti giovani alla ricerca di lavoro o con contratti precari, pensionandi, che devono fare i conti con le nuove norme in materia pensionistica, costretti anche a subite le conseguenze delle numerose crisi aziendali e che non sanno come far fronte all’inasprimento dei requisiti di accesso al diritto a pensione: non c’è lavoro, mentre si allunga per tutti la prospettiva del pensionamento”.
Dai dati raccolti nel bilancio sociale, sono in aumento il numero delle pratiche aperte quasi tutte le aree tematiche.
A far registrare un incremento notevole dal 2010 al 2011, però, sono le domande per gli ammortizzatori sociali, passate dalle quasi 397mila del 2009, a 373mila del 2010, per raggiungere quota 553mila nel 2011.
Stessa cosa per quanto riguarda il sostegno al reddito alle famiglie: le domande sono aumentate da 137mila del 2009 a 164mila nel 2011.
Sfiorano il raddoppio, invece, le domande di tutela di maternità  e paternità , passando da 25mila del 2009 a 42mila nel 2011.
Aumentano notevolmente anche le domande per la tutela delle persone invalide In un solo anno, dal 2009 al 2010, le domande sono passate da 190mila a 344 mila.
Sono 350mila nel 2011.
“L’incremento delle domande presentate dall’Inca è legato anche al passaggio dalla modalità  di presentazione all’Inps della domanda in formato cartaceo all’obbligo di presentare la domanda in via telematica”, spiega il patronato.
Calano, invece, le domande che riguardano la pensione, passando da 235mila del 2009 a 195mila nel 2011.
Mentre aumentano le richieste di verifica delle pensioni in essere, da 140mila a 200mila nel 2011.
“Il ricorso al patronato in Italia e all’estero è aumentato in questi ultimi anni anche per le scelte compiute dagli enti di previdenza — spiega il patronato – con la chiusura di molti sportelli al pubblico e contemporaneamente con l’obbligo dell’invio telematico delle domande per ottenere le prestazioni previdenziali e assistenziali, senza tener conto del basso tasso di alfabetizzazione informatica degli italiani, che si attesta, secondo studi recenti, al 18° posto nella graduatoria europea: solo il 43% delle famiglie possiede un computer, contro il 54% della media europea”.
Non è solo la telematica, però, a incidere sugli indici del patronato.
Ad alimentare le preoccupazioni di chi si è rivolto all’Inca, ci sono le nuove norme e i trend del mercato del lavoro.
“La cosiddetta legge Monti-Fornero ha generato un profondo disorientamento tra i lavoratori e ha ulteriormente sfiduciato i giovani — spiega il patronato -, tra i quali si verifica il più alto tasso di disoccupazione e un livello di precarietà  mai raggiunto finora nel nostro Paese”.
Aumentato anche il numero degli “scoraggiati”, tra i 15 e i 29 anni, che non lavorano e non frequentano corsi di formazione: nel 2010 erano oltre 2,1 milioni, 134 mila in più al 2009.
“Ansia e incertezza derivanti dai profondi cambiamenti legislativi in materie come pensioni e mercato del lavoro — spiega il patronato -, hanno costretto centinaia e centinaia di migliaia di persone disoccupate o in cerca di lavoro a riprogrammare la propria vita, esponendoli a rischi reali di povertà ”.

( da”il Redattore Sociale”)

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NELLE CASE DEI “SENZA CASA”: TANTE LINGUE AL PORTO FLIUVIALE DI ROMA

Giugno 18th, 2012 Riccardo Fucile

NEL MAGAZZINO MILITARE OCCUPATO DAL GIUGNO DEL 2003: GLI APPARTAMENTI RICAVATI DIVIDENDO I VOLUMI CON IL CARTONGESSO… STORIE DI ORDINARIA POVERTA’ ED EMARGINAZIONE NEL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI

Altro che Porto Fluviale. Questo ex magazzino militare all’inizio di via Ostiense, appena dopo il cavalcavia ferroviario, è un porto oceanico.
Sono approdati marocchini, peruviani, moldavi, tunisini, rumeni, equadoregni, senegalesi, gente da mezzo mondo.
Anche italiani come Manuela, 32 anni, due figli meticci (Kine e Leo, 4 e 2 anni) che si è fatta casa dai tempi dell’occupazione nove anni fa.
Un centinaio di famiglie, decine di bambini che vanno a scuola.
La più piccola è Manel, una ricciolina romano-marocchina di un anno, esibita con orgoglio da zia Zora.
Le occupazioni saranno una sessantina, in tutta la città . Oltre duemila famiglie.
Questa dell’Ostiense, 46 mila metri cubi su mezzo ettaro, fu attuata nel giugno 2003 quando il Coordinamento di lotta per la casa decise un’azione sullo stabile abbandonato da anni.
Erano duecento nuclei famigliari, poi ridotti col tempo.
Tra un anno il ministero della Difesa metterà  l’immobile all’asta per fare quattrini.
L’acquirente potrà  aumentare i metri cubi di un terzo trasformando tutto in appartamenti, negozi, uffici.
«Non vogliamo andarcene – dice Sara, 22 anni – resisteremo con tutte le nostre forze».
Forse è bene ricordarsi di queste migliaia e migliaia di persone in gran parte pienamente integrate nella società  romana (operai, badanti, artigiani) ma costrette a vivere nell’edilizia perduta, talora importanti insediamenti che hanno perso una funzione.
Le case popolari non si costruiscono più, sul social housing si parla molto ma si fa ben poco. Le pubbliche amministrazioni fanno finta di subire un torto, ma tollerano perchè così si tampona un problema.
E che problema: la casa.
Qui se la sono arrangiata col cartongesso, ricavandola dagli spazi interni del magazzino, percorso al secondo e terzo piano perfino da una rotaia.
Hanno fatto un bagno con doccia per ciascuna, le tubature a regola d’arte, la corrente elettrica distribuita secondo le necessità .
La comunità  si autoregola: nessuna violenza verbale o fisica, niente droghe.
Una volta la settimana, assemblea guidata da un «direttivo» nominato a rotazione per mandare avanti l’«unitè d’abitation» senza intoppi.
C’è una coloratissima sala da the aperta al pubblico («per scambiare conoscenze e mettere in movimento idee») che si affaccia sulla strada, un grande ambiente per le riunioni dove c’è anche una piccola area per pregare Allah, i lunghi e oscuri corridoi dove si affacciano le «case» e il Cortile, lo spazio esterno al centro della «ville radieuse», tanto per andare sul contrappasso.
Lo scenario è povero, sgarrupato.
Ma quando si entra a casa di Manuela o di Buochra, una quarantenne di Marrakesh, c’è un ambiente dignitoso, pulito e a cui non manca l’essenziale.
Spesso non chiudono la porta.
Roberto Suarez, 43, peruviano, studia sociologia e fa il facchino d’albergo: «Stando insieme siamo molto cresciuti: ora abbiamo un forte spirito sociale e pensiamo che questo ex magazzino debba subire una trasformazione esemplare per tutto il quartiere».
Abdul, marocchino sui 40, da tempo covava certe idee su questo casermaccio in cui tanti sorridono: ed ha appena scritto un libretto col computer dal titolo «Mi piace questo posto» che regala «solo a chi lo merita».
I «fluviali» organizzano spesso presentazioni di libri, dibattiti, fanno skill share (condivisione di abilità , un progetto social che viene da Boston), aperitivi, party: e così mettono insieme qualche soldo per la manutenzione. Il pomeriggio mentre i ragazzi giocano a pallavolo, si chiacchiera bevendo the e assaggiando dolci di ogni Paese.
«Qui abbiamo imparato a socializzare la sofferenza individuale» dice qualcuno che esalta l’atmosfera di buona convivenza costruita nel grande fabbricato. Non sarà  proprio radiosa, ma questa mini-borgata in piena città , sovrastata dalla ferrovia, pare alludere ad una serena alternativa al modo di vivere stressante ed infelice al quale sembriamo tutti tendere”.
Margherita, ingegnere sarda trentenne, sta facendo in questa comunità  il suo dottorato di urbanistica.
Con Gaetano ha realizzato un mediometraggio (50′), «Good buy Roma», che parla della valorizzazione dell’ex magazzino e del diverso modo di vivere che si è venuto a creare in via del Porto fluviale.
Il film è stato premiato in tanti festival di settore e sta girando per il mondo nel circuito underground.
È un cinema di denuncia e di speranza, che piace perfino in Nuova Caledonia.

Giuseppe Pullara
(da “Il Corriere della Sera”)

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SANT’EGIDIO: “UNDICI MILIONI DI POVERI, LA SOCIETA’ TROPPO DURA CON I DEBOLI”

Giugno 18th, 2012 Riccardo Fucile

IN ITALIA TRE MILIONI DI PERSONE VIVONO IN UNA CONDIZIONE DI POVERTA’ ASSOLUTA, OVVERO NON POSSONO ACCEDERE AI BENI E SERVIZI ESSENZIALI… ALTRI OTTO MILIONI SONO IN UNA CONDIZIONE DI POVERTA’ RELATIVA…QUANDO UNA DESTRA MODERNA E CIVILE VORRA’ RAPPRESENTARLI?

In Italia oltre 3 milioni di persone vivono in una condizione di povertà  assoluta – ovvero non riescono ad accedere ai beni e servizi essenziali – e altri 8 milioni sono in una condizione di povertà  relativa.
E, forse anche per colpa della crisi, si registra un calo della tensione solidaristica.
La società  è più dura con tutti, soprattutto verso i più deboli.
È lo spaccato che emerge dalla prima sessione dei lavori degli “Stati generali degli amici dei poveri”, che si tiene a Napoli.
Un confronto a tutto campo sul tema “Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri”, a 50 anni dal Concilio Vaticano II, tra i rappresentanti di 160 movimenti e associazioni di volontariato che operano in Italia promosso dall’arcidiocesi di Napoli, dalla Comunità  di Sant’Egidio e dalla Comunità  “Giovanni XXIII”.
La povertà  è diffusa, ha denunciato il presidente della Comunità  di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo e non risparmia nemmeno i minori.
Ma soprattutto in questa fase di crisi bisogna evitare «l’eclissi della cultura della solidarietà » perchè «se non si è solidali si finisce per avvertire i mondi dei poveri, come ingombranti, se non minacciosi».
«Si ha la sensazione che l’esclusione si vada affermando quasi come un’attitudine corrente, mentre svanisce sempre di più il senso di debito sociale», ha detto ancora con forza Impagliazzo.
Per il direttore della Caritas italiana, monsignor Francesco Soddu, «prima ancora di una risposta ai bisogni materiali il povero chiede il riconoscimento effettivo della propria dignità  di persona, del diritto di persona, del diritto ad un vita normale e decorosa».
E – avverte il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo del capoluogo campano – è possibile e necessaria una alternativa alle chiusure e all’egoismo.
Le povertà  non sono tutte uguali.
In Campania, in particolare, ha detto il vescovo ausiliare di Napoli, Antonio Di Donna, c’è una specifica questione, che è quella «dei diritti».
E ricordando le parole del cardinale Bagnasco ha detto «che occorre lavoro, lavoro e lavoro».

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