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COSA VOGLIONO QUEI RAGAZZI

Dicembre 18th, 2010 Riccardo Fucile

“TRA DIECI ANNI POTREMMO PENTIRCI DI NON AVER ASCOLTATO LE RAGIONI DEGLI STUDENTI ITALIANI, UNA PROTESTA CONTRO IL DECLINO DEL PAESE, UNA BATTAGLIA CHE DOVREBBE RIGUARDARE TUTTI, DESTRA E SINISTRA”… “ANCHE I RAGAZZI IN DIVISA NE SONO VITTIME: HANNO STUDIATO DI PIU’ PER AVERE DI MENO”…. LA PROTESTA STUDENTESCA NON PUO’ ESSERE RIDOTTA A UN PROBLEMA DI ORDINE PUBBLICO”… L’ANALISI DI CURZIO MALTESE

La sera del 13 dicembre, vigilia del voto di fiducia e degli scontri di piazza del Popolo, l’ho passata alla Sapienza per discutere con gli studenti che cosa sarebbe successo il giorno dopo.
Soprattutto sul come i media avrebbero trattato la rivolta degli studenti.
La paura era il remake di Genova 2001. Zone rosse, black bloc, infiltrati e no, botte da orbi.
In questo modo le ragioni del movimento sarebbero state completamente oscurate dal dibattito sulla violenza, come poi ha scritto Roberto Saviano.
I media si sarebbero volentieri accodati, alcuni per servilismo, altri per sensazionalismo, altri ancora per il riflesso condizionato di paragonare ogni movimento giovanile al passato.
Nel 2001, fra i fumi dei lacrimogeni veri e gli altri a mezzo stampa, la strategia ha funzionato benissimo e l’Italia ha perso una grande occasione di modernità .
Basta rileggersi i documenti del movimento no global dell’epoca sulla finanza internazionale, le bolle speculative, la privatizzazione dell’acqua, il clima o l’evoluzione del mercato agricolo per capire quanto fossero profetiche, acute, attuali quelle analisi.
Tanto più degne d’attenzione delle quattro fesserie di circostanza e delle mille menzogne esalate durante il G8 da Bush e dagli altri potenti della terra.
Ma si discusse soltanto degli atti di pochi violenti e dei discorsi vacui del potere.
Fra dieci anni potremmo pentirci di non aver ascoltato le ragioni degli studenti italiani, la loro protesta che è anzitutto contro il declino dell’Italia.
Una battaglia che dovrebbe riguardare tutti, giovani e anziani, partiti e sindacati, destra e sinistra, imprenditori e lavoratori.
Riguarda molto gli altri giovani di piazza del Popolo, i ragazzi in divisa, ventenni che spesso non hanno trovato altri lavori e misurano sulla propria pelle che cosa significhi aver studiato più dei colleghi anziani per avere meno soldi in busta paga e minori possibilità  di carriera.
Ragazzi in divisa che infatti, come si vede dai filmati, non avevano alcuna voglia di usare i manganelli.
Il declino non riguarda soltanto l’Italia, ma l’Europa intera.
E infatti la protesta degli studenti esplode in tutte le capitali d’Europa.
La differenza è che soltanto in Italia, la nazione dove il declino è peggiore, si considera la protesta un mero problema di ordine pubblico, una faccenda poliziesca.
Qui non si tratta di una riforma buona o cattiva.
Sarebbe facile smontare i due o tre slogan populisti e volgari sui quali si fonda la difesa della legge Gelmini. La guerra ai baroni?
La riforma concentra il massimo del potere nelle mani dei rettorati, il Gotha del baronato.
La lotta agli sprechi, ai troppi assunti, agli stipendi clientelari che fagocitano tutte le risorse? Su questo punto è difficile rimanere calmi. Il maggior spreco clientelare nella storia della scuola pubblica, il più costoso degli ultimi vent’anni, è stata l’assunzione di massa di ventimila insegnanti di una materia facoltativa, la religione, decisa da un governo Berlusconi per garantirsi l’appoggio dei vescovi.
Spreco, vergogna, insulto alla Costituzione e alla meritocrazia, visto che gli insegnanti di religione non debbono affrontare un concorso, ma soltanto essere segnalati dalla curia. Ma questo è davvero il meno.
Il vero problema è che per la prima volta da secoli in Europa avanza una generazione “meno”.
Una generazione che avrà  meno opportunità , mobilità  sociale, in concreto meno consumi, automobili, case, strade, pensioni, perfino forse aspettative di vita, nonostante i progressi della scienza, di quanto ne abbiano avute i padri. È la questione dell’epoca ed è gigantesca, inedita.
Ed è tanto più evidente in Italia, avanguardia del declino europeo.
La politica, i sindacati, le associazioni industriali e finanche la Chiesa non dovrebbero occuparsi d’altro. Invece si occupano soltanto d’altro.
Tutti dovremmo essere grati a questi ragazzi perchè ci ricordano che abbiamo un futuro e dobbiamo sceglierlo.
Invece molti e forse la maggioranza sono grati all’idiota che picchia un poliziotto a terra, al delinquente che incendia una camionetta o sfonda un bancomat, a chiunque armato di un bastone ci permetta il lusso di non pensare, come ricordava Saviano.
Oggi come nel 2001, dopo Genova.
Dopo Genova ci sono stati i crack finanziari, la peggiore crisi dal dopoguerra, il crollo dei prezzi agricoli, la privatizzazione dei grandi acquedotti.
E adesso, brava gente allevata coi dibattiti televisivi, che cosa deve accadere per svegliarsi?

Curzio Maltese
(da “la Repubblica“)

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IMMIGRAZIONE: PER LA CORTE COSTITUZIONALE “NON E’ REATO RESTARE IN ITALIA PER POVERTA’ ANCHE DI FRONTE A UN ORDINE DI ALLONTANAMENTO”

Dicembre 17th, 2010 Riccardo Fucile

BOCCIATA UNA DELLE NORME DEL “PACCO SICUREZZA” DI MARONI… NON CONTEMPLA IL   “GIUSTIFICATO MOTIVO” PER NON AVER OTTEMPERATO AL DECRETO DI ESPULSIONE A CAUSA DELLA MANCANZA DI MEZZI ECONOMICI… FACILE PREVEDERE SOLO ANNI DI CARCERE QUANDO BASTEREBBE FORNIRE I MEZZI PER L’ESPATRIO: IL GOVERNO DEGLI SPOT

Non è punibile lo straniero che in “estremo stato di indigenza”, o comunque per “giustificato motivo”, non ha reiteratamente ottemperato all’ordine di allontanamento del questore, continuando a rimanere illegalmente in Italia.
Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, che ha così in parte bocciato una delle norme del ‘pacchetto sicurezza’ del 2009 relative al reato di clandestinità .
A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tribunale di Voghera, chiamato a giudicare sul caso di una donna clandestina, più volte raggiunta da un decreto di espulsione, ma che, per motivi di estrema indigenza, non aveva potuto lasciare l’Italia con i propri mezzi.
Si tratterebbe, dunque, di un “giustificato motivo” che però non è stato previsto dall’art.14, comma 5 quater del testo unico sull’immigrazione, così come modificato dall’ultimo ‘pacchetto sicurezzà  del governo Berlusconi (legge 94 del luglio 2009).
Ebbene, dopo aver rilevato che il ‘pacchetto sicurezza’ ha aumentato nel massimo (da quattro a cinque anni) le pene per lo straniero destinatario di un decreto di espulsione adottato dopo l’inottemperanza ad un precedente ordine di allontanamento, la Corte Costituzionale censura la mancata previsione di un “giustificato motivo”.
Si tratta infatti – scrivono i giudici costituzionali nella sentenza n.359 depositata oggi in cancelleria – di una clausola che, come la Corte ha già  rilevato, è tra quelle   “destinate in linea di massima a fungere da ‘valvola di sicurezzà  del meccanismo repressivo, evitando che la sanzione penale scatti allorchè, anche al di fuori della presenza di vere e proprie cause di giustificazione, l’osservanza del precetto appaia concretamente ‘inesigibilè in ragione, a seconda dei casi, di situazioni ostative al carattere soggettivo od oggettivo”.
Nel caso, ad esempio, di “estrema indigenza, indisponibilità  di un vettore o di altro mezzo di trasporto idoneo, difficoltà  nell’ottenimento dei titoli di viaggio, etc”, la clausola di “giustificato motivo” esclude – sottolinea la Corte – la “configurabilità  del reato”.

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CONFINDUSTRIA TAGLIA LE STIME SUL PIL: “L’ITALIA DELUDE, LA MALATTIA E’ LA BASSA CRESCITA”

Dicembre 17th, 2010 Riccardo Fucile

“CON LA GERMANIA IL CONFRONTO E’ IMPIETOSO, DALL’INIZIO DELLA RECESSIONE PERSI IN ITALIA 540.000 POSTI DI LAVORO”….I DISOCCUPATI IN TRE ANNI SONO RADDOPPIATI: LA REALTA’ E GLI SPOT DI BERLUSCONI E TREMONTI

L’Italia rimane indietro e «delude» sul fronte della ripresa: pesano le mancate riforme e non si tornerà  ai valori precedenti alla recessione prima del 2015.
È il giudizio espresso dal Centro studi Confindustria nel rapporto «Scenari economici», nel quale si limano al ribasso le stime del Pil, prevedendo che la crescita si fermerà  al +1% nel 2010 (rivisto dal +1,2%) e al +1,1% nel 2011 (dal +1,3%).
Per gli economisti dell’associazione degli industriali in Italia «la malattia della lenta crescita non è mai stata vinta», «il confronto con la Germania è impietoso».
Il nostro Paese, spiega il Csc, «replica la cattiva performance che ha manifestato dal 1997 in avanti. Aumenta il conto delle riforme mancate o incomplete o inadeguate rispetto a quanto realizzato dai partner-concorrenti». Insomma, «l’Italia delude.
La frenata estiva e autunnale – si legge nel rapporto – è stata decisamente più netta dell’atteso e il 2010 si chiude con produzione industriale e Pil quasi stagnanti. La malattia della lenta crescita non è mai stata vinta, come la migliorata dinamica della produttività  nel 2006 e nel 2007 aveva lasciato sperare».
Il comportamento durante la crisi ha dissipato ogni dubbio al riguardo: la contrazione economica è stata violenta, -6,8% il Pil da massimo a minimo, 35 trimestri perduti. Il recupero si dimostra indeciso e lentissimo: +1,5% finora. Così, prosegue il Csc, «non si ritornerà  sui valori prerecessivi che nella primavera del 2015».
«Per riagguantare entro la fine del 2020 il livello del trend, per altro modesto, registrato tra 2000 e 2007, – avverte il Csc – l’Italia dovrebbe procedere d’ora in poi ad almeno il 2% annuo. Un obiettivo raggiungibile in un arco di tempo ragionevole, come insegna la lezione tedesca, entro il 2012 secondo gli stessi documenti governativi. Ma per coglierlo gli strumenti messi in campo appaiono insufficienti».
Con la crisi, dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010, il numero di occupati in Italia è diminuito di 540mila, senza contare le ore di Cig che hanno un impatto pari a 480mila unità  di lavoro.
Il centro studi di Confindustria stima che «il numero delle persone occupate continuerà  a diminuire nel 2011», con un calo atteso dello 0,4%.
Il tasso di disoccupazione toccherà  il 9% nel quarto trimestre 2011, e «inizierà  a scendere molto gradualmente nel corso del 2012».
Il numero dei disoccupati è ad ottobre 2010 (2,167 milioni) «più del doppio rispetto ad aprile 2007″.

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DATI CENSIS: DISOCCUPAZIONE E INCAPACITA’ DI REAGIRE, L’ITALIA E’ UN PAESE FRAGILE CHE NON RIPARTE

Dicembre 8th, 2010 Riccardo Fucile

IN CINQUE ANNI 437.000 IMPRENDITORI E LAVORATORI AUTONOMI IN MENO, 2.242.000 GIOVANI DISOCCUPATI, IL MADE IN ITALY HA PERSO LO 0,3%… SIAMO IL PAESE EUROPEO A PIU’ BASSO RICORSO A ORARI FLESSIBILI, 100 MILIARDI DI EVASIONE PARI AL 4,7% DEL PIL… IN 672 COMUNI E’ PRESENTE LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA

In un modo o nell’altro, l’Italia ha resistito alla fase peggiore della crisi economica, nonostante un tasso di crescita più basso rispetto agli altri grandi Paesi europei e ad una disoccupazione ancora presente ad un livello troppo elevato.
Tuttavia, anche se le difficoltà  contingenti sono state in parte superate, non c’è di che essere ottimisti: «Anche se ripartisse la marcia dello sviluppo, la nostra società  non avrebbe lo spessore e il vigore adeguati alle sfide che dobbiamo affrontare».
Non solo: «Nel Paese sono evidenti manifestazioni di fragilità  sia personali sia di massa, comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattivi, prigionieri delle influenze mediatiche, condannati al presente senza profondità  di memoria e di futuro».
E ancora: «Si afferma un’onda di pulsioni sregolate», con comportamenti individuali orientati ad un «egoismo autoreferenziale e narciscistico» che sfocia in episodi di violenza famigliare, nel bullismo gratuito, nel gusto apatico di compiere delitti comuni, nella tendenza a facili godimenti sessuali, nel ricambio febbrile degli oggetti da acquisire e nella ricerca di esperienze che sfidano la morte, come il recente fenomeno del «balconing».
In sostanza: «Siamo una società  pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti».
È una fotografia impietosa quella scattata dal Censis nel suo 44esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese.
L’Italia del 2010 viene rappresentata di fatto come un’«ameba», un’entità  informe e senza spina dorsale che stenta a prendere coscienza del proprio potenziale e a compiere quello scatto di orgoglio che le consentirebbe di riprendere forza e di guardare avanti.
Le motivazioni, secondo i ricercatori, sono da ricercare in diversi fattori: il venir meno dei valori alti che hanno caratterizzato i decenni passati, a partire dalla spinta emotiva ricevuta in eredità  dal risorgimento, la delusione per un’economia di mercato che ha disatteso molte speranze, la mancanza di fiducia nella classe politica e nella sempre più marcata verticalizzazione di quest’ultima.
Gli italiani soffrono di un vero e proprio «calo di desiderio» che si manifesta in ogni aspetto della loro vita:appagati i traguardi che ci si prefiggeva in passato (dalla casa di proprietà  che oggi è una realtà  per la maggior parte delle famiglie alla possibilità  di andare in vacanza o possedere beni) ci si confronta oggi con la frenetica rincorsa ad oggetti «in realtà  mai desiderati», come l’ultimo modello di telefonino, magari il quinto o il sesto cambiato in pochi anni. .
I dati economici, del resto, non sono confortanti. In Italia, patria della piccola impresa, da qualche tempo sta venendo meno il lavoro autonomo, che ovunque nel mondo è stato il motore che ha consentito l’uscita dalla crisi: dal 2004 al 2009 c’è stato un saldo negativo di 437 mila imprenditori e lavoratori in proprio, con un calo percentuale del 7,6%.
E c’è un aumento della disoccupazione tra i giovani che nei primi due trimestri è stato del 5,9%, a fronte di una riduzione media che nel resto d’Europa è stata dello 0,9%.
Nel nostro Paese sono 2.242.000 le persone tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e neppure cercano un impiego, anche per la propensione — confermata da più della metà  dei giovani italiani in questa fascia di età  – a non accettare lavori considerati faticosi o di scarso prestigio.
L’appiattimento in campo economico va ricercato, secondo il Censis, anche in altri fattori e, soprattutto, nel confronto con quanto accade all’estero.
Tra il 2000 e il 2009 il tasso di crescita dell’economia italiana è stato più basso che in Germania, Francia e Regno Unito.
Il made in Italy ha perso lo 0,3% su base mondiale, attestandosi su una quota di mercato globale del 3,5%.
E a perdere terreno sono stati i comparti a maggiore tasso di specializzazione, dalle calzature ai mobili, che fino ad oggi avevano rappresentato un plus per le nostre esportazioni.
E non è tutto: l’Italia è il Paese europeo con il più basso ricorso a orari flessibili (solo l’11% delle aziende con più di 10 addetti utilizza turni di notte, solo il 14% fa ricorso a lavoro domenicale e il 38% a quello del sabato. Ed è inoltre, tra le nazioni del vecchio continente, quella in cui meno si adottano modelli di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda: ciò avviene solo nel 3% del totale, contro una media europea del 14.
E poi i mali tutti (o soprattutto) italiani.
A partire dall’economia in nero, basata su un’evasione fiscale da 100 miliardi di euro all’anno, che drena risorse pari al 4,7% del Pil. Tra il 2007 e il 2008 l’economia irregolare si stima sia cresciuta del 3,3%.
Un’indagine del Censis stesso dice che gli italiani ne sono in parte consapevoli, che il 44,4% di loro la considera il male principale della nostra economia e che più della metà  degli interpellati sarebbe favorevole ad un aumento dei controlli anti-evasione.
Tuttavia, più di un terzo degli italiani ammette candidamente di non richiedere scontrini o fatture a esercenti e professionisti, soprattutto se questo consente loro di risparmiare qualche euro.
Infine c’è il capitolo della criminalità  organizzata che in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia — che insieme registrano 672 comuni i cui risultano presenti sodalizi criminali che la fanno da padroni – occupa stabilmente più del 54% del territorio totale.

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CASO YARA, IL MAROCCHINO TORNA LIBERO: ORA QUALCUNO GLI CHIEDA SCUSA

Dicembre 7th, 2010 Riccardo Fucile

I LEGALI: CHIEDEREMO I DANNI PER INGIUSTA DETENZIONE.. NONOSTANTE LA TESTIMONIANZA DEL SUO DATORE DI LAVORO E A CAUSA DI UNA TRADUZIONE SBAGLIATA, IL GIOVANE E’ STATO INDICATO SUI MEDIA COME UN ASSASSINO PER GIORNI: SAREBBE SUCCESSA LA STESSA COSA PER UN ITALIANO?…. ORA LE ISTITUZIONI BUSSINO ALLA SUA PORTA E GLI CHIEDANO PERDONO…E PER CHI FOMENTA ODIO RAZZIALE SI APPLICHI LA LEGGE MANCINO

Mohamed Fikri, il marocchino accusato di aver sequestrato e ucciso Yara Gambirasio, torna in libertà .
Lo ha deciso il gip di Bergamo, Vincenza Maccora, che ne ha disposto la scarcerazione.
L’inchiesta sulla scomparsa della 13enne promessa della ginnastica ritmica di Brembate deve quindi praticamente ripartire da zero.
A determinare la decisione del giudice, il venir meno dei ‘gravi indizi di colpevolezzà .
In particolare, cinque periti nominati dal giudice, hanno verificato la cattiva traduzione di una frase intercettata del magrebino.
Inizialmente, si era detto che Fikri aveva pronunciato le parole: «Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io».
A una seconda, più attenta valutazione, la frase è risultata essere: «Allah mi protegga».
Secondo quanto accertato dal gip, il giovane stava parlando con un uomo al quale doveva 2mila euro.
Questa persona è stata sentita dagli inquirenti e ha confermato la circostanza, avvalorando la seconda e corretta traduzione della frase.
Il fermo è stato convalidato, pur con la disposizione della scarcerazione, perchè viene riconosciuto, nel provvedimento di cinque pagine del Gip, che, al momento della misura cautelare, esistevano i ‘gravi indizi di colpevolezza’, poi venuti meno.
Accertato inoltre che non vi era alcun pericolo di fuga, dal momento che Fikri si stava recando a Tangeri, in Marocco, per le ferie, come ha confermato anche il suo datore di lavoro.
Sono stati sette i consulenti che, in momenti diversi, hanno tradotto la frase di Mohammed Fikri, indagato in relazione alla vicenda della scomparsa di Yara Gambirasio, dalla quale in un primo momento si è ritenuto che lo straniero fosse coinvolto nei fatti.
Fikri, indagato in relazione alla vicenda della scomparsa di Yara Gambirasio, nel corso dell’udienza di convalida ha categoricamente negato di conoscere la ragazza.
In particolare, secondo quanto si evince dall’ordinanza di convalida del fermo e di liberazione di Fikri, l’uomo oltre a negare «ogni suo coinvolgimento nelle ipotesi di reato contestategli», ha affermato «di non conoscere Gambirasio Yara ma di averla vista solo nella fotografia mostratagli dai carabinieri in occasione del provvedimento di fermo».
Gli avvocati di Mohammed F. stanno valutando di chiedere un risarcimento per l’ingiusta detenzione del loro assistito, scarcerato qualche ora fa dopo essere stato recluso nel carcere di Bergamo lo scorso sabato sera con l’accusa di aver rapito e ucciso la 13enne Yara Gambirasio e di averne occultato il cadavere.
Lo ha spiegato ai giornalisti Giovanni Fedeli, uno dei legali dell’operaio.
A quanto sembra, oltre alla telefonata mal tradotta, sarebbe caduto un altro elemento che aveva portato i carabinieri ad accusare l’immigrato.
Mohammed F. avrebbe infatti spiegato di essersi liberato della scheda del telefono cellulare della fidanzata perchè la giovane subiva delle molestie telefoniche su quel numero e lui, dovendo rientrare in Marocco, non voleva che la fidanzata continuasse a subire le molestie.
«Nel momento in cui Yara è scomparsa Mohammed Fikri era con me in cantiere» ha dichiarato Roberto Benozzo datore di lavoro del marocchino indagato per la scomparsa della tredicenne bergamasca.
Benozzo non ha dubbi sulle mosse del giovane extracomunitario il 26 e 27 novembre: «Eravamo in cantiere e su di lui non ho certo sospetti lo conosco da quattro anni».
In pratica, nonostante la testimonianza del suo datore di lavoro e grazie a una intercettazione mal tradotta, un uomo è stato additato all’opinione pubblica per due giorni come un feroce assassino.
Chiediamoci se sarebbe successa la stessa cosa se il sospettato fosse stato italiano.
E che ora qualche rappresentante delle istituzioni si rechi dal giovane e gli chieda scusa: è il minimo che un Paese civile dovrebbe fare.
E a quei mentecatti che, strumentalizzando il fermo del giovane, volevano istigare alla cacciata di tutti gli stranieri, sarebbe ora che qualcuno ricordasse che esiste la legge Mancino per i reati di istigazione al’odio razziale.
E che qualcun’altro rammentasse che non è stata promulgata per non applicarla.

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I CONSUMI PRECIPITANO AI LIVELLI DI DIECI ANNI FA: LE FAMIGLIE NON CREDONO ALLA RIPRESA

Dicembre 7th, 2010 Riccardo Fucile

PER LE FESTE NATALIZIE PREVISTA UNA CONTRAZIONE DELL’1,2%, PARI A 17 EURO IN MENO A FAMIGLIA… STOP AGLI ACQUISTI DI GENERI DI ABBIGLIAMENTO, LIBRI E MUSICA… AVANZA SOLO LA SPESA ALIMENTARE E QUELLA DEI BENI TECNOLOGICI

La buona notizia è che, forse, nel 2012 andrà  meglio; la cattiva è che — quanto a consumi — siamo tornati indietro di dieci anni e che, quando si tratta di spendere, le famiglie non credono alla ripresa.
Uno studio della Confcommercio ha analizzato le previsioni d’acquisto degli italiani per il prossimo Natale e ha scoperto che anche quest’anno le feste saranno sotto tono.
O meglio, le famiglie spenderanno in realtà  qualcosa in meno — l’1,2 per cento, al netto della variazione dei prezzi — rispetto al 2009 ( più 0,3 senza tenere conto dei prezzi).
Tutto compreso — regali, panettoni, ma anche bollette e benzina, servizi — il Natale costerà  1337 euro, la spesa destinata alle feste nel 2009 era di 1354 euro.
Diciassette euro in meno a famiglia che — dice la Confcommercio — «sono in linea con la situazione di difficoltà  economica».
Questo nonostante il «capitale» netto assicurato dalle tredicesime sia diventato un po’ più ricco (33,4 miliardi, lo 0,7 per cento in più rispetto allo scorso).
Ma a beneficiare di tale crescita è stata soprattutto la quota riservata ai pensionati, i lavoratori dipendenti infatti — a causa della disoccupazione e delle casse integrazioni — hanno vista ridursi la fetta loro assegnata e ciò spiegherebbe la frenata sui consumi.
Senza contare il fatto che — secondo Confcommercio — la fetta si spartisce fra un numero superiore di famiglie (circa 180 mila in più rispetto allo stesso anno) frutto di nuovi ingressi o semplicemente del fatto che i nuclei si frammentano e diventano sempre più piccoli.
Sta di fatto che se — guardando ai numeri — ufficialmente la crisi sta finendo, le famiglie non vedono ancora l’uscita dal tunnel.
La ripresa collegata al mancato aumento dell’occupazione sta dando quindi i suoi frutti, anche se Confcommercio non vede tutto in negativo.
Il Natale sarà  difficile, «ma la caduta dei consumi non ci sarà » dice il suo presidente Carlo Sangalli, che questa volta chiede una riforma fiscale che abbassi il carico sui redditi da lavoro, ma non la detassazione delle tredicesime.
Nè i commercianti si aspettano molto dal 2011: la ripresa dei consumi, assicurano, l’anno prossimo (al netto degli effetti inflazionistici) si fermerà  allo 0,9 per cento definendo un periodo di «convalescenza» e le spese decolleranno solo nel 2012 (più 1,6).
Di sicuro è che le famiglie fanno le loro scelte e selezionano con precisione cosa e quanto comperare.
Stop agli acquisti di vestiario (meno 4 per cento rispetto al 2009), frenata anche sui libri, la musica e i dvd (meno 1,2): in quella che Confcommercio chiama la quota «tradizionale» dei consumi avanza solo la spesa alimentare, che rispetto al Natale dello scorso anno guadagna lo 0,6 per cento.
Cresce invece la spesa destinata ai settori più innovativi.
Trainata dall’iPod, destinato a diventare il regalo più desiderato di queste feste, la vendita di prodotti tecnologici aumenterà  quest’anno del 2,7 per cento.
In crescita anche computer e accessori (più 1,5), stabile la spesa per la telefonia .

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NOVANTA MILIARDI PER IL SUD? SONO I SOLITI FONDI EUROPEI STANZIATI DA BRUXELLES PER GLI ANNI 2007-2013

Novembre 29th, 2010 Riccardo Fucile

DIETRO IL SOLITO SPOT DEL GOVERNO, L’ENNESIMO RICICLAGGIO DEI FONDI EUROPEI ASSEGNATI AL SUD, NESSUN REGALO…. SONO FONDI FAS CHE NECESSITANO DI PROGETTI REGIONALI PER OTTENERE IL VIA LIBERA, NULLA DI NUOVO, SOLO LA POSSIBILITA’ DI ATTUARE UNA   RIPROGRAMMAZIONE… BOCCHINO: “PROMETTERE ANCORA LA SALERNO-REGGIO CALABRIA E’ UNA PRESA IN GIRO”

Qualche giorno fa, a sentire Berlusconi e Tremonti, sembrava che il governo, che notoriamente non ha mai un euro per nulla, salvo che per i progetti sponsorizzati dalla Lega, avesse vinto al superenalotto.
Sarebbero stati ben 90 i miliardi di euro stanziati per il Mezzogiorno con offerte speciali, come nei migliori trailer Mediaset: Bari-Napoli in 2 ore di treno anzichè 2, la Salerno Reggio Calabria in auto in un’ora in meno, da Catania a Palermo in poco più di un’ora anzichè in 3 ore.
Sembrava piovessero dobloni dal cielo, insieme all’ennesimo miracolo berlusconiano, durante la presentazione   del Piano per il Sud varato dal governo.
Novanta miliardi per il Meridione, annunciava il premier come fossero soldi “freschi”.
In realtà  si tratta della fotografia dell’entità  dei fondi strutturali europei, già  stanziati da Bruxelles per i 7 anni 2007-2013: sono fondi di varia natura (dal noto Fas a quelli per l’agricoltura) che per essere spesi devono essere oggetto di progetti regionali (metà  finanziati dalla regione e metà  dallo Stato) e poi ottenere il via libera e la conseguente assegnazione da parte del Cipe.
L’unica novità  sta nel fatto che sarà  possibile riprogrammare i progetti.
La cabina di regia è finita nelle mani di Tremonti e Fitto, con relative proteste degli altri ministri interessati (Prestigiacomo, Galan, Matteoli).
Che si tratti di un gioco delle tre carte è stato sottolineato dalla stessa Cisl: “Vanno bandite le dichiarazioni clamorose sulle risorse a disposizione perchè il Piano è basato esclusivamente su risorse già  disponibili”.
Da notare che viene reintrodotto il meccanismo automatico degli incentivi alle aziende, ovvero i crediti d’imposta, voluti a suo tempo dal ministro Visco e più volte criticati dal centrodestra come “bancomat”.
Negative le reazioni dei finiani: “Promettere ancora che dovremo fare la Salerno-Reggio Calabria è una presa in giro degli italiani”.
Ma costerebbe cosi tanto ogni tanto non raccontare balle?

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BERLUSCONI ANNUNCIA TASSE RIDOTTE DEL 10% AI GIOVANI CHE APRONO IMPRESE, POI SI SCOPRE CHE LA RIDUZIONE ESISTE GIA’

Novembre 26th, 2010 Riccardo Fucile

IL BLUFF: NEL PACCHETTO PRESENTATO CON LA MELONI, IL PREMIER AVEVA ANNUNCIATO CHE “STAVA STUDIANDO UN’IMPOSTA DEL 10% PER 3 ANNI PER I GIOVANI CHE APRONO UN’ATTIVITA'”… MA L’ANSA SCOPRE CHE IL REGIME AGEVOLATO DEL FORFETTINO DEL 10% PER I GIOVANI ESISTE GIA’ DA 10 ANNI, INTRODOTTO CON LA LEGGE 388 DEL 2000…ALTRO SPOT E ALTRA BRUTTA FIGURA

Costretto all`angolo dalla crisi politica, Silvio Berlusconi riapre il capitolo delle tasse e avanza una proposta: «Per le nuove imprese messe in campo da giovani stiamo studiando un`imposta del 10 per cento per tre anni al posto di tutte le altre imposte e addizionali», ha annunciato il premier in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, affiancato dal ministro per la Gioventù Giorgia Meloni.
Una sortita che ha scatenato reazioni negative da opposizioni e Fli: «Uno spot», dicono i giovani finiani.
«Un disco rotto», attacca Fassina, responsabile economico del Pd.
Ma soprattutto, secondo una dettagliata ricostruzione dell`Ansa, una misura assai simile a quella proposta ieri da Berlusconi già  esiste da una decina di anni per le imprese «individuali» avviate da giovani.
Infatti molte delle nuove iniziative imprenditoriali godono da due lustri, in Italia, di un regime fiscale agevolato: il cosiddetto «forfettino» del 10 per cento che è stato introdotto con la legge 388 del 2000, la Finanziaria per il 2001.
L`agevolazione che prevede il pagamento di un`imposta sostitutiva al 10 per cento – proprio come quella annunciata ieri dal Cavaliere per tutte le «imprese» avviate da giovani – riguarda nuove attività  di impresa, professionali o artistiche, intraprese da «persone fisiche», cioè da ditte individuali che in fin dei conti sono le più diffuse e abbordabili in un contesto di start up.
Il governo ha anche annunciato di interessarsi a mutui e prestiti a favore dei giovani, ma in questo caso, trattandosi di somme da restituire con gli interessi, poteva anche farlo un istituto di credito.
Solito spot gratuito.
Qualcuno non aveva forse promesso nel programma del centrodestra di costruire nuove case per le giovani coppie?
Chissà  che fine ha fatto quel punto del programma, probabilmente la stessa sorte dell’abolizione delle Province.

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ADDIO RISPARMI: SOLO UNA FAMIGLIA SU TRE RIESCE A METTERE QUALCOSA DA PARTE, UNA SU QUATTRO FA DEBITI PER VIVERE

Novembre 1st, 2010 Riccardo Fucile

IL RISPARMIO E’ IN CRISI: OPERAI E INSEGNANTI I PIU’ POVERI…SOLO 1 FAMIGLIA SU 17 HA AUMENTATO IL PROPRIO TENORE DI VITA…PER L’83% DEGLI INTERVISTATI LA CRISI E’ GRAVE, IL 26% E’ DOVUTA RICORRERE A PRESTITI

Gli italiani sono più preoccupati per il futuro e questo si riflette sul risparmio: quest’anno poco più di una famiglia su tre è riuscita a mettere da parte qualcosa e ben una su quattro è dovuta ricorrere a debiti o all’utilizzo di risparmio pregresso.
Sono sempre meno le famiglie che riescono a migliorare il proprio tenore di vita (solo una su 17) e aumenta il numero di quelle che galleggiano cioè hanno speso tutto senza fare ricorso a risparmi o debiti e pensano di fare lo stesso l’anno prossimo o hanno fatto ricorso a risparmi e debiti e intendono mettere da parte di più nei prossimi 12 mesi.
Tra le categorie, operai e insegnanti sono quelli in più grave crisi di risparmio. È la fotografia scattata dall’indagine Acri-Ipsos realizzata in occasione della 86esima Giornata Mondiale del Risparmio.
Le famiglie sono consapevoli che l’uscita dalla crisi sarà  graduale e con tempi più lunghi rispetto a quanto previsto nel 2009.
L’83% del campione (era il 78% un anno fa) percepisce la crisi come grave e il 69% si aspetta che non se ne potrà  uscire prima di 4 anni (erano il 57% un anno fa), con il 31% che ipotizza addirittura una soglia di 5 anni o più. Nonostante ciò, quanti si dicono soddisfatti della propria situazione economica salgono dal 54% al 56% (nel 2007 e nel 2008 erano il 51%): in particolare crescono nel Nord Est (+9% dal 2009) e nel Nord Ovest (+5%).
Il 23% delle famiglie è stato colpito dalla crisi ed è particolarmente pessimista sulla propria situazione economica.
Sono sempre meno le famiglie che riescono a migliorare il proprio tenore di vita: il 6% (l’8% nel 2009).
Costante invece il numero di quelle che ritengono peggiorato il proprio tenore di vita: il 18% (era il 19%).
Costante anche il numero di coloro che riescono a mantenere il proprio tenore di vita abbastanza facilmente: il 29% (era il 30%).
Crescono coloro che sono riusciti a mantenere lo standard di vita solo con fatica: il 47% (erano il 43%).
Le famiglie che sono riuscite a risparmiare sono poco più di un terzo (il 36%, erano il 37% nel 2009).
E sono soprattutto al Nord (Nord Est 45%, Nord Ovest 41%).
In affanno i risparmiatori del Sud (il 30%) e soprattutto quelli del Centro, dove le famiglie che riescono a risparmiare sono scese al 32% dal 39% del 2009. A parte un 1% di famiglie che non si pronuncia, il restante 26% per tirare avanti ha dovuto ricorrere a prestiti, bancari e non (7%) e ha dovuto utilizzare risparmi passati (19%), soprattutto al Sud.
Quelli che non riescono a risparmiare, ma nemmeno devono mettere mano alle riserve o ricorrere a prestiti, sono circa il 37%.
Un quarto delle famiglie riesce ad accumulare senza difficoltà , ma aumentano quelle che galleggiano (passano dal 20 al 23%) a scapito delle famiglie con risparmio in risalita (il 5%) o in discesa (il 10%).

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