Novembre 11th, 2013 Riccardo Fucile
IL PARTITO VERSO LO “SCISMA SILENZIOSO”
Nel 2005, era il leader dell’Ulivo, Romano Prodi annunciò in tv che non avrebbe obbedito alle indicazioni elettorali della Cei sulla fecondazione assistita e che, al contrario del cardinale Ruini, sui referendum non si sarebbe astenuto, sarebbe andato a votare, «da cattolico adulto», ovvero uno che ascolta gli insegnamenti della Chiesa ma prima di tutto la sua coscienza.
Ora il Professore annuncia che alle primarie dell’8 dicembre per scegliere il segretario del Pd non andrà a votare: «non per polemica, ma ho deciso di ritirarmi dalla vita politica. Ho fatto un passo indietro, è bene che mi mantenga nella mia coerente posizione».
Due strade opposte, ma tra il voto e il non-voto non c’è distanza.
Più che un atto di distacco, infatti, l’annuncio di Prodi assomiglia a un atto di denuncia verso chi non ha uguale coerenza.
Nelle stesse ore, infatti, i sostenitori di Gianni Cuperlo facevano rimbalzare su twitter la conclusione del discorso del candidato a Milano: «La notte sta per finire e noi siamo l’alba».
E l’ex segretario Pier Luigi Bersani si è presentato in tv da Lucia Annunziata per ribadire che si sente di non aver sbagliato nulla o quasi.
Segno che nel Pd continuano a rimuovere le domande che dovrebbero essere alla base del dibattito congressuale.
Perchè si sono perse le elezioni (altro che “non vinte”)?
Perchè si è permesso a 101 parlamentari, uno su quattro, di eliminare il padre fondatore del partito e di gran lunga il migliore candidato al Quirinale (ormai l’ha riconosciuto perfino la Santanchè…), senza fare il minimo sforzo di individuarli, non con un’azione poliziesca ma con un tentativo di minima chiarezza politica?
E che giudizio si può dare e cosa si deve fare con il governo delle larghe intese che è nato da quell’operazione a volto coperto?
Bersani non ne parla. Ribadisce che i 101 sono frutto di una «immaturità della nostra combriccola»: senza dire, però, che quel Pd lì, quel gruppo parlamentare, era interamente bersanizzato, formato a sua immagine e somiglianza.
Anche il tesseramento gonfiato di questi giorni ha molti colpevoli, i signori delle tessere che agiscono dal nord al sud del Paese, da Torino a Enna, ma un unico responsabile, il capo dell’organizzazione del Pd: in questi anni si sono chiamati Maurizio Migliavacca, Nico Stumpo, Davide Zoggia.
Bersani parla poco di Prodi, preferisce rimpiangere la mancata elezione di Franco Marini al Quirinale (con il voto del Pdl), «sarebbe stato il Pertini cattolico».
Paragone privo di significato: in comune tra i due personaggi c’è la pipa, per il resto Pertini è sempre stato un uomo di minoranza, senza correnti e senza truppe, mai esistiti i pertiniani, e per questo capace di dare dal Quirinale grandi dispiaceri alle segreterie di partito (compresa la sua, il Psi di Craxi), Marini al contrario è sempre stato il capo dell’apparato, sempre in maggioranza, come Bersani e Cuperlo nel Pci-Pds-Ds-Pd, affidabile (dal punto di vista di Bersani) proprio per la sua fedeltà alla logica di auto-conservazione dei partiti.
Bersani ha ripetuto che se ci fosse stato lui a Palazzo Chigi ci sarebbe stato un governo di cambiamento, ma purtroppo in campagna elettorale nel Paese nessuno se n’è accorto, no, Bersani non è Bob Kennedy e neppure Salvador Allende, non c’è un colpo di Stato che ha interrotto il suo disegno, ma soltanto i suoi errori.
In Francia il socialista Lionel Jospin consegnò l’elettorato della gauche a un orrendo ballotaggio tra Chirac e Le Pen, si dimise ed è sparito dalla circolazione, Bersani ha lasciato il Pd stritolato tra l’esigenza di allearsi o con Berlusconi o con Grillo.
Qui l’unico a sparire dalla scena è Prodi che con la sconfitta non c’entra nulla, pazienza.
Non di giorni, ma di anni di menzogne e di tradimenti è fatta la storia del centrosinistra.
L’ultimo no di Prodi, la decisione di non votare alle primarie, che tutti si sono affrettati a «guardare con rispetto», chiude definitivamente questa sfortunata storia del Pd.
E anticipa quella che potrebbe essere la scelta di tanti: uno scisma silenzioso, lo scisma sommerso, come si intitolava un libro del filosofo Pietro Prini, quello tra il popolo e il vertice, il riflusso nel non voto dei tanti delusi da questa classe dirigente.
Sbaglia Matteo Renzi se sottovaluta questo stato d’animo: il suo problema non è convincere Prodi a superare l’amarezza, ma i tanti altri che non si ritrovano in questa campagna congressuale, compresa la sua.
C’è un salto enorme tra il Renzi dirompente e all’attacco visto l’altra sera da Santoro e alcuni renzini locali, in difficoltà quando devono spiegare chi sono e cosa vogliono, quando c’è da fare politica e non auto-intrattenimento.
Eppure il rischio è mortale, perchè senza il coinvolgimento di quella massa critica, il popolo delle primarie, finiranno per vincere i protagonisti del disastroso ventennio appena passato, gli stessi che hanno condotto il centrosinistra nella notte più buia, nascosti alle spalle dei loro ex colonnelli o eredi.
Una vittoria sulle macerie: scarsa partecipazione alle primarie, un nuovo segretario già logorato in partenza, un partito diviso tra i micronotabili locali di cui parla Mauro Calise in “Fuorigioco”. Vedi la sezione di Pietraperzia in provincia di Enna, dove domina l’ex ds Mirellino Crisafulli: 151 votanti, 149 voti per Cuperlo.
Chi invece ha interesse a chiudere quella pagina, si chiami Renzi o Civati, ha il dovere di combattere nelle prossime settimane.
E forse allora si capirà il significato del gesto di Prodi.
Marco Damilano
(da “l’Espresso“)
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Ottobre 7th, 2013 Riccardo Fucile
SANDRA ZAMPA, EX CAPO UFFICIO STAMPA DI PALAZZO CHIGI RIVELA I RETROSCENA DELLA VOTAZIONE PER IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Sarà ricordata come l’imboscata dei 101. Ma in realtà furono di più, «115-120».
E non ci fu nulla di schizofrenico, nè di lasciato al caso, in quell’agguato che il 19 aprile scorso affossò la candidatura di Romano Prodi al Quirinale: «Si trattò di un boicottaggio organizzato in piena regola».
Le varie bande che decisero nel segreto dell’urna di affossare l’uomo dell’Ulivo, padre nobile e tra i fondatori del Pd, agirono quel pomeriggio come un sol uomo, unite da una tacita regia alimentata da motivazioni (personali e politiche) differenti, ma assolutamente convergenti nell’individuare nel professore bolognese un ostacolo da rimuovere, un simbolo da abbattere: «C’era chi pensava di dover vendicare Marini per la mancata elezione nelle prime votazioni; quelli che pensavano si dovesse dare una possibilità a D’Alema; quelli che si erano convinti che l’elezione di Prodi avrebbe portato rapidamente alle urne; quelli che volevano un’alleanza di governo larga, estesa al Pdl, e vedevano in Prodi un ostacolo».
Ma c’erano anche coloro che volevano «far pagare a Bersani le primarie dei parlamentari e il rinnovamento della classe dirigente».
E qualcuno, anche, «colpire Renzi», che si era speso per il Professore dopo aver bocciato Marini e Finocchiaro
Sandra Zampa, giornalista, ex capo ufficio stampa di Palazzo Chigi ai tempi del governo Prodi, attuale deputato pd alla seconda legislatura e portavoce del Professore, non ha l’ambizione di fare il Sherlock Holmes, andando a caccia, nome dopo nome, dei 101 (115-120) dell’imboscata quirinalizia.
Ma il suo libro – «I tre giorni che sconvolsero il Pd» (Imprimatur editore, 160 pagine, in libreria dal 9 ottobre) – a forza di seminare indizi, di fatto consegna agli elettori un identikit molto plausibile di chi quel giorno tradì.
«I nostri elettori vogliono i nomi – scrive Zampa –. Ne conosco ormai un buon numero, tuttavia se pubblicassi anche un solo nome falso, commetterei un’ingiustizia».
Quei tre giorni, raccontati dalla parlamentare con stile asciutto e dovizia di particolari, rappresentano per il Pd, già stressato dal deludente risultato elettorale, il big bang dei propri vizi d’origine, a partire dall’incapacità di fondere in «una nuova identità riformista le culture politiche del Novecento (ex diesse, ex popolari, ex dielle)», per non parlare poi della «deformazione ipercorrentizia» che ha mutilato qualsiasi leadership, trasformando in regola il concetto secondo il quale «le componenti rispondono prima al capocorrente e poi al segretario»
Se questo è lo scenario, non c’è da stupirsi se Romano Prodi, pur in quelle cruciali ore lontanissimo da Roma (a Bamako, Mali, per una missione Onu), captò al volo, con largo anticipo rispetto ai massimi dirigenti del partito, il disagio e l’insofferenza di larga parte dei Grandi elettori pd sul suo nome.
Non a caso, rivela Sandra Zampa, «aveva chiesto che il suo nome venisse sottoposto a votazione segreta» nell’assemblea al teatro Capranica dove Bersani lanciò la candidatura del Professore.
Ma non se ne fece nulla: «Si votò per alzata di mano, di fatto nessuno contò i voti».
E alla fine passò l’immagine di una standing ovation . Una candidatura morta in poco meno di 24 ore.
Era decollata il 18 aprile, dopo l’affossamento di Marini, da un’iniziativa di Arturo Parisi, raccolta dal bersaniano Vasco Errani, benedetta da Franceschini e ufficializzata da una telefonata in Mali di Bersani.
Ma è solo nella notte tra il 18 e il 19, quando sfuma definitivamente quella che era considerata l’unica vera alternativa a Prodi (Massimo D’Alema), che il nome del Professore prende il volo.
Per essere impallinato.
Francesco Alberti
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 18th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIORNALE TEDESCO RIVELA CHE PRODI E’ MEMBRO DELL’INTERNATIONAL ADVISORY BOARD DEL LEDEAR KAZAKO… RISALE AL 23 MAGGIO L’ULTIMA SUA VISITA NEL PAESE
Silvio Berlusconi non è l’unico politico italiano ad avere rapporti con Nursultan Nazarbayev.
Un articolo pubblicato a marzo da Spiegel International punta i riflettori sul legame tra l’ex premier Romano Prodi e il dittatore kazako.
“Per essere un tiranno, il signore del Kazakistan ha a sua disposizione alcuni insoliti sostenitori: gli ex cancellieri tedesco e austriaco Gerhard Schrà¶der e Alfred Gusenbauer, gli ex primi ministri britannico e italiano Tony Blair e Romano Prodi, così come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaniewski e l’ex ministro degli interni tedesco Otto Schily”, afferma il quotidiano, ricordando che “tutti costoro sono membri nei loro Paesi di partiti socialdemocratici”.
Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi, prosegue lo Spiegel, “sono ufficialmente membri dell’Intenarnational Advisory Board di Nazarbayev. Si incontrano diverse volte ogni anno, nella più recente occasione all’inizio di marzo nella capitale kazaka Astana, e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre”.
Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, “riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari)”.
“Schrà¶der, per quanto lo riguarda, nega di essere membro dell’Advisory Board. Ciononostante, egli s’incontra di quando in quando faccia a faccia con l’autocrate venuto dalle steppe asiatiche ed elogia il Kazakistan come un “Paese internazionalmente riconosciuto e aperto”.
Nel novembre del 2012, Schrà¶der si congratulò col Kazakistan in quanto Paese scelto per ospitare l’Expo 2017, che egli descrisse come il “prossimo passo verso la modernizzazione”.
“Il fatto che un diplomatico tedesco si inchini davanti ai kazaki fino a tale punto è già abbastanza brutto”, dice la deputata dei Verdi Viola Von Cramon.
“Ma peggio ancora, sottolinea, è il fatto che politici come Schrà¶der, Schily, Prodi e Blair si lascino coinvolgere negli interessi di Nazarbayev. “Specialmente perchè ora il suo regime sta diventando sempre più severo. Ma grazie all’influenza dei lobbisti occidentali, poco di quello che succede oltrepassa i confini”.
L’ultimo incontro tra Prodi e Nazarbayev risale al 23 maggio, una settimana prima del blitz che ha portato all’espulsione della moglie e della figlia del dissidente kazako. Con un discorso di dieci minuti al Palazzo dell’indipendenza di Astana, capitale del Paese, l’ex premier ha parlato dei problemi dell’Eurozona, dopo l’introduzione di Nazarbayev.
E, come spiega Panorama, “dal 2011 ha fatto visita tre volte l’anno, mantenendo ottimi rapporti con il dittatore”.
Per definire gli intrecci tra i due Paesi, prosegue il settimanale, bisogna invece tornare al 1997.
Il 4 maggio l’ex leader comunista, padre padrone del Paese, viene decorato con il Gran cordone, la più alta onoreficenza concessa dal Quirinale, su proposta di Prodi, allora presidente del Consiglio.
Nel 2000 viene poi scoperto il giacimento di Kashagan e l’Eni entra subito nel consorzio per lo sfruttamento.
Risale invece al 2009 la firma del trattato tra Italia e Kazakistan, con Berlusconi presidente. E oggi l’Italia è il terzo partner commerciale del Paese, dopo Cina e Russia.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
INCONTRA LETTA PER PREPARARE UNA MISSIONE IN CINA
È tornato a palazzo Chigi e stavolta ci è rientrato a piedi.
Cinque anni dopo il suo addio alla politica, Romano Prodi è tornato nel palazzo del governo per fare quattro chiacchiere col suo amico Enrico Letta, che l’ultima volta gli aveva fatto da sottosegretario alla Presidenza.
Il Professore è entrato da quello stesso portone dal quale era uscito, con un magone indimenticabile.
Era l’8 maggio del 2008 e – dopo le elezioni vinte da Berlusconi e perse dal Pd – nel cortile di palazzo Chigi, davanti al picchetto d’onore e con i dipendenti che lo applaudivano dalle finestre, il «Prof» si congedò dando una carezza alla moglie Flavia.
Dopodichè i due salirono sull’auto di servizio che li riportò a Bologna.
Da allora Prodi è rimasto lontano dalla politica, salvo rientrare involontariamente in scena, quando Pier Luigi Bersani lo ha candidato al Quirinale e i 101 franchi tiratori lo hanno cecchinato nel segreto dell’urna.
Da quel giorno Prodi, amareggiato, non ha più parlato di quella vicenda.
D’altra parte nei mesi e nelle settimane precedenti il Professore non aveva brigato per essere candidato e dunque la superficialità con la quale era stato messo in campo e il «tradimento» dei 101 hanno finito per convincerlo che la crisi del Pd è molto più grande della sua vicenda.
Una crisi che Prodi giudica quasi irreversibile, al punto che l’ex premier sta meditando una decisione clamorosa: lasciar consumare il suo rapporto col partito, sia pure senza strappi plateali, ma con un gesto simbolico: non ritirando la tessera in occasione del prossimo congresso di autunno.
Naturalmente non c’è nulla di deciso e l’imminente stagione congressuale potrebbe invertire tante opinioni, compresa quella di Romano Prodi.
E d’altra parte tornare a palazzo Chigi come se nulla fosse – dimostra la tempra del personaggio.
Naturalmente l’incontro ha scatenato subito mille dietrologie.
Di cosa hanno parlato? Perchè subito dopo Letta si è visto anche con Mario Monti?
E dopo due ex premier, Letta vedrà anche Silvio Berlusconi?
Da quel che trapela da palazzo Chigi l’incontro con Prodi e quello con Monti non sono tenuti assieme da un unico filo.
Quella col Professore è stata una rimpatriata, una panoramica a tutto campo, perchè come ha detto Letta, «con Romano parlo di tutto».
Appunto, anche della Cina: Letta ha chiesto consigli a Prodi, grande amico dei cinesi, per realizzare una mega missione di imprenditori in quel Paese.
Con Monti invece si è trattato di un incontro a tutto campo con uno dei leader della maggioranza.
E naturalmente Letta ha chiesto a Monti suggerimenti sui prossimi Consigli europei, in particolare per quello di fine giugno, dove l’Italia ha intenzione di giocarsi tutte le sue carte sul piano straordinario per l’occupazione giovanile.
Oggi Letta potrebbe vedersi con Giuliano Amato e a quel punto il suo giro di orizzonte finirebbe per assomigliare ad una summa di opinioni e informazioni tra coloro che sono stati i presidenti del Consiglio degli ultimi 15 anni.
Certo, mancherebbe ancora Berlusconi.
Dal punto di vista formale nulla osta, anche se un incontro col leader del Pdl proprio in queste ore cozzerebbe con ragioni di opportunità politica per via delle polemiche sul processo Ruby e sulla manifestazione di Brescia.
Ovviamente di Europa, Letta ha parlato anche con Prodi, col quale peraltro si era già scambiato opinioni diverse volte negli ultimi giorni.
E d’altra parte non sempre le consultazioni dei primi giorni portano lontano: qualche settimana dopo l’insediamento del suo governo, anche Monti si consultò con Prodi. Era l’8 gennaio 2012, ma non se ne seppe nulla, anche perchè l’incontro si svolse nella casa milanese dell’allora presidente del Consiglio. In quella occasione Prodi diede un consiglio a Monti: «Fai asse con Francia e Spagna».
Monti non volle seguire quel consiglio se non in seguito e invece nelle ultime settimane quel consiglio è stato concretizzato proprio da Letta, nei suoi recenti incontri di Parigi con Hollande e di Madrid con Hollande.
Tutto fermo, intanto, sul fronte della riforma elettorale, compresa un annuncio del ministro Quagliariello: «Subito intervento sul premio di maggioranza».
Fabio Martini
(da “La Stampa“)
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Aprile 19th, 2013 Riccardo Fucile
VOCI SU UN RITIRO DI RODOTA’ PER FAVORIRE UN ACCORDO PD-CINQUESTELLE: CI STA LAVORANDO VENDOLA…TRA I GRILLINI NON C’E’ UNITA’ DI VEDUTE
Mentre nell’Aula della Camera si procede con la terza (inutile) votazione, il Pdl insorge. 
«Quella di Prodi è una scelta che divide. Il contrario di quello che serve all’Italia», dichiara il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri.
Maurizio Gasparri offre poi una chiara indicazione di voto: «Ieri c’è stato un incontro tra Scelta civica e Pdl e ci è stato proposto di convergere sulla Cancellieri . E’ una valutazione che faremo più tardi ma l’ipotesi ci interessa anche per il futuro, per aprire un dialogo con un’area alternativa alla sinistra».
Poco dopo la conferenza stampa del premier Mario Monti per Scelta civica: «Puntiamo su Anna Maria Cancellieri. Non è una candidatura contro nessuno, tantomeno contro Prodi, anzi è un segno importante per la pacificazione politica dell’Italia»
Il Pd pare si sia ricompattato dopo le tensioni delle ultime ore.
Bersani sceglie di andare alla quarta votazione e con Prodi serra le fila del partito: «Il disordine che abbiamo pubblicamente mostrato, deve essere ricomposto», ha detto il segretario all’assemblea di questa mattina.
La scelta di Prodi convince anche i renziani, che nelle ultime ore avevano tentato di far crescere consensi attorno alla candidatura di Chiamparino.
Adesso resta da vedere come si comporterà il Movimento 5 Stelle.
Il nome del Professore era uscito nella rosa dei dieci delle Quirinarie.
In un’intervista a Fanpage.it il capogruppo dei “5 Stelle” alla Camera Roberta Lombardi aveva concesso ieri sera una timida apertura: «Il nome di Romano Prodi per il Quirinale «già che rientra nella rosa di nomi votati dal nostro elettorato alle Quirinarie sarebbe una gran cosa». «Anche se noi siamo compatti sul nome di Stefano Rodotà , perchè i nostri elettori ci hanno dato una precisa indicazione».
Ma altri deputati chiudono: «Non basterà la conversione sulla via di Capranica a farci cambiare idea». La linea insomma per ora resta quella di continuare a votare Rodotà .
Fino a quando? Non dimentichiamo il rapporto stretto tra Casaleggio e Prodi…
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Aprile 19th, 2013 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO UFFICIALE DEL PD ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA SI TROVA IN MALI COME INVIATO DELL’ONU…DA PARISI A ZAMPA, UN FINE LAVORO DI TESSITURA POLITICA HA COSTRUITO IL CONSENSO ATTORNO AL SUO NOME
Ci è arrivato a modo suo.
Romano Prodi è diventato il candidato ufficiale di tutto il centrosinistra e il probabile dodicesimo Presidente della Repubblica, senza muoversi: in queste ore è ancora in Mali per una missione Onu, mentre nelle ultime settimane non ha fatto una sola telefonata di auto-raccomandazione.
Si è fatto candidare da Bersani e quando il leader del Pd lo ha chiamato questa mattina, non ha potuto che pronunciare il fatidico sì, «Pier Luigi ti ringrazio…».
Prodi è fatto così: orgoglioso e cattolico che ha introiettato il fatalismo della Provvidenza, il Professore non ha brigato, anche se ovviamente ha lasciato che i suoi amici agissero.
Anzitutto Arturo Parisi, tessitore dietro le quinte.
Ma anche la portavoce (e parlamentare del Pd) Sandra Zampa, protagonista due notti fa di un intervento molto forte alla assemblea dei parlamentari del centrosinistra, che ha commosso diversi presenti, ha lasciato il segno.
E ancora Sandro Gozi, l’unico parlamentare prodiano (assieme alla Zampa) presente in Parlamento e Giulio Santagata, il braccio destro a palazzo Chigi, che pur non essendo più deputato, ieri mattina era ricomparso a Montecitorio.
Per raggiungere il fatidico quorum di 504 grandi elettori, oltre alla compattezza dei gruppi Pd, Sel, Psi e del drappello di Bruno Tabacci, sarà necessaria verificare la tenuta del Cinque Stelle, dopo le prime, incoraggianti dichiarazioni.
E Mario Monti? Potrà sottrarre i voti di Scelta civica a Prodi, visto il legame che unisce i due dopo la stagione vissuta assieme nella Commissione europea?
Franchi tiratori potrebbero manifestarsi tra i grandi elettori Pd, ma non in misura rilevente, come dimostra la liberatoria standing ovation che ha accompagnato l’annuncio di Bersani della candidatura di Prodi all’assembea del Capranica.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Aprile 19th, 2013 Riccardo Fucile
SALTA L’ACCORDO CON IL PDL, DALLA QUARTA VOTAZIONE PD E SEL PROVERANNO A FAR ELEGGERE L’EX PREMIER
Sarà l’ex presidente della Commissione europea il candidato del Pd nell’elezione del presidente della
Repubblica.
Un nome accolto con una standing ovation dall’assemblea dei grandi elettori Pd, convocata di primo mattino al teatro Capranica per trovare una soluzione dopo il flop della candidatura di Franco Marini al Quirinale che ha spaccato il partito e la coalizione di centrosinistra.
Una candidatura archiviata dallo stesso Bersani, che ieri aveva annunciato: “E’ una fase nuova, faremo un’altra proposta”.
Il nome di Prodi compare tra l’altro nella “rosa” dei dieci candidati scelti nelle votazioni online degli iscritti del Movimento 5 Stelle, come ieri sera ha ricordato la portavoce Roberta Lombardi anche se i parlamentari di Grillo confermano il voto per Stefano Rodotà nella terza e quarta votazione.
A questo punto si fa più probabile un’elezione al quarto scrutinio, quando basterà la maggioranza semplice per l’elezione del presidente e il Pd sarebbe quasi autosufficiente nella scelta.
Ieri sera il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, arrivato a Roma per seguire da vicino le elezioni per il nuovo Presidente della Repubblica, ha provato a ottenere l’appoggio di Sel sul nome di Sergio Chiamparino ma Nichi Vendola gli ha detto no.
Quello di Prodi è un nome che potrebbe piacere anche al Movimento Cinque Stelle che tuttavia da parte sua ha assicurato che continuerà a sostenere Stefano Rodotà .
Quello che pare certo, finora, è che il Pd non ha intenzione di appoggiare il giurista nonostante le sue molte legislature da parlamentare con partiti di sinistra e all’interno dello stesso Pds.
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Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE DRIBBLA ANCHE LA TURISTA: “VADA AL COLLE”… “LO DICE DA TEDESCA”
Professore, ha visto le “Quirinarie”? «Oggi ho visto solo la primavera…». 
Anche i grillini la vogliono presidente… «È la prima giornata di primavera, ho guardato solo questo».
Romano Prodi non si fa tirar dentro nessuna rosa, neppure quella a dieci petali del voto online dei Cinquestelle.
Sta ripassando da casa, a Bologna, per un pernotto veloce: questa mattina sarà già in volo per Tunisi.
Inutile insistere ancora, «Quod dixi, dixi…E non ho detto nulla».
Qualche ora prima, a Lucca per una conferenza, con le agenzie che volevano sapere se accettasse la candidatura del popolo cinquestelle, era stato laconico: «Non ho nessuna candidatura al Quirinale, sto semplicemente a guardare».
E un’aggiunta: «Per il resto, io sono fuori».
Tre paroline che gettano scompiglio tra i suoi intimi, «ma come, Romano sta fuori? Che significa?», amici di vecchia data come Arturo Parisi telefonano, si informano, alla fine si rassicurano: il Professore vuol solo far capire che nessuno gli strapperà una sola alzata di sopracciglio che possa essere interpretata come un’accettazione di candidatura, o peggio ancora un’autocandidatura.
Ci pensa Sandra Zampa, deputata e storica portavoce, a mettere i puntini sulle i: «Prima di tutto, per il Quirinale non sono previste candidature e quindi neppure quella del Professor Prodi è fra queste», spiega.
«Poi, da cinque anni Prodi è fuori dalla politica italiana, e passa la maggior parte del suo tempo in missione all’estero».
E dunque ecco, quell’essere-fuori dovrebbe voler dire soltanto “me ne sto un po’ lontano” dalla diplomazia che precede il conclave repubblicano, che è affare della politica. Infatti, il giorno stesso in cui le Camere riunite inizieranno a votare, lui sarà di nuovo su un aereo, destinazione Bamako, missione dell’Onu nel martoriato Mali, insomma durante i primi scrutini lui non sarà qui, ma lì.
Questo non significa certo che possa impedire il viceversa, ossia che tutti gli altri parlino di lui come quirinabile.
Nel bene e nel male. A Bari, Berlusconi gli scarica addosso i fischi della piazza, «Volete Prodi al Quirinale?» «Nooooo».
Sul Web, la sorpresa della sua inclusione nella decina dei candidabili del MoVimento è accolta da contrarietà di molti grillini.
Proprio per questo, Prodi non ha nessuna intenzione di farsi mettere sull’altare o sul bersaglio, dove il tirassegno è già partito, lo denuncia sempre Zampa, «gli attacchi dei giornali e delle televisioni che fanno capo al Cavaliere si intensificano man mano che si avvicina la data per l’elezione del Presidente».
Ma anche le aspettative crescono.
A Lucca, nel pomeriggio, è un vecchio amico toscano ad accoglierlo «Benvenuto al futuro presidente!», unica risposta un sorriso ironico e una botta sulla spalla col giornale arrotolato, poi è una turista a gridarglielo all’uscita dell’Auditorium intitolato, guarda tu, a San Romano: «Professore, faccia lei il presidente della Repubblica! Glielo dico anche se sono tedesca!», e questa volta Prodi non resiste alla battuta: «Lo dice proprio perchè è tedesca… ».
Ma a questo punto è il suo ex ministro Giovanni Maria Flick a sbarrare la strada ad ulteriori curiosità o anche solo cenni d’augurio: «Signora, meno si dice meglio è, per scaramanzia…».
Michele Smargiassi
(da “La Repubblica“)
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Aprile 14th, 2013 Riccardo Fucile
PRESSING SUI PARLAMENTARI DEMOCRATICI… IN POLE FINOCCHIARO, MARINI, AMATO
Fuga da sprint finale, in pieno stile ciclistico, solo quando il traguardo è lì, dietro l’ultima curva. 
Ci stanno lavorando i (pochi) prodiani presenti in Parlamento, i tanti fuori – capeggiati da Arturo Parisi – ma soprattutto la schiera dei renziani, che farebbe lievitare il «partito del Professore» a 70-80 grandi elettori.
Endorsement per suonare la sveglia al quartier generale Pd. Con l’obiettivo dichiarato di giocare d’anticipo, prima che Bersani e Berlusconi si rivedano (forse martedì) e chiudano un accordo da «abbraccio mortale», a sentire i big sponsor del fondatore dell’Ulivo e magari agire poi da calamita sui Cinque stelle.
Grillini che già nelle loro “Quirinarie” di ieri hanno ufficializzato il nome dell’ex presidente della commissione Ue nella loro top ten.
Non a caso, due campanelli d’allarme sono risuonati nelle ultime 24 ore, a sinistra e a destra.
Gli uffici dei capigruppo del Partito democratico di Camera e Senato hanno attivato da ieri la batteria interna, iniziando a contattare ogni singolo parlamentare per sondare gli umori e richiamare con discrezione alla disciplina di partito, alla linea.
Che dovrebbe indirizzare tutti «sulla via di una scelta condivisa», come spiega un alto dirigente Pd.
Verso «nomi che uniscano e non che dividano e che sono ormai riconducibili a quelli di Amato, Marini e Finocchiaro».
Una terna alla quale qualcuno continua ad aggiungere Sergio Mattarella. Alla vigilia delle votazioni del 18 il partito si dovrebbe presentare con una rosa ristretta di nomi, difficilmente uno solo, spiegano, da offrire al Pdl e Scelta civica.
Nell’ottica di un’intesa che poi potrebbe facilitare la strada verso la formazione di un governo d’emergenza per le riforme. Il fatto è che gli umori, come le anime interne al Pd, sono variegati e chi si è attaccato al telefono da ieri lo ha potuto riscontrare.
I renziani non fanno ormai mistero di aver cassato dalla lista il nome di Marini: per loro restano in partita solo quelli di caratura «internazionale », di Prodi e semmai Amato.
Pronti a uscire allo scoperto, come non hanno fatto finora, coloro che più di altri sono vicini al Professore.
E che spiegano: «Viviamo con grande malessere la facilità con la quale dai “giovani turchi” ai popolari nel Pd hanno escluso una figura come quella di Prodi, che vanta un peso istituzionale superiore rispetto a qualsiasi altra».
E si elenca: «Due volte premier, presidente della Commissione europea da dove certo non ha fatto guerra al Berlusconi premier, inviato Onu».
«Nel partito poi qualcuno dovrà spiegare perchè sia preferibile un accordo al ribasso col Cavaliere – continua il parlamentare e dirigente Pd – magari per dar vita a un governo di tre o sei mesi. Noi non l’accetteremo ».
Partita dalla quale si tiene debitamente lontano un Prodi che ancora ieri si dichiarava «disinteressato », scherzandoci su.
Chi non ci scherza affatto su è Silvio Berlusconi, tornato non a caso a sparare a pallettoni da Bari contro il Professore («Pronti ad andare all’estero»).
I fedelissimi che lo hanno accompagnato al palco di Piazza della Libertà raccontano di un Cavaliere assai preoccupato, tornato al più cupo «pessimismo», per nulla rassicurato dall’ennesima chiusura di Bersani.
«Non si prospetta nulla di buono – ha confidato – la candidatura di Prodi sta rimontando, il segretario Pd non tiene tutti i suoi e questi sono capaci di eleggerlo coi grillini» è l’allarme lanciato a margine della kermesse che, puntuale, ha preso la piega del comizio elettorale.
Con tanto di auto-ricandidatura – la settima – di Berlusconi a Palazzo Chigi.
«Il rischio che avvertiamo è che l’elezione del capo dello Stato si stia trasformando in resa dei conti congressuale interna al Pd» per dirla con Mariastella Gelmini.
Il timore insomma che Bersani tratti col Cavaliere in rappresentanza solo di una parte dei suoi.
Bruno Tabacci, parlamentare di lungo corso, è pronto a scommettere che alla fine l’accordo si farà , perchè «Berlusconi è un realista», ma lo spiraglio è stretto: «O si chiude entro le prime tre votazioni o dalla quarta per lui tutto può succedere. E sarebbe da folli, nella crisi in cui versiamo, se non si scegliesse un presidente in grado di garantire una copertura internazionale, com’è avvenuto con Ciampi e Napolitano ». Un derby che, se si considera fuori gioco ormai Monti, anche Tabacci restringe ormai ai due ex premier: Prodi e Amato.
Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)
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