Dicembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
PRIMA UNA MIRIADE DI EMENDAMENTI, POI LA CRISI DI GOVERNO…IL MINISTRO PATRONI GRIFFI: “IL GOVERNO HA FATTO QUELLO CHE POTEVA”
Il decreto che riorganizzava le province italiane non sarà convertito in legge.
È quanto è emerso dalla seduta della commissione Affari costituzionali, preceduta da una riunione ristretta dal presidente di commissione Carlo Vizzini, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda, il ministro della Pubblica amministrazione Filippo Patroni Griffi e il sottosegretario Antonio Maraschini.
TROPPI EMENDAMENTI
La commissione e governo hanno preso atto della quantità di emendamenti e subemendamenti presentati al provvedimento e hanno ritenuto che non fosse possibile approdare in aula martedì pomeriggio come stabilito dal calendario del Senato.
«Il destino di questi mesi è di perdere occasioni importanti – ha commentato Vizzini – è stato fatto uno sforzo per trovare le condizioni complessive per approvare questo provvedimento atteso ma non è andato a buon fine».
PATRONI GRIFFI: «IL GOVERNO HA FATTO QUEL CHE POTEVA»
«Il governo – ha commentato Patroni Griffi – ha fatto quello che poteva. Oggi ha preso atto della situazione».
A questo punto sarà necessario probabilmente escogitare una norma che coordini le disposizioni sulle province previste dal decreto salva Italia e dalla spending review. Ma sulla possibilità che questa norma sia inserita nella legge di stabilità Patroni Griffi non risponde: «Probabilmente ci sarà qualche intervento del governo ma ora non so rispondere».
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE BULBI (PD) HA FATTO ACQUISTARE UN NUOVO SPAZIO AD APRILE, PROPRIO ORA CHE L’ENTE VA IN SOFFITTA
E adesso cosa ci facciamo con tutta questa roba? È quello che si stanno chiedendo le
giunte delle Province di Forlì-Cesena e di Rimini, due degli enti ‘pesanti’ in Romagna che si stanno fondendo tra loro e con la Provincia di Ravenna su impulso della spending review di Mario Monti.
Nelle ore in cui l’assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato, tra le polemiche, il progetto di legge di riordino delle Province già licenziata dal Consiglio delle autonomie locali (da nove si passa a quattro più Bologna città metropolitana), anche i romagnoli cercano di capire che ne sarà di loro.
La Provincia riminese guidata da Stefano Vitali del Pd, ad esempio, si ritrova diluita nella nuova “Provincia di Romagna” (capoluogo Ravenna) con un bel tesoretto di partecipate da gestire.
Tra aeroporto “Federico Fellini”, fiera, palazzo dei congressi e tanto altro ancora, la fetta pubblica delle quote provinciali negli asset del territorio di Rimini vale 48,7 milioni di euro contro i 33,8 di Ravenna e i 28,9 di Forlì-Cesena.
Suona dunque come una beffa, è il ritornello che circola in riviera ultimamente, ridursi alla pari di chi in questi anni ha investito molto meno di te.
Il caso della (ex) Provincia di Forlì-Cesena capitanata da Massimo Bulbi, a sua volta ex Margherita e, fra l’altro, da mesi con un piede nella campagna per le politiche nazionali 2013, è però più curioso e rasenta il paradosso.
Appena sei mesi fa, quando la sorte di questi enti era già stata segnata, la Provincia forlivese-cesenate ha pensato bene di inaugurare una seconda sede nuova di zecca da affiancare a quella ‘storica’ di piazza Morgagni a Forlì.
Il taglio del nastro è arrivato il 12 aprile del 2012 in viale Bovio 425.
A Cesena ovviamente, come da copione per questo ente “orgogliosamente bicefalo” (la definizione preferita dei politici locali).
La scelta di comprare i nuovi locali, con una delibera di Consiglio provinciale del 2004 che ne aveva previsto l’acquisto per quattro milioni e 80 mila euro, è stata già difesa da Bulbi dagli attacchi dei Verdi e di altri avversari in ordine sparso.
Il presidente ha sostenuto che grazie alla nuova struttura ci sarebbero stati risparmi di costi per oltre 125 mila euro all’anno di affitti.
Gli uffici, che avrebbero dovuto essere lasciati liberi nel 2006, sono stati consegnati in ritardo il 31 dicembre 2011.
La Confartigianato, occupando l’immobile oltre il tempo previsto, ha dovuto pagare una penale di 12.000 euro ogni mese extra.
Sta di fatto che entrando in una sua sede di proprietà , argomentava il presidente di Forlì-Cesena, la Provincia avrebbe risparmiato 91.300 euro di affitto della ex sede di corso Sozzi 26, 24.000 euro di affitto della ex sede di sobborgo Comandini 87 e 11.000 euro della sede di via Pisacane delle Gev.
Risparmi o sprechi che siano, è un dato di fatto che la collega bolognese di Bulbi, Beatrice Draghetti, nemmeno un anno fa abbia dato un segnale diverso.
Dopo mesi di scontri intestini con gli alleati dell’Idv e non solo, Draghetti lo scorso dicembre ha deciso di fare dietrofront sulla nuova sede della Provincia di Bologna di via Bigari, un’opera da circa 30 milioni di euro che avrebbe dovuto essere realizzata in leasing finanziario ma che è stata accantonata, ufficialmente, per l’introduzione dei nuovi criteri di bilancio delle pubbliche amministrazioni, per cui anche il leasing deve pesare formalmente sul debito.
Ma, forse, a Forlì-Cesena sono più lungimiranti di quel che sembra.
Come dicono i suoi detrattori più maliziosi, lo stesso Bulbi da un lato non ha voluto rinunciare alla nuova sede cesenate ma, dall’altro, porta avanti dietro le quinte le proprie personali manovre verso Roma.
Non da oggi vicino al vice segretario Pd Enrico Letta, il presidente di Forlì-Cesena un paio di settimane fa è tornato a parlare, senza citarla, della propria eventuale corsa al Parlamento (si parla del Senato): “Credo di avere ancora del lavoro da svolgere. Poi, certo, fatto ciò, considererei un onore potere continuare il mio lavoro per questo territorio con altre responsabilità ”, ha osservato il presidente con il solito piglio tatticista sbolognando, di fatto, la ‘grana’ di via Bovio al proprio successore tutto da identificare.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
GLI ULTIMI RITOCCHI DEL GOVERNO, SARANNO UFFICIALIZZATE A NOVEMBRE
Niente da fare per Benevento, che invocava la «storia del territorio sannita», e nemmeno per
Rovigo, che sul piatto metteva la «peculiarità del Polesine».
Giorni contati per Treviso, troppo piccola di appena 23 chilometri quadrati, e per Terni, che pur di sopravvivere aveva suggerito il trasloco a qualche Comune dalla vicina Perugia.
La nuova cartina delle Province italiane è agli ultimi ritocchi: arriverà con un decreto legge all’esame del primo Consiglio dei ministri di novembre.
Una mappa che mette insieme le proposte che stanno arrivando in queste ore dalle Regioni.
E che respinge le tante richieste di deroga, applicando senza sconti le regole fissate con la legge sulla spending review : le Province che hanno meno di 350 mila abitanti o un’estensione inferiore ai 2.500 chilometri quadrati dovranno essere accorpate con quelle vicine.
Considerando solo le Regioni a Statuto ordinario, le Province scenderanno da 86 a 50, comprese le dieci Città metropolitane.
Quelle tagliate saranno trentasei, alle quali bisogna aggiungere un’altra decina di cancellazioni nelle Regioni a statuto speciale, che però hanno sei mesi di tempo per adeguarsi e decideranno loro come farlo.
Le uniche che potrebbero essere recuperate sono Sondrio e Belluno. Per il resto palla avanti e pedalare.
I COMMISSARI
«Non possiamo pensare che una riforma importante come questa – dice il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi – possa venir meno solo per delle resistenza localistiche». Anzi.
Per mettere al sicuro il risultato ed evitare la tentazione del dietrofront, vedi campagna elettorale e nuovo governo, il decreto prevede un processo a tappe forzate.
Dalla fine di giugno del 2013 tutte le Province, anche quelle che non si vedranno toccare i confini, saranno guidate da un commissario. Toccherà a lui curare la transizione verso il nuovo regime.
Un’accelerazione non da poco perchè la legge sulla spending review lasciava intendere che sarebbero andate a scadenza naturale, mentre nelle Città metropolitane il processo sarebbe dovuto partire all’inizio del 2014.
Resta da decidere solo se il commissario sarà esterno, nominato dal prefetto, o se il ruolo verrà affidato al presidente uscente della Provincia.
NUOVE SEDI
Più probabile la seconda ipotesi perchè, nei limiti del possibile, si andrà incontro alle richieste del territorio. È il caso della Basilicata.
La Regione avrà una sola Provincia ma vorrebbe spostarne la sede a Matera, lasciando invece a Potenza gli uffici regionali. Si può fare.
Pronti al confronto anche sugli uffici periferici dello Stato, come le questure o le prefetture.
Il decreto dice che ci sarà una «consultazione del governo con il territorio» in modo da spalmare la presenza dello Stato.
Per capire: se la nuova Provincia di Modena e Reggio Emilia avrà la sede politica a Modena, la questura o la motorizzazione potrebbero andare invece a Reggio.
Cosa succederà ai dipendenti?
«Nell’immediato – dice il ministro – non ci sarà una contrazione del personale ma ci potrebbe essere uno spostamento fisico. Naturalmente i criteri di quest’operazione andranno studiati con un esame congiunto insieme ai sindacati».
SISTEMA ELETTORALE
Una modifica riguarderà anche il nuovo sistema elettorale, quel meccanismo di secondo livello con i consiglieri eletti non più dai cittadini ma dai consiglieri comunali sul quale a giorni si pronuncerà la Corte costituzionale.
La sostanza non cambierà ma i voti saranno ponderati per evitare che, all’interno dei nuovi consigli provinciali, i Comuni piccoli pesino come quelli grandi. Ci siamo, insomma.
«Qualche intoppo può sempre arrivare – dice Patroni Griffi – ma faremo di tutto per superarlo». E non finisce qui. «Bisognerà andare avanti riflettendo sia sulle dimensioni delle Regioni sia sul numero dei Comuni: sono 8 mila, troppi, e la metà ha meno di 5 mila abitanti».
Un altro decreto, sulle macro Regioni e le fusioni dei Comuni? «Per carità , tocca a chi ci sarà nella prossima legislatura».
Lorenzo Salvia
(da “Il Corriere dellla Sera”)
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
GLI ENTI FANTASMA CANCELLATI DAL REFERENDUM STANZIANO CENTINAI DI MIGLIAIA DI EURO… CARBONIA INVESTE SULLA LIBERTA’ DI INTERNET IN CINA, OLBIA ELARGISCE SOLDI ALLE SAGRE
In primavera sembravano morte dopo il plebiscito del referendum sardo, poi sono state
tenute in vita fino a febbraio del 2013 per evitare il caos amministrativo. In pratica per le otto Province dell’isola, quelle storiche e quelle cosiddette ‘nuove’ citate nei quesiti abrogativi (Ogliastra, Carbonia-Iglesias, Olbia-Tempio e Medio Campidano) non è cambiato nulla.
Gestiscono fondi pubblici non in vista di una loro ‘liquidazione’, ma programmano per gli anni a venire, assumono personale, assegnano incarichi e distribuiscono contributi a sagre e fiere.
E ricevono ingenti finanziamenti dalla stessa Regione.
Così c’è chi solleva un dubbio di legittimità sul loro operato.
Così questa mattina è stato presentato un esposto alla Corte dei conti in “quanto inadempienti al dettato regionale 11/2012 del 25 maggio e all’indicazione del voto referendario”.
Lo hanno fatto alcuni membri del comitato referendario “Sardegna si cambia”, anche appartenenti ai Riformatori sardi, partito si è speso per la campagna di una consultazione, sostenuta anche dal governatore Ugo Cappellacci, e per cui sono stati stanziati 6 milioni di euro. Allegate varie delibere provinciali “quelle pubblicate sui siti istituzionali, ma molte non lo sono”.
In particolare si contesta la non coerenza con la legge regionale di maggio sul riordino delle autonomie locali.
La scaletta prevede che entro il 31 ottobre il consiglio approvi una legge e che entro l’anno, 31 dicembre, ne venga data attuazione. La data di fine è sempre la stessa: 28 febbraio dell’anno prossimo, intanto c’è la gestione “in via provvisoria” per “provvedere alla ricognizione di tutti i rapporti giuridici, dei beni e del personale dipendente ai fini del successivo trasferimento”
Che vale soprattutto per le cosiddette ‘nuove’, ma anche per le storiche, su cui i sardi si erano espressi con un semplice quesito consultivo.
Ma nonostante tutto si procede con gli acquisti anche con la copertura finanziaria del bilancio di previsione 2012.
Piccole e grandi spese.
La giunta della provincia di Carbonia-Iglesias, per esempio, il 23 luglio delibera lo stanziamento di mille euro per “un congruo numero di copie, scontate rispetto al prezzo di copertina” del saggio “Il controllo politico di internet in Cina” — pubblicato da Ex Libris.
Da distribuire agli studenti delle scuole superiori perchè “spunto di riflessione, perchè abbia ricaduta nella scuole”.
La stessa provincia gestisce ovviamente anche cifre più consistenti. È l’unica che ha avuto un presidente dimissionario nelle ore calde del referendum, Salvatore Cherchi (Pd) ex parlamentare Pci, poi subito tornato sui suoi passi.
Per il progetto “Welfare to work” la stessa provincia colpita da una grave crisi e dalla chiusura delle fabbriche, manovra risorse per un milione e 115mila euro, coperta dai bilanci degli anni passati.
Il contributo è di 15mila euro per ogni nuova azienda e ci sono voucher formativi e bonus assunzionali per 651mila euro.
La provincia d’Ogliastra, 58mila anime appena, chiude i conti con il Progetto terre civiche che prevede l’istituzione di un Osservatorio e vista l’”urgenza” il 23 agosto si stanziano 30mila euro al Dipartimento di Sanità pubblica dell’Università di Cagliari. Altra provincia in bilico, altre spese.
Nel Nord Sardegna quella di Olbia-Tempio punta tutto comunicazione e su un apposito piano 2012 e sulle sagre.
A cui la giunta provinciale dà l’ok il 2 agosto. Ci sono soldi a pioggia per “valorizzare le produzioni vitivinicola”: 10mila euro alla Confraternita del Nebiolo di Luras, 12mila alla Cantina del Vermentino, 20mila all’Agrimercato Gallura Onlus.
E poi le feste: 10mila per la “Grande Danza di San Pantaleo” e ancora 10mila al’Associazione culturale Fidale di Tempio.
E via discorrendo, somme da versare dopo apposita rendicontazione. E poi pubblicazioni varie.
Ma il fatto che le province non si considerino in dismissione arriva dal capitolo pianificazione.
Sempre quella di Olbia-Tempio il 2 agosto deliberava il “conferimento di un incarico per il Pup/Ptcp” ossia il Piano Urbanistico Provinciale/Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale.
Per le assunzioni sbaraglia tutti la Provincia di Cagliari, illesa dai quesiti referendari, il 25 settembre procede attraverso una determina di un dirigente con la gara semplificata per l’affido a un’agenzia interinale.
L’Adecco Italia spa si aggiudica il piano di tre anni per l’assunzione di lavoratori interinali: si tratta di 4 milioni e duecentomila euro, iva inclusa.
Anche la Provincia di Nuoro ha bisogno di altro personale, così tra luglio e agosto diventa esecutiva una delibera che prevede vari incarichi co.co.co.: uno per un esperto di politiche ambientali, e quattro per esperti di lingua sarda parlata e scritta.
Ma anche per la Regione si va avanti come se nulla fosse.
Tanto che a inizio settembre, il 4, approva un disegno di legge che trasferisce alle province ben 12 milioni di euro.
Sono i soldi necessari per il funzionamento dei Cesil (Centri servizi inserimento lavorativo) e dei Csl (Centri servizi per il lavoro), una vertenza che va avanti da anni, con centinaia di precari che lavorano nelle pubbliche amministrazioni.
Ebbene, finora, come recita la stessa delibera, la sistemazione e il finanziamento erano stati più volte cassati dalla Corte Costituzionale.
Ora si è trovata una soluzione tampone, ancora, “per la prosecuzione dell’attività lavorativa del personale in servizio”.
Ma che fine faranno, poi, questi dipendenti?
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
IN VENETO LA PROVINCIA DI TREVISO AVREBBE CERCATO DI CONVINCERE ALCUNI COMUNI DEL VENEZIANO… IL MINISTRO GRIFFI: “VALE LO STATUS QUO DEL 20 LUGLIO”
Hanno ben poco da agitarsi, le province destinate a scomparire.
Nonostante i loro politici le stiano pensando tutte, non hanno speranze.
Anche l’ultimo appello di ieri, del sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, presidente del Consiglio toscano delle autonomie locali e coordinatore dei Cal di tutt’Italia, è stato accolto dal ministro Filippo Patroni Griffi con un severo «benissimo il dialogo, ma il percorso è quello».
Con l’approvazione definitiva della spending review, infatti, è scattato ufficialmente il conto alla rovescia.
Le autonomie locali hanno ora 70 giorni di tempo per presentare la loro proposte di riorganizzazione al governo.
A caldo, quando si è cominciato a parlare di accorpamenti, più di un presidente s’è scervellato per trovare qualche scappatoia.
Terni corteggiava Foligno. Viterbo puntava su Civitavecchia e Santa Marinella e magari anche Orvieto. Trapani cercava di attrarre Menfi. Latina mirava ad Anzio e Nettuno. Treviso trattava con alcuni comuni vicino Venezia. Pisa corteggiava Fucecchio.
In alcuni casi si sono ipotizzate soluzioni davvero ardite.
Matera ha sognato di aggregare comuni dalla Murgia pugliese, dell’alto Cosentino e dal basso Salernitano.
Benevento s’immaginava al centro di una triangolazione tra Caserta e Avellino, che nemmeno ai tempi di Metternich.
Poi però è intervenuta una nota del governo a troncare ogni compravendita: per decidere se una Provincia soddisfa i requisiti di popolazione e territorio ( almeno 350mila abitanti e 2500 km quadrati) vale solo la fotografia del 20 luglio.
Resta in piedi il «percorso» a cui accenna il ministro Patroni Griffi. Nel Lazio, per dire, il presidente del Cal, Fabio Melilli, presidente della moritura provincia di Rieti, ha già convocato per i primi di settembre tutti i sindaci dell’intera regione per ragionare assieme alla Polverini e ai presidenti provinciali.
«In certi casi – ammette Melilli – la riorganizzazione dei territori è semplice, perchè dettata dalla storia o dalla geografia. Ma nel Lazio sarà molto difficile accorpare due spuntoni lontani tra loro come Viterbo e Rieti. Basta guardare una mappa per accorgersi che in mezzo c’è l’Umbria. L’unica strada passa per Terni».
E in effetti a Rieti è già iniziata una raccolta di firme, a cura della Uil, per passare in blocco in Umbria.
Il Piemonte ragiona su quattro grandi enti: Torino con la sua area metropolitana, Cuneo, il Centro (Asti e Alessandria), il Nord (Vercelli, Biella, Novara e Verbania).
Il governatore della Toscana, Enrico Rossi, immagina una tripartizione della sua regione, con l’area litoranea (Livorno, Pisa, Massa e Carrara, Lucca), l’area meridionale (Arezzo, Siena e Grosseto) e quella del centro (area metropolitana di Firenze, Prato e Pistoia) anche se la legge al momento non prevede ritocchi ai confini delle aree metropolitane.
L’Abruzzo sembra destinato a dividersi tra L’Aquila e area adriatica (Teramo, Pescara e Chieti). L’Emilia-Romagna pensa di dividersi per tre: Emilia, area metropolitana di Bologna, e Romagna.
La Lombardia, dove pensano a un ricorso alla Corte costituzionale, intanto dovrà decidersi se fare una Grande Brianza (Monza, Como, Sondrio) oppure la provincia delle Alpi (Varese, Como e Sondrio).
Francesco Grignetti
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Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile
OFFERTE AI COMUNI DI CONFINE PER EVITARE LA SCOMPARSA… TRAPANI OFFRE UN ASSESSORATO A MENFI… TERNI VUOLE PRENDERE SPOLETO O FOLIGNO DA PERUGIA
«L’obiettivo non è salvare Terni o il soldato Ryan che poi sarei io. Qui
bisogna ridisegnare l’Umbria in chiave moderna».
Il soldato Ryan ha la faccia tranquilla di Feliciano Polli, presidente della provincia di Terni.
Non combatte contro l’occupazione nazista ma contro la spending review , il decreto che per risparmiare ancora qualcosa dovrebbe tagliare le Province più piccole, quelle con meno di 350 mila abitanti e meno di 2.500 chilometri di superfice.
Perchè dovrebbe , perchè il condizionale?
Chi le difende dice che proprio qui, nelle Province, c’è la parte più attiva del Paese. E infatti il soldato Ryan e i suoi commilitoni, cioè gli altri colleghi a rischio estinzione, hanno già dato inizio alle grandi manovre per sfuggire alle forbici del governo.
Il piano è strappare qualche Comune alle Province vicine, una manciata di abitanti e di chilometri quadrati, quanto basta per arrivare sopra l’asticella fissata dal governo.
E proprio i ternani sono i più agguerriti
Non sono riusciti a far passare in Parlamento quella «regola del due», almeno due Province in ogni regione, che li avrebbe salvati senza tante storie.
Ed eccoli tornare alla carica con una campagna acquisti per strappare a Perugia tutta la linea di confine.
Poco male se il sindaco di Spoleto, il comune di frontiera più grande, non ne vuole sapere. Il fronte si può sempre sfondare da un’altra parte, lungo la Valnerina o verso Città della Pieve, magari per puntare dritto su Foligno.
Il piano più raffinato, però, è quello di Benevento.
Qui si punta ad esempio Cervinara, che appartiene ad Avellino, e San Polito Sannitico, nel territorio di Caserta.
Ma c’è un problema in più. Avellino e Caserta sono di un pelo sopra la soglia di sopravvivenza. E allora per cedere abitanti e chilometri a Benevento dovrebbero prima incassare un pacchetto corrispondente da Napoli.
Una partita complicata, un incrocio fra il Risiko e il domino.
«Ci vorrebbe un’intelligenza regionale – dice Aniello Cimitile, che della provincia di Benevento è il presidente – capace di partorire un progetto di lunga durata».
Ma il parto è (politicamente) difficile. Quella di Benevento è l’unica amministrazione di sinistra in una regione tutta in mano al centrodestra.
Va bene che a Roma c’è la «strana maggioranza» Pd Pdl ma non sarà facile mettere tutti d’accordo per salvare quello che (sempre politicamente) resta un nemico.
«In effetti – ammette Cimitile – qualche rischio c’è. Ma senza Benevento ci perde la Campania intera, mettiamo da parte le vecchie rivalità ». In caso c’è il piano B.
Proprio da Benevento è partito un appello firmato da 28 province per impugnare la spending review davanti alla Corte costituzionale.
Un’ipotesi che convince anche un leghista doc come Leonardo Muraro.
La «sua» Treviso rischia di sparire per un soffio, mancano appena 23 chilometri.
E lui guarda a Venezia che diventerà città metropolitana assorbendo di fatto tutti i Comuni della provincia: «In quello scatolone – dice Muraro – non ci vuole stare nessuno. E allora io, da sincero autonomista, sono pronto ad accogliere a braccia aperte chi vuole venire da noi».
Si parla di un trasloco di Marcon. «Pochi giorni fa ho incontrato i rappresentanti di quattro comuni interessati a questa ipotesi.
I nomi? Per carità , poi si blocca tutto». Nessun segreto, invece, sull’invasione progettata a Latina.
Il presidente Armando Cusani punta sulle romane Anzio e Nettuno, più altri tre centri da strappare a Frosinone: «Così arriveremmo a 2.506 chilometri quadrati ma forse anche Velletri potrebbe annettersi».
Niente in confronto al presidente di Trapani, Mimmo Turano.
Ha lanciato la sua opa su Menfi, in provincia di Agrigento, promettendo un posto da assessore a qualcuno che sia nato lì, magari il sindaco che ha parlato di «proposta seria».
Non è solo folklore, però.
E lo dimostra la linea scelta ad Arezzo.
Qui la provincia contesta il piano del governo perchè si basa sul censimento di undici anni fa.
Allora l’Istat aveva contato meno di 350 mila abitanti mentre i dati del 2012 in mano alla prefettura dicono che adesso quella soglia è stata superata. Ma le ultime modiche al decreto hanno trasformato questa disfida statistica in una battaglia di retroguardia. Per le Province non si parla più di «soppressione e accorpamento» ma di «riordino». Le province piccole, cioè, non verranno più cancellate in modo automatico ma toccherà alle Regioni ridisegnare tutti i confini.
Traslochi e migrazioni saranno possibili visto che si terrà conto delle «iniziative comunali volte a modificare le circoscrizioni provinciali esistenti».
Insomma le campagne acquisti di questi giorni potrebbero essere accolte nelle proposte che le regioni dovranno presentare al governo entro tre mesi.
Si diceva che su 100 province ne sarebbe rimasta la metà . Ma alla fine i soldati Ryan portati in salvo potrebbero essere molti di più.
Lorenzo Salvia
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Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile
PD E PDL MOBILITATI PER TERNI, ISERNIA E MATERA.. LA LEGA VUOLE SALVARE LE POLTRONE A PADOVA E VARESE
Spoleto e Terni sono divise dal Valico della Somma, 648 metri, e da una rivalità aspra come solo fra vicini di casa.
Adesso si contendono pure il titolo onorifico di capitale della resistenza contro la spending review, i tagli alla spesa pubblica voluti dal governo Monti.
Proprio per Spoleto era stata pensata la «regola del tre», almeno tre tribunali in ogni Corte d’Appello, che dovrebbe tirar fuori quel Palazzo di giustizia dall’elenco dei 37 mini tribunali da chiudere.
Mentre per Terni è stata pensata la «regola del due», almeno due Province in ogni Regione, che potrebbe salvare la città di san Valentino dalla sforbiciata alla nuova cartina del Paese.
La prova che l’Umbria è davvero al centro d’Italia.
E due storie che si intrecciano fra loro come in un capitolo del manuale Cencelli.
Per la sopravvivenza delle Province il decreto sulla spending review fissa due requisiti: 350 mila abitanti e 2.500 chilometri quadrati di superficie.
Le 64 amministrazioni che restano sotto anche per una sola voce andrebbero accorpate.
Tutto chiaro? No, perchè sotto forma di emendamento dei relatori spunta quella «regola del due» che salverebbe la seconda Provincia delle piccole Regioni a statuto ordinario: Terni e Matera, 200 mila abitanti, Isernia, solo 87 mila.
Un’eccezione non facile da spiegare nelle Province che sfiorano il milione di abitanti ma sarebbero accorpate perchè non coprono abbastanza chilometri, come Varese o Padova.
In fondo la «regola del due» un senso ce l’ha.
Che logica ci sarebbe nel lasciare in piedi una sola Provincia che coinciderebbe con lo stesso territorio della Regione?
L’Unione delle Province lo diceva da tempo, ma predicava nel deserto perchè l’argomento non va certo di moda. Poi ha trovato una sponda nel Pd.
E qui dobbiamo valicare la Somma, arrivare a Spoleto ed entrare nella testa di chi fa politica sul territorio.
Il salvataggio del tribunale della cittadina ha un autore preciso: il senatore Domenico Benedetti Valentini, avvocato naturalmente di Spoleto che per giorni ha marcato a uomo il ministro della Giustizia Paola Severino.
Il senatore è del Pdl, e la sua vittoria potrebbe far guadagnare punti al partito in una regione sì rossa, ma negli ultimi anni di un rosso un po’ scolorito.
Il Pd aveva bisogno di rispondere e per questo ha appoggiato con entusiasmo l’emendamento che terrebbe in piedi la Provincia di Terni.
Il salvataggio di Matera è un effetto collaterale, gradito perchè sempre di una regione rossa si parla.
Mentre Isernia è il requisito per trovare l’appoggio dei colleghi della strana maggioranza: il Molise è un feudo del Pdl, al punto che il presidentissimo Michele Iorio ha candidato la sorella a sindaco di Isernia.
È così che il cerchio si è chiuso con l’emendamento allo studio dei due relatori, Paolo Giaretta del Pd e Gilberto Pichetto Fratin del Pdl.
La Lega non l’ha presa bene. Ma la risposta più decisa è arrivata da Pasquale Viespoli, senatore di Benevento, una delle Province destinate a scomparire.
Ha presentato un emendamento in linea con il nome del suo gruppo, Coesione nazionale: «Qui si è aperto il mercato dei territori con un ricorso alla creatività emendativa per salvare qualche notabilato locale. Meglio abolirle tutte le Province».
Roba da fa tremare i polsi non solo alla strana maggioranza ma anche alla minoranza.
Eppure: «Guardate – dice un senatore Pdl – che adesso possiamo decidere quale Provincia salvare. Ma, se la crisi precipita, dopo l’estate ci ritroviamo qui per cancellarle tutte sul serio».
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
DALLA GRANDE BRIANZA ALLA CAPITANATA, I TAGLI DEL GOVERNO CREANO POLEMICHE
La «Provincia della Romagna» e quella del «Gusto» in Emilia, la «Pontino-Ciociara», la
«Grande Brianza», e quella «delle Langhe».
La nuova cartina dell’Italia dovrà prevedere meno della metà delle attuali 107 Province.
E i criteri previsti dalla delibera emanata dal Consiglio dei ministri, 350 mila abitanti e 2.500 chilometri quadrati, mettono a rischio 64 enti, 50 nelle Regioni a statuto ordinario e 14 in quelle a statuto speciale, salvandone per adesso quindi solo 43, tra cui le 10 Città metropolitane.
Così gli effetti del «riordino» delle geografia (guarda il pop up) delle amministrazioni locali saranno in alcuni casi un ritorno alle origini e ai nomi storici; in altri i territori dovranno trovare la maniera di convivere per svolgere assieme alcune funzioni, come la viabilità e la tutela ambientale.
«L’esito generale della riorganizzazione potrà portare a un numero, con qualche approssimazione, di 40 Province e 10 Città metropolitane», ha spiegato il titolare della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, al termine di un Consiglio dei ministri che è andato avanti sul taglio delle Province, mentre ha soprasseduto sulla impopolare possibilità di sopprimere per quest’anno le festività patronali e Santo Stefano (dettata dalla manovra di Ferragosto scorso).
La novità è che il governo non parla più di «soppressione e accorpamento delle Province», termini che erano stati utilizzati nello spiegare il provvedimento di spending review , allarmando l’Unione delle Province, ma appunto di «riordino» con il pieno coinvolgimento delle autonomie locali.
In base a criteri che tra l’altro sono stati ritoccati rispetto alle più stringenti indicazioni trapelate.
Il precedente tetto dei 3 mila chilometri quadri di estensione poneva problemi irrisolvibili: alle due Province liguri vicine di Savona (1.500 chilometri quadrati) e Imperia (1.150), che insieme non raggiungevano in requisiti, mentre ora potranno fare la Provincia del «Ponente»; Caserta, invece, si estende per 2.600 chilometri, ma ha quasi un milione di abitanti, e Pesaro-Urbino avrebbe dovuto accorparsi con Ancona che è il capoluogo di Regione, e in quanto tale non viene toccato.
Ora saranno i consigli delle autonomie locali, organi di livello regionale, a predisporre un progetto di accorpamento che sarà presentato alla Regione e da questa al governo. «Entro l’anno, se non prima – secondo il ministro – il riordino delle Province sarà legge dello Stato».
Quindi la discussione si apre a livello locale, dove già non mancano le resistenze.
In Toscana tutto l’attuale sistema va ridefinito: la sola Firenze rientra nei requisiti, ma diventerà Città metropolitana dal primo gennaio 2014; le rivali storiche, Pisa e Livorno, se ne dovranno fare una ragione e unirsi, come anche Siena e Arezzo.
Nel Lazio la presidente della Regione, Renata Polverini, contesta i criteri.
Anche qui la revisione dovrà essere una rivoluzione, con Latina che si potrebbe unire a Frosinone e Viterbo; Rieti e Civitavecchia che faranno assieme la Provincia della «Tuscia e Sabina».
E le Regioni a statuto speciale mettono le mani avanti, rivendicando la propria autonomia.
La Sardegna, per esempio, dove risponde ai requisiti solo Cagliari, prevede per legge tre Province: anche Sassari e Nuoro.
Tra le scelte obbligate, la neonata provincia BAT, Barletta, Andria e Trani (operativa solo dal 2009), farà con Foggia l’antica «Capitanata»; in Abruzzo la Provincia «Adriatica» metterà insieme Teramo, Pescara e Chieti.
In Lombardia, dove rimangono solo Brescia, Bergamo, Pavia, mentre Milano pure sarà Città metropolitana, nascerà la «Grande Brianza».
Alcune Province poi con territori molto piccoli, come Catanzaro e Campobasso, sono fatte salve perchè capoluogo.
Finita la riorganizzazione, i nuovi enti avranno funzioni di tutela e valorizzazione dell’ambiente, pianificazione territoriale, della viabilità e del trasporto provinciale. Perdendo quindi le competenze sul mercato del lavoro e l’edilizia scolastica.
Ed è su questo punto che l’Upi, pur apprezzando il gesto distensivo fatto dal governo decidendo di riordinare le Province e non abolirle, ora si aspetta un confronto e non è disposta a seppellire l’ascia.
Melania Di Giacomo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 7th, 2012 Riccardo Fucile
SI AGGIUNGONO ALLE 10 CITTA’ METROPOLITANE… RIDOTTE DEL 50% SULLA BASE DI POPOLAZIONE ED ESTENSIONE
La sforbiciata alle 107 Province italiane deciso dal governo in sede di spending review terrà conto di due criteri: l’estensione (probabilmente 3mila km quadrati) e la popolazione (numero di abitanti inferiore a 350 mila).
Il processo di revisione prevede però, entro la fine dell’anno, anche una fase di accorpamento (mediante una procedura che vede il governo trasmettere la propria deliberazione con i criteri esatti al Consiglio delle autonomie locali, istituito in ogni regione, che verrà poi approvato dallo stesso Consiglio entro 40 giorni) ma, alla luce della definizione esatta dei parametri, è possibile stilare una prima lista delle Province che potrebbero essere oggetto di taglio.
Sono in tutto 38 le province con meno di 35omila abitanti e meno di 3mila chilometri quadrati che rischiano di saltare:
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VERCELLI,
ASTI,
BIELLA,
VERBANO-CUSIO-OSSOLA,
LECCO,
LODI,
ROVIGO,
GORIZIA,
PORDENONE,
IMPERIA,
SAVONA,
LA SPEZIA,
PIACENZA,
RIMINI,
MASSA CARRARA,
PISTOIA,
LIVORNO,
PRATO,
TERNI,
MACERATA,
ASCOLI PICENO,
FERMO,
RIETI,
TERAMO,
PESCARA,
ISERNIA,
BENEVENTO,
MATERA,
CROTONE,
VIBO VALENTIA,
CALTANISSETTA,
ENNA,
RAGUSA,
ORISTANO,
OLBIA TEMPIO,
OGLIASTRA,
MEDIO CAMPIDANO,
CARBONIA IGLESIAS
A questa lista vanno ad aggiungersi le Province, cassate, delle 10 città metropolitane, vale a dire:
ROMA,
MILANO,
TORINO,
GENOVA,
VENEZIA,
BOLOGNA,
FIRENZE,
BARI,
NAPOLI,
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