Aprile 13th, 2013 Riccardo Fucile
“SE NON CI FOSSE AVREMMO ANCORA PIU’ EMARGINAZIONE SOCIALE: LO STATO NON ARRIVA DOVE ARRIVA LA GENTE”
“In Italia la solidarietà esiste, il volontariato è vivo, è una ricchezza del nostro Paese e se non ci fosse
avremmo molta più emarginazione sociale di quella che c’è perchè lo Stato non arriva dove invece arriva il volontariato”.
Queste le parole di Laura Linda Sabbadini, direttore del dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat, intervenuta al Festival del volontariato in corso a Lucca. “Dai dati Istat — spiega Sabbadini — emerge che c’è un dieci per cento di cittadini italiani che è impegnato nel volontariato, si tratta di un elemento di solidarietà importante che è fondamentale per il benessere del paese, soprattutto se a questo dieci per cento si aggiungono le reti di solidarietà informali che avvengono all’interno delle singole famiglie”.
“Le persone che fanno volontariato, secondo le nostre ricerche — ha aggiunto Sabbadini — sono più soddisfatte della propria vita e questo dovrebbe spingere un numero sempre crescente di gente a impegnarsi nel mondo della solidarietà ”. “Permane comunque — ha concluso — un grande senso di sfiducia da parte del mondo del volontariato nei confronti della politica, dei partiti e delle istituzioni”.
Nel tardo pomeriggio di ieri è intervenuto anche Enzo Bianchi, religioso e scrittore che è stato fondatore della Comunità monastica di Bose, di cui è priore.
“La crisi è complessa — ha detto – Non è solo economica, ma anche culturale, morale, etica. A preoccuparmi non è la crisi in sè, ma le sue ricadute. Gli uomini hanno sempre le risorse per uscirne. Ma dobbiamo compiere un cammino di umanizzazione contro le barbarie. Bisogna infatti rinunciare alla logica del vivere ‘contro’ gli altri”.
(da “Redattore Sociale“)
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Aprile 8th, 2013 Riccardo Fucile
IL LIBRO SCRITTO A REBIBBIA PARTECIPA ALLA SELEZIONE: L’EX GOVERNATORE IN CARCERE TRA I 24 AUTPRI IN FINALE AL PREMIO
Un nome che farà discutere. 
Tra i ventiquattro titoli candidati al Premio Strega 2013, prestigioso riconoscimento letterario, compare pure il libro scritto in carcere da Totò Cuffaro, ex governatore della Regione Sicilia ora detenuto per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio.
Il libro s’intitola “Il candore delle cornacchie”, pubblicato da Guerini e Associati, ed è stato proposto alla candidatura da due ex consiglieri Rai: Marco Staderini e Gianpiero Gamaleri.
IL LIBRO
Il libro è stato pubblicato 4 mesi fa dalla Edizioni Angelo Guerini con una prefazione di monsignor Fisichella.
“Ho sofferto per la sua condanna e ho ammirato la sua dignità ”, scrive il religioso, “Ho visto la sua trasformazione nelle brevi visite che gli ho fatto nel carcere di Rebibbia. All’amicizia, che non può mai venire meno quando è sincera, si aggiunge la preoccupazione per i giorni, i mesi e gli anni che sono carichi di incertezza su come l’animo esce da questa drammatica esperienza.”
Il testo racconta la sua vita in carcere, i rapporti con gli altri detenuti e la scoperta della fede.
Oltre a proclamare, con fermezza la sua innocenza.
(da ” “il Corriere del Mezzogiorno“)
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Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO SEI ANNI UN NUOVO STOP AL PROCESSO, LA RABBIA DELLA RAGAZZA: “MI HANNO RUBATO LA VITA”… LA MADRE: “MIA FIGLIA AVEVA SOLO 15 ANNI, DA ALLORA HA CAMBIATO CITTA’, HA SMESSO DI STUDIARE, NON VIVE PIU'”… IL SINDACO PD CHE DIFESE I VIOLENTATORI DI BUONA FAMIGLIA STANZIANDO 40.000 EURO DALLE CASSE DEL COMUNE
Sei anni fa, esattamente in questi giorni, in questa stessa pineta che si affaccia sul mare e dove di notte nessuno sente e nessuno vede.
Forse era già primavera, mentre oggi il cielo è incerto: la stuprarono in otto, per tre infinite ore, M. aveva 15 anni, gli altri, il branco, poco di più.
“Mi hanno preso la vita e rubato il futuro, ho sperato ogni giorno di avere giustizia, ma se avessi saputo che finiva così non li avrei mai denunciati. Ora sono stanca, non ho più la forza di combattere”, racconta oggi M.
L’hanno chiamato lo “stupro di Montalto di Castro”, dal nome di quel paese tra Lazio e Toscana che ha continuato testardamente a difendere i suoi “bravi ragazzi”, che nella notte tra il 31 marzo e il primo aprile del 2007 abusarono selvaggiamente di M., Maria, un nome che non è il suo ma le assomiglia.
Oggi dopo sei anni e due processi, quella ferocia di gruppo è diventata il paradigma di quanto in Italia la violenza sessuale resti di fatto ancora impunita.
E le vittime relegate nell’ombra di vite spezzate.
“Aveva la minigonna”, fu l’incredibile capo d’accusa del paese schierato in piazza davanti alle telecamere di Canale 5 per insultare Maria, che aveva la media del 9 a scuola, e quella sera di marzo aveva accettato dalla sua amica del cuore l’invito ad una festa in una discoteca di Montalto di Castro.
Qualcuno poi l’aveva convinta ad uscire dal locale, per prendere un po’ d’aria nella pineta, gli altri erano sbucati dal buio.
Il resto è incubo, vergogna, paura, l’avevano lasciata lì pesta, sanguinante, con le calze rotte.
Per quindici giorni Maria si tiene il segreto, poi in lacrime racconta tutto al preside del liceo di Tarquinia che allora frequentava, e che l’aveva convocata per capire perchè quell’allieva così brillante non facesse altro che piangere in classe.
Sei anni e due processi dopo, nonostante la richiesta di 4 anni di carcere avanzata dal Pubblico ministero, e pur riconoscendo che il racconto di Maria è del tutto veritiero, il 26 marzo scorso il tribunale per i minori di Roma ha deciso per la seconda volta di affidare i colpevoli – alcuni lavorano, altri sono diventati padri, mai nessuno ha chiesto scusa a Maria – ai servizi sociali. Sospendendo così ancora una volta il processo.
E allora bisogna salire su una strada ripida alle porte di Tarquinia, trenta chilometri da Montalto di Castro, attraversare un ballatoio rigoglioso di fiori curati, e sedersi accanto ad Agata, la madre di Maria, 59 anni, quattro figli, Salvatore, Gianluca, Cinzia e Maria, gemelle, emigrata qui dalla Sicilia 23 anni fa, un marito camionista, lei stiratrice in lavanderia.
E c’è tutto il dolore di una madre nei grandi occhi azzurri di Agata, un pudore violato, “per farla visitare la portai dalla ginecologa che l’aveva fatta nascere, ma alle cinque del mattino, per non incontrare nessuno”.
Nel salotto che odora di pulito, con le foto in cornice e i buoni mobili di famiglia, Agata racconta. “Quello che hanno fatto a Maria lo sento ogni giorno sulla mia pelle, sono ferite aperte, era poco più che una bambina, oggi vive quasi nascosta, a casa di un’amica dove fa la baby sitter, ha smesso di andare a scuola, è l’ombra della bella ragazza che era, ha paura del buio, da quella notte maledetta non ha mai più messo una gonna, e in tutti questi anni nessuno dei suoi aguzzini, o dei loro genitori, mi si è avvicinato per dirmi mi dispiace, mio figlio ha sbagliato. Anzi, durante le udienze i ragazzi ridevano”.
Ci avevano già provato i giudici, nel 2009, a recuperare gli otto del branco, alla fine rei confessi, difesi da buoni avvocati e con famiglie abbienti alle spalle.
Addirittura il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, ancora oggi iscritto al Pd, contro ogni procedura aveva prelevato dalle casse comunali 40mila euro per difendere i violentatori. Una “messa in prova” fallita, durante la quale uno degli otto era stato addirittura arrestato per stalking contro la fidanzata, tanto che la Corte di Cassazione aveva revocato quel provvedimento, imponendo un nuovo processo di primo grado.
Continuerebbe a combattere Agata, vorrebbe impugnare quella “messa in prova” che non ha reso giustizia a sua figlia.
Insieme a lei, da sempre, un’altra donna tenace, Daniela Bizzarri, ex consigliera delle Pari Opportunità di Viterbo.
Una solidarietà che diventa amicizia. “L’affidamento ai servizi sociali di questi ragazzi, oggi tutti maggiorenni, si è già rivelato un fallimento la prima volta. Perchè riproporlo e far passare il concetto che lo stupro è un delitto minore? Così passa il messaggio dell’impunità “.
E basta affacciarsi in uno dei tanti chioschi semiaperti sul litorale di Montalto, per capire perchè Agata e Maria si sentano sole.
“C’avete rotto i co…, è stata una ragazzata, e se l’hanno fatto vuol dire che lei li incoraggiava. Lasciateci vivere”.
Agata liscia con gesto di sempre la tovaglia inamidata sul tavolo.
“Quelli vanno in giro, sono liberi, li vedi nei bar, si sono sposati. Maria ha perso venti chili, è dovuta andare via, a lei chi restituirà il futuro? Per questo vorrei ancora avere giustizia”.
Ma è Maria invece che come tante altre donne vittime di stupro, ha deciso di ritirarsi.
Delusa. Stanca.
“Non posso sostenere un nuovo processo – sussurra – ad ogni udienza sto male, vomito, ricominciare daccapo, vedere le loro facce… Li dovevano condannare, ma mi basta che i giudici mi abbiano creduto, che io sono una ragazza perbene. Ora cerco soltanto un po’ di pace”.
Maria Novella De Luca
(da “la Repubblica“)
Commento del ns. direttore
La storia che raccontiamo qua sopra è il simbolo di un’Italia dove chi è povera non ha tutela, chi è figlio di ricchi e può permettersi i migliori avvocati gode di fatto della impunità .
E’ il simbolo di un Paese di merda, ben rappresentato da sindaci di merda che stanziano fondi pubblici per aiutare non lavoratori in difficoltà , ma violentatori di quindicenni.
E’ l’emblema di una giustizia a senso unico che indica percorsi “riabilitativi” che poi non vengono neanche seguiti e che chiude non uno, ma entrambi gli occhi solo per favorire i carnefici, mai per garantire giustizia alle vittime.
E’ il sintomo di una mentalità indegna secondo cui se una porta una minigonna è violentabile e può essere massacrata in una pineta.
Magari con la solidarietà di tanti borghesi bennpensanti di merda, pronti a immedesimarsi nei “poveri violentatori” che di fronte a una minigonna non hanno in fondo “fatto nulla di grave”, essendo stati “provocati”.
Repressi loro e repressi i loro miserabili difensori che magari vanno a messa la domenica e a prenderselo nel culo di nascosto durante la settimana.
Se fosse capitato a una loro figlia, li sentireste… ma alle loro figlie, ovvio, non può capitare, accade solo alle altre, alle “poco di buono”.
La fortuna di costoro in fondo è proprio quella di vivere in un Paese di merda: altrove qualcuno avrebbe provveduto a farsi giustizia con una raffica di mitra.
Ovviamente questo accade nei Paesi incivili.
Qui sta la differenza con la Patria del diritto.
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Aprile 7th, 2013 Riccardo Fucile
CORTEO DI ASSOCIAZIONI E CITTADINI NELLA CITTA’ JONICA: “VOGLIONO FRENARE LA MAGISTRATURA”… I MEDICI: “OGNI GIORNO UNA DIAGNOSI DI TUMORE”
Un grande serpentone, con i medici in prima fila, ma anche le mamme. 
Poco prima delle 13 s’è fermato nel centro di Taranto che si era riempito per tutta la mattinata (oltre cinquemila persone) per il corteo organizzato dalle associazioni ambientaliste.
Con in testa i medici in camice bianco, (ma anche numerosi anziani e disabili) a testimoniare il dramma dei tanti tarantini che hanno perso la vita a causa dell’inquinamento; loro che ogni giorno “lottano contro il cancro e le gravi patologie generate dall’inquinamento”.
Associazioni, cittadini comuni, numerosi medici appunto e qualche rappresentante istituzionale (c’è il deputato del movimento Cinque Stelle, Alessandro Furnari) si sono prima concentrati dinanzi all’Arsenale da dove il corteo si è srotolato su via Di Palma.
Il primo striscione diceva tutto: “Taranto, miniera di diamanti ricoperta da monnezza”. E anche le mamme si sono fatte sentire: “Corte costituzionale, ricordati di me”, diceva uno striscione issato da una donna con una freccia che indica il figlio nel passeggino. Secondo Fabio Matacchiera, presidente della fondazione antidiossina, “Taranto scende in piazza per rcelamare il diritto alla salute e perchè proprio la salute vale molto di più dell’acciaio”.
C’era anche un’immagine di papa Francesco. “Taranto era bella, ora santa perche’ martire e povera. Vieni Francesco”: questa la frase scritta su un cartello portato a mano da una manifestante.
Nel corteo è comparso anche uno striscione di ‘Amici di Mauro Zaratta’, il padre di Lorenzo, un bimbo che ora ha 3 anni e vive in Toscana e che sin dalla nascita ha contratto una grave forma tumorale tanto da aver perso già quasi completamente la vista.
Nel corteo c’è stato chi ha portato anche un enorme crocifisso a simboleggiare il ‘martirio’ che la città di Taranto subisce da anni a causa dell’inquinamento proveniente dal siderurgico.
Tra i manifestanti anche gruppi del comitato ‘No al carbone’ di Brindisi e del comitato che si oppone al raddoppio dell’inceneritore di Massafra, paese ad una dozzina di chilometri da Taranto.
“La situazione è drammatica. Non c’è giorno in cui non faccio una diagnosi di tumore”. Lo ha detto Gennaro Viesti, primario pneumologo della casa di cura Villa Verde di Taranto, uno dei medici che partecipa alla manifestazione.
“Voglio lanciare – ha aggiunto il medico – un grido di allarme per tutte le malattie respiratorie che a Taranto sono le uniche in aumento. Sono un costo non solo per le famiglie ma anche per la società “.
La situazione drammatica è stata confermata anche da una radiologa del presidio onco-ematologico dell’ospedale San Giuseppe Moscati di Taranto. “Non riusciamo a fare argine – diceva la dottoressa – c’è un oceano di persone che ha bisogno di cure, con patologie sempre più gravi e di età sempre più giovane”.
Martedì, invece, appuntamento a Roma, quando al vaglio della Consulta passerà la cosiddetta legge “salva Ilva”.
La domenica nella città jonica è stata dei movimenti che sono scesi in piazza contro la legge 231 del 24 dicembre scorso che autorizza l’Ilva a produrre e a commercializzare quanto prodotto prima del 3 dicembre, data della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto da cui è poi nata la legge di conversione.
In corteo ci sono state anche le mamme “No al carbone”, pronte a sostenere anche il sit-in che si terrà nella capitale il 9 aprile davanti al palazzo della Corte Costituzionale quando sarà valutata la legittimità della legge 231 a seguito delle eccezioni di costituzionalità sollevate nei mesi scorsi dal gip, Patrizia Todisco, e dal Tribunale dell’appello.
La manifestazione a Taranto e il sit-in a Roma sono stati indetti proprio a ridosso del pronunciamento della Consulta e a pochi giorni dal referendum consultivo, pro o contro la chiusura parziale o totale dell’ Ilva, che si terrà nel capoluogo jonico il 14 aprile, non senza polemiche.
L’ obiettivo finale è la cancellazione di una legge che, a detta di molte associazioni ambientaliste, “mette un freno alla magistratura che indaga sui reati contro l’ambientee la salute”.
Come denunciano le mamme “No al carbone”, “questa legge riguarda tutti gli stabilimenti inquinanti d’interesse strategico nazionale e purtroppo toglie alle procure la possibilità di compiere sequestri degli impianti”.
Intanto nel giorno della manifestazione contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva, il comitato ambientalista Legamjonici ha annunciato di aver depositato presso la Procura di Taranto un esposto-denuncia per il presunto mancato rispetto della normativa Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale) e la “omessa applicazione dell’articolo 29-decies del D.lgs. 128/2010, che costituisce il recepimento della direttiva comunitaria sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento”.
Nell’esposto si fa riferimento all’Ilva, al Ministero dell’Ambiente e della Salute, al Ministro dell’Ambiente attualmente in carica Corrado Clini, al Sindaco e al Prefetto di Taranto.
I sottoscrittori, è detto in una nota, “chiedono che l’autorità giudiziaria proceda nei confronti dei soggetti sopra menzionati, nonchè di tutti gli altri che eventualmente dovessero risultare responsabili con particolare riferimento a fatti, azioni e omissioni in danno della salute pubblica”.
Mario Diliberto
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Aprile 6th, 2013 Riccardo Fucile
IN UN MONDO DI VITTIMISTI E PAGLIACCI, AVEVANO IL TORTO DI AVER CONSERVATO LA LORO DIGNITA’
Che per un attimo cali il silenzio sulle danze consumate intorno alle poltrone del potere.
La realtà pulsa altrove e oggi urla. Oggi muore.
Anna Maria Sopranzi e Romeo Dionisi erano una coppia intorno alla sessantina che tutti conoscevamo perchè tutti ne abbiamo incontrata una al supermercato o in coda alla posta.
Abitavano la vita con riservatezza, troppa riservatezza.
E con dignità , troppa dignità per un mondo di vittimisti e di pagliacci.
Il signor Dionisi era un muratore di Civitanova Marche che a sessantatrè anni era stato lasciato a casa dalla ditta, ma dopo una vita coi calli alle mani non riusciva ancora ad andare in pensione.
Cercava lavoro e ne raccattava soltanto briciole, mezze giornate a spezzarsi la schiena per una manciata di euro in nero.
Andava bene tutto, pur di onorare il debito con l’Inps per i contributi obbligatori che avrebbero dovuto consentirgli di traghettare le sue ossa stanche sulla riva della pensione.
Nel frattempo lui e la moglie Anna Maria tiravano avanti con quella di lei: meno di 500 euro al mese.
Ma quel debito era diventato un’ossessione che toglieva il respiro a entrambi.
La paura, questo mostro che ti sale dalla pancia e ti conquista i pensieri fino a sottometterli, aveva trasformato la vecchiaia serena di un uomo e di una donna perbene in un inferno zoppicante sull’orlo della depressione.
Ancora l’altro giorno il presidente del consiglio comunale di Civitanova, che abita nello stesso condominio, ha consigliato al signor Dionisi di rivolgersi ai servizi sociali, ma l’orgoglio e la dignità di una vita intera hanno impedito a quella coppia in disgrazia di rendere pubblico il proprio disagio.
Nella rovina economica c’è sempre una componente di vergogna che si allea con la solitudine nell’annerire scenari già cupi.
Così Romeo e Anna Maria hanno preso l’ultima decisione.
Riservati e dignitosi fino alla fine, hanno scritto un biglietto di scuse e lo hanno appoggiato sul cruscotto dell’utilitaria di un’amica. «Guarda nello sgabuzzino».
E nello sgabuzzino l’amica ha trovato i loro corpi appesi al soffitto.
Ah, come vorrei che l’ombra – solo l’ombra – di quell’immagine venisse proiettata nelle stanze del potere, quasi un pendolo che detti il tempo a chi deve cambiare le leggi e non lo fa, a chi deve dare risposte ai deboli e non le dà , a chi deve trovare parole nuove e non ne ha, ma proprio per questo continua a usare solo quelle vecchie, intrise di caos.
Come vorrei che quell’immagine diventasse il loro tormento, il loro fantasma di Banquo, mentre si accingono a celebrare i loro incomprensibili riti.
Invece purtroppo l’ha vista il fratello di Anna Maria, un altro anziano solo e impaurito, che è scappato dalla scena del suicidio per correre al molo ad affogarsi, completando con un tuffo nel blu questa carneficina familiare e nazionale.
Non c’è più niente da dire. Niente.
Soltanto un avvertimento alla politica, che ha già cominciato ad agitare i morti di Civitanova come miccia della prossima polemica.
Che non si azzardi a utilizzarli per i suoi scopi di fazione.
Il signor Romeo Dionisi, la signora Anna Maria Sopranzi e il signor Giuseppe Sopranzi non appartengono al mondo dei giocatori del potere, ma all’immensa tribù degli italiani normali che hanno lavorato una vita e che in questo Titanic di popolo hanno maturato una sorta di prelazione, un sacrosanto diritto di essere salvati per primi. In fretta.
Prima che arrivino altri biglietti sul cruscotto, altri drammi inaccettabili, altri articoli dolorosamente inutili come questo.
Massimo Gramellini
(da “la Stampa”)
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
RENATO ZERO: “LASCIA UN GRANDE VUOTO”…lL CAMPIDOGLIO ANNUNCIA: CONCERTO OMAGGIO IL 21 APRILE
Dopo la folla in coda alla camera ardente in Campidoglio centinaia di amici e fan si sono radunati
oggi in piazza del Popolo per l’ultimo saluto a Franco Califano.
Durante la cerimonia delle esequie, iniziata alle 11, il suo quartetto d’archi – che lo aveva accompagnato anche al Teatro Sistina – ha intonato il «Cantico delle Creature» e il suono ha riempito il sagrato.
In programma anche alcuni classici del «Califfo» e un pezzo del brano «L’ultimo amico va via», da lui scritto nel 1972.
«Cerchiamo di fare nostro il messaggio di Francesco», ha detto nell’omelia il parroco. «Francesco – ha continuato – ha cercato di non essere inutile su questa terra. Ha cercato, quando si è sentito solo, di andare avanti a sperare in qualcosa di diverso e migliore. A sperare che qualcuno lo notasse per la sua bontà , amore e carità ».
In tanti hanno seguito la funzione dalla piazza, sotto una pioggia battante, ascoltando le parole del sacerdote dagli altoparlanti.
«TUTTO IL RESTO E’ NOIA»
Seduto in seconda fila nella Chiesa degli Artisti, tra i tanti volti noti, anche Renato Zero: «Califano lascia un grande vuoto per la romanità ».
Poco più in là , il sindaco di Roma Alemanno, Amedeo Minghi, Lando Fiorini, Dario Salvatori, Renata Polverini e la figlia di Califano, Silvia.
Intanto, fuori nella piazza, sotto la pioggia, tanti fan che attendevano il feretro intonavano «Tutto il resto è noia».
E uno striscione ribadiva il concetto: «Ora senza di te tutto il resto è noia. Grazie Franco».
Gli ammiratori del Califfo – una folla di simpatizzanti romani e non- avevano iniziato a riempire la piazza fin dalle 9 di martedì radunandosi di fronte alla Chiesa degli Artisti nella speranza di partecipare ai funerali.
Ma la chiesa è troppo piccola e centinaia di persone sono rimaste fuori in fila
POETA MALEDETTO
L’arrivo del feretro poco prima delle 11 è stato accolto con un lungo applauso.
Sulla bara era posata una maglia dell’Inter con su scritto Franco Califano.
«All’inizio era un poeta maledetto – ha ricordato Gianni Alemanno in margine alla cerimonia – ci sono state tante polemiche per i suoi comportamenti spesso fuori le righe. Però questo suo anticonformismo è diventato un segnale di autenticità che riguarda un po’ tutti i romani che si sentono un po’ Califano, perchè dietro questa voglia di trasgredire c’è tanta umanità senza retorica».
L’IMITATORE
Lunedì, per tutto il giorno, in tanti avevano reso omaggio alla salma del cantante scomparso sabato sera nella Capitale.
Una inarrestabile fila di persone comuni, molte visibilmente commosse, che hanno lasciato vicino alla bara un fiore, un biglietto di un concerto, una strofa di una canzone.
In fila anche tanti vip.
Tra i primi ad arrivare Fiorello, il suo più grande imitatore. «Insieme abbiamo ritrovato la grinta. Quando io ho iniziato ad imitarlo eravamo entrambi in crisi e poi abbiamo superato questo momento».
«SE L’E’ GODUTA»
Che dire di Califano? «È sicuramente uno che la vita se l’è goduta», Fiorello ha poi aggiunto: «sono venuto qui per vedere la gente che c’è, ed è tanta, nonostante sia la Pasquetta. E noi tutti sappiamo come Califano non amasse i giorni di festa».
VESTITA COME SEMPRE
La salma del cantautore era stata vestita proprio come un giorno qualsiasi: braccialetti, collana e camicia aperta sul petto.
Visto l’afflusso, lunedì l’apertura della camera ardente è stata prorogata fino alle 20 per permettere alle persone in fila di salutare il cantante.
Dopo i funerali, la salma del cantautore sarà sepolta ad Ardea, cittadina sul Litorale, nei cui pressi Califano viveva da tempo.
CONCERTO IL 21 APRILE
Tra i primi ad arrivare alla camera ardente – oltre a Fiorello -, il pianista Enrico Giaretta, amico e collaboratore, gli attori Massimo Ghini e Maurizio Mattioli, il cantante Edoardo Vianello.
«Ricorderemo nella maniera migliore il maestro Califano – ha detto l’assessore alla Cultura Dino Gasperini – Sarebbe bello organizzare un concerto da dedicargli. Ci piacerebbe ricordarlo già il 21 aprile, nel giorno del Natale di Roma».
LA FIGLIA
Califano non ha mai conosciuto sua nipote, Francesca, che oggi ha 14 anni.
A dirlo è Silvia Califano, la figlia del cantautore, ex ballerina classica e ora titolare di una scuola di danza.
«Non mi sono resa conto di quanta gente amasse mio papà – dice Silvia – forse più di me, ci siamo voluti bene però ci siamo persi un pezzo di vita insieme. Io sono figlia, ma anche madre di Francesca e penso che mio padre non era tagliato per fare il padre».
Silvia Califano racconta «di non aver mai vissuto» insieme al padre Franco.
«Ci siamo frequentati per un periodo – aggiunge – ma il fatto di non vivere a Roma bensì a Trieste non ci ha aiutato. Ho perso un po’ di lui, papà era quello che era, era un artista, un grande poeta, ma non era proprio capace di fare il padre».
MORANDI: UNA PASQUA TRISTE
Nel commemorare la scomparsa di Enzo Jannacci prima e del Califfo poi, Gianni Morandi aveva ricordato Califano sulla sua pagina Facebook: «Ha scritto ed interpretato bellissime canzoni che non svaniranno nel tempo, brani come Minuetto, Tutto il resto è noia, La musica è finita, Una ragione di più». E poi aveva aggiunto: « Questa è una Pasqua triste per la musica».
VOCE DELLE BORGATE
«Credo che tutta Roma sia commossa per la scomparsa di un grandissimo artista come Franco Califano, profondamente radicato nella nostra città , nella storia e nella produzione artistica di tutti quei diversi modi di essere e soprattutto di quelle borgate che spesso hanno bisogno di una loro espressione» ha detto il sindaco Gianni Alemanno.
E ha poi aggiunto: «Troveremo una strada da intitolare a Califano alla Garbatella, quartiere molto amato dal cantante».
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LA BASILICA DI SANT’AMBROGIO GREMITA DI FOLLA PER L’ADDIO AL GRANDE CANTAUTORE
«”Si potrebbe andare tutti al tuo funerale”, cantavi tanti anni fa, ebbene ora ci siamo al tuo funerale, e siamo in tanti, e siamo tutti». Basilica e chiostro di Sant’Ambrogio gremiti, martedì pomeriggio, per i funerali di Enzo Jannacci, scomparso venerdì scorso all’età di 77 anni.
Un lungo applauso ha accolto l’arrivo della salma sul sagrato.
Ad accompagnare il feretro la moglie Giuliana Orefice e il figlio Paolo, musicista come il padre.
Ha celebrato le esequie don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana. Presenti, tra gli altri, il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il presidente del Consiglio Regionale Raffaele Cattaneo, l’assessore alla Cultura e vicepresidente della Provincia Novo Umberto Maerna. Renzo Arbore, Ombretta Colli, Mara Maionchi, Franca Rame e Dario Fo, Fabio Fazio, Shel Shapiro, Enrico Beruschi, Morgan.
Presenti i gonfaloni di Regione, Provincia e Comune, oltre a quello del Milan, squadra di cui Jannacci era tifoso.
L’OMELIA
«”Si potrebbe andare tutti al tuo funerale”, cantavi tanti anni fa, ebbene ora ci siamo al tuo funerale, e siamo in tanti, e siamo tutti. E poi precisavi, “per vedere se la gente piange davvero”, ed ora te le possiamo garantire, perchè la gente ti vuole bene. Hai dato voce a quelli che la voce non ce l’hanno, gli anonimi, gli sconfitti della storia»». Don Roberto Davanzo ha iniziato la sua omelia con queste parole, citando i versi di una delle più celebri canzoni di Jannacci.
Davanzo ha sottolineato l’importanza, espressa anche nei versi di Jannacci, di «prendersi cura anche degli altri».
Da direttore della Caritas, don Davanzo ha poi ricordato che proprio dalla canzone di Jannacci «El purtava i scarp del tennis» è stato preso il titolo della rivista dell’associazione.
«Proprio questa canzone è diventata la’cifra di un prendersi a cuore i senzatetto», ha affermato, definendo alla fine dell’omelia Jannacci «il profeta, il poeta», del mondo degli emarginati.
CELENTANO
Adriano Celentano e la moglie Claudia Mori, arrivati un po’ in ritardo, non sono riusciti ad entrare nella basilica di Sant’Ambrogio, troppo piena.
«Bello, adesso sta bene», ha detto Celentano arrivando.
La coppia si è quindi soffermata fuori dalla basilica per alcuni minuti e poi si è allontanata: «Avrei preferito poter assistere alla cerimonia – ha spiegato il Molleggiato – ma c’era troppa gente ed è giusto così».
VECCHIONI
Fra i primi ad arrivare l’amico Roberto Vecchioni: «Nessuno è mai riuscito a dare la dimensione di Milano come ha fatto lui – è stato il suo commento -. Ricordare il suo genio è impossibile. Il genio è quello che cambia tutto, tu ti aspetti una cosa e lui ne fa un’altra, lui era uno così. Due o tre nella canzone italiana sono come Jannacci. Jannacci è l’unico che sia riuscito a dare la vera dimensione di Milano».
TEOCOLI, BOLDI, FINARDI
«Enzo era una persona che quando non c’era si faceva sentire ugualmente perchè quando era presente dava un senso diverso alla serata – ha raccontato Teo Teocoli, arrivato ai funerali con il collega Massimo Boldi -. È lui che mi ha fatto cambiare carriera, è lui che mi ha fatto diventare un artista. Era il vero collante tra di noi – ricorda il comico -, tant’è vero che i suoi primi pazienti siamo stati io, Massimo Boldi, Cochi e Renato».
«Jannacci rappresentava la Milano che non c’è più, aveva la tenerezza delle persone normali, magari sembrava un po’ burbero ma non lo era», ha detto Eugenio Finardi, arrivato tra i primi al funerale.
«In questi giorni – ha raccontato il cantautore – mi sono ritrovato a cantare le canzoni di Enzo a mia figlia di 13 anni che mi chiedeva chi fosse. Appena ho intonato Vengo anch’io lei ha capito di chi stessimo parlando. Questo significa passare alla storia».
AL FAMEDIO
Il suono della banda ha accompagnato l’uscita della bara di Enzo Jannacci dalla basilica, al termine dei funerali.
L’uscita del feretro, come l’ingresso, è stata accompagnata anche da un lungo applauso e da momenti di commozione.
La salma del cantautore riposerà al Famedio del Cimitero monumentale, dove sono seppelliti coloro che hanno reso grande Milano.
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Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
LA GRECISTA EVA CANTARELLA: “I NOSTRI RAPPRESENTANTI NON HANNO PIU’ PAROLE PERCHE’ NON HANNO PIU’ IDEE. SFOGLINO “L’ODISSEA”
Manca l’impegno, l’approfondimento, l’applicazione quotidiana. 
Manca lo studio, dilaga l’ignoranza.
“La politica non ha più parole perchè non possiede idee. Che nascono se si dispone al pensiero, allo studio sistematico, alla fatica. Secondo lei hanno mai letto Omero?”.
Eva Cantarella è una grecista di fama internazionale, i suoi libri, i suoi studi sul diritto romano e la Grecia antica sono noti in tutto il mondo, e si inquieta all’idea dei senza idee.
Professoressa, almeno cento sui mille del Parlamento avranno letto, altri cento avranno solo sfogliato il suo libro preferito.
“Non chiedo di leggere tutta l’Odissea, che pure è uno strepitoso libro sulla vita, sull’esistenza, un viaggio alla ricerca di se stessi mescolato alla potenza della fantasia. Almeno lo tenessero sul comodino e lo sfogliassero qualche volta. E lo alternassero con un volume fondamentale di John Rawls: La teoria della giustizia. Basterebbero solo alcuni passi per capire di più il mondo e persino il nostro tempo”.
Speriamo che almeno i saggi di Napolitano abbiano avuto questa fortuna in gioventù.
“E agli amici di Grillo, ai suoi deputati del Movimento 5 Stelle consiglio fermamente un libretto facile e agevole, ma decisivo per la loro formazione culturale. Discettano di democrazia diretta? Allora e prima di tutto leggano La Costituzione degli Ateniesi di Aristotele. Temo infatti che abbiano gravemente frainteso il senso di quel modo di vivere la vita e il diritto”.
Ah, il loro famigerato uno vale uno!
“Ecco, sì. Nella Grecia effettivamente ogni cittadino aveva diritto di andare nell’agorà per contribuire alla gestione della cosa pubblica. Ma aveva l’obbligo di sostenere attivamente la gestione, il governo. Pesava su quel cittadino l’etica della responsabilità , l’obbligo di dare risposte e l’assoluto dovere di farsi carico del proprio ufficio”.
È rimasta delusa dal loro comportamento?
“Ho idee dichiaratamente di sinistra, e non smetterei mai un secondo di pensare che i partiti sono insostituibili e vitali alla democrazia. E sono afflitta da questo nostro tempo, e afflitta dalle domande che continuamente mi rivolgono quando mi trovo all’estero: ‘Come è stato possibile, cosa vi è successo, perchè Berlusconi?’. Come se la domanda degli amici parigini e di New York non fosse la stessa, identica mia. Com’è possibile che ci siamo ridotti così, che siamo finiti in questo vicolo cieco. Mi viene da dire: colpa della nostra afasia, della mancanza di un briciolo di memoria, di un minimo di etica. Vent’anni sono passati e ora assisto all’esplosione del Movimento 5 Stelle. Non avevo idea che fosse così partecipato, e certo è stata sentita la voglia di buttare via questo mare di politicanti. Ho conosciuto stimatissime persone che mi hanno confessato di aver dato il voto al simbolo di Grillo. Non che non veda l’aspetto positivo: volti e modi di pensare finalmente connessi con la società civile. Ma mi aspettavo un minimo di preparazione in più, di adeguatezza in più rispetto alla crisi che ora è sfociata in uno stallo pericoloso. Perciò dico ai deputati: leggete Aristotele e poi parlate”.
Si fanno chiamare cittadini.
“Cittadini è una bella parola, ma non la voglio usare. Dico deputati e mi convinco che sia la parola adeguata. Essi parlano di democrazia diretta. Dunque hanno l’obbligo di conoscere almeno i fondamentali e di sapere, per esempio, che gli ateniesi partecipavano alla discussione pubblica con consapevolezza di causa”.
Ma sono giovani, alcuni di essi anche impreparati, tutto è cascato sulle loro spalle in modo così improvviso. Non è una esimente importante?
“L’impreparazione e l’ignoranza non è una esimente, mi spiace. Non basta dire sono casalinga per essere assolta. Sei casalinga e deputata e devi contribuire a trovare uno sbocco alla crisi. Contribuisci con la tua forza e le tue idee, ma non disertare per favore”.
Dovessimo andare indietro nel tempo, quali similitudini troverebbe e quale periodo indicherebbe?
“La fine della Repubblica romana. A Roma si combattevano fazioni intransigenti mentre il potere era eternamente instabile. Finì che arrivò Cesare. Grande personaggio che però spalancò le porte all’Impero. I miei occhi guardano e la memoria va sempre all’indietro. Continui flashback che mi fanno chiedere: ma questi governanti hanno memoria? Ma gli italiani hanno memoria? Ma come è stato possibile offrire ancora a Berlusconi tutti questi voti? Chiedo: ma ci vedete bene? Vedete anche voi quel che vedo io? Questa crisi non è solo economica, intreccia le basi morali della nostra società , è figlia di una caduta di massa dell’etica, di una volgarizzazione generalizzata. Infatti il turpiloquio è l’approccio consueto nella discussione pubblica e televisiva. Non desta scandalo, c’è ormai assuefazione. È solo una curva di acuti che si confrontano: uno dà sulla voce all’altro. Parlano e di cosa? Hanno sterminato la scuola, che è l’alfabeto della nostra società . Pensi solo alle poesie che si imparavano a memoria. Certo, non era il massimo. Ma hanno creato per generazioni un fondo comune di conoscenza. E ora cosa c’è?”.
Antonello Caporale
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Aprile 1st, 2013 Riccardo Fucile
URLA, OFFENDE POI ACCUSA IL SINDACO
Chi era quell’arrogante che inveiva contro il sindaco di Ferrara, urlando «Io rappresento i cittadini
dell’Europa»?
Chi era quell’omaccione che ripeteva «Non mi tocca nessuno»?
Si chiama Potito Salatto, e non è uno scherzo. Tra l’altro, la trasmissione del nome Potito (san Potito martire) è favorita da un concorso a premi riservato ai nuovi nati.
Mercoledì scorso, una ventina di poliziotti del Coisp hanno organizzato a Ferrara un presidio di solidarietà per i quattro colleghi condannati per la morte di Federico Aldrovandi, ucciso a calci e pugni.
Manifestavano sotto le finestre dell’ufficio del Comune dove lavora Patrizia Moretti, la madre di Federico. Il sindaco Tiziano Tagliani è sceso per chiedere al gruppetto di spostarsi più in là .
È a quel punto che è entrato in scena l’eurodeputato Potito Salatto, imprecando.
Il giorno dopo ha chiesto scusa alla signora Moretti ma ha scaricato sul sindaco «la responsabilità dell’increscioso incidente», come se la manifestazione fosse «pilotata sotto» (anagramma).
Potito Salatto è una vecchia volpe della politica, da quando è stato eletto nel 1976 consigliere comunale a Roma, in quota Dc, a fianco di Vittorio Sbardella, detto «lo squalo».
Nel 2009 è entrato all’Europarlamento nelle file del Pdl, per poi passare a Futuro e libertà .
Sul suo sito, si mostra felice accanto a Gianfranco Fini, Renata Polverini, Gianni Alemanno, è uno cui piace apparire («lotto ospitata», anagramma).
Per un certo periodo si è ritirato nell’isola di Paxos, in Grecia.
Ha poi lavorato, con una lista civica, per l’elezione a sindaco di Alemanno, ma è entrato in frizione con Antonio Tajani che gli ha urlato davanti ai giornalisti: «Lascia stare tu, lo sappiamo tutti che persona sei!».
A Strasburgo ha fatto un’interrogazione sulle caraffe filtranti e una relativa al «Maltrattamento di un bambino da parte di agenti di polizia» (il ragazzino di Padova strappato alla madre).
È contrario alle coppie gay: «San Giuseppe era con Maria, non era con Giovanni quando ha procreato nostro Signore», in barba al dogma della verginità .
Insomma, Potito Salatto è un degno rappresentante dell’Italia.
Così com’è, senza illusioni, senza streaming.
Aldo Grasso
(da “La Repubblica”)
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