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INTERVISTA A MARGHERITA CIUFEGNI, LA DOTTORESSA ITALIANA A BORDO DELLA ALAN KURDI: “COSCIENTI DEL RISCHIO COVID, MA SALVARE LA VITA DEI MIGRANTI VALE DI PIU'”

Aprile 13th, 2020 Riccardo Fucile

35 ANNI, DI MONTEPULCIANO: “NON ABBIAMO PERSONE CON SINTOMI, USIAMO MASCHERINE E GUANTI”

Salvare vite in mare mentre a terra c’è la pandemia significa assumersi due rischi. Quello della missione in sè, e quello che la nave diventi un drammatico focolaio galleggiante.
Caterina Ciufegni, che ha 35 anni, è medico ed è a bordo della Alan Kurdi (una delle due imbarcazione di una ong presenti nel mare tra la Libia e l’Italia, l’altra è l’Aita Mari di Salvamento Marìtimo Humanitario), la mette giù così: “Cos’è più importante, il pericolo coronavirus o la vita delle persone che muoiono nel Mediterraneo? Io non ho dubbi. Quando mi sono imbarcata con l’equipaggio sapevo quali rischi stessimo correndo, ma la volontà  di salvare chi, pandemia o non pandemia, sale sui gommoni per fuggire da torture e dalla guerra, era prevalente”.
Caterina è originaria di Montepulciano, nel Senese, si è laureata in Medicina poi si è trasferita a Berlino dove si sta specializzando in Medicina interna. È l’unica italiana sull’Alan Kurdi.
“L’estate scorsa avevo fatto richiesta alla Sea Eye per partecipare alle loro missioni. Questa è partita due settimane fa da Burriana, vicino a Valencia. Prima che arrivasse la chiamata, stavo pensando di tornare in Italia per dare una mano negli ospedali lombardi alle prese col virus”.
Adesso la nave si trova a largo di Trapani, in attesa di capire come e dove fare la quarantena.
Com’è la situazione a bordo?
“Abbiamo 149 migranti, più della metà  arrivano dal Bangladesh, poi c’è un gruppo di marocchini, qualche ragazzo algerino e alcuni che provengono da Chad, Sudan, Ghana, Siria. A parte disturbi come mal di testa, mal di mare, dolori alla schiena, assai comuni a chi vive l’esperienza della traversata, non hanno sintomi da Covid: nessuno ha febbre, tosse o difficoltà  respiratorie, nonostante stiano esposti al vento sul ponte di poppa”.
Come è avvenuto il soccorso?
“Siamo arrivati in zona Sar (Search and Rescue, ndr) libica domenica scorsa, la mattina dopo ci è arrivata la segnalazione di un gommone in difficoltà . Siamo arrivati contemporaneamente alla milizia libica che ci ha intimato di allontanarci, e per spaventarci ha sparato colpi di fucile in aria. Noi volevamo almeno provare a distribuire i giubbotti salvagente, perchè i migranti sul gommone non li avevano. All’improvviso hanno iniziato a tuffarsi in acqua, i libici se ne sono andati e siamo riusciti a salvarli tutti, grazie al fatto che il mare era piatto. In seguito abbiamo fatto un altro salvataggio, meno drammatico”.
Siete partiti dalla Spagna che già  eravamo in piena crisi Covid. Avete preso precauzioni per evitare il contagio?
“La Sea-Eye ha dato ai 17 membri dell’equipaggio delle linee guida da seguire. Avevamo un centinaio di mascherine chirurgiche, i guanti, le tute bianche di protezione. Nell’eventualità  di avere casi sospetti, l’indicazione era di isolarli nella cabina più vicina al bagno. Cerchiamo di tenere sotto controllo, per quanto è possibile, i parametri vitali degli ospiti a bordo, misurando la temperatura, la saturazione dell’ossigeno e la pressione sanguigna”.
Indossate sempre la mascherina?
“Quando siamo tra noi dell’equipaggio no, sarebbe impossibile. La Alan Kurdi è piccola, molti di noi condividono la stessa cabina. Quando siamo con gli ospiti, invece, indossiamo mascherine e guanti. Ieri sera la Guardia costiera italiana ci ha rifornito di dispositivi di protezione individuale, medicinali e cibo”.
Siete consapevoli che la situazione vi potrebbe sfuggire di mano, nel caso in cui a bordo si diffondesse il virus?
“Sulla Alan Kurdi siamo in 166, e stiamo cercando di convivere in situazioni più che estreme. Quando siamo saliti su questa barca non l’abbiamo fatto di certo a cuor leggero. Ma, ripeto, di fronte a persone che scappano dalle torture, il Coronavirus passa in secondo piano. Credo che tutti noi abbiamo accettato il rischio. Io di sicuro più degli altri, in quanto medico. Nel team sanitario siamo in due e la mia collega è un’infermiera svedese: prima di partire, lavorava in un reparto di malattie infettive in cui curavano pazienti Covid, ha esperienze in questo campo”
I naufraghi sanno che l’Italia è in pieno lockdown?
“Sì e capiscono la situazione di difficoltà . Quando li abbiamo recuperati ci hanno subito chiesto notizie sul Covid.È gente che scappa dai lager libici, il virus di certo non li ferma”.
Il capo della Protezione Civile dice che dovrete fare la quarantena su un’altra nave o in strutture di terra ad hoc
“Siamo estremamente grati all’Italia per questo. Stiamo solo aspettando di avere l’ok finale dalla Germania (la Alan Kurdi batte bandiera tedesca, ndr) per scendere”.

(da “La Repubblica”)

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SAMAR, CENTESIMA VITTIMA TRA I MEDICI: “HA LAVORATO FINO ALLA FINE, L’ULTIMO SMS A UNA PAZIENTE APPENA INTUBATA”

Aprile 10th, 2020 Riccardo Fucile

LA STORIA DEL MEDICO DI FAMIGLIA DI TREVISO: “AVEVA SEMPRE TEMPO PER TUTTI, IN QUESTI GIORNI HA CERCATO DI FERMARE IL VENTO CON LE MANI, PER SETTIMANE SENZA MASCHERINA”

Samar Sinjab era una dottoressa, medico di famiglia a Treviso. È morta ieri, dopo aver contratto il coronavirus ed è la vittima numero cento tra i camici bianchi caduti durante l’emergenza sanitaria in atto.
Oggi a raccontare la storia della dottoressa Sinjab è il figlio, sulle pagine del Corriere della Sera.
L’ultimo sms digitato sulla tastiera del telefonino è stato per uno dei suoi pazienti. “Ha lavorato fino alla sera di venerdì 6 marzo – racconta il figlio –. Sabato mattina è stata ricoverata. Il suo ultimo messaggio WhatsApp è di domenica e l’aveva inviato a un paziente con le indicazioni per la terapia da seguire, poco dopo è stata intubata”.
Samar Sinjab era nata in Siria 62 anni fa ed era andata via da Damasco per venire a studiare medicina in Italia, all’Università  di Padova. Sposata col collega Omar El Mazloum, la dottoressa era mamma di due figli, anche loro medici.
“Era così fiera di loro – ricorda adesso Paolo Zambon, titolare della farmacia di Borbiago vicina allo studio di Samar Sinjab –. Ma aveva sempre tempo per tutti. Una volta che mi aveva sentito un po’ mogio al telefono, mi richiamò dopo venti minuti per chiedermi che cosa potesse fare per me. Siamo andati a mangiare una pizza insieme” […] Dall’inizio dell’epidemia la dottoressa Samar ha tentato in ogni modo di “fermare il vento con le mani”, per usare l’espressione del suo collega Stefano Righi. Per settimane senza dispositivi di protezione, guanti, mascherina, visiera.

(da “Huffingtonpost”)

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IN VIAGGIO CON GLI INFERMIERI VOLONTARI NELLE ZONE ROSSE COLPITE DAL CORONAVIRUS: NON SARANNO EROI, MA GUERRIERI SI’

Aprile 6th, 2020 Riccardo Fucile

CHI SONO GLI UOMINI E LE DONNE DIETRO QUESTA MISSIONE… “SE OGNI VOLTA CHE C’E’ UN PROBLEMA, L’UNO AIUTASSE L’ALTRO, IL MONDO SAREBBE UN POSTO MIGLIORE”

Sabato 4 aprile 52 infermieri sono partiti da Roma con un aereo militare della Guardia di Finanza, destinazione Bologna. Sono i volontari che hanno risposto al bando della Protezione Civile e vanno a lavorare zone più colpite dal Coronavirus.
A prima vista sembrano diversissimi quando li vedi arrivare, non capisco cosa li unisca. Faccio i tamponi con loro. Viaggio con loro. Parlo con loro per tutto il tempo, mi carico delle loro testimonianze, raccolgo le loro parole.
Uno ti dice: “Ci ho pensato, si: ma non più di un secondo”. Un’altra racconta: “Sono stata in tanti territori di guerra, questo è solo l’ultimo”. Uno, da Roma, mi fa: “Credimi, serve più coraggio a vivere da cassaintegrato dove non c’è lavoro”. Lo pensa davvero. Uno mi confessa: “L’ho spiegato a mia moglie ma non ai miei genitori”. Un altro, parla di religione: “Sono qui perchè credo in Dio, e questa è una missione”. Una ragazza umbra, infine, mi dice: “Io ho vissuto un terremoto, restituirò quello che mi è stato dato”.
Vengono dal Centro, dal Sud, dalle città , dalla province. Sono tutti volontari e rischiano la pelle per andare a combattere il virus.
Ma hanno qualcosa che li muove e li illumina, tutti, in questo viaggio in cui c’è molta energia ma nessuno ride. E alla fine, solo quando torno a Roma su un aereo semivuoto, capisco. Sembrano diversissimi, se ascolti cosa li spinge. Ma capisci cosa gli unisce quando li vedi arrivare, insieme. Paolo, Roberto, Anna, Francesca, Cristian e Gaetano sono tutti infermieri. E questa è la loro storia.
Li incontro per la prima volta venerdì 3 aprile fuori all’Hotel Universo di Roma, a due passi dalla stazione Termini. Uno viene da Cagliari, due dalla Sicilia, tre da Salerno: sono alcuni degli oltre 9mila medici e infermieri che hanno risposto al bando di governo e Protezione Civile per andare a prestare servizio nelle zone italiane più colpite dal Coronavirus.
50 infermieri sono già  partiti, altri 52 partiranno domani, sabato 4 aprile, destinazione Bologna, assieme al Ministro per gli affari regionali Francesco Boccia, con il terzo volo militare organizzato per affiancare nuovo personale sanitario ai medici e infermieri che da settimane lavorano incessantemente con i pazienti Covid-19 negli ospedali del Nord.
Alcuni rimarranno in Emilia-Romagna, altri partiranno in pullman per Lombardia e Trentino Alto Adige, “non sappiamo esattamente dove siamo destinati, ce lo diranno all’arrivo”.
Federico, Francesca, Gaetano e Silvia sono lì per farsi fare il tampone, in un improvvisato “ospedale” nei seminterrati dell’albergo che li ospiterà  per la notte. Faccio il tampone anche io perchè il giorno dopo li seguirò nel loro viaggio. I militari mi consegnano un modulo da compilare, mi misurano la temperatura e mi spediscono in una stanza dove trovo un addetto sanitario vestito di tutto punto con tuta, guanti, occhiali protettivi e mascherina. Il tampone faringeo non è fastidioso, quello nasale moltissimo.
Il risultato arriverà  la mattina dopo. Loro sono fuori dall’hotel che aspettano. Cosa? Il tempo passare. Si fumano una sigaretta, chiacchierano, si scambiano storie e aneddoti, soprattutto legati alla situazione.
Giulio, di Roma, scherza su come ha confessato alla moglie di aver risposto alla chiamata del governo, lo scorso 28 marzo. È un signore distinto, alto. Porta i capelli bianchi con la riga in mezzo e dei pantaloni blu con un golf dello stesso colore. Con orgoglio racconta quanto fosse fiero di lui suo figlio, infermiere anche lui.
Mauro invece fa paracadutismo, porta una giacca da aviatore e grandi occhiali da sole. Mi mostra delle foto sul suo cellulare: “Ti fa sentire vivo come non mai”.   Questa non è la prima volta che parte in missione: “A 30 anni sono andato a lavorare in Africa — mi dice — avevo i capelli più lunghi dei tuoi”. Oggi è pelato e domani andrà  in Lombardia.
Ci rivediamo il giorno dopo all’aeroporto militare di Pratica di Mare. Io arrivo in taxi, loro con due pullman della Guardia di Finanza. Fa molto caldo. Gli chiedo com’è andata la notte: “l’adrenalina mi ha tenuto sveglio” dice Giovanni, che viene dal Molise. I risultati dei tamponi sono stati tutti negativi.
Capisco che la necessità  dei test non era data solo dagli ovvi motivi sanitari che tutti possiamo immaginare, ma anche dalla difficolta di mantenere la distanza sociale durante questo viaggio. Abbiamo tutti la mascherina certo, ma siamo più di 60 persone tra volontari, guardia di finanza, giornalisti e politici e non c’è spazio.
Scendiamo dai pullman e ci avviamo verso l’aereo militare ATR 72 della Guardia di Finanza che da li a poco ci dovrà  portare a Bologna. Loro con i loro trolley e le loro paure, io con le mie domande.
Vengono quasi tutti dal Centro-Sud, le aree dove il Coronavirus è arrivato solo marginalmente e la situazione è ancora sotto controllo. Ma hanno comunque scelto di partire, anche a rischio di ammalarsi. E non perchè sono eroi ma perchè questo è il loro lavoro e non se la sono sentita di lasciare soli i colleghi che da settimane fanno turni da 12 ore in corsia.
Davanti all’aereo si scattano selfie e fotografie, da mandare alle famiglie e agli amici. Si tirano giù la mascherina e sorridono. Sono sorrisi agitati.
Il primo con cui parlo è Paolo che ha 46 anni e fa l’infermiere da 26. Viene da San Gavino Morreale, un paesino dell’entroterra tra Cagliari e Oristano. Porta occhiali da sole con lenti blu, che nascondono gli occhi e un abbigliamento molto tecnico: “Mi sono portato i vestiti da corsa, così occupano meno spazio”.
Mi dice che “il viaggio per arrivare a Roma è stato infinito” e stasera andrà  in Lombardia. “Oggi sono tranquillo ma dopo aver inviato la domanda come volontario ero agitatissimo: ho aspettato una risposta con ansia, la stessa che hai la sera prima dell’esame di maturità ”. Ha lasciato a casa una moglie e due figli: Fabio, 18 anni e Giorgia che compirà  16 anni fra pochi giorni, “ma io sarò in servizio e lei ha capito che sono partito per fare il mio dovere”.
Non si vedranno per settimane: la durata della missione ad oggi è di 21 giorni ma nessuno esclude che venga prolungata di altre due settimane, anzi “quasi sicuramente servirà  più tempo”.
Quello che preoccupa Paolo, confessa abbassando lo sguardo,   è la situazione che troverà  lì: “Stiamo andando in zone dove c’è tanta sofferenza e troveremo colleghi molto provati, sia lavorativamente che emotivamente”.
Quando gli chiedo cosa prova ad andare in prima linea dice: “Noi siamo sempre in prima linea, tutti i giorni dell’anno”. Anche Roberto è della sua stessa idea e sbotta: “Non chiamateci eroi per favore. L’eroe è chi oggi è in cassa integrazione e fa fatica a mettere del cibo in tavola, l’eroe è mia moglie che sta a casa con tre figli. Noi stiamo solo facendo il nostro lavoro”.
Neanche a Cristian, Federico e Gaetano piace essere chiamati eroi. Cristian è tra i più giovani: ha 34 anni e viene da Firenze. Ha risposto alla chiamata perchè “sarebbe stato molto più difficile non rispondere”, mi dice allargando le braccia con un sorriso, come se fosse ovvio.
Federico invece di anni ne ha 50, è arrivato da Messina col treno e la sua paura è quella di “non essere all’altezza” ma anche per lui scegliere di partire è “tutta questione di pancia”. Per Gaetano invece è stata la fede a spingerlo verso questa decisione. “I miei genitori non lo sanno che sono qui, l’ho detto solo a mia sorella   — confessa. — Ho paura si, ma sono pronto ad affrontare questa situazione”.
Molti hanno condiviso questa scelta con la famiglia, per altri invece è stato un grosso problema. Come per Angelo, un infermiere di 33 anni che vive in provincia di Salerno: ” Non ho più parlato con i miei genitori da quando gli ho detto che partivo. Sono molto preoccupati, li capisco. Ieri però ci siamo finalmente chiamati, gli ho detto che sto bene”.
Anche la famiglia Giovanni, giovane infermiere siciliano, è molto preoccupata: “All’inizio non riuscivano a capire che quello che faccio lo faccio per la gente che soffre, e la gente siamo noi. Se ogni volta che c’è un problema l’uno aiutasse l’altro forse il mondo sarebbe un posto migliore” mi dice appena prima di salire sull’aereo con gli occhi che luccicano, un po’ per il sole, un po’ per il vento e un po’ per l’emozione.
Angelo e Giovanni sono tra i più giovani qui. E si vede: Giovanni non sta fermo un secondo, con la sua giacchetta gialla. Sta partendo per Milano, dove ha vissuto dieci anni. Se n’è andato pochissimi mesi fa, per tornare nella sua terra, ma dice che per lui era impossibile non partire: “`Vado ad aiutare i miei fratelli che ho lasciato lì”.
Gli chiedo cosa secondo lui accomuna tutte le persone li: “È il senso comunque che ci da la forza. Nessuno di noi ha alcun tipo di ambizione di natura sociale o economica, questo è solo il nostro dovere“.
Francesca invece viene da Roma, “al momento ero inoccupata, perchè lavoro con i progetti di cooperazione internazionale che ad oggi sono fermi”. Lei le guerre le ha viste davvero: “Sono stata stata in Afghanistan e in Iraq con la Croce Rossa e con la Ong Aispo”. Ma non è preoccupata: “Non è la prima volta che vado in missione e ho lavorato anche in Italia, nei terremoti dell’Aquila e di Amatrice”.
Anche Anna ha fatto il terremoto di Amatrice, ma non da volontaria, da terremotata. “Per questo ho deciso di partire — mi dice —   Ora voglio dare indietro un po’ di quella solidarietà  che ho ricevuto”.
Per lei come per tanti altri è stata una decisione istintiva: “Ci ho pensato meno di due secondi”. La preoccupa però non riuscire ad essere di sostegno ai colleghi, “spero che apprezzino l’intenzione”. Le chiedo se secondo lei sia necessario un supporto psicologico per le persone che stanno lavorando in questa emergenza e combattendo contro il Coronavirus. “Per esperienza — mi dice — il supporto serve dopo, quando ci si ritrova ad affrontare il disturbo post traumatico da stress. Ora c’è l’adrenalina e lì per lì non riesci neanche a focalizzare quali sono i tuoi problemi: lavori in maniera instancabile, non ti fermi mai a guardare l’orologio”.
Accanto a loro c’è il ministro Boccia che ha ringraziato tutti “di cuore per la disponibilità , che ha permesso di costruire questa task force insieme alla Protezione Civile. Un’operazione in grado di far saltare i meccanismi, i lacci e le burocrazie a cui siamo abituati e di capovolgere il sistema”.
“Oggi andiamo avanti solo se ci teniamo per mano” dice Boccia prima di salire sull’aereo. Arrivati a Bologna ci accoglie il presidente Bonaccini. Da lì i 52 infermieri volontari partiranno con altri pullman per le rispettive missioni negli ospedali del Nord. “Siamo pronti — dice Marco, abruzzese — l’Italia ha chiamato e noi abbiamo risposto”. Un po’, però, gli trema la voce.
Il bando, mi spiega Boccia su un volo di ritorno semideserto, è stato fatto perchè “oltre a ventilatori e mascherine ci siamo resi conto che servivano anche esseri umani”. Inizialmente si è provata a fare una ricognizione attraverso i normali canali sanitari ma su 20 regioni solo 7 hanno dato disponibilità  di personale arrivando a un totale di 40 medici in tutto il Paese: un numero decisamente troppo basso per un’epidemia che ad oggi in Italia ha fatto più di 15 mila morti.
“La mattina ti svegli e pensi al tempo che non devi perdere perchè dalle decisioni che prendi dipende la vita di tante persone. Poi, la sera, dopo 20 ore ti si incrociano gli occhi mentre hai in testa le immagini dei volontari che hai accompagnato. E ti chiedi se tutto quello che hai fatto l’hai fatto bene — mi confessa Boccia. — Ma questi ragazzi ogni volta ti danno una lezione di vita e ti spronano ad andare avanti”.
I posti vuoti degli infermieri rimasti a terra pesano mentre ripartiamo alla volta di Roma, così come pesa il silenzio mentre il sole tramonta sull’appennino bolognese.
E per un attimo, guardando fuori dal finestrino penso con ironia che potrebbe essere un qualsiasi sabato pomeriggio, mentre torni a casa in volo da un bel viaggio, stanca ma felice. Ma a casa non ci torni, perchè casa è lontana e un nodo ti si forma in gola mentre pensi ai 52 infermieri che fra poche ore iniziano il turno in terapia intensiva. Uomini e donne, che si prestano ad affrontare quella che senza dubbio rimarrà  impressa nella nostra memoria come una delle sfide più difficili della storia. Non saranno certo eroi, ma guerrieri si.

(da TPI)

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GIULIA, ORGOGLIO DI GENOVA: LA PALLANUOTISTA DELLA NAZIONALE CHE HA SCELTO DI AIUTARE GLI ANZIANI

Aprile 5th, 2020 Riccardo Fucile

GIULIA VIACAVA E’ TORNATA VOLONTARIAMENTE A FARE L’INFERMIERA IN PRIMA LINEA IN UNA CASA DI RIPOSO DI GENOVA: “FACCIO ANCHE TURNI DI 19 ORE, E’ DURA, MA QUESTA E’ LA PARTITA DELLA VITA, BISOGNA VINCERE”

Chi sceglie a pallanuoto ha deciso di rimanere sospeso fra acqua e aria, conosce la fatica e pure il dolore.
Chi gioca a pallanuoto sa che il pericolo è invisibile, perchè avanza sott’acqua, il luogo ideale per dare e prendere colpi.
Giulia Viacava, però, la sofferenza vera solo adesso l’ha toccata con mano: azzurra del Setterosa, ma con una laurea in scienze infermieristiche, in queste settimane sconvolte dalla pandemia del coronovirus, ha deciso di mettersi a disposizione dell’Rsa Città  di Genova, una casa di riposo per anziani, a Quarto.
Giulia ha 25 anni, è una ragazza bella e piena di vita, forte e coraggiosa, gioca nell’Orizzonte Catania, la Juventus della pallanuoto femminile, che da sempre fornisce giocatrici alla Nazionale (lo zoccolo duro del Setterosa olimpionico ad Atene nel 2004 si era formato alle falde dell’Etna), ma soprattutto ha scelto di aiutare il prossimo, decidendo di proseguire anche ai tempi del coronavirus.
«Ci sono volte in cui ‘smontò alle 14 e, dopo qualche ora, sono nuovamente al fianco dei malati», racconta con la voce rotta dalla stanchezza. «In questo momento non è facile essere ottimisti perchè, se si continuano a guardare i dati, il numero dei decessi è sempre altissimo. Per fortuna, se così possiamo dire, da noi ci sono molte persone ricoverate da tantissimo tempo, che nemmeno si sono rese conto di cosa sia questo virus. Non ne sanno niente, non se ne rendono conto. A rendersene conto sono i parenti che non possono però venire in ospedale a trovare i propri cari. Posso dire di avere visto tanta sofferenza, ma proprio tanta, da noi c’è gente positiva, che soffre da sola fino all’ultimo e poi se ne va senza avere qualcuno al proprio fianco. È una morte che non auguro a nessuno».
Giulia Viacava è passata dalla vasca della piscina ai turni di 19 ore con camice, guanti e mascherina addosso. «Nessuno, qualche settimana fa, immaginava tutto questo», sussurra, con la voce rotta dall’emozione. Se lo avessimo fatto, avremmo adottato misure restrittive molto tempo prima. È vero, la pallanuoto è uno sport duro, però è bello far parte di un gruppo, come avviene adesso. Il mio sport mi manca, anche se le compagne di squadra sono molto presenti nella mia vita: mi chiedono come sto, come va, mi invogliano anche loro a non mollare. Questa, però, è un’altra partita. è la partita della vita e bisogna vincere”

(da agenzie)

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LA GIOVANE RIANIMATRICE DI BERGAMO: “LA MIA GIOIA PIU’ GRANDE E’ VEDERLI RIAPRIRE GLI OCCHI”

Aprile 4th, 2020 Riccardo Fucile

CLAUDIA, RAGAZZA DE SUD: “NON SONO UNA KAMIKAZE, FIN DA BAMBINA VOLEVO AIUTARE GLI ALTRI”… SUL FRONTE ANCHE 14 ORE AL GIORNO: “SONO UNA PRIVILEGIATA, HO STUDIATO PER QUESTO, NON HO PAURA”

Il senso di Claudia per il lavoro è un solco obliquo che scende dagli zigomi e percorre la guancia fino alla mascella. Sembra il calco di un guerriero. Quando l’hanno ritratta in questa fotografia – di profilo, i capelli scuri della sua terra raccolti nella cuffia chirurgica, un filo di rossetto che suona come un inno alla resilienza – erano le sette di sera.
«Avevo appena tolto la mascherina dopo dodici ore in reparto. Devi solo aspettare, metti un po’ di pomata ma tanto poi si ricomincia».
L’impronta sul volto di medici e infermieri è ormai segno di virtù e di sacrificio. Racconta quello che noi possiamo solo immaginare: le cose enormi e pietose che succedono là  dentro, nella trincea della battaglia contro il coronavirus che ha già  falciato 77 medici, 23 infermieri e decine di operatori del 118. L’ “assedio”. Lo chiama così.
«Tutto avrei immaginato tranne che iniziare questo mestiere fronteggiando l’assedio di un’epidemia. Nel suo epicentro». Claudia Paleologo, 33 anni, palermitana.
Anestesista nella terapia intensiva dell’ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo (che dal 21 febbraio è stato convertito a ospedale Covid). Alla sua prima esperienza professionale. Attenzione alle date. «L’11 febbraio mi specializzo a Palermo. Il 17 febbraio inizio a lavorare qui».
Quattro giorni dopo, il 21, l’inizio dell’onda di piena bergamasca e dunque la conversione dell’ospedale, che oggi accoglie 218 pazienti Covid. «Mi sente bene se parlo così?». Non può togliere la mascherina. «Io sono ambiziosa, volevo e voglio imparare tanto. Mi interessava iniziare facendo un’esperienza di terapia intensiva. Dalla Sicilia mi sono spostata qui e sapevo che avrei avuto un’opportunità  per crescere».
L’opportunità  a Claudia gliel’ha offerta il Covid-19: dopo quattro giorni di ambientamento (del medico), è incominciato ad arrivare un flusso ininterrotto di pazienti che boccheggiavano. «Abbiamo convertito gli spazi del blocco operatorio per ampliare la terapia intensiva: da 12 a 33 posti letto. Arrivo alle 7.30 e finisco alle 20, che poi a volte diventano le 22, anche le 23, nei giorni peggiori. Ti dimentichi del tempo».
Cosa pensa, come vive, quanta fatica fa un medico agli esordi sul fronte del “virus sconosciuto”, per usare la definizione di Claudia? «Io sono privilegiata», dice. Perchè? «Ho studiato per questo. Il dramma che stiamo vivendo è un’esperienza tragica ma mi dà  la possibilità  di fare quello che volevo: è da quando ero bambina che desidero aiutare gli altri. Nella mia famiglia non ci sono medici. Non posso dire “sono una grande intensivista”. Ma poter dare un mio contributo sul campo mi rende felice».
Sono grammi di emozione le parole di Claudia Paleologo. Forse nemmeno lei si rende conto di quanto, nell’abisso dove siamo precipitati, siano foriere di speranza per tutti.
Un camice bianco che muove i primi passi sulla linea di fuoco sanitaria peggiore del millennio. In una città  falcidiata dal nemico invisibile. «Le emozioni le hai eccome. Ma le contieni, perchè non aiutano a fare le scelte giuste per il tuo assistito. Quando entri in terapia intensiva devi concentrarti sul paziente, devi essere lucida e fredda. Però certo ci sono momenti di emozione che catturi e tiene con te».
In un mese e mezzo di emergenza, «e lo siamo ancora», ce n’è uno che Claudia non riesce a scansare dalla mente. «Ai malati intubati e sedati sollevi la palpebra per fare l’esame morfologico alle pupille. C’è una paziente. Dopo settimane di intubazione ha iniziato a migliorare. Le palpebre si sono alzate da sole. Ho visto questi occhi azzurri, bellissimi, profondi. Mi sono chiesta: come è possibile che non li avevo notati prima, quando alzavo io le palpebre? Avevano ripreso vita e l’abbiamo estubata. Che bella sensazione».
La storia di Claudia è quella di un medico che non pensava di vedere tutto così velocemente. Nemmeno decine di colleghi morire di coronavirus come i loro pazienti. Ha paura? «No. Prudenza sì, paura no. Noi medici non siamo eroi e nemmeno kamikaze. Bisogna usare i dispositivi di protezione individuale. Sempre. Non azzeri i rischi ma li minimizzi. La mattina arrivo 20 minuti prima. Mi bardo. Tuta, doppi guanti, visiera, occhiali, maschera, calzari, copriscarpa. La “sicurezza della scena” è la prima cosa che ci insegnano. Qui ci sono due persone che controllano nell’area vestizione e svestizione. Poi ogni lavoro ha i suoi rischi: vieni in contatto con malati di meningite, di epatite C, di Hiv. E adesso di coronavirus». È tardi.
È ora di qualche briciolo di vita fuori dall’ospedale. «Vado a fare un po’ di spesa e torno a casa». Quando finirà  il tempo sospeso dell’assedio? «Non lo so. Qui adesso va un po’ meglio. Meno accessi in pronto soccorso. Appena si riemerge voglio andare a trovare i miei a Palermo».

(da “La Repubbica”)

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SPENDE LA PENSIONE PER PAGARE LA SPESA A 25 FAMIGLIE IN DIFFICOLTA’

Aprile 1st, 2020 Riccardo Fucile

IL GESTO DI UN ANZIANO DAL CUORE D’ORO…LA PROTEZIONE CIVILE GLI HA FORNITO LA LISTA DELLE FAMIGLIE BISOGNOSE

Ha ritirato la pensione e poi l’ha utilizzata per pagare la spesa a 25 famiglie: è questo l’atto gentile di cui si è reso protagonista Antonio di Biase.
L’episodio, come riporta il Messaggero, è avvenuto a San Salvo, in provincia di Chieti: l’uomo ha provveduto a contattare i volontari della Protezione civile Arcobaleno che si sono subito attivati facendosi consegnare dall’ufficio delle Politiche sociali del Comune di San Salvo una lista di famiglie meno abbienti e messe in difficoltà  dall’emergenza Covid-19.
Nel giro di qualche ore Di Biase insieme all’amico, il carabiniere Raffaele Caterino, ha sistemato i generi alimentari acquistati (frutta, olio, carne, pasta, zucchero, latte, verdura, scatolame) nelle buste e i volontari della Protezione Civile Arcobaleno li hanno consegnati alle famiglie di San Salvo che hanno apprezzato il gesto generoso e di solidarietà  di un loro concittadino.

(da agenzie)

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A SIRENE SPIEGATE DAVANTI AGLI OSPEDALI: L’OMAGGIO DELLE FORZE DELL’ORDINE A MEDICI E INFERMIERI IN TRINCEA

Marzo 31st, 2020 Riccardo Fucile

DAVANTI A MOLTI OSPEDALI IL RINGRAZIAMENTO PER CHI COMBATTE IN PRIMA LINEA

Da Massa e Sassuolo a Brindisi, passando per Chieti. Saluto militare, sirene spiegate e tanti applausi: sono l’omaggio che carabinieri, polizia e vigili del fuoco, protetti dalle mascherine, rendono a medici, infermieri e volontari impegnati in prima linea per combattere il Coronavirus.
La scena si è ripetuta nei giorni scorsi nei piazzali davanti a molti ospedali lungo tutta la penisola. Le forze dell’ordine schierate come in un picchetto d’onore hanno voluto ringraziare i sanitari che devono affrontare l’emergenza, ma anche sostenere i pazienti ricoverati.
Gli operatori sanitari, abbigliati con le tutte e i camici protettivi, sono usciti per qualche istante dalle strutture per ringraziare a loro volta i militari del gesto, del sostegno e della vicinanza.

(da Open)

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L’ACCOGLIENZA VIENE SEMPRE RICOMPENSATA, L’ALBANIA CE LO HA INSEGNATO

Marzo 29th, 2020 Riccardo Fucile

LA LEZIONE DI TIRANA: “SONO 30 ANNI CHE CI AIUTATE, E’ IL MINIMO ESSERE QUI”… “CI AVETE ACCOLTO E ADOTTATI, COMBATTEREMO INSIEME”

All’inizio degli anni ’90, con il collasso del regime comunista, l’Italia scoprì di essere diventata la terra promessa degli albanesi.
Di quel periodo l’immagine simbolo — in una storia piena di pagine buie — diventò lo barco a Bari di circa 20mila profughi albanesi dal bastimento Vlora, preso d’assalto dai migranti nel porto di Durazzo e dirottato verso l’Italia.
Era l’8 agosto del 1991, molti di quei profughi furono rispediti in Albania, molti altri furono rinchiusi nello Stadio della Vittoria, dove rimasero per 8 giorni in quello che si trasformò in un vero e proprio inferno.
Eppure quel momento così drammatico fu seguito da un’altra storia, una storia lunga trent’anni e fatta anche di sostegno e integrazione.
Un passato in nome del quale oggi è l’Albania a tendere la mano all’Italia, messa in ginocchio dall’epidemia di Covid-19.
“Sono 30 anni che ci aiutate e supportate: è il minimo che potevamo fare per questa nazione”. A parlare così è un infermiere di Pronto soccorso di 35 anni di Tirana, che fa parte della delegazione di 30 persone tra medici e infermieri arrivati a Brescia, dove prenderanno servizio nel principale ospedale della città  per l’emergenza Coronavirus. “Sono consapevole di quanto sta accadendo negli ospedali bresciani, ma non mi spavento”, ha detto l’infermiere all’Ansa. “Da quando ho sentito che i numeri dei contagiati continuavano a crescere in Italia mi sono informata in ogni modo per poter aiutare il vostro Paese e ho risposto all’appello”, ha raccontato una dottoressa albanese. “Mia madre nel 2011 è stata operata a Pisa. Quei medici l’hanno salvata e ora io voglio restituire quanto è stato fatto”.
Un’altra infermiera ha aggiunto: “Per noi è una possibilità  importante e sono sicura che vinceremo questa battaglia. Mio papà  che è medico è stato contagiato da Covid 19 e io voglio aiutare i bresciani”.
Il volo con i 30 sanitari albanesi è atterrato questa mattina all’aeroporto Valerio Catullo di Verona, riaperto in via straordinaria per l’occasione, dopo essere arrivato ieri sera a Fiumicino. I medici e gli infermieri albanesi presteranno servizio negli ospedali di Brescia e Bergamo, nelle zone più colpite dalla pandemia.
“Non siamo privi di memoria: non possiamo non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà . Oggi siamo tutti italiani, e l’Italia deve vincere e vincerà  questa guerra anche per noi, per l’Europa e il mondo intero”, ha detto ieri il premier albanese Edi Rama, salutando all’aeroporto di Tirana il team di medici e infermieri. “Voi membri coraggiosi di questa missione per la vita, state partendo per una guerra che è anche la nostra”, ha aggiunto rivolgendosi al team sanitario.
E ancora: i nostri medici “non sono molti e non risolveranno la battaglia tra il nemico invisibile e i camici bianchi che stanno lottano dall’altra parte del mare. Ma l’Italia è casa nostra da quando i nostri fratelli e sorelle ci hanno salvato nel passato, ospitandoci e adottandoci mentre qui si soffriva”, ha aggiunto Rama nel breve saluto cui era presente anche l’ambasciatore d’Italia in Albania, Fabrizio Bucci.
“Noi stiamo combattendo lo stesso nemico invisibile. Le risorse umane e logistiche non sono illimitate, ma non possiamo tenerle di riserva mentre in Italia c’è ora un enorme bisogno di aiuto”.
“E’ vero che tutti sono rinchiusi nelle loro frontiere, e paesi ricchissimi hanno voltato le spalle agli altri. Ma forse è perchè noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non possiamo permetterci di non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non l’abbandonano”, ha concluso.
Quello di oggi è un nuovo capitolo di una storia iniziata più di trent’anni fa, ma tenuta in vita nei piccoli gesti quotidiani.
Gesti come quello di tre piccoli paesi del Molise, che lo scorso anno hanno inviato fondi alla comunità  di Kruja, paese albanese gemellato con Portocannone. “C’è orgoglio nel vedere questo scambio di solidarietà . Abbiamo dato una mano durante il terremoto in Albania e ora sono loro a venire in nostro aiuto. Come comunità  arbereshe del Basso Molise, poco prima che scoppiasse l’emergenza coronavirus, abbiamo inviato 3 mila euro alla comunità  di Kruja, paese albanese gemellato con Portocannone, centro di origine dell’eroe Skanderberg, con cui siamo in contatto”, ha raccontato all’Ansa il sindaco di Portocannone Giuseppe Caporicci che, insieme ai primi cittadini Raffaele Primiani di Ururi (Campobasso) e Giorgio Manes di Monteciflone (Campobasso), hanno promosso una raccolta fondi tra le comunità  a minoranza linguistica albanese. “Non è stato facile – ha proseguito Caporicci – ma l’abbiamo fatto. Nel nostro piccolo abbiamo dato una mano ai nostri connazionali. Lo scorso novembre sono stato in Albania e sono stato accolto nel migliore dei modi dalla comunità  e dal Presidente della Repubblica Ilir Meta. Sono momenti belli, ricordi unici di vita”.
Primiani, amministratore di Ururi, ricorda come negli anni ’90 la comunità  locale accolse molti albanesi fuggiti dal Paese dominato dalla dittatura. “Allora li abbiamo aiutati – spiega all’Ansa il sindaco del paese – Qui hanno trovato lavoro e un futuro. Ci sono famiglie che sono ancora qui a Ururi e anche a Campomarino. Siamo di origine arbereshe, siamo legati, parliamo l’antica lingua albanese del 1450. Mi auguro che dopo questa emergenza riuscirò a realizzare un murales dedicato all’eroe Skanderberg”.

(da agenzie)

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“NON DIMENTICHIAMO QUELLO CHE L’ITALIA HA FATTO PER NOI”: L’ALBANIA INVIA MEDICI E INFERMIERI

Marzo 29th, 2020 Riccardo Fucile

IL PREMIER RAMA: “NOI NON SIAMO RICCHI MA NEANCHE PRIVI DI MEMORIA, GLI ALBANESI NON ABBANDONANO MAI UN PROPRIO AMICO IN DIFFICOLTA'”

“Non siamo privi di memoria: non possiamo non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non abbandonano mai un proprio amico in difficoltà . Oggi siamo tutti italiani, e l’Italia deve vincere e vincerà  questa guerra anche per noi, per l’Europa e il mondo intero”. E’ quanto ha detto il premier albanese Edi Rama, salutando all’aeroporto di Tirana un team di 30 medici e infermieri albanesi in partenza per l’Italia in aiuto ai colleghi impegnati nella lotta al coronavirus in Lombardia: “Voi membri coraggiosi di questa missione per la vita, state partendo per una guerra che è anche la nostra”, ha aggiunto rivolgendosi al team sanitario.
“Trenta nostri medici e infermieri partono oggi per l’Italia, non sono molti e non risolveranno la battaglia tra il nemico invisibile e i camici bianchi che stanno lottano dall’altra parte del mare. Ma l’Italia   è casa nostra da quando i nostri fratelli e sorelle ci hanno salvato nel passato, ospitandoci e adottandoci mentre qui si soffriva”, ha aggiunto Rama nel breve saluto cui era presente anche l’ambasciatore d’Italia in Albania, Fabrizio Bucci.
“Noi stiamo combattendo lo stesso nemico invisibile. Le risorse umane e logistiche non sono illimitate, ma non possiamo tenerle di riserva mentre in Italia c’è ora un enorme bisogno di aiuto”.
“E’ vero che tutti sono rinchiusi nelle loro frontiere, e paesi ricchissimi hanno voltato le spalle agli altri. Ma forse è perche noi non siamo ricchi e neanche privi di memoria, non possiamo permetterci di non dimostrare all’Italia che l’Albania e gli albanesi non l’abbandonano”, ha concluso.
“Voglio ringraziare il premier Edi Rama, il governo e il popolo albanese per la solidarietà  che ci stanno dimostrando”, ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio accogliendo la delegazione a Fiumicino.   “La solidarietà  che l’Albania dimostra è un valore comune che ha fatto nascere l’Unione europea e che sta ricordando a tanti Paesi dell’Ue in questo momento”, ha aggiunto Di Maio spiegando che i medici andranno in Lombardia.
I medici e gli infermieri albanesi arrivati oggi a Roma pernotteranno alla Cecchignola questa notte e domani partiranno per la Lombardia, ha spiegato il ministro Di Maio ribadendo il suo grazie “all’Albania e al popolo albanese”.
A Fiumicino, ad attendere il team albanese, oltre a Di Maio c’erano anche il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri   ed il vice capo Dipartimento della Protezione civile, Agostino Miozzo.

(da agenzie)

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