Ottobre 9th, 2019 Riccardo Fucile
FINALMENTE UNA ITALIANA CHE FA PARLARE POSITIVAMENTE DEL NOSTRO PAESE… SIAMO SEMPRE IN ATTESA CHE SALVINI OSPITI UN TERREMOTATO O SENZATETTO ITALIANO IN UNA DELLE SUE TRE CASE
Elisabetta Canalis ha utilizzato il suo canale Instagram per una buona causa: ha infatti raccontato,
postando un commovente video, la storia di Luce e dei suoi due bambini che sta ospitando nella sua dimora negli Usa.
La ragazza e i figli sono infatti tra gli sfollati arrivati negli Stati Uniti dopo il disastro provocato dall’uragano Dorian nell’isola di Abaco.
«Vi scrivo questo perchè nella mia vita di tutti i giorni ci sono queste persone meravigliose ed ho trovato giusto farvele conoscere. Stiamo vivendo tutti un’esperienza molto bella ed … inaspettata!» scrive Elisabetta Canalis nella didascalia del suo video su Instagram in cui la si vede accogliere i due bambini che entrano nella sua casa.
Si tratta della famiglia di sfollati che l’attrice ha deciso di ospitare «fino a quando il loro visto glielo consentirà ».
Elisabetta Canalis racconta che dopo il terribile passaggio dell’uragano Dorian sull’isola di Abaco, aveva cercato di rintracciare le persone che conosce sull’isola, dove lei e il compagno hanno una casa. Tra un tentativo e l’altro è riuscita a mettersi in contatto con Luce, «una ragazza che ha 2 bambini stupendi e che mi disse che aveva perso tutto e che lei ed i bambini erano stati messi in uno shelter, una specie di dormitorio messo in piedi per gli evacuati — spiega nel post- Lei dormiva sopra un banco ed i bambini lo stesso. L’acqua ( che durante Dorian è salita anche a 14 piedi) le arrivava alle gambe e non sapeva dove li avrebbero mandati».
A quel punto Elisabetta e suo marito hanno deciso di fare la loro parte per cercare di dare una mano. Sbrigati i necessari passaggi burocratici, è riuscita a far arrivare nella sua casa a Los Angeles la donna con i suoi due figli, che adesso frequentano la scuola pubblica di West Hollywood.
« È la prima volta che nelle Bahamas un’intera comunità viene completamente cancellata nel giro di 3 giorni da un disastro naturale» spiega ancora Canalis descrivendo il cataclisma le cui proporzioni non hanno precedenti.
«L’isola di Abaco non ha più rete elettrica ne’ idrica, non ci sono più scuole, non esistono più la maggior parte delle abitazioni, supermercati, uffici, ed il piccolo porto è andato distrutto. — scrive — Non esiste più un centro di aggregazione per gli abitanti che si sono dovuti rifugiare tra le macerie o sotto ai cespugli fin quando l’esercito non è riuscito ad atterrare in ciò che e’ rimasto dell’aeroporto e salvare gli abitanti».
Il gesto solidale ed altruista è stato accolto con entusiasmo dai suoi follower, tra cui anche tanti colleghi del mondo dello spettacolo e della moda, grati e orgogliosi che l’ex velina italiana abbia dato il buon esempio.
(da “Giornalettismo”)
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Ottobre 8th, 2019 Riccardo Fucile
NOI AVREMMO AGGIUNTO “A CALCI IN CULO”, COME GESU’ CACCIO’ I MERCANTI DAL TEMPIO
«Assassini», «Rinnegatori della Croce di Cristo», «Via dalla chiesa, non so che farmene di questo tipo di fedeli».
Sono solo alcune delle giuste frasi pronunciate da padre Michele Santoro. È cominciato tutto durante la celebrazione delle 11 nella chiesetta di Montevergine a Caserta: al momento dell’omelia il francescano parla dello «ius culturae».
«Sono assassini e nemici della Croce di Cristo quelli che si oppongono allo ius culturae attacca dall’altare -. Chi, come la Lega, preferisce che bambini nati in Italia e qui cresciuti vengano rimpatriati vuole la loro morte. E chi vuole la morte è un assassino. Non si uccide solo con una pistola, ma anche sconvolgendo la mente delle persone.
Chi condivide le idee di Salvini è preferibile che vada a farsi una passeggiata fuori invece di stare qui. Ancora non mi spiego le percentuali ottenute alle scorse elezioni dalla Lega, specie qui al Sud. Onestamente non so che farmene di questo tipo di fedeli», queste solo alcune delle frasi pronunciate dal parroco.
(da agenzie)
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Ottobre 7th, 2019 Riccardo Fucile
COME SEMPRE I SEDICENTI FASCISTI “USATI” E POI SCARICATI DALLE LEGA
Andrea Lorusso, portavoce dell’assessora regionale leghista alle Politiche Sociali del Piemonte Chiara Caucino, che ha pubblicato una foto inginocchiato davanti alla tomba del Duce con la frase “io non ho tradito”, è stato licenziato.
Groucho Marx diceva: “Guardate quest’uomo: sembra un deficiente e parla come un deficiente, ma non lasciatevi ingannare: è veramente deficiente!”.
Allo stesso modo, nonostante lui dicesse di non essere fascista ma soltanto anticonformista (LOL), evidentemente la pubblicazione della foto con il motto chiaramente riferito al Duce così come la condivisione — secondo la sua versione “involontaria”… — della frase “La donna deve obbedire, non deve contare” alla fine hanno avuto un qualche peso.
Lorusso dopo la bufera aveva pubblicato un post su facebook in cui sosteneva che la sua fosse una “Goliardata da ragazzo” e di aver “pubblicato sempre foto irriverenti, citazioni scomode” perchè la sua era “pura e semplice provocazione intellettuale, un andare controcorrente”, mentre lo “mortifica il massacro mediatico a cui sono stato sottoposto”.
Ad annunciare il licenziamento è proprio l’assessora: “Oggi non sono a Torino per altri impegni, ma sto prendendo questo provvedimento che firmerò domani”.
E pensare che proprio lei aveva minacciato: “Le sue parole non mi rappresentano, ma querelerò chiunque colleghi la mia immagine a una visione fascista del mondo” aveva detto.
Duro è stato anche l’intervento sul caso del governatore del Piemonte, Alberto Cirio. “Posizioni e parole di questo tipo sono inaccettabili — ha detto il presidente della Regione — Verificherò direttamente la situazione, perchè il rapporto tra gli assessori e il proprio staff è di carattere fiduciario”.
Un breve commento:
1) Ognuno è libero di pregare per chi gli pare, ma dovrebbe essere un atto privato, non è necessario pubblicare una foto in posa se non si è imbecilli o esibizionisti.
2) Il portavoce ha potuto apprezzare la solidarietà del suo referente leghista: i sedicenti fascisti da avanspettacolo vengono “usati” e poi, in caso di mala parata, scaricati come rifiuti ingrombanti. Vale per Lorusso come per tutti i fessi che non hanno capito che la Lega con la destra non c’entra una mazza.
3) Lorusso poi non ha avuto neanche il coraggio e la coerenza di confermare la sua scelta, facendo il “pentito” per convenienza, parlando di goliardata e dichiarando di essere lontano da quella ideologia, forse sperando in uno sconto di pena (e questo sarebbe “quello che non ha tradito”?)
Giusto il licenziamento per mancata dignità (che sia di destra o di sinistra ha poca rilevanza)
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Ottobre 6th, 2019 Riccardo Fucile
A 29 ANNI E’ STATA INSERITA DA FORBES TRA LE 100 GIOVANI LEADER DEL FUTURO: “IL FALLIMENTO FA PARTE DEL SUCCESSO, SERVE SBAGLIARE PER CRESCERE”
Un’occhiata allo spartito, sguardo concentrato, bacchetta in su. Via. I violini iniziano a suonare,
il pianista sposta veloce le dita sulla tastiera. La bacchetta magica di Beatrice Venezi sa quando far partire musica, quando è il momento per le note di accelerare e quando invece è ora che cali il silenzio.
Lei è nata a Lucca, ha 29 anni ed è direttrice d’orchestra da quando ne aveva 22. Anzi è “direttore”, preferisce farsi chiamare così: «Non penso serva sottolineare il genere di un professionista».
È la più giovane d’Italia, una delle più giovani del mondo. Niente frac. Venezi sul palco si veste sempre femminile. «Perchè devo nascondere di essere donna?», chiede. Ma ammette che in Italia sulla parità c’è molto da fare: «A volte mi sento meglio all’estero, qui ci sono ancora dei pregiudizi».
All’interno del teatro, assicura invece di essersi sempre sentita alla pari: «A volte mi capita di avvertire come un soffio di ostilità , ma quando si inizia a suonare in dieci minuti tutto sparisce. Lo studio e la preparazione vincono sui pregiudizi. L’orchestra è un mondo molto meritocratico». Venezi ha ricevuto nella Fondazione Feltrinelli di Milano il premio Leonia per l’Audacia 2019, istituito da Lamberto Frescobaldi. E noi, prima della premiazione, abbiamo fatto una chiacchierata con lei.
Venezi dice di essere convinta che «la musica classica possa arrivare anche ai millenial perchè le vibrazioni di un’orchestra non possono lasciarti indifferente. Ne ho le prove». Ma ammette con un sorriso: «La trap? Non la apprezzo particolarmente». Con coraggio, ama sperimentare e mischiare generi musicali. Dopo la premiazione, ha diretto un’esibizione insieme ai Cat Paradox unendo musica sinfonica ed elettronica in un incontro inaspettato.
Venezi — scelta da Forbes come una dei 100 giovani under 30 leader del futuro — è convinta che con l’impegno, lo studio e la preparazione si possa arrivare dappertutto. Ai giovani consiglia di «studiare tanto», essere «pronti a fare rinunce», «non tirarsi mai indietro», ma anche di ricordarsi di sbagliare perchè «il fallimento fa parte del successo». Lei stessa non è stata ammessa al conservatorio di Milano: «Non fui presa al biennio di specialistica in direzione d’orchestra».
«Bisogna conviverci, capita a tutti di sbagliare, avrai il momento di down e poi ripartirai, fa parte del ciclo. È nell’errore che c’è la crescita».
Per quanto riguarda il premio Leonia per l’audacia, Venezi si dice molto lusingata dal riconoscimento: «Il premio Leonia porta il nome di una donna forte e innovativa. È un onore essere legata con un filo rosso a lei».
Leonia nel 1878 vinse all’Expo di Parigi la medaglia d’oro per il suo vino prodotto a Pomino, vicino Firenze. «Leonia è venuta in Italia e ha messo in piedi un’attività per cui ha addirittura vinto un riconoscimento importante come quello dell’Expo. Per una donna, giovane, nel 1800 non è poco», spiega Lamberto Frescobaldi che ha deciso nel 2014 di istituire il premio dedicato alla sua trisavola.
«La scelta dei vincitori avviene sempre con un occhio attento ai giovani: abbiamo premiato spesso giovani e siamo sensibili a tematiche che possano interessare loro perchè i ragazzi sono il futuro, sono la nostra linfa», conclude Frescobaldi prima di consegnare la targa a Beatrice Venezi «una donna, giovane, che è riuscita con l’audacia a raggiungere obiettivi importanti proprio come Leonia».
(da Open)
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Settembre 30th, 2019 Riccardo Fucile
DA OGGI A GIOVEDI’ MANIFESTAZIONI NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA E DELL’ACCOGLIENZA
“Siamo sulla stessa barca” è lo slogan. Come dire che l’umanità e l’uguaglianza uniscono tutti, chi
sale si barconi per cercare di attraversare il Mediterraneo e chi sta dall’altra parte.
Sono passati quasi sei anni dal tragico naufragio del 3 ottobre 2013 e Lampedusa si prepara a rendere omaggio a quelle vittime e alle migliaia di altre che in questi anni purtroppo hanno perso la vita, con una serie di manifestazioni che quest’anno assumono un sapore particolare. Nella speranza che, superata la stagione di Salvini al Viminale, la gestione dei flussi migratori possa essere garantita nel nome della solidarietà e della dignità umana.
Per il quinto anno consecutivo il Comitato 3 ottobre porta a Lampedusa più di duecento studenti di 60 scuole provenienti da 20 paesi europei per un progetto supportato da Unchr, Oim, Medici senza frontiere, Save the children, Amnesty International, Associazione nazionale vittime civili di guerra, Cisom, Legambiente Lampedusa, Esther Ada.
A Lampedusa, a comfrontarsi con i ragazzi che da oggi daranno vita a laboratori internazionali su diritti dei migranti e dei rifugiati, soccorsi in mare, razzismo e discriminazione, torneranno alcuni dei superstiti del naufragio del 3 ottobre in cui morirono 366 migranti e di quello dell’11.
Ci sarà anche il ministro dell’Istruzione Fioramonti che presenterà personalmente il progetto del concorso per la prossima edizione. Mercoledi l’incontro tra i ragazzi e i sopravvissuti del naufragio che racconteranno la loro drammatica esperienza ma anche quella che è diventata ora la loro vita. Tutti hanno lasciato l’Italia e vivono in paesi del Nord europa. Le manifestazioni si concluderanno giovedi con la marcia verso la porta d’Europa e la deposizione di una corona di fiori in mare.
“L’obiettivo – dice Tareke Brhane, presidente del comitato 3 ottobre – è quello di promuovere nelle giovani generazioni europee occasioni di apprendimento per favorire una cultura dell’accoglienza e della solidarietà al fine di contrastare intolleranza, razzismo e discriminazione e favorire processi di inclusione e inserimento sociale dei migranti”.
Negli stessi giorni si svolgeranno le iniziative del progetto “Snapshots from the Borders”, di cui è capofila il Comune di Lampedusa e di cui è partner Amref. “Per costruire un futuro migliore – dice il sindaco Totò Martello – dobbiamo custodire la memoria. Solo ricordando quello che è successo, possiamo impegnarci per impedire che accada di nuovo”
Quest’anno, oltre alle iniziative che si svolgeranno a Lampedusa e Palermo, sono stati organizzati eventi in trenta capitali europee, proiezione di documentari, dibattiti, mostre, flash-mob, concerti, etc) per sensibilizzare i cittadini sui differenti temi ed aspetti legati alle migrazioni e per sostenere la petizione che ha come obiettivo la richiesta alle istituzioni dell’UE di proclamare il 3 Ottobre “Giornata Europea della Memoria e dell’Accoglienza”
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2019 Riccardo Fucile
TRENT’ANNI, NATO IN ERITREA: DAL SEQUESTRO IN SUDAN AL VIAGGIO DI 14 GIORNI NEL DESERTO, DALLA PRIGIONIA IN LIBIA AL VIAGGIO IN MARE
Il 19 settembre di quest’anno, Abraham Tesfai lo ricorderà per sempre. È il giorno in cui si è laureato, il giorno in cui ha coronato un sogno che inseguiva da bambino. Trent’anni, nato e cresciuto in Eritrea, oggi lavora come operatore in una cooperativa. Attivista impegnato per la tutela dei diritti umani dei suoi connazionali, vive a Bologna. Lì ha realizzato quel sogno per cui è scappato dal suo Paese d’origine e nel 2008 ha raggiunto Lampedusa su un’imbarcazione appena più grande di un canotto, scampando alla morte – “eravamo ammassati e il gommone imbarcava acqua”, ricorda – grazie all’intervento di un elicottero e poi di una nave della Marina militare italiana.
In mezzo ci sono il sequestro in Sudan, la fuga e il viaggio di quattordici giorni in mezzo al deserto, l’arrivo e la prigionia in Libia, “lì ho visto tutta la miseria e il male che può esserci su questa terra, lì sono morti i tre amici con i quali ero andato via dall’Eritrea”, racconta e la voce si abbassa di tono.
La sua è la storia di chi crede nella bellezza di un sogno e si impegna per realizzarlo, ma anche di chi si batte per la libertà e i diritti fondamentali, per sollevare il velo sulle sofferenze di milioni di persone contro l’indifferenza montante, in tempi di porti chiusi, invasioni vagheggiate, emergenze umanitarie ignorate, muri reali e simbolici.
Dal suo arrivo in Italia sono passati undici anni, durante i quali Abraham, che allora di anni ne aveva diciannove, ha dovuto ricominciare daccapo. Una volta, due, tre. Quando da Lampedusa è stato destinato in un centro di accoglienza a Caltanissetta e, dopo tre mesi, si è ritrovato per strada, in tasca un visto umanitario.
Conosceva quasi niente di italiano – “purtroppo nelle strutture di accoglienza la lingua si insegna poco” – insieme a un paio di migranti conosciuti da poco, ha deciso di saltare su un treno e raggiungere Bologna.
Racconta Abraham: “Amici eritrei mi ospitarono, ma mi consigliarono di andare in Svizzera”. E lui ci va, prova a ripartire da lì, ma, essendo sbarcato e avendo dunque impresso le sue impronte digitali in Italia, in base a quanto stabilito in linea con l’Agenda europea, viene rimandato indietro.
Torna a Bologna, incontra don Giovanni Nicolini, ex direttore della Caritas locale. “Mi ha dato una piccola stanza – spiega Abraham, mi ha aiutato in un momento tanto difficile. Erano anni di crisi, non avevo punti di riferimento. Davvero non sapevo cosa fare”.
Una cosa, in realtà , la sapeva. Voleva laurearsi. Non solo per ambizione personale. Lo studio, per Abraham, significa prima di tutto “radici” e la possibilità di restare connessi alla storia, sua, personale e familiare, e collettiva, dell’Eritrea.
“Sono nato e cresciuto in una famiglia che ha combattuto per l’indipendenza del mio Paese, i miei genitori hanno trasmesso a noi figli il valore dello studio perchè avessimo possibilità che loro non hanno avuto. Mamma e papà sostenevano il Fronte di liberazione e nel ’91, quando si arrivò all’indipendenza, erano felici”, sospira.
Ma nel volgere di pochi anni i liberatori si trasformano in oppressori e il presidente, Isaias Afewerki, concentra tutto il potere nelle sue mani. Abraham ricorda la disillusione dei suoi, lo sconforto “quando, andavo alle scuole medie, mi arrivò la notizia che l’Università ad Asmara era chiusa”. La situazione peggiora, arriva un editto che impone il servizio militare obbligatorio e permanente a uomini e donne.
Tocca anche a lui e in quelle caserme si ritrova faccia a faccia con l’orrore – “cose inenarrabili. Ci legavano mani e piedi, ci torturavano. Avevo diciotto anni, sono arrivato a odiare la vita – dice – L’unica possibilità di salvezza era andare via”.
E così una notte, insieme a tre amici e sotto una pioggia scrosciante Abraham scappa. Nelle orecchie il suono dell’acqua che veniva giù, in corpo la paura di essere scoperto – “ci avrebbero uccisi di sicuro” – in mente il desiderio di riprendere a studiare e laurearsi.
Quando, respinto dalla Svizzera, torna a Bologna, pensa subito di iscriversi all’Università . “In Eritrea avevo preso il diploma di liceo, ma ce lo aveva il regime, era impossibile ottenere il documento. Così sono andato alla scuola serale”.
L’inizio è in salita: la mattina in giro per lavoro – “magazziniere, autista in una ditta di pulizie, ho fatto tanti lavori” – il pomeriggio tra i banchi. E, sempre, la paura di non farcela, “il disagio di trovarmi accanto all’uomo bianco, che io consideravo superiore. Poi a una verifica di matematica presi il voto più alto della classe e ho iniziato ad avere fiducia nelle mie possibilità . E anche grazie a tanti insegnanti che hanno creduto in me, ho preso il diploma da perito meccanico”.
Passo successivo, l’iscrizione all’Università . Abraham ha scelto la facoltà di Agraria, “per aiutare la gente in Eritrea” e infatti ha centrato la sua tesi sullo studio della coltivazione del teff, un cereale tipico e largamente utilizzato nel suo Paese d’origine. Dal 2012 ha iniziato a supportare i suoi connazionali, intanto arrivati sempre più numerosi in Italia, lavorando anche come interprete, pure per la Questura di Bologna. Fa parte della rete di attivisti “Eritrea democratica”, partecipa a iniziative e organizza incontri e diverse volte è stato ospite in Parlamento, in Italia e a Bruxelles, per denunciare le condizioni in cui vivono gli eritrei nel loro Paese e i migranti rinchiusi nelle carceri libiche.
Corre dei rischi Abraham e lo sa – nel suo “La frontiera” Alessandro Leogrande ha scritto che gli eritrei difficilmente parlano di quanto accade sotto la dittatura di Afewerki rinunciando all”anonimato “per la presenza in tutta Europa di agenti dei servizi eritrei” perchè temono possibili ripercussioni sulle loro famiglie.
“I miei genitori non hanno avuto il visto per raggiungermi nel giorno della laurea, – va avanti Abraham – più volte hanno tentato di tapparmi la bocca, ma io vado avanti. Sapere come stanno le cose è fondamentale. Gli eritrei sono forzati alla migrazione da una situazione insostenibile. Io, e come me, la gran parte dei miei connazionali, non ho mai voluto lasciare il mio Paese d’origine”.
E qui si tocca un’altra questione, che riguarda direttamente una certa narrazione sui migranti. Deformata e deformante, secondo studiosi, esperti e attivisti, eppure negli ultimi anni molto diffusa, sempre più accreditata.
“Se un Paese chiude i suoi porti – spiega Abraham – significa che vuole chiudersi, e questo non va bene. L’Italia non è questa, è un Paese aperto, che vuole guardare al futuro con serenità e noi abbiamo il dovere di impegnarci perchè prevalgano le ragioni della solidarietà e dell’integrazione”.
Dice “noi”, Abraham “perchè, “mi sento cittadino italiano nonostante abbia l’obiettivo di tornare in Eritrea, per avviare una collaborazione tra i due Paesi e so che non potrò farlo fino a quando non cade la dittatura – aggiunge – l’Italia, che all’Eritrea è profondamente legata, può fare qualcosa per cominciare ad affrontare quella che è una vera e propria emergenza umanitaria, al pari di quanto accade nelle carceri libiche. Mi sento cittadino italiano, sì, anche se avendo una carta di soggiorno ufficialmente non lo sono. Ma sono riconoscente a questo Paese, nel quale resterò a vivere fino a quando non potrò tornare in Eritrea, per avermi restituito alla vita, quando quasi avevo perso la speranza, e per avermi consentito di laurearmi, realizzando il sogno di una vita”.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2019 Riccardo Fucile
DAVIDE DE NOVELLIS, PASSIONE PER IL PIANO, IN 10 ANNI E’ RIUSCITO A FARSI AMARE NEL QUARTIERE PIU’ DIFFICILE, DOVE POVERTA’ E MAFIA SEGNANO TANTE VITE: “LA GENTE E’ STANCA DELLA MAFIA, BISOGNA FAR CAPIRE CHE SI PUO’ CAMBIARE”
La foto lo ritrae con la più classica delle divise, quella di maresciallo dei Carabinieri. Seduto accanto
ad una bambina, l’aiuta a fare i compiti.
Foto straordinariamente bella per la storia che racconta. Ce la offre Repubblica, nelle pagine palermitane del giornale.
Lunedì c’era stato lo storico “inchino” di una processione, questa volta fermata davanti alla caserma dei carabinieri, non davanti all’abitazione di questo o quell’altro boss, come hanno dovuto raccontare fin qui le cronache.
Con mafia, camorra e ‘ndrangheta sicure di poter asservire non solo gli uomini, anche Dio. E la cronista di Repubblica è andata allo Zen 2 di Palermo, ha bussato alla caserma, ha incontrato l’uomo che da dieci anni ha la responsabilità del comando di una stazione che solo due lustri addietro appariva come un miracolo, dopo essere stata un azzardo.
Davide De Novellis è di un’altra città altrettanto bella e difficile. Napoletano, a Palermo ci arrivò 20 anni addietro. Per restarci, per sposarla, per adottarla. Da uomo e da carabiniere. E l’uno e l’altro aiutati da una grande passione, la musica, il pianoforte:” La musica è la mia vita – dice – se non suonassi non potrei essere il maresciallo che sono”.
Dieci anni fa non fu facile fare nascere ed accettare la caserma allo Zen 2. Qui mafia e criminalità erano alimento quotidiano, forzato, dal quale era difficile scappare. La mafia ti imboccava mafia.
Padri e figli uniti da un solo destino, che appariva ineluttabile. Lo Stato, cosa lontana e nemica, nemici quanti venivano in nome di uno Stato dal quale si diffidava. Le stanze che ora ospitano la caserma erano occupate abusivamente, “regola” era una parola che non compariva nel vocabolario di queste strade.
Con pazienza e con umanità il maresciallo riuscì a farsi accettare, a fare accettare i suoi 14 uomini. Una famiglia indivisa tra famiglie costrette a risalire la corrente, con poche speranze.
Davide De Novellis qui ci vive e ci lavora 24 ore su 24. E ci abita, condivide emarginazione urbanistica e sociale. Condividere è capire, e capire è necessario per conoscere, dialogare, ascoltare per poi farsi sentire.
Maresciallo e maestro e tant’altro. Il doposcuola coi bambini, coi bambini il calcetto, con le famiglie dello Zen piccole, rare gioie e dolori e sofferenze quotidiane.
Un maresciallo qui deve essere anche seminatore di speranza, come gli insegnanti, come il prete, come i volontari che tappano i buchi provocati dalle assenze. Il messaggio è che il domani non necessariamente sarà brutto e sporco come l’oggi, c’è una strada che – se aiutata – può far crescere, cambiare le cose anche in un posto che appare il tappo della vita.
Al maresciallo dello Zen- ci racconta l’incontro di Repubblica – non è stato facile giocare con un bambino e l’indomani bussare alla casa del bambino per arrestare il padre. E’ accaduto, ed il maresciallo dei bambini è stato guardato male dal bambino. Poi il bambino è stato aiutato a capire e per lui il maresciallo è tornato ad essere maestro e compagno di giochi.
Maresciallo allo Zen è anche questo. Ed anche ricevere gli abbracci e i ringraziamenti degli uomini del quartiere che il giorno prima avevano deciso di fermare la processione davanti alla caserma.
Gesti importanti, che segnano – perchè no – passaggi che appaiono piccoli se letti da lontano, ma che sono immensi se scritti da queste parti. Sono lastre di una nuova strada, ma possono essere schegge taglienti e minacciose nel quotidiano.
Mai un dubbio per il maresciallo napoletano divenuto palermitano: “Se andassi via adesso sarebbe un peccato… La gente qui è stanca di soprusi e vessazioni… E’stanca della mafia…”. Stanca della mafia.
Parole importanti, magiche, traguardo sognato da tutti gli uomini che, in divisa, in toga, nei panni di uomo o donna comuni, di imprenditore, di giornalista che racconta e denuncia, di prete che indica la speranza, la mafia hanno combattuto e combattono gettando sulla spianata della sfida i proprio giorni, anche la stessa vita.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2019 Riccardo Fucile
IL CAPITANO DELLA AZURA DI P&O ONORA LA SUA DIVISA E IL SUO PAESE
Una nave da crociera ha salvato 20 migranti su un gommone nel Mediterraneo, dopo che i
passeggeri li hanno sentiti gridare aiuto.
La Azura di P&O stavano navigando da Cadice a Barcellona quando si sono iniziate a sentire urla e fischi provenire dal mare. Si trattava di un gruppo di profughi a bordo di un gommone sovraffollato e in avaria.
La nave di 90 metri e 115.000 tonnellate si è quindi fermata e una scialuppa di salvataggio è stata inviata per raccogliere le persone in difficoltà , molti dei quali sarebbero adolescenti o poco più che ventenni.
I migranti sono stati poi lasciati ad Almeria, nel porto più vicino, e consegnati alla polizia locale. Il capitano dell’Azura si è quindi scusato con i suoi tremila passeggeri per il ritardo di circa dieci ore accumulato dalla nave in vista dell’arrivo a Barcellona.
Secondo quanto riferito, alcuni passeggeri hanno fatto “un lungo applauso” al termine del salvataggio, mentre i migranti “salutavano e sorridevano” alla Azura mentre lasciavano la nave.
La passeggera Dorothy Hallet, 73enne dell’Hampshire, che era in crociera con suo marito, ha parlato con il MailOnline di “una grande operazione umanitaria da parte della P&O” sostenendo come il capitano e il personale si siano meritati “un grande applauso”.
Un portavoce di P&O Cruises ha confermato l’accaduto attraverso una nota: “L’Azura ha risposto oggi a una richiesta di soccorso durante il viaggio da Cadice a Barcellona. I passeggeri sono stati sottoposti a controlli medici a bordo di Azura e quindi trasferiti alle autorità spagnole”.
(da agenzie)
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Settembre 20th, 2019 Riccardo Fucile
LA DIFFERENZA TRA IL MARE E IL PAPEETE, IL SILENZIO E LO STREPITO, IL FARE E IL CIANCIARE, LA RESPONSABILITA’ E LA PROPAGANDA
“Cosa le è passato per la mente quando ha attraccato?”.
“Ho pensato che avevo a bordo un bene prezioso, le persone. E credo che la sicurezza delle persone vada prima di ogni considerazione personale”.
“Vuole rispondere a Salvini?”
“No”.
E c’è già tutto, qui. La misura, la distanza, il franco disinteresse per le questioni davvero infime (mentre per la diffamazione sarà questione da tribunale. Ma non da tribunale mediatico).
Carola Rackete, la capitana, e Matteo Salvini, il “capitano”, non potrebbero essere più diversi. Davvero la notte e il giorno, il mare e il Papeete, il silenzio e lo strepito. La responsabilità e la propaganda. Il fare e il cianciare.
Così assistiamo, negli studi di Piazzapulita, all’intervista che mai, mai diventa scontro e duello (come siamo abituati a vedere ogni giorno): ma a ogni domanda che riconduce a offese miserrime (“Lei è ricca, è comunista, è viziata?”), a ogni tentativo di innescare polemiche, a ogni filmato che rammenta cose imbarazzanti (persone che le urlano sconcezze razziste durante lo sbarco a Lampedusa) Carola Rackete oppone compostezza, serietà , spessore.
Parla del clima, della disuguaglianza: le vere emergenze planetarie, di cui le migrazioni sono uno degli effetti. Eccole, le limpide motivazioni delle sue scelte: guidare una nave di soccorso in un continente che non vuole soccorrere, sostenere le cause dell’ambiente, dei migranti, degli ultimi, ovvero di tutto ciò per cui nessuna lobby agisce, nessuna politica si schiera.
“Ero un ingegnere, vivo dei miei risparmi. E faccio quello che ritengo giusto fare”. Perchè l’etica non è un proclama, è un’urgenza. Agire, fare, andare. Prendere una nave e raggiungere i naufraghi. Mentre altri vivono da anni e anni di poltrone e propaganda.
“Cosa le è passato per la mente quando ha attraccato?”.
“Ho pensato che avevo a bordo un bene prezioso, le persone. E credo che la sicurezza delle persone vada prima di ogni considerazione personale. Non avevo paura perchè stavo rispettando la legge internazionale”.
Ecco la sicurezza, spiegata bene.
Gli insulti — quelli urlati al molo, quelli gonfiati nei media e sui social — non la toccano: per lei la politica non è una questione personale (pur essendo un impegno personalissimo), e non può scendere dagli ideali al cortile. O al pratone di Pontida.
Ed ecco che subito le cose assumono le corrette proporzioni.
Cade la benda, e di colpo persino noi spettatori, avvezzi al colosseo quotidiano, al combattimento senza fine del nostro dibattito pubblico vile e avvelenato, respiriamo aria pulita, allarghiamo finalmente lo sguardo.
Come in mare aperto.
(da “Huffingtonpost“)
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