Aprile 13th, 2019 Riccardo Fucile
IL GIOVANE DEL MALI PORTA AI CARABINIERI IL PORTAFOGLIO CON 1300 EURO
Trova un portafogli per terra con all’interno oltre 1300 euro in contanti e lo porta ai
Carabinieri per restituirlo al legittimo proprietario.
È il gesto di Idrissa Diakitè, richiedente asilo di 23 anni residente a Cesate, nel milanese, e arrivato dal Mali dopo un lungo viaggio attraverso la Libia, dov’è stato incarcerato, picchiato e poi messo a forza su un gommone per l’Italia.
“Da noi in Mali – racconta – se trovi qualcosa che non ti appartiene la prima cosa che fai è riportarla al suo proprietario. Ho pensato questo e così sono andato dai Carabinieri, dove fortunatamente ho incontrato il signore che aveva perso i soldi. Mi ha ringraziato molto”.
Idrissa racconta poi del viaggio che lo ha portato in Italia: “In Libia sono stato in prigione, ho dovuto lavorare molti mesi. Mi dicevano che se volevo uscire dovevo pagare. Poi sono riuscito a trovare un passaggio su un’imbarcazione per l’Italia, ma una volta visto che era solo un gommone mi sono rifiutato di salire. I libici allora mi hanno messo in ginocchio, mi hanno picchiato e mi hanno gettato a bordo. È così che sono arrivato da voi”.
(da agenzie)
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Aprile 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL SENATORE SI PREPARA A PARTIRE PER LA PROSSIMA MISSIONE DI SALVATAGGIO
La sua avventura con i cinque stelle si è conclusa con la sua espulsione: troppe volte in rotta con il
vertice politico, troppe volte a voler fare di testa sua.
E quindi ora Gregorio De Falco è libero di tornare alle origini, a bordo di una nave.
Ma stavolta lo fa non solo da comandante, ma da senatore e a bordo di una nave che salva migranti in mare. Uno di quei ‘taxi del mare’, insomma, come li aveva chiamati il suo ormai ex leader Di Maio
E non un ‘taxi’ qualsiasi: nientemento che la Mediterranea Mare Jonio, la stessa che qualche settimana fa era finita sotto sequestro della magistratura agrigentina per aver salvato dei migranti in mare e disobbedito agli ordini della Guardia di Finanza che aveva intimato di spegnere i motori.
Un episodio che aveva tirato fuori tutto il peggior autoritarismo di Matteo Salvini, che invocava l’arresto per comandante ed equipaggio.
Ora il comandante Pietro Marrone e il capomissione Luca Casarini risultano indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e disubbidienza a una nave da guerra, ma la nave è stata dissequestrata; e può darsi che per il prossimo viaggio abbia a bordo anche Gregorio De Falco, che a proposito di tutta la vicenda aveva affermato: “Una direttiva di Salvini non può essere superiore a una legge nè alle convenzioni internazionali che impongono di effettuare l’operazione di soccorso, e quindi far sbarcare chi è a bordo. Il comandante che non faccia il soccorso deve andare in galera. Se Salvini dice che a bordo delle navi ong ci siano terroristi deve portare le prove. Questo è uno stato di diritto, non di polizia”.
(da Globalist)
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Marzo 21st, 2019 Riccardo Fucile
“IL 33% DEGLI ITALIANI AVEVA VOTATO IL NOSTRO PROGRAMMA E SOLO IL 17% QUELLO DELLA LEGA. ERA NOSTRO DOVERE PORTARLO AVANTI, NON ACCORDARCI A SALVINI”… “DI MAIO HA TRADITO IL PROGRAMMA DEL MOVIMENTO CHE ERA BEN ALTRO E CI HA FATTO PERDERE IL 12% DI CONSENSI”
È vero, il caso Diciotti è stato solo il punto di arrivo di un percorso che è iniziato ad Aprile 2017, quando Luigi Di Maio, che ancora non era stato nominato capo politico del partito Movimento 5 stelle, decise autonomamente dal gruppo, ma credo in accordo con la comunicazione, di dare una sterzata a destra alle posizioni del MoVimento 5 Stelle sulla questione migrazione.
All’epoca avevamo già elaborato un programma migrazione, o eravamo alla sua definizione, molto ben dettagliato e molto ben strutturato, a mio avviso, capace di cogliere la complessità della questione senza demonizzarla e di affrontarla non come una emergenza, ma come un fatto strutturale da gestire, tramite tre filoni di azioni inter connessi: quello dell’accoglienza, implementando gli SPRAR, e quindi l’integrazione e l’inclusione, quello della redistribuzione sul territorio comunitario tramite la ridiscussione in Europa dei regolamenti di Dublino III e quella più complessa e più a lungo termine di un controllo e limitazione dello sfruttamento del continente africano da parte dell’occidente, consistente in traffico di armi, sfruttamento di giacimenti, acquisto di aree fertili per assicurarsi la autonomia agroalimentare, fino ai traffici illeciti di rifiuti pericolosi e di armi, allo sfruttamento di guerre civili e disordini finalizzati ad interessi lobbistici e interferenze sui governi per accedere ad opere di ricostruzione, gestione e sfruttamento di giacimenti petroliferi o di altre materie prime…fino ai cambiamenti climatici, causa inevitabile del surriscaldamento e dei migranti cd climatici.
Abbandonare la nostra linea fu un tentativo, reputo, di testare il consenso a destra, dopo che le elezioni europee al grido di “Berlinguer, Berlinguer” non avevano dato il risultato sperato.
Fu allora che Di Maio accese un faro forte, fisso, costante e ossessivo, sulle ONG, in tv e sui media.
La richiesta di indagini e accertamenti, di per sè lecita in caso di paventati comportamenti illeciti, non ha dato negli anni seguito a nessun capo di imputazione da parte delle Procure, ma ha determinato un clima di sospetto, preludio all’indebolimento dell’azione delle ONG che hanno perso via via la fiducia dei sostenitori e hanno abbandonato man mano i mari, e ha rafforzato l’idea che fosse necessario e giusto, lecito, respingere.
Eppure noi, proprio in quei giorni, ci opponevamo con forza al decreto Orlando-Minniti con focosi discorsi in aula e nelle commissioni e agli accordi del governo con la Libia, consci che nei respingimenti e nella segregazione non ci possa essere soluzione alle condizioni di necessità di una parte così imponente della popolazione mondiale.
Ebbi modo di affrontare in quei giorni Luigi e di contrappormi a lui su questa linea, ribadendo, e fu anche notizia sui quotidiani, che lui parlava a nome personale e non a nome del movimento, essendo noi portatori di un’altra visione e di altre soluzioni…
Fu inutile, a quanto vedo, ma ancora erano i tempi in cui l’idea dell’uno vale uno erano forti e la convinzione che il lavoro collettivo rappresentasse la vera voce mi rassicurava.
Fu così che in campagna elettorale portammo avanti convinti, tanti di noi, il programma, (quello originale depositato al Quirinale e non quello “ridotto” per esigenze divulgative che ha girato poi).
Ma il governo con la Lega riaccese le nostre preoccupazioni e il decreto Salvini non è stata che una tappa attesa e una amara conferma. Il M5s ha preferito appiattirsi senza marcare le differenze sulla linea Salviniana, di cui il caso Diciotti, abbracciato da tutto il governo, non ne è che il triste epilogo.
Ha pagato questa linea? Non credo, dato che i sondaggi ci danno in caduta libera.
I sondaggi non sono altro che il polso della situazione, il termometro del gradimento da parte dei cittadini delle azioni di governo, e se gli elettori il 4 di marzo 2018 hanno votato per il 33% il programma del M5s e solo per il 17% il programma della Lega, noi avevamo il dovere verso i cittadini di rispettare quella percentuale di maggioranza in tutti i provvedimenti.
Cedendo alla Lega la narrazione generale, in definitiva, si è venuti meno al patto con gli elettori che ci ha permesso di essere qui e che ha permesso ad alcuni di noi di governare il paese.
Paola Nugnes
parlamentare M5S
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Marzo 18th, 2019 Riccardo Fucile
IL MESSAGGIO DEL COMBATTENTE ITALIANO: “NON RATTRISTATEVI, MI STA BENE COSI’, NON AVREI POTUTO CHIEDERE DI MEGLIO, SONO MORTO DIFENDENDO I PIU’ DEBOLI, SOLO COSI’ SI CAMBIA IL MONDO”
Si chiude con “Serkeftin”, la parola curda che significa vittoria il testamento di Lorenzo Orsetti. Il volontario italiano ucciso dall’Isis a Baghuz, in Siria, ha lasciato un messaggio testamento che è stato diffuso su Facebook da un suo amico, Davide Grasso.
Il testo, firmato insieme ad altri due combattenti, è una consuetudine per i volontari che si uniscono alle forze curde in Siria e descrive gli ideali che hanno portato il fiorentino a unirsi alla battaglia contro l’Isis.
“Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. – comincia la lettera – Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà . Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio”.
“Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, – continua il messaggio – perchè solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! neppure un attimo.
Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.
È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.
E ricordate sempre che ‘ogni tempesta comincia con una singola goccia’. Cercate di essere voi quella goccia.
Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!
Orso,
Tekoser,
Lorenzo”
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Marzo 18th, 2019 Riccardo Fucile
FIORENTINO, 33 ANNI, COMBATTEVA IN SIRIA A FIANCO DEI CURDI DA UN ANNO E MEZZO… “STO FACENDO LA COSA GIUSTA PER I MIEI IDEALI”… SI RENDA ONORE A UN ITALIANO CHE LA LOTTA ALL’ISIS NON LA FACEVA A PAROLE SUI SOCIAL COME I SOVRANISTI
“A quanto pare diverse case-trincee-tunnel sono rimaste. Non me lo faccio dire due volte, se
tutto va bene domani riparto”. È l’ultimo post, datato 12 marzo, postato sul suo profilo Facebook, da Lorenzo Orsetti.
Fiorentino, 33 anni, sarebbe lui il cittadino italiano che l’Isis ha annunciato di avere ucciso nei combattimenti a Baghuz, l’ultima roccaforte degli estremisti in Siria.
A lui, infatti, riconducono i documenti pubblicati su Telegram, tra cui la tessera sanitaria e la carta di credito.
Orsetti, nome di battaglia “Tekoser”, combatteva a fianco dei curdi dell’Ypg, le Unità di protezione del popolo.
“Si mangia capra alla brace e si beve tè, mentre il sole si spegne sui crinali delle colline di Afrin”, raccontava l’anno scorso a Repubblica.
“I motivi che mi hanno spinto nel nord della Siria sono molteplici, non starò qui ad elencarli. Vi basti sapere che a mille parole ho sempre preferito i fatti”.
All’epoca Orsetti si trovava schiacciato tra due eserciti, quello dello Stato Islamico e quello turco di Erdogan. “Attendo da giorni nel centro di Afrin. Alcuni abitanti ci ospitano e le nostre squadre si danno il cambio continuamente. Quando viene il mio turno non so bene cosa aspettarmi, non è più la lotta porta a porta di Kobane, e il supporto aereo non è più dalla nostra parte come a Raqqa: è uno scontro diverso, contro un nemico molto forte”.
Qualche settimana dopo si era raccontato in un’intervista al Corriere Fiorentino: “Ho lavorato per 13 anni nell’alta ristorazione: ho fatto il cameriere, il sommelier, il cuoco”, spiegava mentre era impegnato a difendere la città di Afrin dall’assedio di jihadisti e turchi.
“Mi sono avvicinato alla causa curda perchè mi convincevano gli ideali che la ispirano, vogliono costruire una società più giusta più equa”, diceva.
“L’emancipazione della donna, la cooperazione sociale, l’ecologia sociale e, naturalmente, la democrazia. Per questi ideali sarei stato pronto a combattere anche altrove, in altri contesti. Poi è scoppiato il caos a Afrin e ho deciso di venire qui per aiutare la popolazione civile a difendersi”, aggiungeva Orsetti.
E a chi gli chiedeva che cosa avrebbe fatto una volta tornato in italia rispondeva: “Non mi preoccuperei troppo delle conseguenze (la legge Alfano punisce i foreign fighters, ndr). Io non ho nessuna remora morale, sto facendo la cosa giusta, sono a posto con la mia coscienza. Siamo qua e qua resteremo fino all’ultimo. Un po’ perchè non c’è nient’altro da fare, un pò perchè è la cosa giusta da fare. Combattiamo”.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 13th, 2019 Riccardo Fucile
L’INTEGRAZIONE PASSA ANCHE PER IL VOLONTARIATO… SOLO IN TOSCANA SONO 50 I GIOVANI CHE PRESTANO SERVIZIO, OSPITI NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA
Non possono guidare, ma aiutano i soccorritori e i pazienti, spesso disabili o anziani, nel trasporto, nell’accompagnamento e nella riabilitazione.
Mentre li accompagnano li assistono, a volte li accarezzano, ci parlano, per cercare di alleviare le loro sofferenze.
Si chiamano Jennifer, Dieudonne, Ojo, Isaac, Sekou. E tanti altri ancora. Sono i circa cento giovani volontari profughi delle Misericordie d’Italia
Martedì mattina, una trentina di loro, si è ritrovato a Firenze per l’annuale incontro nazionale dei giovani in servizio civile degli enti aderenti al TESC (Tavolo Ecclesiale sul Servizio Civile), che riunisce 18 organismi, associazioni ed enti cattolici impegnati su questo ambito, un’iniziativa coordinata dalla Caritas.
Ognuno di questi giovani profughi, tutti di un’età compresa tra i 19 e i 29 anni e ospiti nei centri di accoglienza del territorio, hanno svolto il corso per soccorritore di 72 ore.
Soltanto in Toscana, sono circa 50 i migranti volontari.
“Sono ragazzi molto volenterosi — ha spiegato Claudia Barsanti, responsabile servizio civile delle Misericordie — Spesso la loro attività di volontariato va oltre le ore stabilite. Questa attività è importante per la loro integrazione, una ventina dei nostri profughi volontari è stato assunto, trovando lavoro in ambito socio sanitario”.
Ma non sempre è facile: i migranti volontari, pur indossando la divisa delle Misericordie, sono talvolta vittime dei pregiudizi delle persone. “Capita a volte che i cittadini, vedendo scendere dalle nostre ambulanze un ragazzo di colore, abbiano qualcosa da ridire”.
I migranti attivi nelle Misericordie, sono in Italia da meno di due anni. Hanno ancora difficoltà con la lingua italiana, ma imparano a poco a poco
Molti non hanno ancora la patente, motivo per cui non possono guidare i mezzi di soccorso. Il lavoro, per tutti loro, è l’obiettivo principale, ma spesso non è semplice trovarlo
“Gli operatori delle Misericordie cercano di aiutare questi ragazzi a trovare lavoro, cerchiamo di intercettare le offerte del territori — ha detto Barsanti — e alcuni di questi ragazzi hanno trovato un’occupazione nei vivai, come a Pistoia, o nei ristoranti, come in Versilia”
(da “Redattore Sociale”)
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Marzo 12th, 2019 Riccardo Fucile
HA CONVINTO IL SINDACO DELLA SUA CITTA’ A ESPORRE LE SUE TELE E RICEVE TANTI AIUTI DA OGNI PARTE DELLA FRANCIA… QUANTI ADULTI, CHUSI NEL LORO EGOISMO, DOVREBBERO IMPARARE DAI BAMBINI
Una bella storia, la storia di Arthur, un bambino di 10 anni di Cambrai (Francia) che vende i suoi disegni e con il ricavato compra panini per i senzatetto.
Tutto comincia quando il bambino ha solo 4 anni, e si imbatte per la prima volta in una persona senza dimora. L’incontro lo colpisce molto e sente il bisogno di fare di più che dare una semplice moneta, così la famiglia lo aiuta a capire in quale modo potrebbe, facendo quello che ama fare, creare qualcosa di buono per le persone che vivono ai margini
Il bambino decide quindi di disegnare, attività che piace a tutti i bambini, e di vendere i suoi disegni per aiutare i senzatetto.
Il suo obiettivo è ben più grande dei panini, il suo sogno è poter comprare una casa alle persone senzatetto, e in questi anni sta mettendo da parte i suoi ricavi
Arthur è riuscito a convincere il sindaco della sua città a esporre le sue tele e riceve tantissimi aiuti da ogni parte della Francia, per il suo progetto.
Una bellissima storia di differenza all’indifferenza
Ed è emozionante vedere come questa iniziativa sia partita da un bambino.
(da Globalist)
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Marzo 4th, 2019 Riccardo Fucile
IL PROGRAMMA PER UN NUOVO RINASCIMENTO DELL’EUROPA CONTRO CHI LA VUOLE DISTRUGGERE
Il presidente francese, Emmanuel Macron, è tornato a invocare una riforma dell’attuale assetto
europeo per far fronte alla ventata di nazionalismi che lo minacciano.
In una lettera aperta agli europei pubblicata sui quotidiani del Vecchio Continente, l’inquilino dell’Eliseo ha delineato la sua “roadmap per un Rinascimento europeo”, esortando a mettere mano all’area Schengen, al fine di ristabilire “la libertà in sicurezza”.
“L’Europa non è mai stata così necessaria dalla Seconda Guerra Mondiale e non è mai stata così in pericolo”, ha sottolineato.
Macron ha sostenuto la creazione di “una polizia di frontiera comune e un ufficio europeo per l’asilo, obblighi rigorosi di controllo, una solidarietà europea alla quale ogni Paese contribuisce sotto l’autorità di un Consiglio europeo di sicurezza interna”.
“Il confine è libertà in sicurezza”, ha sottolineato il presidente francese, esortando a “rivedere lo spazio Schengen: tutti coloro che vogliono partecipare devono adempiere agli obblighi di responsabilità (rigoroso controllo delle frontiere) e solidarietà (la stessa politica di asilo, con le stesse regole di accoglienza e respingimento)”.
Tra le proposte avanzate, il presidente francese si è anche espresso a favore di una “protezione sociale” che garantisca “per i lavoratori, dell’Est e dell’Ovest, del Nord come del Sud” una “stessa remunerazione sullo stesso luogo di lavoro e un salario minimo europeo, adattato a ciascun Paese”.
Macron ha anche esortato l’Ue a mettersi in prima fila nella lotta al cambiamento climatico, proponendo la creazione di “una banca europea del clima” per finanziare la transizione ecologica, e di una forza sanitaria comune per “rafforzare i controlli” sugli alimenti.
Infine, in vista delle elezioni europee di maggio, Macron ha suggerito la realizzazione di “un’agenzia europea per la protezione delle democrazie” che “fornirà esperti Ue a ciascuno Stato membro per proteggere il proprio processo elettorale contro cyber-attacchi e menipolazioni”.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2019 Riccardo Fucile
L’IDEOLOGIA DELL’ISIS RESTA UNA MINACCIA DA NON SOTTOVALUTARE
Dopo cinque anni di guerra le forze curdo-arabe delle SDF (Forze democratiche siriane) hanno
ripreso il controllo della provincia di Deir el Zor, nel sud-est della Siria, e si apprestano a riconquistare gli ultimi chilometri quadrati ancora in mano all’Isis.
I jihadisti, dopo essere stati cacciati dalla roccaforte di Hajin, si sono rifugiati nei villaggi circostanti radunandosi a Baghouz, diventato teatro dell’ultima battaglia contro lo Stato Islamico.
Per sapere come procede lo scontro finale e cosa significa la sconfitta dell’Isis in Siria TPI ha contattato telefonicamente Lorenzo Dellatullo, combattente italiano nelle fila delle SDF.
Come procede la battaglia per riconquistare Baghouz?
Io adesso mi trovo ad Al Hasaka (nel Rojava, ndr), sono appena tornato da Baghouz. In battaglia non hai la possibilità di riposare nè di lavarti, per cui le squadre al fronte si danno il cambio ogni 15 giorni. La riconquista della zona di Deir el Zor è stata dura. Sembrava una striscia di terreno così piccola e facile da riconquistare, invece riprenderla è costato caro. Quando arrivai qui in Siria un anno e mezzo fa non pensavo che avrei combattuto l’Isis in quella particolare regione. Raqqa stava cadendo, io ero ancora in addestramento e tutti mi dicevano che in un paio di mesi avrebbero preso Deir el Zor, ma così non è stato. Ho preso parte alla riconquista della provincia fin dall’inizio: l’offensiva è partita dal deserto di Hajin e sta per terminare a Baghouz. All’inizio è stata davvero dura. Hajin era la roccaforte dell’Isis e ogni volta che noi attaccavamo loro rispondevano con contrattacchi in cui molti dei nostri morivano. Ricordo che tutti mi sconsigliavano di andare a Deir el Zor: una volta in un attacco dell’Isis sono morti 40 combattenti e anche la prima volta che sono andato nel deserto (di Hajin, ndr) hanno spazzato via la linea del fronte in un sol colpo. Hajin è stata la battaglia più dura, poi è andato tutto un po’ meglio.
Ad Al Susah ci sono stati parecchi scontri e alla fine era rimasta solo Baghouz da riconquistare. Parliamo di una zona grande quanto un quartiere chiusa tra noi combattenti e l’Eufrate. I miliziani dell’Isis sono intrappolati in poche case, saranno a stento due chilometri, sono asserragliati lì senza cibo nè munizioni, non hanno neanche armi buone. Un tempo non era così: i miliziani avevano le armi della Turchia, adesso hanno solo esplosivi e armamenti di poco conto. Non hanno più le forze per un vero contrattacco: in pochi giorni dovrebbe finire tutto.
Quindi anche l’Isis è finito?
L’Isis come Stato islamico è finito, anche se i miliziani più importanti sono già scappati in Turchia o a Idlib.La versione statuale dell’Isis è stata sconfitta ed è un grande risultato, ma l’ideologia sopravvive. La stessa Idlib è piena di jihadisti di diverso orientamento che alle volte si combattono, ma la mentalità rimane ed è sempre la stessa, patriarcale e fondamentalista. L’ideologia dell’Isis sopravviverà anche dopo che Baghouz sarà presa. Sarà una battaglia che ci porteremo avanti per anni.
Qual è la strategia dell’Isis nel compiere i suoi attacchi?
I miliziani dell’Isis sono molto ingegnosi, hanno ingegneri militari addestrati in Occidente che riescono a fare tanto con poco. I loro droni sono da pochi soldi, non sono certo come quelli della Turchia, ma li hanno modificati per lanciare bombe. In quest’ultima fase hanno usato anche tunnel e mine per cercare di rallentarci ed attaccarci.L’Isis poi usa i civili come scudo umano, a differenza nostra. Per entrare a Baghouz abbiamo usato gli air strike degli americani, ma nell’ultima fascia di case non potevamo farlo perchè c’erano troppe persone che abbiamo prima dovuto evacuare.
Cosa pensi del ritiro degli Usa dalla Siria?
In molti ci hanno criticato per aver accettato il supporto Usa, soprattutto i filo-Assad (il presidente siriano, ndr), ma gli Stati Uniti erano l’unico alleato possibile per il Rojava. La regione autonoma è circondata da nemici e ha bisogno di sostegno, ma le condizioni imposte dalla Russia per proteggere gli abitanti della regione erano eccessive. Mosca voleva che tutto il Rojava fosse riassorbito dalla Siria, non voleva più che usassimo le bandiere nè altri simboli della regione, rinunciando a tutto quello che abbiamo costruito fino ad oggi.
Il ritiro Usa però è stato inaspettato, gli americani avevano speso molte risorse nel supportare i curdi. Magari è solo un’uscita di Trump.
So che vogliono tenere in Siria un piccolo contingente, ma tutto dipende da dove vogliono stanziarlo: lasciarlo a Deir el Zor è inutile, se invece decidessero di posizionarlo al confine con la Turchia potrebbe essere un deterrente per Ankara.
La Turchia pensi attaccherà ?
La Turchia ha sempre detto di volerci attaccare: è contraria alla rivoluzione del Rojava, per questo siamo sotto una minaccia costante e ci stiamo organizzando per resistere come meglio potremo, anche se non è facile. Ankara ha un vero esercito, non è come l’Isis. Inoltre la Turchia sotto Erdogan è diventata uno Stato ultra-nazionalista e religioso e il presidente ogni volta che attacca i curdi guadagna voti, soprattutto in vista delle elezioni amministrative del 31 marzo. La guerra però costa e la Turchia al momento sta vivendo una forte crisi economica. Nei mesi passati Erdogan ha provato ad ammassare le truppe al confine per costringere i curdi a tornare sotto Assad ma non ha funzionato, per cui potrebbe compiere un attacco lampo di penetrazione per minacciarci ancora. Questa rivoluzione con tutti i suoi difetti è un piccolo gioiello per il Medio Oriente, soprattutto a livello umano, e per questo va difesa.
Sei in Siria da un anno e mezzo. C’è un evento che ti ha colpito particolarmente?
La battaglia con la Turchia, che è stata la mia prima esperienza di guerra. Di soldati ne abbiamo visti pochi, c’erano per lo più aerei e droni. Ho visto tanti compagni cadere, tanti civili morti nel peggiore dei modi, corpi carbonizzati…Le esperienze più belle che ho avuto sono quelle a livello umano con i miei compagni e i civili. Con la morte hai a che fare ogni giorno, ma è la guerra.
Perchè hai deciso di andare in Siria?
Volevo vedere la rivoluzione con i miei occhi, capire come si fa, cosa riesce e cosa no. Inoltre mi sembrava la cosa giusta: c’erano diversi ideali che mi attraevano e nei quali mi riconosco, come quelli di autogoverno e organizzazione dal basso.
Cosa pensi dei 5 ragazzi che rischiano di diventare Sorvegliati speciali?
Per ora non voglio tornare in Italia, ma è assurdo quello che è successo a qui ragazzi. È una situazione assurda e ingiusta, probabilmente li colpiscono perchè sono impegnati politicamente. Sono tanti i combattenti tornati in Italia e a cui non è stato fatto niente. Io mi trovo molto bene in Siria: qui mi sento utile e credo di star facendo qualcosa di profondamente giusto. Voglio continuare il mio lavoro in questa regione: ci sono tanti programmi a livello civile e progetti da portare avanti. I curdi adesso avrebbero bisogno di periodo di pace duraturo per usare i fondi che riceviamo solo per progetti civili.
(da TPI)
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