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ENRICO AFFINATI: “L’IMPEGNO E’ AGIRE, IO LO FACCIO A SCUOLA”

Luglio 26th, 2018 Riccardo Fucile

LO SCRITTORE: “NELLE NOSTRE SCUOLE INSEGNIAMO GRATUITAMENTE L’ITALIANO AI NUOVI ARRIVATI”… “IN AFRICA HO VISTO MISERIA E SPLENDORE DI ESSERI UMANI CHE NON HANNO NULLA”

“L’appello di Saviano a parlare, denunciare le falsità  sui migranti è sacrosanto. Ma non basta. Io vorrei che le nostre parole fossero sempre legittimate da ciò che facciamo, altrimenti ogni pronunciamento rischia di essere vano. Oggi il discorso politico è svuotato di senso a causa di questo».
Eraldo Affinati, docente e scrittore, i problemi di chi proviene dall’altra parte del mare li conosce bene per esperienza diretta.
Nelle scuole di lingua che ha creato per insegnare l’italiano ai nuovi arrivati. Di loro ha anche scritto nella sua ultima opera: “Tutti i nomi del mondo”.
Che fare davanti a quello che accade oggi in Italia?
«Dipende dal carattere. Io preferisco agire in concreto. Con la nostre scuole Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati, uno a uno, senza voti e classi, coinvolgiamo centinaia di persone in ogni parte d’Italia, anche studenti in alternanza scuola-lavoro».
Il silenzio però ha conseguenze, diceva Sartre.
«A me non piace tanto Jean Paul Sartre. Io sono sempre stato dalla parte di Albert Camus. Bisogna superare le categorie novecentesche. Faccio un solo esempio: una nostra volontaria del Nord mi ha detto che fra gli insegnanti della sua Penny Wirton ci sono anche alcuni leghisti. Se noi connotassimo in chiave partitica la nostra azione didattica, non verrebbero. Invece così lo fanno: gratis. Riflettiamoci. L’essere umano è sorprendente».
Qual è il compito degli intellettuali verso il potere?
«Esistono le poetiche personali, le situazioni specifiche, non le categorie generali. Uno scrittore può formulare, se non la sua protesta, la sua ragione di stare al mondo, semplicemente restando fedele al proprio stile».
Se fosse nato in Africa?
«Ci sono stato, ho visto la miseria e lo splendore delle persone che non hanno niente e vivono, senza guerra sì, ma nella polvere e nel degrado. Se fossi nato lì, avrei cercato di venire qui. Noi parliamo spesso di ciò che non conosciamo. Consultiamo le tabelle. Guardiamo la tv. Navighiamo in Rete. Ma ciò che conta è come ti guarda Mohamed quando gli spieghi il verbo essere».

(da “La Repubblica”)

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REPORTAGE DALL’AQUARIUS ORMEGGIATA A MARSIGLIA: “COSI’ CI PREPARIAMO A TORNARE IN MARE”

Luglio 25th, 2018 Riccardo Fucile

LA NAVE DI SOS MEDITERRANEE E MEDICI SENZA FRONTIERE A GIORNI TORNA A SALVARE VITE UMANE … SONO AUMENTATE LE DONAZIONI DI PRIVATI ALLA FACCIA DEI RAZZISTI, UNO STAFF LEGALE PRONTO A DENUNCIARE AZIONI ILLEGALI DEI GOVERNI

Molo 2, zona commerciale del Vieux-port di Marsiglia, al posto 110, nascosta tra le navi mercantili e quelle da crociera, c’è la nave Aquarius dell’ong Sos Mediterranèe, gestita in partnership con Medici senza frontiere, attraccata qui da quasi un mese. Ralph ci dà  il benvenuto a bordo e ci augura buona giornata.
Il sole picchia forte già  dalla mattina, ma tutto intorno l’equipaggio continua incessante le attività  di routine per la rimessa in attività  dell’imbarcazione: tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, infatti, si torna in mare.
La lunga sosta tecnica, prolungata anche alla luce dell’incertezza dovuta al nuovo scenario politico, e alla guerra alle ong ormai dichiarata da parte del governo italiano, sta per finire. Ma restano le incognite.
L’ultimo evento in cui l’Aquarius è stata coinvolta è coinciso con l’annuncio della chiusura dei porti italiani alle navi delle organizzazioni umanitarie da parte del ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Dopo giorni di tira e molla, infatti, il 17 giugno scorso, i 630 migranti a bordo (trasbordati in parte su due navi italiane) sono sbarcati a Valencia.
Da allora ogni salvataggio in mare di migranti ha rappresentato un caso politico, anche quando ad essere coinvolte erano navi marcantili o della Guardia costiera italiana.
Contemporaneamente la lista delle morti in mare si è allungata: a giugno secondo i dati dell’ Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) le vittime sulla rotta del Mediterraneo centrale sono state 564, contro le 529 dello scorso anno, quando gli arrivi erano quasi il triplo di quelli attuali.
Upgrade tecnici e più cibo a bordo per essere preparati a tutto.
Seduto sul ponte della nave Nicola Stalla, coordinatore Sar (Search and Rescue) di Sos Mediterranèe dà  le ultime istruzioni mattutine.
“Ci siamo presi questo tempo di sosta tecnica a Marsiglia per adeguarci al nuovo contesto in cui andremo ad operare – mi spiega – stiamo completando in questi giorni un consistente lavoro di upgrade dal punto di vista tecnico per essere preparati a una prolungata permanenza in mare, nel caso si dovesse verificare di nuovo una situazioni di blocco o di ritardato sbarco per le persone soccorse a bordo. Avremo più cibo a disposizione, ma stiamo sistemando anche gli equipaggiamenti sar, prevedendo per esempio una maggiore capacità  e autonomia della lance di salvataggio e degli equipaggiamenti di soccorso in caso di naufragio. Insomma ci stiamo preparando a tutto quello che potrebbe succedere: prima tra il soccorso e lo sbarco passavano dai due ai tre giorni, ora non lo sappiamo”.
Ogni mattina, come da routine, sulla nave attraccata al porto si svolge il morning meeting con tutto l’equipaggio e il monitoraggio delle attività  nel Mediterraneo.
Poi ci sono le esercitazioni in mare aperto e le attività  di messa in sicurezza dell’attrezzatura.
Ma una parte della giornata si spende anche in consulenze legali per capire come essere preparati anche a livello giuridico ad affrontare la nuova situazione. “Il contesto in cui operiamo è cambiato nel tempo, da un anno a questa parte ci sono stati punti di svolta che hanno reso sempre più complessa l’azione in mare – aggiunge -. Ci troviamo di fronte a problematiche significative a livello operativo, soprattutto da quando la supposta Guardia costiera libica ha cominciato ad assumere più responsabilità  su eventi Sar inizialmente sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Questo ha portato a situazioni in cui abbiamo ricevuto, per esempio, l’ordine di stand by per dare priorità  all’intervento dei libici – continua Stalla -. Ovviamente questo è problematico, sia per la security dell’equipaggio di Aquarius, che per le persone a bordo dei gommoni, perchè ne aumenta il rischio. Se c’è una nave in zona deve essere messa in condizione di prestare assistenza, è un obbligo giuridico per lo stesso comandante della nave. Le istruzioni di stand by non trovano giustificazione in nessuna delle norme e regolamenti sul soccorso in mare. E’ un’istruzione che mette in evidenza solo una priorità : l’interesse verso un controllo dei flussi e delle frontiere esterne dell’Europa”.
E poi c’è la questione, non secondaria, della Libia: “la responsabilità  del Mrcc che prende in carica un evento Sar si conclude solo quando le persone soccorse vengono sbarcate in un place of safety, che è un luogo che ha precisi requisiti sotto il profilo della tutela delle persone, come l’accesso all’assistenza medica, al cibo, ma anche l’accesso alla possibilità  di chiedere asilo e il rispetto dei diritti umani. La Libia è chiaro ed evidente che non può essere considerata un place of safety. L’intervento dei libici, in acque internazionali, con successivo sbarco delle persone in Libia si pone in evidente violazione del principio di non respingimento”.
“Perchè torniamo in mare? Perchè c’è una drammatica necessità  di esserci, oggi più che mai”.
Inoltre c’è la posizione di chiusura dell’Italia che il responsabile Sar di Aquarius definisce “estremamente preoccupante” anche alla luce di quanto successo alla loro imbarcazione a metà  giugno, quando a bordo c’erano 630 persone (400 delle quali trasbordate da altre imbarcazioni, sotto il coordinamento del Mrcc di Roma).
Il no dell’Italia e il conseguente sbarco a Valencia, in Spagna, ha avuto “costi altissimi – spiega – innanzitutto per le persone soccorse, che hanno passato numerosi giorni di permanenza a bordo in condizioni difficili, invece di essere sbarcate tempestivamente per poter accedere a cure mediche e psicologiche”.
L’operazione ha avuto anche un costo economico elevato: tra il 9 e il 17 giugno, cioè dal primo soccorso in zona Sar fino allo sbarco a Valencia la nave dell’ong francese ha consumato 35 tonnellate di fuel, per un costo di quasi 21mila euro.
“Oltre a questo, l’operazione Valencia è costata l’allontanamento di un importante assetto di search and rescue da una zona dove c’è già  carenza di assetti di soccorso- aggiunge. Insieme a noi sono stati allontanati anche altri due importanti assetti, la nave Dattilo e la nave Orione, su cui sono stati trasbordate una parte delle persone” . E allora perchè tornare nel Mediterraneo?
“Torniamo in mare proprio perchè oggi c’è una drammatica necessità  di esserci – conclude Stalla -. Nell’ultimo mese c’è stato un picco drammatico della mortalità  nel Mediterraneo. All’inizio della missione, nel 2016, denunciammo una carenza di assetti di ricerca e soccorso. Oggi invece di migliorare la situazione i pochi assetti presenti sono stati costretti a ritirarsi. In particolare alle ong è stato ostacolato il lavoro – conclude Stalla -. Altri attori sono stati coinvolti, ma l’ultimo caso di Open arms mette in evidenza come le pratiche della cosiddetta Guardia costiera libica siano totalmente inadeguate. Questo ci fa essere sempre più convinti a tornare a operare il più presto possibile”.
30mila salvati in due anni: “in mare non si fa politica, si tende la mano”.
Nella sala ristorante il cuoco della compagnia Jasmund Shipping inizia a preparare il pranzo. Su un cartello appoggiato dietro la televisione un gruppo di migranti nigeriani soccorsi in mare ha lasciato un messaggio per i volontari: “God bless you, guys!”.
“Su questa nave sono state soccorse quasi 30mila persone in questi anni – afferma Mathilde Auvillain, communication officer di Sos Mediterranèe -. In mare non si dovrebbe fare politica, solo tendere la mano alle persone, soccorrerle e portarle in un porto sicuro. Noi siamo soccorritori, il nostro compito è aiutare chi sta annegando. E in questo momento il bisogno di aiuto è urgente”.
Per tutta la giornata sulla nave si susseguono le visite dei giornalisti, degli studenti e sostenitori privati.
“Sentiamo una vicinanza forte della società  civile – aggiunge Auvillain -continuiamo a ricevere donazioni da parte di persone che ci chiedono di tornare a soccorrere in mare. E’ un sostegno importante, che viene dal basso. Ed è proprio dal basso che stiamo ricevendo le maggiori dimostrazioni di vicinanza”.
Quando l’Aquarius tornerà  in mare ancora non si sa, per ora resta al molo 2 “dell’unica città  al mondo in cui non ci si sente stranieri”, come scriveva Jean Claude Izzo nel suo capolavoro sul Mediterraneo “Marinai perduti”.

(da Globalist)

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NON C’E’ SOLO LA FOGNA RAZZISTA: A CAPO RIZZUTO TURISTI E LOCALI CORRONO IN SOCCORSO DI 54 NAUFRAGHI SULLA BATTIGIA

Luglio 24th, 2018 Riccardo Fucile

LO SBARCO IMPROVVISO IN SPIAGGIA DEI PROFUGHI DISIDRATATI, TRA CUI 11 BAMBINI…TUTTI I BAGNANTI IMPEGNATI IN UNA GARA DI SOLIDARIETA’ PER SOCCORRERLI

Stremati, assetati, senza forze.
Quando i turisti e i bagnini di Isola Capo Rizzuto hanno visto arrivare quegli uomini, quelle donne, quei bambini che sbandavano sono corsi in soccorso.
Erano a bordo di un veliero che si è arenato sulla sabbia rossa della magnifica località  di villeggiatura calabrese.
Erano in 54 siriani e curdi: undici bambini, 6 donne e 37 uomini. Chissà  da quanti in giorni in mare, su quel natante con una vela. Chissà  la paura, il terrore.
Si sono prodigati come potevano i bagnanti: chi ha aperto l’ombrellone, chi ha portato bottiglie d’acqua, chi ha fatto una carezza ai bambini terrorizzati, molti in lacrime per lo spavento.
I bagnanti più mattinieri attorno alle 7.30 hanno visto un veliero navigare in evidente difficoltà  verso la baia, per poi arenarsi a pochi metri dalla battigia.
Nessuno ha esitato un momento. In tanti si sono avvicinati a bordo di pattìni e altre imbarcazioni e immediatamente hanno aiutato i naufraghi a raggiungere la terraferma. Undici bambini, 6 donne e 39 uomini sono stati accompagnati sulla spiaggia dove gli ospiti di due vicini villaggi turistici e i vacanzieri della zona si sono precipitati a prestare soccorso.
Acqua per tutti, succhi di frutta per i più piccoli, qualcosa da mangiare: tutti i bagnanti hanno dato fondo a borse frigo e provviste portate per la giornata di mare pur di essere di aiuto.
A darne notizie Crotone News che scrive: “Poco dopo sul posto sono arrivati gli uomini della Guardia Costiera, della polizia di Stato, dei carabinieri, della Guardia di Finanza e della Croce Rossa italiana , oltre che del 118”.
Però è un bel gesto. Gente che è in vacanza e che a un certo punto non si volta dall’altra parte ma si prodiga per dare aiuto a chi è in difficoltà , a quel “fratello che guarda il mondo”.
Abbiamo speranze.

(da agenzie)

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INTERVISTA A NESSRIN ABDALLA, LA MITICA COMANDANTE KURDA: “SIAMO IN 8.000 DONNE A COMBATTERE I TERRORISTI DELL’ISIS, LOTTIAMO PER UN MONDO IN CUI LE DONNE SIANO LIBERE”

Luglio 24th, 2018 Riccardo Fucile

“NOI DONNE SIAMO LA PATRIA, LA NAZIONE, IL MONDO. QUANDO LA DONNA COMBATTE PER SALVARE SE STESSA, STA SALVANDO IL MONDO, DOVE C’E’ LA DONNA VINCE LA PACE”… “MAI PRIGIONIERE DELL’ISIS, SCEGLIAMO LA MORTE”

Nessrin Abdalla, 37 anni, comandante curda dell’Unità  di protezione popolare delle donne dell’Ypj che combatte nel Nord della Siria, e sua portavoce
La incontro a Spoleto dove ha partecipato ai «Dialoghi», nell’ambito del Festival dei due mondi. Una donna straordinaria. È combattiva e molto determinata. Ma anche dolce, piena di vita, acqua e sapone, e soprattutto sognatrice.
Perchè ha deciso di fare la combattente?
«Sono la seconda di dieci figli. Volevo contribuire a liberare il mio popolo e le donne, tutte le donne, non solo le curde. Sono cresciuta in una famiglia che tiene molto alla patria curda, ai nostri diritti come popolo. Mio fratello è morto a 16 anni, combattendo. Mio padre e mia madre erano analfabeti, mi hanno trasmesso una grande forza. Sono orgogliosa di dedicare la mia vita a questo».
Quando ha deciso di costituire una armata di donne?
«Era il 2011. Eravamo in poche a volerlo fare, in 5-6, ma molto determinate. L’abbiamo fondata nel 2013. Ora siamo 8000. La nostra filosofia è conoscerci e proteggerci. Il nostro fine è la liberazione delle donne. Combattendo per la libertà  ci liberiamo. Se le donne sono più libere, la società  intera lo sarà  di più».
Chi sono le donne che fanno parte della resistenza?
«Siamo soprattutto giovani, di diverso livello culturale. E non siamo solo curde. Si sono unite a noi donne arabe, armene, che incontrano maggiori resistenze da parte maschile e non hanno loro unità  di combattimento. Noi accogliamo tutte, perchè vogliamo la liberazione di tutte».
C’è una battaglia che ricorda con maggiore soddisfazione?
«Non amo le battaglie. Non è nostra volontà  combattere, ma dobbiamo proteggerci. In guerra o uccidi o sei ucciso. Certo aver liberato migliaia di donne rese schiave dall’Isis è stata una emozione forte. Erano soprattutto Ezidi, quindi considerate infedeli. Avevano il terrore negli occhi, traumatizzate. Avevano visto tante, tante teste mozzate. Tante donne si sono suicidate, perchè non potevano accettare di vivere da schiave. Siamo orgogliose di averle liberate»
Ma chi addestra le donne del Ypj?
«Nelle scuole siriane c’è la materia educazione militare per uomini e per donne. Quindi le basi ce l’hanno tutte. In questo siamo avvantaggiate. Poi le combattenti più esperte istruiscono le altre. A volte anche gli uomini ci aiutano. Ce la caviamo benissimo».
Come siete organizzate?
«Chi dirige si dedica a tempo pieno. Le altre hanno tre giorni di pausa al mese. Tutto è fatto su base volontaria e non retribuito. Se la famiglia ha bisogno di aiuto si interviene per aiutarla. Il lavoro è di tipo militare ma anche culturale. Facciamo molta formazione nella fase di reclutamento. Abbiamo costruito Accademie di formazione militare e del pensiero. Sono fiera di aver fondato una delle prime».
Della reazione dell’Isis nei confronti di una milizia di donne cosa dice?
«Li ha confusi, spiazzati, moralmente distrutti. Hanno cambiato due volte le loro norme: prima hanno detto che chi fosse stato ucciso da una donna non sarebbe andato in paradiso, poi hanno aggiunto che i corpi sarebbero stati bruciati. Ho tenuto tanti interrogatori di militanti dell’Isis. Tra i prigionieri, ci siamo trovati di fronte a più di 40 nazionalità  diverse, molti occidentali. Si agitavano, non mi volevano, chiedevano di essere interrogati da uomini. Sono uomini terribili, psicopatici che si esaltano a tagliare le teste, uomini deboli coinvolti per motivi economici, esaltati, sadici, integralisti. Mai cadere prigioniere dell’Isis! Noi combattiamo fino all’ultimo. Se ci troviamo senza vie d’uscita, preferiamo la morte».
Quale è il tuo sogno?
«Sono donna e sono curda. Il mio sogno è un Kurdistan unito dove le donne siano libere e l’uguaglianza trionfi. Ma oggi mi basta ottenere un sistema democratico, non centralizzato, in Siria dove tutti i popoli siano rappresentati e le donne siano uguali. Noi curdi esistiamo, abbiamo diritto a una identità  riconosciuta».
Le donne salveranno il mondo?
«Noi donne siamo la patria, la nazione, il mondo. Quando la donna combatte per salvare se stessa, sta salvando il mondo, lo sta trasformando in un mondo più giusto, dove le donne sono libere. Dove c’è la donna vince la pace».

Linda Laura Sabbadini
(da “La Stampa“)

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L’AMMIRAGLIO CHE SFIDA I RAZZISTI: “NOI SIAMO MARINAI ITALIANI, ABBIAMO DUEMILA ANNI DI CIVILTA’, UN NAUFRAGO PER NOI E’ LA PRIORITA'”

Luglio 21st, 2018 Riccardo Fucile

L’AMM. PETTORINO E’ A CAPO DELLA GUARDIA COSTIERA ITALIANA , ORGOGLIO DELLA NAZIONE: 11.000 UOMINI E DONNE CHE HANNO SALVATO NEL 2017 115.000 PERSONE, DI CUI 28.000 PROFUGHI

Prima si chiamavano le ‘magistrature del mare’ quando ancora esistevano le Repubbliche Marinare. Poi con l’Unità  d’Italia nel 1865 nacque la Guardia Costiera che ha per statuto, e ai sensi del Codice di navigazione, della convenzione di Amburgo e di di Montego Bay, la salvaguardia delle vite umane in mare.
Un corpo formato da 11mila tra uomini e donne guidato dal febbraio del 2018 dall’ammiraglio ispettore capo Giovanni Pettorino
Pettorino, 62 anni, originario di Ischia, sposato e padre di due figli, laurea in Scienze politiche e specializzazione in Diritto internazionale marittimo, dal 3 ottobre 2015 era direttore marittimo della Liguria e comandante del porto di Genova. Poi la nomina a capo del Corpo.
Mercoledì scorso la Guardia Costiera italiana ha celebrato i 153 anni di vita. Ed è stato a quel punto che l’ammiraglio ha preso la parola davanti al ministro Danilo Toninelli e al presidente della Camera Roberto Fico per dire che c’è un «principio non scritto che risiede nell’animo di ogni marinaio: quello di prestare aiuto a chiunque rischi di perdere la propria vita in mare».
Come riporta L’ Avvenire Pettorino ha ricordato un episodio che è vanto di tutti i marinai. Ovvero “la rievocazione del leggendario comandante siciliano Salvatore Todaro, che durante la Seconda guerra mondiale affondò una nave militare belga per poi salvarne l’equipaggio. Todaro, come ha ricordato Pettorino, venne «violentemente apostrofato» dall’ammiraglio alleato tedesco Karl Donitz, che irrise l’ufficiale italiano definendolo «don Chisciotte del mare» e minacciando gravi conseguenze per avere tratto in salvo i nemici, mettendo a rischio il suo stesso equipaggio. Il perchè di quella disobbedienza lo spiega Pettorino, guardando negli occhi gli esponenti politici sulla tribuna e facendo propria la risposta di Todaro: «Noi siamo marinai, marinai italiani, abbiamo duemila anni di civiltà , e noi queste cose le facciamo»
Già  quando si era insediato l’ammiraglio aveva ribadito che la Guardia costiera è «un’organizzazione unica», «gloriosa ed amata», «un’eccellenza del nostro Paese».
Un concetto rilanciato dal suo predecessore l’ammiraglio Melone nel suo discorso di commiato che aveva ricordato che «solo nel 2017 sono stati soccorsi più di 28 mila migranti mentre 115 mila sono le persone portate in salvo complessivamente in operazioni coordinate dal Comando generale: risultati importantissimi che non si sarebbero potuti concretizzare senza lo straordinario sforzo operativo ed organizzativo offerto dalle donne e dagli uomini della Guardia costiera».
“Noi continuiamo ad operare secondo quelle che sono le convenzioni internazionali del mare — ha spiegato Pettorino — Vale a dire la convenzione di Amburgo, in particolare, e la convenzione di Montego Bay. Convenzioni che l’Italia ha ratificato con legge e la cui applicazione, quindi, è obbligatoria. Per noi e per tutti i Paesi che le hanno firmate”.
“Abbiamo risposto sempre, sempre rispondiamo e sempre risponderemo a ciascuna chiamata di soccorso – ha dichiarato l’ammiraglio meno di un mese fa all’Ansa – “Per noi della Guardia Costiera è un obbligo giuridico ma anche un obbligo che sentiamo moralmente perchè tutti gli uomini di mare, da sempre e anche in assenza di convenzioni, hanno portato soccorso e aiuto a chi si trova in difficoltà  in mare. Noi non abbiamo mai lasciato solo nessuno in mare”.

(da Globalist)

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IL COMANDANTE DELLA GUARDIA COSTIERA PETTORINO: “SALVARE VITE E’ SEGNO DI CIVILTA’, ABBIAMO PRESTATO GIURAMENTO E VI TERREMO FEDE”

Luglio 19th, 2018 Riccardo Fucile

CORAGGIOSO DISCORSO PER I 153 ANNI DEL CORPO, ONORE DELLA NOSTRA REPUBBLICA: “NOSTRO DOVERE E’ PRESTARE AIUTO A CHIUNQUE RISCHI DI PERDERE LA VITA IN MARE”

Il Comandante delle Capitanerie di Porto, ammiraglio Giovanni Pettorino, ha tenuto un discorso in occasione del 153esimo anniversario della fondazione del Corpo.
Al termine del discorso, ha così detto: “prestare aiuto a chiunque rischi di perdere la propria vita in mare è un principio che è segno e baluardo distintivo di civiltà “.
Pettorino ha ripercorso tutte le attività  principali della Guardia Costiera – dalla sicurezza dell’ambiente marino al controllo della filiera ittica, dalla sicurezza dei bagnanti a quella della navigazione – soffermandosi poi sul soccorso ai migranti. “In questi ultimi anni – ha detto – ad invarianza di risorse umane disponibili, il Corpo è stato chiamato a far fronte ad uno sforzo inedito, quello del soccorso in mare a migliaia di persone in pericolo”.
Un impegno “gravoso”, ha concluso, “che abbiamo assolto nella piena consapevolezza di ben onorare il giuramento prestato, da ciascuno di noi, di osservare la costituzione e le leggi. E un impegno cui abbiamo tenuto fede anche corrispondendo a quel principio non scritto che risiede nell’animo di ogni marinaio” prestare aiuto a chiunque rischi di perdere la propria vita in mare.”

(da agenzie)

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KYLIAN MBAPPE’, L’ENFANT PRODIGE DEL MONDIALE DONA TUTTI I PREMI IN BENEFICIENZA

Luglio 17th, 2018 Riccardo Fucile

IL RAGAZZO DELLA BANLIEU PARIGINA DONERA’ 500.000 EURO ALL’ASSOCIAZIONE PREMIERS DE CORDEE CHE AIUTA I DISABILI E I BIMBI MALATI

Un grande talento ma un cuore ancora più grande.
Fa notizia in Francia la decisione del 19enne talento del calcio Kylian Mbappè, appena incoronato campione del mondo con la nazionale francese, di donare tutti i proventi della Coppa del mondo in beneficenza.
Lo scrive il quotidiano sportivo francese l’Equipe segnalando che i soldi andranno all’organizzazione Premiers de Cordee che aiuta i disabili e i bimbi malati con programmi sportivi gratuiti.
Secondo Sport Illustrated, il calciatore ha guadagnato circa 22.500 dollari per ogni partita disputata dalla Francia ai mondiali, più 350.000 dollari per la vittoria in finale contro la Croazia.
Mbappè è stato nominato miglior calciatore giovani dei mondiali dalla Fifa.

(da agenzie)

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CHI ERA UBALDO DICIOTTI, IL COMANDANTE CHE HA DATO IL NOME ALLA NAVE

Luglio 13th, 2018 Riccardo Fucile

UNA VITA IN MARE, GLI IMMIGRATI E LA LIBIA: UN GRANDE MILITARE DEGLI ANNI TRENTA, INVIATO A ELLIS ISLAND E POI COMANDANTE DEL PORTO DI TRIPOLI

Due coincidenze legano la vita del maggior generale Ubaldo Diciotti — cui è dedicato l’omonimo pattugliatore della Guardia Costiera – alla Libia e alla storia dell’immigrazione.
Lucchese, nato nel 1878, ebbe una carriera molto lunga dato che, per la sua competenza fu richiamato in servizio anche oltre i limiti d’età .
Entrato come ufficiale nel Corpo delle Capitanerie di Porto nel 1901, comandò i porti di Barletta, Molfetta, Sebenico, Ancona, Livorno e Napoli.
Negli anni ’30, fu mandato negli Stati Uniti per studiare il porto di New York, dove sorgeva il famoso punto di sbarco di Ellis Island presso il quale, nei primi del ‘900, approdarono quasi 12 milioni di aspiranti cittadini americani.
Poco più di cento anni fa, il porto introdusse severe restrizioni che limitarono i flussi migratori in base all’alfabetizzazione, alla salute e, dal 1924, fissando quote d’ingresso differenziate per ogni Paese.
Il viaggio per Diciotti, tuttavia, era essenzialmente finalizzato a trarre conoscenze utili per la costruzione del porto di Sampierdarena, a Genova.
Due anni dopo, nel 1937, riceve i gradi da maggior generale e, a quasi sessant’anni, accetta il gravoso incarico di Comandante del Porto di Tripoli che, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale diverrà  bersaglio di martellanti bombardamenti alleati.
In tale situazione, l’anziano ufficiale si spenderà  in prima persona tanto da guadagnarsi, nel ’41, la Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: «In occasione di attacchi aerei nemici dirigeva con prontezza, con decisione e con competenza, durante le stesse azioni di bombardamento, le opere di soccorso ed in particolare a bordo lo spegnimento di una nave incendiata con carico di tritolo e munizioni, dimostrando alto spirito del dovere e sereno sprezzo del pericolo».

(da “La Stampa”)

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THAILANDIA, SALVATI I PRIMI SEI BAMBINI

Luglio 8th, 2018 Riccardo Fucile

LE OPERAZIONI DI SOCCORSO PROSEGUONO, TUTTO IL MONDO CON I 13 GRANDI SUB DI VARIE NAZIONALITA’ CHE STANNO COMPIENDO IL MIRACOLO

Sei dei 13 ragazzi rimasti intrappolati nella grotta di Tham Luang, in Thailandia, sono stati salvati.
Due di loro sono già  stati trasportati verso l’ospedale più vicino. Lo riportano fonti ufficiali delle autorità  locali.
Gli altri quattro hanno raggiunto la camera tre e “usciranno a breve dal complesso di grotte”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa del Paese, il generale Kongcheep Tantrawanit. “Potranno uscire a piedi”, ha aggiunto.
La camera tre è il luogo dove, all’interno dei cunicoli, i soccorritori hanno allestito la base per assistere il gruppo di 13 giovani rimasto intrappolato nelle grotte allagate.
Le operazioni di soccorso sono cominciate questa mattina (le 5 in Italia), impegnando un team di sommozzatori thailandesi e stranieri.
Due ambulanze sono state viste lasciare il luogo delle operazioni. Secondo le prime informazioni, uno dei due bambini avrebbe bisogno di cure più urgenti.

(da agenzie)

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