Novembre 23rd, 2017 Riccardo Fucile
LEI ERA RIMASTA A SECCO SULL’AUTOSTRADA: “NON HA CHIESTO NIENTE IN CAMBIO, MI HA DONATO GLI ULTIMI SOLDI CHE AVEVA”
Rimanere senza benzina mentre si percorre l’autostrada e non si hanno spiccioli in tasca è un’esperienza che nessuno vorrebbe provare, ma Kate McClure, una ragazza di 27 anni, ha dovuto fronteggiare la situazione su l’interstatale 95, a Philadelphia.
In suo aiuto, però, è accorso un veterano della marina americana caduto in disgrazia e costretto a vivere da barbone per strada: l’uomo le ha regalato gli ultimi 20 dollari che aveva, senza pretendere nulla in cambio, ma lei non ha dimenticato il gesto di solidarietà e ha raccolto per lui 114 mila dollari in soli 12 giorni.
“Quando la mia macchina si è fermata, poco prima di mezzanotte, non sapevo cosa fare” ha raccontato Kate. “Il cuore mi batteva all’impazzata”.
La ragazza, allora, ha telefonato al fidanzato, Mark D’Amico, chiedendogli di raggiungerla. E stato proprio in quel momento che Johnny Bobbitt Jr. è intervenuto, comparendo praticamente dal nulla.
Il senzatetto ha consigliato alla donna di chiudersi all’interno della sua auto, mentre lui si sarebbe recato a comprare del carburante.
L’uomo l’ha quindi aiutata a ripartire, ma Kate non aveva soldi per rimborsarlo.
Un paio di giorni dopo, allora, la 27enne e il fidanzato sono tornati nel medesimo punto dell’interstatale 95, per portare vestiti, cibo e contanti al benefattore.
Johnny si è aperto con loro e ha raccontato il suo passato nella marina statunitense. Nella vita precedente del 34enne c’è anche il lavoro come pilota di elicotteri per le emergenze, una relazione d’amore finita nel 2014, l’affetto di un cane.
È negli ultimi 18 mesi che la sua storia ha preso una brutta piega, tra problemi di soldi e con la droga.
“Sono in mezzo a una strada per mia stessa volontà ” ha voluto comunque precisare Johnny. “Non ho nessuno da incolpare, se non me stesso”.
La coppia è tornata più volte, nei giorni seguenti, a trovare l’uomo, portandogli ogni volta qualcosa di nuovo, alimenti o vestiario che poi Johnny amava condividere con i suoi amici senzatetto.
A quel punto, in Mark e Kate è sorta la voglia di cambiare la vita di quell’uomo e l’idea è stata quella crowfunding tramite la piattaforma GoFundMe.
Nel giro di una dozzina di giorni, la coppia è riuscita a racimolare più di 114 mila dollari, e la campagna di finanziamento non è ancora terminata.
I soldi verranno utilizzati per dare a Johnny una casa, un cellulare, dei vestiti, il cibo e un mezzo di trasporto. Come ha sperimentato Johhny, quindi, vale sempre la pena aiutare gli altri.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2017 Riccardo Fucile
GIORDANO, OPERAIO SPECIALIZZATO, HA VISSUTO IN STRADA PER UN ANNO… UN IMPRENDITORE DEL SETTORE NAVALE: “GLI DO UNA SECONDA POSSIBILITA’, QUANDO SONO ANDATO NEGLI USA A STUDIARE ANCH’IO SONO STATO AIUTATO”
Firenze. Oggi Giordano comincia il suo primo giorno di lavoro e anche la sua seconda vita. Ha cinquantancinque anni e negli occhi un improvviso futuro: «Non voglio altro che svegliarmi e correre al cantiere navale».
Eppure la lista dei desideri potrebbe essere lunga per uno come lui che non ha più una casa e i suoi vestiti sono tutti dentro il sacchetto di un supermercato.
«Quando gira male, precipiti e non si salva niente, ma niente» racconta lasciando spazi bianchi fra le parole.
Giordano Piovesan, triestino trapiantato in Versilia, ex operaio specializzato, ha vissuto in strada l’ultimo anno e mezzo, «e che vergogna, non si può capire se non la vivi».
Viareggio, con una sola coperta addosso e un cartone per materasso, non ha niente a che vedere con il mare e con le cartoline. «Cercavo i sottoscala, le panchine dove non c’erano lampioni». Meglio i topi piuttosto che gli occhi della gente.
Pranzo alla Caritas, lavarsi alle fontane. Giordano lo incontravi nella periferia, accovacciato al parcheggio di un Eurospin a guardare da lì quelli ordinati che facevano la spesa, avevano un lavoro e la sera tornavano a casa. Come, prima, faceva lui.
«Ho lavorato per tredici anni come verniciatore nei cantieri navali, poi sono cominciati i contratti a termine e quando sono finiti non riuscivo più a trovare un posto perchè un operaio specializzato costava troppo e non ero nemmeno giovane». Così è saltato tutto: «l’amore, la casa, gli amici, il conto corrente…».
Si è ritrovato solo, senza poter pagare l’affitto, ha dormito in macchina fino a che non ha venduto anche quella.
Un giorno, la sua storia di clochard in testa coda con la vita è stata raccontata sulle pagine del Tirreno e lo stesso giorno Michele Parini, amministratore unico di Austin Parker, cantiere navale del Pisano, ha letto l’articolo.
«Sono rimasto così colpito che non potevo chiamare la segretaria e fissare i soliti appuntamenti».
In Rete girava pure un video molto condiviso, sempre del Tirreno: “Perde il lavoro e finisce in strada: «Vi racconto il mio inferno»”.
«Ho scritto alla redazione, mi sono messo in contatto con Giordano e sono andato a prendere un caffè con lui. Volevo conoscerlo, parlarci» spiega l’imprenditore che sta scrivendo il lieto fino di questa storia.
«Giordano mi è piaciuto per la dignità nella sofferenza, così gli ho offerto un contratto di sei mesi nel cantiere navale, poi vedremo. Da noi è andato via un operaio, ho parlato con tutti gli altri, volevo che fosse una scelta condivisa, di accoglienza». Nessuno si è tirato indietro: «A lui ho spiegato che non faccio beneficenza, ma che gli offro una possibilità , quella di ripartire con un sorriso. Gli pago un alloggio per i primi mesi, un bilocale che sto ancora cercando. Intanto si sistema in un bed and breakfast fra Livorno e Pisa, poi gli troveremo un motorino per venire al cantiere», prosegue l’imprenditore di Austin Parker, che produce imbarcazioni da 10 a 24 metri sui Navicelli a Pisa.
«Lo faccio perchè quando io sono andato a studiare negli Stati Uniti, là qualcuno mi ha aiutato e sono diventato quello che sono oggi. Quando gliel’ho detto lui piangeva, non credeva che fosse vero e invece ieri ha firmato il contratto».
Operaio specializzato, tutto regolare con busta paga e buoni pasto.
Giordano ha trovato provvisoriamente un tetto a casa di un amico: «Per due giorni, di più non posso stare. Mi sembra ancora incredibile poter ricominciare… quando è andato tutto all’aria mi sono chiesto se e dove avevo sbagliato…».
Comincerà a lavorare dal 15 novembre, oggi: «Ho scelto la data del mio compleanno — dice Michele Parini, 45 anni, sposato e con un figlio — volevo farmi io un regalo, dare un lavoro a Giordano».
(da “La Repubblica”)
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Novembre 10th, 2017 Riccardo Fucile
STA PROLIFERANDO UNA GENERAZIONE POLITICA CHE DI DESTRA HA GIUSTO LA FRECCETTA DELL’AUTO, INCAPACE DI EVIDENZIARE LE CONTRADDIZIONI DI MINNITI E DI COMBATTERE LA CRIMINALITA’ MAFIOSA
Il quadro che emerge a Ostia è così riassumibile:
1) La città è in mano a tre famiglie mafiose che si dividono gli affari, nella latitanza dello Stato. Il Comune è stato sciolto per le ingerenze della criminalità organizzata, ma a questo non ha fatto seguito alcun atto concreto per ripristinare la legalità e solo un cittadino su tre è andato a votare una settimana fa, manifestando così il proprio disgusto e dissenso.
2) Su 6400 appartamenti popolari di Ostia, sono 2800 quelli occupati abusivamente. Qui il clan Spada impone un pizzo generalizzato. Chi non può pagare, è costretto ad andare via. Se è una donna, è spinta a prostituirsi. In pratica si sono sostituiti al Comune: eseguono sfratti e poi assegnano le case agli amici o a chi li paga. All’ingresso delle case vi sono le vedette del clan, come nella tanto vituperata Scampia, che decidono chi può entrare e chi no.
Questo spiega perchè accadono a Roma episodi di “respingimento” di immigrati regolarmente in graduatoria nelle liste comunali per l’assegnazione degli alloggi: non sono graditi “regolari” perchè gli alloggi sono in mano ai clan mafiosi.
E chi si presta a fare da mazziere e guardia bianca del sistema criminale? Tanto per cambiare certa sedicente destra collusa, sventolando per i pirla la bandiera del “prima gli italiani”.
3) A Ostia sono nate palestre come funghi, senza autorizzazioni, che mai potrebbero avere. Sale scommesse quanto mai equivoche. E droga, usura, estorsioni, attentati, controllo del territorio, omertà , intimidazione dei poteri pubblici e della politica locale.
Recentemente esponenti del clan Spada sono stati condannati per essersi appropriati del più bel stabilimento balneare con metodi illeciti: la società costituita a tal fine aveva tra i soci anche un esponente locale di CasaPound, come risulta dagli atti.
Sarebbe opportuno ricordare che Ezra Pound, quello vero, era contro l’usura e le speculazioni criminali.
4) Con l’arresto di Roberto Spada, disposto peraltro dalla Magistratura, il ministro Minniti, altro mito della destra beota, ha provato a farsi lo spottone: “non esistono zone franche della illegalità ” ha detto, suscitando le risate dei 200.000 abitanti onesti di Ostia, ostaggi da anni dei clan.
Ora vi saranno dieci marce per la legalità , tante quanti i partiti che l’hanno distrutta, e la pratica verrà archiviata come sempre.
Una destra della legalità avrebbe fatto altro:
1) Inviare 500 agenti e carabinieri a bussare casa per casa ai 6.400 residenti delle case popolari: fuori i documenti che attestano il diritto all’alloggio, chi è abusivo fuori, temporaneamente può alloggiare nelle lussuose ville coi cavalli alati degli Spada.
In 48 ore sostituiti da chi è in attesa nelle liste da anni.
2) Verifica immediata di tutte le concessioni balneari, esercizi commerciali, presunte palestre: chi non è in regola immediati sigilli alla porta . Se vogliono continuare a fare sport vadano a correre in spiaggia all’aria aperta che fa bene alla salute.
3) Aprire uno sportello di denunce per i cittadini dove possano rivolgersi le vittime di usura, estorsioni, intimidazioni. Fuori un cartello luminoso: “QUI C’E’ LO STATO”.
4) Controllo del territorio costante, giorno e notte, locali pubblici in regola aperti anche un’ora in più la sera, tutti devono sentirsi sicuri e poter passeggiare anche alle 3 di notte.
Il primo che rompe i coglioni finisce dritto a Regina Coeli, tanto per far capire l’aria che tira.
State tranquilli che alle prossime elezioni a Ostia andrebbe a votare il 90% dei cittadini anche se le urne fossero aperte solo da mezzanotte alle sei del mattino.
E ci fermiamo qui.
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Novembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
UNA DONNA CHE ONORA L’ITALIA E CHE RAPPRESENTA UN ESEMPIO DI VALORI, DIGNITA’ E CORAGGIO IN UN PAESE DOVE ORMAI EMERGE SOLO LA FOGNA
Oro mondiale! Di nuovo. Dopo due anni, un oro olimpico, un viaggio alla Casa Bianca, un clamoroso debutto da conduttrice TV, Bebe Vio si conferma la più brava nella rassegna iridata paralimpica.
Una scarica di entusiasmo inonda la sala dell’Hilton di Fiumicino: un ciclone.
Con Bebe Vio rischi sempre di prendere la scossa. Succede ancora una volta alle fiorettiste avversarie: dopo quattro assalti nel girone eliminatorio, Bebe ha via libera fino ai quarti, dove batte la georgiana Khesariani per 15-5 per poi travolgere la russa Mishirova 15-1.
Poi l’ultimo atto contro la russa Boykova. Qui le cose all’inizio sono più complicate, ma solo per qualche secondo: a un certo punto Bebe scappa, scandendo le stoccate con il suo tradizionale urlo di gioia: 9-2, 11-3…
“Andiamo!”, strilla l’amica-collega Sofia. Fra i tifosi anche Alessia Sarri, che ha appena vinto l’argento nella spada. Finisce 15-3.
La promessa fatta quest’estate, fra una ripresa è una premiazione, è stata mantenuta: “Ma quale Sanremo, lo sport per me viene prima di tutto”. Parole che erano piaciute al leader paralimpico, Luca Pancalli, che ora esulta.
E l’oro di Bebe fa felice anche Lorenzo Jovanotti, grande tifoso dell’azzurra. Che proprio alla vigilia le aveva mandato il suo ultimo singolo, titolato “Oh, vita” e ispirato a lei: “Ti aiuterà , ascoltalo ma da sola, non puoi ancora farlo sentire a nessuno!”.
Due le ipotesi: o l’ha ispirata o le ha portato fortuna. “Jovanotti mi ha mandato la sua nuova canzone, sono contentissima. È stato bello sentire il suo inedito e canticchiarlo nella mia testa durante la gara, anche se avevo paura che si potesse capire qualcosa. Mi è servito tanto, il testo ha un grandissimo significato: Lorenzo è un grande e lo ringrazio”. Queste le parole di Bebe nella conferenza stampa successiva al suo trionfo.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO LE VELINE E LE OLGETTINE, LE RUSPE E I “CLANDESTINI”, ALLA DESTRA ITALIANA OTTOCENTESCA NON RIMANE CHE PROMUOVERE IL CASTING DEGLI ONESTI
Apparteniamo a una generazione che ha fatto politica in nome di quelli che una volta si chiamavano “ideali”, giusti o sbagliati che fossero.
Cercando di coniugare il proprio “stile di vita” ai nostri valori di riferimento, impegnandoci a guardare oltre l’orizzonte del contingente e alla miseria umana che spesso incontra chi “fa politica per passione”.
Conosciamo, in pregi e difetti, il mondo umano che abbiamo frequentato in anni difficili, periodi “storici” in cui il 90% dell’attuale categoria politica sedicente di destra (e non solo), sarebbe scomparsa di fronte ai pericoli e alle discriminazioni, dedicandosi ad attività sicuramente più gratificanti e remunerative, al riparo di accoglienti case borghesi.
Abbiamo frequentato riunioni e congressi di partito in cui abbiamo avuto modo di ascoltare anche Nello Musumeci senza doverci porre il problema se fosse “onesto” o meno, anche perchè lo eravamo in tanti e le discriminanti a quei tempi erano altre.
Sinceramente avevamo idee diverse sulla destra e sulle rispettive frequentazioni politiche, non mi ha mai colpito particolarmente, a parte per la sua retorica che non fa parte delle mie corde emozionali.
Allora nella destra italiana ci si prendeva a seggiolate per la “linea politica”, oggi conta solo la linea e il fard per apparire “giovani” sullo schermo.
Allora chi apparteneva alla “destra sociale” si impegnava sul campo, organizzando iniziative, concerti, momenti di aggregazioni, impegnandosi in battaglie a tutela dell’ambiente e del lavoro, dei diritti delle minoranze, aprendo centri librari e aprendosi al confronto con la variegata umanità .
Non sentivamo la necessità di mettere in lista “impresentabili” e tanto meno cercare l’appoggio elettorale di clan rom.
Altri invece presidiavano semplicemente il confine dell’anticomunismo di maniera e della conservazione, sicuramente più remunerativo elettoralmente nel breve periodo, interpretando la parodia di come in fondo “ci volevano dipingere i nostri avversari”.
Erano due mondi quasi separati, inutile dire che Musumeci frequentava la seconda categoria cui abbiamo fatto riferimento.
Ma veniamo ai giorni nostri e all’impegno di Musemeci, dichiarato sui media, di rappresentare il riscatto della Sicilia dei meno abbienti.
L’analisi di Swg sul “Messaggero” di oggi certifica che la sua immagine non va nella direzione di quello che vorrebbe apparire.
Sulla base della categoria sociale dei suoi elettori, Musumeci spopola tra i ricchi (44%) i medio benestanti (37%) i mediobassi (32%) mentre raccoglie solo il 12% tra i poveri. Cancelleri tra i poveri raccoglie il 65%, tanto per capirci.
Musumeci ha un boom tra i pensionati (57%) contro un misero 18% di Cancelleri, mentre crolla tra i disoccupati (17%) contro il 61% del grillino.
Per usare un termine caro ai sostenitori padani di Musumeci, diciamo che la “percezione di socialità ” del neogovernatore della Sicilia da parte dei suoi conterranei non va nella direzione dichiarata.
“Però è onesto”, sentiamo ripetere da suoi sostenitori e lui lo ribadisce indicando viso e pizzetto.
E’ un elemento sufficiente per governare una Regione?
In Italia vi sono migliaia di aziende con dipendenti onesti, ma non per quello potrebbero fare gli AD della società .
Si conferisce un valore a un elemento che dovrebbe essere scontato, un politico dovrebbe essere onesto e d’esempio, così è uso in tanti Paesi civili, dove non è necessario un casting per accedere al timone di un Ente locale.
Se una sedicente destra come argomento, oltre a respingere gli “invasori” e a mettere ben allineate le sedie alle riunioni perchè “l’ordine regni”, ha solo questo, correndo dietro ai Cinquestelle a chi urla lo slogan a voce più alta, vuol dire che di argomenti “pesanti” e idee “incandescenti” ne ha ben poche (non ho usato il termine “rivoluzionarie” per non turbare la digestione dei “benpensanti”).
I talent show sarebbe meglio lasciarli presentare a chi lo fa per professione, la politica è un’altra cosa, e’ “saper andare oltre”, è studiare e anticipare i fenomeni, non subirli, è indirizzare l’opinione dei cittadini verso la meta di un “bene comune”, non cavalcarne gli eccessi e accettarne i condizionamenti.
Ma forse questa è un’altra storia, ancora tutta da scrivere.
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Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
L’ONORABILITA’ E’ COSA BEN DIVERSA DA UN CERTIFICATO PENALE PULITO
Come al solito, molti esponenti della classe politica e dei commentatori (“politologi”) vari,
esagerano, producendosi in considerazioni il più delle volte eccessive e prive di qualsivoglia fondamento, logico e finanche empirico.
Quello in Sicilia è stato – e resta – un risultato locale, in quanto tale fine a se stesso: “battersi il petto” come i tacchini pur di dipingerlo come un risultato a valenza nazionale mi sembra una cosa, non soltanto sciocca, ma addirittura controproducente. Le persone vanno sempre meno a votare. C’è sfiducia e malcontento.
Si assiste a campagne elettorali sempre più feroci, e non nel merito delle varie proposte “di campo”, ma sui relativi pseudo-presupposti “soggettivi.
Non l’aver mai ricevuto un avviso di garanzia non è sinonimo di onestà , proprio come una sentenza non passata in cosa giudicata, non è sinonimo di colpevolezza.
Si confondono concetti e principi, consumando finanche l’abiura dell’etica e della stessa logica.
“L’onorabilita’” (la presentabilita’, insomma) a fini elettorali è cosa ben diversa da un certificato penale “pulito”. Ma questa è un’altra storia.
Il centrodestra avrà molto da lavorare se davvero vorrà vincere. La sinistra pagherà datio: ha comunque governato e, certamente, non benissimo (anche se lacune misure volute dal Governo Renzi sono state – oggettivamente – una “cosa più che degna”, e lo dico da piccolo imprenditore).
Ma non basterà , nè questo, nè la sommatoria di “nazionalisti retrivi” e pseudo-liberali (pressochè) di facciata, ad assicura una possibile vittoria.
Bisognerà sforzarsi molto di più, perchè le persone, senza un “maledetto sogno” in cui credere, a votare, non ci andranno mai in massa.
Questione di consenso diffuso. Cosa molto diversa dalle mere percentuali numeriche…
“Oggi piove”, e su tutta quanta la penisola.
Per far uscire il sole, ci vorrà audacia sincera, coraggio ed un grande, appassionato ed appassionante sogno…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra liberale
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Novembre 3rd, 2017 Riccardo Fucile
“SIAMO INTERVENUTI PER RISPETTO AL PAESE CHE CI OSPITA”.. I DUE GIOVANI GHANESI PRIMA LO INSEGUONO E POI PORTANO DI PESO IL LADRO DAI CARABINIERI
Babu e Akari non perdono tempo. E quando vedono due ragazzini aggredire e derubare del telefonino una donna a bordo dell’autobus della linea 18, decidono di intervenire subito.
Sono in Italia da un anno e mezzo, in fuga dal Ghana dove erano perseguitati solo perchè avevano idee politiche diverse da quelle del governo.
«Da qualche settimana abbiamo anche ottenuto lo status di rifugiati, ci è sembrata la cosa giusta da fare anche per rispetto del paese che ci ospita», racconteranno poco dopo in un italiano difficoltoso ai carabinieri della stazione di Maddalena. Perchè il gesto di Babu e Akari, 28 e 32 anni, non è cosa che si vede tutti i giorni.
I due migranti, infatti, si lanciano all’inseguimento dei due ladri, li rincorrono per i vicoli del centro storico e alla fine, dopo averne bloccato uno, lo consegnano ai carabinieri.
Piazza della Nunziata, ore 14 di sabato pomeriggio.
L’aggressione sul mezzo pubblico avviene in pochi istanti. La vittima è una dipendente del Comune che viene avvicinata da due giovani poco prima che il bus arrivi alla fermata. Uno la immobilizza, l’altro le strappa il telefono cellulare che la donna sta consultando.
Preso lo smarthphone i due scendono alla fermata. Pensano di averla fatta franca.
Ma non hanno fatto i conti con i due rifugiati del Ghana.
Babu e Akari sono sul bus perchè stanno andando ad un colloquio di lavoro. Ora che sono in regola con i documenti possono iniziare una nuova vita nel nostro paese. Ma questo non li ferma dall’intervenire.
Vedono l’aggressione, notano che i due scendono di corsa e li inseguono. I ladri cercano di dileguarsi scomparendo nei vicoli del centro storico. Uno ci riesce, l’altro viene bloccato all’altezza di salita Dell’Oro.
Babu e Akari non si limitano a questo. Prendono il giovane fermato e lo portano di peso alla caserma dei carabinieri di via ponte Calvi.
Qui si presentano ai militari e raccontano quanto avvenuto. Il ladro, un giovane di 17 anni di etnia sinti, ha ancora il telefono della donna in tasca. à‰ la prova che lo inchioda.
(da “il Secolo XIX”)
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Ottobre 31st, 2017 Riccardo Fucile
SAIF UDDIN, 26 ANNI, ARRIVATO DAL BANGLADESH DA SOLO E SENZA NULLA… ORA LAVORA IN UN RISTORANTE DI MILANO: “NELLA VITA CI VUOLE ELEGANZA E DIGNITA'”
Da ragazzino vendeva i fiori per strada, arrivato dal Bangladesh da solo e senza possedere nulla. Oggi lavora in un ristorante che l’ha assunto e lo sta formando come sommelier.
Saif Uddin, 26 anni, sorride. Esile, occhi fiduciosi.
La sua storia la racconta volentieri, ma partendo dal presente. «Ho preso il diploma di terza media e vorrei parificare anche gli studi del liceo che ho fatto in Bangladesh, ero molto bravo in matematica. Ho un lavoro che mi piace, abito in zona Niguarda con tre amici in una casa spaziosa abbastanza per farci stare bene tutti».
A fatica, Saif si è guadagnato tutto questo.
«Ogni mattina mi alzo, prendo il motorino e vengo a lavorare al Ratanà , in zona Isola. Nel pomeriggio vado alla scuola per sommelier, poi torno al ristorante e ci resto fino all’una di notte». Ritmi faticosi.
Pesano? «Non mi lamento – risponde –. Milano mi ha dato l’occasione della vita, mi ha insegnato a lavorare».
Il manager Mattia Mor l’ha scoperto per caso e subito coinvolto nel suo progetto #hosceltomilano.
«È una delle storie personali più belle che ho sentito», ha detto, registrando il suo video con gli altri 130 che compongono il mosaico di testimonianze sulle opportunità che Milano ha regalato a chi le ha potute, o sapute, raccogliere.
Per Saif l’inizio è stato molto difficile.
In Bangladesh la sua è una famiglia di contadini. I genitori non riuscivano a mantenere i tre fratelli. Così, a 18 anni, Saif è partito ed è arrivato a Milano, dove un connazionale all’inizio lo ha ospitato. Un monolocale in cinque.
«Era dicembre, prima di Natale. Non sapevo una parola di italiano, non avevo i documenti, e neanche la giacca e i guanti. Mi svegliavo all’alba, correvo all’Ortomercato a prendere i fiori, toglievo tutte le spine dalle rose e andavo in giro a venderle. Me lo ricordo, quel primo mese. Nevicava tantissimo».
Non sono tutti gentili, con chi vende per strada. «Mi vedevano ragazzino magro, senza niente. Qualcuno mi allungava delle monete e non voleva i fiori in cambio ma io davo lo stesso loro una rosa. Nella vita ci vuole eleganza, dignità . Io facevo un lavoro e speravo che quei fiori servissero a qualcuno».
Lungo la strada, nel quartiere Brera in cui Saif girava di sera con le sue rose, dopo qualche mese lo nota il proprietario di una pizzeria.
Gli propone di fare da lui una settimana di prova come lavapiatti. Saif se la cava egregiamente. Il ristoratore, colpito, lo tiene con sè al lavoro per un altro mese, dopo qualche tempo lo «promuove» aiuto cuoco.
«Il mio sogno era servire in sala ma invece dovevo rimanere nascosto per non mettere nei guai nessuno, visto che non avevo i documenti per stare in Italia», dice lui.
Nel 2012, dopo due anni a Milano, una sanatoria gli permette di mettersi in regola. A quel punto però entra in crisi la pizzeria in cui aveva trovato lavoro. Il ristoratore dimezza il personale, lo lascia a casa.
Saif torna alle rose. «In un internet point ho scritto il curriculum, quello che guadagnavo con i fiori lo spendevo per farne tantissime copie».
Ne ha distribuiti a centinaia in giro, personalmente. Dal quartiere Brera, è arrivato anche all’Isola. «Ho incontrato Cesare e Federica, i proprietari del Ratanà . A loro devo dire tutta la vita: graziemente», dice, inventandosi una crasi tra «grazie» e «veramente».
«Mi hanno dato fiducia. Mi hanno incoraggiato a migliorare studiando».
Saif si volta verso il Bosco Verticale, alza la testa e guarda in alto.
Hai un sogno?
«Continuare così».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 31st, 2017 Riccardo Fucile
QUANDO IL MARKETING CI METTE LO ZAMPINO SNATURA TEMI E TUTTO DIVENTA UNA BRUTTA PARODIA
Ma quale dolcetto e scherzetto: quando il marketing ci mette lo zampino (è toccato pure al
caro Babbo Natale, vestito di rosso Coca-Cola) puntualmente snatura temi tutt’altro che superficiali, che affondano le loro radici sin nella notte dei tempi.
Mi perdonino piccoli e bambini a cui le mamme hanno comprato orripilanti mascherine di un Carnevale anticipato che s’apprestano oggi a festeggiare, ma stanotte più che l’Halloween della ‘Zucca made in Usa’ è il Samhain, il Capodanno dei Celti.
Radicato nel concetto di ciclicità del tempo, si tratta del tradizionale passaggio dell’autunno all’inverno (da non confondere col solstizio d’inverno, 21 dicembre), del cosiddetto momento del Terzo Raccolto, quando le antiche popolazioni di pastori del Nord Europa sacrificavano parte del gregge facendo delle carni (sotto sale) le preziose provviste da conservare per i mesi invernali.
Da qui s’arriva alla festa dei morti, il tema principale per quegli antenati, spiritualmente (e non solo), parte integrante della vita sociale della comunità , nel perenne ritorno di morte e rinascita.
Quando l’antico popolo romano, radicato nel mos maiorum, incontrò i Celti, l’evidenza di una similitudine della festa del Samhain ricadde sui Lemuria, la festa delle anime dei morti protettori della famiglia (i Lari), il cui rito veniva celebrato a Roma dal pater familias per rievocare il fondatore dell’Urbe Romolo che lo aveva eseguito per placare lo spirito irato del fratello (ucciso) Remo.
Ecco il perchè dell’uso delle maschere, delle rivisitazioni e dei travestimenti per accaparrarsi l’energia di entità magiche e soprannaturali, che per analogia rimandano ai Celti e alle tradizioni dei popoli nativi, degli sciamani, dei gruppi Asatrù o ai costumi del folklore degli Haensele e Uberlingen, in uso ancora oggi a sul lago di Costanza tra Svizzera, Liechtenstein e Germania.
Richiamato dal fascino non solo di kilt e cornamuse, per conoscere più da vicino Samhain e cultura celtica, tempo fa me ne andai sulle rive dell’Atlantico per assistere al Festival Interceltique di Lorient (in Bretagna, se scrivo Francia si offendono) per deviare poi sulle tracce di maghi, fate e folletti, nella suggestiva foresta di Broceliande dove si trova la “tomba” del druido Merlino e si dice che la bella Viviana custodisca gelosamente la spada di Excalibur.
Ricordo paesi remoti, casette sperdute nel nulla, persone semplici, generose e genuine che ancora custodiscono il segreto inviolabile di una cultura millenaria, tra Menhir e Dolmen.
Dopo l’estate (il Festival Interceltico si celebra ad agosto) arrivò il primo freddo: era la notte del 31 ottobre quando finii in un locale immerso in una suggestiva campagna, convenuto all’appuntamento per una grande festa illuminata dalla luna e da un grosso falò acceso all’esterno.
In un atmosfera surreale, la sola luce delle candele squarciò il tetro del pub di quella serata magica, accompagnata dalle note di Folk Music celtica (arpe, cornamuse, violini e flauti) nel momento in cui il mio straordinario compagno di viaggio mi portò un calice di buon idromele (miele fermentato), sussurrandomi all’orecchio: “Buon Samhain!”.
Mi sembrò di stare come in un film, senza però recitare alcuna parte, sicuro di rivivere l’atmosfera di in un’epoca profondamente diversa dall’attuale: capii che Halloween era solo una brutta parodia di un sentire diffuso tra quanti, ancora oggi, vogliono spingersi oltre gli inganni della materia.
Anche nel ricordo dei propri antenati.
Buon Samhain a tutti!
(da “il Fatto Quotidiano”)
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