Agosto 21st, 2017 Riccardo Fucile
IL REGISTA MICHELE CINQUE HA REALIZZATO UN DOCUMENTARIO A BORDO DELLA NAVE DELLA ONG TEDESCA: “COLPITI PERCHE’ NON STRUTTURATI”… L’ACCUSA RIDICOLA DI NON AVER DISTRUTTO DUE GOMMONI, MANDATECI SALVINI A RECUPERARLI DAGLI SCAFISTI
“Sono molto abbattuti, ma allo stesso tempo, cercano un un modo per continuare il proprio
attivismo. Qualcuno di loro tornerà a studiare, ma altri sono pronti a prendere il loro posto”.
A parlare con Huffpost è Michele Cinque, regista di 33 anni romano che nell’ultimo anno ha documentato, per un totale di oltre 500 ore di girato, l’operato dell’imbarcazione Iuventa e del suo equipaggio.
Il risultato sarà un film (“Proveremo a presentarlo alla prossima Berlinale”) il cui finale è ancora aperto.
Non a caso Michele Cinque è a Berlino dove lo incontriamo poco dopo essersi recato presso la sede della Jugend Rettet, un ufficio in zona Mitte “di cui è meglio non rivelare l’indirizzo, hanno ricevuto tante minacce. Hanno accusato il colpo iniziale, non erano preparati. Sono la Ong più fragile ad operare in quelle acque, è stata attaccata lei invece di altre proprio perchè si sapeva che non sarebbe stata in grado di reagire in tempi rapidi. Sono un gruppo di ragazzi idealisti che inizialmente neanche pensava che la loro attività nel Mediterraneo sarebbe durata così a lungo. Avevano iniziato a causa della fine dell’operazione Mare nostrum, volevano dare l’esempio, con la speranza che l’Unione europea li seguisse e si facesse carico della questione. Non erano strutturati, chiunque abbia fatto parte dell’equipaggio ha seguito un addestramento che però è rapido e non ha una risposta per ognuna delle migliaia di situazioni diverse con cui si avrà a che fare. Ciò che conta è che questi ragazzi abbiano salvato in un anno di operazioni 14000 persone”.
La procura di Trapani contesta alla Iuventa solo di non aver distrutto in almeno un paio di circostanze le imbarcazioni su cui viaggiano i migranti tratti in salvo, ma di aver permesso ai trafficanti di riprenderle. (Loro, disarmati, avrebbero dovuto insistere per trattanerle e prendersi una raffica di mitra, tanto per capirci).
“Ciò che non è ancora chiaro ai mass media è che in quelle acque, oltre alle ONG, le guardie costiere e i barconi con i migranti c’è un altro soggetto con cui fare i conti: i cosiddetti Engine-Fisher. Si tratta di imbarcazioni che scortano i gommoni fino a quando non vengono recuperati dalle Ong di turno per poi rubarne o il motore o addirittura tutto lo scafo. Del resto non ci sono più gli scafisti, a guidare sono normalmente gli stessi migranti a cui è stato offerto un biglietto scontato. Fino all’estate del 2016 gli Enigine-Fisher rimanevano a parecchia distanza e si avvicinavano solo a trasbordo finito, ma l’operato delle ONG li ha resi più aggressivi. A volte rubano il motore del barcone ancora prima che quest’ultimo sia recuperato da qualcuno, lasciandolo andare in mare aperto senza alcuna guida, altre volte si avvicinano durante l’operazione del trasbordo minacciando in vari modi gli stessi equipaggi delle ONG. Spesso sono armati, a volte fanno solo finta di esserlo. A quel punto cosa fai? La tua priorità è salvare vite e, logicamente, non mettere neanche la tua o quella degli altri operatori a repentaglio. E questo per non parlare della Guardia costiera libica che non si comporta, spesso, come dovrebbe. Lei si che, come mostrerà un servizio della Rai il prossimo tre settembre, conosce, e non solo, i trafficanti di migranti”.
È mai stato testimone di un errore comportamentale?
“No, non durante le riprese della loro prima missione, quando a luglio 2016 dopo mesi di corteggiamento mi accettarono a bordo solo 15 minuti prima di salpare da Malta, nè nelle centinaia di ore girate dagli altri miei operatori successivamente sia sulla Iuventa che su altre imbarcazioni di Ong. Solo il primo giorno di missione hanno salvato 455 persone, se si parla delle prime due settimane allora il numero sale a oltre 2mila, a cui purtroppo vanno aggiunte due ragazze morte durante le operazioni di recupero. Non è facile avere a che fare con la morte, ancora di più se hai vent’anni e poco più”.
Cosa rimane di questa avventura della Iuventa?
“L’aver fatto qualcosa di importante e di giusto. Forse è la fine di un’epoca per le Ong, forse no. Certo è che finchè l’Europa farà finta di non vedere, qualcuno con il senso del giusto proverà a dare il proprio contributo anche al costo sacrificare i propri sogni”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 21st, 2017 Riccardo Fucile
ALLA FACCIA DELLA FOGNA RAZZISTA: “IL DIRITTO ALLA NAZIONALITA’ VA RICONOSCIUTO DALLA NASCITA”… “NO A ESPULSIONI COLLETTIVE E ARBITRARIE DEI MIGRANTI”
Accogliere, proteggere, promuovere e integrare: quattro verbi che sintetizzano la “comune risposta” alla sfida del fenomeno migratorio secondo Papa Francesco. Quattro verbi che costituiscono le direttrici contenute nel messaggio che Bergoglio invierà il prossimo 14 gennaio in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato e di cui sono state rese note alcune anticipazioni.
“Durante i miei primi anni di pontificato – scrive Bergoglio – ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà . Si tratta indubbiamente di un ‘segno dei tempi’ che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013”.
Accogliere.
Accogliere i migranti significa offrire loro “più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione”, per esempio attraverso “corridoi umanitari”, e “una prima sistemazione adeguata e decorosa”, spiega il Pontefice. Per il Papa occorre anche “un impegno concreto affinchè sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare”. “Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali”.
Proteggere.
Bergoglio ricorda che la Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo “offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. “A essi – dice il Papa – occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento. Nel rispetto del diritto universale a una nazionalità , questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita”. Secondo Francesco, “il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI, ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera”.
Il verbo proteggere si traduce, secondo il Papa, “nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento”, una protezione da continuare, “per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sè i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale”.
Promuovere.
“Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca. Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore. Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno”, sottolinea il Papa. “È una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà , i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità , alacrità , saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità “, aggiunge.
Integrare.
L’integrazione, sottolinea il Papa, prevede che al momento della nascita vada “riconosciuta e certificata” la nazionalità e a tutti i bambini vada “assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria”.
(da agenzie)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
UN NETTURBINO CHIAMO’ L’AMBULANZA, SI AGGRAVA LA POSIZIONE DEL FIDANZATO… CHE BEI VALORI VENGONO TRASMESSI DALLA EVOLUTA SOCIETA’ OCCIDENTALE “IDENTITARIA” AI GIOVANI
«Allora, c’è una ragazzina, avrà più o meno quindici anni. Trema tutta, è con degli altri amici, sembra che abbia preso chissà cosa. Loro non vogliono chiamare l’ambulanza».
Il tono di voce è concitato, ogni parola registrata dalla centrale operativa del 118 è un macigno sul futuro giudiziario legato alla tragica vicenda della studentessa di 16 anni morta a Genova quindici giorni fa per aver assunto un cristallo di ecstasy. E potrebbe portare nelle prossime ore alla nuova accusa di omissione di soccorso per il fidanzato e l’amico che le hanno ceduto la dose fatale.
Sono le 2 del mattino del 29 luglio e la scena che si presenta a Cristian M., 38 anni, netturbino di Amiu in servizio in via San Vincenzo, a pochi metri dalla stazione Brignole a Genova, è drammatica, terribile. Adele De Vincenzi è priva di sensi in mezzo alla strada – morirà un’ora più tardi in una sala del Pronto soccorso dell’ospedale -. Insieme a lei ci sono tre giovani: il fidanzato Sergio Bernardin, 21 anni, e gli amici Gabriele Rigotti, 19, e Simona (il nome è di fantasia), 16 anni.
L’addetto dell’azienda comunale dei rifiuti pochi istanti prima ha visto Adele crollare a terra, dallo specchietto retrovisore del suo mezzo di servizio.
Non si gira dall’altra parte, non fa finta di nulla.
Scende, propone di dare una mano a soccorrere la ragazza, di chiamare un’ambulanza. Ma i due ragazzi – poche ore dopo verranno arrestati dalla Squadra mobile della questura con l’accusa di aver ceduto ad Adele la dose che l’ha uccisa – non vogliono che s’intrometta, sono quasi infastiditi dal suo intervento.
«Mi rispondevano – spiegherà più tardi in questura l’addetto di Amiu – di non chiamare proprio nessuno, semmai di darle dell’acqua».
Cristian M. però non ci sta. Si allontana, percorre qualche metro, prende il telefono cellulare e chiama ugualmente i soccorsi. Dal numero unico di emergenza 112, la telefonata transita alla centrale operativa della Genova Soccorso che gestisce il servizio del 118. Una registrazione di quaranta secondi tra il netturbino e la dottoressa di turno che racchiude tutta la drammaticità di quella notte.
Cristian M. intuisce subito che la vita di quella ragazzina sta scivolando via, che bisogna fare qualcosa d’immediato per salvarla.
È sotto choc e non lo nasconde al medico in servizio: «Io sono uno spazzino – dice – e mi sento male a vedere ‘sta scena.
Per favore venite subito con un’ambulanza». Il suo racconto è preciso, lucido. Tanto da correggere l’operatore sanitario che confonde il civico davanti al quale Adele è a terra: «È il trenta e non il tre», precisa e ribadisce che la ragazzina ha anche perso i sensi: «Non è cosciente ma trema tutta, sembra che butti gli occhi all’indietro», descrive sconvolto alla centrale operativa di Genova Soccorso.
Questo drammatico dialogo telefonico diventa importantissimo per l’inchiesta della Procura.
Perchè quanto viene riferito dallo stesso netturbino ai medici nella sua telefonata («I due non vogliono chiamare l’ambulanza»), avrà un peso determinante nel processo che dovrà fare piena luce sulla tragica fine di Adele.
Sulla base di questa dichiarazione, ora agli atti dell’inchiesta, i due giovani – entrambi da una decina di giorni ai domiciliari dopo una settimana di carcere – potrebbero rispondere non solo della morte come conseguenza della cessione di droga ma anche del reato di omissione di soccorso.
Lo sta valutando il pubblico ministero Michele Stagno che coordina l’inchiesta della Squadra mobile di Genova diretta dal primo dirigente Marco Calì.
(da “il Secolo XIX”)
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Agosto 15th, 2017 Riccardo Fucile
SONO DUE GIOVANI OSPITI DI UN CENTRO DI ACCOGLIENZA DI GENOVA
Due giovanissimi migranti africani richiedenti asilo, ospiti a Fumeri, nell’entroterra del capoluogo ligure, hanno trovato un portafoglio su un treno con dentro 35 euro e lo hanno consegnato alla responsabile della struttura che li ospita.
La donna ha rintracciato il proprietario per restituirglielo.
Si chiama Salvatore Scalabrini, è un pensionato e ha regalato ai due ragazzi 20 euro a testa, ringraziandoli: «Ce ne fossero di ragazzi come voi! Benvenuti in Italia!».
A raccontare la storia è stata Gabriella Profumo, insegnante e responsabile del centro di accoglienza di Fumeri, dove i due migranti hanno trovato ospitalità : «Le parole di quel pensionato mi hanno commosso, perchè conosco bene quei due ragazzi e so che hanno alle spalle esperienze terribili. Sono sbarcati dai barconi dopo una prigionia nelle carceri libiche, dove sono stati rapinati di tutto e torturati ».
I ragazzi si chiamano Jafra Drame (19 anni, della Guinea) e Mamadì Sware (17, del Gambia) e ormai sono come fratelli: «Quando ho chiesto loro perchè non hanno aperto il portafoglio – ha raccontato ancora la Profumo – mi hanno risposto in modo disarmante che “non è roba nostra”».
Il centro che ospita i due africani è gestito dalla Croce Bianca Genovese. Il presidente della pubblica assistenza, Walter Carrubba, non si è stupito del gesto dei due ragazzi: «Conosco molti degli ospiti dei nostri centri di accoglienza temporanea e so che hanno una grande rettitudine morale. E poi noi non ci limitiamo a ospitare i migranti, ma li impegniamo in lavori utili, insegniamo loro l’italiano e il senso civico, rimarcando soprattutto il valore dell’onestà ».
(da “il Secolo XIX”)
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Agosto 14th, 2017 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DI MAURO CORONA, SCRITTORE, ALPINISTA E SCULTORE
Sapete una cosa? Non avete risolto un bel niente. Lo dico a voi, uomini che avete sparato all’orsa e lo
dico a chi vi ha ordinato di farlo. Preparatevi pure a sparare ancora, armate i vostri fucili. Finchè l’uomo attraverserà la strada di un’orsa con i cuccioli, finchè quell’orsa avrà paura aggredirà per difenderli.
Ogni madre, di qualsiasi specie sia, difende i propri piccoli.
È l’uomo, non l’orsa, che non è al suo posto. Gli orsi se ne fregano di noi, non ci aggrediscono, ma se una femmina ha i cuccioli allora è meglio starle distante. Punto. L’orsa lì doveva essere e lì doveva continuare a stare.
Hanno ucciso Daniza e adesso anche KJ2. E ci hanno pure detto che Daniza è morta per eccesso di anestetico, che si era trattato di un errore. Certo, come no? Per KJ2 niente anestetico? No, per quest’ora soltanto piombo.
Scusate, ma per quanto tempo continuerete a sparare?
Prima ripopolate le montagne con gli orsi spendendo un sacco di quattrini pubblici e poi li condannate a morte. Bel paradosso. Assurdo non credete?
Ma come si fa, dico io, a inventarsi cose di questo genere, a non comprendere di essere davvero fuori di testa a scegliere di uccidere.
Gli animali selvatici non stanno alle nostre regole, questa è la loro colpa.
È evidente che sono condannati per questo, ci intralciano, eppure li abbiamo catturati altrove e portati da noi perchè le Alpi erano popolate anche dagli orsi e non c’erano più. Siete voi che ordinate e sparate a non stare alle regole dei selvatici perchè non le conoscete. È un problema di ignoranza.
Noi viviamo in un mondo di ignoranza mal distribuita. La montagna è sconosciuta. Sono almeno trent’anni, dico trent’anni, che chiedo ai governanti, allo Stato, non so più a chi, di farla studiare a scuola la montagna.
Le guide alpine, gli uomini che la vivono e la conoscono, contadini, allevatori, boscaioli devono essere chiamati nelle aule scolastiche per raccontarla, tra bellezza e pericoli. Soltanto così la si può apprezzare.
Il guaio di tutto è che chi sceglie il territorio alpino per far vacanza non lo conosce. Le ordinanze non ci insegnano un bel nulla. Non proteggono. Vietare e uccidere. Si continuerà così se l’ignoranza non verrà colmata.
Uno squalo addenta un bagnante? Ammazziamo gli squali. Facciamolo con le vipere, se mordono un turista annientiamole, oppure con i lupi. I lupi uccidono le pecore, cioè seguono la loro natura, e noi gli spariamo.
Potremmo allargare il campo di questa bella soluzione. Un morto sulle strisce pedonali? Uccidiamo gli autisti.
E per stoppare i femminicidi ammazziamo gli uomini. Ma che modo è di ragionare? Siamo dunque noi gli animali intelligenti?
Ma lo sa la gente che l’ultimo uomo ucciso da un orso sulle Alpi risale a 110 anni fa?
E sa che ogni anno quanti uomini si ammalano per la puntura delle zecche e quanti ne muoiono? Ancora, c’è qualcuno che sa quanto possa essere pericoloso un cervo, così ammirato e ritenuto innocuo? In realtà può essere molto aggressivo.
Provate ad attraversare un’aia dove c’è una chioccia con i suoi pulcini e poi vedrete che cosa significa proteggere per un animale.
In questo momento sono a Misurina e non so neanche descrivere che cosa vedo intorno a me. Come si comporta la gente. Prendono la montagna come un parco cittadino, l’affrontano allo stesso modo.
Nessuno ha detto loro, per esempio, che a giugno se vai per boschi ti può capitare d’incontrare un’orsa con i suoi piccoli.
E che non si scherza con una mamma orsa, ha paura di noi, aggredisce per prevenire il peggio, oppure per rispondere a un’aggressione o a un’azione che lei ha ritenuto pericolosa per i cuccioli o per sè. E allora bisogna cambiare strada, via da lì, non pensare di osservarla, magari di avvicinarla. Invece che cosa si fa?
Niente. Non si dice nulla nelle città , poi si decide con un’ordinanza di condannare a morte un’orsa.
Un orsicidio che è gesto insano e non ha giustificazioni. Ha la copertura della legalità .
In realtà si uccide quando non si hanno idee, quando si è confusi, quando non si conoscono gli animali selvatici.
Mancanza di sapere curata con il piombo dei fucili. Orsa condannata dopo una ricerca attraverso il Dna.
Indagine genetica per individuare l’orsa cattiva? Roba da matti.
Vogliamo capire o no che siamo noi gli intrusi, noi andiamo a casa sua, non viceversa. Altro che ordinanze. Bisogna informare, non abbattere.
Andiamo a scuola di montagna che non ha i nostri codici, leggi o regolamenti. È questa l’ordinanza da scrivere.
Mauro Corona
(da “la Stampa”)
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Agosto 11th, 2017 Riccardo Fucile
GLI STUDIOSI SPIEGANO COME L’IMPERO ROMANO FOSSE UNA SOCIETA’ METICCIA… E RICEVONO INSULTI E MINACCE DALLA DESTRA XENOFOBA
Il cartone animato è del 2014, ma le polemiche sono di questi giorni, a dimostrazione del clima sempre più virulento che si respira sui social network ad opera di chi cerca di far prevalere i pregiudizi sulle verità scientifiche, con gli studiosi e gli esperti insultati e minacciati per i loro tentativi di ristabilire il primato della scienza.
Sul banco degli imputati degli odiatori da tastiera sono finiti stavolta non i vaccini, ma un documentario educativo realizzato tre anni fa dal canale Bbc Teach sulla storia della Gran Bretagna.
Nell’episodio dedicato alla Britannia romana, il protagonista è un centurione di stanza sul Vallo di Adriano. Ciò che non può andare giù a cospirazionisti ed estremisti di destra è che il “civilizzatore” sotto le insegne Spqr abbia la pelle scura, sia sposato a una donna bianca, e che abbia per giunta due figli, ovviamente mulatti.
A dar fuoco alle polveri è stato Paul Joseph Watson, attivista della alt-right britannica e gestore del sito cospirazionista Infowars, che in un tweet ha sparato a zero contro il servizio pubblico radiotelevisivo britannico: “Grazie a Dio la Bbc dipinge una Britannia romana etnicamente variegata”, ha scritto. “Tanto, a chi importa l’accuratezza storica, no?”.
I soliti 140 caratteri buttati lì per raccogliere retweet e commenti indignati. Ma qualcuno ha deciso di non fargliela passare liscia.
“Davvero, hai qualche tipo di trauma cerebrale o fai finta per compiacere i tuoi follower boccaloni?”, ha twittato in risposta il divulgatore Mike Stuchbery.
All’inizio aggressivo, Stuchbery ha fatto seguire una serie di tweet assai documentati per dimostrare a Watson e ai suoi seguaci che la Britannia era effettivamente, così come tutto l’impero, piena di africani, molti dei quali in posizioni preminenti di potere.
I documenti scritti e gli scavi, spiega Stuchbery, dimostrano che la Britannia romana ospitava una grande varietà di etnie, poichè i romani avevano imparato a far arrivare nei territori conquistati legioni da parti diverse dell’impero.
Ciò era vero particolarmente a Londinum, l’attuale Londra, capitale della provincia. Ma anche nella zona corrispondente alla moderna York ci sono prove di personaggi di spicco nordafricani.
Lezione imparata? È vano sperarlo: alle prove di Stuchbery, Watson ha risposto con un video su YouTube in cui, di fatto, afferma di aver dimostrato di avere ragione.
Ma il peggio doveva ancora arrivare: con un certo ritardo, Mary Beard, professoressa di studi classici a Cambridge, una sorta di istituzione in Gran Bretagna quando si parla di Roma antica, si accorge della polemica e si azzarda a definire il documentario Bbc “abbastanza accurato”.
La professoressa Beard si spinge a ravvisare nella figura del centurione africano un personaggio realmente esistito, il governatore Quinto Lollio Urbico, romano berbero che comandò sulla Britannia tra il 139 e il 142 e il cui mausoleo è ancora visitabile a Tiddis, in Algeria.
Apriti cielo: su Twitter cominciano a pioverle addosso insulti.
I più moderati la accusano di elitarismo e di vivere nella solita torre d’avorio degli intellettuali. Gli altri mettono in mezzo la sua età , la sua forma fisica, la sua femminilità .
Uno scenario davvero desolante.
Su cui l’epitaffio migliore è probabilmente quello di J.K. Rowling, l’autrice di “Harry Potter”. La quale, imitando in un tweet lo stile dei titoli da social network, ha scritto: “Una storica ha dato la sua dotta opinione sulla diversità etnica nella Britannia romana. Quello che è successo dopo, non vi stupirà “.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA A UN RAGAZZO DI 27 ANNI CHE HA SCELTO DI INDOSSARE LA DIVISA
Come ci si sente, a 27 anni e con tutta la vita davanti, nei panni di un possibile bersaglio quotidiano del terrorismo, e dopo aver visto le immagini dell’attentato di Levallois-Perret, con quell’auto lanciata contro sei militari uguali a te?
«No, non voglio apparire presuntuoso. E non intendo nemmeno minimizzare, ma noi militari italiani impegnati sul territorio siamo ben allenati non solo ad affrontare possibili pericoli di quel tipo, ma ad avere un occhio addestrato a intuire i veri rischi».
E la paura?
«Mi aiuta un carattere predisposto alla tranquillità , al controllo dei nervi».
Non è roba da un ragazzo come gli altri, che incontri per le strade, sulle spiagge, in discoteca.
«Invece sono, mi sento veramente un ragazzo come tanti altri. Poi ognuno segue la propria strada. La mia adesso è questa: in piazza con la divisa, per contribuire a rendere più sicura la vita degli altri. So che può sembrare retorico, o banale, o già sentito: ma provo un grandissimo orgoglio per il lavoro che svolgo. E ai pericoli mi sento preparato. Per imparare a proteggere bene un’area italiana, sono già stato in Afghanistan e in Libano».
Il profilo
Il Caporalmaggiore dell’Esercito P. A. P., 27 anni (da San Giovanni Rotondo, Foggia), è davvero un militare qualsiasi, di quelli che vediamo schierati per le nostre strade: in questo periodo presidia a Roma la centrale, nevralgica piazza della Repubblica (snodo tra la stazione Termini e via Nazionale) inclusa la fermata della metropolitana.
Cinque-sei ore di turno al giorno per l’Operazione Strade Sicure, sotto il sole del rovente agosto 2017, armato, e possibile bersaglio di attacchi, come dimostra l’attentato parigino: il tutto per 1.200 euro al mese.
Uno tra i tanti, dicevamo. Ma forse sono le sue risposte a farne un tipo umano «diverso» rispetto ad altri suoi coetanei.
Per esempio quando gli si chiede a che età abbia deciso di arruolarsi: «Ho scelto la divisa subito dopo la Maturità Scientifica. Ho uno zio carabiniere e un altro zio ufficiale dell’Esercito. In casa ho respirato questa passione. Ho preferito tentare di arruolarmi immediatamente, senza laurearmi. È stato faticoso ma ci sono riuscito, dopo l’arruolamento nel 2010 e il concorso quadriennale nel 2013 ora attendo il concorso per il servizio permanente».
La scelta
Una scelta di vita, e vediamo di capire perchè: «Hanno contato gli esempi familiari. Ma soprattutto per me, lo ripeto, c’è una forte motivazione legata all’orgoglio. Però pesa un altro fatto, e anche qui si corre il rischio di non essere capiti, raccontandolo, o magari qualcuno penserà che esagero: i continui “Grazie! Grazie!” che ci rivolge la gente ogni giorno, vedendoci al lavoro. Ringraziano anche i turisti. Noi lo sappiamo che la popolazione non si sente tranquilla. Che il terrorismo rappresenta un problema e sta cambiando le nostre vite. Vederci rassicura. Quei ringraziamenti per me, per i miei colleghi, sono soddisfazioni straordinarie, dal punto di vista professionale come da quello umano».
Ha lavorato con donne in divisa?
«Non in questo periodo, ma mi è successo. Posso testimoniare che sono identiche a noi uomini sia sul piano della forza fisica che della capacità performativa, ovvero dell’addestramento. Ormai non vedo differenze».
Il futuro
A proposito di donne, a 27 anni c’è chi progetta il futuro, magari pensa a farsi una famiglia. Con un lavoro in cui si rischia la vita, può essere difficile trovare chi accetta e condivide.
«Anche in questo mi sento fortunato, sto da cinque anni con Chiara, una mia compaesana che ha studiato medicina e si sta specializzando in ginecologia, mi ha sempre sostenuto anche nelle missioni all’estero, mi sento così forte anche perchè c’è lei».
Dunque si torna in strada ogni giorno, nonostante le notizie da Parigi.
«Certo che sì, senza esitazioni. Penso al mio futuro. Un gradino per volta, punto a diventare sergente, maresciallo, un giorno magari ufficiale. La paura? Lo ripeto, siamo allenati a controllarla…».
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
UNA TOCCANTE STORIA D’AMORE IN UN MONDO DI INFAMI DOVE SI SA SOLO ODIARE
Una foto. Una storia d’amore e supporto reciproco ordinaria. Delicata e commovente.
Tanto è bastato per coinvolgere decine di migliaia di persone su Facebook.
Siamo in Sardegna, in Gallura, nella zona di Santa Teresa.
Una coppia di anziani coniugi si sposta dalla spiaggia: «Lei probabilmente paralizzata (in carrozzina, ndr) e lui con un cappello di paglia sul capo per asciugare le gocce di sudore», racconta Enrico Galletti, blogger 18enne di Cremona, che ha fotografato – anche a parole – la storia e l’ha pubblicata sul social network.
I due, spiega Galletti al Corriere, stanno percorrendo il chilometro e mezzo circa che separa il mare dal parcheggio. All’andata, «il marito non si è fermato appena raggiunta la riva, ma ha proseguito fino alla zona più bella, quella vicina agli scogli. Più o meno tre chilometri, fra andata e ritorno, perchè la moglie potesse godere del panorama più suggestivo».
Il sole è alto, ci saranno 40 gradi. E il tratto per tornare alla macchina è in salita. Ma l’uomo, «di una settantina d’anni», non desiste. A chi gli chiede se abbia bisogno di aiuto risponde «no, sono abituato». Abituato a cosa? «Mentre lo aiutavo a tirare la sedia a rotelle mi ha spiegato di essere abituato alla condizione di auto-insufficienza della moglie. Di quella stessa ‘ragazza’ che tanti anni prima ha conosciuto, tutta abbronzata, e di cui si è subito innamorato».
«Non la abbandono mai», ripete l’uomo senza fermarsi anche quando gli viene proposto di prendersi una pausa e lasciare l’onere di spingere la carrozzina al più giovane aiutante.
Nonostante il caldo, nonostante il sudore che quasi lo acceca. «Io non la abbandono mai».
Conta solo il sorriso di lei. Lei, un po’ imbarazzata per essere al centro dell’attenzione del ragazzo, che non può fare a meno di notare l’assenza di infrastrutture adeguate, e dell’intera spiaggia.
Perchè una scena tanto ordinaria quanto potente non passa inosservata.
«L’amore, quello vero, era lì», conclude Enrico.
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 10th, 2017 Riccardo Fucile
LA PICCOLA LOTTAVA DA ANNI CONTRO LA LEUCEMIA… TRE ANNI FA CONSEGNO’ IL SUO SALVADANAIO AL “TEAM FOR CHIDREN”
Lottava da anni contro la leucemia la piccola Aurora Maniero. La malattia se l’è portata via martedì, a soli otto anni.
Una bambina coraggiosa, che la terribile patologia ha strappato troppo presto a mamma Valentina, papà Mirko e alla sorellina.
Una famiglia di Fossò, nel Veneziano, che è stata vicina alla figlia fino all’ultimo. Un esempio di forza il loro e un esempio di valore Autora, che ha fatto innamorare tutto il reparto di Oncomatologia pediatrica di Padova.
Tre anni fa la piccola aveva vinto un premio per la sua bontà , consegnando il suo salvadanaio con i soldi che aveva ricevuto come regalo di compleanno per donarli al Team for Children.
E i genitori lo scorso fine settimana sono riusciti a esaudire il più grande dei desideri di quella figlia malata che tanto hanno amato.
In un agriturismo sui Colli si sono sposati e la piccola Aurora è riuscita ad assistere all’evento.
La bambina ha avuto una vita breve. Quattro anni fa era stata colpita dalla leucemia. Per lei era stato necessario il ricovero in pediatria, dove ha trascorso buona parte degli ultimi anni e dove era seguita con affetto da tutti i medici.
Tante le cure provate sulla bambina, che non hanno dato gli esiti sperati. Anzi, negli ultimi tempi la situazione era precipitata, tanto che la piccola non riusciva più a camminare e nei pochi momenti in cui si alzava dal letto, doveva utilizzare una carrozzina.
Il funerale si terrà sabato prossimo nella chiesa del paese veneziano.
(da “il Corriere del Veneto”)
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