Destra di Popolo.net

ADDIO AL SIGNORE DEGLI ABISSI, UOMO DEL POPOLO E DELLA DESTRA VERA

Novembre 13th, 2016 Riccardo Fucile

E’ MORTO ENZO MAIORCA, DETENTORE DI MOLTI RECORD DI IMMERSIONE IN APNEA, AVEVA 85 ANNI, FU SENATORE DI AN

È morto all’età  di 85 anni a Siracusa, sua città  natale, Enzo Maiorca, più volte detentore del record di immersione in apnea.
Era nato il 21 giugno del 1931, e dall’aprile 1994 al maggio 1996 era stato senatore del gruppo di Alleanza Nazionale.
Medaglia d’Oro al valore atletico del Presidente della Repubblica, conferita nel 1964, Stella d’Oro al merito sportivo del Coni, le avventure subacquee di Enzo Maiorca hanno conquistato l’Italia negli anni 60 e 70.
Proprio nel 1960 raggiunge -45 metri battendo il brasiliano Amerigo Santarelli, che nello stesso anno si porta fino ai -46 metri. Maiorca riprende il primato già  in novembre a -49 metri.
Resterà  sulla scena da protagonista per 16 anni, fino al 1976, anno in cui abbandona l’apnea.
La sua vita è costellata di record: nel 1960 scende a -45 metri, l’anno successivo a -50, nel 1962 a -51, nel 1964 stabilisce due record: -53 e – 54 metri.
Il suo record è -101 metri del 1988, battuto dal -105 metri di Jacques Mayol.
Nella sua carriera Maiorca ha avuto alcuni rivali storici: il più grande è stato il brasiliano Amerigo Santarelli (ritiratosi nel 1963), poi Teteke Williams, Robert Croft e Jacques Mayol, quest’ultimo l’acerrimo rivale.
Il 22 settembre 1974, nelle acque della baia di Ieranto, sulla costiera sorrentina, Maiorca tentò di stabilire un nuovo record mondiale di immersione in apnea alla quota di 90 metri.
La Rai trasmetteva l’evento in diretta: quando Maiorca dopo lunghi preparativi iniziò la discesa lungo il cavo d’acciaio andò a sbattere a neanche venti metri di profondità  contro Enzo Bottesini, esperto di immersioni e inviato della Rai per l’occasione. Riemerse infuriato e si lasciò andare a una serie di imprecazioni, chiaramente udibili dal pubblico televisivo.
In televisione tornò dopo molti anni, collaborando con Linea Blu, programma della RAI, dal 2000 al 2002.
“Se ne è andato un grande amico, un ambientalista convinto, compagno di numerose battaglie in difesa di quel mare che lo ha visto tante volte protagonista sportivo, ma non solo”.
Così Legambiente ricorda Enzo Maiorca, un uomo che “ha nel corso della vita saputo sfruttare la sua notorietà  sportiva per diffondere la cultura del mare, per parlare della sua tutela e dei suoi problemi, mettendo la sua figura al servizio del bene comune, senza dimenticare mai la sua Siracusa”.

(da agenzie)

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OLIVETTI, IL LAVORO COME RISCATTO MORALE

Novembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

IL LIBRO DI GIUSEPPE LUPO RICOSTRUISCE LA STAGIONE DELLA FABBRICA-COMUNITA’ DI IVREA

«L’idea di fabbrica-comunità  concepita da Adriano Olivetti rappresenta qualcosa di unico nel panorama italiano, probabilmente un’anomalia tanto affascinante quanto vistosa. Il suo obiettivo era finalizzato alla promozione dell’uomo più che a realizzare profitti».
Giuseppe Lupo, scrittore oltre che critico letterario, ha lavorato a lungo sulla letteratura industriale italiana e con il suo nuovo libro ricostruisce quel «laboratorio di idee» olivettiano che fu un confronto tra scrittura, arte, design, architettura, filosofia, sociologia da cui nel 1946 nacque la rivista «Comunità ».
Dalla prima parte del libro, La letteratura al tempo di Adriano Olivetti (Edizioni di Comunità ) , emerge la figura di un imprenditore carismatico e illuminato che legge Maritain, Mounier, de Rougemont, gli «apostoli della Comunità »: «Adriano Olivetti – dice Lupo – si è molto ispirato ai filosofi del personalismo francese. Con una particolarità : ha reso concreto il comunitarismo cristiano, che Maritain e Mounier ritenevano una costruzione teorica».
Oggi cosa rimane di quell’idea?
« In tempi di crisi come questi (crisi di idee, soprattutto) molti invocano il nome di Olivetti, a volte anche con un po’ di sufficienza. Il vero problema è stabilire quanti (imprenditori, politici) siano davvero disposti a concepire il lavoro nelle forme di testimonianza morale, quale veicolo di riscatto non solo economico»
È impressionante la capacità  di coinvolgere nel «sogno» di Ivrea il meglio degli intellettuali del tempo (cattolici, socialisti e liberali) all’indomani della caduta del fascismo.
«Come tutti, anche la Olivetti ha attraversato il fascismo, restando indenne, probabilmente grazie alla sua posizione decentrata nella geografia politica. Gli intellettuali coinvolti nel progetto (Sinisgalli, Volponi, Fortini, Bigiaretti, Giudici, Buzzi, Pampaloni, tranne forse Ottieri) rappresentano una garanzia di discontinuità , sono cioè figure che poco o nulla hanno avuto a che fare con l’esperienza del ventennio (Soavi è un caso a parte). Molti (vedi Fortini) sono stati partigiani».
Ansia di progettualità  e pianificazione, ma anche diffidenza verso il moderno e nostalgia per la natura. Che cosa si intende per contromodernità ?
«Se per modernità  negli anni Quaranta- Cinquanta si intendeva percorrere il mito della città  fordista e dell’urbanesimo selvaggio (con le sue deviazioni morali e psicologiche), Olivetti propose un’idea di progresso che andasse decisamente contromano: la comunità  a misura umana, delocalizzata ma efficiente nei servizi. Progresso e natura insomma. Qualcosa di antesignano rispetto ai modelli dei distretti».
Qual è l’autore che ha rappresentato meglio di altri l’ideale olivettiano?
«Tenendo presente che non tutti gli intellettuali cooptati da Olivetti condivisero il suo verbo, il più vicino credo sia stato Paolo Volponi, che non solo scrive uno tra i romanzi più belli ispirati da questa esperienza ( Memoriale , nel 1962), ma dedica a Olivetti Le mosche del capitale , definendolo “maestro dell’industria mondiale”. Volponi ha una visione apocalittica dello sviluppo industriale, politicamente scettica verso i modi in cui il capitalismo si andava affermando in Italia, eppure ci dà  uno dei documenti più lirici (e nostalgici) del progresso».
Scrivendo di letteratura e lavoro, Calvino parla, con le dovute eccezioni (Volponi), di «kafkismo sociologico» in chiave alquanto sprezzante.
«Per Calvino molta letteratura industriale è grigia, monotona e troppo ideologizzata. Non a caso invocava il paradigma di Kafka quale esempio dell’assurdo e dell’allucinazione con cui venivano raccontate le fabbriche in quegli anni. Una parte di vero nel suo giudizio c’è. Sarebbe stato corretto non fermarsi soltanto ai conflitti di classe, ma raccontare le fabbriche come “una via di libertà ” dalla civiltà  della terra».
A un certo punto si segnala una contraddizione, o meglio un pericolo: che il progetto umanistico di Olivetti potesse covare in sè qualcosa di facilmente manipolabile.
«Ogni pianificazione architettonica, che presuppone un sistema di vita organizzato, anche se contiene presupposti utopici e dunque potenzialmente positivi, può nascondere il vizio di una civiltà  asfittica, felice, appagante, ma priva di libertà . Tra l’altro, è quasi inevitabile lo sconfinamento nella distopia in presenza del progresso tecnologico, lo dice chiaramente Lewis Mumford. E lo sospetta anche uno dei personaggi del romanzo dell’autore Giancarlo Buzzi, L’amore mio italiano (1963)».
Nella presenza intellettuale a Ivrea non mancano aspetti di ambiguità : Fortini esprime imbarazzo per il suo essere organico alla fabbrica e insieme critico sulla modernità  industriale.
«Ognuno dei letterati entrati in contatto con questa realtà  ha dato una sua rappresentazione, a volte tragica (Volponi), altre volte grottesca (Ottieri), in altri casi ancora inquieta (vedi Buzzi che scrive una storia di amori clandestini tutta giocata sul tema di una irraggiungibile felicità  che si traveste di beni materiali): Buzzi meriterebbe di essere riscoperto, anche per essere stato uno degli uomini più vicini al Movimento di Comunità . Non dimentichiamo che è stato uno dei primi in Italia a scrivere un saggio sulla pubblicità : La tigre domestica , nel 1964, recentemente ripresentato da Hacca. Quanto a Fortini, l’esperienza in Olivetti ha creato in lui una crisi di coscienza: poeta convintamente marxista e nello stesso tempo inventore di slogan pubblicitari».
Uscito dai tradizionali luoghi curiali ed entrato in fabbrica, l’intellettuale italiano non ha finito per accrescere il proprio senso di frustrazione?
«La fabbrica è stata probabilmente l’ultimo dei contesti in cui gli intellettuali si sono illusi di avere un ruolo determinante. Scacciati dalle corti rinascimentali, estromessi dai partiti, messi in crisi dalla civiltà  di massa, hanno pensato di ricavarsi uno spazio di azione che fosse anche un modo per influenzare la società . Spesso ne hanno tratto la sensazione di essere servi dei padroni (espressione di Fortini) o di “suonare il piffero” agli imprenditori, come racconta Libero Bigiaretti ne Il congresso (1963)».
Che rapporti si stabilirono tra la rivista e il Mezzogiorno?
«“Comunità ” nasce nel 1946 come una specie di diario di bordo attraverso cui studiare la realtà  e stimolare dibattiti. È stata tra le più innovative del Novecento e ha dimostrato di sapersi confrontare con i problemi del proprio tempo. La sfida che la rivista lancia al Mezzogiorno è ambiziosa: quale futuro dare al Sud? E come metabolizzare il passaggio dalla civiltà  contadina alla civiltà  industriale? “Comunità ” guarda sì alla geografia di Matera (che è la capitale delle città  contadine, così la chiama Riccardo Musatti), ma pensa anche a Pozzuoli, la sede del nuovo stabilimento che si inaugura nel 1955, dove Ottieri ambienta Donnarumma all’assalto . Quasi a dire: la via del Sud passa per la riforma agraria ma non dimentica i miraggi delle ciminiere».
Resta il fatto che con la morte di Olivetti si è spenta l’energia della sua visione progettuale.
«La morte di Olivetti, scrive Sinisgalli, è stata una sciagura più della morte di Kennedy. E in questa frase si riassume, penso, il grande travaglio suscitato in chi ha creduto nel Vangelo di quest’uomo. Tutto ciò che è avvenuto dopo la sua morte prematura ha contato in termini negativi non solo per l’azienda, ma anche per il Paese. Mi riferisco, per esempio, alla insensata decisione di bloccare lo sviluppo informatico che nei primi anni Sessanta poneva la Olivetti in una posizione leader nel mondo. Sarò un ingenuo, ma continuo a credere che i progetti hanno le gambe lunghe della storia, che non muoiono facilmente, così come non spariscono i libri, come Città  dell’uomo , il testamento morale di Olivetti, che continua a essere ristampato dalle rinate Edizioni di Comunità . Finite le fabbriche, spente le sirene, restano le idee».

Paolo Di Stefano
(da “il Corriere della Sera”)

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“LA VITA E’ UN MIRACOLO, NON SPRECATELA NEL CONSUMISMO: PER ESSERE FELICI TROVATE IL TEMPO DI VIVERE”

Novembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

JOSE’ PEPE MUJICA, EX PRESIDENTE SIMBOLO DELL’URUGUAY, IN ITALIA

“È fondamentale difendersi dagli attacchi del mercato. E per far ciò serve la sobrietà  nel vivere, che consiste nel trovare il tempo di vivere. Questo è l’unico reale esercizio della nostra libertà ”. Sono le parole di Josè Pepe Mujica, ex presidente dell’Urugay e personaggio di rilievo internazionale per la particolarità  della sua presidenza, cinque anni che hanno segnato una svolta nel paese uruguayano.
Ma il suo è stato anche un esempio per il mondo.
E lo ha dimostrato anche oggi, ospite al Teatro Palladium di Roma per presentare il libro “La felicità  al potere” e per incontrare gli studenti.
Ha parlato di capitalismo, di cultura e dell’importanza della libertà , diretta espressione della felicità , tema a lui molto caro.
“Tutti gli esseri umani sono liberi – ha proseguito Mujica – ma è fondamentale che utilizzino il proprio libero arbitrio. Ad esempio, quando lavoro, perchè ne ho necessità , non sono libero. Però, quando faccio qualcosa che mi piace, allora sì che sono libero”.
Per Mujica è tutta una questione di come ci si pone nei confronti del mondo: o soggiogare alle regole del mercato, del sistema e del materialismo, divenendone schiavi, oppure cercare di distaccarsi da tutto questo: “Se non posso cambiare il mondo posso cambiare la mia condotta personale e la posso cambiare adoperandomi nella ricerca della felicità ”.
Una lotta individuale, quindi. Una lotta che deve avere un solo risultato, un solo scopo: la felicità .
Un valore, questo, che purtroppo non è proprio del sistema vigente — se non apparentemente – nella nostra società , come sottolinea la “pecora nera al potere”, in cui domina una cultura egemonizzata dall’economia capitalista: “E’ logico che un sistema generi una cultura a suo favore, sarebbe innaturale il contrario. E questa cultura di cui parlo è molto presente nella nostra società . E che cosa ci porta? Ci porta solitudine e infelicità . Il nostro mondo moderno è caratterizzato da questi due fattori: un dato che lo dimostra è la quantità  di suicidi che registriamo, un numero maggiore delle vittime di guerra sommate a quelle degli omicidi”.
Un fenomeno molto complesso quello messo in luce da Mujica.
Secondo lui, questi suicidi sono l’emblema della contraddizione insita nel capitalismo: “Se da un lato, infatti, ci permette di aver un maggior grado di benessere e di vivere più a lungo, allo stesso tempo ci porta anche molti elementi negativi, come dimostrano i dati sui suicidi nel mondo”.
Non sono sfuggite a Mujica anche un paio di battute sulle prossime elezioni americane: “Non mi preoccupa tanto se vincerà  Trump, perchè lui passerà , così come tutti i presidenti. In Europa c’è stato Hitler, e anche lui è passato, alla fine. Quello che mi preoccupa veramente è la gente che lo voterà : loro sì che rimarranno. Loro rappresentano una classe media che, vivendo nell’incertezza, attribuisce le colpe ora ai cinesi, ora ai messicani. In realtà  sta esprimendo una patologia”.
Una patologia che deriva dalla concentrazione di ricchezza e benefici nelle mani di poca gente.
“Un fenomeno che, negli Usa come in Europa — ha sottolineato — sta creando delle aspettative nella grande moltitudine delle classe media: sono quelli che votano Trump o che in Francia sostengono i nazionalisti. Una contraddizione che appartiene alle destre di tutto il mondo, proprio perchè l’economia è globalizzata”.
“Certo – ha affermato Mujica, ritornando sulle presidenziali Usa – anche Clinton è abbastanza conservatrice”. “Il paradosso di oggi, del mondo moderno – ha proseguito – è che i candidati sono commercializzati come fossero dei prodotti, e questo lo dobbiamo alla tecnologia”.
“La rivoluzione informatica che ha investito il nostro mondo — ha avvertito — avrà  ripercussioni istituzionali pesanti nella forma di democrazia che avremo in futuro, così come la sta avendo sulla cultura, le università  e il sistema scolastico”.
Poi un ultimo messaggio rivolto ai giovani e a chi si prepara a vivere le dinamiche del mondo e della nostra società : “La vita è un miracolo, essere vivi è un miracolo. E non possiamo vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, ancora e ancora. Anche perchè non paghiamo con i soldi, ma con il tempo della nostra vita”.

(da “Huffingtonpost”)

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ALIZAR, L’ERITREO TORTURATO PER LA CROCE AL COLLO, HA DONATO CINQUE SUOI ORGANI

Novembre 4th, 2016 Riccardo Fucile

STAVA PER OTTENERE IL PERMESSO DI LASCIARE LA SUA CASA DI ACCOGLIENZA A CAGLIARI… TROVATO AGONIZZANTE, INDAGINI IN CORSO

Andava sempre in giro con una croce appesa al collo e quando è arrivato in Libia, sperando di partire subito per l’Italia, gli spietati miliziani dell’Isis non gliel’hanno perdonato.
L’hanno catturato, imprigionato e torturato: per tre anni Alizar Brhane è stato rinchiuso in un’affollatissima prigione e le cicatrici che portava sul corpo dimostravano quanto dolore avesse patito.
Il 21 marzo scorso era arrivato in Sardegna e da qualche giorno aveva avuto la notizia che aspettava di più: il permesso per lasciare la casa di accoglienza di Cagliari era già  stato firmato, ma ancora gli doveva essere consegnato.
TROVATO AGONIZZANTE IN UN PIAZZALE
Alizar aveva vent’anni, era partito dall’Eritrea e stava iniziando a sentirsi il protagonista di una favola. Invece quel destino maledetto ha continuato a perseguitarlo: la mattina del 1 novembre gli altri ragazzi che vivono in un ex hotel alla periferia di Cagliari l’hanno trovato agonizzante, quasi morto, riverso sul piazzale, all’ombra di alcuni alberi.
Quel che è successo non è chiaro perchè nessuno ha visto o sentito, ma in questo dramma c’è almeno un aspetto positivo.
Alizar ha fatto il dono più grande: i suoi organi hanno allungato la vita a cinque persone che da tempo attendevano un trapianto e che avevano quasi perso la fiducia.
CHE TIPO DI RAGAZZO ERA  
Il cuore e il fegato di Alizar sono stati trapiantati a Bologna, i suoi reni in Sardegna, mentre i polmoni sono andati a Padova.
«Quando è arrivato in ospedale abbiamo scoperto la storia terribile di questo ragazzo — confida Ugo Storelli, responsabile dell’equipe espianti dell’ospedale Brotzu di Cagliari — Gli amici ci hanno raccontato che era un ragazzo molto timido, riservatissimo, che aveva sofferto tantissimo. I colleghi hanno fatto di tutto per tentare di salvarlo ma quando è stato accompagnato al pronto soccorso le sue condizioni erano davvero disperate. Lui non è riuscito a coronare il suo grande sogno, ma ha dato a cinque persone nuova speranza di vita».
FORSE SI ERA ARRAMPICATO SU UN ALBERO  
Sulla morte di Alizar la polizia ha fatto subito i primi accertamenti ma il caso è stato archiviato nel giro di poche ore.
Per gli uomini della Squadra mobile si è trattato di un incidente: il giovane eritreo, secondo gli investigatori, si era arrampicato su uno degli alberi che svettano intorno all’ex hotel trasformato in casa di accoglienza per profughi.
Forse, ipotizzano gli investigatori, voleva entrare in camera dalla finestra perchè non aveva rispettato l’orario previsto per il rientro.
ANCORA GIALLO SULLE CAUSE VERE DELLA SUA MORTE
E chissà  come, stando sempre all’ipotesi degli agenti, ha perso l’equilibrio ed è caduto.
I compagni l’hanno trovato moribondo alle nove del mattino ma il ventenne era agonizzante già  da alcune ore. «Perchè doveva passare dalla finestra? — chiede un connazionale che ora tenta di organizzare un funerale — Siamo sicuri che sia morto lì? Possibile che sia stato trascinato fino a quel punto? Era un ragazzo timidissimo e diffidente, non era uno che andava in giro a ubriacarsi».
I TRAUMI RIPORTATI  
I medici dell’ospedale Brotzu, comunque, hanno riscontrato un trauma cranico e toracico ma non hanno ritrovato lesioni che possano far pensare a un pestaggio.
«Aveva sofferto tanto e meritava di coltivare il sogno di una vita migliore in Europa — dice un altro ragazzo eritreo — Alizar era un ragazzo generoso e con i suoi organi ha fatto il dono più grande che potesse».

Nicola Pinna
(da “La Stampa”)

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LE DUECENTO MILIZIANE CURDE CHE COMBATTONO A MOSUL: “UNA PALLOTTOLA SEMPRE PRONTA, NON CI FARANNO MAI PRIGIONIERE”

Novembre 4th, 2016 Riccardo Fucile

L’ISIS HA VIETATO IL CANTO E LORO PRIMA DELL’ATTACCO CANTANO A SQUARCIAGOLA … “DAESH PAGHERA’ PER QUELLO CHE HA FATTO ALLE DONNE”

Avin Vaysi ha 32 anni, una bandiera curda dipinta sulla guancia e un AK-47 stretto tra le mani.
Come molte altre donne curde, Vaysi ha deciso di lasciarsi alle spalle la vita in Iran per imbracciare le armi contro i miliziani dell’Isis.
“Quando le tv hanno spiegato cosa faceva Daesh alle donne, mi è ribollito il sangue nelle vene e ho preso la mia decisione”, spiega la ragazza.
Accanto a lei c’è   Mani Nasrallahpour, 21 anni, in tuta mimetica. Anche lei imbraccia un’arma da fuoco.
“Prima di aprire il fuoco cantiamo a squarciagola negli autoparlanti. E’ un modo per fargli capire che non abbiamo paura di loro”, afferma Nasrallahpour spiegando che nei territori conquistati l’Isis ha proibito il canto e la musica.
Vaysi e Nasrallahpour sono due delle circa 200 ragazze curde che hanno deciso di aderire all’unità  armata allineata con il Partito della libertà  del Kurdistan (Pak), e di combattere lo Stato Islamico accanto ai loro commilitoni uomini.
In questi giorni il loro esercito – supportato dalla coalizione guidata dagli Usa – è posizionato appena fuori Mosul, a Bashiqa, a 700 metri dal fronte dell’Isis. Conoscendo le atrocità  commesse dai miliziani contro le donne, le combattenti spiegano di aver giurato di non farsi catturare vive per nessuna ragione.
“Abbiamo sempre un proiettile pronto all’uso nel caso ci facessero prigioniere”, spiega   Nasrallahpour.

(da “La Repubblica”)

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UN MILIONE DI AMERICANI CON I SIOUX IN LOTTA CONTRO IL MEGA-OLEODOTTO PETROLIFERO SOTTO LE LORE TERRE SACRE

Novembre 2nd, 2016 Riccardo Fucile

DOPO I BRUTALI ARRESTI DI 141 ATTIVISTI UNA GRANDE GARA DI SOLIDARIETA’ CON I NATIVI CONTRO IL “DAKOTA ACCESS”… SUL WEB UNA MAREA DI ADESIONI A “ANCHE IO SONO ALL’ACCAMPAMENTO INDIANO IN NORD DAKOTA”

Check-in a Standing Rock: sono già  un milione le persone che hanno utilizzato l’applicazione di Facebook per dire ai loro amici e al mondo, che sì, “anche io sono all’accampamento Sioux in Nord Dakota”.
Proprio quello da dove lo scorso aprile sono partite le proteste dei nativi contro l’oleodotto che dovrebbe attraversarne la terra e che una settimana fa è stato brutalmente sgombrato dalla polizia.
Solo che tutta questa gente fin lì non è mai arrivata: ma sta utilizzando il check-in come forma di protesta nuova e inusuale per sostenere la causa dei nativi americani e proteggerli dalla polizia che li vorrebbe in galera.
Altro che sit-in. La nuova forma di protesta virtuale che sta conquistando l’America (e il mondo) non è infatti solo un modo di esprimere solidarietà  ai Sioux da mesi sul piede di guerra.
È una nuova forma di disobbedienza civile che oppone un trucco tecnologico a quello che in tanti considerano un abuso: tecnologico anch’esso, s’intende.
Il milione di persone che nelle ultime 48 ore ha infatti sostenuto su Facebook di essere a Standing Rock non ha in realtà  mai lasciato la propria casa: ma vuol confondere la polizia che indaga sugli attivisti.
Sarebbe stato infatti proprio lo sceriffo della contea di Morton, dove si trova Standing Rock appunto, a usare per primo il metodo del check in online per identificare gli attivisti che da mesi denunciano la pericolosità  di “Dakota Access”, il progetto da 3,7 miliardi di dollari che prevede la costruzione di un oleodotto sotterraneo lungo 2000 chilometri che dovrebbe passare sotto le terre degli ultimi Sioux, 4100 nativi che abitano nella contea.
Un progetto che non solo ne eroderebbe ulteriormente i territori a loro sacri: ma rischierebbe di provocare seri disastri ambientali.
Basterebbe infatti un guasto anche minimo a provocare perdite che potrebbero inquinare   il terreno e perfino le falde acquifere di un fiume importante come il Mississippi.
Le proteste finora sono sempre state pacifiche: ma pochi giorni fa uno degli accampamenti allestiti dagli attivisti è stato preso d’assalto da polizia e contractors privati pagati dalle quattro società  petrolifere che sostengono il progetto.
Durante l’assalto 141 persone sono state arrestate e brutalmente picchiate anche una volta arrivate in carcere, con una durezza che ha sollevato perfino le proteste degli osservatori delle Nazioni Unite che hanno denunciato la violazioni dei diritti umani. Ora, secondo gli attivisti, la polizia starebbe cercando di identificare gli altri contestatori proprio monitorando i loro profili Facebook
La protesta dei check in serve dunque a questo: a sommergere di informazioni sbagliate le forze dell’ordine.
Un’idea che però nessuno rivendica: e che gli stessi manifestanti pensano si sia autogenerata grazie al copia e incolla diventato virale di un post interno a uno dei loro gruppi. Su Facebook, s’intende.
Lo ha detto al Washington Post il portavoce di Sacred Stone Camp, una delle associazioni sul campo: «Il meme ci sta dando una grossa mano ma nemmeno noi sappiamo come sia nato. Sembra la riproduzione di alcuni messaggi interni. Di sicuro è un’ottima tattica. Sta proteggendo i nostri compagni e diffondendo la nostra causa nel mondo».
Intanto lo sceriffo di Morton smentisce il monitoraggio dei check in su Facebook, ammettendo solo che “vengono tenute d’occhio alcune attività  sui social”.
Ma i contestatori non si fidano. Anche perchè, secondo un report dell’American Civil Liberties Union, sia Facebook che Twitter e Instagram sono i tre grandi network che hanno deciso di dare accesso a Geofeedia, la compagnia di Chicago che ha costruito un software in grado di analizzare i feed delle manifestazioni e fornire informazioni in tempo reale alla polizia, con tanto di ubicazione degli account.
Intanto il movimento dei check in cresce. “Anche io a Standing Rock”: senza mai uscire da casa.

(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA A FRANCO CARDINI: “LA BASILICA VA RICOSTRUITA, CON IL MONACHESIMO FIORI’ UN PEZZO D’OCCIDENTE”

Novembre 1st, 2016 Riccardo Fucile

IL MEDIEVALISTA: “RICOSTRUIRE LA CHIESA DI SAN BENEDETTO E’ UN ATTO DOVUTO, RIGUARDA LE NOSTRE RADICI”

«Ricostruire la Basilica di San Benedetto a Norcia? Mi sembra fuori discussione: è un atto dovuto, oltre che dal punto di vista religioso, direi soprattutto nella prospettiva civile, identitaria dell’Italia. Riguarda le nostre radici».
Franco Cardini è medioevalista, saggista, storico delle Crociate e dei movimenti religiosi del Medioevo.
A suo avviso la ricostruzione di San Benedetto è un impegno che lo Stato deve assumere al più presto.
Perchè è un luogo così importante per la nostra storia?
«Ricordo che quell’area è significativa da ben prima di Benedetto. La montagna tra Norcia e Ascoli Piceno era sede di un culto preistorico, poi della Sibilla Picena, una divinità  semiumana che dominava una sorta di ingresso agli Inferi. Infatti terremoti e fenomeni vulcanici sono alla base del mito. Una tradizione ancora viva in epoca medioevale, ne parla il trovatore Andrea da Barberino nel suo “Guerrin Meschino”».
Proprio qui Benedetto da Norcia fonda il monachesimo.
«Papa Gregorio Magno, Pontefice tra il Vi e il VII secolo, nei suoi “Dialoghi” ci descrive la figura di Benedetto, personaggio del VI secolo, emerso in quella zona storica di confine tra l’età  gota e l’età  longobarda. Benedetto è un uomo del suo tempo che ragiona da cittadino romano e da fervente cristiano. Capisce che è arrivato il momento di organizzare un luogo comune di preghiera e di lavoro per chi compie una scelta di vita religiosa. Benedetto crea l’asse fondamentale del monachesimo occidentale ideando una regola molto precisa e dando il via alla civiltà  dei grandi monasteri che spesso, come Montecassino, erano anche fortezze in cui si pregava, si produceva agricoltura, si spargeva il sapere tra la gente comune e all’occorrenza ci si difendeva, vista la durezza dei tempi».
Possiamo dire che senza Benedetto il cristianesimo e il cattolicesimo non sarebbero oggi gli stessi?
«Senza alcun dubbio. Benedetto è l’ideatore e il fondatore del primo grande ordine monastico occidentale. Poi, nei secoli, la regola base di Benedetto si arricchisce di aggiunte locali con le diverse congregazioni: cassinese, cluniacense, cistercense. Ciascuna insiste su un tema, più la preghiera o più il lavoro. Ma sono tutte fioriture sull’albero principale».
Qual è la «scoperta» culturale di Benedetto che riguarda anche la cultura laica?
«Benedetto vuole che sia i monaci che abbiano fatto i voti sacerdotali sia la maggioranza dei “laici” vivano insieme, lavorino insieme e insieme acculturino le popolazioni locali, quelle stabili e quelle nomadi dei Goti e dei Longobardi. Un capitolo essenziale della nostra storia. E una scelta completamente diversa dal monachesimo orientale che, nella tradizione bizantina e russa, è composta da eremiti e anacoreti che vivono isolati nelle loro celle e in comune hanno solo alcuni servizi e obblighi cristiani. Benedetto fonda una vita comune che influenza l’intera civiltà  occidentale, e non solo religiosa. Per questo la Basilica dev’essere ricostruita, è un simbolo troppo importante».

Paolo Conti
(da “il Corriere della Sera”)

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“NON SI PUO’ TOGLIERE A UN MUSULMANO IL DIRITTO DI PREGARE”: VIAGGIO NEL CUORE ISLAMICO DI ROMA

Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile

A TOR PIGNATTARA TRA I GARAGE ADATTATI A LUOGHI DI CULTO

Il profumo di kurkuma, curry e coriandolo sovrasta quello della Margherita appena sfornata dalle piccole pizzerie al taglio.
Donne con lo hijab e le buste della spesa camminano accanto a ragazze in jeans a vita bassa che svelano colorati tatuaggi.
Uomini che abbassano la saracinesca di macellerie e frutterie, e poi si tolgono le scarpe prima di entrare a pregare in moschea.
Camminando per le strade di Tor Pignattara, periferia est di Roma, è evidente che la definizione di «quartiere più multietnico della capitale» è riduttivo.
Quella che un tempo era nota per essere «la borgata degli sfrattati» è oggi il cuore islamico della capitale, con il 40 per cento di immigrati.
Su 15 mila residenti, 6 mila sono extracomunitari, originari prevalentemente del Bangladesh e del Pakistan.
Seguono srilankesi e cinesi, ma la cifra di quest’angolo di Roma è decisamente musulmana.
Cinque le moschee ufficiali. Numero che, tuttavia, triplica se si considera la decina di garage adattati a luogo di culto.
La maggior parte lavora nel quartiere e abita principalmente in via Marranella – un tempo tristemente famosa per le bande criminali alleate a quella della Magliana – via Casilina e via di Tor Pignattara.
Sono arrivati qui grazie al passaparola tra parenti o amici stretti. E vivono compatti, vicini gli uni agli altri.
«Ma non definitici ghetto o banlieu, siamo in tanti e abbiamo le nostre abitudini ma rispettiamo quelle degli italiani», sbotta Nure Allam Siddique, più conosciuto come Batchu, bengalese di Dakka, 52 anni, oltre la metà  vissuti in Italia, presidente dell’associazione Dhuumcatu.
Un centro che si occupa di tutto, dalle pratiche sindacali dei lavoratori alla ricerca di un posto in ospedale per chi ne ha bisogno.
Ma la concezione di «rispetto» di Batchu è a dir poco singolare.
A sentire lui infatti «la chiusura delle cinque moschee per ragioni igienico sanitarie o di abusivismo edilizio è stata una mossa esagerata da parte della polizia municipale. Per due ragioni.
Primo, perchè Roma è piena di case con abusi edilizi e nessuno le tocca, stanno ancora tutte in piedi. Secondo, perchè non si può togliere il diritto a un musulmano di andare in moschea. Per questo io, venerdì scorso sono andato a pregare per protesta davanti al Colosseo».
Carisma ed eloquio accattivante non mancano di certo a Batchu che parla circondato da altri bengalesi incantati dalle sue affermazioni.
E fanno cenni di assenso con il capo anche mentre lo sentono affermare che «il terrorismo islamico non esiste. I terroristi sono manovrati dall’occidente che ha interessi economici da difendere. Anche l’Isis è finanziata da ebrei e americani. L’Islam predica la pace, non la guerra». Poi mi stringe la mano e mi congeda.
Non mi sfiora neanche invece – «la mia religione mi consente di toccare la mano solo a mia moglie e a mia madre» – Sheikh Hossain, 40 anni, da 12 a Roma.
Ma la sua posizione è chiaramente più moderata rispetto a quella di Batchu.
«Per essere accettati nel vostro Paese dobbiamo accettare la vostra legge, e quindi se una moschea non è in regola è giusto che venga chiusa. Si può pregare anche in casa, anche se alla moschea è meglio. A certe usanze della mia terra però non rinuncio. Come vede ho la barba lunga e non mi vesto all’occidentale. Per questo motivo sono stato licenziato da un ristorante vicino piazza Navona. Dicevano che spaventavo i clienti perchè sembravo uno dell’Isis. Ma io sono molto onesto, la barba non me la sono tagliata e ora lavoro in un piccolo ristorante qui a Tor Pignattara».
Vive e veste all’occidentale, come i coetanei italiani, Miazi Shahadat, bengalese, 26 anni, da 12 nel nostro Paese, commesso in un negozio di telefonia.
«Per un po’ sono stato a Bologna e ad Arezzo ma c’era poco lavoro e quindi mi sono trasferito a Roma dove stanno i miei parenti. Mi trovo bene, anche se penso che le cose potrebbero migliorare. Le moschee ad esempio: è giusto chiuderle se non sono in regola, se no bisogna tenerle aperte perchè per noi sono importanti. I terroristi islamici, invece, quelli vanno fermati e puniti come qualsiasi altro terrorista».
Parla in modo pacato e gentile Miazi, e quando mi saluta si rimette le cuffiette per sentire una canzone dei Red Hot Chili Peppers.

Grazia Longo
(da “La Stampa”)

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IL PAESE DEL FRAGILE BENESSERE

Ottobre 28th, 2016 Riccardo Fucile

IN QUESTA TORMENTA DI TERREMOTI GLI ITALIANI RITROVINO IL SENTIMENTO DI APPARTENENZA A UN COMUNE DESTINO UMANO

Siamo il Paese del fragile benessere, non quello della grande bellezza (quella va bene per la notte degli Oscar). Viviamo sotto il vulcano. Da sempre e, forse, per sempre. Un meraviglioso vulcano, spruzzato di neve in inverno e splendente di Ginestre in estate.
Per questo ce ne dimentichiamo: il vulcano è ancora attivo.
Che cosa significa vivere sotto il vulcano? Sotto il vulcano e sopra la faglia.
In che misura questo nostro essere figli di una terra dove la terra trema ha influenzato e influenza il carattere degli italiani?
In che modo un’esistenza condotta quotidianamente con nelle orecchie il ronzio sinistro di sciami sismici modula la psicologia di una nazione?
Un tempo lo sapevamo e adesso abbiamo smesso di chiedercelo.
Personalmente rigetto la facilità  cialtrona con cui l’italiano spesso vanta, di solito davanti a un piatto di spaghetti, di vivere nel «Paese più bello del mondo».
Ma basta viaggiare per il mondo – non a Parigi, Londra o New York, chè quello non è il mondo – per rendersi conto di essere stati privilegiati dalla sorte.
Per noi la roulette delle nascite si è fermata su di una casella fortunata. Per mitezza climatica, pregevolezze paesaggistiche, bellezze artistiche, varietà  umane, ricchezze culturali, l’Italia è sicuramente uno dei luoghi del pianeta dove si conosce in abbondanza la dolcezza del vivere. Anche la sua mollezza, ovviamente.
E tutti ce lo riconoscono. L’idea dell’italiano bon vivant, che ci crocifigge con lo spillo dell’entomologo nella teca degli esemplari magnifici e inutili, ci corrisponde. Sono luoghi comuni, è vero, ma nei luoghi comuni albergano verità  profonde e vastissime, spesso inesplorate solo dagli autentici imbecilli.
Ma le condizioni che fanno dell’Italia il Paese della «dolce vita», della «bella giornata», del buon vivere e del benessere ricevuto come diritto di nascita, sono in buona parte le stesse che lo minano fin dalle fondamenta.
Questa penisola snella, agile, lunga e stretta, protesa come un dito puntato su di un mare antico, questo paesaggio rinfrescato da decine di salubri brezze, variegato di pianure, colli, coste e montagne, è terra di terremoti.
Questo popolo di poeti, santi, navigatori, cantanti e chef stellati è capace di coltivarla con una mano ricca di sapienza artigiana nella bellezza di orti e di borghi e con l’altra di abbandonarla all’incuria di decadenza e crolli.
La mappa della pericolosità  sismica è un emblema di questa nostra mirabile miscela di fragilità  e complessità  policroma: uno stretto lacerto di mondo ospita l’intera gamma dei colori, dai rossi della terribile dorsale appenninica, ai gialli delle zone collinari adiacenti, ai verdi delle coste tirreniche, fino agli azzurri tenui della Pianura Padana e ai grigi rassicuranti della prealpina.
Nati e cresciuti su questo manto d’Arlecchino, stiamo fragili nell’esistenza storica, in un disquilibrio perenne tra ipermodernità  d’avanguardia e brutale premodernità , stiamo incerti nella mappa geografica tra Europa e Africa, tra Occidente e Levante.
Il manto terrestre su cui muoviamo i nostri passi è una crosta sottile – lo sappiamo, lo avvertiamo nelle vibrazioni sorde della terra -, la nostra smagliante civilizzazione è appena uno strato di smalto sul nulla.
Siamo gente di confine, passeurs perenni, migranti per vocazione, frontalieri tra la gioia e la disperazione, tra la vita brillante e la morte improvvisa.
A lungo si è pensato che questa condizione fosse all’origine sia dei vizi sia delle virtù del carattere nazionale.
Le dobbiamo il peggio di noi stessi: gli egoismi, i campanilismi, i servilismi, le superstizioni, gli odi di fazione, il respiro corto, il ghigno furbo, le mani sporche, la rarità  di autentici statisti, il troppo cinismo, scetticismo, individualismo, pagnottismo, familismo, fatalismo.
La facilità  con cui dubitiamo delle magnifiche sorti e progressive, l’incapacità  di credere in qualsiasi idea o persona che non si possa invitare a cena.
Tutto ciò è all’origine dell’inclinazione meschina che ci spinge, davanti ad ogni nuovo terremoto, alluvione, naufragio, a fare gli scongiuri e a mormorare: «E’ toccato a te e non a me».
Ma la policroma, variegata mappa della pericolosità  sismica, è anche, in qualche, modo, all’origine della nostra parte migliore: la nostra preferenza per la speranza comica piuttosto che per la disperazione tragica, il nostro genio per il melodramma, l’amplissima articolazione della nostra esperienza che ci consente, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi tempo, di incontrare gli altri, di adattarci alle situazioni, di «inventarci la vita», la nostra rara e preziosa capacità  di empatia, di solidarizzare con il prossimo.
E’ la somma delle virtù che, di fronte al sisma, ci spinge a pensare: è toccato a te ma sarebbe potuto toccare a me.
Oggi viviamo di nuovo al crocevia di due grandi cataclismi, uno ambientale e l’altro umano: l’emergenza ecologica (di cui le distruzioni causate dai terremoti fanno parte) e le migrazioni dei popoli che vengono a morire sulle nostre coste.
Sarebbe bello se questa tormenta di terremoti aiutasse noi italiani, in un’epoca che favorisce con ogni mezzo l’indifferenza mediatica verso le sciagure altrui, a ritrovare il meglio di noi stessi: il pietoso sentimento di appartenenza a un comune destino umano.

Antonio Scurati
(da “La Stampa”)

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