Destra di Popolo.net

ACQUA DI COLONIA E LEGALITA’

Gennaio 10th, 2016 Riccardo Fucile

UN PROBLEMA DI GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO DIVENTA SPECULAZIONE POLITICA… NESSUNO SI E’ MAI INTERROGATO SU COME UNA STUDENTESSA SU CINQUE E UNO STUDENTE SU SEDICI SIA VITTIMA DI VIOLENZA SESSUALE NEI COLLEGE AMERICANI

Che i fatti di Colonia siano gravi, che chi ha commesso reati debba pagare, che eventuali richiedenti asilo responsabili di furti e violenze sessuali debbano essere cacciati, è un dato di fatto.
Finora abbiamo solo 32 “sospettati”, di cui 22 profughi di varia origine, due tedeschi e un americano, sappiamo che solo il 40% dei reati denunciati è a sfondo sessuale e che il 60% è relativo a furti e borseggi e che i facinorosi ubriachi sarebbero stati circa un migliaio a fronte di 1,1 milione di rifugiati accolti in Germania e dei 20.000 alloggiati a Colonia, un numero esiguo rispetto a coloro che non hanno dato problemi.
Non si sa da chi e perchè siano stati convocati presso la stazione di Colonia attraverso il web, ma le indagini ce lo diranno nei prossimi giorni.
Restano i fatti: gravi, inammissibili ed evitabili.
In nessuna piazza d’Italia a Capodanno è accaduto il minimo incidente, neppure in città  ad alta densità  di immigrati.
A Genova 180.000 in piazza al Porto Antico, a ridosso del Centro storico, nessuna denuncia del genere. Una prima risposta c’e’: un ottimo servizio di ordine pubblico, quello che a Colonia non è esistito.
A noi non interessa l’etnia, lo stato civile, le propensioni ai palpeggiamenti dei 1000 ubriaconi in piazza a Colonia: qualsiasi polizia avrebbe previsto e sarebbe intervenuta a manganellate, ottimo sistema per calmare bollenti spiriti e aspiranti borsaioli. E tutto sarebbe finito in dieci minuti.
Al massimo il giorno successivo ci sarebbe stato un semplice bollettino sul numero degli arrestati e su quelli ricoverati in ospedale.
Nessuno avrebbe chiesto che percentuale ci fosse di indigeni e di stranieri, la Annunziata non avrebbe dovuto lanciare alcun appello alle donne vittime della cultura islamica e Salvini avrebbe dovuto ripiegare sull’indignazione contro chi aveva pisciato contro il muro della sua seconda casa di Recco.
Amen.
Una minoranza di origine islamica pensa che la donna sia “violabile” impunemente?
Esiste una legge che, se applicata, è sufficiente per fargli cambiare rapidamente idea, così come dovrebbe essere in tutto il mondo civile.
A cominciare dai college americani, dove il vice presidente Biden disse: “Le università  devono affrontare i fatti riguardo gli assalti di natura sessuale. Non è più possibile chiudere gli occhi e fingere che non esistano”.
Nello specifico: la task force nominata da Obama ha stimato che una studentessa su cinque subisce una qualche forma di violenza sessuale all’università . Soltanto il 12% dei casi verrebbe denunciato alle autorità  di polizia.
La ricerca mostra che gran parte delle vittime conosce gli assalitori e che alcool e droghe fanno spesso parte del mix che conduce alle violenze.
Ancora più sotterraneo e difficile da decifrare, suggerisce la task force della Casa Bianca, il fenomeno degli stupri ai danni di studenti maschi. I ragazzi sarebbero più restii a denunciare gli assalti subiti e le università  farebbero poco o niente per sostenerli.
Il risultato è che in questo momento 51 università  americane — destinatarie di fondi federali e quindi soggette alla legge che proibisce la discriminazione di genere — sono sotto inchiesta per il modo in cui hanno gestito i casi di violenza sessuale.
Un ottimo argomento che i giornali della sedicente destra italiana siamo certi vorranno approfondire con la stessa “obiettività ” dimostrata nel caso di Colonia.
Salvini e la Meloni potrebbero poi anche fornirci la loro analisi culturale sulle cause psichiatriche che hanno portato l’anno scorso in Germania a più di 1.600 aggressioni compiute da gruppi di estrema destra ai danni di rifugiati, picchiati o costretti a fuggire dopo che i loro alloggi sono stati dati alle fiamme.
Magari dedicando uno dei loro tanti tweet giornalieri a condannare le violenze contro le donne aggredite da questi presunti “machi” di sedicente razza ariana.
Perchè la morale finale è solo una: se uno Stato sa fare rispettare la legalità  nessuno si permette di commettere impunemente reati odiosi sapendo che rischia anni di galera e qualche sprangata sul cranio.
Non ha rilevanza da dove vieni, ma dove stai   e come ti comporti, sia che arrivi da lontano che da due isolati vicini: lo Stato faccia lo Stato, i cittadini i buoni cittadini.
E le donne potranno uscire la sera da sole liberamente e vestite come gli pare senza essere importunate da maschi frustrati, senza il bisogno dei cattivi consigli di certo pattume pseudodestro nostrano o delle analisi sociologiche di femministe pentite (mai come in questo caso) “sulla via di damasco”.
Un pizzico di acqua di Colonia per ricordare che la migliore essenza è la legalità .

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NICOLE ORLANDO. “CHE GIOIA SENTIRE IL MIO NOME IN TV”

Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile

L’ATLETA, MEDAGLIA D’ORO ALLE PARAOLIMPIADI, CITATA DA MATTARELLA NEL SUO DISCORSO DI FINE ANNO, SI RACCONTA

Una delle tre “figure emblematiche” citate da Mattarella durante il discorso di fine anno era davanti alla tv e mentre panettone e torrone affollavano la tavola del Capodanno, lei, Nicole Orlando, ha sentito pronunciare il suo nome.
“Eravamo in montagna, a Bielmonte, sopra Biella, la mia città . Festeggiavamo la fine e il principio. Si giocava, si cenava. Io, mi sono chiesta, ma cosa ho fatto?”
Quattro ori e un argento ai Mondiali Iaasd di atletica, quelli riservati a ragazzi con sindrome di Down. Eppure la sorpresa è stata enorme.
“Non ci pensavo, ma è stata una cosa bella, straordinaria, incredibile”.
La sua foto è stata una delle immagini simbolo del 2015: il podio in Sudafrica, una lacrima che accarezza la guancia, il peluche alzato al cielo, come a coprirsi dal sole.
“Un gesto istintivo, ma che fatica per arrivare lassù, su quel podio. Non dimenticherò mai la vittoria nel lungo, la specialità  nella quale meglio mi esprimo. Non sono niente male però nei 100 metri…”.
Si sente un simbolo, un messaggio vivente, una bellissima storia?
“Mi sento una ragazza felice che fa una cosa che le piace, a 22 anni non capita a tanti viaggiare e vincere. I miei genitori, due ex sportivi, mi hanno portato in piscina all’età  di un anno, e poi lo sport mi ha preso per mano, ci siamo piaciuti presto, io e lui…”.
E adesso?
“A luglio abbiamo le Olimpiadi Trisome a Firenze, la prima edizione di sempre. Devo allenarmi duro, ho un’agenda fitta, martedì e giovedì atletica, lunedì e venerdì nuoto e tennistavolo. Prima, però, devo rispondere a tutti i messaggi che mi sono arrivati, ci metterò giorni, e il telefono, cavolo, non smette di suonare un attimo”.

Cosimo Cito
(da “la Repubblica”)

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L’INEDITO ASSE TRA PAPA FRANCESCO E MATTARELLA

Gennaio 1st, 2016 Riccardo Fucile

IL GIUBILEO HA RAFFORZATO LA CONVERGENZA DI VEDUTE TRA VATICANO E QUIRINALE

Il 31 dicembre, da vescovo di Roma, Francesco rileva che nel 2015 la capitale ha sofferto per il mancato senso del bene comune.
Il 1° gennaio, da primate d’Italia, ringrazia «il presidente della Repubblica Italiana per gli auguri che mi ha rivolto nel suo messaggio di fine anno, e che ricambio di cuore».
L’anno santo della misericordia, dunque, ha rafforzato la convergenza di vedute tra Vaticano e Quirinale. Le agende di Bergoglio e Mattarella per il 2016 convergono nel mettere al centro l’accoglienza e la solidarietà  in un momento storico nel quale gli occhi del mondo sono rivolti su Roma per l’evento giubilare, per gli sbarchi sulle coste italiane e per la ritrovata rilevanza della Santa Sede nello scacchiere internazionale.
Sia nei colloquio con il Pontefice sia in quelli con il segretario di stato, Pietro Parolin, Mattarella è il principale interlocutore nei rapporti tra le due sponde del Tevere, tanto più in una fase di grave travaglio nell’amministrazione capitolina.
Al “Te Deum”, la tradizionale preghiera di ringraziamento, il Papa ieri aveva chiede alla città  di cui è vescovo di superare “le difficoltà  del momento presente”.
Roma deve «recuperare i valori fondamentali di servizio, onestà  e solidarietà » per «superare le gravi incertezze che hanno dominato la scena di quest’anno, e che sono sintomi di scarso senso di dedizione al bene comune».
Con il capo dello Stato, invece, la sintonia è confermata dalle riflessioni condivise anche in occasione della 49° giornata mondiale della pace che si festeggia oggi.
«Il cammino del cambiamento è tracciato e, dunque, ben visibile: per questo cogliamo con convinzione l’invito a ravvisare segnali di speranza in quella che vostra Santità  indica come la “capacità  dell’umanità  di operare nella solidarietà ”, silenziosamente e discretamente, ma con efficacia», scrive il capo dello Stato nel messaggio a Francesco per la celebrazione istituita nel 1968 da Paolo VI.
«I singoli e le organizzazioni di volontariato, che si adoperano per alleviare le sofferenze degli indifesi, di coloro che sopravvivono ai margini delle società , scontando quotidianamente la cultura dell’indifferenza e del consumismo edonistico, rendono limpida e intensa questa speranza», sottolinea Mattarella.
Concetti espressi da Mattarella anche nel discorso del 31 dicembre agli italiani. «Nell’anno che sta per aprirsi si svolgerà  il maggior percorso del Giubileo della Misericordia, voluto da Francesco, al quale rivolgo i miei auguri ed esprimo riconoscenza per l’alto valore del suo magistero. È un messaggio forte che invita alla convivenza pacifica e alla difesa della dignità  di ogni persona. Con una espressione laica potremmo tradurre quel messaggio in comprensione reciproca, un atteggiamento che spero si diffonda molto nel nostro vivere insieme».
Ad accomunare Quirinale e vaticano è principalmente la lotta all’indifferenza.
Proprio il messaggio scritto in occasione della celebrazione della 49° Giornata mondiale della Pace riproduce fedelmente lo schema conciliare del pontificato di Jorge Mario Bergoglio.
«L’atteggiamento dell’indifferente — si legge nel documento – di chi chiude il cuore per non prendere in considerazione gli altri, di chi chiude gli occhi per non vedere ciò che lo circonda o si scansa per non essere toccato dai problemi altrui, caratterizza una tipologia umana piuttosto diffusa e presente in ogni epoca della storia. Tuttavia, ai nostri giorni esso ha superato decisamente l’ambito individuale per assumere una dimensione globale e produrre il fenomeno della globalizzazione dell’indifferenza».
Nel promuovere una cultura di solidarietà  e misericordia, contro l’indifferenza, il pensiero di Francesco va principalmente alle famiglie, «chiamate ad una missione educativa primaria ed imprescindibile».
Prosegue il documento: «Le famiglie costituiscono il primo luogo in cui si vivono e si trasmettono i valori dell’amore e della fraternità , della convivenza e della condivisione, dell’attenzione e della cura dell’altro».
Riflessioni anticipate nei riti natalizi del 2015. In un mondo «ebbro» di lussi, consumi, narcisismi, l’arrivo di Gesù nel Natale richiama a «comportamenti sobri», a saper «vivere l’essenziale».
E anche a lasciarsi alle spalle la «cultura dell’indifferenza», per improntare la vita alla pietà  e alla misericordia.
Insomma monito al Campidoglio, mano tesa al Quirinale. Francesco chiude il 2015 da vescovo di Roma indicando i mali della capitale e apre il nuovo anno da primate d’Italia rafforzando l’intesa con il presidente della Repubblica.

Giacomo Galeazzi
(da “La Stampa”)

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LE SOLDATESSE CURDE IN BATTAGLIA: “GLI UOMINI DEL CALIFFO SCAPPANO QUANDO CI VEDONO”

Dicembre 30th, 2015 Riccardo Fucile

“DOPPIAMENTE DANNATI SE UCCISI DA UNA DONNA”… NEL MITO DI ARIN, LA COMBATTENTE VENTENNE CHE SI FECE   ESPLODERE PIUTTOSTO CHE CADERE NELLE MANI DELL’ISIS”

Non esiste sfera privata, se non quella della condivisione tra compagne delle poche cose che ci stanno in uno zaino: un pettine, il sapone, lo shampoo, un ricambio di vestiti.
«Abbiamo scelto di essere soldatesse. Nessuna differenza con i commilitoni uomini. Facciamo i turni di guardia come loro, andiamo in pattuglia di notte come loro, rischiamo allo stesso modo. Siamo donne combattenti», raccontano le volontarie dello Jpj (Unità  femminili di Autodifesa), quasi la metà  della forza combattente dei curdi arroccati nella loro enclave indipendente nelle zone nordorientali della Siria.
Sono circa 10.000 donne: «Il nostro numero è cresciuto dopo il l’estate 2014, quando vennero alla luce i crimini dell’Isis contro le donne yazide, violentate, ridotte a schiave sessuali, usate e uccise»
Le abbiamo incontrate ovunque. Anche in prima linea nella zona a nord di Raqqa, capitale del Califfato.
Nella cittadina di Aaloua, deserta e sconvolta dalla guerra, vivono in gruppi di 5-6 tra le casupole utilizzate come basi.
Sui muri i ritratti di compagne e compagni morti.
Spicca quello di Arin Mirkan, la ragazza poco più che ventenne assurta a leggenda quando durante la battaglia per Kobane decise di farsi saltare in aria pur di non venire catturata. «Arin aveva finito i proiettili. Gli uomini di Isis l’avevano circondata. E fece la scelta giusta: altrimenti sarebbe stata violentata, schiavizzata e alla fine uccisa nel peggiore dei modi. Noi nelle sue condizioni faremmo come lei. Non avremmo alternative», spiegano due ventenni, Ani Zerin e Ani Sihaian.
«Le donne come noi che decidono di indossare la divisa non possono essere sposate, nè avere figli. Proibiti anche gli amori con i compagni (chi viene beccato è processato ed espulso). Ma da quando siamo soldatesse non abbiamo sentito di alcun caso del genere. Non possiamo perchè perderemmo la concentrazione necessaria a combattere».
Ammettono che vogliono anche vendicare le vittime femminili dei jihadisti. Con un’arma in più. «I nostri nemici sono convinti che se verranno uccisi da una donna non avranno la dignità  di martiri meritevoli il paradiso. Dunque quando ci vedono scappano, ci evitano. Una buona ragione per noi di stare al fronte».
La sera intensificano le guardie. Con il buio aumentano i tentativi di attacchi da parte del nemico nascosto una decina di km più a sud.
Il villaggio senza energia elettrica è avvolto dall’oscurità .
Le donne lubrificano i fucili e ci ordinano di tornare alle retrovie. Le strade di collegamento possono essere minate.

Lorenzo Cremonesi
(da “il Corriere della Sera”)

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MEDAGLIA ALL’EROE ITALIANO: SALVO’ 14 NAUFRAGHI A SANTO DOMINGO

Dicembre 24th, 2015 Riccardo Fucile

EX CARABINIERE IN PENSIONE   SOCCORSE UN GRUPPO DI UOMINI AL LARGO DI BOCA CHICA

«Il mare era in tempesta e non si vedeva nulla all’orizzonte. Incrociai il primo cadavere appena arrivato sul posto, in mezzo a onde altissime, e poi, in lontananza, vidi questi disperati aggrappati a un bidone che galleggiava e la barca rovesciata con altre persone allo stremo. Le raggiungemmo e le issammo a bordo una alla volta».
A parlare è Sergio Cipolla, 55 anni, ex luogotenente dei carabinieri in pensione.
Nell’Arma è stato per trentacinque anni, prima del congedo era istruttore di tiro a Chieti. Poi si è dedicato al volontariato.
L’anno scorso Cipolla ha salvato quattordici persone nel corso di un naufragio costato la vita a tre uomini al largo di Boca Chica, davanti alle coste di Santo Domingo.
Ed è per questo che, qualche settimana fa, ha ricevuto il premio per il migliore e più importante salvataggio effettuato nell’area dei Caraibi, un riconoscimento prestigioso che viene assegnato ogni anno dall’Afras (Association for Rescue at Sea), l’organizzazione americana che sostiene i volontari della guardia costiera, e che gli è stato consegnato da una delegazione della Coast Guard statunitense.
La cerimonia ufficiale si è svolta a Santo Domingo alla presenza del comandante generale della Marina dominicana e del vice ministro della Difesa, che hanno insignito Cipolla anche della medaglia d’onore al merito.
È la prima volta, hanno sottolineato i cronisti locali, che il premio Afras per i salvataggi nei Caraibi viene assegnato alla Repubblica Dominicana.
Sergio Cipolla vive a Santo Domingo ma, fino a tre anni fa, risiedeva a Pescara ed era responsabile del nucleo sommozzatori di protezione civile “Insieme nel Blu”, un gruppo di volontari distintosi alcuni anni fa per una serie di collaborazioni in ambito archeologico (tra le quali il ritrovamento di prove che dimostrerebbero l’esistenza della città  sommersa di Buca al largo di Termoli) e ha operato anche a L’Aquila dopo il terremoto.
Qui l’ex carabiniere dirigeva il campo di accoglienza a San Martino d’Ocre.
Da L’Aquila ai Caraibi
Il primo contatto con la Repubblica Dominicana Cipolla l’ha avuto proprio dopo l’esperienza post-sisma.
Era andato per una breve vacanza («Volevo stare al caldo dopo aver patito tanto freddo») e invece, in breve tempo, ha maturato la decisione di prendere la residenza «dove fa caldo tutto l’anno, la vita è più tranquilla, si possono mangiare piatti locali con tre euro e le tasse non sono un incubo».
La moglie Francesca Toro e i due figli Valerio e Luca, rispettivamente 30 e 23 anni, lo vanno a trovare regolarmente e presto si stabiliranno definitivamente con lui per aiutarlo ad avviare un’impresa o un’attività  «che abbia a che fare con il mare».
A Santo Domingo, attualmente, Cipolla è il comandante dell’unità  di salvamento e soccorso in mare appartenente agli “Auxiliares Navales Dominicanos” e collabora con la Marina per le attività  di addestramento, ricerca e soccorso in mare.
Dall’Italia ha portato l’esperienza accumulata in tema di sicurezza.
«Qui erano indietro rispetto a noi e la mortalità  per incidenti in mare era alta — spiega -, io ho iniziato facendo prima una serie di lezioni di primo soccorso agli assistenti bagnanti e poi, man mano, creando una unita di soccorso composta da uomini presi da ogni corpo dello Stato». Sergio non ha intenzione di tornare in Italia.
«Sono nauseato dalla situazione in cui versa il nostro Paese, rovinato dalla politica e senza prospettive per i giovani».
Tornerà , promette, «ma solo per una vacanza, ora le parti si sono invertite».

Nicola Catenaro
(da “il Corriere della Sera”)

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AUTISTA MARCHIGIANO CON 3 FIGLI TROVA 43.000 EURO E LI RESTITUISCE: “NON MI CAMBIANO LA VITA, UNA BUONA AZIONE SI'”

Dicembre 23rd, 2015 Riccardo Fucile

QUANDO LA NORMALITA’ DIVENTA UNA NOTIZIA

Un ricchissimo regalo di Natale anticipato, molti sarebbero caduti in tentazione, come racconta il Corriere Adriatico.
Ma Luigi Tidei, che vive a Comunanza, autista, sposato e padre di tre figli, ha resistito e ha riconsegnato il tutto al legittimo proprietario.
“43 mila euro non cambiano la vita – racconta l’uomo – ma una bella azione sì. E alla resa dei conti le uniche cose importanti sono queste”.
È accaduto tutto nel parcheggio del Cuore Adriatico, nel tardo pomeriggio dell’altro ieri.
Un commerciante residente in città  si era recato al centro commerciale per fare acquisti. Con sè aveva quella grossa somma di denaro, che doveva essere trasferita in una cassaforte.
Aveva lasciato l’auto in sosta ed era entrato. Una volta dentro, però, si è accorto di non avere con sè il marsupio: dentro c’erano il grosso portafoglio (del tipo di quelli solitamente usati dai benzinai), il cellulare e la carta d’identità .
Tidei stava camminando nel parcheggio, quando sotto una macchina nota un grosso portafoglio. Lo apre e dentro ci trova numerose banconote da 500 euro.
“Mi tremavano le gambe”. Senza pensarci due volte ha cercato in mezzo a tutti quei soldi qualche elemento per risalire al proprietario e si è presentato a casa sua. “Quando ho visto Tidei e ho capito cosa aveva fatto, gli ho offerto una ricompensa. Non ha voluto niente”, dice l’uomo che aveva smarrito il borsello.

(da “Huffingtonpost”)

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OSTAGGI CRISTIANI SALVATI DAI MUSULMANI: “NON CI SEPARIAMO, LIBERATECI O AMMAZZATECI TUTTI”

Dicembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile

DOPO L’ASSALTO DEI JIHADISTI SOMALI A UN BUS IN KENYA, LA REAZIONE DEI VIAGGIATORI MUSULMANI

Si trovavano a bordo di un bus nei pressi di El Wak, in Kenya, a pochi km dal confine con la Somalia, pronti per festeggiare il Natale di ritorno da Nairobi.
Il viaggio di un gruppo di cristiani è stato brutalmente interrotto lunedì scorso da un assalto armato ad opera di terroristi appartenenti a Al Shabaab, che in questa zona dell’ Africa mettono giornalmente a repentaglio la vita della popolazione locale.
Nell’ennesimo attacco alla comunità  cristiana, però, questa volta i terroristi hanno dovuto fare i conti con altri musulmani.
Durante la sparatoria, alcuni musulmani si sono improvvisati “scudi umani” per il gruppo di cristiani, che così ha potuto mettersi in salvo.
I guerriglieri, che avevano preso in ostaggio alcuni membri della comitiva, non si aspettavano certamente di venire ostacolati e messi in fuga da persone della loro stessa confessione religiosa, ma i musulmani presenti sul mezzo hanno deciso di non abbandonare i compagni di viaggio cristiani, cercando di proteggerli.
Il commando è riuscito ugualmente a uccidere due kenioti in fuga, di cui ancora non sappiamo la religione. Altre quattro persone sono rimaste ferite.
Già  un anno fa un altro bus era stato preso di mira da un commando jihadista: in quell’occasione le vittime furono 36, tutti cristiani, freddati dalle armi dei fondamentalisti a Mandera, sempre vicino al confine somalo.
Ben più tragica l’ esecuzione perpetrata ai danni di 147 giovani cristiani che si trovavano lo scorso 2 aprile all’interno del collegio universitario keniota di Garissa.
Secondo quanto testimoniato dai sopravvissuti alla carneficina, i jihadisti prelevarono gli studenti dai loro dormitori, alle prime luci dell’ alba.

(da “Huffingtonpost“)

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“NON NE LASCEREMO VIVO NEMMENO UNO”: SONO LE DONNE CURDE IL VERO INCUBO DELL’ISIS

Dicembre 10th, 2015 Riccardo Fucile

SONO 550 LE “GUERRIERE” CURDE ARRUOLATE NELL’UNITA’ PER LA PROTEZIONE DELLA POPOLAZIONE

Anche i miliziani dell’Isis hanno paura. Delle donne. In particolare delle donne curde che combattono nelle fila dell’Ypg, le Unità  per la protezione della popolazione.
I jihadisti, infatti, credono che chi muoia in battaglia ucciso da un nemico finisca in paradiso, accolto dalle famose 72 vergini con gli occhi castani.
Ma se il colpo decisivo proviene da una donna, allora il combattente è destinato all’inferno.
Una credenza che le donne curde impegnate sul fronte vogliono mantenere viva nelle menti dei loro nemici.
In un’intervista rilasciata alla Cnn, la guerrigliera curda Tehelden, che nella sua lingua significa “Vendetta”, ha ampiamente sminuito il coraggio dei terroristi.
“Pensano di combattere in nome dell’Islam”, ha raccontato la soldatessa 21enne che ora risiede nella piccola cittadina siriana di AL Houl, da poco riconquistata.
“Credono che se siamo noi donne a ucciderli non vanno in Paradiso. Ci temono”, ha continuato Tehelden. Efelin, 20 anni, anche lei nell’unità  di “Vendetta”, ha poi aggiunto, ridendo: “Se riprovano ad attaccarci qui ad Al Houl, non ne lasceremo vivo nemmeno uno”
Alla base di questa credenza ci sarebbero i sermoni di alcuni predicatori salafiti affiliati all’Isis, che avrebbero detto ai soldati di “non essere certi” circa l’eventuale approdo in Paradiso – con le 72 vergini ad attendere – per “chi dovesse essere ucciso in combattimento da una donna”.
Per gli uomini dell’Ypg, le loro colleghe donne sono delle “vere guerriere, che spesso ci sorprendono per il loro coraggio”.
Ammirano in particolar modo la loro pazienza e la concentrazione, qualità  che le rendono dei cecchini formidabili.
Sono circa 550 le donne peshmerga arruolate nell’esercito curdo: sono madri, mogli, sorelle e figlie.
Alcune sono state radunate in un’unità  di protezione speciale femminile dislocata in Siria: “È un onore poter far parte di un moderno Stato musulmano che permette alle donne di difendere la loro terra”, ha spiegato un’altra guerrigliera.
Storia vuole che le prime donne curde a combattere fossero impiegate nelle truppe del Saladino, nel XII secolo. Il Saladino, come i colleghi di oggi, apprezzava la loro fedeltà  e la loro ferrea dedizione e per questo le voleva sempre al suo fianco.

(da “Huffingtonpost”)

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“ITALIA CI DIA LE ARMI, IL CORAGGIO CE LO METTIAMO NOI”: INTERVISTA AL COMANDANTE PESHMERGA

Dicembre 4th, 2015 Riccardo Fucile

KARIM SINJARI E’ IL CAPO DELL’ESERCITO CURDO, L’UNICO CHE COMBATTE SUL CAMPO E NON A CHIACCHIERE I TAGLIAGOLE DELL’ISIS

“Se potessi rivolgermi direttamente al presidente Matteo Renzi, gli direi come ad un amico che i peshmerga curdi non stanno combattendo solo per la loro libertà , ma per la libertà  di tutto il mondo dalla minaccia dello Stato Islamico. Gli direi che in questo momento stiamo difendendo dieci milioni di persone e un quarto del territorio dell’Iraq. E gli direi che noi siamo disposti a continuare fino alla fine, ma per vincere questa battaglia abbiamo bisogno di ben altro che un po’ di fucili. Ci servono carri armati, blindati, artiglieria pesante, equipaggiamenti contro gli attacchi chimici armi controcarro. Ci serve tutto quello che può consentirci di affrontare l’Isis alla pari. Il resto, il coraggio sul campo, ce lo mettiamo noi”.
Karim Sinjari è un curdo silenzioso e tosto come la roccia delle sue montagne, che ha conosciuto l’esilio ai tempi di Saddam Hussein e adesso è ministro dell’Interno e dei Peshmerga di un Kurdistan che ogni ora che passa affronta a faccia a faccia la minaccia dell’Isis.
È venuto a Roma insieme a un pugno di generali per incontrare il ministro della Difesa Roberta Pinotti e se ne torna a casa con la speranza che l’Italia, già  impegnata a fianco dei peshmerga con alcune centinaia di consiglieri militari e forniture di armi leggere, faccia di più.
Per lui, con il cognome che porta, l’ultima battaglia vittoriosa a Sinjar è stata anche una battaglia personale vinta: “E’ così. La riconquista di Sinjar era molto importante. Non solo per me e per i curdi, ma per tutto il mondo libero. Riprendendo quella città  e il controllo dell’autostrada 47 che collega l’Iraq alla Siria, abbiamo tagliato la via dei rifornimenti e commercio di viveri, petrolio e armamenti di Daesh”.
C’è stata una coincidenza temporale tra la riconquista di Sinjar e gli attentati di Parigi. Come interpreta l’attacco dell’Isis al cuore dell’Europa?
“L’Isis ha proclamato uno Stato che non ha confini. Anche la guerra che fanno per loro non ha limiti. Se vengono battuti su una piazza, si spostano su un’altra. Dopo aver perso Sinjar, avevano bisogno di dimostrare di esistere e si sono mossi su Parigi”.
Lei è il ministro dei peshmerga, conosce perfettamente la situazione sul campo: quanto è stabile la linea di demarcazione tra Kurdistan e Califfato?
“Stiamo parlando di un fronte di mille e cinquanta chilometri. E non c’è notte che non tentino un’azione contro i peshmerga. Se non sono bombe, sono attacchi suicidi con kamikaze o auto imbottite di tritolo”.
Perchè gli alleati non pianificano un’operazione per la riconquista di Mosul?
“In realtà  siamo pronti. Ma è necessario che anche il governo iracheno sia pronto. In questo momento si stanno occupando di Ramadi. Una volta finito il lavoro lì, toccherà  a Mosul”.
Il governo iracheno ha un pesante arretrato con voi. Di che cifra parliamo?
“Quindici miliardi di dollari, forse di più. E’ un anno e mezzo che non versano al Kurdistan il 17 per cento del budget nazionale che ci spetta”.
La struttura portante dell’Isis è composta da ex ufficiali del regime di Saddam Hussein. Gente che conosce la mappa dei depositi di armi ancora nascoste. Ci sono anche armi chimiche?
“Se è per questo le hanno già  utilizzate almeno quattro volte contro di noi: cianuro a gennaio e iprite l’11 agosto a sud di Erbil. Ci sono stati 37 peshmerga colpiti e le analisi condotte in laboratori della coalizione alleata hanno confermato la presenza di questi gas nelle cariche di mortaio esplose. Sono gli stessi composti che Saddam utilizzò per la strage che fece 5000 vittime nel villaggio curdo di Halabja il 16 marzo 1988. Lei lo sa bene, perchè era lì”.
L’Italia vi dà  sostegno per curare i peshmerga feriti in questi attacchi?
“Abbiamo fatto richiesta ma non solo per le vittime degli attacchi chimici, ci è stato promesso che ci aiuteranno”.
La Russia ha accusato la Turchia di traffico di petrolio e armi con lo Stato Islamico, ma più in generale emergono ambiguità  nel comportamento di alcuni paesi della coalizione. Quale è la sua opinione?
“Io rispondo con i fatti. E i fatti sono che il comitato della coalizione che si riunisce ogni settimana condivide ogni mossa e strategia. Per la riconquista di Sinjar abbiamo combattuto in perfetta sintonia con tutte le forze alleate, secondo dopo secondo”.
In questo conflitto i peshmerga sono caricati di una enorme responsabilità , ma a questa responsabilità  corrisponde tutto l’aiuto di cui avete bisogno?
“Gli alleati ci aiutano, ma è vero che questo non è ancora sufficiente. Le armi che l’Isis ha a disposizione sono molto più sofisticate. Abbiamo bisogno di maggiori risorse”.
C’è un’ipotesi negoziale per fermare il conflitto in Siria che prevederebbe l’uscita di scena di Assad, il governo curdo la ritiene praticabile?
“Noi siamo per una soluzione politica e per un governo transitorio che traghetti quel paese verso le elezioni. Poi si vedrà ”.
In caso di un accordo su questa ipotesi, che fine farebbero jihadisti e foreign fighters?
“Se arriverà  quel momento, la decisione dovrà  essere a livello globale. Perchè i foreign fighters sono arrivati da tutto il mondo. E non sarà  una decisione facile. Ecco perchè bisogna discutere fin da adesso il dopo-Isis”.
L’Iran vi sta aiutando?
“Con loro abbiamo buonissimi rapporti, sono i nostri vicini di casa. Quando Daesh è entrato in Kurdistan, sono loro che ci hanno aiutati”.
Cosa chiede all’Europa, all’Italia?
“Noi affrontiamo un nemico feroce e comune ma da soli non ce la facciamo più. Servono nuove risorse economiche e militari. Nel nostro territorio manteniamo un milione e settecentomila rifugiati e la nostra popolazione è aumentata del 28 per cento. E’ gente che ha bisogno dei più elementari mezzi di sopravvivenza. Gente di ogni etnia e religione: musulmani, cristiani, sunniti, sciiti, yazidi che in Kurdistan hanno ritrovato le radici di una convivenza pacifica. Non possiamo abbandonarli proprio adesso, nè lasciare che cerchino altre vie di fuga, magari verso l’Europa. Sarebbe la nostra peggiore sconfitta. E la vittoria dell’Isis. Non dobbiamo permetterlo”.

(da “Huffingtonpost”)

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