Destra di Popolo.net

PERCHE’ LA LIBERTA’ VINCERA’ CONTRO IL TERRORISMO

Novembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

CHIUNQUE CI ABBIA PROVATO A NEGARLA NEGLI ULTIMI DUE SECOLI NE E’ USCITO SCONFITTO

Parigi è sopravvissuta all’occupazione nazista, sopravvivrà  alle incursioni jihadiste. C’è una invincibile inerzia, nella libertà , che è perfino più forte della forza militare. La libertà  non è più un’idea, ormai: lo è stata nei lunghi secoli della sua laboriosa, contrastata definizione, ma ormai è diventata un istinto, è scritta nel nostro Dna. Significa che la gente considera naturale divertirsi, ballare, mangiare al ristorante, bere alcolici, camminare per strada, fare musica, fare sesso, leggere i libri che vuole, non leggere i libri che non vuole, usare le parole che preferisce per dire quello che ama dire.
È un nemico, la libertà , che il jihadismo non può neanche immaginare di sconfiggere. Chiunque ci abbia provato, almeno negli ultimi due secoli, ha vinto qualche battaglia ma alla fine ha perduto la guerra.
Si capisce che Parigi sia odiata tanto quanto New York, nella guerra mondiale dichiarata dal jihadismo alla libertà  di tutte le persone (anche delle persone musulmane).
Sono le due città  che incarnano al livello massimo il cosmopolitismo brulicante, la febbrile promiscuità  tra culture e dunque il primato culturale dell’Occidente, che quella promiscuità  non teme e anzi promuove.
Per non dire della libertà  delle donne, che è la più odiata, la più temuta, la più irreversibile di tutte le libertà .
Della nostra incolumità  possiamo dubitare, di qui in poi.
Della vittoria della libertà , mai.

Michele Serra
(da “La Repubblica”)

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PERCHE’ A DESTRA QUALCUNO RICORDI I VALORI MISSINI

Novembre 14th, 2015 Riccardo Fucile

LA FIGLIA DEL MILITANTE UCCISO DALLE BR: “NON CI STO ALL’IMBARBARIMENTO, MI RIFIUTO DI FARE DI OGNI ERBA UN FASCIO”

Questa mattina ho pensato di ripulire il mio Facebook da una buona metà  dei miei contatti che nel migliore dei casi ricordavano che la Fallaci aveva ragione.
Poi ho pensato che chiudere i cancelli, anche solo il mio cancello, è fare il gioco dell’imbarbarimento.
Mi sottraggo e rilancio: da che cosa pensate che scappino questi immigrati che vi fanno tanto schifo?
Avete pensato che anche loro si sono trovati l’Isis in casa, i loro parenti in prigione senza motivo, le loro opere d’arte distrutte?
Ora so che questo post verrà  seguito da commenti pieni di odio verso il mio buonismo.
Non porgo l’altra guancia.
Dico solo che mi rifiuto di fare di ogni erba un fascio.
Mio papà  è stato ucciso perchè in quanto giovane missino era ritenuto responsabile di tutti i crimini dei nazifascisti, della strage di piazza Fontana, di Brescia…
Chi mi mostra solidarietà  dovrebbe per un attimo fare anche l’esercizio contrario.
Tutti i siriani sono fanatici islamici?
La vostra invocata guerra, nel migliore dei casi, che cosa potrebbe ottenere?
Lo sterminio totale del mondo islamico?
Spiegarmi, qual è l’obiettivo oltre a sfogare la rabbia impotente che tutti oggi proviamo?
Quale la strategia?

Silvia Giralucci

Silvia Giralucci è la figlia di Graziano Giralucci, assassinato dalle Brigate Rosse il 17 giugno 1974 a Padova, durante un assalto alla sede del Msi. Giralucci aveva quasi 30 anni ed era un militante Msi. Insieme a lui fu ucciso anche il pensionato Giuseppe Mazzola.

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RISPETTARE LA PRESUNZIONE DI INNOCENZA, MA CHI RAPPRESENTA LE ISTITUZIONI DEVE SAPER ANCHE FARE UN PASSO INDIETRO

Novembre 12th, 2015 Riccardo Fucile

LA SINISTRA DA GIUSTIZIALISTA A GARANTISTA PER TUTELARE I PROPRI UOMINI

Per 20 anni e più, la sinistra ha fatto sfoggio di ogni azione mediatica e di tutti i possibili mezzi di comunicazione ed informazione per diffondere – e cavalcare – il seme del “giustizialismo oltranzista”, dei “processi sommari” e del “qualunquismo giudicatorio e giudicante”.
Un continuo clima di sospetto, ricco di illazioni, mezze verità , strumentalizzazioni di ogni sorta: “tutto andava bene” purchè si “distruggesse” l’antagonista politico “di turno”…
Oggi “non gradisce più”, però.
Oggi si è attestata sulla sponda del garantismo, “dell’attendiamo le decisioni dei giudici”; del “non celebriamo processi sommari”…
Personalmente sono e sarò sempre un garantista. Chi entra in un’aula di Giustizia e’ innocente fino a prova contraria e spetta “a chi di dovere” – nelle regole delle dinamiche dibattimentali e non – dimostrarla, la presunta colpevolezza…
Una società  matura ne sarebbe consapevole e non si farebbe prendere dalla frenesia di anticipare il “momento della verità  processuale” sostituendolo con “giudizi da bar” ovvero consumati tra una “primo piatto” ed il “secondo” mentre si sta pranzando.
La nostra società  è molto lontana dal senso sincero della libertà  e dal riconoscimento autentico dei diritti, ed una reale maturazione sul punto non sarà  “cosa” facile, ovviamente.
Ci vorrà  un percorso culturale molto ampio perchè, ritrovare il senso reale della dignità  umana; pervenire alla riscoperta dei valori etici, del senso civico, del rispetto delle istituzioni e degli stessi uomini (al di là  del colore della pelle, dell’appartenenza politica, delle tendenze sessuali ovvero etiche), sarà  una vera e propria “democratica rivoluzione”, e “visto lo scenario” oltremodo imbelle, non c’è di che “rallegrarsi”… Sarà  fondamentale il ruolo della scuola ma, anche, degli stessi “genitori”, degli adulti, di chi “è capace”…
In ogni caso, al netto del diritto di difesa e della presunzione di innocenza, non posso fare a meno di pensare che “chi ricopre un Pubblico Ufficio” o chi “incarna” una Istituzione, abbia comunque il dovere di mettersi da parte nei casi “di dubbio”.
De Luca dovrebbe dimettersi. Lo stesso Renzi dovrebbe invitarlo a farlo.
Nelle more di una decisione che “è cosa da uomini veri” – e non tutti lo sono – usare la giustizia e l’informazione come strumento di lotta politica, però, proprio no…
Non è cosa degna di un Paese civile.
Non è cosa degna di un Paese che è stato, e resta, la culla del diritto…
Che l’informazione informi. Che si discuta pure.
Non ci si dimentichi mai, però, che l’oggetto del “contendere” resta pur sempre l’uomo” e quella dignità  che nessuno ha il diritto di calpestare…

Salvatore Castello
Right BLU . La Destra Liberale

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IL “MERITO” VENDUTO PER GRATIFICARE I SIGNORSI’

Novembre 3rd, 2015 Riccardo Fucile

RIBELLIONE, TALENTO E GENIALITA’ COSTANO LACRIME E SANGUE: NON SONO IN VENDITA AL SUPERMARKET DELLA POLITICA

Merito. Merito. Merito…
In realtà , a “destra”, come a “sinistra”, il merito esiste soltanto nelle “lugubrazioni” mentali tipiche degli innamorati del termine o nelle prassi “accattivanti” dei gestori di potere” (qualunque esso sia), perchè, a conti fatti, non si premiano mai – realmente – il talento e le qualità  oggettive, ma soltanto i “sognorSI'” e gli “accreditati”: quelli che “assecondano”, quelli che “sostengono”, supinamente, senza dire mai di no!
Dopo tanti anni di storia, ricca di formule vuote, di finti “guerrieri della legalità “, di impresentabili sofisti e di “venduti” d’ogni risma e d’ogni sorta, il senso del merito – dal punto di vista collettivo – bisognera’ davvero costruirlo, andando al di là  dell’inedia degli indegni, dei soliti parolai, dei “sempre-vivi” detrattori e degli “ometti”.
Il merito si conquista nei meandri della “conservazione” ma anche con la ribellione, con le scelte ardite e con le battaglie sincere, ferventi e appassionate.
Quelle battaglie che soltanto in pochi sono davvero disposti a combattere, e costi quel che costi, “valga quel che valga”…
Perchè, alla fin, fine, quello che davvero conta è il riscontro della nostra anima, del nostro cuore e della nostra stessa tensione etica e morale: quando puoi dire al tuo interlocutore – ma soprattutto a te stesso – che hai fatto il tuo dovere, che ti sei battuto come un “dannato” e che non hai ceduto mai, anche quando la contropartita era restare all’ombra, al “freddo” o al gelo dell’indifferenza “strumentale”…
E la sana ribellione, il talento, la stessa genialità  (quando esiste), costano lacrime e “sangue”, ed è sistematicamente il tuo.
Ma è questione di “sfida”, soprattutto con te stesso, perchè quella del “metodo”, della costanza e della lungimiranza “e’ questione dannatamente seria”…
Alla meta, senza “una mappa”, non ci arriverai mai… La storia chiama alle sfide, etiche, sociali, politiche, sociologiche e di libertà .
Soltanto gli imbelli continuano a percorrere gli angusti sentieri fuorvianti allontanando gli uomini dagli uomini, i “cuori” dai “cuori” e le “menti” dalle “menti”… Ma il cuore, la passione, il “sacro fuoco” della vita, della realtà  in continuo movimento e della stessa storia, per fortuna, hanno “ragioni che la ragione stessa non capirà  mai…”
Cose che soltanto i “meritevoli” possono davvero comprendere e praticare.
Al di là  dell’inedia.
Al di là  della rassegnazione.
Al di là  del nulla…

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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SCAMPIA RUGBY, DALLA STRADA AI CAMPI PER BATTERE CAMORRA E DEGRADO

Novembre 2nd, 2015 Riccardo Fucile

“QUI SI VIVE SOLO DI MARADONA, E’ ORA DI PENSARE AL FUTURO”

All’inizio lo chiamavano tutti regbill. Poi, con il passare del tempo, le cose sono cambiate.
I ragazzi si sono avvicinati allo sport, hanno messo da parte il calcio, Maradona, i problemi del quartiere.
A Scampia è nata una squadra di rugby che da 2 anni lotta sui campi di mezza Campania. Nonostante tutto. I protagonisti di questo “miracolo sportivo” sono i giocatori dello Scampia Rugby, giovani della zona, delle associazioni, che hanno fatto rete, si autofinanziano, spendono parte del loro tempo per alimentare la società  e per fare gruppo.
L’idea è nata da Salvio Esposito, psicologo dello sport, che da anni cerca di portare avanti progetti simili.
Dopo il “Nisida Rugby Footbal Club”, in cui Esposito ha coinvolto i ragazzi detenuti nel carcere minorile di Nisida, è la volta del rugby portato a Scampia.
“Tutto parte dalla necessità  di rendere effettive le potenzialità  di crescita psicologica di questi ragazzi — spiega a ilfattoquotidiano.it Esposito -. Nel corso dell’anno abbiamo coinvolto più di 80 bambini. E non è ancora finita”.
La palla ovale ha fatto breccia tra le famiglie del rione, lottando anche contro i pregiudizi. “Qui si vive solo di Maradona. Dobbiamo affrancarci da questo mito e ricominciare a vivere pensando al nostro presente, al futuro” prosegue Luigi Piscopo, presidente tuttofare.
La prima squadra, lo Scampia Rugby, è formata da quasi 50 persone, dai 17 ai 40 anni. Il clima è affiatato, il gruppo è unito.
I giocatori si allenano una volta a settimana nel campo comunale di Scampia.
“Ma spesso c’è da fare la fila dietro gli allenamenti delle squadre di calcio — aggiunge stizzito Luigi —. Il più delle volte siamo costretti a chiedere di allenarci nel campo di un oratorio della zona”.
L’idea è quella di coinvolgere più squadre: da una parte i giocatori dai 17 anni in su; dall’altra i ragazzini più piccoli che si avvicinano per la prima volta a questo sport. “Vogliamo formare gruppi ben selezionati per dare loro l’opportunità  di crescere serenamente all’interno della squadra”, continua Luigi.
Lo scorso campionato la squadra si è piazzata al 4° posto nella serie C2 nazionale. E alcuni dei ragazzi che vengono da queste parti sono davvero talentuosi.
Come Mauro Cuccurese, seconda linea, che nel 2010 ha esordito con la nazionale italiana under 17: “Quella partita è stato un sogno — ricorda —. Per me, venire da un quartiere che era considerato la fogna di Napoli è stato uno stimolo enorme”. “Forte abbastanza per realizzare l’impossibile” è il motto che guida i giocatori. E qualcuno, tra un placcaggio e l’altro, se l’è tatuato anche sul polpaccio.
I soldi, però, sono un problema: per il momento la squadra si tiene in vita grazie ad una rete di associazioni, a partire da Resistenza Anticamorra.
Ma non si può andare avanti così per sempre. “La Federazione non ha voluto metterci la faccia – continua il presidente -. Facciamo i salti mortali pur di portare avanti le cose”. I bambini, ad esempio, sono costretti a giocare in un campo da calcio, senza i pali e i segni regolamentari del rugby.
Ma Scampia non è tutto. Il progetto vuole ampliarsi anche verso altri quartieri vicini, incluse le collaborazioni con le scuole.
“L’obiettivo è quello di creare una squadra juniores che possa competere a livello di eccellenza, e dare la possibilità  a questi ragazzi di giocare anche al di fuori del contesto di Scampia — spiega ancora il dottor Esposito —. I giovani in qualche modo devono uscire dai confini del loro quartiere, con tutte le ricadute positive che questo comporta”.
I ragazzi, comunque, non si danno per vinti.
Dopo la pausa estiva sono ripresi con gran vigore gli allenamenti. E nel quartiere si respira aria di novità . In tanti, infatti, si sono presentati alle selezioni per unirsi al gruppo.
“Questa squadra è la mia seconda famiglia” — racconta Gaetano Russiello, capitano dello Scampia Rugby, che vive da 20 anni il mondo della palla ovale. “Essere capitano per me significa dare l’esempio ad ogni partita. Questo gruppo mi ha cambiato la vita”.
La prima partita di campionato si è giocata a fine ottobre. Ma in tanti già  scalpitano. Il rugby, da queste parti, non è solo svago: è anche un’opportunità  per cambiare vita.

Raffaele Nappi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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COSI’ E’ MORTO L’EROE UCRAINO CHE HA SFIDATO I BANDITI

Ottobre 27th, 2015 Riccardo Fucile

LE IMMAGINI REGISTRATE DALLE TELECAMERE DEL SUPERMERCATO DOVE AVVENNE LA COLLUTTAZIONE

In un video registrato dalle telecamere di sorveglianza scorrono le drammatiche immagini della rapina in cui l’ucraino Anatoliy Korol ha perso la vita.
Lo scorso 29 agosto l’uomo provò coraggiosamente a fermare due banditi in un supermercato di Castello di Cisterna (Napoli). Ma ebbe la peggio.
Morì davanti alla figlioletta. Anatolyi venne ucciso con due colpi di pistola. Dopo sette giorni, i due assassini sono stati assicurati alla giustizia.
La medaglia di Mattarella
L’eroico gesto del 38enne, padre di tre figli, è stato ricordato alcune settimane fa al Quirinale: il Presidente Sergio Mattarella ha consegnato una medaglia al valore alla moglie di Korol (Video)
La vicenda
La tragedia di fine agosto nel piccolo comune dell’hinterland napoletano, scosse le coscienze. Giunse al culmine di un’estate già  molto difficile, con tanti morti ammazzati nel capoluogo e in provincia (e settembre sarebbe stato pure peggio). Erano le 21, supermercato in chiusura, con pochi clienti. Anatolyi Korol, manovale, era appena uscito dopo aver fatto la spesa, insieme alla figlioletta di un anno e mezzo. I due rapinatori, bardati dal casco integrale, si sono fiondati alle casse pistola in pugno.
L’ucraino non ci pensa due volte, rientra nel market e tenta di fermare uno dei malviventi, Marco Di Lorenzo.
Riesce quasi a immobilizzarlo, tenendolo per il collo.
Il complice, Gianluca Ianuale, però non sta a guardare. Sorpreso e poi accecato dalla rabbia prova a ferire l’ucraino addirittura con una penna, usata a mo’ di pugnale. Anatolyi resiste ma nulla può contro i colpi di pistola esplosi da Ianuale.
Voleva colpire le gambe, dirà  ai magistrati. I proiettili invece trafiggono fatalmente Korol.
I due fuggono, e il 38enne muore al cospetto della sua bimba.

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REPORT: “ALL’ASTA I NOSTRI PREMI PER LA FAMIGLIA DI KAROL”, L’UCRAINO UCCISO IN UNA RAPINA A NAPOLI

Ottobre 12th, 2015 Riccardo Fucile

LA SERA DEL 12 OTTOBRE AL TEATRO DAL VERME A MILANO…. IL RICAVATO ANDRA’ ALLA FAMIGLIA

Il 29 agosto stava facendo la spesa al supermercato di Castello di Cisterna, in provincia di Napoli, insieme alla più piccola delle tre figlie.
Due uomini hanno fatto irruzione nel negozio per rubare l’incasso: a quel punto Anatolij Korol, cittadino ucraino e immigrato regolare in Italia di 38 anni, ha tentato di sventare la rapina, ma è stato ucciso da un colpo di pistola.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei giorni scorsi ha conferito la Medaglia d’oro al valor civile ai famigliari che ora devono fare fronte, da soli, alle loro esigenze economiche.
Per questo Report, la trasmissione condotta da Milena Gabanelli, ha deciso di mettere all’asta i premi vinti finora e di consegnare il ricavato alla moglie di Korol.
“Abbiamo pensato di aiutarla lunedì sera 12 ottobre alle ore 20 al Teatro Dal Verme a Milano — si legge sul sito della trasmissione — nel corso di una serata organizzata dall’associazione Cultura e solidarietà . Metteremo all’asta tutti i premi che Report ha ricevuto negli ultimi 5 anni, incluso il prestigioso Oscar tv“.
Report ricorda di avere già  fatto “un’altra iniziativa del genere qualche anno fa per una scuola media de L’Aquila” e visto che allora “la partecipazione era stata elevatissima” dal programma si augurano “che vada così anche domani sera. Il ricavato — conclude la nota — verrà  consegnato immediatamente alla signora Korol, che sarà  presente in sala”.
Report riconosce che la consegna dell’onorificenza al Quirinale sia stata un “gesto bellissimo”, ma il problema, continua la nota, è “che poi (la moglie di Korol, Nadia, e le sue bambine) tornano a casa… e la signora può fare i conti solo sul suo reddito, lavoro part-time, pulizie part time. Sappiamo che il direttore del supermarket, il proprietario del supermarket, le ha offerto un lavoro, certo non sarà  facile, per sbarcare il lunario, dover andare tutti i giorni proprio nel posto dove ti hanno ucciso il marito, speriamo che in zona qualcun altro le dia una possibilità  diversa”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PANETTIERE DI KOS CHE DONA 100 CHILI DI PANE AI RIFUGIATI TUTTI I GIORNI

Ottobre 7th, 2015 Riccardo Fucile

“L’EROE DEL DODECANESO” CHE HA COMMOSSO IL MONDO… “CHI NON HA MAI PATITO LA FAME NON PUO’ CAPIRE COSA SIGNIFICHI”

«Europa è quel panettiere di Kos che tutti i giorni va al porto per dare da mangiare alle anime affamate e stanche», scandiva lo scorso 9 settembre il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker davanti al parlamento di Bruxelles, durante il discorso annuale sullo Stato dell’Unione.
«Lui come gli studenti di Monaco e Passau che portano vestiti alla stazione e i poliziotti austriaci che accolgono i rifugiati che arrivano esausti al confine».
Sono storie di piccoli gesti che raccontano un’Europa che non è meno reale di quella che per troppo tempo non è riuscita ad agire.
Quel panettiere di Kos non è frutto di un artificio retorico, è una persona in carne e ossa che non sente il peso di essere un simbolo: «Io mi limito ad aiutare, nient’altro».
Il suo nome è Dyonisis Arvanitakis e ha alle spalle una storia che gli permette di guardare con occhi diversi a quello che sta succedendo sulle coste della Grecia.
Già , perchè una volta l’immigrato era lui: è il 1957 quando Dyonisis, decide di lasciare casa sua, nel Peloponneso per scappare dalla miseria.
All’età  di quindici anni, si imbarca per un viaggio di quaranta giorni verso l’Australia ed è lì che per la prima volta si trova dall’altra parte della barricata: «Quando sono arrivato non sono riuscito a trovare un lavoro perchè non parlavo inglese – racconta – e in quei mesi ho capito cosa fosse la fame. Chi non l’ha mai patita non può capire cosa provano quelle persone. Io sono stato come loro».
Da allora sono passati molti anni. Nel 1970, dopo aver lavorato come panettiere in Australia, essersi sposato e aver messo da parte abbastanza soldi, Dyonisis riesce a tornare in Grecia, a Kos, da dove viene la moglie Evangelia.
Nel villaggio di Zipari apre la sua prima bottega, oggi una delle più importanti dell’isola, gestita assieme al figlio Stavros. Le cose però cambiano quando cominciano ad arrivare i primi barconi e, con loro, i suoi viaggi verso il porto col furgone carico di pane.
Riuscire a parlare con Dyonisis non è facile.
L’eroe del Dodecanneso, come lo chiamano alcune testate greche, si divide tra il porto di Kos e il forno della sua panetteria come se gli anni non fossero passati.
E quando un giornalista lo cerca o chiama al telefono la risposta è sempre la stessa: «Dyonisis non c’è». Alla porta della sua bottega, qualche giorno fa, ha bussato anche Brandon Hony, il fotografo reso celebre dai ritratti del progetto Humans of New York, che lo ha voluto immortalare, immerso tra centinaia di pagnotte: un uomo di poche parole e molto lavoro ma che ha un’idea chiara di quello che sta succedendo e soprattutto di ciò che è chiamato a fare. Nient’altro che dare una mano.
«Ho cominciato a caricare il furgone di pane per donarlo a quelle persone. Ogni giorno ne facciamo circa 100 chili in più ma arrivano sempre più persone, l’Europa dovrebbe venire a vedere cosa succede qui».
Alcuni dei profughi lo aiutano, lavorano per lui, «ma la situazione diventa sempre più complessa e ogni volta mi domando se è il caso di smettere o continuare».
A voler rallentare sarebbe suo figlio, che con lui gestisce affari: «È contento di ciò che facciamo ma preferirebbe che non esagerassi».
Ogni giorno però è come quello precedente e Dyonisis riempie il retro del furgoncino per tornare al porto.
Se continua è solo perchè non può dimenticare quello che ha patito da giovane: «Quando ero un ragazzo, nel Peloponneso si pativa la fame e oggi è lo stesso, per questo scappavamo. Vivere per strada, non avere da mangiare, non conoscere la lingua sono cose che non si scordano facilmente».

Francesco Zaffarano
(da “La Stampa”)

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PADRI NATURALI

Ottobre 1st, 2015 Riccardo Fucile

I VALORI DA CONDIVIDERE

Questa è una storia che farà  storia.
Sabato scorso, in Ohio, il signor Bachman sta portando all’altare la figlia Brittany.
La guarda negli occhi e vi legge una preghiera.
Capisce, ma forse ci era già  arrivato da solo; punta il banco dei parenti e afferra la mano del secondo marito di sua moglie, signor Cendrosky.
Qualcuno teme il peggio, visto che in passato tra i due non era corso buon sangue. Invece. «Hai lavorato duro per tirare su nostra figlia», gli dice. «Perciò adesso tocca anche a te».
E lo trascina in lacrime al centro della scena, offrendogli l’altro braccio della sposa.
All’improvviso il protocollo un po’ scontato di ogni rito nuziale viene investito da una bufera di sentimenti incontrollabili. Amore e gratitudine.
C’è una giovane donna che cammina verso il suo matrimonio, stretta con orgoglio tra l’uomo che l’ha messa al mondo e quello che l’ha cresciuta nella prosa della quotidianità .
È un corteo da pelle d’oca, che se ne infischia dei ruoli formali e va dritto al succo della vita.
In quest’epoca di famiglie liquide non è l’atto della procreazione a fare di un essere umano un genitore, ma la qualità  del tempo che dedica a suo figlio.
Biologico, adottivo o acquisito, importa poco.
Importa che la paternità  e la maternità  sono diventati valori da condividere.
Persino all’altare.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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