Luglio 22nd, 2015 Riccardo Fucile
IN UN PAESE DOVE GIRANO BUSTARELLE PER OGNI OCCASIONE, C’E’ ANCHE CHI RIFIUTA UNA MANCIA
Non amo solitamente rendere pubblici episodi di vita di cui sono testimone in prima persona, sia per
una questione di riservatezza sia per il fatto che servono più a corroborare i miei pensieri e le mie convinzioni che a farne argomento di sterile dibattito.
Per una volta voglio fare un’eccezione: in occasione della morte di mia mamma, questa mattina, lontano dalla mia città , in un piccolo cimitero di un piccolo paese, è avvenuta la sua tumulazione alla presenza di pochi congiunti.
Come avviene in tali tristi occasioni, un incaricato ha provveduto materialmente a porre la fila di mattoni su cui in seguito verrà apposta la lapide.
Lo osservavo mentre con delicatezza eseguiva il suo compito, mattone dopo mattone.
Al termine un mio parente gli si è avvicinato e con garbo ha fatto l’atto di regalagli una banconota, come ringraziamento del lavoro svolto senza fretta.
Questo muratore, dipendente del Comune, ha spiegato che non poteva accertarlo perchè quello è il lavoro per il quale è già pagato.
Il mio congiunto ha insistito tre volte spiegando che era un piccolo gesto di ringraziamento, pregandolo di accettare.
Nulla da fare, quel muratore di mezza età non ha ceduto di un millimetro: “se faccio il mio lavoro non vedo il motivo di accettare mance, mi fa piacere che apprezziate come l’ho svolto, per me è già una soddisfazione, ci mancherebbe che percepissi un extra per quello che è il lavoro per cui vengo remunerato”.
Poi il muratore ha raccolto i suoi attrezzi, ha sorriso, ha ringraziato e si è allontanato.
In quel momento ho pensato a quanti politici, dirigenti pubblici e privati, amministratori, non solo incassano ma pretendono mazzette, a quante discussioni sui social si incentrano sui dipendenti pubblici “fannulloni”, a quanti leader politici ci propinano discorsi vuoti sulla dignità e sul merito.
Poi ti trovi in piccolo cimitero di paese e la “dignità ” la scopri nelle persona più umili, in un muratore che diventa esempio di orgoglio del proprio lavoro e di “valori” veri, non di bolsa retorica.
Con la sua disarmante logica del “mi pagano per questo, perchè dovrei accettare altro?”.
E ti senti quasi in colpa, speri di non averlo ferito, perchè è come se una lezione di vita ti avesse colpito come uno schiaffo.
Perchè sai che ha ragione lui e non puoi che provare ammirazione per una persona che ti rende felice pur in un momento triste: hai la conferma che esistono ancora persone umili che hanno “valori di riferimento” che la nostra società è ormai incapace di esprimere.
Esistono, eccome.
Quanto sarebbe migliore l’Italia se in certi programmi tv invitassero non i soliti politici cazzari che speculano su tutto, che insultano e diffondono odio, ma il “mio” muratore.
Spiegherebbe le regole della vita in modo semplice, farebbe capire quanto sia importante anche il lavoro più modesto, quanto sia semplice “essere onesti” e “avere dignità “.
Una lezione di vita nel momento del dolore, un esempio di riscatto che non a caso ci viene da un umile lavoratore che si sente gratificato solo dall’aver fatto bene il proprio lavoro.
E comprendi che sono questi gli uomini che possono ancora riscattare il nostro Paese.
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Luglio 12th, 2015 Riccardo Fucile
IL “COMITATO VIA CAFFARO”, UN ESEMPIO DI CIVILTA’ DI UNA CITTA’ CHE SA ACCOGLIERE CHI HA BISOGNO DI AIUTO
Tutto comincia il 26 giugno, quando in via Caffaro, nel mezzo del quartiere residenziale di Castelletto a Genova, apre senza nessun preavviso un centro d’accoglienza per migranti.
A gestire la struttura, ricavata dai locali di un ex casa di risposo, la Croce rossa italiana.
Nel rione però succede qualcosa di diverso rispetto alle tante Tor Sapienza sparse nelle città italiane: i residenti decidono di accogliere gli africani.
Nasce così il “Comitato via Caffaro, via che accoglie” che conta più di mille iscritti (noi compresi) e raccoglie e mette a sistema le tante iniziative di solidarietà dei genovesi: dalla raccolta di vestiti a quella di fondi per comprare le schede che consentono ai migranti di telefonare ai propri cari a casa
Ognuno aiuta per quello che può, sono anche iniziati i corsi di italiano presso la Biblioteca De Amicis.
Oggi, domenica, alle 18 al Parco Acquasola si terrò un incontro tra i ragazzi ospitati nel Centro e la cittadinanza.
Inutile sottolineare che i profughi del Centro non hanno creato alcun problema ai residenti e si stanno comportando, a detta di tutti, con educazione e rispetto.
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
L’AVVENTURA DI UNA VITA: DAL PADRE FASCISTA DI SINISTRA ALLE IMMERSIONI IN TUTTO IL MONDO
Mentre osservo la placida rotondità del volto mi torna alla mente Robert Byron, viaggiatore
inglese che non solo amava viaggiare per non stare fermo, ma trovava nel viaggio la sola consolazione al detestabile incalzare della civiltà .
Anche Folco Quilici rientra nella categoria dei viaggiatori.
Una pedagogia ovattata, a volte cartolinesca, spesso sincera, a tratti avventurosa, ha accompagnato le sue incursioni nel mondo.
Chi è davvero quest’uomo che ha attraversato deserti, addolcito foreste, solcato mari, ammansito squali, reso l’esotico un pràªt à¡ porter per paradisi televisivi capaci di gustare l’intelligenza di un documentario? Gli siedo davanti.
Gli dico: ogni volta che penso a lei non posso fare a meno di immaginarla con bombole e muta mentre si immerge in qualche mare del globo. Ha mai pensato al significato dell’immersione?
Mi guarda come se la domanda non lo riguardasse. Poi capisco che è un problema di comprensione uditiva. Infila l’apparecchietto. Sorride.
Ed è come se la vita dopo un fermo immagine riprendesse a scorrere. Sono affascinato da chi sa scendere nelle profondità , sia del mare che della terra.
«Pensa che sia lì il segreto della vita?»
Penso che la fatica di immergersi, per bipedi abituati all’orizzontalità , sia qualcosa che valga la pena indagare.
«Non mi tirerà fuori la questione dell’inconscio. Tutta la vita ho viaggiato per dimenticare il mio inconscio. Certo, non è la stessa cosa immergersi in una vasca da bagno e in un mare infestato dagli squali. Se l’ho fatto è stato esclusivamente per dare un’emozione a chi quelle cose le ha sempre sognate senza averle mai viste. Parlo degli anni Cinquanta e Sessanta. Oggi ci interessa meno il meraviglioso, l’inedito, l’irraggiungibile. Pretendiamo però di salvare il pianeta. Comodamente seduti in poltrona!»
È mutata la sensibilità . Il messaggio.
«No, guardi, è mutato il “format”. Oggi il leone o l’orso bianco li devi vedere minacciati dalla sparizione per fotografarli. Tra un po’ neppure quello. Abbiamo trasferito le nostre ansie, le nostre paranoie sul mondo animale. Lo abbiamo antropologizzato».
Non è che lei non umanizzasse?
«Ma non fino a questo punto. Si passano intere giornate per filmare due moscerini che fanno sesso. La voce fuoricampo grave o insinuante racconta l’atto. La presa di possesso. L’orgasmo. La morte in agguato. Non sai mai se stai in un film di Hitchkock o alla rappresentazione scollacciata del Bagaglino. Mi dispiace. Tutta la mia attività di documentarista – e ne ho fatte di cose che non mi piacevano – è sempre stata guidata dal sogno di bambino: scoprire, meravigliarsi, fantasticare”.
Dove è nato?
«A Ferrara. Nel 1943 la nostra casa fu distrutta da una bomba. Non esplose. Come un pugno gigantesco l’attraversò tutta. Si salvò, in parte, solo la biblioteca di mio padre».
Letterato?
«No, giornalista. Nello Quilici: direttore del Corriere Padano ».
Un leghista ante litteram?
«Ma no, un fascista di sinistra. Molto legato a Italo Balbo. Lo chiamò per quell’ultimo dannatissimo volo. Accennò a una missione. Si sfracellarono sotto il fuoco amico della contraerea italiana».
Provi a fornire qualche dettaglio.
«Cosa vuole sapere?»
Fu un incidente?
«Non si è mai chiarito. Sorvolavano Tobruk. Il trimotore entrò in un corridoio vietato. Si abbassò, forse sconsideratamente, e alla fine venne colpito. Scese giù, dicono i testimoni, in fiamme. C’era Balbo. E c’era mio padre. Era il 28 giugno 1940. Fu un attentato? Un complotto? Un errore? È difficile da spiegare. Papà teneva un Diario che fu ritrovato. Mancano le ultime quattro pagine. Cosa c’era scritto? Ho tentato di ricostruire tutto questo».
Perchè?
«Perchè è stata la mia ossessione. Ogni volta che ascoltavo qualche testimonianza era come se avvertissi le urla dentro quell’aereo colpito. Voci straziate che ho immaginato e che mi hanno accompagnato per anni nel dolore e nella rabbia. Ricordo quando apprendemmo la notizia».
Dov’era?
«A Ferrara. Venne a trovarci Michelangelo Antonioni. Giovane. Elegante. Silenzioso. Mi abbracciò. Strinse me e miei fratelli. Scriveva per il Corriere Padano . Mio padre gli aveva dato una rubrica di cinema. Ferrara pareva una città irreale. Nel caldo incombente di quei giorni Michelangelo scrisse che udì la voce di una contadina pronunciare in dialetto: “I dis ch’è mort Balbo”. È probabile che morì per i contrasti con il Duce».
Restaste a Ferrara?
«No, dopo un po’ sfollammo in un paesino sopra Bergamo. In una casa di campagna dove mio padre ogni tanto andava. E lì per la prima volta lessi un lungo racconto sul mare. Venti mesi a caccia di balene , si intitolava. Non era ancora il tempo di Melville. Ma quel libro – impolverato e seminascosto – mi aprì un mondo sconosciuto e affascinante. Anche se non ne sei consapevole c’è sempre un momento in cui le cose iniziano. Il mio rapporto col mare fu lì che ebbe origine. Poi giunse la liberazione».
Cosa fece?
«Ci trasferimmo a Roma. Era il 1945, avevo 15 anni. Feci in tempo per iscrivermi al Tasso. Non so se Roma mi piacesse. Era disperatamente frenetica. Un’estate andammo da uno zio a Levanto. Giornate quiete davanti a un mare bellissimo. Lo zio era un uomo curioso. Un sognatore passivo. Non chiese nulla solo che la sera gli raccontassi ogni volta un film diverso. Alla fine il repertorio si esaurì. Cominciai a inventare storie marine, popolate di pesci enormi e di onde gigantesche».
Era il mare che tornava.
«Tornò davvero quando vidi un ufficiale americano con pinne e maschera scendere in acqua. Mi avvicinai e dopo un po’ gli chiesi se poteva prestarmele. Fu così che tentai la mia prima immersione. E da allora ho dovuto attendere la vecchiaia per smettere».
È stato tra i primi, forse il primo, a raccontare cosa accadeva in quei mari vicini e lontani.
«Tutto cominciò con delle foto subacquee che piacquero a Ulrico Hoepli. Poi venne il primo film: Sesto continente .Era la prima volta che la gente vedeva i fondali marini. Gli squali. Impiegai un anno a girarlo. Sul Mar Rosso. Il film andò a Venezia. Avevo 24 anni e mi sembrava che la fortuna avesse cominciato a prendermi sul serio».
Dopo c’è stata una lunga e onorevole carriera.
«Lunga sì, con alti e bassi».
C’è qualcosa di cui si pente?
«Il mio lavoro ha tenuto conto di qualche compromesso. Sotto ricatto di un produttore girai per esempio Dagli Appennini alle Ande . Fu un viaggio bellissimo. Ma realizzai un brutto film».
Ricatto perchè?
«Chi ha i soldi spesso vuole metter bocca. Ma non tutti i produttori erano così. Goffredo Lombardo, che finì protestato, è quello con cui ho lavorato meglio. Tra le tante cose girai con lui Tikoyo e il suo pescecane ».
Fu un film di grande successo.
«Goffredo, che aveva ereditato la Titanus, mi disse: ho letto un libro che parla di un’amicizia tra uno squalo e un ragazzo. Potrebbe diventare un film? Goffredo amava il mare e mi propose di girarlo alle Antille. Gli dissi guarda che la storia funziona se l’ambientiamo in Polinesia. Facemmo un sopralluogo e alla fine partimmo. Il problema era lo squalo e chi avrebbe sceneggiato la storia».
Lo squalo perchè?
«Dovevamo addomesticarlo. Decidemmo di usare uno squalo finto. Fu Amilcare Rambaldi a realizzarlo. La prova generale avvenne nel mare di Ponza. Un disastro. Andava a fondo e per poco non morirono affogati i tecnici che dovevano assisterlo. Rambaldi era imperturbabile. Noi disperati. Disse semplicemente: non vi preoccupate ve lo spedisco a Tahiti. E così fece».
E a quel punto?
«Lo esibimmo sulla piazza principale nella curiosità degli isolani. Intanto la sceneggiatura era completata ».
Chi la scrisse?
«Italo Calvino. Gliela chiesi e dopo qualche insistenza riuscii a vincere la sua ritrosia. Gli piaceva quell’atmosfera fantastica da favola oceanica. Mi disse soltanto che lo squalo avrebbe dovuto strizzare l’occhio. Quello di Rambaldi a momenti neanche apriva la bocca. Decidemmo di usare un piccolo squalo vero. In quei posti è abbastanza normale che i bambini giocassero con questi animali. Buttammo in una piscina uno squalo tigre. Lo filmammo. Era totalmente disinteressato a noi».
E strizzò l’occhio?
«Be’ sì. Chiuse l’iride e poi la palpebra. Sono tra i pochi pesci dotati di palpebra».
Con Calvino ha lavorato ancora?
«Per il mio programma L’Italia vista dal cielo gli chiesi di scrivere il testo sulla Liguria. Arrivarono poche pagine intense, chiare, bellissime. Parlavano di una regione complicata, cresciuta in altezza e in lunghezza. E di mille paesini inserrati l’uno nell’altro per proteggersi dal pericolo che arrivava dal mare. Oggi le acque sono un pericolo ben diverso. Ma Italo aveva capito tutto».
Lo dice con una certa ammirazione.
«Ho amato sia lui che Sciascia. Due forme di introversione e di genialità . Ma Sciascia era certamente più generoso ».
Nel senso?
«Rassegnato alla natura umana. I suoi silenzi non nascevano dal sospetto verso l’altro. Ma da una condizione tragica. Perciò se ne fregava. Chiedi e ti sarà dato. Italo, del quale divenni un po’ amico, era esasperato dai rapporti con le persone. Un giorno gli dissi che mi sarebbe piaciuto portare sullo schermo Il barone rampante o Il visconte dimezzato. Mi guardò come se lo avessi insultato. Non devi chiedermelo mai più. Sono storie che devono restare sulla carta, disse con una voce rabbiosa che non ammetteva repliche».
Difendeva il suo lavoro.
«Ma sì, lo capisco. E poi, come seppi, prima di me decine di registi avevano chiesto la stessa cosa. Comunque ci rimasi male. Sono stato anche molto amico di Fernand Braudel che ha collaborato al mio lavoro sul Mediterraneo. Era una persona eccezionale. Generosa. Ironica. Disponibile a valutare le idee degli altri. Ho imparato molto dal suo lavoro di storico. Chi invece era insopportabile per tutta la sua prosopopea, era Jacques Cousteau. Lo conobbi e per tutto il tempo lo sentii sparlare di tutti e ribadire che lui era il migliore».
Forse nell’esplorazione dei mari lo era.
«Era bravo. Ma grazie ai mezzi illimitati che gli forniva la marina francese. Quello che io ho realizzato è sempre stato frutto di sforzi economici pazzeschi. Oggi se mi guardo indietro mi vedo come uno che ha interpretato un certo modo di viaggiare. Non c’era ancora il turismo di massa. Ma c’era già l’immaginario di massa. Sono stato in mezzo a queste due esigenze».
C’è stato in che modo?
«Mi mettevo nella condizione del bambino. Per capire gli altri. Per dir loro: ecco, guardate cosa c’è lontano dalle vostre case. Li invitavo a sognare. Ma per sognare devi educare la curiosità . Una volta a Roma conobbi un cacciatore di savana. Vidi che sparava su delle fotografie della fidanzata. Poi si calmò.A quel tempo volevo girare un film sui popoli primitivi dell’Africa. E la conversazione finì su questo. Lui mi disse che aveva conosciuto una popolazione di pigmei che cacciava il bufalo e l’elefante con l’arco e le frecce. E poi mi disse: c’è una donna che vive in Somalia. Una bianca che può aiutarti nelle tue ricerche. Quella donna divenne mia moglie ».
E il film?
«Fu girato: L’alba dell’uomo . Raccontai un continente straordinario che oggi non c’è più. Anna, mia moglie, aveva il padre che viveva in Somalia. Fu ucciso in una delle ricorrenti stragi a Mogadiscio. Penso che quelle terre siano incapaci di prendere sonno. Non dormono più. Ma non vivono neanche più. Mi piacerebbe oggi raccontare tutto questo».
Perchè non lo fa?
«Perchè tranne qualche gloriosa prefazione nessuno più mi dice: Folco raccontaci una nuova storia. Non sono patetico. Ho un grande archivio. In parte donato ad Alinari. Dei figli che stanno avendo successo. E intatto è restato l’amore per Anna. Presto ci trasferiremo in campagna. Venderemo la casa romana. Non ho più molte cose che mi legano a questa città . Dove potrei immergermi, in quale acqua che non sia quella stantia del tempo che passa?»
Cosa vorrebbe dalla vecchiaia?
«Accidenti, cosa vorrei? Ho finito di scrivere un romanzo. Uscirà in ottobre. Ho ancora fame di volti e di luoghi. È la fame che sogno. Che continuo a vedere come lo squalo con le cinque fila di denti e la pupilla dilatata. Mi strizza l’occhio. Mi dice: non temermi. È la prima cosa che ricordo quando mi sveglio al mattino».
Antonio Gnoli
(da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 2nd, 2015 Riccardo Fucile
C’E SEMPRE UNA STRADA, SE LO SI VUOLE PER DAVVERO
La forza della volontà . 
Il desiderio di farcela.
La potenza di un sogno.
C’è tutto questo e molto di più in questa straordinaria immagine: un bambino filippino inginocchiato davanti al suo banchetto, fa i compiti sfruttando solo la luce di un lampione.
Non servono parole per spiegare questa foto, scattata da una ragazza filippina e pubblicata su Facebook.
“Sono stata ispirata da un bambino”, scrive la giovane donna.
E tanto basta affinchè questa immagine diventi un simbolo e venga condivisa da migliaia di persone.
Un messaggio per tutti coloro che ogni giorno affrontano difficoltà e pensano di non farcela: c’è sempre una strada, se lo si vuole per davvero.
Chi ne ha la possibilità di studiare, spesso butta via l’occasione.
Poi c’è chi vuole istruirsi a tutti i costi per costrursi un futuro migliore.
Questo bambino che sta facendo commuovere il mondo studia in strada sotto un lampione perchè in casa non ha corrente elettrica.
Inginocchiato sul marciapiede, fa diligentemente i compiti.
Si chiama Daniel, vive a Manila e accompagna spesso la madre che vive di elemosina all’esterno di McDonald’s.
La destra che sogniamo è quella che sappia offrire una opportunità anche a lui, il merito non ha frontiere e razze.
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Giugno 29th, 2015 Riccardo Fucile
E’ STATO IL PRIMO A INTERVENIRE, MA E’ STATO TRASCINATO VIA DALLA CORRENTE…ERA UN GIOVANE OPERAIO DI 31 ANNI
È morto nella notte all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo l’immigrato cingalese, operaio di
31 anni, che domenica pomeriggio ha salvato una ragazza che annaspava nell’Adda, dopo un tuffo.
Le condizioni dell’operaio erano subito sembrate gravi: dopo essere stato recuperato dai vigili del fuoco e dai sommozzatori della zona, non reagiva più ad alcuno stimolo, privo di conoscenza.
Intubato, era stato trasportato in elicottero, d’urgenza, all’ospedale di Bergamo: ma per i medici non c’è stato nulla da fare, il cingalese è morto nella notte.
L’operaio, originario dello Sri Lanka, era originario di Liscate, nel Milanese.
Sembra che l’operaio conoscesse la ragazza che si trovava in acqua, in difficoltà . Sarebbe stato lui, tra i bagnanti che stavano prendendo il sole, a organizzare per primo la catena umana che ha permesso di recuperare la donna e di riportarla a riva.
Ma a causa della forte corrente l’uomo è scivolato, finendo poi sott’acqua.
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 28th, 2015 Riccardo Fucile
“CI SENTIAMO IN FAMIGLIA”
Filippo Cogliandro ha un ristorante a Reggio Calabria. 
Professione tranquilla, direbbe qualcuno, ma non in una terra di mafia, malaffare e sbarchi.
“Denunciare e far arrestare gli esponenti della ‘ndrangheta che mi chiedevano il pizzo è stata la scelta più importante della mia vita”, racconta l’imprenditore, molto vicino a Libera, il movimento di don Ciotti.
Il ragazzo è stato colpito due volte dalla mafia, dagli estorsori, che, quando era ragazzo, gambizzarono il padre, Demetrio, e questo fatto doloroso fu di esempio per Filippo per affrontare la nuova sfida: ha avuto il coraggio, nella solitudine e nei disagi economici nei quali si era ritrovato, di denunciare i delinquenti che poi furono arrestati.
Oggi Filippo è diventato un simbolo, ha accanto don Luigi Ciotti e Claudio La Camera, Presidente dell’Osservatorio sulla ndrangheta, è seguito dai media nazionali ed è diventato un esempio per la Calabria e l’Italia.
Ma c’è di più perchè due anni fa ha chiesto al Tribunale dei Minori l’affidamento di due migranti arrivati in Italia con i barconi.
Un ragazzo senegalese, Salihu, e uno del Gambia, Abdou, che oggi hanno 18 anni e che sono stati assunti con regolare contratto come aiuto cuoco nel suo ristorante.
“Li ho conosciuti a un corso di cucina etnica organizzato nel centro di accoglienza”, ricorda Cogliandro.
“Il mio sogno è quello di diventare uno chef come Filippo, ritornare in Gambia e aprire un ristorante lì. — confessa Abdou — perchè quando guardiamo la televisione e ci accorgiamo che i politici ce l’hanno con noi”
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2015 Riccardo Fucile
IN UN PAESE DOVE PREVALGONO EGOISMI E OGNUNO PENSA SOLO A SE STESSO, MASSIMILIANO E’ L’EMBLEMA DI UN POPOLO CHE SA ANCORA ESSERE COMUNITA’
«Tutto è cominciato con un forte mal di pancia. Ho pensato «Dai, non è niente, sarà l’aria condizionata. E poi abbiamo fatto colazione da poco».
Ma più guidavo verso Civitavecchia e peggio mi sentivo…».
Massimiliano Ceci, 51 anni ad agosto, è l’eroe del 118: con un infarto in agguato che stava per colpirlo, ha continuato a guidare l’ambulanza pur di far arrivare in ospedale l’anziana paziente appena soccorsa a Cerveteri.
L’infarto lo ha colpito pochi istanti dopo aver fermato l’ambulanza al pronto soccorso del San Paolo di Civitavecchia.
Un attacco forte, profondo, che l’ha quasi ucciso.
«Guido per l’Ares 118 da 27 anni, prima nella postazione a Prati ora a Ladispoli – racconta Ceci, ricoverato in terapia sub-intensiva al Santo Spirito, sul lungotevere, dove è stato sottoposto ad angioplastica.
“Scene come queste le ho viste di frequente, i sintomi li ho riconosciuti quasi subito, ma viverle addosso è un’altra cosa».
La giornata era cominciata con il soccorso a Cerveteri a una pensionata di 91 anni con un problema cerebrale, forse un ictus.
Un soccorso in codice rosso, con Ceci al volante e il collega (da un anno e mezzo) Dario Mastrodonato ad assistere l’anziana sulla lettiga.
«Sull’autostrada ho avvertito un peso sul petto, il braccio sinistro dolente – ricorda l’autista eroe, sposato, con una figlia di 15 anni -, mi sono voltato e ho detto a Dario: «Mi sento male, ma ancora ce la faccio».
Parole che hanno scosso il collega, più forti della sirena dell’ambulanza.
Fra i due lo scambio è stato continuo. Un lungo sostenersi a vicenda.
La direzione dell’Ares ha elogiato la dedizione al lavoro dell’autista che ha messo in primo piano la vita della paziente.
Sull’ambulanza la tensione è salita in un attimo: «Al casello ho cominciato a sudare freddo, ho capito quello che stava accadendo, mancavano ancora quattro chilometri. Stavamo vicini, ero vigile, ma stavo sempre peggio», racconta ancora Ceci.
«E pensare che non ho mai avuto problemi di salute. Fumo, anzi fumavo, ora devo smettere per forza. Ho il colesterolo cattivo normale, nessuna familiarità . Pensavo di stare tranquillo. Certo il lavoro è stressante, soprattutto dopo tanti anni».
Al San Paolo la novantenne è stata assistita subito da un medico.
Nello stesso momento Ceci, sottoposto a trombolisi, è andato in defibrillazione: «Mi hanno raccontato che il cuore si è fermato, poi è ripartito.
Ha sofferto, c’è stata scarsa irrorazione di sangue.
“I medici dicono che posso riprendermi, ma basta stress. L’importante però – conclude l’autista – è che posso raccontare questa storia».
Rinaldo Frignani
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile
IL PIU’ GRANDE TEMPIO ISLAMICO DEL SUD ITALIA E’ UN RIFERIMENTO DI CUI BENEFICIANO PER L’80% FAMIGLIE ITALIANE… I MULSUMANI COLLABORANO ANCHE CON SANT’EGIDIO, CARITAS E FOCOLARI
Bangladesi, mauriziani, marocchini, egiziani, somali, senegalesi.
La moschea di piazza Cutelli, nel centro storico di Catania, è la più grande del Mezzogiorno e accoglie centinaia di fedeli.
Tanto che per il primo venerdì di Ramadan, il mese sacro del calendario islamico iniziato lo scorso 18 giugno, c’è chi è arrivato da Palermo, da Torino e chi, in fuga dal Medio Oriente, è qui solo di passaggio.
Rotto il digiuno e terminata la preghiera, a sedersi ai tavoli allestiti per la cena comunitaria sono però anche alcuni italiani.
La moschea della Misericordia e gli spazi del centro islamico sono infatti un riferimento per un quartiere popolato da molte famiglie indigenti, in gran parte italiane.
Un elemento di integrazione e interazione sostenuto da diverse associazioni catanesi e capace, grazie a un accordo con il Banco Alimentare di Sicilia, di offrire un aiuto continuativo a chi ha bisogno, anche oltre al periodo di Ramadan.
“Al di fuori delle cene per il mese sacro – spiega Abdelhafid Keith, imam della moschea e presidente della Comunità Islamica di Sicilia – non possiamo offrire da mangiare, non avendo una cucina adeguata; abbiamo così deciso di muoverci in altro modo”.
L’idea si è concretizzata a ridosso del Natale 2013 ed è cresciuta rapidamente, diventando un servizio stabile a partire dall’estate 2014.
“Abbiamo stretto un accordo con il Banco alimentare – racconta orgoglioso Ismail Bouchnafa, direttore del Centro islamico annesso alla sala di preghiera – che ci consegna parte dei viveri raccolti durante la colletta alimentare nei supermercati: noi prepariamo i pacchi e, due volte al mese, li distribuiamo a chi ne fa richiesta”.
Si tratta di circa 300 famiglie, provenienti soprattutto dallo storico quartiere Civita, un lembo di case basse fra il porto e la via Vittorio Emanuele.
“In alcuni periodi siamo arrivati a supportare fino a 500 nuclei: vagliamo le richieste, teniamo un database di chi accede al servizio e inoltriamo poi le liste al Banco alimentare”.
Un aiuto fondamentale di cui beneficiano, nell’80 per cento dei casi, famiglie italiane, residenti da generazioni in uno dei quartieri più poveri della città .
Alla collaborazione con il Banco alimentare il Centro islamico affianca quelle con il Movimento dei Focolari, per un’attività di dopo-scuola offerta a alunni italiani e stranieri, con la Comunità di Sant’Egidio e con la Caritas Diocesana.
“Chi fa il digiuno non può mangiare alla mensa del Help Center Caritas – spiega Ismail Bouchnafa – perchè gli orari non sono compatibili, così la Caritas ci ha offerto parte della propria spesa alimentare, aiutandoci a dare un pasto ai musulmani più bisognosi, in uno spirito di condivisione e di ringraziamento per chi, come diverse associazioni di ispirazione cristiana, ha sempre aiutato i nostri confratelli”.
Un’ospitalità reciproca che, secondo Abdelhafid Keith, deve essere “al centro della vita di ogni fedele e dell’esperienza del digiuno, che insegna a mettersi nei panni degli altri”.
“La nostra moschea – sottolinea l’imam – è nel cuore della città e, dall’apertura nel 2012, è diventata un luogo di incontro e dialogo, patrimonio di tutti i catanesi”.
A confermarlo, seduti alle tavolate per la cena del Ramadan, sono alcuni anziani del quartiere, serviti dai volontari del Centro islamico.
Cercano, a gesti, di capirsi con dei giovani siriani, sbarcati da pochi giorni.
Per loro, come le per migliaia di connazionali che li hanno preceduti, la moschea di Catania continua a essere un punto d’appoggio nel lungo viaggio verso il nord Europa.
Giacomo Zandonini
(da “Redattore sociale“)
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Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile
LA RICERCA RESEARCH: ITALIANI ATTENTI A EQUILIBRIO E SOSTENIBILITA’ DEL PROGRESSO
Viviamo una metamorfosi inconsapevole, una stagione segnata da trasformazioni sociali ed economiche radicali.
Ciò nonostante, fatichiamo a comprenderne la portata reale. Siamo immersi in un «presente continuo» generato dalle nuove tecnologie che fondono passato e futuro in qualcosa che appare tutto contemporaneo.
Senza rendercene conto, stiamo riscrivendo i paradigmi dello sviluppo.
L’occasione di Expo sotto questo profilo è emblematica.
Una molteplicità di Paesi espone non solo architetture o cibi, ma le idee di progresso che li connotano.
Un’evoluzione diversa da quella che ha originato le nostre società , e che ancora fatichiamo a prefigurare in modo compiuto. Quel che è certo, è che non è più destinata a una crescita lineare e progressiva, ma molteplice e multidimensionale; non può più contare su una disponibilità illimitata di risorse e deve immaginarsi più equa e sostenibile.
Diversi progressi
Tutto ciò, all’interno di un quadro complicato dal fatto che alcune parti (minoritarie) del globo hanno già conosciuto lo sviluppo industriale, mentre altre (maggioritarie) si stanno affacciando in questi anni. Proprio per questi motivi, le teorie sul progresso stanno conoscendo rivisitazioni profonde.
Studiosi come Senn, Attali, Latouche propongono prospettive diverse per lo sviluppo, passando dal considerare fondamentali la crescita delle capabilities individuali, fino all’idea di una decrescita felice.
La stessa misura della ricchezza di una nazione, attraverso il Prodotto interno lordo (Pil) è da anni messa in discussione e si cercano nuovi indicatori.
Di considerare come la ricchezza non sia solo frutto della produzione materiale, ma anche della salute, dell’istruzione, del benessere psico-fisico di una popolazione.
La ricerca
Su questi temi, la ricerca di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa, ha interpellato gli italiani per comprendere quale sviluppo economico ritengano auspicabile.
Un elemento svetta in modo netto e coinvolge circa i tre quarti (72,0%) della popolazione, in particolare fra gli abitanti del Nord-Est e del Centro-Sud.
Non è pensabile fermare il progresso e la crescita economica, è necessario continuare a produrre e lavorare, ma mutandone il carattere: bisogna prestare attenzione soprattutto alla sostenibilità e alla qualità dello sviluppo.
Dunque, è diffusa l’idea che il progresso abbia traiettorie non arginabili. Pur tuttavia, è urgente indirizzarlo all’insegna di un maggiore equilibrio con l’ambiente e nei confronti delle diverse aree del pianeta.
Soprattutto, che metta al centro la qualità della vita.
All’opposto, troviamo quanti ritengono non si debba uscire dalla strada fin qui percorsa, che si debba continuare a lavorare e produrre come abbiamo fatto finora perchè altrimenti rischieremmo di perdere la ricchezza costruita.
È una quota marginale (5,0%) e con una particolare concentrazione nel Mezzogiorno.
Fra queste posizioni, si collocano due punti di vista diversi, ma prossimi fra loro.
Da un lato, quanti esprimono in modo manifesto l’idea che la qualità della vita sia determinata da una riduzione drastica di ritmi di produzione e consumi.
Anche questo caso annovera un nucleo di persone contenuto (17,6%), ma non marginale soprattutto al Nord-Ovest, dove lo sviluppo industriale di matrice fordista ha avuto la maggiore presenza.
D’altro lato, si osserva un orientamento difensivista. Il benessere attuale può bastare: l’importante è difenderlo (5,4%).
I profili
Volendo offrire una misura di sintesi, abbiamo costruito il profilo degli orientamenti verso lo sviluppo economico.
Il gruppo più cospicuo è formato dai «sostenibili» (72,0%) che mettono l’accento sull’equilibrio e la qualità del progresso.
Tale posizione è particolarmente presente presso la componente maschile, dei 60enni e degli studenti.
Molto distante troviamo il gruppo dei «declinisti felici» (23,0%). È una quota minoritaria, ma non esigua e che trova diffusione in particolare presso donne, 50enni, laureati e abitanti nelle aree di più antica industrializzazione (Nord-Ovest).
Infine, i «conservativi» (5,0%) che propongono di non mutare il modello di sviluppo fin qui perseguito. È una quota marginale, diffusa tra gli ultra 65enni, casalinghe, abitanti nel Mezzogiorno e con basso titolo di studio.
Sostenibilità ambientale, equilibrio dello sviluppo globale, centralità della qualità della vita costituiscono le aspettative verso lo sviluppo economico per la grande maggioranza degli italiani.
Daniele Marini
(da “La Stampa”)
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